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LIBRO
QUARTO
I mezzi esteriori e ausili, di cui Dio si serve per chiamarci a Gesù Cristo suo figlio e mantenerci uniti a lui
CAPITOLO I DELLA VERA CHIESA CON CUI DOBBIAMO MANTENERCI UNITI, IN QUANTO È MADRE DI TUTTI I CREDENTI 1. È stato illustrato nel libro precedente in qual modo, mediante la fede nell'evangelo, Gesù Cristo diventi nostro e noi siamo resi partecipi della salvezza da lui recata e della beatitudine eterna. Ma, poiché la nostra pigrizia, la nostra ignoranza, e altresì la vanità dei nostri spiriti, necessitano di aiuti esterni, mediante cui la fede sia generata in noi, cresca e progredisca, Dio non ha dimenticato di fornirceli a sostegno della nostra debolezza. Affinché la predicazione dell'evangelo proseguisse il suo corso, egli ha affidato questo tesoro in deposito alla sua Chiesa: ha istituito dei pastori e dei dottori (Ef. 4.2) , per bocca dei quali rivolgerci i suoi insegnamenti; non ha insomma trascurato nulla che potesse produrre fra noi un santo consenso di fede ed un buon ordine. Ha istituito anzitutto i sacramenti, che sappiamo essere, per esperienza, strumenti particolarmente utili ad alimentare e confermare la nostra fede. Dato che, rinchiusi nella nostra carne come in un carcere, non siamo ancora pervenuti ad un livello angelico Dio, adeguandosi alle nostre capacità, ha scelto, nella sua mirabile provvidenza, questo procedimento per permetterci di accedere a lui quantunque siamo lontani. La disposizione della materia richiede che tratti ora della Chiesa e del suo regime, degli uffici connessi con la sua opera, della sua autorità, dei sacramenti ed infine della disciplina ecclesiastica; e cerchi di liberare i lettori dalla corruzione e dagli abusi con cui Satana ha cercato di imbastardire nel papismo quanto Dio aveva prescelto per la salvezza nostra. Inizierò con la Chiesa, in seno alla quale Dio ha voluto raccogliere i suoi figli, affinché non solo fossero nutriti dal ministero di lei in età infantile ma affinché essa eserciti una cura materna costante nel guidarli sino al raggiungimento della maturità, anzi della meta finale della fede. Non è lecito infatti scindere queste due realtà, che Dio ha congiunte: essere la Chiesa madre di tutti coloro di cui egli è padre. Questo fatto non si è verificato soltanto sotto la Legge, ma permane tuttora valido, anche dopo l'avvento di Gesù Cristo; lo attesta san Paolo dichiarando che siamo figli della nuova Gerusalemme celeste (Ga 4.20). 2. Allorquando nel Credo confessiamo di credere la Chiesa, questo articolo di fede non si riferisce solo alla Chiesa visibile, di cui stiamo ora parlando, ma a tutti gli eletti di Dio, fra cui sono inclusi coloro che sono già trapassati. Perciò viene adoperato il termine "credere", spesso infatti non siamo in grado di discernere chiaramente la differenza tra i figli di Dio e la gente profana, tra il suo santo gregge e le bestie selvatiche. In quanto alla preposizione "in", che alcuni inseriscono a questo punto, essa non è motivata da validi argomenti. Ammetto che si tratti della forma oggi maggiormente in uso e sia stata adoperata anche nell'antichità; lo stesso simbolo di Nicea, citato nella storia ecclesiastica, dice "credere nella Chiesa ". Risulta tuttavia dai testi degli antichi Padri, che era altresì accolta senza difficoltà l'espressione "credere la Chiesa ", anziché "credere nella Chiesa". Sant'Agostino, infatti, e l'autore del trattato sul Simbolo, attribuito a san Cipriano, non solo si esprimono in questi termini, ma sostengono anzi che l'espressione risulterebbe. Impropria qualora vi fosse aggiunta la preposizione "in ". E questa loro tesi poggia su un argomento per nulla frivolo. Infatti noi confessiamo di credere "in Dio ", in quanto a lui il nostro cuore si affida, sapendolo veritiero, ed in lui ripone la sua fiducia. Questo non si addice alla Chiesa, né alla remissione dei peccati, né alla risurrezione dei morti. Pur non volendo polemizzare su questioni formali, preferisco dunque far uso di termini appropriati, che permettano di chiarire il problema, anziché ricorrere ad espressioni che inducano in errore senza necessità. Il senso dell'espressione "credere" è di garantirci che, malgrado le macchinazioni del Diavolo e la congiura dei nemici di Dio e i loro sforzi violenti in vista di annullare la grazia di Cristo, questa non può essere soffocata, e il sangue di Gesù Cristo, non può essere reso sterile si che non produca i suoi frutti. È perciò necessario, a questo punto, fare riferimento all'elezione di Dio e altresì alla sua vocazione interiore, mediante la quale egli trae a se i suoi eletti, perché lui solo conosce coloro che gli appartengono e li custodisce nascosti sotto il suo sigillo, come dice san Paolo (Il Timoteo 2.19) , finché portino i suoi segni, mediante cui si possano discernere dai reprobi. Trattandosi però soltanto di una manciata di uomini, per di più spregevoli e frammisti ad una grande moltitudine, nascosti come un po' di grano sotto un mucchio di paglia sull'aia, è d'uopo lasciare a Dio solo il privilegio di conoscere la sua Chiesa, a fondamento della quale sta la sua elezione eterna. In realtà, non è sufficiente avere in mente il concetto che Dio ha i suoi eletti, occorre realizzare nello stesso tempo il fatto dell'unità della Chiesa, avendo la convinzione di essere realmente inseriti in essa. Se non siamo infatti uniti a tutte le altre membra sotto il comune Capo, cioè Gesù Cristo, non possiamo in alcun modo sperare nell'eredità futura. La Chiesa è perciò detta cattolica o universale, in quanto non se ne possono costituire due o tre, qualora la cosa fosse a noi possibile, senza lacerare Gesù Cristo. Anzi, gli eletti di Dio essendo così strettamente uniti in Gesù Cristo, in quanto dipendono tutti da uno stesso capo, sono resi tutti insieme uno stesso corpo, legati da quel vincolo che esiste tra le membra di un corpo umano. Sono dunque tutti uno, viventi della medesima fede, speranza e carità per lo Spirito di Dio, essendo chiamati non solo ad una stessa eredità, ma a diventare partecipi della gloria di Dio e di Gesù Cristo. Quantunque la terribile desolazione, che ovunque si riscontra, lasci supporre che nulla sussista della Chiesa, riteniamo dunque come un fatto certo che la morte di Cristo continua a recare frutto e Dio custodisce miracolosamente la sua Chiesa come in un nascondiglio, come fu detto ad Elia riguardo al suo tempo: "mi sono riservato settemila uomini, che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal " (3Re 19.18). 3. L'articolo del simbolo si riferisce però anche alla Chiesa nel suo aspetto esteriore, affinché ognuno di noi sia condotto a mantenersi in fraterno accordo con tutti i figli di Dio, ad attribuire alla Chiesa l'autorità che le compete e infine a comportarsi come una pecora del gregge. Perciò viene aggiunta "la comunione dei santi ", elemento questo da non sottovalutarsi, quantunque risulti trascurato dagli antichi, in quanto esprime molto bene la natura della Chiesa. Viene fatto così allusione al fatto che i santi sono raccolti nella comunità di Cristo in modo tale, che si debbono scambiare mutuamente i doni dati da Dio. Tuttavia non viene con questo annullata la diversità delle manifestazioni della grazia; vediamo infatti che i doni dello Spirito sono distribuiti in modi diversi, e altresì l'ordine dei rapporti non è sovvertito al punto che ognuno non abbia facoltà sue personali, poiché è necessario per il mantenimento della pace fra gli uomini che ognuno disponga delle sue facoltà. Questa comunità deve essere intesa nel senso dell'espressione di san Luca: "Non vi era che un cuore e un'anima nella moltitudine dei credenti " (At. 5.32) , e parimenti di san Paolo, quando esorta gli Efesini ad essere un corpo e uno spirito, in quanto sono chiamati ad un'unica speranza (Ef. 4.4). Persone convinte del fatto che Dio è loro padre comune e Cristo loro signore, non possono non essere unite fra loro dall'amore fraterno sì da scambiarsi reciproca. Mente i propri beni a vantaggio l'uno dell'altro. Giustamente ci è richiesto, ed è per noi utile, intendere quali frutti derivino da questo fatto; poiché dobbiamo credere la Chiesa, avendo la certezza di farne parte. La nostra salvezza sarà saldamente fondata e stabilita, in modo che quand'anche tutto il mondo fosse sconvolto, ne permarrebbe la certezza intatta quando avremo inteso che essa poggia sull'elezione di Dio e non può venir meno senza che l'eterna provvidenza sia distrutta. Che inoltre riceve conferma dal fatto che Cristo deve permanere nella sua interezza e non permetterà che i suoi credenti siano separati da lui più di quanto tollererà che siano disperse le sue membra. Che abbiamo inoltre la certezza, che la verità permane con noi fintantoché dimoriamo in seno alla Chiesa. E infine sentiamo che sono rivolte a noi le promesse quando ci vien detto che vi sarà salvezza in Sion Dio dimorerà in perpetuo in Gerusalemme e non si allontanerà mai da essa (Gl. 2.32; Ob. 17; Sl. 16.6). Tale è infatti la forza della comunione della Chiesa da mantenerci nella comunione con Dio. Parimenti il termine "comunione ", è in grado di procurarci grande conforto: dato che tutta quanta la grazia conferita dal nostro Signore alle sue membra e alle nostre ci appartiene, tutti i beni che possediamo risultano conferma della speranza nostra. Del resto non è necessario per mantenerci nella comunione di quella Chiesa il vedere una comunità visibile e toccarla con mano. Anzi ci viene ricordato che, essendo oggetto di fede, la dobbiamo riconoscere quando è invisibile non meno che quando siamo in grado di riconoscerla chiaramente. E la nostra fede non risulta in nulla sminuita dal fatto di dover riconoscere alla Chiesa, una esistenza che la nostra intelligenza non può percepire. Tanto più che non ci viene richiesto in questo caso di distinguere gli eletti dai reprobi (giudizio che appartiene a Dio e non a noi ) , ma di avere nei nostri cuori la certezza che tutti coloro che, per clemenza di Dio padre e virtù dello Spirito Santo, sono resi partecipi di Cristo, sono messi a parte per costituire l'eredità di Dio; e che essendo noi nel numero di costoro siamo eredi di tale grazia. 4. Essendo ora mia intenzione discorrere della Chiesa visibile, impariamo dal solo titolo di madre quanto utile, anzi necessaria, sia la conoscenza di lei; non c'è infatti alcuna possibilità di entrare nella vita eterna, se questa madre non ci ha concepiti nel suo seno e non ci partorisce, ci allatta, ci custodisce infine sotto la sua direzione e la sua autorità finché, spogliati di questa carne mortale, siamo resi simili agli angeli (Mt. 22.30) . La nostra debolezza infatti non ci consente, durante tutto il corso della nostra vita, di sottrarci all'apprendimento. È altresì da notare che fuori dal suo grembo non si può sperare di ottenere remissione dei peccati o salvezza alcuna come attestano Isaia e Gioele (Is. 37.32; Gl. 2.32); con cui Ez.chiele concorda affermando che coloro che Dio vuole escludere dalla vita celeste non faranno parte del suo popolo (Ez. 13.9). Viceversa è detto che coloro che si convertono al servizio di Dio e alla vera religione verranno ad accrescere il numero dei cittadini di Gerusalemme. Per questa ragione è affermato in un altro salmo: "O Eterno ricordati di me con la benevolenza che usi verso il tuo popolo; visitami con la tua salvazione; affinché io veda il bene dei tuoi eletti, mi rallegri dell'allegrezza della tua nazione, e mi glori con la tua eredità " (Sl. 106.4-5). Queste parole limitano la benevolenza paterna di Dio e le manifestazioni particolari della vita spirituale al gregge di Dio a ricordarci quanto sia pernicioso e mortale il distaccarsi o l'allontanarsi dalla Chiesa. 5. Proseguiamo ora nell'esame di questo argomento. San Paolo dice che Gesù Cristo per compiere ogni cosa ha stabilito gli uni apostoli, gli altri profeti, gli altri evangelisti, gli altri pastori e dottori per il perfezionamento dei santi, per l'opera del ministero al fin di edificare il corpo di Cristo finché tutti siamo. Arrivati all'unità della fede e della piena conoscenza del figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo (Ef. 4.2). Constatiamo che Dio, pur potendo far giungere in un momento i suoi alla perfezione, vuole invece farli crescere a poco a poco sotto le cure della Chiesa. Ne costituisce prova il fatto che la predicazione sia affidata ai pastori; ed a tutti è richiesto di lasciarsi con spirito docile ed umile condurre dai pastori a ciò preposti. Perciò il profeta Isaia aveva molto tempo innanzi descritto in questi termini il Regno di Cristo: "Il mio spirito che riposa su te e le mie parole che ho messe nella tua bocca non si dipartiranno mai dalla tua bocca né dalla bocca della tua progenie né dalla bocca della progenie della tua progenie " (Is. 59.21). Onde si deduce che coloro che rifiutano di essere nutriti dalla Chiesa, o respingono il cibo spirituale che essa offre loro, sono degni di morire di fame. Certo è Dio che ci ispira la fede, ma egli lo fa mediante lo strumento del suo Evangelo, come ricorda san Paolo dicendo che la fede viene dall'udire (Ro. 10.17) , così come in Dio risiede la potenza della salvezza ma egli la manifesta nella predicazione dell'evangelo, come lo stesso apostolo ricorda in altri testi. Per questo Dio volle al tempo della Legge che il suo popolo si raccogliesse nel santuario affinché la dottrina insegnata dai sacerdoti mantenesse l'unità della fede. Espressioni singolari ed eccezionali riferite al tempio quali: il luogo del riposo di Dio (Sl. 132.14) , il SUO santuario e domicilio, il luogo dove egli siede fra i cherubini (Sl. 80.2) , hanno lo scopo di far amare e tenere in dovuta considerazione la predicazione della dottrina celeste e garantirne la dignità che potrebbe essere sminuita qualora ci si limitasse a considerare gli uomini mortali che ne sono messaggeri. Ed affinché prendiamo coscienza del fatto che quanto ci viene presentato in vasi di terra (2 Co. 4.7) e un tesoro inestimabile, Dio stesso interviene e chiede che venga riconosciuta la sua presenza in ciò che ha istituito perché egli è autore di queste disposizioni. Per questo motivo, dopo aver proibito al suo popolo, di occuparsi di divinazione, arti magiche, negromanzia ed altre superstizioni (Le 9.31) aggiunge che gli darà come unica possibilità di essere istruito la presenza costante di profeti. Così come non ha innalzato il popolo antico sino agli angeli, ma gli ha suscitato. Dottori in terra che avessero l'ufficio di messaggeri nei suoi confronti, egli intende oggi ammonirci mediante uomini. E come in antico Dio non si è limitato a dare per iscritto la sua Legge, ma ha stabilito i sacerdoti per esserne commentatori, ed ha voluto che venisse proclamata per bocca loro, così egli vuole oggi che non solo ognuno si impegni in una lettura personale, ma vi siano maestri e dottori per esserci guida ed aiuto. Il vantaggio che ne deriva è duplice. Da un lato è prova opportuna per saggiare l'obbedienza della nostra fede il dover ascoltare i maestri che Dio ci manda come se fosse lui stesso a parlare. In secondo luogo egli si adegua, così facendo, alla nostra debolezza e preferisce rivolgersi a noi in modo umano mediante i suoi messaggeri per attirarci con dolcezza anziché spaventarci tuonando nella sua maestà. Ed in realtà ogni credente sente quanto questo modo familiare di insegnare sia confacente alla nostra natura dato che è impossibile non essere spaventati quando Dio parla nella sua maestà. Coloro che considerano l'autorità della parola annullata dalla spregevole e misera condizione dei ministri che l'annunziano si rivelano ingrati, poiché, fra i molti doni eccellenti con cui Dio ha arricchito il genere umano, risulta eccezionale il fatto che egli degni consacrare la bocca e la lingua degli uomini al suo servizio, acciocché in esse la sua voce risuoni. Non ci sia dunque gravoso accogliere con piena obbedienza la dottrina della salvezza che per suo esplicito comandamento ci viene offerta in questa forma. Poiché, quantunque la sua potenza non sia vincolata ad alcun strumento esterno, il voler rifiutare, come fanno molti insensati, questa forma ordinaria a cui ha voluto assoggettarci, significa immobilizzarsi in lacci mortali. Non sono pochi coloro che, per orgoglio, presunzione, disprezzo o invidia, sono indotti a pensare che ricaveranno sufficiente profitto da una lettura ed una meditazione privata della Scrittura e sono perciò indotti a disprezzare le assemblee pubbliche ed a considerare superflua la predicazione. Ora, in quanto sciolgono e spezzano, così facendo, quel vincolo unitario che Dio vuole sia mantenuto inviolabile, è giusto che essi raccolgano il frutto di questa rottura autosuggestionandosi con sogni e fantasticherie. Che li conducono alla confusione. Affinché una pura semplicità di fede permanga fra noi non ci sia gravoso e fastidioso il ricorrere a questo esercizio pedagogico che Dio ha considerato necessario, avendolo istituito, e che ci raccomanda così insistentemente. Non si è mai trovato alcuno, neppure fra quei cani rabbiosi che si abbandonano senza ritegno alla beffa, che osi affermare che ci si possa tappare le orecchie quando Dio parla. Ma i profeti ed i santi dottori hanno spesso sostenuto lunghi ed impegnativi combattimenti contro i malvagi per sottometterli alla dottrina da loro predicata, perché costoro, nella loro arroganza, non possono tollerare il giogo rappresentato dal fatto di dover ricevere insegnamenti dalla bocca e per mezzo del ministero degli uomini. Fare questo significa cancellare l'immagine di Dio che risplende nella predicazione. Per questo è stato anticamente comandato ai credenti di cercare Dio nel tempio (Sl. 105.4) , comandamento ripetuto altresì spesso nella Legge: perché l'insegnamento e le esortazioni dei profeti rappresentavano per loro la vivente immagine di Dio, nel senso delle espressioni di Paolo quando si vanta del fatto che la gloria di Dio apparsa sul volto di Cristo risplende nella sua predicazione (2 Co. 4.6). Tanto più odiosi ci debbono apparire quegli apostati che si sforzano di disperdere le chiese, quasi volessero cacciare le pecore dai loro recinti o dalle loro stalle, per gettarle nelle fauci dei lupi. Per quanto ci concerne ricordiamo il detto di san Paolo secondo cui la Chiesa può essere edificata solo mediante la predicazione esterna e il solo legame che sussiste fra i santi è quello di imparare e ricevere istruzioni di comune accordo secondo l'ordine stabilito da Dio. A questo scopo essenzialmente, come già abbiamo detto, Dio ha ordinato, un tempo, ai credenti sotto la Legge di raccogliersi nel santuario. Mosè lo chiama, per questa ragione, il luogo del nome di Dio, perché egli ha voluto che quivi fosse celebrato il suo ricordo (Es. 20.24). Con questo egli insegna chiaramente che l'uso del tempio risultava nullo senza l'insegnamento della verità. Non vi è dubbio che in questosenso deve intendersi la lagnanza angosciata ed amara di Davide perché l'accesso del tabernacolo gli è precluso dalla tirannia e dalla malvagità dei suoi nemici (Sl. 84.2). Alcuni giudicano puerili queste espressioni: il non potersi avvicinare al santuario non dovrebbe essere privazione eccessiva, in quanto egli gode pur sempre dei suoi agi e piaceri. La tristezza ed il dolore che lo brucia e lo tormenta, anzi lo consuma interamente, nasce dal fatto che, per i credenti, nulla deve essere maggiormente apprezzato di questo mezzo mediante cui Dio li innalza a se quasi di grado in grado. Si deve anche notare che Dio si è rivelato anticamente ai padri nello specchio della sua dottrina in modo tale che risultasse chiaro che egli voleva essere conosciuto spiritualmente. Il tempio perciò non è solo detto suo volto ma anche suo sgabello al fine di evitare ogni superstizione (Sl. 132.7; 99.5; ). È l'incontro benedetto, di cui parla san Paolo, che ci procura la perfezione nell'unità della fede, quando tutti dal maggiore al minore si volgono al capo. Per quanto concerne i templi che i pagani hanno edificato a Dio, con altro fine ed altre intenzioni, essi non hanno servito ad altro che a profanare il suo culto. Gli stessi Ebrei sono caduti in tale errore, sia pure in forma meno grossolana, e non sono mancate colpe da parte loro, come dice santo Stefano ricordando loro, per bocca di Isaia, che Dio non abita in edifici fatti da mano d'uomini (At. 7.48); lui solo ha l'autorità di consacrarsi dei templi con la sua parola e santificarli ad uso legittimo. Non appena assumiamo iniziative in modo sconsiderato, senza suo ordine, immediatamente ad un male ne segue un altro e molte fantasticherie vengono ad aggiungersi al principio già in se errato, talché la corruzione si moltiplica a dismisura. Tuttavia Serse, re dei Persiani, agì stoltamente, ed in modo irresponsabile, distruggendo, dietro suggerimento dei filosofi del suo paese, tutti i templi della Grecia, con la scusa che gli dei, essendo liberi, non debbono essere rinchiusi fra le mura e sotto le tegole! Quasi Dio non avesse il potere di scendere sino a noi per mostrarsi più vicino, pur senza muoversi o cambiare sede, o vincolarsi ad alcuna forma terrestre, ma, anzi, per farci salire sino alla gloria celeste che riempie ogni cosa della sua grandezza infinita, sorpassando anzi in altezza i cieli. 6. Non possiamo evitare a questo punto, di affrontare il problema che ha suscitato, in tempi recenti, violenti dispute riguardo all'efficacia del ministero; alcuni infatti, volendo estenderne la dignità, hanno ecceduto oltrepassando i limiti ed altri hanno ritenuto che si giunge ad un generale pervertimento Cl. Trasferire all'uomo mortale ciò che è peculiare dello Spirito Santo, affermando che ministri e dottori penetrano nell'intendimento e nei cuori per porre rimedio sia alla cecità che alla durezza che vi si trovano. Si stabilirà facilmente un accordo fra le due tesi esaminando con attenzione la duplice serie dei testi in cui da un lato Dio, in qualità di autore della predicazione, congiungendo a quest'ultima il suo Spirito, promette che essa non passerà senza frutto, e d'altra parte, svincolandosi da ogni intervento esterno, attribuisce a se stesso sia l'inizio che il compimento della fede. La missione del secondo Elia è consistita, secondo il profeta Malachia, nell'illuminare gli spiriti, convertire i cuori dei padri ai figli, e gli increduli alla sapienza dei giusti (Ma.6.4). Gesù Cristo afferma che manda i suoi apostoli acciocché traggano frutto dalla loro fatica (Gv. 15.16). San Pietro, dal canto suo, definisce brevemente in che consiste questo frutto dicendo che siamo rigenerati dalla parola predicata che è semenza incorruttibile di vita (1 Pi. 1.23). Paolo si gloria perciò di aver generato i Corinzi al Signore mediante l'Evangelo (1 Co. 4.15) , e del fatto che essi sono il suggello del suo apostolato (1 Co. 9.2) , e di non esser stato ministro di lettera, che ha colpito solo le orecchie Cl. Suono della voce, ma che l'efficacia dello Spirito gli è stata conferita affinché la sua dottrina non risultasse inutile (2 Co. 3.6). Secondo lo stesso concetto egli afferma altrove che il suo evangelo non ha consistito in parole ma in potenza di Spirito (1 Co. 2.4). Dice anche che i Galati hanno ricevuto lo Spirito Santo mediante l'ascolto della fede (Ga 3.2). Insomma non solo si considera cooperatore di Dio ma, in molti testi si attribuisce l'ufficio di amministratore della salvezza (1 Co. 3.9). È indubbio che egli non ha inteso con tali parole usurpare per se una sia pur minima parte di lode svincolandosi da Dio, come altrove afferma: "la nostra fatica non è stata vana in Dio in virtù della sua forza che ha operato potentemente in me " (1 Ts. 3.5). E ancora: "Colui che aveva agito in Pietro per farlo apostolo della circoncisione ha anche agito in me per farmi apostolo dei Gentili " (Ga 2.8). Anzi in altri testi è evidente che egli non concede nulla ai ministri quando siano considerati in se stessi: "colui che pianta e colui che annaffia non sono nulla, ma Dio che fa crescere è tutto " (1 Co. 3.7): "ho fatica più di loro tutti; non già io, però, ma la grazia di Dio che è con me " (1 Co. 15.10). È necessario considerare con attenzione, e ricordare, quelle espressioni in cui Dio, attribuendosi l'illuminazione dei nostri spiriti ed il rinnovamento dei nostri cuori, dichiara sacrilega ogni persona che si vanti di aver parte a quest'opera. Ciò nonostante, nella misura in cui saprà comportarsi docilmente nei riguardi dei ministri che Dio stabilisce, ognuno sperimenterà, a suo profitto, che in realtà questo modo di insegnare non è piaciuto a Dio invano, e non è senza ragione che egli ha imposto questa norma di modestia a tutti i suoi credenti. 7. Ritengo sufficientemente chiarito, in base a quanto è stato detto, come si debba considerare la Chiesa visibile che siamo in grado di conoscere. Abbiamo notato infatti che la sacra Scrittura parla della Chiesa in duplice modo. A volte il termine indica la Chiesa quale essa è nella sua realtà dinanzi a Dio, in cui sono inclusi soltanto coloro che per grazia di adozione sono figli di Dio e, mediante la santificazione dello Spirito, sono veramente membra di Gesù Cristo. In tal caso non solo fa allusione ai santi che abitano in terra, ma a tutti gli eletti che hanno vissuto sin dall'inizio del mondo. Spesso invece col nome di Chiesa è indicata la moltitudine degli uomini che, sparsa in diverse parti del mondo, fa professione comune di amare Dio e Gesù Cristo, ha il battesimo come attestazione di fede, e partecipando alla Cena dichiara avere unità nella dottrina e nella carità, dà il suo assenso alla Parola di Dio e ne vuole mantenere la predicazione secondo il comandamento di Gesù Cristo. In questa Chiesa parecchi sono gli ipocriti frammisti ai buoni che non hanno nulla di Gesù Cristo fuorché il nome e l'apparenza, ambiziosi gli uni, avari gli altri, maldicenti alcuni, dissoluti altri, tollerati per un certo tempo sia perché non si possono convertire con provvedimenti giuridici, sia perché la disciplina non è sempre esercitata con la fermezza che sarebbe richiesta. Pure, come è necessario credere quella Chiesa, a noi invisibile e nota solo a Dio, così ci è chiesto di onorare questa Chiesa visibile e di mantenerci in comunione con essa. 8. Il Signore perciò l'ha indicata con indizi e prove evidenti essendo per noi opportuno conoscerla. È bensì vero che a lui soltanto appartiene il privilegio di sapere chi siano i suoi, come ho già mostrato nella citazione di san Paolo (2Ti 2.19). Egli infatti, affinché la temerarietà degli uomini non si spingesse sino a quel punto, ha provveduto opportunamente a ricordarci, con esperienze quotidiane, quanto i suoi giudizi superino nostri sensi Poiché, da un lato, coloro che sembravano doversi considerare del tutto perduti e in situazioni disperate sono ricondotti sulla retta via, e d'altro lato inciampano quelli che sembravano sicuri. Perciò secondo la segreta e nascosta predestinazione di Dio, come dice sant'Agostino, si trovano molte pecore fuori della Chiesa e molti lupi dentro. È fra coloro che esteriormente recano il suo contrassegno i suoi occhi soltanto sono in grado di discernere chi siano i santi senza finzione e coloro che debbono perseverare sino alla fine secondo la sostanza stessa della nostra fede. Tuttavia poiché il Signore sapeva che ci è utile conoscere quali debbano essere considerati suoi figli, si è adattato, su questo punto, alla nostra capacità di intendimento. E per il fatto che non si richiedeva per questo una certezza di fede ha stabilito un giudizio di carità, in base al quale dobbiamo riconoscere quali membri della Chiesa tutti coloro che per confessione di fede, vita esemplare, partecipazione ai sacramenti, confessano con noi un medesimo Dio ed un medesimo Cristo. Essendo per noi necessario riconoscere il corpo della Chiesa per unirci ad esso egli lo ha indicato con segni per noi evidenti. 9. Ecco i dati in base ai quali riconosciamo l'esistenza della Chiesa visibile: ovunque riscontriamo la Parola di Dio essere predicata con purezza, ed ascoltata, i sacramenti essere amministrati secondo l'istituzione di Cristo, non deve sussistere alcun dubbio che quivi sia la Chiesa; non può infatti venir meno la promessa che Cristo ci ha fatto: "dovunque due o tre sono radunati nel nome mio, quivi sono io in mezzo a loro " (Mt. 18.20). Per intendere rettamente questa materia nella sua complessità occorre procedere per gradi considerando i seguenti punti: la Chiesa universale è costituita dalla moltitudine di coloro che sono concordi nella accettazione della verità di Dio e della dottrina della sua Parola, malgrado le diversità di nazionalità e le distanze geografiche che possano sussistere, in quanto è unita da un vincolo di fede. Le Chiese sparse in ogni città e villaggio sono partecipi di questa Chiesa universale, in modo che ognuna di esse ha il titolo e l'autorità di Chiesa, e le persone che sono dichiarate appartenervi per professione di fede, quantunque possano in realtà non costituire la Chiesa, sono da considerarsi appartenenti ad essa finché non ne siano state escluse per giudizio pubblico. Diverso è infatti il criterio di valutazione della Chiesa e dei singoli. Può infatti accadere, che in virtù del comune consenso della Chiesa che le tollera nel corpo di Cristo, siamo chiamati a considerare fratelli e credenti persone che non riteniamo tali. Non riconosceremo a queste persone la qualità di membri della Chiesa dal punto di vista di una valutazione personale, ma concederemo loro di aver posto nel popolo di Dio finché questo non sia loro tolto legalmente. Nei confronti di una comunità invece occorre procedere diversamente. Quando essa possieda il ministero della Parola e lo onori, e mantenga l'amministrazione dei sacramenti, deve essere riconosciuta quale Chiesa in quanto è un fatto certo che la Parola ed i sacramenti non possono sussistere senza frutti. In tal modo noi manterremo quell'unità della Chiesa universale che spiriti diabolici hanno sempre tentato di spezzare, e non annulleremo l'autorità che spetta alle assemblee ecclesiastiche, stabilite in ogni luogo per il bene degli uomini. 10. Abbiamo considerati segni della Chiesa la predicazione della Parola di Dio e l'amministrazione dei sacramenti. Non si può verificare il caso infatti che sussistano questi due elementi senza che fruttifichino con la benedizione di Dio. Non intendo dire che automaticamente ovunque c'è predicazione se ne manifestino i frutti, ma che laddove essa è ricevuta in modo stabile risulta efficace. Perché ovunque la predicazione dell'evangelo è ascoltata con rispetto ed i sacramenti non sono trascurati quivi appare, Cl. Tempo, una forma di Chiesa evidente che non è lecito contestare e di cui non è lecito discutere l'autorità, disprezzare gli ammonimenti, rifiutare le decisioni o avere in non cale le punizioni; e da cui ancor meno è lecito separarsi spezzandone l'unità. Perché Dio tiene in tale conto la comunione con la sua Chiesa da considerare traditore della cristianità ed apostata colui che si estranei da una comunità cristiana in cui siano presenti il ministero della Parola ed i sacramenti. In tanta considerazione tiene la di lei autorità da identificarla con la sua quando sia violata. Poiché non è titolo di poca importanza l'esser definita colonna e base della verità; e la casa di Dio (1 Ti. 3.15). Con questi termini san Paolo afferma che la Chiesa è stabilita custode della verità di Dio affinché questa non venga meno nel mondo, che Dio si serve del ministero ecclesiastico per custodire e mantenere la pura predicazione della sua Parola e mostrarsi paterno nei nostri riguardi, nutrendosi del cibo spirituale e procurandoci con amore quanto risulta necessario alla nostra salvezza. Né si tratta di lode di poco conto quando è detto che Gesù Cristo ha eletto e presa la sua Chiesa quale sposa per renderla pura e senza macchia (Ef. 5.27) , anzi che è il suo compimento (Ef. 1.23). Ne consegue che chiunque si diparte dalla Chiesa rinuncia a Dio ed a Gesù Cristo. Tanto più dobbiamo evitare una così grave rottura con cui, per parte nostra, causiamo la rovina della verità di Dio, rendendoci meritevoli di essere distrutti dai fulmini scagliati con tutto l'impeto della sua ira. Non c'è infatti delitto più odioso che spezzare con la nostra slealtà il santo matrimonio che il figlio unico di Dio si è degnato contrarre con noi. 11. Occorre pertanto osservare diligentemente i contrassegni suddetti e tenerli in dovuta considerazione secondo il giudizio di Dio. Perché le macchinazioni di Satana a nulla mirano con tanto sforzo quanto condurci a una di queste due posizioni: toglierci ogni possibile discernimento della Chiesa, abolendo o cancellando quei segni autentici a cui si possa distinguere, ovvero indurci a disprezzarli alla scopo di separarci dalla comunità della Chiesa e porci in stato di ribellione nei suoi confronti. Il fatto che la pura predicazione dell'evangelo sia stata nascosta per lunghi anni è opera della sua astuzia, e la stessa malizia si manifesta ora nello sforzo di abbattere il ministero che Gesù Cristo ha connesso con la sua Chiesa in modo tale che l'edificazione ne sia compromessa quando esso venga a mancare. Non è forse una tentazione pericolosa anzi perniciosa, che si insinua nel cuore dell'uomo, quando nasce il pensiero di separarsi da una congregazione in cui siano presenti i segni in base ai quali nostro Signore ritiene sia chiaramente evidenziata la sua Chiesa? Ben si vede quanto risulti necessario il vigilare sia da una parte che dall'altra. Onde evitare di essere tratti in inganno dal solo termine di Chiesa occorre perciò saggiare ogni comunità che rivendica questo titolo mediante la prova offertaci dalla Parola di Dio, così come si saggia l'oro. Qualora essa possieda nella Parola di Dio e nei suoi sacramenti l'ordine da lui stabilito, non ci inganneremo nel tributarle l'onore che spetta alla Chiesa. Qualora invece, indipendentemente dalla parola di Dio e dai suoi sacramenti, essa pretenda essere riconosciuta quale Chiesa, ci è chiesto di smascherare questo inganno con chiarezza come ci viene chiesto di evitare, nell'altro caso, la temerarietà. 12. Il fatto che il ministero della Parola rettamente esercitato e la pura amministrazione dei sacramenti siano pegno sicuro e valida garanzia per attestare la presenza della Chiesa in una comunità, è di fondamentale importanza, perché ci ricorda che non dobbiamo respingere alcuna assemblea che mantenga l'uno e l'altra quand'anche sia inficiata da molti difetti. Gli errori, anzi, che si potranno riscontrare nella stessa dottrina o nel modo di amministrare i sacramenti non dovranno allontanarci dalla comunione di una Chiesa in modo definitivo. Gli articoli della dottrina divina infatti non sono tutti dello stesso tipo. La conoscenza di alcuni è fondamentale talché non è lecito avere al loro riguardo il minimo dubbio, in quanto costituiscono i princìpi e gli statuti stessi della cristianità. Vi è un solo Dio, ad esempio, Gesù Cristo è Dio e Figlio di Dio, la nostra salvezza si fonda sulla sua misericordia soltanto e altri simili. Altri sono oggetto di discussione fra le Chiese e non di meno non rompono l'unità della fede. Facciamo un esempio: qualora una Chiesa ritenesse che le anime, separate dal corpo, sono trasferite immediatamente in cielo, ed un'altra, senza voler dare determinazioni precise, pensasse semplicemente che esse vivono in Dio, e questa diversità di opinioni fosse priva di testardaggine e di contestazione, perché dovrebbero queste due Chiese dividersi l'una dall'altra? Se vogliamo essere perfetti dobbiamo avere uno stesso sentimento, e per il rimanente, se abbiamo qualche divergenza, Dio ci rivelerà la soluzione: sono parole dell'apostolo. Non dimostra forse con questo che l'esistenza di qualche dissenso fra i cristiani nelle materie non fondamentali non deve essere fra loro motivo di contrasto e di rottura? È bensì vero che la cosa principale è un accordo in tutto e su tutto ma, considerando che tutti sono contaminati da qualche elemento di ignoranza occorrerà: ovvero negare ogni Chiesa, ovvero perdonare l'ignoranza di coloro che sbagliano in quelle cose che si possano ignorare, senza pericolo per la propria salvezza, e senza che la fede venga meno. Non intendo affatto giustificare gli errori, sia pure minimi, e non vorrei che aumentassero con il relativizzarli o lodarli; affermo però che non si deve per un lieve dissenso abbandonare una Chiesa in cui siano mantenuti, nella loro integrità, la dottrina fondamentale della nostra salvezza ed i sacramenti così come il Signore li ha istituiti. Sforzandoci però di porre rimedio agli errori che in essa ci dispiacciono compiamo solo il nostro dovere. A questo ci induce la parola di san Paolo: se una rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, si alzi a parlare e il precedente si taccia (1 Co. 14.30). Risulta così in base a questo testo che ad ogni membro della Chiesa è affidato il compito di edificare gli altri secondo la misura della grazia che ha in lui, purché questo sia fatto con ordine e decoro, e che non dobbiamo rinunciare alla comunione della Chiesa ma anzi dimorare in essa senza turbarne l'ordine e la disciplina. 13. Nel caso di manchevolezze di natura etica si richiede una sopportazione ancor maggiore. Perché è facile cadere in questo campo ed il Diavolo ricorre a macchinazioni straordinariamente abili per sedurci. Sono sempre esistiti quelli che dando ad intendere di possedere una santità perfetta, quasi fossero angeli di paradiso hanno disprezzato ogni comunità umana in cui si riscontrasse qualche debolezza. Tali furono anticamente i Catari, i sedicenti puri i Donatisti, che si avvicinarono alla follia di costoro. Qualche cosa di simile si verifica al giorno d'oggi fra gli Anabattisti fra quelli che si considerano più abili e più dotti degli altri. Altri peccano per uno sconsiderato zelo di giustizia più che per presunzione. Quando infatti constatano che fra coloro cui l'Evangelo è annunziato i frutti non corrispondono alla dottrina ne deducono subito che quivi non c'è Chiesa. Questo loro risentimento è pienamente giustificato e certo forniamo da parte nostra anche troppi argomenti, né possiamo in alcun modo giustificare la nostra maledetta pigrizia, che Dio non lascia impunita, che anzi ha già iniziato a castigare con terribili verghe. Guai a noi dunque che causiamo scandalo e turbamento, con la nostra sregolata licenza, a quelle coscienze più deboli. Tuttavia anche costoro cadono in errore in quanto oltrepassano i limiti. Laddove il Signore richiede sia adoperata clemenza essi la mettono da parte ed assumono un atteggiamento di intransigenza e di severità. Giudicando non esservi alcuna Chiesa, ove non si riscontri una purezza ed una santità di vita perfette, Cl. Pretesto di odiare il vizio si allontanano dalla Chiesa di Dio, pensando allontanarsi dalla compagnia dei malvagi. Dicono che la Chiesa di Gesù Cristo è santa (Ef. 5.26). Dovrebbero però prestare ascolto a quanto dice egli stesso: È commista di buoni e di malvagi. Corrisponde infatti a realtà la parabola che paragona la Chiesa ad una rete che raccoglie ogni sorta di pesci che permangono indistinti finché non sono tutti giunti a riva (Mt. 13.47). Prestino attenzione a quanto è detto in un'altra parabola: la Chiesa è simile ad un campo seminato a frumento rovinato però dalla zizzania da cui la messe non può essere liberata finché non sia stata portata nel granaio (Mt. 13.24). Ascoltino infine quanto ci è detto in un'altra parabola: È simile ad un'aia su cui il grano è ammucchiato e nascosto sotto la paglia finché non sia riposto nel granaio dopo essere stato passato al vaglio (Mt. 3.12). Il Signore dichiara che sino al giorno del giudizio la sua Chiesa sarà nella triste situazione di essere sempre gravata dalla presenza di uomini malvagi, risultano dunque vani i loro sforzi di volerla in assoluto pura e limpida. 14. Non si può tollerare, affermano costoro, che i vizi regnino ovunque in questo modo. Voglio ammettere che sarebbe augurabile una situazione diversa ma citerò in risposta il ragionamento di san Paolo. Tra i Corinzi le persone che avevano errato non si riducevano ad un piccolo gruppo ma tutto il corpo era quasi interamente corrotto, né vi era solo un tipo di mali ma parecchi. Riguardo alle colpe non si trattava di piccole trasgressioni ma di errori gravissimi. La corruzione non risultava solo di natura morale ma altresì dottrinale. Come si comporta in questa situazione il santo Apostolo, uno strumento cioè scelto dallo Spirito Santo, sulla cui testimonianza è fondata la Chiesa? Cerca forse di separarsi da loro? Li esclude dal Regno di Cristo? Proclama una maledizione definitiva per sterminarli? Nulla di tutto ciò, anzi riconosce in essi la Chiesa di Dio e la comunione dei santi. Se la Chiesa permane fra i Corinzi, quantunque regnino contese, sette, gelosie, si verifichino in gran numero liti e processi, trionfi la malizia, si dia aperta adesione ad un atteggiamento di malvagità che dovrebbe essere esecrato fra gli stessi pagani, quantunque san Paolo sia diffamato, lui che dovrebbe essere riverito come un padre, alcuni si beffino della risurrezione dei morti, distrutta la quale tutto l'Evangelo risulta annientato, quantunque le grazie di Dio siano volte non a favorire la carità ma l'ambizione e molte cose siano fatte in modo disonesto e disdicevole (1 Co. 1.2; 3.3; 5.1; 6.7; 9.1; 15.12) , se dunque la Chiesa permane fra di loro malgrado tutto ciò, e permane in quanto mantengono la predicazione della Parola ed i sacramenti, chi oserà rifiutare il titolo di Chiesa a coloro cui non si può rimproverare neppure la decima parte di quelle colpe? Coloro che giudicano le Chiese attuali con tanto rigore che avrebbero fatto ai Galati che si erano quasi ribellati all'evangelo? Anche fra loro tuttavia san Paolo riconosce l'esistenza di una qualche forma di comunità cristiana. 15. Obiettano altresì che san Paolo rimprovera aspramente ai Corinzi di tollerare nella loro comunità un uomo dalla condotta immorale (1 Co. 5.2); ed aggiunge la considerazione generale secondo cui non è lecito bere e mangiare con un uomo di cattivi costumi. Da questo deducono: se non è lecito mangiare il pane con un peccatore, a maggior ragione non sarà lecito mangiare con lui il pane del Signore che è sacro. Riconosco che è certo grandemente disonorevole che i cani ed i porci abbiano posto fra i figli di Dio, e ancor più lo è il fatto che il sacro corpo di Cristo sia loro offerto. E infatti quando una Chiesa ha norme adeguate non tollera nel suo seno i malvagi per nutrirli né riceve alla Cena buoni e cattivi indifferentemente. Ma poiché i pastori non esercitano sempre una vigilanza rigorosa, ed a volte sono anche più accondiscendenti e tolleranti di quanto converrebbe, o si trovano impediti nell'esercitare la necessaria severità accade che i malvagi non siano sempre esclusi dalla compagnia dei buoni. Ammetto trattarsi di un grave errore né lo voglio sminuire, visto che san Paolo lo condanna con severità, il fatto però che la Chiesa non compia il suo dovere non significa che ognuno debba sentirsi libero di separarsi dagli altri. Ammetto anche che sia compito dei buoni credenti l'astenersi da ogni familiarità con i malvagi, ed il non associarsi, per quanto possibile, ad essi in qualsiasi affare. Una cosa è però il fuggire la compagnia dei malvagi, un'altra il rinunciare la comunione della Chiesa per odio nei loro confronti. Considerando sacrilego il partecipare con i malvagi alla Cena di nostro Signore, si dimostrano molto più intransigenti di San Paolo. Quando infatti egli ci esorta a prendere la Cena con purezza non chiede di procedere all'esame del proprio compagno o della Chiesa tutta ma di se stessi (1 Co. 11.28). Dovessimo considerare peccato il partecipare alla Cena con un uomo indegno, certamente ci avrebbe ordinato di guardarci attorno per controllare che nessuno ci contamini con la sua impurità; limitandosi però ad ordinare che ognuno esamini se stesso egli intende indicare con ciò che la presenza dei malvagi non è tale da nuocere. Conforme a questo è il seguito del suo ragionamento quando afferma che chi mangia indegnamente mangia la sua condanna (nello stesso versetto 29). Non dice la condanna altrui ma la propria; giustamente. Poiché non spetta alla decisione del singolo stabilire chi debba essere accolto o respinto. Questa autorità compete alla Chiesa in quanto una decisione di questo tipo non si può attuare senza legittimo ordinamento, come sarà detto appresso. Sarebbe dunque assurdo che un singolo risultasse contaminato dalla indegnità di un altro visto che non ha né la facoltà né l'autorità di respingerlo. 16. Ora, quantunque la tentazione di uno zelo sconsiderato di giustizia minacci anche i migliori, constatiamo che è l'orgoglio e l'errata opinione di essere più santi degli altri a muovere quelli che si dimostrano così pignoli e scrupolosi più che una autentica santità o il desiderio di essa. Coloro che si dimostrano più degli altri audaci nel separarsi dalla Chiesa e si fanno vessilliferi di questi atteggiamenti scismatici non hanno, il più delle volte, altra preoccupazione che mostrarsi migliori di tutti, disprezzando gli altri. Sant'Agostino si esprime con molto buon senso dicendo: "Visto che la norma di una disciplina ecclesiastica concerne essenzialmente l'unità dello Spirito nel vincolo della pace, che l'Apostolo ci esorta a serbare sopportandoci gli uni gli altri, quando questa unità non sia mantenuta non solo il rimedio risulta superfluo ma dannoso e pertanto non è più rimedio. I maligni, che spinti dalla brama di contesa, più che dall'odio verso l'iniquità, si sforzano di attrarre al loro esempio i semplici ovvero di dividerli e sono in realtà gonfi d'orgoglio, ostinati, astuti nello sparger calunnie, bramosi di sedizioni, fanno appello alla severità, per nascondersi, ed usano, per dividere le Chiese, di questi strumenti che debbono adoperarsi con moderazione per correggere i vizi dei fratelli serbando sincerità di affetto e unità di pace ". In seguito egli dà questo consiglio ai credenti che hanno a cuore la pace e la concordia: correggano con umanità quanto sarà possibile e quanto risulterà impossibile correggere lo sopportino con pazienza, tollerando con sentimento di carità gli errori del prossimo, finché Dio li corregga o strappi la zizzania e le cattive erbe e ventili il suo grano eliminandone la paglia. Ogni credente deve tenere a mente questi ammonimenti affinché, volendo essere troppo zelante in quest'opera di giustizia, non si allontani dal Regno dei cieli, il solo vero regno di giustizia. Se Dio vuole che manteniamo comunione con la sua Chiesa, rimanendo inseriti nella comunità ecclesiastica quale esiste fra noi, colui che se ne separa corre il grave pericolo di separarsi dalla comunione dei santi. Chi è tentato di agire in questo modo pensi che nella massa si trovano molti credenti nascosti, e a lui sconosciuti, che pure sono realmente santi davanti a Dio. In secondo luogo consideri che molti fra coloro che gli sembrano viziati, non traggono dai loro vizi motivi di compiacimento o di vanto, ma sono spesso presi dal timore di Dio e si sentono spinti a desiderare una vita migliore e più perfetta. In terzo luogo pensi che non si deve valutare un uomo sulla base di una sola azione perché anche ai più santi accade di cadere gravemente. In quarto luogo consideri che la parola di Dio ha maggior peso ed importanza nel mantenimento della Chiesa di quanto possa avere nel distruggerla la colpa di alcuni malviventi. Consideri infine che il giudizio di Dio e da anteporsi a quello degli uomini quando si tratta di sapere dove è la vera Chiesa.
17. Fanno osservare che, non senza ragione, la Chiesa è detta santa. Dobbiamo però valutare di quale santità si tratti. Se non vogliamo pensare che la Chiesa esista solo laddove è perfetta in ogni sua parte dobbiamo ammettere che non ne troveremo mai una siffatta. È ben vero quanto dice san Paolo, che Gesù Cristo si è dato per la Chiesa al fine di santificarla e dopo averla purificata Cl. Lavacro dell'acqua mediante la Parola, affin di far comparire dinnanzi a se questa Chiesa gloriosa, senza macchia, senza ruga, o cosa alcuna simile, ma santa ed irreprensibile (Ef. 5.25). Ma non è men vero che il Signore è all'opera ogni giorno per cancellare le sue rughe e purificarla da ogni macchia. Ne consegue che la sua santità non è ancora perfetta. La Chiesa deve dunque considerarsi santa nel senso che quotidianamente ricerca ma non possiede ancora la sua perfezione; quotidianamente progredisce e non è ancora giunta al termine della santità, come verrà ampiamente illustrato altrove. Pertanto ciò che i profeti dissero, riguardo a Gerusalemme: che sarà santa e gli stranieri non entreranno in essa (Gl. 4.17) , e il tempio di Dio sarà santo cosicché gli impuri non vi entreranno (Is. 35.8) , non si deve intendere nel senso che non vi sia macchia alcuna nei membri della Chiesa; ma nel senso che ai credenti, in quanto aspirano con sincerità ad una santità e purezza integrale, è attribuita, per bontà divina, quella perfezione che ancora non hanno. Ora quantunque non accada spesso di riscontrare fra gli uomini molti segni di questa santificazione, dobbiamo tuttavia ricordarci che non vi è stata età, dall'inizio del mondo, in cui il Signore non abbia avuto la sua Chiesa, né mai vi sarà. Poiché, quantunque l'intero genere umano, dall'inizio del mondo, sia stato corrotto e pervertito a causa del peccato di Adamo, pure Dio non ha mai cessato di scegliere in questa massa corrotta degli strumenti al suo onore, cosicché non v'è stato periodo della storia che non abbia sperimentato la sua misericordia. È quanto egli ha attestato con promesse sicure dicendo: "Io ho fatto un patto Cl. Mio eletto; ho fatto questo giuramento a Davide mio servo: io stabilirò la tua progenie in eterno, ed edificherò il tuo trono per ogni età" (Sl. 89.4) "Poiché l'Eterno ha scelto Sion, l'ha desiderata per sua dimora: questo e il mio luogo di riposo in eterno " (Sl. 132.13) , ed ancora: "Così parla l'Eterno, che ha dato il sole come luce del giorno e la luna e le stelle perché siano luce alla notte: se quelle leggi vengono a mancare dinanzi a me allora anche la progenie d'Israele cesserà di essere una nazione nel mio cospetto " (Gr. 31.35-36) 18. Di questo atteggiamento ci hanno dato esempio sia Gesù Cristo che gli apostoli, e quasi tutti i profeti. Orribile impressione suscita la lettura di ciò che scrivono Isaia, Geremia, Gioele, Habacuc e gli altri circa il disordine che regnava, ai loro tempi, nella Chiesa di Gerusalemme. La corruzione, sia nel popolo che fra i governanti ed i preti, era tale che Isaia non esita a chiamare gli uni prìncipi di Sodoma e gli altri popolo di Gomorra (Is. 1.10). La religione stessa appare disprezzata o corrotta. Nel campo morale si registrano rapine, saccheggi, slealtà, delitti ed altri simili male azioni. Non di meno i profeti non fondavano nuove Chiese per se e non erigevano nuovi altari per offrire i propri sacrifici a parte; ma quali fossero gli uomini, considerando che Dio aveva posto quivi la sua Parola ed aveva prescritto le cerimonie in uso, adoravano anche fra i malvagi con cuore puro ed alzavano le loro mani pure al cielo. Avrebbero preferito morire cento volte piuttosto che partecipare a queste cerimonie se così facendo avessero pensato di contaminarsi in qualche modo. Nessun altro motivo li induceva dunque a rimanere nella Chiesa, in mezzo ai malvagi, se non il desiderio di mantenere l'unità. Se dunque i santi profeti hanno avuto scrupolo ad allontanarsi dalla Chiesa a motivo dei gravi peccati, non solo di singoli, ma di quasi tutto il popolo, che regnavano allora, troppo grande sarebbe la nostra presunzione qualora osassimo separarci dalla comunione della Chiesa non appena la vita di qualcuno ci sembrasse insoddisfacente, secondo il nostro giudizio, o risultasse non conforme alla professione di fede cristiana. 19. Similmente che dovremmo dire dei tempi di Gesù e dei suoi apostoli? Né l'empietà radicata dei farisei né la vita dissoluta del popolo hanno impedito loro di partecipare ai sacrifici con costoro, recarsi al Tempio per adorare Dio e fare preghiere solenni; azioni che non avrebbero mai compiute se non avessero avuto la certezza che chi partecipa ai sacramenti di Dio con coscienza pura non è contaminato dalla compagnia dei malvagi. Qualcuno si dichiara insoddisfatto dell'esempio dei profeti e degli apostoli? Riconosca almeno l'autorità di Gesù Cristo. Molto bene si esprime san Cipriano quando dice: "quantunque vi sia del grano cattivo nella Chiesa e dei vasi impuri non dobbiamo per questo ritirarci da essa, al contrario dobbiamo impegnarci ad essere buon frumento e vasi d'oro o d'argento; il compito di spezzare i vasi di terra spetta a Gesù Cristo solo cui è stato affidata, a questo scopo, la verga di ferro. Nessuno si attribuisca ciò che spetta al solo figlio di Dio: strappare la zizzania, pulire l'aia, ardere la paglia per separarla dal buon grano, sulla base di un giudizio umano è valutazione orgogliosa e sacrilega presunzione ". Ci siano pertanto chiari questi due punti: colui che abbandona di sua spontanea volontà la comunione esterna con una Chiesa in cui la Parola di Dio sia predicata ed i sacramenti di Dio amministrati, non ha giustificazione alcuna. Secondo, i vizi altrui, quantunque numerosi, non ci impediscono di professare quivi la nostra fede cristiana facendo uso, con costoro, dei sacramenti di nostro Signore, poiché una retta coscienza non è ferita dall'altrui indegnità, fosse del pastore stesso, né cessano di essere salutari per un uomo puro ed integro i sacramenti di nostro Signore, anche se ricevuti da cattivi ed impuri. 20. L'arroganza e la presunzione di costoro va oltre, in quanto non riconoscono nessuna Chiesa se non pura da ogni minima traccia di mondanità; anzi si scagliano con violenza contro i pastori che si sforzano di compiere il loro dovere perché, nell'esortare i credenti a migliorare, ricordano loro che saranno, durante tutta la loro vita, macchiati da qualche vizio e li incitano perciò ad umiliarsi davanti a Dio per ottenere perdono. Questi autorevoli censori, infatti, muovono l'obiezione che così facendo si allontana il popolo dalla perfezione. Riconosco certo che nell'incitare gli uomini a santità non si deve essere né tiepidi né vili, ma anzi ci si deve impegnare con energia. Il far credere però agli uomini che la perfezione sia raggiunta mentre sono ancora per strada significa pascerli di sogni diabolici. È pertinente il nesso stabilito nel Simbolo apostolico tra la remissione dei peccati e la Chiesa; quella infatti non può essere ottenuta se non da coloro che sono membri di questa, come dice il profeta (Is. 33.14). Questa Gerusalemme celeste deve essere anzitutto edificata perché possa attuarsi, in un secondo tempo, questa grazia: che cioè a tutti coloro che ne saranno cittadini siano rimessi i peccati. Dicendo che la Chiesa deve essere edificata per prima non penso che essa possa esistere in qualche modo senza la remissione dei peccati, ma nel senso che il Signore non ha offerto la sua misericordia se non alla comunione dei santi. Il nostro ingresso nella Chiesa e nel Regno di Dio è dunque rappresentato dalla remissione dei peccati (senza la quale non abbiamo alcun patto né alcuna comunione con Dio ) , come è dimostrato dal profeta Osea: "In quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e spezzerò l'arco e la spada e farò cessare ogni guerra sulla terra e farò riposare gli uomini in pace. Ed io ti fidanzerò a me per l'eternità: ti fidanzerò a me in giustizia, in equità, in misericordia e in compassione " (Os 2.20). Vediamo come nostro Signore ci riconcilia a se mediante la sua misericordia. Similmente in un altro testo quando annunzia che raccoglierà il popolo che aveva disperso nella sua ira: "Io li purificherò di tutta l'iniquità con la quale hanno peccato contro di me " (Gr. 33.8). Siamo pertanto accolti nella comunione della Chiesa mediante il segno della purificazione e ci è così mostrato che non abbiamo alcun accesso alla famiglia di Dio se non sono prima, per sua bontà, nettate le nostre sozzure. 21. Di fatto la remissione dei peccati non rappresenta solo la forma con cui Dio ci accoglie nella sua Chiesa una volta, ma lo strumento con cui ci mantiene e conserva in essa. A che scopo infatti nostro Signore ci offrirebbe un perdono che non recasse alcuna utilità? In realtà la misericordia di Dio risulterebbe vana ed inefficace se ci venisse concessa solo una volta. Di questo ogni credente può rendersi conto visto che non c'è nessuno che non si senta durante tutta la vita colpevole di molte manchevolezze, bisognoso della misericordia di Dio. Non è senza ragione che Dio promette ai suoi servi, in modo particolare, di essere sempre misericordioso ed ordina che questo messaggio sia loro quotidianamente annunziato. È perciò chiaro che perennemente gravati dai residui del peccato non potremmo, finché viviamo, sussistere un solo istante nella Chiesa se non ci soccorresse assiduamente la grazia di Dio Cl. Perdono dei nostri peccati. Ma il Signore ha chiamato i suoi a salvezza eterna; essi devono dunque sapere che la sua grazia e costantemente pronta a perdonare i loro peccati. Si deve perciò ritenere questo punto fermamente stabilito: in virtù della misericordia di Dio, i meriti di Gesù Cristo, la santificazione dello Spirito Santo, ci è stata procurata la remissione dei peccati e essa ci è quotidianamente data in quanto siamo uniti al corpo della Chiesa. 22. Per questo il Signore ha dato le chiavi alla sua Chiesa affinché avesse la dispensazione di questa grazia per farcene partecipi. Quando infatti Gesù Cristo ha dato istruzioni ai suoi apostoli ed ha trasmesso loro potestà di rimettere i peccati (Mt. 16.19; 18.18; Gv. 20.23) , non era solo affinché sciogliessero coloro che si convertivano alla fede cristiana e facessero questo una volta soltanto, ma affinché esercitassero questo ufficio in modo costante nel riguardo dei credenti. Questo insegna san Paolo quando scrive che Dio ha affidato ai ministri della sua Chiesa la missione della riconciliazione, per esortare quotidianamente il popolo a riconciliarsi con Dio nel nome di Cristo (Il Corinzi 5.18.20). Pertanto è nella comunione dei santi che i peccati ci sono continuamente rimessi mediante il ministero della Chiesa quando i preti ed i vescovi, cui è affidato questo incarico, confermano le coscienze dei credenti mediante le promesse dell'evangelo attestando loro che Dio vuole perdonare ed usare misericordia, sia in forma pubblica che privata, secondo le necessità. Vi sono credenti così deboli da richiedere una consolazione in forma privata e con un carattere particolare e san Paolo afferma di aver ammaestrato il popolo nella fede in Gesù Cristo non solo con discorsi pubblici ma anche nelle case ricordando ad ognuno la sua salvezza (At. 20.20). Occorre a questo punto prendere nota di tre elementi. I credenti non possono sussistere davanti a Dio, finché abitano in questo corpo mortale, se non in virtù della remissione dei loro peccati in quanto permangono sempre miseri peccatori qual sia il grado di santificazione da essi raggiunto. Il secondo fatto è che tale beneficio è affidato in custodia alla Chiesa cosicché non possiamo ottenere perdono delle nostre colpe dinanzi a Dio se non perseverando nella comunione con essa. Il terzo fatto è che la distribuzione e la elargizione di questo beneficio avvengono per mezzo dei ministri e dei pastori sia nella predicazione dell'evangelo che nei sacramenti, anzi consiste essenzialmente in questo il potere delle chiavi. Ad ognuno è dunque chiesto di ricercare la remissione dei peccati laddove Dio l'ha posta. Il problema della riconciliazione pubblica, che fa parte della disciplina, sarà esaminato a suo tempo. 23. È necessario confermare le coscienze nei riguardi di questo errore così pestilenziale, in quanto gli spiriti irrequieti, di cui stiamo discorrendo, si sforzano di sottrarre alla Chiesa questa unica garanzia di salvezza. Nella Chiesa antica i Novaziani hanno recato turbamento con questa falsa dottrina; ma nel tempo presente alcuni Anabattisti assomigliano loro non poco in questo genere di fantasticherie. Immaginano che il popolo di Dio sia rigenerato mediante il battesimo ad una vita pura ed angelica, che non deve essere contaminata da alcuna macchia carnale. Qualora accada che dopo il battesimo i credenti scadano dalla grazia non rimane loro altra possibilità che l'attesa dell'inesorabile rigore di Dio. Non lasciano in sostanza alcuna speranza di perdono e di misericordia a quei peccatori che siano incorsi a qualche peccato dopo aver ricevuto la grazia di Dio. Questo perché non ammettono nessun'altra remissione dei peccati, se non quella mediante cui siamo rigenerati all'inizio della vita cristiana. Non c'è menzogna più chiaramente confutata nella Scrittura, tuttavia poiché questa gente trova persone semplici da ingannare (come Novaziano che ebbe anticamente non pochi seguaci) dimostriamo brevemente quanto tale errore sia pericoloso per loro e per gli altri. Primo: tutti i santi, formulando quotidianamente, secondo il comandamento di Dio, la richiesta che i loro peccati siano perdonati (Mt. 6.12) , confessano esplicitamente di essere peccatori. E non chiedono invano, ché il Signore Gesù non ci ha ordinato di domandare cose che non intenda darci. Anzi, avendo promesso che la preghiera da lui insegnataci sarebbe stata esaudita dal Padre nella sua totalità, formula una specifica promessa per questa particolare richiesta. Che potremmo chiedere di più? Il Signore desidera che tutti i santi si riconoscano peccatori quotidianamente durante tutto il corso della loro vita e promette il suo perdono. Non è forse presunzione il voler negare che siano peccatori o il volerli escludere da ogni grazia quando abbiano errato? Chi dobbiamo perdonare settanta volte sette, cioè sempre? (Mt. 18.22). Non sono forse i nostri fratelli? Perché ci verrebbe chiesto questo perdono se non affinché fossimo imitatori di Dio nella sua clemenza? Dio perdona dunque non una o due volte ma ogni qualvolta il misero peccatore si volge a lui prostrato e turbato dalla coscienza delle sue colpe. 24. Volendo risalire alle origini della Chiesa: i patriarchi erano circoncisi, accolti nel patto di Dio, erano indubbiamente stati educati dai loro padri a seguire giustizia ed integrità eppure tramarono di uccidere il loro fratello (Ge 37.18) : delitto abominevole, degno dei peggiori briganti del mondo. Moderati infine dalle raccomandazioni di Giuda lo vendettero (37.18). Si trattava però sempre di una crudeltà intollerabile. Simeone e Levi, per vendicare la sorella, massacrarono tutta la popolazione di Sichem, provvedimento che non spettava loro di prendere e fu perciò deplorato dal padre (34.25). Ruben commise un esecrabile incesto con la moglie di suo padre (35.22). Giuda, contravvenendo alla naturale moralità, si prostituì con la nuora (38.16). Eppure lungi dall'essere cancellati dal popolo eletto furono stabiliti a capo di esso. Che diremmo di Davide? Di qual offesa si rese responsabile per soddisfare la sua concupiscenza, spargendo il sangue di un uomo innocente, lui magistrato responsabile della giustizia? (2 Re 11.4-5). Si tratta di un uomo già rigenerato che aveva dato una prova eccellente, al di sopra degli altri figli di Dio. Eppure commise un delitto di cui si sarebbero vergognati i pagani. Questo non impedì che ottenesse misericordia (1 Re 12.13). Per non soffermarci troppo a lungo su casi particolari quante prove abbiamo della misericordia di Dio verso gli Israeliti? Quante volte ci è mostrato che il Signore fu loro propizio! Quale e infatti la promessa di Mosè al popolo quando ritornerà a Dio dopo essere caduto in idolatria ed aver abbandonato il Dio vivente?: "l'Eterno farà ritornare i tuoi dalla schiavitù, avrà pietà di te, e ti raccoglierà di nuovo di fra tutti i popoli, fra i quali l'Eterno ti aveva disperso. Quand'anche i tuoi esuli fossero all'estremità dei cieli l'Eterno ti raccoglierà di là " (De 30.3-4) 25. Non intendo iniziare un elenco che non avrebbe fine. I profeti infatti sono pieni di queste promesse che annunciano misericordia al popolo che pur si era reso colpevole di infiniti delitti.
Esiste forse iniquità maggiore della ribellione, detta appunto per questo divorzio fra Dio e la sua Chiesa? Non di meno essa pure è perdonata dalla bontà di Dio: "Chi è l'uomo, dice Dio per bocca di Geremia, la cui moglie si prostituisca che la accoglie nuovamente? Ora tutto il paese è contaminato dalla tua prostituzione, popolo di Giuda; la terra ne è piena. Non di meno torna a me e ti accoglierò poiché sono santo e non serbo l'ira in perpetuo " (Gr. 3.1.12). Certo non vi può essere altro sentimento in colui che dichiara non desiderare la morte del peccatore ma la sua conversione e la sua vita (Ez. 18.23.32). Perciò Salomone, dedicando il Tempio, lo consacrava a questo uso: vi fossero esaudite le preghiere fatte per ottenere la remissione dei peccati: "Quando peccheranno contro di te (poiché non v'è uomo che non pecchi ) e tu ti sarai mosso a sdegno contro di loro e li avrai abbandonati in balia del nemico che li menerà in cattività in un paese ostile e lontano, se, nel paese dove saranno schiavi, rientrano in se stessi, se tornano a te e ti rivolgono supplicazioni e dicono Signore abbiamo peccato, abbiamo agito iniquamente, siamo stati malvagi, e così pregando guardano al loro paese, il paese che tu desti ai loro padri, alla casa in cui siamo esaudisci dal cielo le loro preghiere e sii propizio verso il tuo popolo che ha peccato contro di te e perdona le trasgressioni di cui si è reso colpevole verso di te " (3Re 8.46-50) E non è invano che Dio, nella Legge, ha ordinato sacrifici regolari per il peccato del popolo (Nu. 28.3); egli non avrebbe suggerito questo rimedio se non avesse saputo che i suoi servitori sono costantemente contaminati da vizi. 26. Ora domando se, a causa della venuta di Cristo in cui è stata manifestata ogni pienezza di grazia, i credenti siano stati privati del privilegio di poter chiedere perdono per le loro colpe e ottenere perdono quando abbiano offeso Dio? Questo equivarrebbe ad affermare che Cristo è venuto per la rovina anziché per la salvezza dei suoi in quanto la bontà di Dio, sempre offerta ai santi dell'antico Testamento, risulterebbe ora annullata. Se però prestiamo fede alla Scrittura che afferma in modo chiaro ed esplicito che in Cristo la grazia di Dio ed il suo amore per gli uomini sono stati pienamente manifestati, sono state messe in evidenza le ricchezze della divina misericordia (Tt 1.9; 3.4; 2Ti 1.9) e la riconciliazione con gli uomini è stata realizzata, non v'è dubbio che la sua clemenza sia ora esplicata in modo più abbondante di prima, anziché essere sminuita ed impoverita. Possediamo anche chiari esempi di questo fatto. San Pietro, pur avendo udito dalla bocca di Gesù Cristo che chiunque non avrebbe confessato il suo nome davanti agli uomini sarebbe stato da lui disconosciuto davanti agli angeli del cielo (Mt. 10.33; Mr. 8.38) , lo rinnegò tre volte, e con imprecazioni (Mt. 26.74). Eppure non è stato escluso dal perdono. Quelli fra i Tessalonicesi che vivevano disordinatamente sono puniti da Paolo, in modo tale però da essere condotti al pentimento (2 Ts. 3.11-12.15). Anche san Pietro non respinge in una situazione disperata Simon Mago ma gli offre una valida speranza invitandolo a pregare Dio per il suo peccato (At. 8.22). 27. Non si dà forse anzi il caso che gravi errori abbiano anticamente dominato interamente una Chiesa? Che faceva san Paolo in tal caso se non ricondurre tutto il popolo sulla retta via piuttosto che abbandonarlo in una situazione di maledizione senza scampo? Il sovvertimento compiuto dai Galati non era colpa leggera (Ga 1.6; 3.1; 4.9). Ancora meno scusabili erano i Corinzi in quanto avevano peccati altrettanto gravi e più numerosi dei Galati. Ciò nonostante né gli uni né gli altri sono esclusi dalla bontà di Dio. Al contrario, quelli che più degli altri avevano gravemente peccato per immoralità, dissolutezza vengono esplicitamente invitati al ravvedimento (2 Co. 12.21). Poiché il patto che nostro Signore ha stabilito con Cristo e con tutte le sue membra permane e permarrà inviolabile; e questo viene dichiarato quando e detto: che se i suoi figli abbandonano la mia legge e non camminano secondo i miei ordini, se violano i miei statuti e non osservano i miei comandamenti io punirò la loro trasgressione con la verga, e la loro iniquità con percosse; ma non ritirerò loro la mia benignità e non smentirò la mia fedeltà " (Sl. 89.31-34) Infine nell'ordine del Simbolo ci è mostrato che questa grazia e questa clemenza permangono ed hanno sede nella Chiesa, per sempre; dopo aver posto il fondamento della Chiesa viene infatti aggiunta come conseguenza la remissione dei peccati. Bisogna dunque che essa si attui in coloro che sono nella Chiesa. 28. Altri più astuti, rendendosi conto che la dottrina di Novaziano è riprovata dalla Scrittura in modo così evidente, considerano senza remissione non tutti i peccati ma solo le trasgressioni volontarie in cui si incorre coscientemente ed in modo volontario. Così dicendo pensano che siano perdonati solo i peccati commessi per ignoranza. Affermazione temeraria cotesta che non lascia alcuna speranza di perdono per un peccato commesso volontariamente, mentre nella Legge il Signore ha stabilito dei sacrifici per cancellare i peccati del suo popolo compiuti volontariamente, ed altri per cancellare quelli compiuti per ignoranza (Le 4). Ribadisco che non vi è nulla di più chiaro del fatto che il sacrificio unico di Gesù Cristo ha virtù di rimettere i peccati volontari dei credenti, dato che Dio lo ha dichiarato nei sacrifici animali che ne erano prefigurazione. Chi potrebbe discolpare Davide col pretesto dell'ignoranza visto che è chiara la sua conoscenza della Legge? Ignorava forse qual peccato fosse l'adulterio, l'omicidio, lui che ogni giorno li puniva nei suoi sudditi? Forse che i patriarchi pensavano compiere opera buona ed onesta ammazzando un fratello? I Corinzi avevano così poco appreso da poter considerare gradite a Dio, l'incontinenza, la scostumatezza, l'odio, le contese? San Pietro dopo esser stato così premurosamente ammonito ignorava che fosse delitto rinnegare il Maestro? Non chiudiamo dunque per nostra mancanza di umanità la porta alla misericordia divina che così liberalmente si offre a noi. 29. Non ignoro che alcuni dottori antichi hanno visto nei peccati quotidianamente perdonati le colpe lievi che si verificano per debolezza della carne. Erano invece d'avviso che la penitenza solenne, richiesta allora per i peccati gravi, non dovesse essere ripetuta più di quanto sia ripetuto il battesimo. Questa opinione non significa che volessero gettare in uno stato di disperazione colui che fosse ricaduto dopo esser stato accolto una volta a penitenza, o che intendessero sminuire le colpe quotidiane, quasi si trattasse di realtà insignificante davanti a Dio. Sapevano bene che i santi inciampano o cadono spesso in qualche infedeltà, che accade loro di giurare senza necessità, di adirarsi oltre misura, giungendo anzi a volte sino ad ingiurie esplicite, e cadere in altri vizi che nostro Signore non considera piccole debolezze. Si esprimevano in questo modo per mettere in evidenza la differenza tra le colpe private e quelle pubbliche che comportano maggior scandalo nella Chiesa. Il fatto che fossero così restii a perdonare coloro che avevano commesso qualche colpa degna di censura ecclesiastica non deriva dal fatto che essi pensassero che i peccati ottengono difficilmente il perdono divino, con questa severità intendevano creare timore negli altri affinché non cadessero in queste colpe meritevoli della scomunica ecclesiastica. La Parola di Dio però che dobbiamo tenere normativa a questo riguardo richiede maggior moderazione e umanità. Essa infatti insegna che nella disciplina ecclesiastica il rigore non deve spingersi sino al punto da opprimere di tristezza quello di cui si deve procacciare il bene come abbiamo più sopra dimostrato.
CAPITOLO 2 CONFRONTO TRA LA FALSA E LA VERA CHIESA 1. È stato illustrato precedentemente quale importanza debba avere fra noi il ministero della parola di Dio e dei sacramenti, e di quanto onore debbano essere circondati in quanto segno e prova della Chiesa, al punto che ovunque esso permanga nella sua integrità, nessun vizio nel campo dei costumi può impedire che quivi sia la Chiesa. In secondo luogo è stato dimostrato che anche qualora si riscontri, nella dottrina o nei sacramenti, qualche piccolo errore questi non perdono la loro efficacia, ma si debbono anzi perdonare e tollerare tali errori nella misura in cui non intaccano il principio fondamentale della nostra religione e non contraddicono gli articoli di fede cui deve sottostare ogni credente. Per quanto concerne i sacramenti si possono tollerare errori che non cancellano o sovvertono l'istituzione del Signore. Qualora avvenga invece che l'errore si faccia strada sì da distruggere i punti fondamentali della dottrina cristiana e dei sacramenti, talché l'uso ne sia corrotto, la rovina della Chiesa segue così come accadrebbe nella vita di un uomo qualora gli si tagliasse la gola o lo si colpisse al cuore. Lo dimostra san Paolo, affermando che la Chiesa è fondata sulla dottrina dei profeti e degli apostoli, essendo Gesù Cristo la pietra angolare (Ef. 2.20). Se il fondamento della Chiesa è rappresentato dalla dottrina degli apostoli e dei profeti, che insegna ai credenti a porre la loro salvezza in Gesù Cristo soltanto, come potrà l'edificio stare in piedi quando si elimini questa dottrina? È inevitabile dunque che la Chiesa cada quando sia sovvertita la dottrina che la sostiene. Se la Chiesa è colonna e base della verità (1 Ti. 3.15) non v'è dubbio che essa risulti assente ove regnano falsità e menzogna. 2. Essendosi questo verificato in tutto il papismo, è facile dedurre quale Chiesa vi sussista. Il ministero della Parola, sostituito da un governo perverso e farcito di menzogne, che spegne e soffoca la pura luce della dottrina. La santa Cena di nostro Signore, sostituita da un esecrabile sacrilegio. Il servizio di Dio, interamente deturpato da forme di varia superstizione. Sepolto o respinto quell'insegnamento senza cui la cristianità non può sussistere. Le assemblee pubbliche ridotte a scuole di idolatria e di empietà. Non dobbiamo dunque temere, rifiutando di partecipare a questi sacrilegi, di rompere i legami con la Chiesa di Dio. La comunione con la Chiesa non è stata istituita per diventare un vincolo che ci leghi all'idolatria, all'empietà, all'ignoranza di Dio e ad altre infedeltà, ma piuttosto per mantenerci nei timor di Dio e nell'obbedienza alla sua verità. So bene quanto gli adulatori del Papa magnificano la loro Chiesa per far credere che non ve ne sia altra al mondo. E subito concludono, quasi avessero già vinta la loro causa, che tutti coloro che si sottraggono alla sua obbedienza sono scismatici, tutti coloro che osano aprir bocca per contestare la sua dottrina sono eretici. Con quali argomenti provano costoro di essere la vera Chiesa? Si appellano alla storia antica, riferendosi alle situazioni un tempo esistenti in Italia, Spagna, Gallia e rivendicano la loro discendenza da quei santi personaggi che, in queste nazioni, sono stati fondatori delle Chiese ed hanno sopportato lotte e morte per mantenere le loro dottrine. Sostengono che per questo la Chiesa, stabilita fra loro in virtù sia dei doni spirituali di Dio che del sangue dei santi martiri, è stata conservata per successione perpetua dei vescovi in modo da non scadere. Citano l'alta considerazione in cui questa successione è stata tenuta da Ireneo, Tertulliano, Origene, sant'Agostino e gli altri antichi dottori. Sono tuttavia in grado di dimostrare, a chiunque voglia prestare ascolto, quanto siano frivoli e privi di fondamento tali riferimenti. Vorrei altresì esortare coloro che ne fanno uso a prestare attenzione ai miei argomenti, se pensassi poter recare loro un qualche aiuto. Ma poiché essi non hanno alcun riguardo per la verità e cercano solo di mantenere il loro utile privato mi rivolgerò essenzialmente agli uomini onesti e desiderosi di conoscere la verità e mostrerò loro come possano districarsi in tutti questi cavilli. Domando in primo luogo ai nostri avversari perché non fanno riferimento alla situazione dell'Africa, dell'Egitto, dell'Asia. Semplicemente perché è stata quivi interrotta quella successione episcopale, in base alla quale pretendono che la Chiesa sia stata conservata fra loro. Si ribadisce così la tesi che essi hanno la vera Chiesa, in quanto non è mai stata senza vescovi sin dall'inizio, e visto che si sono susseguiti gli uni agli altri ininterrottamente. Che risponderanno se, per parte mia, mi riferisco alla Grecia? In base a quale considerazione, domando, si può affermare che in Grecia la Chiesa è morta, proprio là dove quella successione, che secondo la loro fantasia è l'unico mezzo per conservare la Chiesa, non è mai stata interrotta? Considerano i Greci scismatici; per quale motivo? In quanto, replicano, hanno perso i loro privilegi ribellandosi alla santa Sede apostolica di Roma. E che? Non meriterebbero forse, a più forte ragione, di perderli coloro che si ribellano a Cristo? Da questo deriva che la garanzia fornita dalla loro successione risulta vana quando la verità di Cristo non venga mantenuta, nella sua interezza, così come si è ricevuta dai padri. 3. Si dà così il caso che i difensori della Chiesa romana si valgano oggi degli stessi argomenti cui ricorrevano gli Ebrei nel rispondere ai profeti di Dio, quando questi li redarguivano per la loro cecità, empietà, idolatria. Come quelli si vantavano di possedere il Tempio, le cerimonie, il sacerdozio, realtà in cui ritenevano dovesse ravvisarsi la Chiesa, questi, al posto della Chiesa, ci presentano una esteriorità che spesso si può riscontrare anche dove non vi sia Chiesa, e senza la quale la Chiesa può esistere benissimo. Non è perciò necessario ricorrere, per abbattere costoro, ad altro argomento che a quello adoperato da Geremia per distruggere la vana fiducia degli Ebrei invitandoli a non gloriarsi con parole menzognere dicendo: È il tempio del Signore, è il tempio del Signore, è il tempio del Signore! (Gr. 7.4). Dio infatti non riconosce quale tempio un luogo dove la sua Parola non sia udita od onorata. Perciò, quantunque anticamente la gloria di Dio risiedesse nel Tempio fra i cherubini (Ez. 10.4) ed egli avesse promesso di stabilire quivi la sua sede in perpetuo, quando i sacerdoti ebbero corrotto il suo culto con superstizioni si allontanò e lasciò il luogo privo di gloria. Se quel tempio che sembrava essere destinato a perpetua dimora di Dio è stato invece da lui abbandonato e reso profano non dobbiamo pensare che Dio sia vincolato a luoghi o a persone o determinato da cerimonie esterne in modo da esser quasi costretto a dimorare con coloro che hanno soltanto il titolo e l'apparenza di Chiesa. A questo argomento si riferisce la polemica di Paolo nella lettera ai Romani dal capitolo 9 al 12. Le coscienze deboli erano infatti assai turbate dal fatto che gli Ebrei, pur essendo, apparentemente, il popolo di Dio, non solo respingessero l'Evangelo ma anche lo perseguitassero. L'Apostolo perciò, dopo aver trattato i problemi dottrinali, risponde a questo interrogativo contestando che gli Ebrei, nemici della verità, siano la Chiesa, anche se non manca loro nulla di quanto ci è esteriormente richiesto. L'unica motivazione a cui ricorre è questa: essi non accolgono Gesù Cristo. Egli si esprime in termini ancora più espliciti nella lettera ai Galati, laddove, paragonando Isacco ed Ismaele, dice che parecchi occupano nella Chiesa un posto senza tuttavia possedere l'eredità in quanto non sono stati generati da una madre libera (Ga 4.22). Di qui passa a parlare di due Gerusalemme contrapposte l'una all'altra; come infatti la Legge è stata promulgata sul monte Sinai mentre l'Evangelo è uscito da Gerusalemme così parecchi, pur essendo nati in condizione servile e nutriti in dottrine servili, si vantano sfacciatamente di essere figli di Dio e della Chiesa; anzi, pur non essendo che figliolanza bastarda disprezzano i veri e legittimi figli di Dio. Quanto a noi, poiché è stato una volta proclamato dal cielo: "la serva sia scacciata con i suoi figli " (Ge 21.10) , Ci prevaliamo di tale inviolabile decreto per calpestare tutte le loro stolte millanterie. Perché se pensano potersi inorgoglire della loro professione di fede esteriore, Ismaele, per parte sua, era circonciso; se si fondano sull'antichità, egli era primogenito della casa di Abramo: eppure vediamo che è stato cancellato. San Paolo ce ne rivela il motivo affermando che dobbiamo considerare figli di Dio autentici soltanto coloro che sono stati generati dal puro seme della Parola e sono perciò legittimi. Per questa ragione Dio afferma non essere affatto vincolato a sacerdoti indegni anche se ha promesso nel patto, stabilito con il padre loro Levi, che questi sarebbe suo messaggero. Anzi rivolge contro a loro la gloria a cui falsamente si appellavano contro i profeti asserendo che la dignità della carica sacerdotale deve essere onorata e stimata in modo singolare; dignità questa che ammette volentieri, ma per rendere la loro situazione ancor più grave, visto che per parte sua è pronto a mantenere fedelmente le sue promesse ma sono essi che non ne tengono conto e meritano così di essere rinnegati a causa della loro slealtà. Il valore di una successione di padre in figlio si riduce a questo, qualora manchi una impostazione comune ed una conformità di atteggiamento atte a dimostrare che i successori seguono coloro che li hanno preceduti. In mancanza di questo elemento coloro che hanno imbastardito la loro origine dovranno essere esclusi da ogni onore e cacciati, a meno che si intenda dare il titolo e l'autorità di Chiesa ad una sinagoga, così perversa e degenere quale era ai tempi di Gesù Cristo, Cl. Pretesto che Caifa era successore di molti ottimi sacerdoti, che anzi la successione si era mantenuta ininterrotta da Aronne sino a lui. Questo atteggiamento è così lontano dalla realtà che non sarebbe tollerabile neppure nel caso di un governo civile. È infatti senza senso affermare che la tirannia di Caligola, Nerone, Elagabalo ed i loro simili abbia rappresentato la condizione autentica della città di Roma per il solo fatto che costoro succedettero ai saggi governi stabiliti dal popolo. Nulla è soprattutto più superficiale del voler far riferimento alla successione degli uomini, per valutare lo stato della Chiesa, dimenticando la realtà dottrinale. Gli stessi santi dottori, che a sproposito queste canaglie citano contro di noi, non hanno mai inteso stabilire una sorta di diritto ereditario in campo ecclesiastico ovunque i vescovi si siano succeduti gli uni agli altri. Ma poiché era ris.puto ed evidente che, dall'età apostolica sino al tempo loro, non si era verificato alcun cambiamento di dottrina né a Roma né in altre città essi considerano questo fatto come sufficiente per reprimere ogni errore sorto in tempi recenti: in quanto risultava contrario alla verità che si era mantenuta in modo costante e di comune accordo dal tempo degli apostoli. Questi pasticcioni non ricavano alcun vantaggio dall'imbellettare la loro sinagoga col Nome di Chiesa. Per quanto ci concerne questo termine è certo degno di grande onore, si tratta però di distinguere e sapere che cosa sia la Chiesa. Riguardo a questo non si trovano solo imbarazzati ma immersi nel loro pantano perché scambiano la santa sposa di Gesù Cristo con una prostituta infetta e corrotta. Per non lasciarci ingannare da siffatto travestimento ricordiamo, fra gli altri, quell'avvertimento di sant'Agostino quando dice che la Chiesa è a volte ottenebrata o avvolta da fitte e dense nubi di scandali; a volte appare libera e tranquilla, a volte turbata e sommersa dai flutti dell'afflizione e della tentazione. E ricorda a mo' di esempio che spesso coloro che rappresentano le più solide colonne della Chiesa sono proscritti per la fede o si tengono nascosti qua e là in regioni appartate. 4. Così oggi i difensori della Sede romana, rozzi ed ignoranti quali sono, ci aggrediscono e stordiscono prevalendosi del termine "Chiesa"mentre risulta evidente che Gesù Cristo non ha nemici peggiori del Papa e della sua cricca. La menzione del Tempio, del sacerdozio e di altre simili esteriorità non ci deve impressionare al punto di farci ammettere l'esistenza della Chiesa laddove non sia presente la Parola di Dio. Perché questo è il segno perpetuo con cui il Signore ha segnato i suoi: "chiunque è per la verità, dice, ascolta la mia voce " (Gv. 18.37). E ancora: "io sono il buon Pastore, e conosco le mie pecore, e le mie mi conoscono. Le mie pecore ascoltano la mia voce, e io le conosco, ed esse mi seguono " (Gv. 10.14-27). Poco prima aveva detto che le pecore seguono il loro pastore in quanto conoscono la sua voce e non seguono un estraneo, anzi lo sfuggono perché non riconoscono la voce di estranei (Gv. 10.4). Perché dunque voler volontariamente correre il rischio di errare andando in cerca della Chiesa, mentre Gesù Cristo ce ne ha dato un segno infallibile? Ovunque infatti riscontriamo questo segno possiamo essere certi che quivi è la Chiesa e dovunque esso risulta assente nessun altro elemento ci può fornire indizi sicuri della sua esistenza. San Paolo infatti dice che la Chiesa è fondata non su opinioni umane, né sul sacerdozio ma sulla dottrina dei profeti e degli apostoli (Ef. 2.20). Dobbiamo inoltre discernere Gerusalemme da Babilonia, la Chiesa di Dio dalla congregazione degli infedeli e dei perversi, in base a quell'unico criterio stabilito da Gesù Cristo dicendo: chi è da Dio ascolta la parola di Dio; al contrario chi non la vuole ascoltare non è da Dio (Gv. 8.47). Insomma poiché la Chiesa è il Regno di Dio e Gesù Cristo regna solo mediante la sua Parola chi non comprende che si usano parole menzognere quando si vuol far credere che il Regno di Gesù Cristo sia presente, laddove il suo scettro risulta assente, dove manca cioè quella santa Parola mediante la quale egli governa? 5. Riguardo all'accusa di eresia e di scisma che ci muovono, per il fatto che predichiamo una dottrina diversa dalla loro, non obbediamo alle loro leggi e ai loro regolamenti e teniamo assemblee per conto nostro, sia per quanto concerne le preghiere pubbliche che per l'amministrazione dei sacramenti, si tratta indubbiamente di una accusa grave non tale però da richiedere lunga confutazione. Sono detti eretici e scismatici coloro che creando una rottura nella Chiesa ne spezzano l'unità. Questa unità è costituita da un duplice legame: accordo dottrinale e carità fraterna. È per questa ragione che sant'Agostino opera una distinzione fra eretici e scismatici, affermando che i primi sono coloro che corrompono la purezza della verità con false dottrine, i secondi coloro che rompono i legami con la comunità dei credenti pur mantenendo con essi un accordo riguardo la fede. Occorre anche sottolineare un altro fatto: il legame che dobbiamo mantenere nella carità è condizionato dalla unità di fede in modo tale che questa rappresenta il fondamento, la norma ed il fine di quella. Ci si ricordi pertanto che quando Dio ci raccomanda l'unità della Chiesa questo significa semplicemente che come siamo uniti in Gesù Cristo riguardo alla dottrina così siano congiunti in lui i nostri sentimenti nella carità. Pertanto san Paolo, nell'esortarci all'unità, pone a suo fondamento il fatto che vi sia un solo Dio, una fede ed un battesimo (Ef. 4.5). Ed anche laddove ci esorta ad essere uniti, sia nella dottrina che nella volontà, egli aggiunge subito che questo deve avvenire in Gesù Cristo (Fl. 2.2-5); affermando così che ogni accordo stabilito all'infuori della Parola di Dio è un'associazione di infedeli e non un consenso di credenti. 6. Analogamente san Cipriano, seguendo san Paolo, dichiara che la fonte dell'unità della Chiesa consiste nel fatto che Gesù Cristo è solo vescovo: e aggiunge, come conseguenza, che vi è una sola Chiesa sparsa ovunque così come il sole ha molti raggi ma la luce è una sola, in un albero vi sono molti rami ma vi e un tronco solo che poggia sulle radici, da una sorgente fluiscono parecchi ruscelli che non sottraggono tuttavia alla sorgente la sua unità. I raggi si separino dal nucleo del sole, l'unità che è in esso non verrà spezzata. Si tagli il ramo di un albero, seccherà. Così la Chiesa, essendo illuminata dalla luce di Dio è sparsa in tutto il mondo; nondimeno vi è una sola luce che si estende ovunque e l'unità del corpo non è rotta. Dopo queste considerazioni egli conclude che tutte le eresie e gli scismi provengono dal fatto che non si torna alla fonte della verità, non si cerca il Capo, non si custodisce la dottrina del maestro celeste. Gli avvocati del Papa ci accusino ora di eresia per il fatto che abbiamo abbandonato la loro Chiesa; questo abbandono è semplicemente determinato dal fatto che non vi si tollera, in alcun modo, che la verità sia predicata. Non sottolineo il fatto che sono stati loro a espellerci con i fulmini delle loro scomuniche, la motivazione è però sufficiente ad assolverci, a meno che non si intenda condannare come scismatici gli stessi apostoli visto che la situazione è identica. Ricordo che Gesù Cristo ha preannunciato ai suoi apostoli l'espulsione dalle sinagoghe a causa del suo nome (Gv. 16. 2) , e quelle sinagoghe erano considerate, al loro tempo, vere e legittime Chiese. Poiché dunque è evidente che siamo stati buttati fuori dalla Chiesa del Papa e siamo pronti a dimostrare che questo è accaduto per il nome di Cristo, è necessario ricercarne la causa, prima di poter affermare a nostro riguardo qualcosa sia in un senso che nell'altro. Concedo loro questo punto, se lo vogliono, poiché ritengo sufficiente questa considerazione: era necessario che ci allontanassimo da costoro per avvicinarci a Cristo. 7. Come si debbano valutare le Chiese soggette alla tirannia papale risulterà ancor più evidente quando le si paragoni con l'antica Chiesa di Israele quale la conosciamo dalle descrizioni dei profeti. Nel tempo in cui i Giudei e gli Israeliti osservavano fedelmente il patto con Dio esisteva fra loro una vera Chiesa in quanto, per grazia di Dio, possedevano le realtà costitutive della Chiesa: la dottrina della verità contenuta nella Legge era predicata dai sacerdoti e dai profeti; venivano accolti nella Chiesa mediante il segno della circoncisione; gli altri sacramenti avevano la funzione di esercizi per confermarli nella fede. Non v'è dubbio che possano essere loro riferite per quanto concerne quel tempo tutte le lodi con cui nostro Signore ha onorato la sua Chiesa. Da quando però, allontanandosi dalla legge di Dio, si volsero all'idolatria ed alla superstizione furono parzialmente privati di tale dignità. Chi oserebbe infatti negare il titolo di Chiesa a coloro ai quali Dio ha affidato la sua parola e l'uso dei suoi sacramenti? D'altra parte però chi oserebbe riconoscere, senza riserve, questo titolo ad un'assemblea in cui la parola di Dio fosse apertamente calpestata e fosse annullata la predicazione della verità, che della Chiesa è la forza basilare e l'anima? 8. Come, dirà qualcuno, non è più esistito alcun elemento di Chiesa fra i Giudei da quando si sono volti all'idolatria? La risposta è facile. In primo luogo osserveremo che non sono caduti di colpo nell'eccesso, ma sono andati progressivamente decadendo. Per questo fatto non possiamo affermare che le responsabilità di Israele e di Giuda siano state identiche in questo processo iniziale di allontanamento dal puro culto di Dio. Quando Geroboamo fuse i vitelli, contro l'esplicito divieto di Dio, e scelse per i sacrifici un luogo che non era lecito scegliere, egli condusse la religione di Israele alla corruzione totale. Fu invece per cattiva condotta e superstizioni che i Giudei si contaminarono prima di giungere ad una qualche forma palese di idolatria. Infatti, quantunque avessero già dal tempo di Roboamo introdotte parecchie cerimonie perverse, tuttavia, dato che a Gerusalemme si manteneva ancora la dottrina della Legge, l'ordine del sacerdozio e le cerimonie, quali Dio le aveva istituite, i credenti si trovavano in una condizione ecclesiastica tollerabile. In Israele da Geroboamo sino al regno di Achab non vi fu alcun miglioramento. Anzi, da quel momento, le cose presero ad andare di male in peggio. I suoi successori, sino alla distruzione del regno, furono in parte simili a lui e i migliori seguirono l'esempio di Geroboamo. Comunque si giudichi furono, nel complesso, pessimi idolatri. In Giuda si ebbero molti cambiamenti. Poiché alcuni dei re corrompevano il culto di Dio con false superstizioni, gli altri si sforzavano di riformare gli abusi che si erano verificati. I sacerdoti stessi infine, contaminarono il tempio di Dio con idolatrie evidenti. 9. Neghino ora, se lo possono, i papisti, nello sforzo di trovar giustificazioni ai loro errori, che la Chiesa sia men corrotta e depravata fra loro di quanto fosse il regno di Israele sotto Geroboamo. La loro idolatria e assai più grave, e non sono più puri, riguardo alla dottrina, neppure di un'oncia, anzi sono forse ancor più corrotti. Dio mi è testimone, e lo saranno tutti coloro che sono dotati di retto giudizio, che non esagero su questo punto, e la realtà stessa lo dimostra. Volendo costringerci alla comunione con la loro Chiesa richiedono da noi due cose. In primo luogo che prendiamo parte a tutte le loro preghiere, sacramenti, cerimonie. In secondo che attribuiamo alla loro Chiesa tutto l'onore, il potere, i diritti che Gesù Cristo attribuisce alla sua Chiesa. Riguardo al primo punto riconosco che i profeti, che hanno vissuto a Gerusalemme nei tempi in cui la situazione generale era già fortemente corrotta, non hanno offerto sacrifici a parte, e per pregare non hanno costituito assemblee autonome separandosi dagli altri. Infatti avevano il comandamento di Dio che ordinava di recarsi al tempio di Salomone. Sapevano che i sacerdoti leviti, quand'anche indegni di tale ufficio, dovevano tuttavia essere riconosciuti quali ministri legittimi nell'ordine sacerdotale essendo stati ordinati da Dio (Es. 29.9) e non essendo ancora deposti. Inoltre, ed è questo il punto centrale del nostro problema, non erano obbligati ad assumere nessun atteggiamento superstizioso. Anzi non facevano nulla che non fosse istituito da Dio. Si riscontra forse fra i papisti una situazione simile? Difficilmente potremmo adunarci con essi senza essere costretti a contaminarci con atti di palese idolatria. Il vincolo essenziale della comunione che si può avere con essi è rappresentato dalla messa che rifiutiamo come sommo sacrilegio. Se a torto o a ragione è quanto vedremo in altra sede. È sufficiente dimostrare ora che ci troviamo in una situazione diversa da quella in cui si trovavano i profeti, che non erano costretti ad assistere o compiere alcuna cerimonia se non istituita da Dio, anche quando offrivano sacrifici con i malvagi. Se vogliamo trovare un caso analogo al nostro dobbiamo ricavarlo dalla storia del regno di Israele. Secondo l'ordine di Geroboamo la circoncisione era mantenuta, si offrivano sacrifici, la legge continuava ad essere considerata valida, si invocava il Dio adorato dai padri (3Re 13.31). Tuttavia, a causa delle cerimonie inventate e messe in atto contro il divieto di Dio, tutto ciò che vi si faceva doveva essere riprovato come condannabile. Mi si citi infatti il caso di un solo profeta o un credente fedele che abbia adorato o sacrificato in Bethel. Evitavano di farlo, sapendo che non lo avrebbero potuto fare senza contaminarsi con qualche azione sacrilega. Constatiamo dunque che la comunione con la Chiesa non deve essere estesa al punto di richiedere una adesione che implichi forme di culto profane o errate. 10. Un motivo ancor più valido per resistere loro ci è però fornito dal secondo punto. In quanto si afferma che si deve riverenza alla Chiesa e se ne deve riconoscere l'autorità, riceverne le ammonizioni, sottoporsi al suo giudizio, essere in accordo con essa, ne consegue che non possiamo concedere il nome di Chiesa ai papisti senza necessariamente sottoporci ed ubbidire loro. Sono disposto tuttavia a concedere loro volentieri quanto i profeti hanno concesso ai Giudei ed Israeliti del loro tempo, quando la situazione era simile all'odierna o forse migliore. Vediamo che i profeti denunciarono in ogni occasione le assemblee di costoro come conventicole profane (Is. 1.14) che non sarebbe lecito approvare più di quanto sarebbe lecito rinunciare a Dio. Ed in realtà, se tali assemblee fossero state Chiese, Elia, Michea e gli altri profeti di Israele sarebbero stati estranei alla Chiesa; similmente in Giudea, Isaia, Geremia, Osea e gli altri che, agli occhi sia dei profeti e dei preti del loro tempo sia del popolo, apparivano più esecrabili dei pagani. Analogamente, qualora si dovessero considerare Chiese quelle assemblee, risulterebbe che la Chiesa di Dio non è affatto colonna di verità (1 Ti. 3.15) ma sostegno di menzogna, non santuario di Dio ma covo di idoli. Si richiedeva dunque che i profeti non avessero alcuna comunione con tali assemblee poiché questo avrebbe significato un cospirare contro Dio. Per questa stessa ragione sbaglia grandemente chi consideri Chiesa le assemblee che sono sotto la tirannia del Papa, contaminate dall'idolatria, da molte superstizioni, da pessime dottrine, pensando che si debba mantenere questa comunione con esse sino al punto da accettarne le dottrine. Se sono Chiese hanno la potestà delle chiavi; le chiavi sono però legate da un vincolo perenne con la Parola che risulta invece annullata. Anzi se sono Chiese, deve essere riferita loro quella promessa di Gesù Cristo secondo cui tutto quello che avranno legato in terra sarà legato nei cieli (Mt. 16.19; 18.18; Gv. 20.23). Mentre tutti coloro che senza infingimenti fanno professione di essere servi di Gesù Cristo ne sono espulsi. Da questo risulta, ovvero che la promessa di Gesù Cristo è inconsistente, ovvero che queste non sono Chiese, almeno sotto questo aspetto. Il ministero della Parola infine è sostituito da scuole di empietà e da un oceano di errori di ogni genere. Per cui neppure sotto questo profilo sono da considerarsi Chiese, oppure non avremo nessun elemento in base al quale le assemblee sante dei credenti risultino diverse dalle conventicole dei Turchi. 11. Tuttavia come sussistevano fra i Giudei alcune prerogative appartenenti alla Chiesa, così non neghiamo che permangano anche oggi fra i papisti tracce della Chiesa, che sussistono, per grazia di Dio, anche in seguito alla scomparsa della Chiesa. Dio aveva stabilito anticamente il suo patto con i Giudei e questo si manteneva fra loro garantito dalla parola di lui più che dalla loro osservanza. La loro empietà risultava essere un impedimento che il Patto doveva sormontare e, quantunque meritassero, per la loro slealtà, che Dio lo annullasse, nondimeno egli manteneva in mezzo a loro la sua promessa in quanto è costante e fermo nel manifestare la sua bontà. Così la circoncisione non poteva essere corrotta dalle loro mani al punto di non essere più segno e sacramento del patto di Dio. Per questa ragione Dio chiama suoi i figli che nascevano in quel popolò (Ez. 16.20) , che non gli appartenevano affatto se non in virtù d'una speciale benedizione. Nello stesso modo avendo anticamente posto il suo patto in Francia, in Italia, in Germania e in altri paesi, quantunque tutti siano stati in seguito oppressi dalla tirannia dell'anticristo, ha voluto che il battesimo permanesse a testimonianza di quel patto inviolabile il cui valore sussiste malgrado l'empietà degli uomini in quanto è stabilito e deciso dalla sua bocca. Similmente ha fatto sì, nella sua provvidenza, che permanessero altri segni affinché la Chiesa non scomparisse del tutto. Come a volte permangono visibili le fondamenta di edifici demoliti, così nostro Signore non ha permesso che la Chiesa fosse dall'anticristo rasa al suolo al punto che non rimanesse nulla dell'edificio. Perciò pur lasciando che, a motivo dell'ingratitudine degli uomini che avevano disprezzato la sua parola, si producesse una così grande distruzione, ha voluto però che permanesse ancora un qualche residuo a prova e testimonianza che tutto non era abolito. 12. Quando rifiutiamo pertanto ai papisti il titolo di Chiesa, non intendiamo affatto negare che abbiano fra loro qualche elemento di Chiesa; contestiamo soltanto che abbiano la condizione autentica della Chiesa che richiede comunione sia nella dottrina che in tutto quanto appartiene alla professione della nostra fede cristiana. Daniele e san Paolo hanno preannunziato che l'Anticristo si sarebbe seduto nel tempio di Dio (Da 9.27; 2 Ts. 2.4). Noi affermiamo che il Papa è il capo di quel maledetto ed esecrabile dominio, almeno nella Chiesa occidentale. Quando è detto che la sede dell'anticristo sarà il tempio di Dio viene con ciò dimostrato che il suo regno non sarà tale da cancellare il nome di Cristo e della sua Chiesa. Ne consegue che non neghiamo che le Chiese su cui egli esercita la sua tirannia permangano Chiese; ma diciamo che le ha profanate con la sua empietà, le ha tormentate con il suo dominio disumano, avvelenate con false e perniciose dottrine, quasi assassinate cosicché Cristo vi è mezzo sepolto, l'Evangelo soffocato, la fede cristiana bandita, il servizio di Dio abolito. In breve ogni cosa vi si trova sotto sopra al punto che l'aspetto è piuttosto quello di Babilonia che della santa città di Dio. Concludendo, affermo che si tratta di Chiese, in primo luogo perché Dio vi mantiene miracolosamente le tracce del suo popolo anche se miseramente disperse. In secondo luogo in quanto vi permangono alcuni elementi della Chiesa, principalmente quelli la cui efficacia non può essere abolita né dall'astuzia del Diavolo né dalla malizia degli uomini. D'altra parte però, essendo cancellati quegli elementi che, in questo dibattito si debbono prendere in considerazione, affermo che non c'è autentica forma di Chiesa né nelle singole membra né nell'insieme del corno.
CAPITOLO 3 DEI DOTTORI E MINISTRI DELLA CHIESA, DELLA LORO ELEZIONE E DEL LORO UFFICIO 1. È necessario esaminare ora con quale ordine Dio abbia voluto fosse governata la sua Chiesa. Quantunque, infatti, lui solo abbia a governare e regnare su di essa e avere in essa ogni preminenza, il suo dominio e il suo regno si debbano esercitare mediante la sua parola soltanto, egli tuttavia non dimora in mezzo a noi con una presenza visibile (Mt. 26.2) , in modo tale che possiamo udire dalla sua bocca stessa qual sia la sua volontà, perciò si serve, a questo scopo, del servizio di uomini, facendoli suoi luogotenenti; non per rassegnare il suo onore e la sua autorità nelle loro mani, ma soltanto per compiere, per mezzo loro, la sua opera come un artigiano si serve di uno strumento. Sono costretto a ripetere quanto detto sopra. E bensì vero che egli potrebbe compiere questo da solo, senza aiuto o strumento alcuno, o mediante i suoi angeli, sussistono però alcuni motivi per cui egli preferisce agire per mezzo di uomini. In primo luogo egli mostra così quale considerazione abbia per noi, in quanto sceglie fra gli uomini coloro che vuole suoi ambasciatori, con la missione di annunziare la sua volontà al mondo, i quali anzi, rappresentano la sua persona; in questo dimostra che in effetti non è senza ragione che ci chiama frequentemente "suoi templi ", visto che ci parla per bocca degli uomini come da cielo. In secondo luogo si tratta di un esercizio utile e profittevole in vista dell'umiltà, in quanto ci abituiamo ad obbedire alla sua parola anche quando sia predicata da uomini simili a noi; a volte anzi inferiori in dignità. Se egli stesso parlasse dal cielo non desterebbe stupore il fatto che tutti accoglierebbero il suo dire con riverenza e timore. Chi infatti non sarebbe stupito dalla sua potenza qualora la vedesse palese dinanzi agli occhi? Chi non sarebbe spaventato al primo sguardo della sua maestà? Chi non sarebbe confuso vedendo la sua luce infinita? Quando però parla nel nome di Dio un uomo di misera condizione e senza autorità alcuna quanto alla sua persona, in tal caso diamo prova autentica e certa della nostra umiltà e dell'onore che abbiamo per Dio, non facendo difficoltà a mostrarci sottomessi al suo ministero, quantunque la sua persona non abbia alcuna superiorità nei nostri confronti. Dio nasconde così il tesoro della sua celeste sapienza in fragili recipienti di terra (2 Co. 4.7) allo scopo di sperimentare meglio quale sia l'affetto che abbiamo per lui. In terzo luogo, nulla poteva essere più atto a mantenere fra noi uno spirito di fraterna carità che il legarci con questo vincolo, ordinando che uno fosse pastore per ammaestrare gli altri e facendo sì che questi ricevano da lui insegnamento e istruzione. Perché, se ognuno avesse in se tutto ciò che gli occorre, senza aver bisogno degli altri, dato il carattere orgoglioso della nostra natura, ognuno di noi disprezzerebbe il suo prossimo e sarebbe da lui disprezzato. Dio pertanto ha collegato la sua Chiesa con un legame che considerava essere il più idoneo, per conservarne l'unità, affidando ad uomini la salvezza e la vita eterna affinché fosse mediata agli altri per mezzo loro. Questo considerava san Paolo quando, scrivendo agli Efesini, diceva: "Vi è un corpo unico ed un unico Spirito, come pure siete stati chiamati ad un'unica speranza, quella della vostra vocazione. 5'è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un Dio unico e Padre di tutti, che è sopra tuttora tutti ed in tutti. Ma a ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura del dono largito da Cristo. È detto perciò che, essendo salito ha condotto i suoi nemici prigionieri, e ha fatto dei doni agli uomini. Colui che e salito era innanzi sceso, ed è ris.lito per compiere ogni cosa. Perciò ha ordinato gli uni apostoli, gli altri profeti, gli altri evangelisti, gli altri pastori e dottori per il perfezionamento dei santi, per l'opera del ministero, in vista di edificare il corpo di Cristo, finché giungiamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del figlio di Dio, allo stato di uomini fatti; affinché non siamo dei bambini sballottati da ogni vento di dottrina, ma che, seguitando verità in carità, noi cresciamo in colui che è il Capo, cioè Cristo, da cui il corpo essendo ben collegato mediante le sue giunture prende accrescimento nella carità, secondo la grazia che è data a ciascun membro " (Ef. 4.4) 2. Con queste parole viene affermato in primo luogo che il ministero degli uomini, di cui Dio si serve per governare la sua Chiesa, è come il legame dei nervi per unire in un corpo i credenti. In secondo luogo è dimostrato che la Chiesa non si può mantenere nella sua interezza se non valendosi di questi mezzi che il Signore ha istituiti per la sua conservazione: "Gesù Cristo "dice "è salito in alto per compiere o riempire ogni cosa " (Ef. 4.10). Ora, il mezzo per raggiungere questa pienezza è la dispensazione e la distribuzione alla Chiesa delle sue grazie, mediante i suoi servi, che ha insediato in questo ufficio, e a cui ha dato la facoltà di assolvere; anzi, in loro, egli si rende presente alla Chiesa dando efficacia al loro ministero per virtù del suo Spirito affinché la loro opera non risulti vana. Così dunque si compie il perfezionamento dei santi, così viene edificato il corpo di Cristo (Ef. 4.12) , così cresciamo in ogni cosa in colui che è il capo, e siamo fra noi uniti, così siamo tutti ricondotti all'unità di Cristo: quando cioè la profezia si attua fra noi, riceviamo gli apostoli, non disprezziamo a dottrina che ci viene offerta. Chiunque intenda abolire tale ordinamento e tale governo, ovvero lo disprezzi, considerandolo non necessario lavora dunque a disperdere la Chiesa anzi a ditruggerla interamente. Non v'è infatti luce solare, cibo o bevanda che sia così necessario alla conservazione della vita del corpo quanto lo è il ministero degli apostoli e dei pastori, per la conservazione della Chiesa. 3. Perciò ho già stabilito che nostro Signore ha esaltata la dignità di tale ufficio con ogni lode, affinché lo tenessimo in considerazione quale realtà eccellente fra tutte. Quando ordina ai profeti di gridare che sono belli i piedi degli evangelisti e che la loro venuta è motivo di felicità (Is. 52.7) , quando chiama gli apostoli "luce del mondo "e "sale della terra " (Mt. 5.13-14) dimostra con ciò di voler fare agli uomini una grazia singolare dando loro dei dottori. E infine non avrebbe potuto tenere in maggior considerazione questo stato che dicendo agli apostoli: "Chi vi ascolta mi ascolta; chi vi respinge mi respinge " (Lu 10.16). Nessun testo però è più chiaro di quello della epistola ai Corinzi dove Paolo affronta di proposito questa questione. Egli afferma che non v'è nulla di più degno ed eccellente nella Chiesa che il ministero dell'evangelo, in quanto ministero dello Spirito, della salvezza, della vita eterna (2 Co. 4.6; 3.9). Tutte queste dichiarazioni, ed altre simili, hanno lo scopo di ammonirci a non disprezzare o annullare, per noncuranza nostra, il governo della Chiesa mediante il ministero degli uomini che Gesù Cristo ha istituito per durare sempre. Anzi ha dichiarato non solo a parole ma con l'esempio quanto ciò fosse necessario. Volendo illuminare in modo completo, nella conoscenza dell'evangelo, il centurione Cornelio gli mandò un messaggero per metterlo in contatto con san Pietro (At. 10.3). Quando volle chiamare a se san Paolo e riceverlo nella sua Chiesa gli parlò direttamente, nondimeno lo rimandò ad un uomo mortale per ricevere la dottrina della salvezza ed il sacramento del battesimo (At. 9.6). Se non è accaduto a caso che un angelo, messaggero di Dio ben altrimenti qualificato, si sia trattenuto dall'annunziare l'Evangelo ma sia andato in cerca di un uomo per farlo, che Gesù Cristo, unico maestro dei credenti, anziché istruire san Paolo lo abbia inviato alla scuola di un uomo, quel san Paolo, si noti, che intendeva rapire al terzo cielo per rivelargli segreti ineffabili (2 Co. 12.2) chi oserà, dopo questo, disprezzare il ministero umano o lasciarlo come cosa superflua, visto che nostro Signore ne ha approvato in questo modo l'uso e la necessità. 4. Facendo menzione di coloro che nella Chiesa occupano un posto di preminenza per reggerla secondo l'ordine di Cristo, san Paolo parla in primo luogo degli apostoli, poi dei profeti, in terzo luogo degli evangelisti, poi i pastori e infine i dottori (Ef. 4.2). Fra tutti costoro, pero, due sono gli uffici a carattere ordinario nella Chiesa cristiana, gli altri sono stati suscitati per grazia di Dio, all'inizio, quando cioè l'Evangelo cominciò ad essere predicato, quantunque a volte ne susciti oggi ancora quando se ne presenta la necessità. Quale sia l'ufficio di apostolo ) appare evidente dall'ordine che è stato loro rivolto: "Andate, predicate l'Evangelo ad ogni creatura " (Mr. 16.15). Non vengono assegnati a ciascuno precisi limiti territoriali, ma è affidato loro l'incarico di ridurre all'obbedienza di Cristo il mondo intero, affinché, seminando l'Evangelo ovunque sia possibile, stabiliscano il suo Regno in ogni nazione. Perciò san Paolo, volendo garantire il suo apostolato, non dice di aver acquisito a Cristo luoghi determinati, ma di aver annunziato l'Evangelo qua e là, e non costruendo sul fondamento degli altri, ma fondando Chiese dove il nome del Signore Gesù non era ancora stato udito (Ro 15.19-20). Gli apostoli dunque sono stati inviati per ricondurre il mondo dalla dissipazione in cui si trovava, all'obbedienza di Dio ed edificare ovunque il suo Regno, mediante la predicazione dell'evangelo, ovvero, se si preferisce esprimere la cosa diversamente, porre le fondamenta della Chiesa in tutto il mondo come capo mastri della costruzione. San Paolo chiama profeti non ogni commentatore della volontà divina in generale, ma colui che aveva fra gli altri qualche rivelazione particolare. Or di profeti siffatti non ne esistono ai tempi nostri oppure non hanno la notorietà che avevano allora. Col nome di evangelisti egli intende un ufficio simile a quelli degli apostoli, quantunque inferiore a dignità, come furono Luca, Timoteo, Tito e altri simili. Possiamo forse includere in questa categoria i settanta discepoli che Gesù Cristo elesse per essere ministri in secondo grado, dopo i suoi apostoli (Lu 10.1). Se si accetta questa interpretazione del testo di Paolo, come penso debba farsi, questi tre uffici non vennero istituiti per essere perpetui nella Chiesa ma solo per il tempo in cui era necessario organizzare le Chiese laddove non esistevano, o annunciare Gesù Cristo agli Ebrei affin di condurli a lui quale loro Redentore. Non escludo che Dio abbia ancora suscitato degli apostoli, in seguito, o degli evangelisti in loro vece, come vediamo essere accaduto ai nostri giorni. Poiché era necessario che vi fossero tali uomini per ricondurre sulla retta via il misero popolo della Chiesa traviato dall'anticristo. Non dimeno si tratta, lo riaffermo, di un ufficio straordinario che non ha motivo di essere laddove le Chiese siano rettamente organizzate. Seguono i dottori e pastori di cui la Chiesa non può mai fare a meno. Considero che la differenza tra queste due categorie di ministeri consista nel fatto che i dottori non hanno incarico disciplinare, né di amministrazione dei sacramenti, né di fare esortazioni o ammonizioni, ma solo di esporre la Scrittura affinché sia sempre conservata nella Chiesa una dottrina pura e sana. La carica di pastore invece ricomprende tutte queste mansioni. 5. Abbiamo così definito quali siano gli uffici stabiliti per un tempo nella Chiesa e quali siano destinati a durare in perpetuo. Se congiungiamo evangelisti e apostoli siamo in presenza di due coppie di ministeri corrispondenti l'una all'altra. Le affinità tra dottori e profeti si riscontrano tra apostoli e pastori. L'ufficio dei profeti è stato più eccelso, a motivo del dono singolare di rivelazione fatto loro ma l'ufficio di dottore ha in ogni cosa il medesimo scopo e si attua quasi con i medesimi mezzi. Nello stesso modo i dodici apostoli che Gesù Cristo ha scelto per annunziare il suo Evangelo hanno superato in dignità e importanza tutti gli altri. Poiché, quantunque secondo il significato del termine ogni ministro dell'evangelo possa dirsi apostolo (per il fatto di essere inviato da Dio e messaggero ) , tuttavia, poiché richiedevasi che fosse approvato da testimonianze sicure la vocazione di quelli che dovevano annunziare l'Evangelo, In tempi in cui risultava sconosciuto, era opportuno che i dodici che avevano tale incarico (Lu 6.13) , e Paolo aggiuntosi appresso a loro (Ga 1.1) , fossero insigniti di un titolo più eccelso degli altri. San Paolo fa bensì ad Andronico e Giunio l'onore di chiamarli Cl. Nome di "apostoli ", anzi dicendoli eccellenti fra gli altri (Ro 16.7) , quando però intende parlare in senso proprio non attribuisce questo titolo se non a coloro che godevano della suddetta preminenza; tale risulta essere l'uso comune della Scrittura. Tuttavia i pastori ricoprono una carica simile a quella degli apostoli, con l'eccezione che ognuno di essi ha la sua Chiesa particolare. È: necessario esaminare più ampiamente questo punto. 6. Nostro Signore inviando i suoi apostoli in missione ordinò loro, come abbiamo già detto 8, di predicare l'Evangelo e di battezzare ogni credente nella remissione dei peccati (Mt. 28.19). Aveva però ordinato loro, in precedenza, di distribuire, seguendo il suo esempio, il sacramento del suo corpo e del suo sangue (Lu 22.19). Ecco una norma inviolabile imposta a tutti coloro che si dicono successori degli apostoli e che sono tenuti ad osservare in perpetuo: predicare l'Evangelo e amministrare sacramenti. Ne deduco che chi trascuri l'uno o l'altro non ha diritto di rifarsi agli apostoli. Che diremo riguardo ai pastori? San Paolo non parla di se stesso ma di tutti loro quando afferma: "Ci si consideri servi di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio " (1 Co. 4.1). Parimenti, in un altro testo: "Bisogna che il vescovo sia attaccato alla Parola, onde sia capace di esortare nella sana dottrina e di convincere i contraddittori " (Tt 1.9). A queste due citazioni e da altre consimili possiamo dedurre che l'ufficio dei pastori comprende questi due elementi: annunziare l'Evangelo e l'amministrare i sacramenti L'insegnare non consiste solo nella predicazione pubblica, ma comprende altresì le ammonizioni individuali. San Paolo pertanto si appella alla testimonianza degli Efesini affermando che non li ha lasciati senza annunziare loro quanto era utile sapere, insegnando pubblicamente e nelle case, esortando Giude. E Gentili al ravvedimento e alla fede in Gesù Cristo (At. 20.20). Parimenti, poco appresso, dichiara che non ha cessato dall'ammonire tutti con lacrime. Non è mia intenzione esporre in questa sede tutte le qualità di un buon pastore ma di illustrare, brevemente, quale impegno assumano coloro che si dicono pastori e pretendono essere considerati tali: è loro domandato di presiedere nella Chiesa in modo tale da non rivestire una dignità inutile ma di istruire il popolo nella dottrina cristiana, amministrare i sacramenti, correggere gli errori con sagge ammonizioni usando la disciplina paterna usata da Gesù Cristo. Poiché Dio ricorda a tutti coloro che ha posti quali sentinelle della Chiesa che se alcuno perisce nella sua ignoranza a causa della loro negligenza il sangue di costoro verrà loro richiesto (Ez. 3.17). Similmente è da riferirsi a tutti la parola di san Paolo, quando afferma che sono maledetti se non predicano l'Evangelo dato che ne è stata loro rivolta vocazione (1 Co. 9.16. Infine, quanto gli apostoli hanno fatto attraverso il mondo, ogni pastore è tenuto a farlo nella Chiesa che gli è stata affidata. 7. Assegnando ad ogni pastore la propria Chiesa non intendiamo negare che chi si trova impegnato in un luogo non possa utilmente aiutare altre Chiese, sia che vi sorga qualche crisi, che possa essere risolta dalla loro presenza, sia che nascano delle difficoltà, in cui si richieda il loro consiglio. Ma poiché è necessario, per il mantenimento della pace nella Chiesa, che ognuno assolva il suo compito affinché tutti non accorrano nel medesimo luogo recandosi fastidio l'un l'altro e provocando confusione, e, similmente, affinché coloro che tengono il proprio profitto e la propria comodità in maggior considerazione che l'edificazione della Chiesa non abbandonino la loro sede, seguendo la propria fantasia, si deve mantenere, per quanto possibile, questa suddivisione geografica affinché ognuno, mantenendosi nei propri confini, non si immischi degli incarichi altrui. Questa non è invenzione umana ma istituzione di Dio stesso. Leggiamo infatti che Paolo e Barnaba hanno ordinati preti in tutte le Chiese di Listra, di Antiochia e di Iconio (At. 14.22). San Paolo perciò ordina a Tito di consacrare dei vescovi in ogni luogo (Tt 1.5) - Secondo questi princìpi egli menziona i vescovi di Filippi (Fl. 1.1). Ed in un altro testo Archippo, vescovo dei Colossesi (Cl. 4.17). Similmente san Luca riferisce la predicazione che egli fece ai preti della Chiesa di Efeso (At. 20.18). Chi assume pertanto la carica di una Chiesa, sappia che è obbligato a servirla secondo la vocazione divina. Non già che egli sia legato in modo tale da non potersi muovere quando la necessità lo richieda, purché ciò avvenga con ordine. Intendo però che chi è chiamato in un luogo non deve pensare ad effettuare cambiamenti o prendere ogni giorno nuove decisioni secondo il proprio vantaggio. In secondo luogo quando sia utile che qualcuno cambi di sede, vorrei che egli non facesse questo di sua propria iniziativa ma lasciandosi guidare dall'autorità generale della Chiesa. 8. Ho seguito, nell'adoperare indifferentemente i termini: vescovo, prete, pastore, ministro, l'uso della Scrittura che se ne serve per indicare la stessa funzione. Tutti coloro che hanno il compito di amministrare la Parola sono quivi detti vescovi. San Paolo, dopo aver ordinato a Tito di stabilire preti in ogni luogo, aggiunge subito: "bisogna che il vescovo sia irreprensibile " (Tt 1.5-7). Parimenti rivolge il suo saluto ai vescovi di Filippi (Fl. 1.1) , che risultano essere parecchi in un solo luogo. E san Luca, dopo aver detto che san Paolo convocò i preti di Efeso, li chiama vescovi. Si noterà che abbiamo menzionato sin qui solo uffici aventi attinenza con l'amministrazione della Parola, gli unici cui san Paolo si riferisce nel già citato capitolo quarto degli Efesini. Nell'epistola ai Romani e nella I Corinzi però ne elenca altri, quali: "autorità, dono delle guarigioni, governo, interpretazione delle lingue, responsabilità della cura dei poveri ". Tralasciamo quelli che sono stati istituiti solo per un tempo e su cui non occorre per il momento soffermarci. Vi sono però due tipi destinati a durare: il governo e la cura dei poveri. Sono d'avviso che egli indichi, con l'espressione "governo ", gli anziani che venivano eletti nel popolo per assistere i vescovi nell'esercizio della disciplina. Non si può infatti interpretare in altro modo l'affermazione: "Colui che governalo faccia con diligenza " (Ro 12.8). Risulta pertanto che ogni Chiesa ha avuto, sin dall'inizio, un consiglio o concistoro di uomini retti, di condotta santa, rivestiti di autorità per correggere i vizi come appresso vedremo. L'esperienza dimostrando che tale situazione non è stata solo per un tempo, si deve ritenere che questo incarico di governo è necessario in ogni tempo. 9. La cura dei poveri è stata affidata ai diaconi, quantunque san Paolo nell'epistola ai Romani ne menzioni due tipi: "Quello che dà dia con semplicità, e quello che esercita la misericordia lo faccia con gioia ". Riferendosi indubbiamente agli uffici pubblici della Chiesa si deve ritenere che siano state due forme di diaconato. Se non mi inganno, nel primo caso, egli allude ai diaconi che distribuivano le elemosine, nel secondo a quelli incaricati di provvedere ai poveri e servirli, come ad esempio le vedove, di cui accenna scrivendo a Timoteo (1 Ti. 5.10). Poiché le donne non potevano esercitare pubblico ufficio all'infuori del servizio dei poveri. Se accogliamo questa tesi, fondata su valide motivazioni, risulteranno esserci due tipi di diaconi: i primi al servizio della Chiesa nell'amministrazione e distribuzione dei beni ai poveri, i secondi nel provvedere agli ammalati ed agli altri indigenti. Quantunque il concetto di diaconia abbia un significato assai più ampio, tuttavia la Scrittura definisce diaconi in modo particolare coloro che sono costituiti dalla Chiesa per distribuire l'elemosina ed hanno la funzione quasi di esattori e procuratori dei poveri, la cui origine, istituzione, carica è descritta da san Luca negli (At. 6.3). Era sorta, infatti, fra i Greci una lamentela per il fatto che le loro vedove non erano tenute da conto nella distribuzione dei doni ai poveri, gli apostoli, giustificando l'impossibilità di provvedere a due uffici, quali la predicazione e la cura dei poveri, chiesero al popolo di eleggere sette uomini di buona fama che assumessero tale incarico. Questi furono i diaconi dell'età apostolica, e tali uomini dobbiamo avere oggi seguendo l'esempio della Chiesa primitiva. 10. Poiché ogni cosa, nella Chiesa, deve essere fatta con ordine e decoro (1 Co. 14.40) si applicherà questa regola in modo particolare nel campo del governo; considerando che in questo settore i pericoli sono maggiori che in ogni altro, qualora si verifichi qualche disordine. Ad evitare perciò che spiriti superficiali e turbolenti si introducessero con temerarietà nell'ufficio di insegnamento o di governo della Chiesa, nostro Signore ha esplicitamente ordinato che nessuno assumesse un ministero pubblico senza aver ricevuto vocazione. Perché un uomo debba essere considerato vero ministro della Chiesa è pertanto richiesto, in primo luogo, che egli sia chiamato nel modo dovuto (Eb. 5.4); in secondo luogo che egli adempia la sua vocazione, cioè esegua l'incarico assunto, come si può ricavare da parecchi testi di san Paolo. Poiché, volendo giustificare il suo apostolato, menziona comunemente sia la vocazione che la fedeltà del suo impegno. Se un ministro di Gesù Cristo di tale levatura non si vuole attribuire autorità alcuna, se non in virtù dell'essere stabilito per ordine del Signore e dell'adempimento fedele della sua missione, quale mancanza di pudore risulterà esservi quando alcuno, chiunque sia, intenda usurpare questo stesso onore senza vocazione o senza adempiere il compito del suo ufficio. Avendo noi però trattato più sopra della carica ecclesiastica, occorre menzionare ora la sola vocazione. 11. Il problema consta di quattro elementi: quali debbano essere i ministri che si eleggono, come debba avvenire l'elezione, a chi spetti il diritto di eleggerli, con quali cerimonie debbano essere insediati nel loro ufficio. Mi riferisco qui alla sola vocazione esteriore, che fa parte della disciplina ecclesiastica, passando sotto silenzio la vocazione segreta di cui ogni ministro deve avere coscienza davanti a Dio e di cui gli uomini non possono essere testimoni. Questa vocazione segreta è la ferma certezza che dobbiamo avere, nel cuor nostro, del fatto che la scelta di questa condizione non è stata determinata da cupidigia o ambizione ma da un autentico timore di Dio e dal desiderio di edificare la Chiesa. Questo è richiesto, come ho detto, a tutti noi ministri se vogliamo che il nostro ministero sia approvato da Dio. Tuttavia se qualcuno vi entrasse con cattive intenzioni, non per questo verrebbe meno la vocazione per quanto riguarda la realtà ecclesiastica finché la sua malvagità non diventi palese. Siamo soliti dire che un uomo è chiamato al ministero, quando lo consideriamo adatto ad esso, in quanto la scienza, il timor di Dio e le altre qualità di un buon pastore sono come una preparazione per il ministero. Poiché, a coloro che sono chiamati a questo ufficio, Dio fornisce in precedenza gli strumenti necessari per assolverlo affinché non vi giungano sprovvisti ed impreparati. San Paolo pertanto nella I lettera ai Corinzi volendo trattare degli uffici ecclesiastici, inizia con l'elencare i doni che debbono possedere coloro che sono chiamati (1 Co. 12.7). Essendo questo il primo dei quattro argomenti che ho menzionato iniziamo la trattazione con questo. 12. Quali debbano essere coloro che vengono eletti vescovi è illustrato ampiamente da san Paolo in due testi (1 Ti. 3.1 ; Tt 1.7). Il pensiero fondamentale tuttavia si riassume in questo: non si eleggano persone che non abbiano sana dottrina e vita santa, o siano inficiati da qualche vizio palese che li renda spregevoli e renda il loro ministero oggetto di critica. Considerazioni analoghe valgano per i diaconi e i preti. Per prima cosa occorre considerare che non siano inetti o incapaci a reggere la carica loro affidata, siano cioè provveduti dei doni necessari per adempiere il loro incarico. In questo modo nostro Signore Gesù Cristo, volendo inviare i suoi apostoli, li ha anzitutto dotati e riforniti di quelle armi e di quegli strumenti di cui non potevano fare a meno (Lu 21.15; 24.49; At. 1.8). E san Paolo avendo descritto un buon vescovo, esorta Timoteo a non contaminarsi eleggendo persone che non abbiano tali requisiti (1 Ti. 5.22). Il problema della elezione non consiste nella cerimonia ma nella vigilanza e nella sollecitudine di cui si deve usare nel procedere a tale elezione. In questo contesto si spiegano i digiuni e le preghiere che, a dire di san Luca, facevano i credenti prima di nominare dei preti (At. 14.23). Poiché, consci del fatto che trattavasi di una decisione di grande importanza, non osavano prendere iniziativa alcuna se non con estremo timore, meditando lungamente su quanto avevano da fare. Ed in modo principale si sentivano in dovere di pregare Dio per chiedere lo spirito di consiglio e di discernimento. 13. Il terzo punto della nostra trattazione riguarda le persone a cui spetta il diritto di eleggere i ministri non è possibile ricavare una regola normativa dall'istituzione o elezione degli apostoli, per il fatto che non fu affatto simile alla vocazione comune degli altri ministri. Trattandosi, nel caso loro, di un ufficio eccezionale, che implicava una qualche preminenza sugli altri, dovevano essere eletti per bocca stessa. Del Signore. Gli apostoli dunque non sono stati ordinati nella loro carica mediante una elezione umana, ma dal solo ordine di Dio e di Gesù Cristo. Da ciò deriva altresì il fatto che quando vollero sostituire Giuda non osarono procedere alla nomina di alcuno ma ne scelsero due, pregando Dio di dichiarare mediante la sorte quale avesse scelto (At. 1.23). Nello stesso senso deve essere inteso quanto dice san Paolo ai Galati negando di essere stato creato apostolo per volontà di uomini, o da uomini, ma da Gesù Cristo e da Dio Padre (Ga 1.12). Per quanto concerne il primo punto: il non essere stato eletto per decisione umana, questo gli fu comune con tutti i buoni ministri. Poiché nessuno può esercitare il santo ministero della Parola qualora non sia chiamato da Dio. Riguardo all'altro fatto: il non essere eletto da uomini, si tratta di un elemento caratteristico e particolare. Quando pertanto egli si vanta di non essere stato eletto da uomini non intende solo gloriarsi di ciò che ogni buon pastore deve avere, ma intende altresì garantire il suo apostolato. Vivevano infatti fra i Galati persone che si sforzavano di sminuire la sua autorità, affermando non essere l'apostolo che un discepolo insignificante ordinato dagli apostoli; per mantenere la divinità della sua predicazione, che quei malvagi volevano sminuire, era necessario che egli mostrasse di non essere in nulla inferiore agli altri apostoli. Egli afferma pertanto non esser stato eletto sulla base del giudizio di uomini, come erano i pastori comuni, ma per ordine e decreto di Dio. 14. Che la vocazione legittima di un vescovo richieda la sua elezione da parte degli uomini, nessuna persona di buon senso vorrà contestarlo, considerando le numerose testimonianze della Scrittura al riguardo. Né questo risulta contraddetto da quel testo di san Paolo che abbiamo esaminato, dove dice che non è stato eletto né dagli uomini né per mezzo di uomini (Ga 1.1) , dato che in questo non parla dell'elezione ordinaria dei ministri ma del privilegio particolare degli apostoli. E quantunque egli sia stato eletto dal Signore in modo eccezionale, è tuttavia presente nella sua vocazione l'ordinamento ecclesiastico. Narra infatti san Luca che, quando gli apostoli pregavano e digiunavano, lo Spirito Santo disse loro: "Mettetemi da parte Paolo e Barnaba per l'opera alla quale li ho chiamati " (At. 13.2). Che significato può avere questa messa a parte e l'imposizione delle mani quando già lo Spirito Santo aveva attestato la sua elezione, se non per garantire la norma ecclesiastica che i ministri fossero eletti dagli uomini? Né Dio poteva dare la sua approvazione a quest'ordine in modo più evidente e con un esempio più notevole, che richiedendo l'ordinazione di san Paolo da parte della Chiesa dopo aver dichiarato che lo costituiva apostolo delle genti. Il medesimo fatto si può altresì notare nella elezione di Mattia (At. 1.23). Essendo il ministero apostolico così elevato la Chiesa non ebbe l'ardire di porvi un uomo, a suo giudizio, ma ne scelse due da presentare alla sorte. In tal modo il governo della Chiesa si esercitava in questa elezione eppure si lasciava a Dio di mostrare quale dei due avesse eletto. 15. Un problema da affrontare ora è quello di sapere se un ministro debba essere eletto da tutta la Chiesa o dagli altri ministri e anziani, oppure se debba essere ordinato da un uomo solo. Quelli che vogliono affidare questo compito all'autorità di uno solo citano le parole di san Paolo a Tito: "Ti ho lasciato a Creta affinché tu istituisca dei preti in ogni città " (Tt 1.5). Parimenti a Timoteo: "Non imporre le mani ad alcuno con precipitazione " (1 Ti. 5.22). Chi immaginasse che Timoteo abbia esercitato in Efeso una sorta di autorità monarchica, disponendo a suo piacimento ogni cosa, e che Tito abbia fatto lo stesso in Creta si ingannerebbe grandemente. Entrambi hanno presieduto alle elezioni per condurre il popolo con saggi consigli e non certo per fare e decidere ciò che a loro piaceva ad esclusione degli altri. Dimostrerò, con un esempio, che questo non è frutto di mia invenzione. San Luca narra che Paolo e Barnaba hanno creato nella Chiesa dei preti, ma nel menzionare questi fatti ne sottolinea subito le modalità; li hanno creati mediante suffragio o, come dice il termine greco, mediante la voce del popolo (At. 14.23). Non erano dunque loro a scegliere, ma il popolo, che esprimeva, secondo l'uso del paese, la sua scelta, con alzata di mano come testimoniano gli storici. Si tratta di un'espressione comune, come quando gli storici dicono che un console creava gli ufficiali raccogliendo i suffragi popolari e presiedendo alle elezioni. Non è certo pensabile che Paolo abbia concesso a Tito e a Timoteo di prendere delle iniziative che egli stesso non 5i era sentito di prendere. Ora sappiamo che avevano l'abitudine di creare i ministri sulla base del consenso e dei suffragi del popolo. Si devono dunque interpretare i testi summenzionati nel senso che la libertà e il diritto della Chiesa non debbano essere in nulla cancellati o sminuiti. San Cipriano afferma giustamente che in base all'autorità di Dio un prete viene eletto in presenza di tutti, affinché sia considerato degno ed idoneo in base della testimonianza del popolo. Vediamo infatti che questo è stato prescritto dal comandamento divino per i sacerdoti levitici presentati al popolo prima della consacrazione (Le 8.6 ; Nu. 20.26). In questo modo Mattia fu aggiunto al gruppo degli apostoli, e non diversamente furono creati i sette diaconi (At. 1.15 ; 6.2). Questi esempi ci mostrano, afferma san Cipriano, che un sacerdote non deve essere creato se non coll'assistenza del popolo affinché l'elezione risulti valida e legittima in quanto vagliata dalla testimonianza di tutti. Ne risulta che la vocazione di un ministro ordinato dalla parola di Dio è dunque da ritenersi valida quando colui che è stato ritenuto idoneo sia stato creato tale Cl. Consenso e la approvazione del popolo. Del rimanente i pastori presiedano alle elezioni affinché non vengano effettuate dal popolo con leggerezza, intrighi o tumulti. 16. Ci rimane da trattare ora il quarto punto: la cerimonia dell'ordinazione. Risulta evidente che gli apostoli non ne ebbero altre all'infuori dell'imposizione delle mani. Ritengo abbiano ricevuto questo uso dalla tradizione dei Giudei che presentavano a Dio, mediante l'imposizione delle mani, ciò che volevano benedire e consacrare. Così Giacobbe, volendo benedire Efraim e Manasse, pose le sue mani sul suo capo (Ge 48.14). Altrettanto fece nostro Signore Gesù con i bambini per cui pregava (Mt. 19.15). Per lo stesso motivo, penso, la Legge prescriveva di imporre le mani ai sacrifici che si offrivano. Gli apostoli pertanto, mediante l'imposizione delle mani, intendevano significare che colui che introducevano nel ministero era offerto a Dio, quantunque abbiano anche imposto le mani a coloro ai quali conferivano i doni visibili dello Spirito Santo (At. 19.6). Comunque sia hanno ricorso a questa cerimonia solenne ogni qualvolta hanno ordinato nel ministero ecclesiastico qualcuno, come constatiamo nel caso di pastori, dottori e diaconi. Ora, quantunque manchi un comandamento esplicito concernente la imposizione delle mani, constatando che gli apostoli hanno costantemente seguito quella prassi, dobbiamo ritenere normativo ciò che hanno fatto con tanta diligenza. È certo cosa utile onorare dinnanzi al popolo la dignità del ministero mediante tali cerimonie e ricordare in tal modo a colui che è ordinato che non appartiene più a se stesso ma è consacrato al servizio di Dio e della Chiesa. Anzi, non siamo in presenza di un segno privo di contenuto e di forza quando venga ripristinato nella sua autenticità originaria. Poiché se lo Spirito di Dio non ha istituito nella Chiesa alcunché di inutile dobbiamo pensare che tale cerimonia, procedendo da lui, non è insignificante, non venga pervertita da forme superstiziose. Dobbiamo infine notare che tutto il popolo non poneva la mano sui ministri ma solo gli altri ministri, quantunque non risulti chiaramente se questo venisse fatto da parecchi o da uno solo. È, chiaro che questo fu fatto per i sette diaconi, per Paolo e Barnaba e per alcuni altri (At. 6.6). Ma san Paolo ricorda di aver imposto lui solo le mani a Timoteo: "Ti ricordo "dice "di ravvivare il dono di Dio che è in te per la imposizione delle mie mani " (2Ti 1.6). Riguardo a quanto egli afferma in un altro testo, circa l'imposizione delle mani del sacerdozio (1 Ti. 4.14) , non lo interpreto come alcuni fanno, nel senso che egli alluda al corpo degli anziani, ma come un'allusione all'ufficio e al ministero, quasi dicesse: vigila affinché non risulti vana la grazia da te ricevuta mediante l'imposizione delle mie mani quando ti elessi nell'ordine del sacerdozio.
CAPITOLO 4 DELLE CONDIZIONI DELLA CHIESA ANTICA E DELLA FORMA DI GOVERNO IN USO PRIMA DEL PAPATO 1. Abbiamo sin qui parlato del governo della Chiesa, seguendo le indicazioni dateci dalla sola parola di Dio. Abbiamo altresì esaminato il problema dei ministri secondo l'istituzione di Gesù Cristo. A far sì che questo sia più chiaramente formulato e impresso nella nostra mente, sarà utile considerare a questo punto, quale sia stata, in questa materia, la prassi seguita dalla Chiesa antica, visto che può offrirci, come in uno specchio, l'immagine di quella istituzione divina di cui abbiamo parlato. Poiché i vescovi antichi, pur avendo emanato molti canoni e molte norme, che possono fare pensare si siano spinti nel legiferare oltre ciò che Dio aveva espresso nella Scrittura, hanno tuttavia conformato in modo così rigoroso le loro norme disciplinari e il loro governo all'unica norma della parola di Dio che si deve ammettere non esservi in essi alcun elemento estraneo. Quantunque il loro modo di agire susciti, sotto alcuni aspetti, riserve nondimeno, dato che si sono impegnati a mantenere l'istituzione del Signore con onestà, e non se ne sono allontanati in modo eccessivo, gioverà esporre brevemente, a questo punto, quale sia stata la loro prassi. La Scrittura, come abbiamo detto, divide i ministri in tre ordini, così la Chiesa antica ha diviso in tre categorie tutti i suoi ministeri. Dall'ordine dei preti si sceglievano pastori e dottori, gli altri si consacravano alla disciplina ecclesiastica. I diaconi avevano l'incarico di provvedere ai poveri e distribuire le offerte. "Lettori "e "accoliti "non indicavano uffici precisi, ma quei giovani che venivano accolti nel clero e impegnati, molto presto, nel servizio della Chiesa con precisi incarichi, affinché si rendessero pienamente conto a quali compiti sarebbero stati destinati e si preparassero ad assumerli a suo tempo, come illustreremo in seguito. San Girolamo, perciò, dopo aver suddiviso la Chiesa in cinque ordini, menziona i vescovi, poi i preti, in terzo luogo i diaconi, poi i fedeli e infine coloro che non erano ancora battezzati ma si erano presentati per essere istruiti nella fede cristiana in vista del battesimo. Egli non fa dunque riferimento ne ad altri ordini nel clero né ai monaci. 2. Erano considerati preti tutti coloro che avevano l'incarico di insegnamento. Costoro eleggevano, in ogni città, uno di loro, cui attribuivano il titolo di vescovo, affinché, come spesso accade, l'eguaglianza non suscitasse dispute; tuttavia la superiorità del vescovo sui nuovi compagni, in onore e dignità, non era di natura tale da farlo signoreggiare, ma il suo ufficio, in relazione agli altri preti, era paragonabile a quello della presidenza in un consiglio cioè: fare proposte, raccogliere pareri, condurre gli altri con saggi consigli e ammonizioni, impedire con la sua autorità che sorgano disordini, e mettere in esecuzione quanto deliberato da tutti. I Padri antichi ammettono che questo è stato introdotto per necessità, Cl. Consenso degli uomini. San Girolamo, nel commento all'epistola a Tito, dice: "Il prete e un vescovo erano la stessa cosa, e prima che per istigazione del Diavolo si creassero partiti nella cristianità e uno dicesse: "sono di Cefa, e l'altro: "io sono di Apollo ", le Chiese erano rette, in forma comunitaria, dal consiglio dei preti ": "In seguito, per sradicare la radice dei dissensi la carica fu affidata ad uno solo. Perciò come i preti sanno di essere sottoposti al vescovo che presiede su loro, secondo le consuetudini della Chiesa, così questi sappia che è in virtù di consuetudine, più che per disposizione del Signore, che egli è maggiore dei preti e che deve governare la Chiesa con questi ". In un altro testo dimostra però l'antichità di questa prassi; egli dice infatti che in Alessandria i preti, dai tempi di san Marco evangelista, avevano eletto sempre uno di loro cui affidare le presidenza, che chiamavano "vescovo ". Ogni città aveva così un'assemblea di preti che erano pastori e dottori. Tutti infatti avevano l'incarico di insegnare al popolo, esortare e correggere, come ordina san Paolo ai vescovi, e per lasciare dopo di loro continuità di azione, istruivano i giovani, accolti nel clero, per essere loro successori. Ogni città aveva la sua diocesi in cui inviava i preti. Gli abitanti della città e della campagna formavano così un solo corpo ecclesiastico. Il fatto che ogni comunità avesse il suo vescovo è motivato unicamente da ragioni di ordine e per il mantenimento della pace. Il vescovo aveva sugli altri preminenza, in dignità però e non al punto da non essere sottoposto all'assemblea. Se la diocesi risultava così vasta da impedirgli di compiere ovunque il suo ufficio, egli eleggeva, in determinati luoghi, dei preti per rappresentarlo nel disbrigo delle pratiche di scarsa importanza. Costoro venivano detti "vescovi foranei "in quanto rappresentavano il vescovo nelle campagne. 3. Tuttavia per quanto concerne il loro ufficio, sia il vescovo che i preti, erano dispensatori della parola di Dio e dei sacramenti. Solo in Alessandria fu ordinato ai preti di non predicare, a causa della crisi provocata da Ario nella Chiesa, come narra Socrate nella storia tripartita al nono libro. Decisione che, giustamente, san Girolamo disapprova. Sarebbe del resto parsa cosa mostruosa inorgoglirsi della carica di vescovo senza assolverne l'incarico. La disciplina, che vigeva in quel tempo, era tale che ogni ministro si trovava impegnato ad assolvere il suo incarico nel modo ordinato da Dio. Né questo si verificò solo per qualche tempo, ma sempre. Poiché anche nell'età di san Gregorio, quando già la Chiesa era molto decaduta, o per lo meno si era fortemente allontanata dalla sua condizione iniziale, non si sarebbe tollerato che un vescovo si dispensasse dal predicare. Egli afferma, in un testo, che un prete è reo di morte, quando non parli, poiché provoca l'ira di Dio su di se non predicando. E in un altro testo afferma: "quando san Paolo protesta di essere puro del sangue di tutti (At. 20.26) questa parola ammonisce, incolpa, minaccia noi che siamo preti, In quanto siamo colpevoli oltre che delle nostre colpe anche della morte degli altri. Poiché ne uccidiamo altrettanti quanti muoiono quotidianamente mentre ci riposiamo e taciamo". L'affermazione che egli e gli altri tacciano deve intendersi nel senso che non sono impegnati nel proprio compito come dovrebbero. Considerando che egli non perdona a chi adempie il suo incarico solo a metà, ci si può domandare come avrebbe reagito se qualcuno l'avesse trascurato del tutto. Questo principio dunque è stato per lungo tempo chiaro nella Chiesa: il compito essenziale del vescovo è di pascere il popolo con la parola di Dio, o edificare la Chiesa, sia pubblicamente che privatamente con puro insegnamento. 4. Il fatto che ogni provincia avesse il suo arcivescovo, e che il Concilio di Nicea ordinasse dei patriarchi superiori ai vescovi in dignità e onore, sono provvedimenti attuati in vista del mantenimento dell'ordine. Potremmo dispensarci dal parlarne, dato l'uso poco frequente di questo ordinamento, è però opportuno farne menzione a questo punto. Questi gradi gerarchici furono istituiti essenzialmente allo scopo di demandare al sinodo provinciale le questioni sorte in una Chiesa e non risolvibili fra poche persone. Qualora il problema si fosse rivelato di tale importanza o difficoltà da richiedere un ulteriore esame, veniva notificato ai patriarchi che convocavano il concilio dei vescovi dipendenti dalla loro giurisdizione, rimaneva quale istanza di appello superiore il concilio generale. Alcuni hanno definito questa forma di governo gerarchia ricorrendo ad un termine che mi pare improprio, o per lo meno non riscontrabile nella Scrittura; lo Spirito Santo ha infatti voluto evitare, che nel governo della Chiesa, si introducessero fattori di autorità o di dominio. Considerando tuttavia la realtà, senza soffermarci sul termine, constatiamo che i vescovi antichi non hanno inteso creare una forma di governo ecclesiastico diversa da quella che Dio ha stabilito nella sua parola. 5. Similmente i diaconi non risultano, in quel tempo, diversi da come erano stati al tempo degli apostoli. Raccoglievano infatti sia le offerte fatte quotidianamente dai credenti, che le rendite annue per impiegarle al loro vero scopo; in parte al sostentamento dei ministri, in parte all'aiuto dei poveri, tutto sotto l'autorità del vescovo a cui rendevano conto ogni anno del proprio operato Quando infatti i canoni ecclesiastici ordinano che il vescovo sia dispensatore dei beni della Chiesa, questo non si deve intendere nel senso che egli debba assolvere questo incarico da solo, ma nel senso che gli spetta il compito di indicare al diaconi quali persone debbano essere sostentate con i beni comuni, a chi distribuire il rimanente; abbiano insomma la sovrintendenza per controllare come vadano le cose. Fra i canoni detti "apostolici "ve n'è uno che prescrive: ordiniamo che i vescovi abbiano in loro potere i beni della Chiesa; poiché, se le anime molto più preziose sono state loro affidate, a maggior ragione possono avere il governo del denaro, affinché tutto sia distribuito dai preti e dai diaconi con timore e sollecitudine, sotto la loro responsabilità. Ed il concilio di Antiochia decretò che si ammonissero i vescovi che disponevano dei beni ecclesiastici senza la collaborazione dei preti e dei diaconi. Non è il caso di dibattere più oltre questo argomento, risultando da parecchie epistole di san Gregorio che, nel suo tempo, in cui l'ordinamento della Chiesa risultava già fortemente corrotto, permaneva in vigore la prassi che i diaconi fossero dispensatori dei beni della Chiesa, sotto l'autorità del vescovo. È verosimile che i suddiaconi siano stati aggiunti, da principio, per aiutare i diaconi nel servizio dei poveri; ma questa differenza è stata a poco a poco annullata. Gli arcidiaconi furono creati quando aumentarono i beni e la responsabilità divenne maggiore e si richiese una forma di governo più differenziata.
San Girolamo afferma che ve n'erano già al suo tempo. Avevano responsabilità tanto dei redditi e possedimenti, quanto degli utensili e delle elemosine quotidiane. Pertanto san Gregorio scrive dell'arcidiacono di Salona che sarà tenuto responsabile dei beni della Chiesa che si perdessero per negligenza o frode. L'ordinazione a leggere l'Evangelo, esortare il popolo alla preghiera, offrire il calice al popolo nella Cena, aveva lo scopo di conferire onore al loro stato; con queste cerimonie li si invitava a non considerare profana la loro condizione ma a sentirsi rivestiti di una carica spirituale e consacrata a Dio. 6. Da questo risulta facile dedurre qual sia stato l'uso dei beni ecclesiastici e la loro dispensazione. Viene spesso affermato nei canoni ecclesiastici e negli scritti degli antichi dottori che tutto il patrimonio della Chiesa in terreni o in denaro appartiene ai poveri. Viene perciò spesso ricordato ai vescovi ed ai diaconi che le ricchezze da loro amministrate non sono di loro proprietà, ma sono destinate all'assistenza dei poveri ed essi risulteranno colpevoli di omicidio qualora le dissipino malamente o se ne impadroniscano. Sono altresì ammoniti a fare la distribuzione di quanto è loro affidato, a coloro cui spetta di diritto, con timore e riverenza come in presenza di Dio, senza parzialità. Da qui traggono origine le dichiarazioni di san Crisostomo, sant'Ambrogio, sant'Agostino e gli altri per attestare al popolo la loro integrità. Ora però essendo cosa giusta e stabilita da Dio nella Legge che la comunità provveda al sostentamento di coloro che si impegnano totalmente al servizio della Chiesa e poiché molti preti, in quel tempo, facevano dono a Dio del loro patrimonio, facendosi volontariamente poveri, la distribuzione dei beni ecclesiastici avveniva in modo tale che si poteva provvedere al mantenimento di ministri pur non tralasciando i poveri. Quantunque, secondo una norma molto saggia, i ministri cui è chiesto di essere esemplari in sobrietà e temperanza, non ricevessero stipendi tali da poter vivere in eccessi di fasto e di piaceri, ma sufficienti ad una vita di condizioni modeste. Perciò secondo san Girolamo i chierici che, pur essendo in grado d'assicurare il loro sostentamento con i beni di famiglia, sottraggono denari ai poveri, commettono sacrilegio e mangiano la propria condanna . 7. Dapprima l'amministrazione fu libera, in quanto si poteva fare pieno affidamento sulla integrità dei vescovi e dei diaconi e l'onestà rappresentava per loro la legge. In seguito, Cl. Passare del tempo, la concupiscenza di alcuni e la cattiva amministrazione, da cui ebbero origine non pochi scandali, hanno richiesto una serie di norme precise in base alle quali è stato suddiviso il patrimonio ecclesiastico in quattro parti: una prima attribuita al clero, una seconda ai poveri, una terza alla riparazione delle Chiese e altre spese affini, una quarta agli stranieri o alle necessità a carattere eccezionale. Il fatto che, in alcuni canoni, quest'ultima parte sia attribuita al vescovo, non contrasta con la suddivisione summenzionata, poiché non si intende con questo dargliela in modo che la divori da solo o la dissipi a suo piacimento, ma affinché possa disporre di quanto è necessario per esercitare la liberalità verso gli stranieri, secondo l'ordine di san Paolo (1 Ti. 3.2). Questa è l'interpretazione di Gelasio e di san Gregorio. Gelasio infatti ricorre a questo argomento per motivare il fatto che al vescovo non debba attribuirsi nulla più di quanto occorra per provvedere agli stranieri ed ai prigionieri. E san Gregorio si esprime ancora più chiaramente: "il primo provvedimento della Sede apostolica, quando sia istituito un vescovo, è di ordinargli di procedere alla suddivisione in quattro parti di tutto il reddito della Chiesa, di cui una vada al vescovo ed alla sua famiglia per provvedere all'assistenza degli stranieri e degli ospiti, la seconda al clero, la terza ai poveri, la quarta alla riparazione delle Chiese ". Non era dunque lecito al vescovo prendere se non quanto gli occorreva per vivere, per vestirsi sobriamente e senza sfarzo. Se qualcuno eccedeva, conducendo una vita lussuosa e dispendiosa, veniva immediatamente ammonito dagli altri vescovi e deposto qualora non avesse assunto modi più castigati. 8. I fondi consacrati all'ornamento dei templi erano, da principio, poca cosa; ed anche quando la Chiesa ebbe raggiunto una certa ricchezza si mantenne, al riguardo, una grande sobrietà. E tuttavia anche il denaro destinato a quest'uso era accantonato nell'eventualità di necessità particolarmente gravi. Per questo Cirillo, vescovo di Gerusalemme, non potendo provvedere alle necessità dei poveri nel corso di una carestia, vendette tutti i recipienti ed altri ornamenti per darli in elemosine. Analogamente Acacio, vescovo d'Amida, vedendo una moltitudine di Persiani in grande difficoltà, convocò il suo clero e dopo aver fatto una bella allocuzione, dimostrando che il nostro Dio non ha bisogno di piatti o calici poiché né mangia né beve, vendette ogni cosa per salvare o nutrire i poveri . E san Girolamo, criticando la tendenza al superfluo che già si manifestava al tempo suo nell'ornare i templi, loda Esuperio, vescovo di Tolosa, allora vivente, che amministrava il sacramento del corpo di nostro Signore in un piccolo recipiente di vimini ed il sacramento del sangue in un bicchiere, dando però ordine che nessun povero si trovasse nel bisogno . Quanto ho ricordato più sopra di Acacio sant'Ambrogio lo narra di se stesso. Essendo stato criticato dagli Ariani, per aver distrutto recipienti sacri, in vista di pagare il riscatto dei prigionieri caduti in mano agli infedeli, egli ricorre a questa giustificazione degna di essere menzionata: "Colui che ha inviato i suoi apostoli senza oro ha anche raccolto la sua Chiesa senza oro. La Chiesa possiede dell'oro non per tesaurizzare ma per distribuirlo e servirsene in caso di necessità. Perché tenere in serbo ciò che non serve? Sappiamo la quantità di oro e d'argento predata dagli Assiri nel tempio del Signore. Non è forse meglio che i pastori ne ricavino denaro per nutrire i poveri anziché lasciare che un ladro sacrilego se ne impadronisca? Dio non dice forse: perché hai lasciato tanti poveri morire di fame quando avevi l'oro necessario per nutrirli? Perché hai lasciato andare in cattività tanta povera gente senza riscattarli? Perché ne hai lasciati uccidere? Molto meglio serbare i corpi di creature viventi piuttosto che i metalli morti. Che potremo rispondere a questo? Se diciamo: temevo mancassero gli ornamenti nel tempio, Dio risponderà: i sacramenti non hanno bisogno di oro. Come non si procurano con oro così non si rendono preziosi con l'oro. L'ornamento dei sacramenti è la salvezza dei prigionieri ". Vediamo insomma che in quel tempo si metteva in pratica ciò che egli stesso dice, in un altro testo, che tutto quanto possedeva la Chiesa serviva al mantenimento di poveri. Parimenti tutto quanto possedeva un vescovo apparteneva ai poveri . 9. Questi i ministeri o uffici della Chiesa antica. Gli altri gradi del clero infatti, di cui è spesso fatta menzione nei testi dei dottori e nei concili rappresentano stadi preparatori più che veri uffici. Infatti per evitare che la Chiesa si ritrovasse ad essere sprovvista di ministri, quei giovani che, Cl. Consenso dei loro genitori, si presentavano Cl. Proposito di servire, venivano accolti nel clero e prendevano il nome di chierici. Venivano perciò istruiti ed educati in ogni opera buona affinché non risultassero inesperti e ignoranti quando sarebbe stato il momento di affidare loro qualche incarico. Preferirei certo si fosse scelto un altro termine più adatto visto che san Pietro chiama la Chiesa tutta "clero del Signore ", cioè sua eredità (1 Pi. 5.3). Questo termine non si doveva perciò riferire ad un ordine solo. Tuttavia era buona ed utile prassi che, coloro che intendevano consacrare alla Chiesa la propria vita, fossero educati sotto la guida del vescovo ad evitare che qualcuno assumesse una carica senza essere stato adeguatamente preparato e cioè istruito nella buona e santa dottrina, abituato alla disciplina, all'umiltà, all'obbedienza, e parimenti dedito a cose sante per dimenticare ogni occupazione profana e mondana. Come si allenano le reclute, con manovre e esercizi affinché sappiano come comportarsi di fronte al nemico, vi erano nel clero esercizi in vista di preparare coloro che non erano ancora in carica. In primo luogo si dava loro l'incarico di aprire e chiudere i templi ed in tal caso si chiamavano "portieri ". In seguito venivano ordinati, con l'incarico di dimorare Cl. Vescovo ed accompagnarlo, sia per la serietà della carica, che per evitare sospetti affinché in nessun luogo egli fosse senza scorta e senza testimoni. In seguito, affinché risultassero noti al popolo e acquistassero autorità e sicurezza nel presentarsi in pubblico e nel parlare, si affidava loro la lettura dei Sl. Al pulpito, per evitare che, trovandosi nella necessità di predicare, fossero turbati o confusi. Promossi in tal modo di grado in grado venivano valutati in ogni esercizio prima di essere fatti suddiaconi. Intendo far notare che si trattava di una preparazione e un apprendistato più che di uffici precisi, come già abbiamo detto sopra. 10. Riguardo all'elezione dei ministri abbiamo detto che il primo elemento concerne la persona che deve essere eletta, e il secondo la matura riflessione con cui si deve provvedere alla elezione; in questa materia la Chiesa antica ha osservato diligentemente ciò che ordina san Paolo. Era infatti consuetudine di convocare una assemblea, con grande serietà e invocando il nome di Dio, per eleggere i vescovi. Si ricorreva anzi, per effettuare l'esame della vita e della dottrina dei candidati, ad un formulario che seguiva la regola data da san Paolo (1 Ti. 3.2) . Un solo errore vi è stato in questo campo: Cl. Tempo si è assunto un atteggiamento di eccessiva severità, richiedendo ad un vescovo più di quanto avesse chiesto san Paolo. Principalmente quando si è stabilito, Cl. Passare del tempo, che si astenesse dal matrimonio. Per il rimanente ci si è attenuti alle indicazioni di san Paolo che abbiamo menzionato. Riguardo al terzo punto: a chi spetti l'elezione e la istituzione dei ministri, gli antichi non hanno seguito una prassi costante. Dapprima nessuno poteva essere accolto nel clero senza il consenso di tutto il popolo, al punto che san Cipriano, avendo nominato un lettore senza chiedere il parere della Chiesa, si fa premura di scusarsi perché questo si era fatto, egli dice, contro la prassi, anche se esistevano valide ragioni per farlo. Formula dunque così il suo esordio: "Fratelli miei carissimi, siamo soliti chiedere il vostro parere prima di ordinare i chierici, e dopo aver udito i suggerimenti della Chiesa, valutare i meriti di ognuno ". Queste le sue parole. Per il fatto che i gradi minori quali il lettore, l'accolita, non rappresentavano pericoli gravi, trattandosi di cariche poco importanti ed essendo il periodo di prova piuttosto lungo si tralasciò, Cl. Passare del tempo, di interpellare il popolo. In seguito il popolo accettò che per gli altri gradi, eccetto il vescovado, il vescovo e i preti scegliessero i candidati giudicando essi della loro idoneità, fuorché il parroco di una parrocchia per cui si richiedeva il consenso del popolo. Non deve stupire che il popolo abbia rinunciato al suo diritto in queste elezioni: nessuno infatti era eletto suddiacono senza essere stato provato per lungo tempo e con la severità che abbiamo detto. Dopo esser stato ancora messo alla prova in questo grado veniva fatto diacono, e giungeva al sacerdozio solo quando aveva fedelmente assolto il suo compito. In tal modo nessuno veniva eletto senza essere stato precedentemente esaminato a lungo anche alla presenza del popolo. Vi erano anzi molti canoni per correggere i difetti dei chierici, cosicché la Chiesa non poteva essere gravata da cattivi sacerdoti o cattivi diaconi, senza che fossero trascurati i rimedi a sua disposizione. Nell'elezione dei preti si richiedeva però espressamente il consenso degli abitanti del luogo; come attesta un canone attribuito ad Anacleto citato nel Decreto, distinctio 77. E si effettuavano le nomine in periodi fissi dell'anno, affinché nessuno venisse introdotto nascostamente senza il consenso popolare e fosse promosso con leggerezza senza avere ottenuto buona testimonianza . 2. Nell'elezione vescovile fu lasciata per lungo tempo libertà al popolo di richiedere che venissero nominate persone gradite a tutti. Il Concilio di Antiochia proibisce pertanto che si ordini un vescovo contro il parere del popolo; decreto che Leone primo conferma dicendo: "si elegga quello che sarà stato richiesto dal clero e dal popolo, o per lo meno dalla maggioranza ". E similmente: "colui che deve presiedere su tutti sia eletto da tutti. Poiché chi è stato ordinato senza essere conosciuto ed esaminato è introdotto con la forza ", ed ancora: "si elegga quello che sarà stato votato dal clero e richiesto dal popolo e sia consacrato dai vescovi della provincia, con l'autorità del metropolita ". Tanta fu la cura dei santi Padri affinché non fosse violata in alcun modo questa libertà popolare che lo stesso concilio ecumenico, riunito a Costantinopoli, non volle ordinare vescovo Nettario senza l'approvazione del clero e del popolo, come risulta dalla lettera inviata al vescovo di Roma . Pertanto quando un vescovo ordinava il suo successore, l'ordinazione era priva di valore, qualora non fosse ratificata dal popolo. Possediamo non solo esempi storici di questi atteggiamenti, ma un documento nel formulario adoperato da sant'Agostino per la nomina di Eradio a suo successore . E lo storico Teodoreto narrando che Atanasio ordinò Pietro qual suo successore, aggiunge subito che questo fu ratificato dal clero, con l'approvazione della magistratura, delle autorità politiche, del popolo. 12. Ammetto che la decisione presa al concilio di Laodicea, di non lasciare al popolo l'elezione del vescovo fu saggia, perché difficilmente si possono mettere d'accordo tante persone per condurre a buon fine una impresa. E quasi sempre corrisponde a verità il proverbio che dice: il popolo, per natura volubile, si fraziona secondo desideri contrari . Ottimo era poi il provvedimento adoperato per rimediare a questo difetto. In prima istanza il clero solo procedeva all'elezione, presentava colui che aveva eletto ai signori ed ai magistrati. Costoro, dopo una deliberazione comune, ratificavano l'elezione se la giudicavano buona, in caso contrario procedevano ad una nuova elezione. Infine ci si appellava al popolo che pur non essendo vincolato ad accettare l'elezione già fatta, non aveva tuttavia occasione di provocare tumulti; oppure prendendo l'avvio da una decisione popolare si effettuava un sondaggio per sentire chi fosse maggiormente desiderato, e, dopo aver saggiato le preferenze popolari, il clero provvedeva all'elezione. In tal modo non era lasciata al clero libertà di scegliere a suo piacimento, e tuttavia non era soggetto ai desideri disordinati del popolo. Questa procedura è illustrata da Leone in un testo che dice: "si debbono avere le voci della borghesia, le testimonianze del popolo, l'autorità dei governanti, l'elezione del clero, ", e parimenti: "Si abbiano le testimonianze dei governanti, l'approvazione del clero, il consenso del senato e del popolo . La ragione vuole che non si proceda altrimenti ". I decreti di Laodicea, che abbiamo citato in realtà non dicono altro. Poiché intendono chiedere solo al clero e ai governanti di non lasciarsi trasportare dalla volontà sconsiderata del popolo, ma anzi reprimere piuttosto la sua folle bramosia, quando sia necessario, con la propria serietà e prudenza. 13. Questo modo di eleggere era ancora in uso al tempo di san Gregorio, ed è verosimile che abbia durato ancora a lungo in seguito. Ne danno conferma parecchie epistole della sua produzione. Ogniqualvolta infatti si tratta di ordinare un vescovo in qualche luogo, è solito scrivere al clero, al consiglio, al popolo, a volte al signore, a seconda del tipo di governo della città a cui si rivolge. E quando egli delega, a motivo di qualche disordine o crisi, un vescovo vicino a provvedere ad una elezione, richiede sempre la stesura di un atto pubblico garantito dalla sottoscrizione di tutti . Anzi, essendo stato eletto una volta un vescovo a Milano, in assenza di molti milanesi, ritiratisi a Genova a causa della guerra, egli non considerò legittima l'elezione fintantoché un'assemblea di questi profughi non l'ebbe approvata . Non sono trascorsi 500anni da quando un papa di nome Nicola emanò un decreto riguardo all'elezione del Papa chiedendo che i cardinali fossero i primi ad esprimersi, indi si convocasse il rimanente clero ed infine l'elezione fosse ratificata dal consenso popolare. Cito il decreto di Leone che ho ricordato più sopra chiedendone l'applicazione in avvenire. Nel caso che i malvagi provocassero tali disordini da costringere il clero ad uscire dalla città per procedere ad una valida elezione, stabilisce che alcuni membri del popolo siano presenti per approvare . Il consenso dell'imperatore era richiesto per due sole città, secondo quanto sappiamo, Roma e Costantinopoli, trattandosi di sedi imperiali. Il caso di sant'Ambrogio, inviato a Milano dall'imperatore Valentiniano in qualità di luogotenente imperiale, per presiedere all'elezione del vescovo fu eccezionale e motivata dalle gravi tensioni esistenti fra i cittadini. A Roma l'autorità imperiale aveva anticamente tale peso nella creazione del vescovo che san Gregorio scrisse all'imperatore Maurizio di essere stato ordinato con il suo consenso, quantunque fosse stato richiesto solennemente dal popolo . La prassi prescriveva che il vescovo eletto a Roma dal clero, il senato e il popolo, notificasse la sua nomina all'imperatore che l'approvava o la invalidava . Né contrastano questa tradizione le decretali raccolte da Graziano; vi si afferma solo che non deve essere tollerata la soppressione dell'elezione canonica permettendo al sovrano di stabilire i vescovi a suo piacimento e che i metropoliti non debbono consacrare un candidato imposto con la forza. Una cosa è privare la Chiesa del suo diritto, permettendo che una sola persona agisca a suo piacimento, altra è rendere al sovrano o all'imperatore l'onore di convalidare una legittima elezione. 14. Ci resta ora da illustrare le cerimonie con cui, dopo la loro elezione, si ordinavano i vescovi nella Chiesa antica. I Latini hanno chiamato questa cerimonia "ordinazione "o "consacrazione". I Greci usarono due termini che significano "imposizione delle mani ". Un decreto del concilio di Nicea stabilisce che il metropolita e tutti i vescovi della provincia devono riunirsi per l'ordinazione del vescovo che è stato eletto. Se qualcuno risultasse impedito per malattia, o difficoltà di viaggio i convenuti non siano meno di tre e gli assenti dichiarino per iscritto il loro consenso . Ed essendo questo canone caduto in disuso Cl. Passare del tempo, fu ribadito in molti concili. Era dunque fatto obbligo a tutti, o per lo meno a coloro che non avevano impedimenti, di riunirsi affinché l'esame sia della dottrina che dei costumi, desse garanzie di serietà. Infatti non si procedeva alla consacrazione senza preventivo esame. Anzi è evidente dalle epistole di san Cipriano che anticamente i vescovi non erano convocati dopo l'elezione ma erano presenti quando il popolo eleggeva per assistere e sovrintendere a che non si facesse nulla in base ad agitazioni popolari. Perché, dopo aver affermato che il popolo ha il potere di eleggere coloro che ritiene degni o rifiutare coloro che riconosce indegni, aggiunge: "Dobbiamo pertanto serbare fedelmente quanto ci è stato lasciato dal Signore e dagli apostoli suoi, e viene praticato da noi e quasi in tutte le province che i vescovi viciniori si radunino laddove si deve eleggere un vescovo e questi venga eletto in presenza del popolo ". Tali assemblee però si convocavano con difficoltà e gli ambiziosi avevano modo di darsi da fare, si ritenne perciò sufficiente l'assemblea dei vescovi per procedere alla consacrazione di quello che era stato eletto dopo averlo esaminato. 15. Questa prassi era seguita ovunque, senza eccezioni. In seguito venne introdotto un diverso sistema: il candidato eletto doveva recarsi nella città metropolitana, per essere confermato; trattasi di un procedimento attuato più per ambizione o degenerazione che per motivi validi. In seguito all'accresciuta autorità della Sede romana si creò l'abitudine ancor peggiore di convocare a Roma i vescovi d'Italia per essere quivi consacrati, come si può vedere dalle epistole di san Gregorio. Solo poche città mantennero il loro diritto antico non volendo sottomettersi. Milano, per esempio, come si ricava da una epistola di Gregorio . Probabilmente furono le sole città metropolitane a mantenere questo privilegio. Poiché l'uso antico era che tutti i vescovi della provincia convenissero quivi per consacrare il metropolita. Per il rimanente la cerimonia consisteva nell'imposizione delle mani. Non sono infatti a conoscenza di altre particolarità se non che i vescovi avevano un particolare abbigliamento per distinguersi dagli altri preti. Similmente ordinavano i preti e i diaconi con la sola imposizione delle mani. Ogni vescovo ordinava però i preti della diocesi con il consenso degli altri preti. Siccome questo, pur facendosi in comune, avveniva sotto la presidenza del vescovo e sotto la sua direzione, l'autorità è detta vescovile. Perciò è detto spesso, nei testi degli antichi dottori, che un prete differisce da un vescovo solo per il fatto che non ha autorità di ordinare.
CAPITOLO 5 COME L'ANTICA FORMA DEL GOVERNO ECCLESIASTICO SIA STATA ANNIENTATA DALLA TIRANNIDE PAPALE 1. È necessario, a questo punto, esaminare qual sia la forma di governo ecclesiastico oggi in uso nel papato e presso tutti coloro che ne dipendono, paragonandola con quella che abbiamo riscontrato nella Chiesa antica. Questo raffronto rivelerà, infatti, quale Chiesa abbiano tutti costoro che si vantano e glorificano di quel solo titolo e dove traggono motivo di orgoglio per opprimerci, anzi per annientarci. È opportuno prendere l'avvio dal problema della vocazione, e chiarire quali persone siano quivi chiamate al ministero e con quali mezzi essi vi siano introdotte. Esamineremo appresso come assolvono il loro mandato. Ai vescovi sarà dato il primo posto nel nostro esame senza però che ne ricavino un primato di onore. Sarebbe certo mio desiderio che l'apertura del dibattito risultasse ad onore loro, purtroppo è impossibile trattare il nostro argomento senza che ne derivi per loro motivo di vergogna, e un biasimo severo al loro indirizzo. Voglio tuttavia ricordarmi del mio proposito: insegnare con semplicità e non fare lunghe diatribe; cercherò perciò, nei limiti del possibile, di essere breve. Desidererei, per entrare in argomento, che una persona onesta mi dicesse quale tipo di persone è oggigiorno eletta alla carica di vescovo. È inutile scegliere come metro di valutazione la dottrina; quando infatti venga presa in considerazione si elegge un uomo di legge cui si addice il perorar cause più che il predicar nei templi. È notorio che da un centinaio di anni a questa parte si trova a mala pena un vescovo su cento che abbia qualche nozione di Sacra Scrittura. Non mi riferisco alla situazione anteriore, non tanto perché fosse migliore ma perché dobbiamo parlare dello stato attuale della Chiesa. Passando a considerare la loro vita se ne trovano ben pochi, anzi nessuno, che in base agli antichi canoni non si dovrebbero giudicare indegni. Chi non è ubriacone è scapestrato; se ne trova uno non macchiato da questi vizi? Eccolo dedito al gioco o alla caccia o dissoluto in qualche altro aspetto della sua vita. I canoni antichi escludono dalla carica di vescovo per vizi ben minori di quelli! Ancor più assurdo è il fatto che i ragazzi di dieci anni siano stati ordinati vescovi e si sia scaduti ad un tale livello di stupidità e sfacciataggine da tollerare, senza difficoltà, tali turpitudini in contrasto Cl. Buon senso. Da ciò risulta il carattere di santità di elezioni del genere, in cui si son tollerate così gravi negligenze. 2. Anzi si è interamente abolita la libertà del popolo nella elezione del vescovo. Sono scomparse le votazioni, i suffragi, i referendum e cose simili. L'autorità è stata interamente trasferita ai canonici e costoro attribuiscono i vescovati a chi piace loro. Colui che viene eletto è presentato al popolo, certo, ma per essere adorato, non per essere esaminato. Leone si dichiara contrario a questa prassi affermando che non è giustificata da nessun motivo e si tratta di un arbitrio. San Cipriano, dichiarando che deve essere considerato di diritto divino il fatto che una elezione si faccia in base al consenso popolare, attesta implicitamente che una elezione fatta in forma diversa è contraria alla parola di Dio. I decreti di molti concili vietano questo perentoriamente e dichiarano nulle le elezioni fatte in tal modo. Se le cose stanno così oggi in tutto il papato non Si trova una sola elezione canonica, che possa legittimamente approvarsi sulla base del diritto divino o di quello umano. Quand'anche si riscontrasse questo solo inconveniente possono forse giustificarsi di aver spogliato la Chiesa del suo diritto così facendo? Fu la malvagità dei tempi a richiederlo, replicano; lasciandosi il popolo trasportare nella elezione dei vescovi da odio e favoritismi, più di quanto si lasciasse ispirare da un retto giudizio, era necessario trasferire questa autorità al corpo dei canonici . Pur ammettendo che si debba ravvis.re in questo provvedimento il rimedio per un male gravissimo, mi domando tuttavia perché non si ponga rimedio a questo nuovo guaio, quando Si deve riconoscere che la medicina è molto più nociva del male stesso? Rispondono che i loro decreti proibiscono severamente ai canonici di far uso del loro potere a danno della Chiesa seguendo il proprio interesse. Dobbiamo forse mettere in dubbio il fatto che anticamente il popolo si sia sentito vincolato da sante leggi considerando le regole che gli erano proposte dalla parola di Dio per la elezione dei vescovi? Una sola parola di Dio infatti aveva un valore incomparabilmente superiore a cento milioni di canoni ecclesiastici. Corrotto invece da cattivi sentimenti non teneva in considerazione alcuna né la ragione né le leggi. In questa materia le leggi odierne scritte, quantunque buone, sono nascoste e sepolte nelle carte mentre si accoglie e pratica l'uso di ordinare quali pastori della Chiesa solamente barbieri, cuochi, tavernieri e mulattieri, bastardi e simile gente. Anzi, dir questo è dir poco: i vescovati e le canoniche vengono assegnati quale premio di dissolutezza e di ruffianeria. Quando siano dati a uccellatori e guardiacaccia la cosa va benissimo, non è certo il caso di proibire tali abominazioni con regolamenti. Anticamente, ripeto, il popolo aveva ottimi canoni essendogli dimostrato dalla parola di Dio che un vescovo deve essere irreprensibile sotto il profilo dottrinale, non essere litigioso, non avaro ecc. . . . . Perché dunque l'incombenza di eleggere i ministri è stata sottratta al popolo e affidata a questi prelati? Non hanno risposta alcuna se non affermare che il popolo, con le sue partigianerie e i suoi intrighi non prestava attenzione alla parola di Dio. Se questo è realmente il caso perché non si toglie oggi quest'incarico ai canonici, che non solo violano ogni legge, ma confondono senza vergogna e senza pudore cielo e terra con la loro avarizia, ambizione, sregolatezza, cupidigia? 3. Che tale sistema sia stato introdotto quale rimedio è falso. Certo le città furono spesso agitate a causa dell'elezione del loro vescovo, tuttavia nessuno pensò mai di dover sottrarre al popolo la libertà di elezione. Altri provvedimenti erano a disposizione per evitare quel male e porvi rimedio, qualora fosse stato commesso. La verità, invece, è un'altra: col passar del tempo il popolo disinteressandosi a questa elezione ne ha lasciato l'incombenza ai preti. Costoro, abusando dell'occasione, hanno usurpato quel potere assoluto che esercitano tuttora, e lo hanno ribadito con nuovi canoni . Il modo di ordinare o consacrare vescovi è una beffa bella e buona. La finzione di esame, a cui ricorrono, è così frivola e ridicola da non aver neppure le premesse per ingannare la gente. Nelle trattative che i prìncipi conducono oggigiorno Cl. Papa per la nomina dei vescovi, la Chiesa non ha nulla da perdere; è infatti semplicemente sottratto ai canonici il diritto di elezione che possedevano contrariamente ad ogni legge, che anzi avevano usurpato. È evidentemente disonorevole e deplorevole che i vescovati vengano così offerti in preda a cortigiani e sarebbe compito di un buon principe il sottrarsi a tali corruzioni. Siamo infatti in presenza di una sopraffazione iniqua: un vescovo viene posto a capo di un popolo che non lo ha richiesto o per lo meno liberamente accolto. La confusa e disordinata prassi in uso, da lungo tempo, nella Chiesa, ha offerto ai prìncipi il destro per rivendicare la presentazione dei vescovi. Hanno preferito che la riconoscenza fosse dovuta a loro anziché al clero che in questa elezione non aveva maggiori diritti di quanti ne abbiano loro e agiva in modo altrettanto abusivo. 4. In base dunque a questa bella vocazione i vescovi si vantano di essere successori degli apostoli. Riguardo alla creazione dei preti ne rivendicano bensì il diritto ma in questo corrompono l'uso antico in quanto non ordinano preti in vista del governo o dell'insegnamento ma in vista del sacrificio. Analogamente non consacrano i diaconi in vista del loro vero ufficio, ma solo per adempiere alcune cerimonie quali presentare il calice o la patena. Il concilio di Calcedonia ha proibito di accogliere qualcuno nel ministero in forma generica, senza cioè assegnare un luogo preciso in cui detto ministero si debba esercitare. Questa norma risulta molto opportuna sotto un duplice profilo. In primo luogo affinché la Chiese non siano aggravate da spese superflue e denari destinati ai poveri non siano spesi per il mantenimento di persone oziose. In secondo luogo affinché coloro che sono ordinati si rendano conto di non essere chiamati ad una carica onorifica ma ad una missione all'adempimento della quale si impegnano con questa solenne cerimonia. I dottori papisti, che di nulla hanno cura se non del ventre, e pensano non si debba nella cristianità aver riguardo ad altro, sostengono che i titoli occorrenti per essere accolti siano le rendite per il proprio sostentamento; si tratti di benefici o del proprio patrimonio. Quando perciò nel sistema papista si ordina un diacono o un prete non ci si dovrà preoccupare che abbia un luogo dove servire; lo si accoglierà senza difficoltà purché sia sufficientemente ricco da potersi mantenere. Chi può accettare però questa interpretazione secondo cui il titolo richiesto dal Concilio siano le rendite annue per il sostentamento? Anzi, poiché i canoni posteriori hanno ingiunto ai vescovi di provvedere essi stessi a coloro che, senza titoli sufficienti, fossero stati accolti, per mettere freno alla eccessiva facilità nell'accogliere tutti i candidati, si è trovato un nuovo sotterfugio per eludere quella clausola pericolosa. Colui che pone la sua candidatura, avendo un qualche beneficio, dichiara di accontentarsene. In base a questa dichiarazione si trova nell'impossibilità di porgere querela, in un secondo tempo, contro il vescovo riguardo al suo sostentamento. Tralascio dal menzionare i mille sotterfugi in uso quali l'attribuir benefici immaginari di cappelle da quattro soldi o di vicariati privi di valore, il chiedere in prestito un beneficio con la clausola di restituirlo, quantunque poi molti finiscano Cl. Tenerlo, ed altri simili accorgimenti. 5. Quand'anche fossero eliminati questi abusi maggiori, non risulta pur sempre assurdo l'ordinare un prete senza assegnargli una sede? Sono ordinati per compiere sacrifici soltanto, mentre il governo della Chiesa è il legittimo fondamento per la consacrazione di un sacerdote come lo è la cura dei poveri per un diacono. Rivestono, è vero, di gran pompa e di molti gesti le loro nomine per indurre i semplici a devozione, che significato può però avere, per le persone di buon senso, questa finizione visto che risulta del tutto priva di sostanza e di valore? Ricorrono infatti a cerimonie che hanno in parte ereditate dagli Ebrei e in parte inventate essi stessi, da cui sarebbe stato meglio astenersi. Riguardo al consenso popolare e agli altri elementi necessari non c'è nulla da aggiungere perché non prendo in considerazione il loro teatro. Chiamo teatro tutti quegli stupidi riti cui ricorrono per far credere che seguono le tradizioni antiche. I vescovi hanno dei vicari per vagliare le conoscenze dei candidati. Ma possiamo parlare di esame? Ti richiedono la conoscenza della messa, la declinazione di qualche termine comune, la coniugazione di un verbo o il significato di una parola, come si potrebbe fare con un ragazzo a scuola. L'eventualità di far tradurre una parola dal latino in francese neppure gli passa per la testa. C'è di più! Coloro che zoppicheranno in queste sia pur modeste conoscenze, non saranno infatti respinti purché rechino qualche dono o si muniscano di qualche raccomandazione. Non diversamente avviene la presentazione all'altare del candidato promosso. Viene chiesto, a tre riprese, se si debba ritenere degno, in latino, e qualcuno che non lo ha mai neppur visto o un garzone che ignora del tutto il latino risponde: ne è degno, in latino, così come si recita una parte in qualche farsa. Che rimproveri potremmo muovere a questi santi padri e venerabili prelati se non che, recitando sì orribili sacrilegi, si fanno apertamente beffa di Dio e degli uomini? Ma poiché hanno seguito questo andazzo già da lungo tempo, tutto sembra essere loro lecito. Se qualcuno ha l'ardire di aprire bocca contro azioni così esecrabili è in pericolo di vita quasi avesse commesso un delitto capitale. Agirebbero così se pensassero che vi è un Dio in cielo? 6. Riguardo al conferimento di benefici, anticamente congiunti con l'ordinazione, la situazione è forse migliore? Diverse sono, fra loro, le modalità dell'attribuzione. Non soltanto i vescovi, infatti, conferiscono benefici; e quando lo fanno non è sempre di loro esclusiva autorità. In realtà ognuno arraffa quello che può. Vi sono inoltre le nomine ai gradi ecclesiastici, le remissioni dei benefici per cessazione o permute, le assegnazioni, i diritti di prelazione e tutta quella congerie di cavilli. Comunque sia, Papa e legati, vescovi e abati, priori, canonici e laici si comportano in modo tale che nessuno è in grado di muovere al suo compagno un qualche rimprovero.
Sono d'avviso che oggi come oggi, in tutto il papismo, si conferisce a mala pena l'un per cento dei benefici senza simonia, se applichiamo la definizione che gli antichi hanno dato di simonia. Non vorrei affermare che tutti acquistino benefici, denaro alla mano; mi si dimostri però che più di uno su cinquanta non ha ottenuto benefici per vie traverse. Gli uni fanno carriera valendosi dei vari legami di parentela, gli altri del credito dei famigliari o dei loro servizi. Insomma questi benefici non sono conferiti per provvedere alle Chiese ma agli uomini. Son detti "benefici "proprio per questo, e il termine dimostra che vengono considerati unicamente quali doni gratuiti o ricompense. Tralascio dal sottolineare il fatto che spesso si tratta di rimunerare barbieri, cuochi, mulattieri o simili canaglie. Anzi, non c'è oggi campo giuridico in cui i processi siano così frequenti come in quello dei benefici, al punto da suggerire il paragone con la selvaggina su cui si precipitano i cani. È tollerabile il fatto che si dica pastore di una Chiesa un individuo che l'ha occupata quasi come un territorio nemico conquistato, oppure l'ha ottenuta con una azione legale, a caro prezzo, o in virtù di servigi disonesti? Che dire infine dei bambini che ricevono benefici da zii e cugini quasi si trattasse di una eredità?, O addirittura di bastardi che li ricevono dai loro padri? 7. Il popolo stesso, per quanto corrotto e depravato, avrebbe mai osato spingersi a sì disordinata licenza? Mostruosità ancora più grave è però il fatto che un uomo, non faccio nomi, un uomo che non è in grado di governare se stesso abbia la responsabilità di cinque o sei Chiese. Si incontrano al giorno d'oggi giovani buffoni alla corte dei prìncipi in possesso di un arcivescovato, due vescovati, tre abbazie. È realtà quotidiana incontrar canonici titolari di sei o sette benefici di cui tuttavia non si curano affatto, se non per riceverne la rendita. Evito di far notare che la parola di Dio, è nella sua totalità, contraria a tali cose, dato il poco conto in cui la tengono da lunga data. Né ricorderò che i concili antichi hanno emanato molte leggi per porre un freno a tali abusi, in quanto disprezzano canoni e decreti ogni qualvolta fa loro comodo. Affermo però trattarsi di due fatti esecrabili e riprovevoli che ripugnano a Dio, alla natura e al governo della Chiesa che briganti e ladri occupino da soli parecchie Chiese, o sia detto pastore un uomo che non ha la possibilità di essere in mezzo al suo gregge anche quando ne abbia il desiderio. E tuttavia tale è la loro sfrontatezza che, per non essere biasimati, mascherano queste abominevoli lordure Cl. Nome di Chiesa. Ciò che è peggio, quella famosa successione di cui si prevalgono, per sostenere che dal tempo degli apostoli la Chiesa si è mantenuta fra loro sino ad oggi, sta rinchiusa in queste perversioni. 8. Esaminiamoli ora alla luce del secondo elemento con cui si valuta un pastore autentico: cioè la fedeltà con cui esercita il suo ufficio. I preti che costoro ordinano sono, per ricorrere alla loro terminologia, in parte religiosi, in parte secolari. I primi sono stati del tutto sconosciuti nella Chiesa antica. E in realtà l'ufficio del sacerdozio e in contrasto così aperto con i voti monastici che, anticamente, un monaco eletto nel clero usciva dallo stato primitivo; lo stesso san Gregorio, al cui tempo già si manifestavano molti vizi, non tollera questa confusione. Egli chiede infatti a chi è eletto abate, di abbandonare il clero, nessuno potendo essere allo stesso tempo monaco e chierico perché una condizione esclude l'altra. Se a questo punto chiedessi loro come possa assolvere il suo compito chi non risulti idoneo al suo ufficio in base ai canoni, che potranno rispondere? Citeranno, immagino, quegli aborti di decretali di Innocenzo e Bonifacio che accolgono al sacerdozio un monaco pur lasciandolo ancora nel chiostro . Ma è forse ragionevole che un asino del tutto privo di conoscenza e di esperienza annulli, non appena ha occupato la Sede romana, tutti gli ordinamenti antichi con una parola? Di questo avremo occasione di parlare in seguito. Per ora è sufficiente ricordare che nei tempi in cui la Chiesa era pura si considerava somma assurdità che un monaco entrasse nel sacerdozio. San Girolamo infatti nega di essere in veste di prete quando si intrattiene coi monaci, ma si considera laico bisognoso della guida dei preti. Quand'anche perdonassimo questo errore, in che modo esercitano però il loro ufficio? Qualche mendicante, qualche predicatore, pochi; il rimanente non ha altra funzione che recitar o cantar messa nelle loro spelonche quasi Gesù Cristo avesse creato i sacerdoti a questo scopo o lo richiedesse la natura dell'ufficio. La Scrittura vede, al contrario, nel governo della Chiesa la funzione propria dei preti (At. 20.28). Non è forse dunque profanazione pestilenziale il volgere ad altro fine, anzi il sovvertire interamente la santa istituzione di Dio? Quando infatti sono ordinati si proibisce loro esplicitamente di fare ciò che il Signore ordina ad ogni prete. Infatti si dichiara loro: un monaco si accontenti del chiostro, non presuma né di insegnare, né amministrare i sacramenti, né esercitare altro pubblico incarico. Possono forse negare che il creare un prete, con l'intenzione di allontanarlo dall'ufficio o il conferire un titolo senza che si assolva l'incarico, non sia beffarsi esplicitamente di Dio? 9. Passiamo al clero secolare, in parte munito di benefici, come dicono, cioè sistemato per quanto riguarda il ventre, praticoni che si procurano il pane cantando, biascicando preghiere, raccogliendo confessioni, portando morti in terra e altre simili cose. I benefici? Alcuni, quali i vescovati o le canoniche implicano cura d'anime, altri sono occupazioni di gente delicata che trascorre la vita cantando: le prebende, i canonicati, le dignità varie, le cappelle e altre cose simili. Tutto procede però in modo così arbitrario che abbazie e priorati vengono attribuiti non solo a preti regolari ma a bambini, e questo diventa prassi corrente, sulla base di privilegi. Che dire di quei preti mercenari, facchini che si affittano a giornata? Che altro potrebbero fare se non ciò che fanno? Esercitare, prostituendosi, un vergognoso e peccaminoso mercato di tale ampiezza. Vergognandosi però di mendicare apertamente o temendo di non trovare, così facendo, sufficiente profitto, van correndo qua e là come cani famelici e importuni, strappano abbaiando, con la forza, dagli uni e dagli altri qualche boccone da cacciarsi in pancia. Volessimo dimostrare, a questo punto, qual disonore rappresenti per la Chiesa questa degradazione dello stato sacerdotale, il discorso non avrebbe mai fine. Non ricorrerò dunque a lunghe querimonie per illustrare la vastità di tali turpitudini. Dico solo, in breve, che se l'ufficio di prete consiste nel pascere la Chiesa e amministrare il regno spirituale di Cristo, come ordina la parola di Dio e richiedono i canoni antichi, tutti i preti, che non hanno altra occupazione o retribuzione che far mercato di messe e preghiere, non solo si sottraggono al loro compito ma non esercitano alcun ufficio legale. Non si attribuisce infatti loro un luogo dove insegnare. Non hanno alcun gregge da governare. Non rimane, loro in sostanza nulla fuorché l'altare per offrire Gesù Cristo in sacrificio; il che significa, come vedremo in seguito, sacrificare al Diavolo, non a Dio. 10. Non faccio in questa sede riferimento ai vizi dei singoli ma al male così radicato nelle istituzioni loro da non poter essere eliminato. Aggiungo questo, che sarà sgradito alle loro orecchie, ma va pur detto perché corrisponde a verità: le considerazioni suddette valgono per tutti i canonici, decani, cappellani, preti e tutti coloro che vivono oziosamente di benefici. Quale ministero o servizio possono adempiere nella Chiesa? Si sono scaricati della predicazione della Parola, della responsabilità della disciplina, dell'amministrazione dei sacramenti quasi fossero compiti gravosi. Che rimane loro per cui possano dirsi veri sacerdoti? Hanno il canto e la pompa delle cerimonie, ma tutto questo non significa nulla in questo caso. Qualora facciano riferimento alla tradizione, all'uso stabilito mi appellerò alla parola di Cristo in cui ha dichiarato quali siano i veri preti e quali debbano essere le caratteristiche di coloro che si vogliono tali. Non sono in grado di sopportare una condizione così pesante quale quella di sottostare alla regola stabilita da Gesù Cristo? Permettano almeno che questa questione venga risolta sulla base dell'autorità della Chiesa antica; la loro situazione non risulterà migliore affatto se la si giudica sulla base degli antichi canoni. Quelli che sono diventati i canonici attuali erano in origine i preti della città con funzione di governare la Chiesa, unitamente al vescovo, e fungere da suoi assessori nell'ufficio pastorale. Tutte le dignità dei capitoli non hanno attinenza alcuna con il governo della Chiesa, e ancor meno ne hanno cappellanie e simili immondizie prive di valore. In che considerazione dovremo tenerle noi? In modo indubitabile sia la parola di Cristo che la prassi della Chiesa antica respinge tali cose dall'ordinamento sacerdotale. Ciò nonostante insistono nella pretesa di essere preti. Occorre smascherarli e si vedrà che la loro professione è assolutamente diversa ed estranea al sacerdozio quale è stato definito dagli apostoli e richiesto dalla Chiesa antica. Tutti questi ordini pertanto, e queste condizioni religiose, di qualsivoglia titolo si rivestano, per essere magnificate, visto che risultano essere di creazione recente, o per lo meno senza fondamento nell'istituzione del Signore, né nell'uso della Chiesa antica, non debbono essere prese in considerazione nella trattazione del regno spirituale quale è stato stabilito per bocca di Dio stesso e accolto dalla Chiesa. Vogliono un discorso più esplicito? Visto che tutti i cappellani, canonici, decani, prevosti, cantori e altri ventri oziosi non toccano neppure Cl. Mignolo quanto è richiesto dall'ufficio sacerdotale, non si deve tollerare in alcun modo che violino la sacra istituzione di Gesù Cristo usurpandone indebitamente l'onore. 11. Ci rimane da considerare ora i vescovi e i curati; gran piacere ci recherebbero costoro se mettessero impegno all'adempimento del loro compito, poiché riconosciamo volentieri che il loro incarico è santo e onorevole quando venga eseguito. Quando però, abbandonando le Chiese loro affidate e lasciandone ad altri la cura, hanno, nondimeno, la pretesa di essere considerati pastori, vogliono proprio farci credere che l'ufficio pastorale consista nel non far nulla. Se un usuraio, mai uscito dalle cerchia delle mura cittadine, si spaccia per contadino, o vignaiolo, o un soldato, che ha trascorso la vita in guerra e non ha mai visto un libro né mai è entrato in un'aula giudiziaria, si vanta di essere avvocato o dottore? Nessuno tollererebbe tali ridicolaggini. Costoro si trovano in una condizione ancor più ridicola avendo la pretesa di essere considerati pastori legittimi della Chiesa e non volendo essere tali. Quanti sono fra loro infatti quelli che fanno anche solo finta di eseguire il compito loro? Parecchi divorano, durante la loro vita, il reddito di Chiese a cui neppure si sono accostati per degnarle di uno sguardo. Gli altri vi si recano una volta all'anno o vi mandano un procuratore per ritirare i loro benefici. Quando ebbe inizio questa corruzione coloro che volevano ottenere questa dispensa la richiedevano come un privilegio ma oggi e un caso raro incontrare un curato che risieda nella sua parrocchia. Le considerano infatti come date a mezzadria e delegano i loro vicari a fungere da esattori. Alla stessa natura ripugna che si consideri un uomo pastore di un gregge di cui non ha mai visto neppure una pecora. 12. A quanto pare già ai tempi di san Gregorio cominciava a diffondersi questa mala abitudine di venir meno, da parte dei pastori, alla predicazione ed all'insegnamento del popolo. Egli se ne duole fortemente in alcuni scritti: "il mondo "dice "è pieno di preti e tuttavia se ne trovano pochi operai nella messe . Poiché ricevono sì l'ufficio ma non assolvono l'incarico ". E ancora: "Non avendo carità i preti vogliono essere considerati signori e non si sentono padri. Mutano così l'umiltà in orgoglio e dominio " "Che facciamo noi pastori che riceviamo la mercede e non siamo operai "?: "Ci consacriamo a compiti che non ci competono. Facciamo professione di una cosa e ci impegnamo in altre. Abbandoniamo la carica della predicazione e siamo, a quanto vedo, detti vescovi per nostra sventura in quanto possediamo il titolo in modo onorifico ma non per l'adempimento del mandato ". Considerando questo suo rigore e questa sua severità nei riguardi di coloro che non adempiono il loro dovere, quantunque lo facessero, almeno in parte, che dovrebbe dire oggi, vi domando, vedendo vescovi che non sono saliti neppure una volta in vita loro sul pulpito per predicare? E fra i curati dove a mala pena se ne troverebbe uno fra cento? Poiché si è giunti ad un punto di tale insensatezza da considerare la predicazione cosa disdicevole e inadatta alla dignità episcopale. Ai tempi di san Bernardo la situazione era già peggiorata ma vediamo quali rimproveri, e di quale tenore, egli muova al clero. Ed è verosimile supporre che vi fosse allora una serietà e una autorità maggiore di quanto vi siano oggi. 13. Se si considera ora, e si valuta attentamente, la forma di governo oggi vigente nel papismo si constaterà non esservi al mondo ribalderia maggiore. Siamo in presenza, evidentemente, di una realtà così lontana dall'istituzione di Cristo, anzi in aperto contrasto con essa, lontana e opposta alla prassi antica, contraria alla ragione e alla natura, che non si potrebbe recare maggior ingiuria a Gesù Cristo che rivendicandone il nome per giustificare un regime così confuso e corrotto: "Siamo colonne della Chiesa "affermano "prelati della cristianità, vicari di Gesù Cristo, a capo dei credenti in quanto depositari per successione della potenza e dell'autorità apostolica! ". Si vantano di queste fandonie, quasi si rivolgessero a pezzi di legno; ogniqualvolta pero ricorrono a queste millanterie domando loro: che avete in comune con gli apostoli? In questo caso non si tratta infatti di una dignità ereditaria, che venga ad un uomo mentre sta dormendo, ma del compito della predicazione da cui rifuggono così ostinatamente. Quando affermiamo che il loro governo rappresenta la tirannia dell'anticristo replicano subito: "è la santa e venerabile gerarchia che i Padri antichi hanno magnificato e venerato ". Quasi i santi Padri nel lodare e apprezzare la gerarchia ecclesiastica o il governo spirituale, come era stato tramandato dagli apostoli, avessero in mente questo abisso di confusione, in cui i vescovi sono il più delle volte asini che ignorano i rudimenti più elementari della fede cristiana, che dovrebbero essere noti al popolino, o sono a volte ragazzini usciti appena da bailatico, oppure, quando si tratti di una persona dotta, il che accade di rado, considera il vescovato titolo onorifico e di prestigio; una situazione in cui i pastori non si curano di pascere il loro gregge più di quanto un calzolaio si curi di arare dei campi, e ogni cosa risulta così confusa che a mala pena si riscontra una traccia minima di quell'ordine che ebbero i Padri ai loro tempi. 14. Che dovremmo dire passando ad esaminare i costumi? Dove è quella luce del mondo richiesta da Gesù Cristo? (Mt. 5.14). Dove è il sale della terra? Dove quella santità che costituisce norma perenne di vita? Non si incontra oggi condizione umana che più del clero appaia sregolata nelle vanità, nei piaceri, nella dissolutezza di ogni specie. In nessuna condizione umana si annoverano uomini più attivi ed esperti nell'arte dell'inganno, della frode, del tradimento, della slealtà, più audaci ed accorti nel fare il male. Tralascio di far menzione dell'orgoglio, dell'alterigia, dell'avarizia, delle rapine, della crudeltà. Né farò cenno alla sregolata licenza che regna nella loro esistenza. Tutto questo è stato sopportato da lungo tempo dalla gente ma oggi ne è così stufa che non c'è da temere che esageri tracciando questo quadro. Faccio una affermazione che non sono in grado di contestare: si trova forse un vescovo fra tutti gli attuali e un curato su cento che non sia degno di scomunica, o per lo meno di essere sospeso dall'ufficio, qualora si debbano giudicare i loro costumi secondo gli antichi canoni? Questo perché la disciplina anticamente vigente è da lungo tempo caduta in disuso e quasi del tutto sepolta. Quanto sto dicendo sembra incredibile ed è invece realtà. Si glorino ora, tutti i fautori della Sede romana e i partigiani del Papa dell'ordinamento sacerdotale esistente fra loro. È chiaro che né da Gesù Cristo, né dai suoi apostoli, né dai santi Padri, né dalla Chiesa antica lo hanno ricevuto quale è oggi. 15. Passiamo ad esaminare, ora, il caso dei diaconi e la distribuzione dei beni ecclesiastici come la praticano. In realtà, i loro diaconi non sono creati per questo; infatti non chiedono loro che di servire all'altare, cantare l'evangelo e non so quali altre cose inutili. Delle elemosine, la cura dei poveri, dei compiti che avevano nei tempi antichi non se ne sente più parlare. Mi riferisco alla loro istituzione nella forma in cui essi la considerano valida, perché dovessimo parlare della realtà, dovremmo concludere che l'ordine dei diaconi non è fra loro un ufficio ma solo un grado in vista della promozione al sacerdozio. C'è un momento nella messa in cui questi attori, che recitano la parte del diacono, mimano la tradizione antica: quando ricevono le offerte che si fanno prima della consacrazione. Secondo la prassi antica i fedeli prima di prendere parte alla Cena si baciavano l'un l'altro, indi offrivano la loro offerta sull'altare. In tal modo rendevano testimonianza della loro carità anzitutto con un segno e poi con una dimostrazione concreta. Il diacono, che fungeva da procuratore dei poveri, riceveva quanto veniva offerto per distribuirlo. Attualmente, di tutte queste elemosine, ai poveri non giunge neppure un soldo, come se si gettasse tutto in fondo al mare. Si fanno perciò beffa della Chiesa con questa apparenza menzognera di ufficio diaconale. Non c'è evidentemente in questo diaconato nulla che ricordi l'istituzione apostolica o l'uso antico. L'amministrazione dei beni è stata trasferita interamente ad altro uso e disposta in modo tale che non se ne potrebbe inventare di più disordinata. Simili a ladroni che, dopo aver sgozzato un povero viandante, si spartiscono il bottino, questi valent'uomini, dopo aver spenta la luce della parola di Dio, e avendo, se così può dirsi, sgozzato la Chiesa, hanno pensato che tutto ciò che era destinato ad uso sacro fosse loro abbandonato affinché lo potessero depredare e saccheggiare. 16. Pertanto nella spartizione del bottino ognuno ha rubato quanto poteva. È stata così, non solo mutata, ma interamente capovolta la tradizione antica. La maggior parte è caduta in mano ai vescovi e ai preti delle città che, arricchiti da quel bottino, si sono mutati in canonici. A quanto ci è dato sapere, però, questa spartizione di bottino non è avvenuta affatto in modo pacifico perché non vi è capitolo che non stia tuttora litigando con il proprio vescovo. Comunque sia hanno preso provvedimenti perché una cosa fosse chiara: i poveri non ricevono neppure il becco d'un quattrino mentre avrebbero dovuto, per lo meno, ricevere la metà, come era il caso anticamente. I canoni ne assegnano loro esplicitamente la quarta parte e un altro quarto è affidato al vescovo affinché possa provvedere agli stranieri ed altri indigenti. Ognuno intende facilmente quale uso dovessero fare i membri del clero della quarta parte loro assegnata e a che uso dovessero destinarla. Il rimanente quarto, destinato alla riparazione dei templi o altre spese straordinarie, abbiamo visto che in caso di necessità era interamente destinato ai poveri. Vi chiedo ora, potrebbero costoro, se solo avessero in cuor loro un briciolo di timor di Dio, vivere in pace un'ora sola considerando che il loro cibo, la loro bevanda e ciò di cui si vestono proviene non solo da un furto ma da un sacrilegio? Vorrei almeno, che pur restando imperturbabili dinnanzi al giudizio di Dio, si convincessero che le persone, cui cercano di dimostrare che la loro gerarchia è ordinata in modo sì meraviglioso, sono persone che hanno la testa sul collo e sono in grado di giudicare. Mi dicano insomma se l'ordine dei diaconi è la licenza per commettere furti e sacrilegi. Lo negano? In tal caso sono costretti ad ammettere che questo ordine non esiste più fra loro visto che l'amministrazione dei beni ecclesiastici è palesemente mutata in sacrilega ruberia. 17. Ricorrono, a questo punto, ad un argomento fantasioso; affermano, infatti, che la magnificenza di cui fanno uso è un mezzo lecito, atto a salvaguardare la dignità della Chiesa. Altri esponenti di quella cricca sono così spudorati da affermare che quando gli ecclesiastici sono simili ai prìncipi nella magnificenza e nella pompa vengono adempiute le profezie che promettono questa gloria per il regno di Cristo. "Non invano "dicono: Dio ha così parlato alla sua Chiesa: "I re verranno e ti adoreranno, ti recheranno doni " (Sl. 72.10) : "Risvegliati, risvegliati, rivestiti della tua gloria, o Sion, rivestiti dei vestimenti della tua magnificenza, o Gerusalemme; quelli di Saba verranno tutti quanti, porteranno oro ed incenso; e predicheranno le lodi del Signore. Tutte le greggi di Chedar si raduneranno presso di te " (Is. 52.1; 60.6). Divertirsi a polemizzare contro queste spudoratezze significherebbe fare la figura dello sciocco; non spenderò pertanto parole inutili. Chiedo loro tuttavia: che risponderebbero ad un Giudeo che facesse uso di queste testimonianze in un senso analogo; ne criticherebbero la stupidità, in quanto verrebbe così trasferito sul terreno della carne e del mondo, cose dette spiritualmente del regno spirituale di Gesù Cristo. Sappiamo infatti che i profeti ci hanno raffigurato sotto figure di realtà terrene la gloria celeste di Dio destinata a risplendere nella Chiesa. In verità di tali benedizioni esteriori mai vi è stata così poca abbondanza come nell'età apostolica e tuttavia riconosciamo che il regno di Gesù Cristo è stato allora nella sua fioritura. "Che significano dunque queste dichiarazioni profetiche? "dirà alcuno. Il significato è questo: tutto ciò che è prezioso, grande, eccellente deve essere sottomesso a Dio. Riguardo all'affermazione che i re sottoporranno il loro scettro a Gesù Cristo, gli faranno omaggio delle loro corone e gli consacreranno le loro ricchezze quando mai tale promessa fu adempiuta in modo più completo che quando l'imperatore Teodosio, abbandonando il suo manto di porpora e le insegne imperiali Si presentò a sant'Ambrogio per far solenne penitenza come un volgare uomo del popolo? Ovvero quando lui stesso e gli altri prìncipi cristiani si sono impegnati a conservare la pura dottrina della verità nella Chiesa e mantenere i buoni dottori? Che i preti non godessero in quei tempi di ricchezze superflue è dimostrato chiaramente dalla sentenza del concilio di Aquileia presieduto da sant'Ambrogio: la povertà è titolo di gloria e di onore per i ministri di Gesù Cristo. I vescovi avevano indubbiamente a disposizione redditi di cui avrebbero potuto servirsi per vivere nel lusso, qualora avessero giudicato che la vera gloria della Chiesa consiste in questo; ben sapendo invece che nulla contrasta più apertamente l'ufficio pastorale quanto una ricca tavola, lusso nel vestire, palazzi sontuosi, serbarono quell'umilità e quella modestia che Gesù Cristo ha richiesto ai suoi ministri. 18. Non volendo dilungarmi eccessivamente su questo punto, riconsideriamo brevemente quanto la dispensazione, sarebbe più esatto dire la dissipazione, dei beni ecclesiastici sia lungi dall'autentico ministero di diacono quale ci è presentato nella parola di Dio, e quale è stato attuato nella Chiesa antica. Riaffermo che quanto viene impiegato nell'ornare templi è impiegato male, qualora non ci si attenga a quella sobrietà richiesta dalla natura e dal carattere del servizio divino e dei sacramenti cristiani, e di cui ci hanno fornito insegnamenti ed esempio gli apostoli e i santi Padri. In che cosa invece i templi odierni si accordano con queste premesse? Si dis.pprova in ogni cosa la moderazione, non dico la povertà dei primi tempi, ma una onesta sobrietà; nulla al giorno d'oggi piace se non ha sapore di superfluità e di corruzione. Lungi però dall'aver cura dei veri templi, quelli viventi, si tollera più facilmente che centomila poveri muoiano di fame piuttosto che fondere un solo calice o spezzare una cannuccia d'argento per recare sollievo alla loro indigenza.
Né vorrei dar l'impressione di eccedere in polemica con affermazioni troppo personali; invito perciò i lettori a riflettere ad una cosa: che direbbero i santi vescovi summenzionati, cioè Esuperio, Acacio, sant'Ambrogio se risuscitassero dai morti. Non approverebbero certamente che in presenza di sì grandi necessità di soccorrere i poveri le ricchezze della Chiesa vengano destinate ad altro uso e opere inutili; ma sarebbero ancor più risentiti vedendo che l'impiego di queste ricchezze, anche quando non vi sono poveri o necessità immediate a cui consacrarle, dà luogo a così perniciosi abusi. Lasciamo da parte il giudizio degli uomini. Questi beni sono dedicati a Gesù Cristo, debbono dunque essere destinati ad un uso conforme alla sua volontà. Non risulta perciò di alcuna utilità ascrivere al conto di Gesù Cristo delle spese fatte senza suo ordine, perché non le avvallerà. Quantunque, a dir il vero, non è ingente il reddito ordinario della Chiesa che viene speso in vasellame, parimenti, immagini e altre cose simili perché nessun vescovato risulta abbastanza provvisto, né abazia abbastanza pingue o beneficio soddisfacente a soddisfare la cupidigia di quelli che ne dispongono, quand'anche si accumulassero tutti. Allo scopo di effettuare risparmi sulle proprie rendite spingono il popolino a queste pratiche superstiziose inducendolo a convertire il denaro destinato ai poveri in edificazione di templi, costruzione di immagini, dono di reliquiari e calici, acquisto di pianete ed altri paramenti. Questo è il baratro che quotidianamente divora tutte le oblazioni e le elemosine. 19. Riguardo al reddito che ricavano da eredità, possedimenti potrei dire qualcosa che già non sia stato detto e che tutti non vedano chiaramente? Constatiamo con quanta coscienziosità ne amministrano la maggior parte vescovi ed abati. Non è forse follia pretendere trovare qui un ordinamento ecclesiastico? È cosa opportuna che vescovi e abati scimmiottino i prìncipi in servitù, lusso di abbigliamento, tenore di casa e di vitto considerando che la loro vita deve essere un esempio e un modello di sobrietà, temperanza, modestia ed umiltà? Appartiene forse all'ufficio pastorale accaparrarsi non solo città, borghi, castelli ma principati, contee, ducati e mettere infine la mano sui regni, quando il preciso comandamento di Dio proibisce loro cupidigia, avarizia e ordina loro di accontentarsi di una vita sobria? Se disprezzano la parola di Dio che atteggiamento assumeranno dinanzi agli antichi decreti dei concili ove è ordinato che il vescovo abbia la sua casetta accanto al tempio, tavola sobria, casa modesta? Che risposta daranno a quel decreto del concilio di Aquileia che dice la povertà essere gloria ed onore di un vescovo cristiano? Rifiuteranno certamente, come eccessivamente difficile, quanto san Girolamo ordina a Nepoziano, che cioè poveri e forestieri abbiano libero accesso alla sua tavola e con essi Gesù Cristo. Ma avranno vergogna di negare quanto è detto appresso, che la gloria di un vescovo consiste nel provvedere ai poveri ed è ignominioso per un prete cercare il proprio personale tornaconto. Non possono però accettare questo senza autocondannarsi tutti insieme. Non è però il caso di perseguirli con maggior severità visto che la mia intenzione è stata solo di dimostrare che l'ordine dei diaconi risulta già da lungo tempo annullato fra loro, affinché non ricorrano più oltre a quel titolo per sopravalutare la loro Chiesa. Ritengo perciò aver adempiuto su questo punto quanto mi proponevo.
CAPITOLO 6 IL PRIMATO DELLA SEDE ROMANA 1. Abbiamo sin qui illustrato le forme in cui si è attuato il governo nella Chiesa antica e la loro progressiva degenerazione, verificatasi Cl. Passare del tempo, sino ad essere oggi, nella Chiesa papale, puramente nominali, anzi unicamente finzioni. Ho effettuato questa analisi affinché i lettori possano giudicare, sulla base di questo confronto, quale tipo di Chiesa esista oggi fra i romanisti che ci accusano di essere scismatici perché separati da loro. Non abbiamo però ancora menzionato quello che costituisce il vertice e il coronamento di questa situazione cioè il primato della Sede romana, in base al quale si sforzano di dimostrare che la Chiesa cattolica esiste solo presso di loro. Non ne abbiamo sin qui parlato in quanto detta istituzione non trae la sua origine né dalla istituzione di Gesù Cristo, né dalla prassi della Chiesa primitiva, come è invece il caso per le cariche di cui abbiamo parlato e che abbiamo visto scendere dall'età antica perdendo, a causa della corruzione dei tempi, la loro purezza, anzi giungendo al punto da essere del tutto sovvertite. Tuttavia i nostri avversari si sforzano, come ho detto, di convincere il mondo che il fondamentale e l'unico vincolo dell'unità ecclesiastica sia rappresentato dall'adesione alla Sede romana e dall'obbedienza ad essa. L'argomento su cui si fondano, volendo sottrarci la realtà della Chiesa per rivendicarla a se, consiste in questo: essi hanno il capo da cui dipende l'unità della Chiesa, e in assenza del quale essa non può che risultare dispersa e distrutta. Questa è infatti la loro fantastica teoria: la Chiesa non è che un tronco privo di testa quando non sia sottomessa alla Sede romana come al suo capo. Quando perciò affrontano il problema della loro gerarchia iniziano sempre con questa affermazione: il Papa presiede sulla Chiesa universale in assenza di Gesù Cristo, quale suo vicario, la Chiesa non può essere dovutamente ordinata se questa sede non abbia il primato su tutte le altre. È dunque necessario esaminare anche questo punto per non tralasciare nulla che interessi un retto governo della Chiesa. 2. Il nucleo centrale della questione consiste in questo: è necessariamente richiesto da una gerarchia autentica, cioè dal governo della Chiesa, la preminenza, in dignità e autorità, di una sede sulle altre, sì da assumere il carattere del capo di un corpo? La Chiesa si troverebbe in una condizione estremamente pesante e iniqua qualora le fosse imposto questo, senza la parola di Dio. Se i nostri avversari vogliono perciò che le loro rivendicazioni siano accettate devono dimostrare innanzitutto che questo ordinamento è stato istituito da Gesù Cristo. Credono poterlo fare ricorrendo alla funzione sacerdotale nella Legge, e al potere di giurisdizione sovrana del sommo sacerdote, che Dio aveva stabilito in Gerusalemme. La risposta però è facile; anzi ve ne sono parecchie qualora non si accontentassero di una sola. In primo luogo non è procedimento ragionevole, l'estendere a tutto il mondo ciò che è risultato utile per una nazione. Vi è anzi grande differenza fra il mondo intero e il popolo particolare. Per tema che i Giudei, interamente circondati da popolazioni idolatriche, fossero distratti da questa varietà di religioni Dio aveva posto la sede del suo culto al centro del mondo, e aveva stabilito quivi un prelato cui tutti fossero sottoposti per essere meglio uniti. La religione è ora sparsa in tutto il mondo; chi non vede dunque l'assurdità di assegnare ad un sol uomo il governo dell'oriente e dell'occidente? Sarebbe come voler pretendere che l'universo debba esser governato da un sindaco o da un siniscalco solo dato che ogni provincia ne ha uno. C'è però un'altra ragione, per cui non è necessario dedurre, da quel fatto, la conclusione suddetta e seguirla. Tutti sanno che il sommo sacerdote sotto la Legge è stato figura di Gesù Cristo. Ora essendo stato trasferito il sacerdozio è d'uopo che sia trasferito anche questo diritto (Eb. 7.12). A chi potrebbe esserlo? Non certo al Papa come egli spudoratamente richiede, interpretando questo testo in suo favore, ma a Gesù Cristo, il quale, esercita questo ufficio da solo, senza vicari o successori, e non ne trasferisce l'onore a nessuno. Questo sacerdozio infatti, figurato nella Legge, non consiste solo in predicazione e insegnamento; implica altresì la riconciliazione di Dio con gli uomini, riconciliazione che Gesù Cristo ha compiuto nella sua morte; e anche il ministero dell'intercessione con cui egli si presenta a Dio in nostro favore per darci accesso a lui. 3. Non devono dunque pretendere vincolarci con questo esempio, limitato nel tempo, facendone una legge perpetua. Nel Nuovo Testamento non possono citare nulla a loro vantaggio se non le parole dette ad un uomo soltanto: "tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Tutto ciò che avrai legato in terra sarà legato in cielo, ciò che avrai sciolto sarà sciolto " (Mt. 16.18) , e ancora: "Pietro mi ami tu? Pasci le mie pecore" (Gv. 21.16). Volendo però che queste prove risultino decisive devono dimostrare anzitutto che quando vien detto ad un uomo di pascere il gregge di Cristo gli viene conferita autorità su tutte le Chiese; e secondo, che legare e sciogliere significhi semplicemente governare su tutto il mondo. Il fatto è però che Pietro, avendo ricevuto questo incarico dal Signore, esorta, nello stesso modo, tutti gli altri preti ad assolverlo, a pascere cioè il gregge di Dio che è stato loro affidato (1 Pi. 5.2). È facile dedurre da questo che nell'ordinare a san Pietro di fungere da pastore delle sue pecore, Gesù Cristo non gli ha dato nulla di particolare riguardo ad altri, oppure che Pietro ha esteso a tutti gli altri il diritto che aveva ricevuto.
Per non fare lunghi discorsi udiamo dalla bocca stessa di Gesù Cristo la spiegazione che egli ci dà, in un altro testo, del significato di "legare "e "sciogliere ": cioè di rimettere e ritenere i peccati (Gv. 20.23). Le modalità di questo legare e sciogliere si possono leggere in tutta la Scrittura, sono però chiaramente espresse da san Paolo quando dice che i ministri dell'evangelo hanno la missione di riconciliare gli uomini a Dio, e il potere per compiere un giudizio su tutti coloro che avranno rifiutato tale beneficio (2 Co. 5.18; 10.6). 4. Ho già detto in che modo distorcono il significato dei testi che fanno menzione di legare e sciogliere, e sarà necessario riprendere più ampiamente questo problema. Per ora è necessario esaminare le conseguenze che costoro traggono dalle parole dette da Gesù Cristo a Pietro. Promette di affidargli le chiavi del regno dei cieli, e che tutto ciò che avrà legato in terra sarà legato nei cieli. Se possiamo trovare un accordo sul significato del termine "chiavi "e sulle modalità del "legare "tutto il dibattito sarà risolto. Il Papa abbandonerà infatti molto volentieri questa carica, che nostro Signore ha affidato ai suoi apostoli, in quanto comporta molti impegni e molti fastidi senza procurargli alcun vantaggio, e privandolo dei suoi piaceri. La similitudine delle chiavi si addice molto bene all'evangelo, in quanto è mediante l'insegnamento di esso che i cieli ci sono aperti. Ora nessuno risulta legato o sciolto davanti a Dio, se non per il fatto che gli uni sono riconciliati mediante la fede, gli altri doppiamente vincolati dalla loro incredulità. Se il Papa si accontentasse di mantenere questo diritto penso che non susciterebbe nessuna opposizione. Dato però che una successione di questo genere, piena di fatiche e priva di guadagni non gli garba, eccoci costretti a contestargli anzitutto il significato di quella promessa di Gesù a Pietro. La situazione dimostra che egli ha voluto magnificare l'apostolato in cui la dignità non si può scindere dall'incarico. Se viene accolta l'interpretazione che abbiamo dato, e non la si può respingere senza spudoratezza, non viene conferito a san Pietro, sulla base di questo testo, nulla che non sia comune a tutti i dodici; in caso contrario non si recherebbe solo offesa alla loro persona ma la dignità del loro insegnamento sarebbe sminuita. I Romanisti protestano con violenza; che cosa ricavano però dal loro accanirsi contro tale rupe? Non potranno far sì che tutti gli apostoli, ricevendo il mistero della predicazione, non siano stati muniti altresì della potenza di legare e sciogliere. Gesù Cristo, dicono, promettendo le chiavi a san Pietro lo ha costituito vescovo della Chiesa tutta. Rispondo che quanto risulta promesso a lui solo, in quel testo, viene affidato a tutti gli altri poco dopo, anzi è dato loro in mano (Mt. 18.18; Gv. 20.23). Quando viene affidato a tutti lo stesso diritto che viene affidato a uno in che cosa quest'ultimo può considerarsi superiore agli altri compagni? La preminenza, dicono, consiste nel fatto che egli riceve a parte e insieme agli altri ciò che agli altri è affidato soltanto in comune. Rispondo, con san Cipriano e sant'Agostino, che Gesù Cristo non ha agito in questo modo sulla base di una preferenza nei riguardi degli altri ma avendo in vista l'unità della Chiesa. Queste sono le parole di san Cipriano: "Nostro Signore, nella persona di un uomo, ha dato le chiavi a tutti per mettere in evidenza l'unità di tutti. San Pietro era esattamente ciò che gli altri erano, compagni in onore e potenza eguali, ma Gesù Cristo Comincia con un uomo per mostrare che la Chiesa è una ". Ecco quanto dice sant'Agostino: "se la figura della Chiesa non fosse stata in san Pietro, il Signore non gli avrebbe detto: "ti darò le chiavi ". Se questo è detto soltanto a Pietro la Chiesa non ha il potere delle chiavi, se la Chiesa ha questo potere essa era già figurata nella persona di Pietro ". E ancora in un altro testo: "mentre la domanda era stata rivolta a tutti, fu Pietro soltanto che rispose: "Tu sei il Cristo ", e a lui fu detto: "ti darò le chiavi ", quasi il potere di legare e sciogliere fosse stato conferito a lui solo; ma come aveva risposto per tutti così riceve con tutti le chiavi come assomando in se una personalità unitaria. Egli è dunque nominato solo al posto di tutti in quanto esiste fra tutti unità ". 5. Quanto vien detto in quel testo, affermano, ha significato più ampio; non è infatti mai stato detto ad altri che su questa pietra la Chiesa sarà edificata. È da dimostrare però che in questo caso Gesù abbia detto riguardo a Pietro cosa diversa da quanto lo stesso Pietro, e san Paolo, affermano dei credenti tutti. Poiché san Paolo dice che Gesù Cristo è la pietra angolare su cui poggia tutto l'edificio, su cui sono edificati tutti coloro che crescono per essere un santo tempio al Signore (Ef. 2.20). E san Pietro ci ordina di essere pietre vive avendo qual fondamento Gesù Cristo, come pietra scelta e preziosa, per essere uniti e congiunti a Dio e fra di noi (1 Pi. 2.5). San Pietro, dicono, è stato questo più di tutti gli altri in quanto egli ha in particolare il nome. Riconosco certo volentieri a san Pietro l'onore, di essere situato nell'edificio della Chiesa fra i primi, anzi se fa loro piacere, al primo posto fra tutti i credenti. Ma non permetterò loro di dedurre da questo che egli abbia primato sugli altri. Che modo di ragionare sarebbe infatti questo: san Pietro precede gli altri in zelo, dottrina, perseveranza, dunque ha preminenza su tutti? Si potrebbe, con motivazioni ancora più fondate dedurre che Andrea precede Pietro nell'ordine, in quanto lo ha preceduto nel tempo avendolo convinto e condotto a Cristo (Gv. 1.40-42). Lasciamo stare però questi discorsi. Ammetto che san Pietro abbia precedenza sugli altri; c'è però differenza fra una precedenza onorifica e l'aver autorità. Gli apostoli hanno quasi sempre riconosciuto a Pietro il diritto di parlare per primo nell'assemblea, impostando i problemi con l'ammonire e l'esortare i compagni; di potestà però non se ne parla. 6. Non è giunto ancora il momento di affrontare questo problema, perciò mi limiterò a mostrare che è, da parte loro, sciocca pretesa il voler stabilire il dominio di un uomo su tutta la Chiesa fondandosi sul solo nome di "Pietro ". Non sono infatti neppure degne di menzione le ridicole e sciocche tesi con cui hanno voluto ingannare sin dal principio la gente: essere cioè la Chiesa fondata su san Pietro in quanto è detto: "su questa pietra edificherò la mia Chiesa ". A loro giustificazione sta il fatto che alcuni dei Padri hanno dato questa interpretazione; ma a che serve rivendicare l'autorità degli uomini contro Dio quando tutta la Scrittura dice il contrario? Perché anzi discutere riguardo al significato di queste parole, quasi fosse oscuro o dubbio visto che non potrebbe essere più chiaro e definito? Pietro aveva confessato, a nome suo proprio e dei fratelli, che Cristo era il figlio di Dio (Mt. 16.16). Su tale pietra Cristo edifica la sua Chiesa, in quanto questo è il fondamento unico, come dice san Paolo, e non è lecito porne un altro (1 Co. 3.2). Non respingo affatto l'autorità dei Padri su questo punto, e non mancano le loro testimonianze qualora volessi citarle a conferma della mia tesi. Non voglio però importunare i lettori, dilungandomi in lunghi discorsi su una questione così evidente; considerando anche il fatto che altri hanno trattato ampiamente e con molta cura questa materia. 7. Nessuno è in grado di risolvere questo problema meglio della Scrittura, se esaminiamo tutti i testi in cui vengono illustrate le mansioni e l'autorità di Pietro nel gruppo degli apostoli, il suo comportamento e la sua posizione. Se li si esamina attentamente, si riscontrerà soltanto che Pietro è stato uno dei dodici, simile agli altri, compagno e non padrone. Egli certo propone la linea di azione nella comunità e ammonisce gli altri, ma si pone, d'altra parte, in ascolto, e non permette soltanto agli altri di esprimere pareri ma di stabilire e decretare ciò che sembra loro opportuno. Quando hanno preso una decisione egli la segue e la applica (At. 15.1). Quando scrive ai pastori, non dà ordini come un superiore, valendosi dell'autorità, ma li considera suoi compagni e li esorta in modo amichevole, come si suol fare da pari a pari (1 Pi. 5.1). Quando viene accusato di aver avuto contatto con i pagani, quantunque fosse a torto (At. 11.2) , egli giustifica. Quando gli si ordina di recarsi in Samaria con Giovanni non oppone un rifiuto (At. 8.14). Inviandolo in missione gli apostoli dimostrano di non considerarlo superiore a loro. Quando egli obbedisce e accoglie l'incarico ricevuto, dimostra che esiste fra loro comunione e non dominio. Quand'anche non possedessimo tutte queste citazioni la difficoltà verrebbe eliminata dalla sola epistola ai Galati, dove san Paolo dimostra, in due interi capitoli, che è uguale a san Pietro nella carica dell'apostolato. Per dimostrare questo egli ricorda che non si è recato da lui per far professione di sottomissione, ma per dimostrare a tutti l'unità della dottrina esistente fra loro. Anzi san Pietro non gli ha richiesto questo ma gli ha dato la mano in segno di collaborazione per lavorare insieme nella vigna del Signore. Anzi Dio gli aveva manifestato, nella sua opera fra i pagani, tanta grazia, quanta ne aveva manifestata a Pietro nella sua opera fra i Giudei. Infine quando Pietro non si era comportato rettamente, egli lo aveva ammonito e quello aveva accettato il suo rimprovero (Ga 1.18; 2.8). Tutto questo dimostra che fra san Pietro e san Paolo esisteva eguaglianza, oppure che san Pietro non aveva più autorità sugli altri di quanto ne avessero gli altri su di lui. In realtà l'intenzione di san Paolo è espressamente quella di mostrare che nel suo apostolato non doveva essere ritenuto inferiore a Pietro e a Giovanni in quanto si tratta di uomini che sono stati suoi compagni e non suoi superiori. 8. Quand'anche concedessi riguardo a Pietro ciò che domandano, che cioè sia stato principe degli apostoli e superiore agli altri in dignità, non c'è però motivo per ricavare da un caso particolare una norma generale, e fare deduzioni da ciò che è accaduto una volta, tanto più che si tratta di situazioni diverse. Se v'è stata fra gli apostoli una figura principale, questo si deve attribuire al fatto che erano pochi. Se uno ha tenuto la presidenza su dodici, ne deriva forse che uno debba presiedere su centomila? Non stupisce che vi sia stata una persona a capo dell'organizzazione del gruppo dei dodici. La natura e la prassi degli uomini richiedono che ogni comunità, quand'anche i membri siano pari in autorità, vi sia una persona che ha carica di guida e a cui tutti obbediscono. Non esiste consiglio, parlamento, assemblea qualsiasi che non abbia un suo presidente, né c'è esercito senza capitano. Non vedo nessun inconveniente ad ammettere che gli apostoli hanno conferito a san Pietro questo primato. Ciò che si è verificato però nell'ambito dei pochi non si deve trasferire letteralmente a tutto il mondo, a reggere il quale una sola persona non può bastare da sola. L'ordine di natura, dicono, insegna che deve esserci un capo su ogni corpo. E citano a sostegno delle loro tesi l'esempio delle gru e delle api che eleggono sempre un solo re o un solo capo e non parecchi. Accetto volentieri questi esempi; mi chiedo però se tutte le api del mondo si radunano in un posto per eleggere un re. Ogni re si accontenta della sua arnia. Parimenti ogni stormo di gru ha il suo conduttore. Che conclusioni si possono dedurre da questo se non che ogni Chiesa deve avere il suo vescovo? Citano ancora l'esempio delle monarchie terrestri e accumulano citazioni di poeti e di scrittori che lodano questa o quella monarchia, questo o quel sistema. La risposta è facile. Le monarchie non vengono lodate, anche da parte di scrittori pagani, come se un sol uomo dovesse governare il mondo intero, essi intendono solo alludere al fatto che un principe non può accettare nei suoi domini un uomo suo pari in autorità. 9. Pur ammettendo come una cosa buona e utile, secondo le loro tesi, che il mondo intero sia ridotto ad una monarchia, il che è invece errato, non concede loro però che questo debba valere per il governo della Chiesa. Essa infatti ha Gesù Cristo quale unico capo, sotto la cui autorità tutti siamo uniti secondo l'ordine e la forma di governo che lui stesso ha istituito. Coloro pertanto che vogliono dare preminenza ad un sol uomo, sulla Chiesa tutta, con il pretesto che essa non può fare a meno di un capo, recano somma ingiuria a Gesù Cristo, che ne è il capo, cui, come dice san Paolo, ogni membro deve essere sottomesso affinché tutti insieme, secondo la misura dei propri doni, siamo uniti per crescere in lui (Ef. 4.15). Vediamo che l'Apostolo considera, senza eccezione, tutti gli uomini della terra partecipi del corpo di Cristo, riservando a lui solo l'onore e il titolo di capo. Egli affida dunque ad ogni membro limiti stabiliti e compiti precisi affinché, sia la perfezione della grazia, che la sovrana potenza di governo, risiedano in Gesù Cristo soltanto. Conosco il cavillo con cui rispondono a questa obiezione: Gesù Cristo è nominato unico capo in senso assoluto, in quanto lui solo può governare in nome proprio e di sua autorità; ma questo non esclude l'esistenza di un capo a lui subordinato, nel campo del ministero, che sia quasi suo gerente. Nessun frutto può derivare da questa argomentazione se non si sarà dimostrato, anzitutto, che questo ministero è stato ordinato da Cristo. Poiché l'Apostolo insegna che il ministero è sparso in tutte le membra, ma l'autorità procede dal solo capo celeste (Ef. 1.22; 4.15; 5.23). Oppure, se vogliono che mi esprima in modo più chiaro, dato che la Scrittura dichiara che Gesù Cristo è capo e attribuisce a lui solo quell'onore, non lo si deve trasferire ad un altro se Gesù Cristo non lo ha istituito suo vicario. 10. E non solo questo non si legge in nessun testo, ma è chiaramente refutabile sulla base di molte citazioni. San Paolo ci ha fornito alcune descrizioni della Chiesa e non ha mai fatto menzione dell'esistenza di un unico capo in terra; si potrebbe anzi, dalla sua descrizione, dedurre che questo non si addice all'istituzione di Cristo il quale, salendo al cielo, ci ha sottratto la sua presenza visibile ma tuttavia è salito per empire ogni cosa (Ef. 4.10). La Chiesa perciò lo ha costantemente presente e sempre lo avrà. Quando san Paolo vuole illustrare il mezzo mediante cui godiamo della presenza di Cristo ci rinvia ai ministeri di cui egli si serve: "Il Signore Gesù ", dice "è in noi tutti, secondo la misura della grazia che ha dato ad ogni membro. Perciò egli ha costituito gli uni apostoli, gli altri profeti, gli altri evangelisti, gli altri pastori, gli altri dottori " (Ef. 4.7- 11). Perché non dire che egli ne ha istituito uno sugli altri tutti per fungere da suo luogotenente? Il problema che stava infatti trattando richiedeva questa precisazione, e non la doveva omettere se corrispondeva alla realtà. Gesù Cristo, egli dice, ci assiste. In che modo? Mediante il ministero degli uomini cui ha affidato il governo della sua Chiesa. Perché non dice invece: mediante la funzione magisteriale del capo che ha stabilito in vece sua? Fa bensì menzione della unità ma ravvisandola in Dio nella fede in Gesù Cristo. Riguardo agli uomini non concede nulla se non il ministero comune a tutti e quello particolare ad ognuno. Nel raccomandarci l'unità, dopo aver detto che siamo un corpo e uno spirito, avendo la medesima speranza della vocazione comune, un Dio una fede e un battesimo (Ef. 4.4-5) perché non aggiungere subito che abbiamo un sommo prelato per mantenere la Chiesa unita? Se tale fosse stata la verità, non avrebbe potuto dir nulla di più pertinente. Si mediti dunque attentamente questo testo. Non v'è dubbio infatti che l'Apostolo abbia avuto l'intenzione di presentarci il governo spirituale della Chiesa, che è stato detto poi dai successori: gerarchia. Egli non fa menzione di monarchia o del principato di uno solo fra i ministeri, anzi dimostra che tale principio non c'è. È altresì indubbio che egli abbia voluto in questo testo esprimere la forma di unità mediante cui i credenti debbano essere uniti a Gesù Cristo loro capo. E non solo non fa menzione di un capo fra i ministeri, ma attribuisce ad ogni membro la sua particolare attività secondo la misura della grazia data ad ognuno. Voler stabilire un parallelismo tra la gerarchia celeste e quella terrestre è sciocchezza. Riguardo alla prima infatti non ci è necessario sapere più di quanto ce ne dica la Scrittura. Per stabilire l'ordine che dobbiamo tenere in terra non c'è altra norma da seguire che quella dataci dal Signore stesso. 2. Quand'anche si concedesse loro questo secondo punto, che però una persona di buon senso non concederà mai, cioè il primato della Chiesa esser stato dato a san Pietro a condizione che fosse perpetuo e passasse di mano in mano per via di successione, da che cosa si deduce che la Sede romana sia stata magnificata al punto che il suo vescovo debba governare il mondo intero? Con che diritto, e a che titolo vincolano ad un luogo una dignità che fu conferita a san Pietro, senza menzione alcuna di luogo. Pietro, dicono, è vissuto a Roma e quivi è morto. E Gesù Cristo? Non ha forse esercitato la carica di vescovo a Gerusalemme durante il tempo della sua vita? Non ha forse adempiuto con la sua morte ciò che era richiesto dal sommo sacerdozio? Egli principe dei pastori e sommo vescovo, capo della Chiesa non ha potuto acquisire l'onore del primato ad una località. Come potrebbe farlo Pietro che è di molto inferiore? Non è forse follia più che infantile il parlare così? Gesù Cristo ha dato a Pietro l'onore del primato, Pietro ebbe a Roma la sua sede ne consegue che ha quivi posta la sede del suo primato. Con ragionamenti di questo genere il popolo d'Israele avrebbe dovuto anticamente collocare la sede del primato nel deserto in quanto Mosè, sommo dottore e principe dei profeti aveva quivi esercitato il suo ufficio e quivi era morto (De 34.5). 12. Prendiamo in esame il bel ragionamento che costoro fanno: san Pietro, dicono, ebbe fra gli apostoli una posizione di primato. La Chiesa dunque in cui egli risiede, deve godere di quello stesso privilegio. Si pone però la domanda: quale è stata la prima Chiesa di cui egli e stato vescovo? Antiochia, rispondo. Ne deduco perciò che il primato spetta di diritto ad Antiochia. Ammettono che essa sia stata la prima in ordine di tempo, ma affermano, che Pietro, partendo di là ha trasferito l'onore del primato a Roma. Esiste infatti una lettera di papa Marcello scritta ai preti di Antiochia dove è detto: la sede di Pietro è stata dapprima nella vostra città; ma in seguito è stata, per ordine di Dio, trasferita da noi. Così la Chiesa di Antiochia che al principio fu la prima ha dato luogo alla Sede romana . Mi domando però in base a quali rivelazioni quello scioccone di papa sapeva che Dio aveva deciso questo? Se si tratta di risolvere questa questione sulla base del diritto essi devono definire se il privilegio dato a Pietro sia di natura personale, oggettiva o mista. Occorre, secondo i giuristi, scegliere una delle tre soluzioni; se dicono che si tratta di un privilegio personale la sede non è rilevante. Se è di natura oggettiva quando è stato conferito ad una sede non può essere eliminato per decesso o per partenza della persona. Resta l'ipotesi di un privilegio misto. In tal caso non si può prendere in considerazione soltanto la sede ma si deve considerare insieme ad essa la persona. Scelgano la soluzione che preferiscono, ne dedurrò subito, e dimostrerò facilmente che Roma non può in alcun modo rivendicare il primato. 13. Concediamo però ancora questo punto, accettiamo, cioè il caso che il primato sia stato trasferito da Antiochia a Roma. Perché Antiochia non ha almeno mantenuto il secondo posto? Se Roma è la prima sede, in quanto Pietro è stato vescovo sino alla sua morte, quale deve essere la seconda se non quella in cui egli ha avuto dapprima la sua sede? Come mai è accaduto invece che Alessandria abbia preceduto Antiochia? È opportuno che la Chiesa di un semplice discepolo risulti superiore alla sede di san Pietro? Se necessariamente l'onore dato ad ogni Chiesa deve essere vincolato alla dignità del suo fondatore che diremo delle altre Chiese? San Paolo menziona tre apostoli che si reputavano essere le colonne: Giacomo, Pietro e Giovanni (Ga 2.9). Se si attribuisce la preminenza alla Sede romana, in onore di san Pietro, Efeso e Gerusalemme, di cui Giovanni e Giacomo sono stati vescovi, non meriterebbero di avere il terzo e il quarto posto? Ora fra le sedi patriarcali Gerusalemme risulta essere l'ultima. Efeso non ha avuto neppure un posticino, e le altre Chiese, tanto quelle fondate da san Paolo che quelle presiedute da altri apostoli, risultano essere molto indietro e non sono state tenute in alcun conto. La sede di san Marco, semplice discepolo, ha ricevuto più onore di tutte. Devono riconoscere che quest'ordine di dignità è sbagliato ovvero ammettere che non è norma rigorosa che sia dovuto ad ogni Chiesa lo stesso grado di onore che ebbe il suo fondatore. 14. Il fatto che Pietro sia stato vescovo di Roma secondo le loro storie, mi pare lungi dall'essere provato. È indubbio che la testimonianza di Eusebio, secondo cui egli vi avrebbe soggiornato 25anni, si può senza difficoltà smentire. Risulta infatti dal primo e dal secondo capitolo della lettera di san Paolo ai Galati che Pietro soggiornò a Gerusalemme dopo la morte di Gesù Cristo circa vent'anni (Ga 1.18; 2.1) e di qui si trasferì ad Antiochia. Dimorò quivi durante un certo periodo di durata però incerta; Gregorio parla di sette anni, Eusebio di venticinque. Dalla morte di Gesù Cristo alla fine del regno di Nerone che fece uccidere san Pietro, trascorrono soltanto trentasette anni. Nostro Signore infatti patì sotto l'imperatore Tiberio, l'anno diciottesimo del regno di lui. Se si sottraggono i venti che san Pietro trascorse a Gerusalemme, secondo la testimonianza di san Paolo, rimangono al massimo diciassette anni da ripartirsi fra questi due vescovati. Se egli soggiornò a lungo ad Antiochia non può aver vissuto a Roma che poco tempo. Questo fatto si può però dedurre in modo ancor più semplice: san Paolo scrisse la sua epistola ai Romani mentre era in viaggio verso Gerusalemme (Ro 15.25) , dove venne arrestato per poi essere condotto a Roma. Verosimilmente quello scritto fu dunque redatto quattro anni prima della sua venuta a Roma. Ora non fa menzione alcuna di san Pietro, che non avrebbe invece dovuto passare sotto silenzio se fosse stato vescovo della città. Alla fine della lettera, nella lista di coloro che egli saluta, menziona un gran numero di credenti quasi volendo raccogliere in una lista tutte le sue conoscenze; di san Pietro nessun cenno. Non è perciò necessario ricorrere a lunghe discussioni e a grandi sottigliezze per convincere persone di buon senso. Lo dimostra la realtà e lo attesta il tenore dello scritto: san Pietro non poteva essere dimenticato qualora fosse stato residente in quella sede. 15. San Paolo venne in seguito trasferito prigioniero a Roma (At. 28.16); san Luca narra che venne accolto dai fratelli, ma di Pietro nessuna menzione. Dimorando quivi egli scrive a parecchie Chiese. In ogni lettera mette i saluti dei conoscenti che erano con lui: non una parola però da cui si possa dedurre che san Pietro risiedesse a Roma. È pensabile, vi chiedo, che avrebbe mantenuto un silenzio così assoluto se egli vi fosse stato? Ai Filippesi, anzi, dopo aver detto che nessuno si è impegnato nell'opera del Signore come Timoteo, egli si lamenta che ognuno ricerchi il proprio profitto (Fl. 2.20-21). E scrivendo a quello stesso Timoteo, si duole, in modo ancor più radicale, del fatto che nel corso del primo processo, nessuno lo avesse assistito, ma, al contrario, tutti lo avessero abbandonato (2Ti 4.16). Dove si trovava allora san Pietro? Se risiedeva a Roma Paolo l'accusa di un grave peccato: aver abbandonato l'Evangelo; egli parla infatti dei credenti aggiungendo: questo non sia loro imputato. Quando e per quanto tempo san Pietro ha dunque retto la Chiesa di Roma? È opinione comune, dirà qualcuno, che egli vi dimorò sino alla morte. Risponderò che non esiste un accordo fra gli antichi autori riguardo al suo successore, gli uni parlano di Lino gli altri di Clemente. Anzi, si narrano molte sciocchezze riguardo alla sua disputa con Simon Mago. Anche sant'Agostino, parlando di superstizioni, non nasconde che la prassi della Chiesa di Roma di non digiunare il giorno in cui si supponeva Pietro avesse vinto la causa su Simon Mago, era sorta in base a voci prive di fondamento e ad una opinione concepita senza riflessione. Le cose riguardanti quel periodo risultano infine così confuse, a causa delle diversità di opinioni, che non si deve accogliere acriticamente tutto ciò che è scritto. Tuttavia dato l'accordo delle fonti riguardo alla morte di lui a Roma, non intendo oppormi. Nessuno mi convincerà però che egli sia stato vescovo, anzi vi sia stato durante un lungo periodo e non me ne preoccupo affatto in quanto Paolo afferma che l'apostolato di san Pietro concerneva in modo particolare i Giudei, mentre il suo si rivolgeva a noi. Se vogliamo infatti considerare valido il patto stipulato fra loro due, anzi attenerci all'ordine dello Spirito Santo, dobbiamo avere, per parte nostra, maggior riguardo all'apostolato di Paolo che a quello di Pietro. Poiché lo Spirito Santo ha diviso le loro mansioni destinando Pietro ai Giudei e Paolo a noi. Cerchino perciò i romanisti le fonti del loro primato altrove che nella parola di Dio, visto che quivi non se ne trova il minimo fondamento. 16. Passiamo ora ad esaminare la Chiesa antica affinché risulti chiaro che la pretesa dei nostri avversari, di averla dalla propria parte, non è meno priva di fondamento e assurda della pretesa di prevalersi della Sacra Scrittura. Quando dunque citano quell'articolo della loro fede, secondo cui la Chiesa non può essere mantenuta in unità senza avere il capo assoluto in terra, cui tutti gli altri membri siano sottomessi, e secondo cui nostro Signore ha dato a san Pietro il primato per lui e i suoi successori affinché duri perpetuamente, pretendono che questo sia stato in uso sin dal principio. Dato che accumulano di qua e di là molte testimonianze manipolandone l'interpretazione a loro vantaggio, dichiaro formalmente che non intendo negare che gli antichi dottori abbiano tributato grande onore alla Chiesa romana e ne parlino con rispetto. Penso però che questo si sia verificato per tre motivi: l'opinione diffusa che san Pietro ne fosse il fondatore aveva già di per se potere per conferire credito e autorità a Roma. Le Chiese d'Occidente perciò l'hanno designata Cl. Titolo onorifico di Sede apostolica. In secondo luogo trattavasi della capitale dell'impero e, verosimilmente, si trovavano quivi personalità più eccellenti, sia dal punto di vista della dottrina che della sapienza, e più sperimentate che in altri luoghi, si ebbe perciò riguardo, e a ragione, di evitare che fosse disprezzato da un lato la nobiltà della città e dall'altro i doni che Dio aveva posto quivi. In terzo luogo: mentre le Chiese d'Oriente e di Grecia e anche d'Africa furono travagliate da non poche crisi, la Chiesa romana è stata in quei tempi molto più tranquilla e meno soggetta a tumulti; accadde perciò che buoni vescovi e di santa dottrina, espulsi dalle loro Chiese vi approdassero come in un rifugio e In un porto. Le popolazioni d'Occidente, infatti, non possono vantarsi di possedere l'intelligenza acuta e pronta degli asiatici e degli africani, in compenso però sono meno instabili e bramose di novità. Ha dunque grandemente accresciuto l'autorità della Chiesa di Roma il fatto di non essere stata turbata in quei periodi in cui le Chiese si combattevano l'un l'altra e di mantenersi più stabile nella dottrina ricevuta anticamente come sarà più chiaramente detto in seguito. Questi sono i tre motivi per cui, penso, la Sede romana è stata dagli antichi maggiormente considerata e onorata. 17. Quando però i nostri avversari, volendosi prevalere di questo fatto, le conferiscono primato e potestà assoluta sulle altre Chiese, commettono, come ho detto, un grossolano errore. E per rendere questo più evidente illustrerò, brevemente, anzitutto, come gli antichi abbiano intesa questa unità su cui costoro tanto insistono. San Girolamo, scrivendo a Nepoziano, dopo aver fatto menzione di molti elementi di unità, esamina infine la gerarchia ecclesiastica: "c'è "dice "in ogni Chiesa un vescovo, un arciprete, un arcidiacono e tutto l'ordine della Chiesa consiste in queste autorità ". Notiamo che a parlare è un prete romano, e che egli intende sottolineare l'unità della Chiesa. Perché non fa egli menzione del fatto che tutte le Chiese sono unite insieme, mediante un vincolo, per mezzo di un capo? Nessun argomento, più di questo, sarebbe stato atto a sostenere la sua tesi, e non si può ritenere che egli lo abbia tralasciato per dimenticanza. Non avrebbe infatti mancato di valersene se fosse risultato possibile, n quel contesto. Il dunque chiaro che egli si rendeva conto del fatto che la reale forma dell'unità era quella descritta da san Cipriano, quando egli diceva: "non esiste che un solo episcopato, di cui ogni vescovo è interamente partecipe; non c'è che una Chiesa sparsa in lungo e in largo come molti raggi del sole ma la luce è una sola; come un albero ha molti rami, ma non ha che un tronco fondato sulle sue radici; come da un'unica fonte derivano molti ruscelli che non impediscono però che nella fonte permanga l'unità. Si separino i raggi dal corpo del sole, l'unità che è in esso non verrà per questo distrutta. Si tagli un ramo dall'albero egli seccherà. Così la Chiesa è illuminata dalla luce di Dio e sparsa nel mondo non di meno c'è una sola luce che si spande ovunque e l'unità non viene rotta ". Dopo aver detto questo egli conclude che tutte le eresie e gli scismi derivano dal fatto che non ci si volge alla fonte della verità, non si cerca il Capo non si mantiene la dottrina del Maestro celeste. Vediamo che egli conferisce a Gesù Cristo solo il vescovato universale che include tutta la Chiesa; egli afferma che tutti coloro che sono vescovi sotto quel capo, ne detengono una parte. Dove sarà dunque il primato della Sede romana se il vescovato risiede interamente in Cristo soltanto e se ognuno ne ha una parte? Ho citato questo testo per dimostrare ai lettori, quasi per inciso, che l'affermazione dei romanisti, quel loro articolo di fede, secondo cui il governo gerarchico della Chiesa richiede l'esistenza di un capo in terra, è sconosciuta agli antichi.
CAPITOLO 7 ORIGINE E ACCRESCIMENTO DEL PAPATO FINO AL PREDOMINIO ATTUALE: DA CUI È DERIVATO L'ANNULLAMENTO DI OGNI LIBERTÀ E LA CANCELLAZIONE DI OGNI GIUSTIZIA 1. Il primo avvio e la più antica giustificazione del primato della Sede romana è rappresentato dal decreto emanato al concilio di Nicea in cui vescovo di Roma è detto primo fra i patriarchi e gli è affidata la sovrintendenza delle Chiese vicine. Questo decreto spartisce le province fra lui e gli altri patriarchi in modo da assegnare ad ognuno il proprio territorio. Non lo colloca però a capo di tutti i patriarchi ma lo considera uno dei principali. Giulio, allora vescovo di Roma, aveva inviato al Concilio due sostituti per rappresentarlo; questi furono fatti sedere al quarto rango. Se Giulio fosse stato riconosciuto qual capo della Chiesa, coloro che rappresentavano la sua persona sarebbero stati declassati al quarto rango? È, questa una domanda. Avrebbe potuto Atanasio presiedere il concilio ecumenico in cui l'ordine delle gerarchie deve essere così rigorosamente rispettato? Al concilio di Efeso Celestino, allora vescovo di Roma, assunse un atteggiamento ambiguo per rivendicare la dignità della sua sede; egli infatti manda da un lato i suoi delegati per assistervi in sua vece e nell'altro chiede al vescovo di Alessandria, Cirillo, che doveva presiedere, di rappresentarlo. Che significato aveva una tale delega se non fare pervenire in qualche modo il suo nome al primo posto? I suoi delegati infatti si trovavano in posizioni inferiori, si richiedeva il loro parere come a tutti gli altri, votavano secondo il loro ordine, il patriarca di Alessandria però era investito di un duplice incarico. Che diremo del secondo concilio di Efeso? Quantunque Leone vescovo di Roma vi avesse inviato i suoi ambasciatori fu tuttavia Dioscoro, patriarca di Alessandria a presiedere senza contestazioni. Replicheranno che quello non fu un concilio legittimo visto che Flaviano, vescovo di Costantinopoli, vi fu condannato e venne approvata l'eresia di Eutiche; non intendo però riferirmi qui alle sue decisioni. Sta di fatto che il Concilio era quivi raccolto e i delegati del Papa di Roma erano seduti al loro posto al pari degli altri, come in ogni santo e ben organizzato concilio; e non rivendicano il primo posto ma lo cedono ad altri, cosa che non avrebbero potuto fare se fosse stato di loro spettanza. I vescovi di Roma, infatti, non hanno mai avuto scrupoli a provocare gravi polemiche per difendere la loro dignità, e non hanno esitato a mettere sossopra le Chiese e a dividerli per questa ragione. Ma Leone, accorgendosi che avrebbe agito con arroganza pretendendo per i suoi ambasciatori il primo posto, lasciò correre. 2. Seguì il concilio di Calcedonia presieduto, per concessione o ordine imperiale, dai delegati della Chiesa di Roma. Leone stesso però riconosce che questo si verificò per eccezionale privilegio . Nel richiederlo infatti all'imperatore Marciano e all'imperatrice, non pretende che la cosa gli sia dovuta ma si vale della scusa che i vescovi d'Oriente, nel presiedere il concilio di Efeso, si erano comportati male e avevano abusato della loro autorità. Rivelandosi così necessario la presidenza di un nuovo responsabile e non essendo verosimilmente idonei coloro che in precedenza avevano agito sconsideratamente, Leone chiede sia trasferita a lui questa carica motivando la sua richiesta con l'incompetenza degli altri. È chiaro che non si può considerare normale e perpetuo ciò che si richiede come speciale privilegio. Quando si ricorre all'unica motivazione che è necessario avere una buona presidenza in quanto i precedenti hanno agito male, risulta chiaramente che questo provvedimento non è stato attuato in precedenza né se ne possono trarre conclusioni per l'avvenire, ma si tratta soltanto di un provvedimento motivato dal pericolo e dalle necessità attuali. Perciò il vescovo di Roma ha occupato il primo posto al concilio di Calcedonia; non perché questo fosse dovuto alla sua Chiesa, ma in quanto il Concilio risultava sprovvisto di una saggia ed adeguata presidenza poiché coloro, a cui spettava questo diritto, ne erano stati esclusi a motivo delle loro intemperanze e del loro cattivo comportamento. Quanto ho detto è provato dall'atteggiamento del successore di Leone. Convocato al terzo concilio di Costantinopoli, parecchio tempo dopo, non polemizzò per ottenere il primo posto, ma accettò senza difficoltà che presiedesse Menas patriarca del luogo. Similmente la presidenza del concilio di Cartagine, cui era presente anche sant'Agostino, fu affidata ad Aurelio, vescovo di quel luogo e non ai delegati della Sede romana, quantunque fossero espressamente venuti per riaffermare l'autorità del loro vescovo. C'è di più: si tenne in Italia un concilio ecumenico cui non partecipò il vescovo di Roma; si tratta del concilio di Aquilea, presieduto da sant'Ambrogio in virtù della stima di cui godeva presso l'Imperatore . Nessuna menzione viene fatta in questa circostanza del vescovo di Roma. Constatiamo dunque che in virtù dell'autorità di sant'Ambrogio Milano fu anteposta alla Sede romana. 3. Riguardo al primato e altri titoli orgogliosi di cui il Papa si vanta senza fine e senza misura, è facile giudicare quando, e in che modo siano stati introdotti. San Cipriano, vescovo di Cartagine, menziona spesso Cornelio vescovo di Roma; non ne parla però altrimenti che come di un fratello, compagno, vescovo come lui. Scrivendo a Stefano, successore di Cornelio, non solo lo fa uguale a se stesso e agli altri vescovi, ma lo tratta molto severamente chiamandolo arrogante e ignorante. È noto ciò che le Chiese africane unanimemente decretarono dopo la morte di Cipriano. Al concilio di Cartagine fu deciso che nessuno potesse chiamarsi principe dei sacerdoti o primo vescovo ma soltanto vescovo della prima sede . A chi esamini le storie antiche risulterà chiaro che il vescovo di Roma si accontentava del nome comune di fratello. Fintantoché la Chiesa si mantenne nella sua condizione di autenticità e di purezza, quei titoli di orgoglio, usurpati successivamente dalla Sede romana per accrescere il suo prestigio, furono del tutto sconosciuti. Non si conosceva l'esistenza di un sommo pontefice e di un capo unico di tutta la Chiesa. Se il vescovo di Roma avesse avuto l'ardire d'innalzarsi sino a quel punto, si sarebbero trovati uomini di buon senso per deplorare immediatamente la sua follia e la sua presunzione. San Girolamo, come prete romano, non è stato avaro nel magnificare la dignità della sua Chiesa, nella misura riconosciuta lecita dalle condizioni e dalla verità dei suoi tempi, constatiamo tuttavia che egli la situa al piano delle altre. "Quando si tratta di un'autorità "dice "il mondo è più grande di una città. Perché mi vieni a citare gli usi di una sola città? Perché sottoporre l'ordine della Chiesa a poche persone causando l'insorgere di presunzioni? Ovunque c'è un vescovo, si tratti di Roma o di Gubbio o di Costantinopoli o di Reggio, egli è rivestito della stessa dignità e dello stesso sacerdozio. La potenza delle ricchezze o la debolezza della povertà non fanno un vescovo superiore o inferiore ". 4. La questione del titolo di vescovo universale fu sollevata, per la prima volta, ai tempi di san Gregorio, a motivo dell'ambizione dell'arcivescovo di Costantinopoli chiamato Giovanni. Costui pretendeva farsi vescovo universale, cosa che nessuno aveva sino allora osato. San Gregorio, discutendo il problema, non dice affatto che quello gli abbia sottratto un titolo di sua competenza, ma, al contrario, dichiara che si tratta di un titolo profano anzi sacrilego, una premessa per l'avvento dell'anticristo: "Se colui che è detto universale dovesse cadere "egli dice "la Chiesa tutta andrebbe in rovina ". E altrove: "È cosa deplorevole lasciare che venga detto vescovo unico chi è nostro fratello e nostro compagno, con conseguente disprezzo degli altri. Che possiamo congetturare da questo suo orgoglio se non che il tempo dell'anticristo è vicino? Infatti egli segue l'esempio di colui che, disprezzando la compagnia degli angeli, volle salire più in alto per essere unico sovrano ". In un altro testo, scrivendo a Eulogio, vescovo di Alessandria, e ad Atanasio, vescovo di Antiochia: "Nessuno dei miei predecessori "dice "ha mai voluto ricorrere a questo termine profano: se infatti il patriarca vien detto universale, il titolo sarà sottratto a tutti gli altri. Quando un cristiano presume innalzarsi sino a questo punto egli sminuisce non di poco, l'orrore dei suoi fratelli ": "Accettare questo titolo esecrabile significa annientare la cristianità ": "Una cosa è mantenere l'unità della fede, un'altra abbattere l'arroganza degli orgogliosi. Affermo coraggiosamente che chiunque si definisce vescovo universale o accetta di essere tale si rivela precursore dell'anticristo in quanto si antepone a tutti, con orgoglio ". E ancora Atanasio: "Ho detto che il vescovo di Costantinopoli non può essere in pace con noi se non desiste dall'arroganza di quel titolo superstizioso ed orgoglioso inventato dal primo apostata; per tacere dell'ingiuria che reca a voi. Se uno è chiamato vescovo universale e cade, la Chiesa tutta precipita ". Questi sono i termini usati da san Gregorio. Riguardo alla sua affermazione che quell'onore sarebbe stato offerto a Leone dal concilio di Calcedonia Si tratta di una notizia priva di fondamento, di cui non si fa cenno nei documenti scritti. Leone deplorando in molte epistole il decreto emanato in quella sede a favore del vescovo di Costantinopoli non avrebbe tralasciato quell'argomento, il più valido fra tutti, se gli si fosse offerto quell'onore ed egli lo avesse rifiutato. Essendo anzi uomo ambizioso non avrebbe abbandonato così facilmente ciò che in qualche modo, potesse rappresentare per lui un motivo di lode. San Gregorio si è dunque ingannato nel credere che il Concilio avesse voluto magnificare in questo modo la Sede romana. In realtà e sciocco pensare che un concilio ecumenico abbia voluto farsi promotore di un titolo che risulta cattivo, profano, esecrabile, carico di orgoglio e sacrilegio, procedente anzi dal Diavolo o, come dice san Gregorio stesso, emanato dal precursore dell'anticristo . Tuttavia egli aggiunge che il suo predecessore lo ha rifiutato temendo che gli altri vescovi venissero privati del loro legittimo onore. Ed in un altro testo: "Nessuno ha voluto essere onorato di quel titolo né si è appropriato di questo termine assurdo per tema che lo si potesse accusare di voler spogliare i suoi fratelli del loro onore ponendo se stesso in posizione di sovranità ". 5. Veniamo ora al diritto di giurisdizione su tutta la Chiesa che il Papa rivendica con estrema facilità. Sappiamo quante polemiche abbia anticamente suscitato. La Sede romana infatti non ha mai mancato di rivendicare una superiorità sulle altre Chiese; non sarà fuori luogo dimostrare con che mezzi sia giunta, sin dai tempi antichi, a conseguire qualche preminenza. Non mi riferisco a quella sregolata tirannia che, da qualche tempo, il Papa ha usurpato per se, ne tratterò in altra sede. Bisogna però valutare ora con che mezzi e come già da lungo tempo si sia innalzato, rivendicando una forma di giurisdizione sulle altre Chiese. Nel tempo in cui le Chiese d'Oriente erano agitate e divise dalla questione ariana, sotto l'impero di Costanzo e Costante figlio di Costantino il grande, Atanasio, principale difensore della fede cattolica, fu scacciato dalla sua Chiesa. Questa disgrazia lo costrinse a rifugiarsi a Roma per poter resistere, con l'aiuto dell'autorità della Chiesa romana, alla furia dei suoi nemici, e confermare i credenti fedeli che si trovavano in una grave situazione. Giunto a Roma egli fu ricevuto con onore da Giulio, allora vescovo, e ottenne, grazie al suo intervento, che le Chiese d'Occidente assumessero le sue difese. I credenti orientali, trovandosi così nella necessità di ricevere soccorso dal di fuori e constatando essere la Chiesa romana la principale fonte di aiuto, le tributarono di buon grado quanto onore potevano. Essenzialmente però tutto si riduceva a tenere in grande considerazione il fatto di essere in comunione con lei e considerare grande ignominia l'esserne separati. Questa dignità venne in seguito accresciuta grandemente da gente perversa e di cattiva condotta. Venne infatti considerato soluzione normale, per coloro che risultavano meritevoli di condanna nelle loro Chiese il rifugiarsi a Roma come in porto franco. Un prete veniva condannato dal suo vescovo o un vescovo dal sinodo della sua provincia? Subito si appellava a Roma. E i vescovi romani si mostravano interessati ad accogliere questi ricorsi più di quanto fosse necessario; consideravano che il potersi inserire negli affari delle Chiese lontane conferisse loro una specie di preminenza. Fu così che quando Eutiche, pessimo eretico fu condannato da Flaviano, arcivescovo di Costantinopoli, se ne venne da Leone lamentandosi di esser stato trattato ingiustamente. E Leone non ebbe esitazioni ad impegnarsi nella difesa di una causa pessima e pericolosa, allo scopo di rivendicare la sua autorità, e mosse severi rimproveri a Flaviano perché aveva condannato un innocente prima di averlo sentito. E spinto dalla sua ambizione tanto si diede da fare che l'empietà di Eutiche si rafforzò mentre sarebbe stata soffocata senza la sua ingerenza. Casi analoghi si verificarono spesso in Africa. Non appena un briccone veniva condannato dal suo giudice si precipitava a Roma e con calunnie accusava il suo vescovo di aver agito male nei suoi riguardi. La Sede romana si dimostrò sempre pronta ad intervenire, e fu questa ingerenza dei vescovi romani che spinse i vescovi africani a vietare, pena la scomunica, che ci si appellasse oltre mare, 6. Comunque stessero le cose vediamo di quale autorità e di quale potere giurisdizionale godesse allora la Sede romana. Nel risolvere questo punto bisogna notare che la potestà ecclesiastica consiste in quattro elementi: consacrare vescovi, convocare concili, esercitare giurisdizione inferiore o superiore, fare ammonizioni e censure. Riguardo al primo punto tutti gli antichi concili stabiliscono che ogni vescovo sia ordinato dal suo metropolita e non prevedono l'intervento del vescovo di Roma all'infuori della sua provincia. A poco a poco è però invalsa l'abitudine che tutti i vescovi d'Italia si recassero a Roma per esservi consacrati ad eccezione dei metropoliti che rifiutarono di sottomettersi a questa servitù. Quando dovevano essere ordinati i metropoliti, il vescovo di Roma inviava uno dei suoi preti unicamente per assistere al rito e non per presiedere. Un esempio di questo fatto si trova in una epistola di san Gregorio concernente la consacrazione di Costanzo arcivescovo di Milano dopo la morte di Lorenzo; penso, però, si trattasse di una prassi recente. È: verosimile che si sia cominciato con l'inviare, in segno di comunione reciproca, ambasciatori per assistere alla consacrazione manifestando così la propria amicizia e la propria stima. Si è in seguito mutato in norma legale ciò che prima si faceva liberamente. È comunque notorio che il vescovo di Roma aveva anticamente potestà di consacrare i vescovi solamente nella sua provincia, cioè nelle Chiese dipendenti dalla sua sede, come è precis.to dal canone di Nicea. Alla consacrazione vescovile si associava, per consuetudine, l'invio di epistole sinodali; in questo il vescovo di Roma non era per nulla superiore agli altri. Si tratta di questo: tutti i patriarchi avevano infatti l'abitudine, subito dopo la loro consacrazione, di inviarsi reciprocamente una epistola in cui dichiaravano la loro fede e facevano professione di aderire alla dottrina dei santi concili. Facendo questa professione di fede si informavano reciprocamente della propria elezione. Qualora il vescovo di Roma avesse ricevuto dagli altri questa confessione e da parte sua non l'avesse data avrebbe realmente goduto di una superiorità; essendo però tenuto, come gli altri, a fare questo, ed essendo sottomesso ad una legge comune è chiaro che, nello scrivere la lettera vescovile, egli dimostrava la sua comunione ma non la sua signoria. Esempi di questo atteggiamento si trovano nelle epistole di san Gregorio, per esempio a Ciriaco, ad Anastasio, e ai patriarchi tutti. 7. Il secondo elemento è rappresentato dalle ammonizioni e le censure di cui i vescovi romani hanno fatto uso nei riguardi degli altri accettando però che altrettanto venisse fatto nei loro riguardi. Ireneo, vescovo di Lione, rimproverò aspramente Vittore, vescovo di Roma, per aver sollevato una grave e dannosa polemica nella Chiesa per futili motivi; quello accettò l'ammonizione senza replicare. Per lungo tempo fra i santi vescovi è esistita questa libertà nell'ammonire fraternamente i vescovi romani e rimproverarli quando sbagliavano.
Analogamente costoro, quando se ne presentava l'occasione, ammonivano per parte loro gli altri vescovi. San Cipriano nell'invitare Stefano, vescovo romano, ad ammonire i vescovi delle Gallie, non trae argomento dal fatto che egli abbia podestà su di loro, ma dal diritto dei vescovi dei loro rapporti reciproci. Ora mi domando se Stefano avesse avuto giurisdizione sulle Gallie, Cipriano non avrebbe egli forse detto: puniscili, perché sono sotto la tua giurisdizione? Si esprime ben diversamente: "La comunione fraterna "dice "che ci unisce insieme, richiede che ci ammoniamo reciprocamente ". E sappiamo che egli fa uso in un'altra occasione di espressioni violente rimproverandolo di aver voluto far uso di una libertà eccessiva. Non risulta dunque che, in quella circostanza, il vescovo di Roma abbia avuto giurisdizione su quelli che non erano della sua provincia. 8. Riguardo alla convocazione di concili, spettava ad ogni metropolita far tener sinodi nella sua provincia una o due volte all'anno a tempo opportuno; in questo il vescovo di Roma non c'entrava. Il concilio ecumenico era convocato dall'imperatore soltanto e i vescovi vi convenivano solo in virtà della autorità di lui. Qualora un vescovo avesse preso una iniziativa del genere, non solo non avrebbe trovato obbedienza negli altri che erano fuori del confine della sua provincia, ma avrebbe provocato immediatamente un grave scandalo. L'Imperatore convocava dunque tutti i vescovi. Lo storico Socrate narra bensì che Giulio. Vescovo di Roma, si lamentava che i vescovi orientali non lo avessero convocato al concilio di Antiochia, affermando che era proibito dai canoni prendere decisioni senza averne informato il vescovo di Roma. Chi non capisce però che questo si riferisce ai decreti che riguardano la Chiesa universale? Non deve dunque stupire che si sia fatto, in considerazione dell'antichità e della nobiltà della città e altresì della dignità di quella Chiesa l'onore di non emanare alcuna legge universale, concernente la dottrina cristiana, in assenza del vescovo di Roma, purché non avesse rifiutato di partecipare. Come è possibile partendo da questo fatto fondare un'autorità sulla Chiesa tutta? Non neghiamo infatti che il vescovo di Roma sia stato uno dei principali; quello che non possiamo invece ammettere è l'affermazione dei romanisti secondo cui egli ebbe autorità su tutti. 9. Ci rimane ora da esaminare il quarto elemento della potestà ecclesiastica: il diritto di esaminare le cause in appello. L'autorità a cui ci si appella è notoriamente un'autorità superiore. Molti, anticamente si sono appellati al vescovo di Roma; lui stesso, per parte sua, ha fatto ogni sforzo per avocare a se l esame delle cause; non è però mai stato preso in considerazione quando ha voluto oltrepassare i suoi limiti. Non mi riferisco né all'oriente né alla Grecia; è noto però che i vescovi della Gallia gli hanno opposto una resistenza molto ferma quando ha lasciato intendere, in qualche modo, di voler usurpare la loro autorità. In Africa questo problema è stato lungamente dibattuto Avendo il concilio di Miledo, a cui partecipava sant'Agostino; comminato la scomunica per tutti coloro che si fossero appellati oltremare, il vescovo di Roma fece ogni sforzo per far modificare questo decreto, inviò degli ambasciatori per rivendicare quel diritto come essendogli stato conferito dal concilio di Nicea. Costoro produssero dei documenti, tratti dagli archivi della loro Chiesa, attribuendone la paternità al concilio di Nicea. Dal canto loro gli Africani opposero resistenza affermando che non si doveva prestar fede al vescovo di Roma in una causa in cui risultava lui stesso direttamente implicato. Venne così presa la decisione di inviare a Costantinopoli e nelle altre città della Grecia delle delegazioni per richiedere copie meno sospette degli atti conciliari di Nicea. Quivi non si trovò nulla di quanto i delegati di Roma avevano sostenuto. Venne perciò mantenuto in pieno vigore il decreto che negava la giurisdizione suprema del vescovo di Roma, e venne così smascherata la sua spudorata arroganza, e altresì la sua falsità in quanto egli aveva voluto far credere che fossero atti del concilio di Nicea quelli che in realtà erano di Sardica. Perversione ancora maggiore e più sfrontata quella dei falsari che hanno aggiunto agli atti del concilio una epistola, inventata di sana pianta, dove il successore di Aurelio, deplorando l'arroganza del suo predecessore che si sarebbe sottratto con eccessiva audacia all'obbedienza della Sede apostolica, umilmente si sottomette con i suoi e chiede di essere perdonato . Sono questi i documenti antichi su cui poggia la dignità della Sede romana: spacciare sotto veste di antichità sciocchezze tali che un cieco è in grado di scoprire. Aurelio (dice questo bel documento ) , gonfio di diabolica audacia ha osato ribellarsi a Gesù Cristo e a san Pietro ed è pertanto degno di scomunica. Ma che dovremmo dire di sant'Agostino? E dei molti Padri che hanno assistito al concilio di Miledo? Che necessità abbiamo di refutare con molte parole un detto così stupido che fa arrossire gli stessi romanisti quando non siano del tutto privi di pudore? Graziano, nel redigere le decretali (non so se mosso da malizia o da ignoranza ) , dopo aver menzionato questo canone, secondo cui nessuno deve appellarsi oltre mare pena la scomunica, aggiunge questa eccezione: fuorché alla Sede romana. Che cosa dobbiamo rispondere a bestie così prive di buon senso da trasformare in eccezione proprio il punto per cui la legge fu espressamente emanata, come ognuno è in grado di vedere? Il Concilio infatti nel proibire che ci si appellasse oltre mare, intende dire proprio questo: che non ci si appelli a Roma. 10. Per porre fine alla questione, e volendo illustrare qual sia stata anticamente la giurisdizione del vescovo romano, ci basterà far menzione di un fatto narrato da sant'Agostino. Donato, che si chiamava di Casanera, scismatico, aveva accusato Ceciliano, arcivescovo di Cartagine e tanto aveva fatto che quest'ultimo era stato condannato, senza essere interrogato; sapendo infatti che si trattava di una congiura di vescovi contro di lui egli si rifiutava di comparire in giudizio. La questione giunse all'imperatore Costantino. Questi, ritenendo che la causa dovesse essere giudicata da un tribunale ecclesiastico, ne affidò l'incarico a Melciade, allora vescovo di Roma, e ad alcuni altri vescovi d'Italia, di Gallia, e di Spagna da lui nominati. Se una causa di questo genere rientrava nella giurisdizione ordinaria della Sede romana, come si spiega il fatto che Melciade accetta che l'Imperatore gli nomini degli assistenti? Anzi, perché quel processo di appello gli viene affidato per decisione imperiale e non lo avoca a se di sua autorità?
Ascoltiamo però ciò che accadde in seguito. Ceciliano venne assolto. La calunnia di Donato di Casanera fu smascherata ma egli si appellò. L'imperatore Costantino lo rinviò in appello dinanzi all'arcivescovo di Arles. Eccoti dunque l'arcivescovo di Arles posto in condizione, qualora lo giudichi opportuno, di cassare la sentenza del vescovo romano, o per lo meno di giudicare in seconda istanza sopra di lui. Se la Sede romana avesse avuto la giurisdizione assoluta, senza possibilità di appello, avrebbe Melciade tollerato l'ingiuria di essere posposto all'arcivescovo di Arles? Quale imperatore ha preso questa decisione? Costantino, che ha messo, secondo quanto essi affermano, non solo tutta la sua attenzione ma tutta la sua attività per esaltare la dignità della loro Sede romana. Risulta dunque evidente che il vescovo di Roma era ancora lontano da questa autorità suprema che, secondo quanto egli afferma, gli è stata affidata da Gesù Cristo su tutte le Chiese e riguardo alla quale, egli pretende falsamente, di aver avuto sempre il consenso di tutti. 2. Sappiamo quanto siano numerosi i rescritti e le epistole decretali dei pontefici in cui essi vantavano la loro autorità illimitata; ogni persona dotata però di un minimo di intelligenza e di cultura capisce, di fronte a queste epistole solitamente così sciocche e prive di serietà, da quale ambiente provengano. Quale persona sana di mente e di buon senso può infatti credere che Anacleto sia l'autore di quella ridicola esegesi, citata da Graziano sotto il nome di lui, secondo cui Cefa significa capo? Innumerevoli sono le sciocchezze raccolte da Graziano senza senso critico e di cui i romanisti fanno uso oggi, nella polemica contro di noi, per difendere la loro sede. E non si vergognano di introdurre in una questione così evidente quelle oscurità di cui si sono anticamente serviti per mantenere il popolo nelle tenebre. Non voglio però affaticarmi a smentire queste sciocchezze che si smentiscono da sole tanto sono ridicole. Ammetto certo che si possiedano altre epistole realmente scritte da papi antichi, in cui essi si sforzano di esaltare la grandezza della loro sede, attribuendole titoli eccellenti, come nel caso di Leone. Benché infatti si tratti di un uomo sapiente ed eloquente è stato bramoso di gloria e di smisurata potenza. Vorrei sapere però se le Chiese hanno realmente prestato fede alla sua testimonianza, quando egli si esprimeva in questi termini. Risulta in realtà che molti, urtati dalla sua ambizione, hanno resistito alla sua brama di potenza. In una epistola egli ordina il vescovo di Tessalonica quale vicario per la Grecia ed i paesi limitrofi; quello di Arles, o di non so quale altra città, per la Gallia, e Ormida, vescovo per la Spagna; in tutti i casi però egli aggiunge questa eccezione, che queste cariche sono da lui affidate a condizione di non recare in alcun modo offesa agli antichi privilegi degli arcivescovi. E dichiara lui stesso che uno dei privilegi essenziali era di esaminare in prima istanza le controversie e le difficoltà che si fossero verificate. Questo vicariato dunque si presentava in forma tale da non impedire che il vescovo esercitasse la sua giurisdizione ordinaria, un arcivescovo fosse escluso dal governo della sua provincia, o l'attività dei sinodi fosse in qualche modo pregiudicata. Si caratterizza dunque come l'astenersi da ogni forma di giurisdizione e semplicemente offrire una mediazione per appianare i conflitti, secondo la natura stessa della comunione della Chiesa che richiede che i membri si preoccupino gli uni degli altri. 12. Già al tempo di san Gregorio questa situazione risulta mutata. Essendo l'Impero fortemente in crisi in quanto la Gallia e la Spagna erano agitate da guerre, l'Illiria era devastata, l'Italia parecchio danneggiata, l'Africa quasi interamente perduta e saccheggiata; i vescovi cristiani, desiderando che almeno l'unità della fede permanesse salva in una situazione politicamente così confusa, si ricollegavano al vescovo di Roma, e ne risultò che non solo la dignità della sede ne fu accresciuta, ma anche la autorità. Non ci interessa sapere con quali procedimenti si sia giunti a questa situazione, ma il solo fatto che in quel tempo l'autorità risultò molto maggiore di quanto fosse stata prima. Siamo tuttavia lontani da un tipo di superiorità tale che si possa parlare di un dominio di uno sugli altri. La Sede romana risultava soltanto oggetto di tale riverenza da ricevere l'autorità di reprimere e correggere i ribelli che non si fossero lasciati ammonire da altri colleghi. San Gregorio infatti dichiara sempre espressamente di voler conservare agli altri i loro diritti non meno di quanto voglia tutelare i suoi: "Non intendo "dice "far torto a nessuno per ambizione; ma desidero onorare i miei fratelli ovunque ed in ogni modo ". Non si trova in nessuno dei suoi scritti affermazione più forte riguardo al primato che laddove egli dice: "Non conosco vescovo che non sia soggetto alla Sede apostolica, quando si trovi in fallo ". Egli aggiunge però subito: "Quando non si riscontra colpa, tutti sono eguali per diritto di umiltà " Con questo egli intede attribuirsi l'autorità di correggere coloro che hanno errato, facendosi però eguale a quelli che compiono il loro dovere. Bisogna anche notare che si attribuisce da se tale autorità; e questa gli veniva riconosciuta da quelli a cui sembrava bene. Se qualcuno giudicava dovergliela rifiutare, era nel suo pieno diritto; risulta infatti che molti gli hanno opposto resistenza. Anzi si deve notare che egli parla, in questo testo, del primate di bis.nzio, il quale condannato dal suo concilio provinciale non aveva tenuto in conto la sentenza di tutti i vescovi del paese, che avevano indirizzato all'imperatore le loro rimostranze. L'Imperatore aveva affidato la causa a san Gregorio perché la esaminasse. Egli non prendeva dunque una iniziativa che poteva apparire violazione della giurisdizione ordinata, e quanto faceva per recare aiuto agli altri, era fatto solo su richiesta dell'imperatore. 13. Ecco dunque in che cosa consisteva l'autorità del vescovo romano di quei tempi: resistere ai ribelli e agli ostinati ogni qual volta si richiedeva un intervento di tipo straordinario, allo scopo di aiutare gli altri vescovi e non di por loro ostacoli. Non assume dunque, nei confronti degli altri, nessuna iniziativa che non riconosca legittima nei suoi confronti, accettando di essere ammonito da tutti e corretto da tutti. Analogamente egli ordina bensì in un'altra epistola al vescovo di Aquilea di presentarsi a Roma per render ragione della sua opinione riguardo ad un argomento allora dibattuto fra lui e i suoi vicini; ma prende questa decisione unicamente in seguito ad un ordine imperiale, come egli dice, e non sulla base della sua autorità. Dichiara anzi che non sarà solo a procedere al giudizio, ma promette di convocare il concilio nella sua provincia per questo. Eppure, quantunque ci si trovasse allora in una situazione moderata in cui l'autorità della Sede romana era mantenuta nei suoi limiti, che non era possibile oltrepassare, e il vescovo romano non possedesse sogli altri vescovi una autorità né questi gli fossero sottoposti, è tuttavia noto quanto tale situazione dispiacesse a san Gregorio. Egli si lamenta infatti qua e là che diventato vescovo è in realtà ritornato nel mondo ed è impegnato in questioni terrene più di quanto fosse vivendo fra laici sì da essere quasi sommerso da problemi di ordine secolare. In un altro testo: "Io sono così carico "dice "di impegni che la mia anima non può alzarsi in alto. Dispute e petizioni mi assalgono come le ombre. Dopo aver vissuto pacificamente sin qui sono ora in balia di varie tempeste in un'esistenza piena di affanni; talché io posso ben dire: "sono entrato nelle profondità del mare e la tempesta mi copre ". Immaginate ora quale sarebbe la sua reazione vivendo al giorno d'oggi. Quantunque non sia investito dell'ufficio di pastore, tuttavia lo esercita. Non si ingerisce nei problemi del governo civile e terreno ma si dichiara suddito dell'imperatore come tutti gli altri. Non si occupa degli affari delle altre Chiese se non per stretta necessità; eppure ha la sensazione di essere prigioniero in un labirinto in quanto non può consacrarsi esclusivamente alla sua missione vescovile. 14. Come abbiamo detto, l'arcivescovo di Costantinopoli era allora in conflitto con quello di Roma per il primato. Da quando la Sede imperiale era stata trasferita a Costantinopoli, sembrava logico che questa Chiesa avesse il secondo posto. E in realtà era stata questa la ragione principale per cui, sin dall'inizio, si era conferito a Roma il primato in quanto sede dell'impero. Graziano cita uno scritto di Lucio papa dove è affermato che si sono delimitati gli arcivescovati e le sedi dei primati seguendo l'ordine del governo temporale; si sono cioè definite le sedi in modo tale che il grado di preminenza, nel campo spirituale, assegnato ad una città, si stabilisse in base alla sua posizione di superiorità o di inferiorità nell'ordine temporale. Esiste altresì un altro rescritto noto sotto il nome di Clemente in cui vien detto che i patriarcati sono stati istituiti nelle città in cui esistevano prima del Cristianesimo le principali sedi sacerdotali. Questa tesi è notoriamente errata, in qualche modo però si avvicina alla realtà. Infatti noto che in un primo tempo, come è stato detto, per non provocare cambiamenti troppo bruschi, le sedi dei vescovi e dei privati sono state fissate secondo un ordine gerarchico già esistente nell'ordine delle realtà politiche; primati e metropoliti furono stabiliti nelle sedi dei governatori e dei magistrati. Fu pertanto stabilito nel primo concilio di Torino che le città superiori alle altre nell'ordine temporale fossero anche le prime ad avere le sedi episcopali; qualora la superiorità politica venisse trasferita da una città all'altra fosse pure trasferita la sede arcivescovile. Innocenzo, papa di Roma, constatando che l'importanza della sua città stava declinando da quando la Sede imperiale era stata trasferita a Costantinopoli, e temendo che in tal modo la sede venisse a perdere il suo prestigio, emanò una legge opposta con cui decreto non essere necessario mutare la gerarchia delle preminenze ecclesiastiche quando venisse una mutazione nell'ordine civile. Ragionevolmente però dovremmo anteporre l'autorità di un concilio a quella di una singola persona. C'è anzi di più. Innocenzo è sospetto in quanto difende la propria causa. Comunque sia il suo decreto è chiaro indice del fatto che anticamente vigeva questa prassi: gli arcivescovati erano stabiliti in base alle preminenze civili di questa o quella città.
15. In base a questa antica tradizione fu decretato al primo concilio di Costantinopoli che si dovesse considerare al secondo posto, in ordine e grado, il vescovo di quella città in quanto si trattava della nuova Roma. Parecchio tempo dopo avendo il concilio di Calcedonia emanato un decreto simile, Leone vescovo di Roma, vi si oppose fermamente e risolutamente, avendo non solo l'ardire di disprezzare le decisioni e le conclusioni di seicento vescovi ma accusandoli apertamente, come appare dalle sue epistole, di aver sottratto alle altre Chiese l'onore che era stato tributato a Costantinopoli. Che cosa se non la pura ambizione poteva incitarlo a turbare l'universo, mi domando, per motivi così leggeri e frivoli? Egli afferma che quanto deciso una volta al concilio di Nicea deve risultare inviolabile; quasi la cristianità corresse il pericolo di scomparire perché era stata preferita una Chiesa ad un'altra, o i patriarchi si fossero radunati a Nicea non avendo altro fine o altra intenzione che il mantenimento dell'ordine. È chiaro però che il mantenimento dell'ordine autorizza, anzi richiede, secondo le situazioni, di procedere a mutamenti. Vano pretesto è dunque quello di Leone quando afferma che non si deve affatto trasferire alla sede di Costantinopoli l'onore che il concilio di Nicea aveva anteriormente attribuito ad Alessandria. È fin troppo evidente infatti che si trattava di un decreto suscettibile di essere modificato secondo le circostanze. Come mai nessuno dei vescovi orientali, più direttamente interessati, trovò nulla da ridire? Protero, eletto vescovo di Alessandria al posto di Dioscoro era pur presente, e gli altri patriarchi il cui onore risultava così sminuito. A quelli spettava fare obiezioni, non a Leone, la cui posizione non veniva minimamente sminuita. Ma poiché tutti costoro tacevano, anzi approvavano quella decisione, ed era il solo vescovo di Roma a dissentire, è facile dedurre quali fossero i motivi che lo spingevano: egli prevedeva ciò che poco dopo sarebbe accaduto, che cioè declinando la gloria della vecchia Roma, Costantinopoli, non accontentandosi del secondo posto, avrebbe preteso di assumere il primo posto. Non poté però impedire, malgrado tutto il suo strepito che il decreto del Concilio entrasse in vigore. I suoi successori, pertanto, vedendo che non ottenevano nulla, abbandonarono questo atteggiamento di ostinata preclusione; essi ordinarono infatti che Costantinopoli dovesse essere considerato il secondo patriarcato. 16. Poco tempo dopo, però, al tempo di san Gregorio, il vescovo di Costantinopoli, Giovanni si spinse al punto di pretendere il titolo di patriarca ecumenico. Gregorio non volendo rinunciare all'onore della sua sede, si oppose, a ragione, a questa follia. Certo si trattava di orgoglio intollerabile e di sregolata follia da parte del vescovo di Costantinopoli: il voler estendere il suo vescovato su tutto l'Impero. Gregorio però non pretende che l'onore negato all'altro appartenga a lui, ma è il titolo stesso che egli aborrisce, da chiunque venga usurpato, in quanto perverso e contrario all'onore di Dio; si indigna, anzi, in una sua epistola a Eulogio, vescovo di Alessandria, che glielo aveva attribuito: "Ecco ", dice "nel proemio dell'epistola che mi avete indirizzata, avete fatto uso di quel termine orgoglioso chiamandomi "papa universale "; cosa che prego la Santità vostra di non ripetere; poiché tutto ciò che viene attribuito ad un altro, oltre il ragionevole, viene sottratto a voi. Per parte mia non reputo sia onore per me ciò che sottrae onore ai miei fratelli. In questo consiste il mio onore: che la condizione della Chiesa universale e dei miei fratelli sia mantenuta nella sua integrità. Se la Santità vostra mi chiama "papa universale "ammette di non essere, in parte, ciò che io dovrei essere interamente ". La causa difesa da san Gregorio era buona e giusta; ma essendo Giovanni appoggiato dall'imperatore Maurizio non lo si poté distogliere dal suo intento. Similmente Ciriaco, suo successore, si mantenne fermo in questa stessa ambizione, al punto che non si poté mai ottenere da lui che ne desistesse. 17. Foca, infine, eletto imperatore dopo la morte di Maurizio (non so per qual ragione favorevole ai Romani, forse perché quivi era stato incoronato senza difficoltà ) , concesse a Bonifacio 3quanto san Gregorio non aveva mai chiesto: che Roma fosse alla testa di tutte le altre Chiese. In questo modo venne risolta la questione. Questo beneficio imperiale però non avrebbe recato grande giovamento alla Sede romana se non fossero sopraggiunti altri fattori. Poco tempo dopo infatti tutta l'Asia e la Grecia furono sottratte alla sua comunione. La Gallia aveva di lui tanta riverenza da essere sottomessa nel modo che a lui piaceva; e non fu mai schiava del tutto se non dopo l'occupazione del regno da parte di Pipino. Zaccaria, papa in quei tempi, avendo aiutato a scacciare il suo re ed il suo legittimo signore per impadronirsi del potere regio, ottenne, a mo' di ricompensa, che tutte le Chiese della Gallia fossero sottomesse alla giurisdizione della Sede romana. Come dei briganti che hanno l'abitudine di spartirsi il bottino, questa brava gente, dopo aver condotto a termine questo furto, fece la sua divisione in modo tale che a Pipino toccò la signoria temporale ed a Zaccaria quella spirituale. Dato però che egli non ne godeva in modo del tutto libero, perché le novità sono difficili da introdurre, fu confermato nella sua posizione di preminenza da Carlo Magno per analoghi motivi. Carlo Magno infatti era venuto ad esprimere la sua riconoscenza al vescovo di Roma per essere giunto al potere imperiale in parte Cl. Suo aiuto. Quantunque sia lecito supporre che già in precedenza le Chiese avessero perso ovunque il loro aspetto originario, è chiaro che in quel momento le forme primitive risultarono annullate del tutto in Francia e in Germania. Esistono tuttora negli archivi del Parlamento di Parigi i registri, redatti in forma di cronache, in cui, trattandosi di questioni ecclesiastiche' si fa menzione dei contratti stipulati da Pipino e Carlo Magno Cl. Vescovo di Roma da questo risulta dunque chiaramente che, in quel periodo, vennero mutate le antiche condizioni della Chiesa. 18. Da quel tempo, peggiorando la situazione ogni giorno, la tirannia della Sede romana si accresce Cl. Passar del tempo. E di questo fu causa in parte la stupidità dei vescovi, in parte il loro disinteresse. Mentre infatti il vescovo di Roma si innalzava di giorno in giorno usurpando ogni diritto, i vescovi non dimostrarono zelo necessario per reprimere la sua cupidigia; quand'anche ne avessero avuto l'intenzione, essendo privi di capacità e di intelligenza, non sarebbero stati all'altezza di quel compito.
Noi vediamo perciò che disordine regna a Roma ai tempi di san Bernardo, anzi, che profanazione della cristianità. Egli lamenta il fatto che da ogni parte del mondo, ambiziosi, avari, simoniaci, incestuosi, adulteri, gente di Ma.affare si recasse a Roma per ottenere, con l'appoggio dell'autorità apostolica, onori ecclesiastici o per mantenerli. Affermando che quivi si trova il regno della frode, dell'inganno, della violenza; dichiarando altresì che le sentenze, quivi pronunciate, risultavano esecrabili, indegne non solo della Chiesa ma di una qualsiasi giustizia laica. Si dimostra indignato del fatto che la Chiesa sia piena di gente ambiziosa e nessuno abbia paura di commettere ogni sorta di delitti, e che la situazione sia paragonabile ad una caverna in cui i briganti si spartiscono il bottino rubato ai viaggiatori: "Sono pochi quelli che hanno riguardo a ciò che dichiara la bocca del legislatore "dice "ma tutti guardano le sue mani, a ragione, sono esse infatti che esprimono tutta l'attività del Papa ". Poco dopo, rivolgendosi al Papa dice: "Chi sono i tuoi adulatori che ti dicono: "orsù, coraggio "? Te li procacci con le spoglie delle Chiese; la vita dei poveri è buttata in mano ai ricchi, il denaro riluce nel fango e da ogni parte si accorre ma non lo raccoglie il più povero, bensì il più forte o colui che corre più rapidamente. Questa prassi, sarebbe più esatto dire questa corruzione mortale, non ha preso inizio al tempo tuo; volesse Dio che vi prendesse fine. Sei però vestito e agghindato con ricercatezza. Osassi dirlo, affermerei che la tua sede è più un parco di diavoli che di pecore. Agiva forse in questo modo san Pietro? San Paolo si faceva in questo modo beffe di Dio? La tua corte è solita raccogliere i buoni più che renderli tali. I malvagi non vi fanno carriera, ma i buoni diventano però malvagi ". Egli narra in seguito gli abusi che si permettevano nelle cause di appello e nessun credente può leggere quelle pagine senza inorridire. Accennando infine alla cupidigia della Sede romana nell'usurpare una giurisdizione che non gli spetta, conclude in questi termini: "Queste sono le lamentele e i mormorii di tutta la Chiesa: essere fatte a pezzi e smembrate, poche, nessuna, che non soffra questo flagello o lo tema. "Quale flagello? "Domandi. Gli abati sono sottratti alla giurisdizione dei loro vescovi, i vescovi a quella dei loro arcivescovi, come è possibile accettare questo? Così facendo dimostrate bensì di avere pienezza di potere ma non di giustizia. Agite in questo modo perché potete farlo, si tratta però di sapere se lo dovete fare. Siete collocati al posto vostro per serbare ad ognuno il suo posto e il suo onore non per essere invidiosi ". Dice molte cose in più, ma ho voluto soltanto citare, per inciso, queste parole affinché i lettori si rendano conto di quanto fosse già decaduta allora la Chiesa, e d'altra parte quanto fosse difficile da tollerare questa calamità, e risultassero amare, per tutti i buoni credenti. 19. Quand'anche concedessimo al Papa quella preminenza e quell'autorità che la Sede romana ebbe ai tempi di Leone e di Gregorio, che vantaggio ne trarrebbe il papato nella situazione attuale? Non affronto ancora il problema della potestà secolare e dell'autorità terrena di cui parleremo a suo tempo, ma tratto unicamente del regime spirituale che hanno attualmente e di cui si gloriano. In che la situazione risulta simile a quella dei tempi antichi di cui abbiamo parlato? I Romanisti infatti quando parlano del Papa affermano che egli è il capo supremo della Chiesa in terra e vescovo universale del mondo . Ed i papi stessi, parlando dell'autorità loro, pretendono avere la potestà di comandare e che tutti siano loro sottomessi in condizione di obbedienza, che le loro decisioni siano osservate, quasi la voce di san Pietro, dal cielo, le confermasse, che i concili provinciali cui il Papa non è presente risultino privi di valore, che spetti loro l'autorità di ordinare preti e diaconi su tutte le altre Chiese, che possano richiamare a se, sottraendoli dalle loro Chiese, quelli che risultino ordinati altrove. Il numero di queste millanterie è infinito nel decreto di Graziano; non le citerò per non importunare oltre il lettore. La sostanza si riduce a questo: il vescovo di Roma ha potestà sovrana su tutte le cause ecclesiastiche, gli spettano il diritto di giudizio e la determinazione in materia dottrinale; la potestà di emanare leggi e statuti, di esercitare la disciplina, di imporre l'autorità giurisdizionale. Troppo lungo e superfluo sarebbe fare l'elenco dei privilegi che si attribuiscono in materia processuale, insopportabile, soprattutto, la presunzione di non tollerare in terra alcuna istanza che ponga freno, o limite, alla loro sregolata cupidigia nel caso abusino del loro potere che si trova così a non aver norma né limite alcuno. Non è lecito a nessuno, dicono porre in discussione i giudizi della nostra Sede, in virtù del primato da noi posseduto e anche: colui che è giudice sovrano non può essere giudicato né dall'imperatore né dal re, né dal clero, né dal popolo. Oltrepassa già ogni limite il fatto che ogni uomo possa pretendere di esser giudice di tutti e non accetta di esser soggetto a nessuno. Che diremmo però vedendolo esercitare la sua tirannia sul popolo di Dio? Ovvero quando distrugge e danneggia il regno di Cristo, turba e sovverte la Chiesa tutta, muta l'ufficio di pastore in ribalderia? Non c'è soluzione, quand'anche fosse il peggiore degli uomini, non deve essere corretto da nessuno; ecco infatti gli editti del Papa: "Dio ha voluto che tutte le altre cause fossero risolte sulla base di giudizi umani, ma ha riservato al suo giudizio esclusivo il prelato della nostra Sede ". E ancora: "le azioni dei nostri sudditi sono giudicate da noi, ma le nostre sono giudicate da Dio soltanto ". 20. Per rivestire queste pretese di maggiore autorità le hanno falsamente attribuite ad alcuni papi antichi, come se la situazione fosse sempre stata quella odierna; mentre è evidente che tutte le prerogative papali, che oltrepassano le attribuzioni conferite dagli antichi concili, di cui abbiamo parlato, sono frutto di invenzioni recenti e perciò posteriori; anzi, nella loro impudenza, si sono spinti al punto da pubblicare un rescritto sotto il nome di Anastasio, patriarca di Costantinopoli, in cui egli riconosce che è stato stabilito dai canoni antichi non potersi prendere decisione alcuna, anche nei paesi più lontani, senza una discussione preliminare con la Sede romana . Trattasi notoriamente di un falso; come potrebbero infatti farci credere che si sia espresso in questi termini un oppositore della Chiesa romana, un patriarca in polemica con il Papa riguardo alla sua dignità? Ma questi anticristi dovevano essere trascinati da tale furia e cecità perché ogni uomo di mente sana fosse in grado di constatare la loro perversione; quelli che vogliono vedere, s'intende. Le decretali compilate da Gregorio 9, le clementine, le stravaganze di Martino, manifestano in modo ancor più esplicito, quasi gridano, una disumana arroganza e una concezione tirannica assolutamente barbara. Son questi gli oracoli in base ai quali i Romanisti pretendono si valuti il loro papato, da cui sono derivati i loro articoli di fede che considerano provenienti dal cielo: il Papa non poter errare, inoltre: essere lui superiore a tutti i concili, e ancora: essere egli vescovo universale e capo supremo della Chiesa intera. Tralascio altre sciocchezze ancor più assurde che i canonisti raccontano nelle loro scuole, anche se i teologi sorbonisti non solo le accolgono ma le tengono in grande considerazione per adulare il loro idolo. 21. Non starò ad accanirmi contro costoro. Chi volesse però abbassare loro la cresta, potrebbe citare la sentenza pronunciata da san Cipriano al concilio di Cartagine da lui presieduto: "Nessuno fra noi si dice vescovo dei vescovi, nessuno costringe i suoi compagni ad obbedirgli con timore, frutto di tirannia ". Si potrebbe altresì citare il decreto del concilio di Cartagine secondo cui nessuno debba chiamarsi principe dei vescovi o primo vescovo. Parecchie sono le testimonianze storiche che si potrebbero menzionare, i decreti conciliari, le sentenze dei Padri antichi il cui vescovo di Roma è visto in una luce che lascia chiaramente intendere che egli non disponeva di tutto questo potere. Tralascio queste cose onde non sembri che da parte mia viene dato a questo tema importanza eccessiva; chiedo solo a quelli che vogliono mantenere la Sede romana se non si vergognano di giustificare quel titolo di vescovo universale così spesso anatemizzato da san Gregorio. Se la testimonianza di san Gregorio ha qualche valore, facendo il loro papa vescovo universale lo dichiarano esplicitamente quale Anticristo. Il termine "capo "non era più in uso ai tempi di san Gregorio, egli infatti si esprime così in un testo: "Pietro era membro principale del corpo di Cristo, Giacomo, Giovanni, Andrea erano capi dei popoli singoli, tuttavia sono stati tutti membri della Chiesa sotto un solo capo; gli stessi santi prima della Legge, quelli sotto la Legge, i santi nella grazia, tutti sono costituiti membra per condurre al compimento il corpo di Cristo; e nessuno mai vorrebbe essere detto universale ". La pretesa papale di possedere l'autorità di comandare non si concilia facilmente con queste altre dichiarazioni di san Gregorio. Avendogli Eulogio vescovo di Alessandria scritto usando l'espressione: "secondo quanto avete ordinato ", Gregorio gli risponde in questi termini: "Eliminate "vi prego questo termine: "ordine ". So chi son io e so chi siete voi; nella gerarchia vi considero fratello, nella santità padre. Non vi sto dunque ordinando alcunché, vi ho soltanto informato di ciò che mi pareva utile. Il fatto che il Papa estende in questo modo la sua giurisdizione senza limiti non reca solo ingiuria e offesa agli altri vescovi, ma alla Chiesa tutta; in tal modo la smembra pezzo a pezzo, per edificare il suo regno sull'altrui rovina. Il pretendersi esente da ogni giudizio, il voler regnare in modo così tirannico che il piacere suo diventa legge è così contrario al governo della Chiesa da non potersi in alcun modo giustificare. Si tratta infatti di un atteggiamento che ripugna non solo alla fede cristiana, ma alla coscienza umana. 22. Per non esaminare tuttavia nei dettagli tutti questi punti, chiedo ancora una volta a quegli avvocati della Sede romana se non risentono vergogna nel difendere le attuali condizioni del papato che risulta essere cento volte più corrotto di quanto fosse al tempo di san Gregorio e di san Bernardo. Eppure queste sante persone si erano già grandemente indignate nel vedere ciò che già allora vedevano. San Gregorio si lamenta qua e là del fatto che è distolto dal suo ufficio da mansioni indegne di esso e che è tornato al mondo sotto veste di vescovo, risultando impegnato in questioni terrene più di quanto fosse ai tempi in cui era laico; di essere soffocato da problemi secolari al punto che il suo spirito non può innalzarsi verso l'alto; egli si sente agitato dalle onde come in una tempesta e può affermare di essere sprofondato negli abissi del mare. Certo è che tutti questi impegni terreni non gli hanno impedito di predicare nella Chiesa al popolo, di ammonire in privato coloro che ne avevano bisogno, di mettere ordine nella sua Chiesa, di dare consigli ai vescovi vicini esortandoli a compiere il loro dovere; gli restava ancora tempo a sufficienza per scrivere libri, come ha fatto. Tuttavia egli si lamenta della sua disgrazia e dice di essere precipitato in fondo al mare. Se in quei tempi il governo fu un male, che sarà il papato odierno? Chi non vede la distanza che li separa? Un papa che oggigiorno si consacrasse alla predicazione sarebbe giudicato un fenomeno, aver cure disciplinari, assumere la responsabilità della Chiesa, avere una qualche mansione spirituale? Di questo non si parla. In realtà c'è soltanto mondanità eppure i Romanisti lodano questo labirinto quasi non si potesse immaginare nulla di meglio organizzato. E le lamentele di san Bernardo, i suoi sospiri nel considerare i vizi del suo tempo! Che dovrebbe dire se vedesse ciò che si compie nei tempi nostri in cui la malvagità dilaga come nel diluvio? Si potrebbe trovare maggiore spudoratezza, mi domando, di quella che pretende voler giustificare ostinatamente, come santa e divina, una condizione unanimemente riprovata da tutti i pastori antichi, non solo, ma valersi abusivamente della testimonianza di quelli per mantenere oggi ciò che fu loro del tutto sconosciuto? Posso ammettere che al tempo di san Bernardo la situazione fosse già degenerata al punto che non vi sia gran differenza tra la condizione attuale e quella dei suoi tempi; sono però privi di pudore e di vergogna quelli che pretendono giustificare la condizione attuale del papato valendosi di san Leone e san Gregorio Non diversamente agirebbe chi, volendo giustificare l'imperialismo monarchico, lodasse la situazione antica della repubblica romana, si valesse cioè del valore della libertà per magnificare la tirannia. 23. Quand'anche però concedessimo loro tutto quanto è stato detto sin qui, non avrebbero ottenuto ancora nulla. Poiché riproponiamo il problema in una forma nuova contestando che sussista a Roma una Chiesa in grado di adempiere ciò che Dio ha dato a san Pietro e un vescovo capace, in qualche modo, di assumere la responsabilità di questa carica. Perciò, quand'anche risultassero vere le tesi che abbiamo più sopra refutato: che Pietro sia stato costituito per bocca di Cristo capo della Chiesa universale, abbia trasmesso alla Sede romana questa dignità, tutto questo sia anche confermato dalla Chiesa antica e da una lunga tradizione, anzi tutti abbiamo sempre, unanimemente, riconosciuto al Papa di Roma giurisdizione sovrana, ed egli sia stato giudice di tutte le cause e di tutti gli uomini della terra, non essendo egli stesso sottoposto al giudizio di alcuno; quando avessi, dico concesso tutto questo e molto più se lo vogliono, pure affermo che nulla di tutto questo si può verificare se a Roma non c'è una Chiesa e un vescovo. Dovranno ammettere, lo vogliano o no, che Roma non può essere madre delle altre Chiese qualora non sia lei stessa Chiesa, nessuno può essere principe dei vescovi quando non sia lui stesso vescovo. Vogliono la Sede apostolica a Roma? Mi dimostrino che vi sussiste un vero e legittimo apostolato; vogliono che quivi risieda il sommo prelato del mondo? Mi dimostrino che c'è un vero vescovo. Come potranno offrirci una qualche forma o apparenza di Chiesa? Certo lo pretendono e sempre si sciacquano la bocca con questo argomento ma, per parte mia, replico che una Chiesa ha dei segni a cui si deve riconoscere, e dire "vescovato "significa alludere ad una mansione precisa. Il problema non concerne ora il popolo della Chiesa, ma la forma di governo che sempre deve risultare nella Chiesa. Dove è ora la forma del ministero quale fu istituito da Cristo? Ci si ricordi quanto detto più sopra riguardo all'ufficio di prete e vescovo. Se riconduciamo l'ufficio dei cardinali a questa norma, cioè all'istituzione di nostro Signore, dobbiamo ammettere che sono tutt'altro che preti. Il Papa? Sarei curioso di sapere che cosa abbia in comune con un vescovo. L'elemento fondamentale della carica vescovile consiste nella predicazione della parola di Dio al popolo; il secondo, affine, riguarda l'amministrazione dei sacramenti, il terzo consiste nell'ammonire, nell'esortare, correggere mediante scomunica quelli che sbagliano. Quale papa si occupa di questo? Anzi, fa soltanto finta di occuparsene? Mi rispondano dunque i suoi adulatori come possiamo considerarlo vescovo visto che non dà la minima prova di volersi interessare al suo ufficio sia pure con il dito mignolo. 24. Un vescovo non è un monarca. Un monarca infatti quand'anche non assolva il suo compito conserva nondimeno il titolo e la carica reale. Nel valutare un vescovo invece si considerano le mansioni che nostro Signore ha affidato a tutti i vescovi, che devono essere permanentemente in vigore. Risolvano perciò i Romanisti il problema posto in questi termini: il loro papa non può essere sovrano fra i vescovi senza essere lui stesso vescovo, è questo secondo punto che devono dimostrare se vogliono farci accettare il primo. E come potranno farlo? Non solo mancano al Papa le caratteristiche di un vescovo, ma, anzi, ha tutte quelle contrarie. Mi trovo a questo punto in grande imbarazzo, perché, Dio mio, da dove cominciare? Dalla dottrina o dai costumi? Che dire, che passare sotto silenzio, quando smettere? Dico solo questo: il mondo è oggi pieno di dottrine false e perverse, ripieno di ogni specie di superstizione, accecato da tanti errori, immerso in tale idolatria e non c'è uno solo di questi mali che non sia uscito dalla Sede romana o, per lo meno, vi abbia trovato appoggio. Il motivo per cui i papi si dimostrano così furiosamente contrari alla dottrina dell'evangelo, vedendola oggi rimessa in vigore, e il fatto che impegnino tutte le loro forze a distruggerla, incitino re e prìncipi a perseguitarla è motivato dalla constatazione che il loro regno va chiaramente in rovina quando l'Evangelo è accolto. Leone è stato crudele per natura; Clemente incline a spargere sangue umano; Paolo oggi ancora portato da una rabbia disumana. Non è però il solo temperamento che li spinge a contrastare la verità, quanto piuttosto la constatazione che è questo il solo mezzo per garantire la loro tirannia. Non sono in grado di sopravvivere se non distruggendo Gesù Cristo; Si sforzano perciò di distruggere l'Evangelo perché la loro stessa esistenza è in gioco. Che dunque? Dovremmo pensare che la Sede apostolica si trova quivi dove non riscontriamo altro che orribile apostasia? Dovremmo ritenere vicario di Cristo colui che nel perseguitare rabbiosamente l'Evangelo si rivela apertamente come l'Anticristo? Dovremmo considerare successore di Pietro uno che si dà, da fare per annientare Cl. Ferro e Cl. Fuoco tutto ciò che Pietro ha edificato? Giudicheremo capo della Chiesa colui che la fa a pezzi, l'ha strappata a Gesù Cristo suo unico capo riducendola ad un tronco mutilato? Ammettiamo che Roma sia stata anticamente madre di tutte le Chiese, ha però cessato di esserlo da quando ha cominciato a diventare la sede dell'anticristo. 25. Alcuni ci giudicano eccessivamente critici e paradossali, definendo il Papa "anticristo "; non riflettono però al fatto che questa accusa coinvolge lo stesso san Paolo, seguendo il quale ci esprimiamo in questi termini, anzi con le cui parole noi parliamo. Affinché nessuno replichi che riferiamo impropriamente al papato parole di san Paolo, che in realtà significano altro, dimostrerò brevemente che non si possono intendere altrimenti che riferite proprio al papato. San Paolo afferma che l'Anticristo sarà seduto nel tempio di Dio (2 Ts. 2.4). In un altro testo lo Spirito Santo dichiara che il regno di quello sarà caratterizzato da un parlare arrogante e da bestemmie contro Dio (Da 7.25). Da questo deduciamo che si tratta di una tirannia sulle anime piuttosto che sui corpi, attuata contro il regno spirituale di Cristo. In secondo luogo questa tirannia è di natura tale da non abolire il nome di Cristo e della sua Chiesa ma, piuttosto, nascondendosi all'ombra di Gesù Cristo e mascherandosi sotto le spoglie della sua Chiesa. Tutte le eresie e le sette che sono esistite fin dall'inizio del mondo appartengono certo al regno dell'anticristo, quando san Paolo però annunzia che si verificherà una apostasia o un sovvertimento, con questi termini intende affermare che quell'abominazione si verificherà quando ci sarà un sovvertimento generale nella Chiesa anche se singoli membri, dispersi qua e là, non cessino per questo di perseverare nell'unità della fede. Quando egli aggiunge che al tempo suo l'anticristo aveva iniziato la sua opera di iniquità in segreto per condurla al compimento in seguito, apertamente, dobbiamo dedurre che tale calamità non poteva essere opera di un uomo solo, né doveva realizzarsi nel corso dell'esistenza di un singolo uomo. Anzi, poiché egli ci fornisce il metro di giudizio per valutare l'Anticristo, dicendo che sottrae a Dio il suo onore per attribuirlo a se stesso, è di questo indizio che ci dobbiamo valere per smascherare l'Anticristo stesso. Soprattutto quando vediamo che questo orgoglio si spinge al punto da creare nella Chiesa una situazione di disintegrazione generale. È notorio che il Papa ha trasferito spudoratamente alla sua persona ciò che appartiene a Dio solo ed a Gesù Cristo; non sussiste pertanto alcun dubbio che egli sia a capo di questo regno di iniquità e di abominio. 26. Se ne vengano ora i Romanisti a citare l'argomento dell'antichità quasi l'onore della sede potesse sussistere in un sovvertimento di questo tipo, anzi, in una situazione dove non c'è neppure più sede. Eusebio afferma che anticamente Dio trasferì, per giusta vendetta, la Chiesa di Gerusalemme in un'altra città della Siria, detta Pella. Ciò che è stato fatto una volta può essersi verificato spesso. Atteggiamento sciocco e ridicolo è perciò quello di voler vincolare l'onore del primato ad una sede in modo tale che si debba considerare il Papa vicario di Cristo, successore di san Pietro, primo prelato della Chiesa, per il solo fatto che occupa la sede che anticamente era la prima, anche se, in realtà si tratta del nemico mortale di Gesù Cristo, di un avversario fanatico dell'evangelo, del distruttore e dissipatore della Chiesa e del crudele assassino di tutti i santi. Non sto a far notare quale differenza sussista tra la cancelleria papale e un legittimo ordine ecclesiastico quantunque questo solo punto sarebbe di per se sufficiente a risolvere tutto il problema. Nessuna persona di buon senso farà consistere l'ufficio vescovile in piombo in bolle, e ancor meno in questa fucina di attività truffaldine e di astuzie in cui si vuol far consistere l'intero governo spirituale del Papa. Giustamente è dunque stato detto da qualcuno che la Chiesa romana, di cui fanno menzione i testi antichi, si sia, da lungo tempo, mutata in corte romana. Non faccio riferimento ai vizi delle persone ma illustro semplicemente il fatto che il papato si deve ritenere categoricamente contrarlo al governo della Chiesa. 27. Passiamo ad esaminare gli individui? Dio solo sa che razza di vicario di Cristo andiamo ad incontrare, e tutti lo conosciamo. Potremmo considerare Giulio, Leone, Clemente e Paolo, colonne della fede cristiana, primi dottori della religione, sapendo che di Gesù Cristo ricordano solo quello che hanno imparato alla scuola di Luciano? Perché nominarne solo due o tre quasi sussistessero dubbi riguardo alla fede cristiana che il Papa e l'intero collegio dei cardinali hanno già da lungo tempo professato e professano tuttora? Il primo articolo della loro teologia è che non c'è alcun Dio. Il secondo che quanto è scritto e predicato riguardo a Gesù Cristo non e che menzogna e inganno; il terzo che il contenuto della Scrittura riguardo alla vita eterna, la resurrezione della carne, è falso. So bene che non tutti sono di questo avviso, e sono pochi quelli che osano parlare in questo modo; tuttavia è da parecchio tempo che a questo si riduce il Cristianesimo confessato dai papi e il fatto è arcinoto a tutti quelli che hanno una qualche dimestichezza con Roma. I teologi romanisti tuttavia non mancano di ribadire nelle loro scuole e pubblicare nelle loro Chiese che al Papa è stato conferito il privilegio dell'infallibilità in quanto nostro Signore disse a san Pietro: "Ho pregato per te affinché la tua fede non venisse meno " (Lu 22.2). L'unico vantaggio che traggono da quei spudorati discorsi è il fatto che tutti capiscono che si sono spinti con incredibile audacia sino al punto di non temere Dio e non avere vergogna degli uomini. 28. Ammettiamo che l'empietà dei papi, di cui ho detto, risulti sconosciuta, in quanto non è stata diffusa né con sermoni, né con pubblicazioni, ma solo manifestata in privato, nei loro appartamenti o a tavola; per lo meno non sono saliti sul pulpito per renderla nota a tutti. Se vogliamo però ritenere valido il loro privilegio deve cancellarsi dall'elenco dei papi, Giovanni 22che ha pubblicamente affermato le anime essere mortali e perire con il corpo sino all'ultimo giorno. La prova evidente del fatto che la cattedra con tutte le sue gambe era caduta e rovesciata è dato dal fatto che nessun cardinale si è opposto al suo errore; la sola facoltà teologica di Parigi fece pressione sul re perché lo costringesse a smentire le sue affermazioni; e il re fece proclamare a suon di tromba che nessuno dei suoi sudditi si dovesse considerare in comunione con lui qualora non si ravvedesse da quell'errore; il Papa fu perciò costretto a far marcia indietro e ritrattarsi come narra maestro Giovanni Gersone. Questo esempio ci dispensa dal discutere più avanti con i nostri avversari riguardo alle affermazioni che la Sede romana, ed i papi che vi si trovano, non possano errare in quanto fu detto a san Pietro: ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno. Indubbiamente il caso che abbiamo menzionato, quello cioè di Giovanni 22, dimostra in modo eloquente che non tutti i successori di san Pietro sono stati san Pietro. L'argomento loro risulta così puerile che non merita risposta. Se vogliono infatti riferire ai successori di san Pietro tutto ciò che fu detto di lui, ne conseguirà che tutti i papi sono Satana visto che nostro Signore Gesù gli disse: "Ritirati, Satana, tu mi sei di scandalo " (Mt. 16.23). È infatti altrettanto lecito citare questo testo quanto il testo precedente. 29. Non prendo piacere a dire sciocchezze, come loro, o a cavillare in modo ridicolo, ritorno perciò al nostro tema iniziale. Vincolare Gesù Cristo e la sua Chiesa ad un luogo determinato, in modo tale che chiunque governi qui, fosse il Diavolo in persona, debba necessariamente essere considerato vicario di Cristo e capo della Chiesa, in quanto si tratta della sede in cui fu anticamente san Pietro, non è solo empietà che disonora Gesù Cristo, ma sciocchezza grossolana e contraria al buon senso comune. Già da tempo, abbiamo detto, i papi sono senza dio e senza coscienza, quando non diventano nemici mortali della fede cristiana. Non sono dunque i vicari di Cristo in virtù della sede più di quanto un idolo sia Dio per il solo fatto di essere collocato nel santuario di Dio. Se trasferiamo il problema al campo dei costumi, siano i papi stessi a rispondere. In che li dobbiamo considerare vescovi? In primo luogo fingendo di non vedere o approvando segretamente il tenore sregolato della vita romana a tutti noto, agiscono in modo contrario all'ufficio di buoni vescovi, che debbono invece mantenere il popolo in disciplina. Non voglio essere severo al punto da caricarli delle colpe altrui; è un fatto però che essi stessi e le loro famiglie, unitamente a tutto il collegio cardinalizio e a tutta la banda del loro clero, sono dediti ad ogni sorta di azioni impure e malvagie, ad ogni delitto e turpitudine sì da rassomigliare più a mostri che a uomini, sta a dimostrare che sono tutto fuorché vescovi. Nessun timore che illustri più ampiamente le loro infamie! Già mi dispiace di aver troppo a lungo diguazzato in un fango così puzzolente e temerei offendere le orecchie delle persone pudiche ed oneste. Penso aver dimostrato in modo più che provante la mia tesi: quand'anche Roma sia stata anticamente a capo di tutte le Chiese non è oggi neppur degna di esser menzionata come il dito mignolo. 30. Riguardo a quelli che si chiamano cardinali mi riempie di stupore il fatto che siano improvvisamente giunti a tanta dignità. Al tempo di san Gregorio questo titolo competeva ai soli vescovi. Quando egli infatti parla di cardinali non allude ai preti di Roma ma solo ai vescovi di una qualche sede, cosicché "prete cardinale "non ha nei suoi scritti altro significato che: "vescovo ". Non mi risulta che questo titolo sia stato usato prima né in questo né in altro significato. Per quanto ci è dato sapere, però, i preti di Roma sono stati nel passato molto inferiori ai vescovi, mentre ora li precedono di gran lunga. È nota la sentenza di sant'Agostino: "quantunque in base ai titoli onorifici in uso nella Chiesa il grado di vescovo sia maggiore del prete, tuttavia Agostino è inferiore a Girolamo in molte cose ". Egli si rivolge, notiamo, a un prete romano senza far distinzione fra lui e tutti gli altri preti, considerandoli invece tutti inferiori ai vescovi. Questa norma è stata sempre osservata, cosicché quando il vescovo di Roma inviò al sinodo di Cartagine due legati di cui uno era prete, questi fu posto a sedere all'ultimo rango. Non occorre risalire tanto lontano; possediamo gli atti del concilio presieduto da san Gregorio in cui i preti della Chiesa di Roma risultano seduti all'ultimo posto e votano a parte; i diaconi non hanno neppur il diritto di voto. È chiaro che i preti romani non avevano in quel tempo alcuna funzione specifica all'infuori di quella di coadiuvare il vescovo nella predicazione e nell'amministrazione dei sacramenti. La ruota della fortuna ha girato ed eccoli diventare cugini di re e imperatori. Non c'è dubbio che questa ascesa si sia effettuata poco a poco unitamente a quella del loro capo sino ad arrivare alla sommità del potere, ove si trovano ora, donde però cadranno presto. 31. Mi è sembrato opportuno menzionare, per inciso, anche questo fatto per far veder più chiaramente ai lettori che la Sede romana, nella forma in cui ci si presenta oggi, differisce assai da quella antica a cui falsamente fa riferimento. Quali siano stati nel passato, intendo riferirmi sempre ai sacerdoti romani, non avendo attualmente alcuna carica legittima nella Chiesa, ma solo una vana e frivola apparenza sacerdotale, anzi essendo in ogni cosa il contrario di ciò che dovrebbe essere un prete autentico, deve accadere loro, ed è già accaduto, ciò che san Gregorio dice così spesso: "Affermo, con dolore, che quando il sacerdozio è scaduto in se stesso non si può mantenere a lungo in piedi, con gli altri ". Si è anzi dovuto adempiere in essi ciò che dice il profeta Malachia: "Avete abbandonato la retta via e avete fatto cadere molti, avete violato il patto di Levi, dice il Signore. Per questa ragione ecco vi renderò spregevoli dinanzi a tutto il popolo " (Ma.2.8-9). Lascio ad ognuno il compito di fare ora le sue considerazioni sull'edificio della gerarchia romana dalle fondamenta alla sommità, l'edificio gerarchico a cui i papisti non hanno scrupoli di sottomettere, con spudoratezza esecrabile, la pura parola di Dio che deve essere onorata da uomini e angeli, in cielo ed in terra.
CAPITOLO 8 AUTORITÀ DELLA CHIESA NELLO STABILIRE ARTICOLI DI FEDE È STATA SFRUTTATA NEL PAPATO IN MODO DA PERVERTIRE OGNI PURA DOTTRINA 1. Esaminiamo ora il terzo punto che concerne l'autorità della Chiesa; autorità che risiede parte nei singoli vescovi e parte nei Concili, generali e regionali. Mi riferisco qui soltanto alla autorità spirituale che è propria della Chiesa. Essa si compone di tre elementi: autorità in materia dottrinale, potere di giurisdizione, e facoltà di stabilire leggi e regolamenti. Per quanto concerne la dottrina, si devono considerare due elementi: il primo consiste nello stabilire articoli di fede, il secondo concerne l'autorità di esporre il contenuto della Scrittura. Prima di iniziare la trattazione specifica della materia prego ogni lettore credente di tener presente il fatto che tutto quanto vien detto riguardo all'autorità della Chiesa deve esser ricondotto al fine per cui, secondo san Paolo, questa autorità fu data: cioè per l'edificazione e non per la distruzione (2 Co. 10, o; 13.8). Tutti coloro che ne vogliono far uso, rettamente, non debbono perciò pretendere di essere considerati altrimenti che sotto il profilo di ministri di Cristo e del popolo, secondo quanto dice san Paolo (1 Co. 4.1). Ora l'unica forma di edificazione della Chiesa si ha quando i ministri si applicano e si sforzano di serbare a Gesù Cristo la pienezza della sua autorità che non può essere garantita altrimenti che riservandogli ciò che dal Padre ha ricevuto: che egli sia cioè l'unico Signore nella Chiesa; riguardo a lui infatti e a nessun altro, è stato scritto: "Ascoltatelo " (Mt. 17.5). Pertanto l'autorità ecclesiastica merita di essere valutata e considerata purché si mantenga in questi limiti: non la si tiri a destra e a manca secondo il piacimento degli uomini. È necessario, per questa ragione prestare attenzione alla descrizione che ce ne danno sia i profeti che gli apostoli. Ognuno comprende infatti che se concediamo agli uomini il potere che sembra loro dover richiedere si apre la porta ad un autoritarismo sfrenato che non deve invece avere posto alcuno nella Chiesa di Dio. 2. Si deve perciò considerare il fatto che tutta la dignità e l'autorità attribuita dalla Scrittura ai profeti e ai sacerdoti dell'antico patto, agli apostoli e ai loro successori non è attribuita alla loro persona ma all'ufficio e al ministero di cui sono investiti; o, per esprimerci più chiaramente, alla parola di Dio di cui sono fatti ministri. Poiché se li consideriamo tutti in ordine: profeti, sacerdoti, apostoli, e discepoli, dobbiamo constatare che non è mai stato loro dato alcun potere di governo o di insegnamento se non in nome e in funzione della parola del Signore. Inviati in missione è loro ordinato esplicitamente di non aggiungere nulla di proprio, ma di attenersi alla parola del Signore. Dio infatti li presentò al popolo, ordinando che si prestasse loro ascolto, dopo che ebbe assegnato loro un preciso incarico e quasi il programma di quello che avevano a dire. Certo ha voluto che a Mosè, il massimo dei profeti, fosse dato ascolto in modo particolare ma la mansione che gli è stata affidata consiste in primo luogo nel non poter annunziare nulla se non da parte del Signore. Pertanto quando il popolo ha accolto il suo insegnamento è detto che "credette a Dio e a Mosè suo servo " (Es. 14.31). Anche l'autorità dei sacerdoti è stata stabilita con severi ammonimenti, affinché nessuno la disprezzasse (De 17.9). Ma d'altra parte il Signore mostra in che modo essi debbano essere ascoltati, dicendo che ha stabilito il suo patto con Levi affinché la verità fosse nella sua bocca (Ma.2.4-6). Aggiunge, poco dopo, che le labbra del sacerdote custodiranno la scienza e nella sua bocca si cercherà la Legge, in quanto egli è messaggero del Signore. Se il sacerdote dunque vuol essere ascoltato deve comportarsi come un fedele messaggero di Dio, cioè trasmettere con fedeltà ciò che gli è stato affidato. Infatti, quando è parlato di ascoltarli, viene espressamente ordinato loro di parlare secondo la legge del Signore (De 17.10). 3. Per quanto concerne i profeti si legge in Ezechiele una bella definizione che illustra qual sia stata sostanzialmente la loro autorità: "Figlio d'uomo, dice il Signore, ti ho stabilito come sentinella per la casa d'Israele, quando tu udrai dalla mia bocca una parola, tu li avvertirai da parte mia ". (Ez. 3.17). Ordinandogli di prestare ascolto alla sua bocca nostro Signore non gli proibisce forse di inventare qualcosa di suo? Che significa parlare "da parte del Signore "se non parlare in modo tale che tutto il vanto consista nel fatto che la parola che egli annunzia non è sua ma del Signore stesso?
Lo stesso pensiero si trova espresso, con altri termini, in Geremia: "Il profeta che ha avuto un sogno, racconti il sogno, colui che ha udito la mia parola, riferisca la mia parola fedelmente " (Gr. 23.28). Indubbiamente, con queste parole, egli impone a tutti loro una norma: non tollera che qualcuno dica più di quello che gli è stato ordinato, e di conseguenza egli definisce "paglia "tutto ciò che non procede da lui. Non c'è infatti un solo profeta che abbia parlato senza aver prima ricevuto la parola di Dio. Si comprende perciò il fatto che nei loro scritti ricorrano così frequentemente espressioni quali: "parola del Signore ", "missione del Signore ", "la bocca dell'eterno ha parlato ", "visione ricevuta dal Signore " "il Signore degli eserciti ha detto "; giustamente Isaia infatti dichiara che le sue labbra sono contaminate (Is. 6.5); Geremia confessa la sua incapacità a parlare vedendosi bambino (Gr. 1.6). Che avrebbe potuto uscire dalla loro bocca contaminata e infantile se non cose folli e impure qualora avessero detto parole loro? Nella misura in cui però la loro bocca è diventata strumento dello Spirito Santo è stata pura e santa. Dopo aver circoscritto in questi termini precisi l'attività dei suoi profeti: non poter dire o insegnare nulla se non ciò che avranno ricevuto da lui, il Signore li riveste di eccezionale dignità. Dopo aver affermato che li ha stabiliti sui popoli e sui regni, per stabilire e abbattere, edificare e piantare (Gr. 1.10) , chiarisce immediatamente il fondamento di questa autorità loro conferita: è la sua parola che è stata posta nella loro bocca. 4. Passando a considerare gli apostoli, è bensì vero che Dio li ha onorati attribuendo loro parecchi titoli onorifici: Sono la luce del mondo, il sale della terra (Mt. 5.13); devono essere ascoltati come Gesù Cristo (Lu 10.16); ciò che avranno legato o sciolto in terra sarà legato o sciolto in cielo (Gv. 20.23); il nome stesso indica però ciò che è loro permesso nell'adempimento dell'ufficio. Sono chiamati ad essere "apostoli '', cioè messaggeri non per far chiacchiere su quanto sembra loro opportuno, ma per trasmettere fedelmente il messaggio di colui che li ha inviati. E le parole di nostro Signore sono sufficientemente chiare quando ordina di andare e insegnare ciò che aveva loro ordinato (Mt. 28.19-20). Anzi egli stesso si è sottoposto a questa condizione di messaggero affinché nessuno rifiutasse di esservi soggetto: "La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato " (Gv. 7,: 16). Egli, da sempre, consigliere eterno e unico del Padre, e da lui costituito maestro di tutti, dimostra, nondimeno con il suo esempio, in quanto è venuto nel mondo per insegnare, quale regola ogni ministro debba seguire e mantenere nel suo insegnamento. Analogamente l'autorità della Chiesa non deve essere considerata infinita, ma sottoposta alla parola di Dio, anzi, quasi inclusa in essa. 5. Questa norma è sempre stata attuata e riconosciuta valida nella Chiesa di Dio, e lo deve essere oggi; che cioè i dottori inviati da Dio non devono insegnare nulla all'infuori di ciò che hanno appreso da lui, vi sono state tuttavia diversità nei modi di apprendimento a seconda dei tempi, e la forma attuale differisce da quella che hanno avuto i profeti e gli apostoli. In primo luogo, se corrisponde a realtà quanto afferma il Signore Gesù, che nessuno ha visto il Padre se non il Figlio, e colui a cui il Figlio avrà voluto rivelarlo (Mt. 11.27) , necessariamente coloro che, da principio, hanno voluto giungere alla conoscenza di Dio devono essere stati guidati da lui, eterna sapienza. Come avrebbero infatti potuto immediatamente afferrare i segreti di Dio, e annunziarli, se non fossero stati ammaestrati da colui che solo li conosce? I santi del passato perciò hanno conosciuto Dio contemplandolo nel suo figlio, come in uno specchio. Dicendo questo intendo affermare che Dio si è manifestato agli uomini solo mediante il figlio suo, sua verità, sapienza, luce unica. È a questa fonte che Adamo, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe hanno attinto tutta la loro conoscenza spirituale. A questa stessa fonte i profeti hanno attinto quanto insegnarono e scrissero. Questa sapienza di Dio non è stata però comunicata agli uomini sempre nello stesso modo. Dio si è rivolto ai patriarchi mediante rivelazioni segrete, fornendo loro dei segni in modo tale da confermarlo affinché non vi fossero dubbi che realmente colui che parlava era Dio. I patriarchi hanno trasmesso di mano in mano, ai loro successori, ciò che avevano ricevuto, Dio aveva infatti affidato loro la sua parola a condizione che l'insegnassero ad altri assicurandone la trasmissione. Ai loro successori Dio dava la certezza che ciò che udivano non proveniva dalla terra, ma dal cielo. 6. Quando è piaciuto a Dio stabilire e costituire la Chiesa in forma più esplicita e visibile, ha voluto che la sua parola fosse messa per iscritto affinché i sacerdoti ne ricavassero il loro insegnamento al popolo e ogni dottrina predicata fosse raffrontata e misurata al metro di questa Scrittura. Quando viene perciò ordinato ai sacerdoti, dopo la promulgazione della Legge, di avere un insegnamento procedente dalla bocca del Signore (Ma.2.7) , questo significa che non dovevano insegnare nulla che fosse estraneo o diverso da quella dottrina che Dio aveva espressa nella sua Legge. Non era infatti loro facoltà aggiungere o togliere ad essa alcunché. Mediante i profeti, venuti in seguito, Dio ha proclamato nuovi oracoli, in aggiunta alle leggi; nuovi non nel senso che non derivavano dalla Legge e non miravano a lei come alla meta. Riguardo alla dottrina infatti, i profeti sono stati semplici espositori della Legge aggiungendo ad essa solamente la rivelazione delle cose a venire. Fatta eccezione di queste ultime, non hanno offerto che la semplice spiegazione del Regno. Sembrando tuttavia opportuno a Dio che l'insegnamento avesse una ampiezza ed evidenza maggiore, per meglio soccorrere la debolezza delle anime, ordinò che le profezie fossero messe per iscritto e diventassero parte della sua parola. Sono stati poi aggiunti appresso i racconti storici, che i profeti hanno redatti su ispirazione dello Spirito Santo. Includo nelle profezie i Sl. , perché i temi sono simili e comuni. Tutto questo corpo di scritti, composto dalla Legge e le profezie, i Sl. E i racconti storici, ha rappresentato per il popolo antico, cioè la Chiesa di Israele, la parola di Dio e, sino all'avvento di Cristo, i sacerdoti e dottori sono stati tenuti a limitare e conformare il loro insegnamento a questa norma senza che fosse loro lecito spostarsi né a destra, né a sinistra. La loro autorità, infatti, si trovava rinchiusa in questi limiti: parlare al popolo per bocca del Signore. Ciò che si può dedurre da quel testo significativo di Malachia dove egli ordina agli Ebrei di ricordare la Legge e prestare attenzione sino al momento della predicazione dell'evangelo (Ma.4.4). Con questa esortazione li sottrae ad ogni nuova dottrina e non li autorizza ad allontanarsi, sia pur di poco, dal cammino che Mosè aveva fedelmente indicato loro. Per questo Davide esalta la Legge e le attribuisce tale dignità: per distogliere cioè gli Ebrei dalla ricerca di qualcosa di nuovo o di aggiuntivo, considerando che era già stato loro rivelato quanto si richiedeva per la loro salvezza 7. Quando fu infine manifestata in carne la sapienza di Dio fu lei stessa a dichiararci apertamente quanto lo spirito umano può assimilare ed esprimere riguardo a Dio; noi abbiamo infatti in Gesù Cristo, il sole di giustizia splendente su di noi; egli ci dà della verità del Padre suo perfetta conoscenza, come nella luce del mezzogiorno, verità che risultava prima non chiara del tutto, anzi in alcuni punti oscura. L'Apostolo non ha certo voluto fare un'affermazione superflua dichiarando che Dio aveva parlato ai padri antichi, mediante i suoi profeti in molte maniere, ma in questi ultimi tempi ha parlato a noi mediante il suo Figliolo (Eb. 1.2). Con questa dichiarazione infatti egli intende dire che da ora innanzi Dio non parlerà più come in passato mediante gli uni o gli altri, e non aggiungerà profezia a profezia e rivelazione a rivelazione ma, avendo attuata la pienezza della sua rivelazione nel suo figlio, dobbiamo dire che egli rappresenta l'ultima e definitiva testimonianza che di lui abbiamo. Per questa ragione il tempo del nuovo Patto, da quando Gesù Cristo è apparso con la predicazione del suo Evangelo sino al giorno del giudizio, è indicato come: l'ultima ora, gli ultimi tempi, gli ultimi giorni, affinché, accontentandoci della perfezione degli insegnamenti di Cristo, impariamo a non creare nuovi insegnamenti né ad accoglierne di nuovi inventati dagli uomini. Non è senza ragione pertanto che il Padre nell'inviarci il suo figlio per singolare privilegio, lo ha consacrato quale dottore e precettore nostro ordinandoci di dare ascolto a lui e non agli uomini. Certo egli ha raccomandato il suo ministero con poche parole quando ha detto: "Ascoltatelo! " (Mt. 7.5). Queste poche parole sono però cariche di una forza e di un significato maggiore di quanto potrebbe sembrare; poiché hanno la funzione di sottrarci ad ogni dottrina umana per fissare la nostra attenzione al solo figlio di Dio, ordinandoci di ricevere da lui ogni dottrina salutare, di dipendere interamente da lui, di essere a lui solo vincolati, in breve di obbedire solo a lui. A dire il vero chi potrebbe aspettarsi qualcosa dagli uomini, ora che la stessa parola della vita ha famigliarmente conversato con noi in carne, se non chi nutre la speranza che l'uomo possa sopravanzare la sapienza di Dio? Occorre invece che ogni bocca umana sia tappata da quando ha parlato colui in cui sono nascosti per volontà del Padre tutti i tesori della scienza e della sapienza (Cl. 2.3) , e ha parlato nel modo che compete alla sapienza di Dio (che non è manchevole in alcuna sua parte ) e al Messia, da cui si attendeva la pienezza della rivelazione (Gv. 4.25); ha insomma parlato in modo tale da non lasciare agli altri nulla da dire, dopo di sé. 8. Si consideri perciò questa conclusione come definitiva: nella Chiesa si deve considerare parola di Dio unicamente quanto è contenuto nella Legge e nei Profeti e negli scritti degli apostoli, e non esiste altro modo di fornire, nella Chiesa, un insegnamento retto e fondato se non riconducendo ogni dottrina a questo metro. Dobbiamo dedurre da questo che non è stato concesso agli apostoli nulla più di quanto era stato concesso anticamente ai profeti: esporre cioè la Scrittura già data in precedenza e dimostrare che in Gesù Cristo erano state adempiute tutte le cose dette in precedenza. E questo non è stato possibile se non in virtù del Signore stesso, dettando cioè lo spirito di Gesù Cristo ciò che dovevano dire. Gesù Cristo infatti ha posto alla loro missione un limite preciso ordinando di andare e di insegnare non ciò che avrebbero potuto inventare da se stessi, senza riflettere, ma esclusivamente ciò che era stato ordinato loro (Mt. 28.20). Inoltre non si potrebbe desiderare per parte sua dichiarazione più esplicita di questa: "Non vi fate chiamare maestri, perché avete un solo maestro nei cieli, io stesso " (Mt. 23.8). E volendo far penetrare più a fondo questa parola nell'animo loro la ripete due volte in una stessa occasione. Non essendo però in grado a causa della loro lentezza di intendere ciò che avevano udito e appreso dal loro maestro, egli promette lo Spirito di verità per guidarli nella retta intelligenza di tutte le cose (Gv. 14.26; 16.13). Merita infatti di essere attentamente notata questa limitazione: egli assegna allo Spirito Santo il compito di suggerire ciò che precedentemente aveva insegnato a viva voce. 9. San Pietro perciò, avendo molto bene inteso, dal Maestro, quale fosse il suo compito non attribuisce né a se né agli altri altra mansione che questa: trasmettere ciò che gli era stato affidato: "Colui che parla "dice "parli come annunziando oracoli di Dio " (1 Pi. 4.2) , cioè con coraggio, non con titubanza come gente non accreditata dall'alto e che non ha la libertà di spirito dei servi di Dio. Che significa questo se non rifiutare ogni invenzione dello spirito umano, da qualsiasi mente proceda, affinché sia insegnato nella comunità di credenti la pura parola di Dio? Non significa questo distruggere ogni pensiero umano, di qualsiasi natura, affinché soltanto le leggi di Dio siano stabilite? Queste sono le armi spirituali al servizio di Dio per uno smantellamento delle fortezze (2 Co. 10.4) , mediante le quali i buoni soldati di Dio distruggono i ragionamenti e le speculazioni che si innalzano contro la conoscenza di Dio e conducono prigioniero all'obbedienza di Cristo ogni pensiero essendo pronti a punire ogni disobbedienza. Questa è la potestà ecclesiastica, esplicitamente affidata ai pastori della Chiesa, con qualsiasi titolo si vogliano indicare, che cioè osino coraggiosamente ogni cosa, in nome della parola di Dio di cui sono costituiti amministratori, e pieghino ogni gloria, potenza, autorità di questo mondo all'obbedienza e alla sottomissione dinanzi alla maestà divina; abbiano, in virtù di questa parola, governo sul mondo intero, edifichino la dimora di Cristo, sovvertano il regno di Satana, pascano le pecore e annientino i lupi, conducano i docili con insegnamenti ed esortazioni, sottomettano e correggano i ribelli e gli ostinati, leghino e sciolgano, minaccino e condannino se è il caso, ogni cosa però sia fatta sulla base della parola di Dio. Tra gli apostoli e i loro successori esiste però questa differenza, come già ebbi modo di dire gli apostoli devono essere considerati scrivani dello Spirito Santo, affinché i loro scritti fossero considerati autentici, i loro successori non hanno invece altro compito se non quello di insegnare ciò che trovano nella Sacra Scrittura. Ricaviamo dunque la conclusione che non è lecito ad un ministro fedele creare nuovi articoli di fede, ma egli deve semplicemente attenersi all'insegnamento cui Dio, senza eccezione, ci ha sottoposti. Affermando questo non intendo soltanto dimostrare ciò che è lecito al singolo, ma altresì alla Chiesa universale.
Riguardo alle persone, sappiamo che san Paolo era stato ordinato Apostolo sulla Chiesa di Corinto; tuttavia egli afferma che non signoreggia sulla loro fede (2 Co. 1.24). Chi oserebbe perciò usurpare per se stesso un'autorità che san Paolo dichiara non appartenergli? Qualora avesse approvato una libertà di questo genere lasciando che i pastori possano pretendere che si presti fede a tutto quello che piace loro d'insegnare, non avrebbe mai stabilito fra i Corinzi la norma che i profeti fossero in due o tre a parlare e gli altri giudicassero; e se alcuno degli altri avesse una rivelazione migliore parlasse lui e il primo tacesse (1 Co. 14.29-30). Con tali parole, senza aver riguardo ad alcuno, ha sottoposto l'autorità di ogni uomo alla censura e al giudizio della parola di Dio. Qualcuno potrà dire che diverso è il caso della Chiesa universale. Rispondo che san Paolo ha prevenuto questa obiezione quando, in un altro detto, ha dichiarato che la fede vien dall'udire, e l'udire dalla parola di Dio (Ro 10.17). Se la fede dipende dalla parola di Dio soltanto, e mira ad essa sola, e su di essa si fonda, che posto rimane, mi chiedo, alla parola degli uomini? A questo riguardo nessuno, che abbia una idea chiara di ciò che è fede, potrà aver dubbi o esitazioni. Poiché deve essere fondata su un fondamento di natura tale da potersi mantenere stabile e invincibile nella lotta contro Satana, le macchinazioni dell'inferno e le tentazioni del mondo. Tale stabilità si riscontra nella sola parola di Dio. C'è ancora un motivo generale che occorre considerare: se Dio sottrae agli uomini la libertà di creare nuovi articoli di fede, egli lo fa per essere unico maestro e dottore nostro nell'insegnamento spirituale, in quanto è l'unico ad essere veritiero, a non mentire, a non ingannarsi. E questo fatto non riguarda solo i credenti singoli, ma la Chiesa tutta. 10. Se paragoniamo questa autorità con quella rivendicata da quei tiranni spirituali, che si spacciano per vescovi e pastori delle anime, non c'è paragone più adatto che quello di Cristo e Belial. Non ho l'intenzione di esaminare in che modo e con quale disordine abbiano esercitato la loro tirannia. Mi limiterò ad esporre la dottrina che costoro sostengono, innanzitutto con scritti e predicazioni, e poi Cl. Fuoco e con la spada. Partendo dalla premessa indiscussa che un concilio ecumenico rappresenti veramente la Chiesa, deducono che non può sussistere dubbio riguardo al fatto che tutti i concili sono direttamente guidati dallo Spirito Santo e pertanto non possono errare. Essendo però loro stessi a dirigere i concili e a prendere le decisioni, l'autorità che attribuiscono a quelli in realtà la rivendicano per se. Vogliono dunque che la nostra fede stia in piedi o cada a loro piacimento, chiedendo che ogni loro decisione presa, in un modo o nell'altro, abbia per noi valore assoluto e normativo. Hanno deciso qualcosa? Lo dobbiamo accogliere senza riserve; hanno condannato qualcosa? Lo dobbiamo considerare condannato. Essi inventano però, seguendo la loro fantasia e senza alcun riguardo per la parola di Dio, le dottrine che a loro piace, a cui, per il solo fatto che le hanno fatte loro, dovremmo prestare fede. Non considerano cristiano se non chi vive in pieno accordo con tutte le loro decisioni sia affermative che negative, per lo meno con fede implicita, come essi dicono, in quanto il loro principio fondamentale è che spetti all'autorità della Chiesa creare nuovi articoli di fede. 11. Esaminiamo anzitutto gli argomenti cui ricorrono per dimostrare che alla Chiesa è stata conferita questa potestà; esamineremo in seguito che cosa si ricava da queste affermazioni riguardo alla natura della Chiesa. La Chiesa, essi dicono, è garantita dalle grandi e meravigliose promesse di non esser mai abbandonata da Gesù Cristo suo sposo e di essere guidata dal suo Spirito nella verità. Un numero rilevante delle promesse che sono soliti citare non si riferiscono però alla Chiesa nel suo insieme più di quanto si riferiscano al singolo credente in particolare. Quantunque infatti Gesù Cristo si sia rivolto ai dodici apostoli dicendo: "Sarò con voi sino alla fine del mondo " (Mt. 28.20); e: "Pregherò il Padre e vi darà un altro consolatore, cioè lo Spirito della verità " (Gv. 14.16) , tuttavia queste promesse non concernono esclusivamente il gruppo dei dodici in se, ma ognuno di loro singolarmente, anzi tutti i suoi discepoli che già aveva eletti o doveva eleggere appresso. Ora, interpretando queste promesse così cariche di singolare consolazione in modo restrittivo, come rivolte alla Chiesa nel suo insieme e non ad ogni singolo cristiano, ottengono il risultato di sottrarre ad ogni singolo cristiano quella consolazione che ne dovrebbe invece ricavare per accrescere la sua fiducia. Non contesto che la comunità dei credenti, arricchita da questa diversità di grazie non abbia, nel suo insieme, maggior ricchezza della divina sapienza di quanto ogni credente abbia, preso singolarmente. Intendo soltanto sottolineare che ingiustamente danno alle parole di nostro Signore un significato diverso da quello che ebbero quando furono pronunciate. Riconosciamo dunque (perché è vero ) che il Signore assiste eternamente i suoi, li conduce con il suo Spirito, e questo Spirito non e errore, ignoranza, menzogna o tenebre ma rivelazione, verità, sapienza, luce da cui essi possono, senza tema di ingannarsi, apprendere quali siano le cose date loro da Dio (1 Co. 2.12) , quale sia cioè la speranza della loro vocazione e quali siano le ricchezze della gloria della eredità di Dio, quanto eccellente sia la grandezza della sua potenza verso i credenti (Ef. 1.18). Considerando il fatto che i credenti ricevono però soltanto qualche elemento o le primizie di quello spirito, nella loro carne, anche quelli che fra tutti sono colmati delle ricchezze e delle grazie di Dio, l'atteggiamento migliore è quello di riconoscere la propria debolezza sì da attenersi fedelmente ai termini della parola di Dio per tema che, volendo procedere oltre, nel seguire i propri sensi, si smarrisca subito la retta via. Non ho infatti il minimo dubbio che qualora ci si allontani, sia pur di poco, da questa parola, ci si lasci ingannare in ogni circostanza in quanto siamo in parte privi di quello spirito in base al cui insegnamento solo siamo in grado di discernere la verità dall'errore. Tutti infatti riconosciamo con san Paolo di non esser ancora giunti alla meta (Fl. 3.12). Continuiamo pertanto, giorno dopo giorno, ad imparare anziché vantarci di una qualche perfezione. 12. Risponderanno che quanto viene attribuito ai santi singolarmente, compete alla Chiesa in modo assoluto. La risposta? Eccola. Quantunque questo ragionamento sembri avere una parvenza di verità, ne contesto tuttavia la validità. Riconosco che nostro Signore distribuisce con misura i doni del suo Spirito ad ogni membro del suo corpo in modo che nulla manchi al corpo universale, quando tutti i doni sono considerati nella loro totalità. Le ricchezze della Chiesa però sono di natura tale da essere sempre lungi dalla perfezione sovrana che i nostri avversari rivendicano. La Chiesa certo non è carente del necessario, perché lo Spirito conosce le sue necessità. Per mantenerla in un atteggiamento umile e modesto le dà però solo quanto le è necessario. So bene che hanno l'abitudine di citare, come obiezione, le parole di san Paolo, che Cristo ha purificato la sua Chiesa mediante il battesimo dell'acqua con la Parola per farla sua sposa gloriosa, senza macchia e senza rughe, ma santa ed irreprensibile (Ef. 5.26-27) , e, che per la stessa ragione, la definisce in un altro testo, colonna e base della verità (1 Ti. 3.15). Nel primo testo ci è illustrata l'opera quotidiana di Cristo nei suoi eletti più che la sua opera già realizzata. Perché se quotidianamente li santifica, purifica, monda dalle loro macchie, è evidente che permangono ancora deformati e macchiati e la loro santificazione è lacunosa. Considerare inoltre santa e immacolata la Chiesa le cui membra sono contaminate e impure non è forse pura follia? È dunque bensì vero che Cristo ha purificato la sua Chiesa al battesimo d'acqua mediante la parola della vita, l'ha cioè purificata mediante la remissione dei peccati, di cui la purificazione del battesimo è segno, e l'ha purificata in vista di santificarla. Ma di tale santificazione appare ora soltanto l'inizio, la sua fine e il suo pieno compimento si avranno quanto Cristo, il santo dei santi, l'avrà interamente colmata della sua santità; è altresì vero che le macchie e i difetti della Chiesa sono cancellati ma ciò significa che continuano ad essere cancellati di giorno in giorno finché Cristo nel suo avvento, li annulli definitivamente. Non accettando questa interpretazione, è d'uopo affermare, con i Pelagiani, che la giustizia dei credenti è perfetta già in questo mondo, e con i Catari e Donatisti, che non vi è Chiesa laddove sia presente qualche infermità. Ora i il significato dell'altro testo, come abbiamo già detto altrove 4' è assolutamente diverso da quello che essi pretendono. Dopo aver illustrato a Timoteo l'ufficio di vescovo, san Paolo aggiunge che lo ha fatto affinché sappia come occorre parlare nella Chiesa di Dio. E per sottolineare l'importanza della cosa afferma che questa Chiesa è colonna e base di verità. Che significano queste parole se non che la verità di Dio è mantenuta nella Chiesa mediante il ministero della predicazione? Come dichiara in un altro testo dicendo: "Gesù Cristo ha dato gli uni come apostoli, dottori, pastori, affinché non siamo più sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina, per la frode degli uomini, la loro astuzia, ma illuminati dalla conoscenza del Figlio di Dio siamo ricondotti all'unità della fede " (Ef. 4.2). Il fatto che la verità non sia soffocata nel mondo, ma permanga valida ed efficace, si realizza in quanto la Chiesa ne è sicura e fedele custode per mantenerla. Se quest'opera di custodia che ne fa la Chiesa si attua nel ministero dei profeti e degli apostoli ne consegue che, in ultima analisi, tutto dipende dal fatto che la parola di Dio sia conservata nella sua integrità. 13. Per aiutare i lettori a cogliere il centro del problema esporrò in breve le tesi dei nostri avversari e su quali punti le contestiamo. Quando affermano che la Chiesa non può errare intendono dire questo: essendo retta dallo Spirito di Dio essa può camminare sicura anche senza la Parola, e comunque cammini non può sentire e dire altro che la verità e perciò, quand'anche determini qualche cosa oltre la parola di Dio, bisogna vedere nella sua decisione un oracolo che proviene dal cielo. Accettiamo per parte nostra l'affermazione che la Chiesa non possa errare nelle cose necessarie alla salvezza, nel senso però che tale mancanza di errore deriva dal fatto che rinunciando ad una propria sapienza accetti di essere ammaestrata dallo Spirito mediante la parola di Dio. Questo è il punto di dissenso che sussiste tra noi: attribuiscono autorità alla Chiesa all'infuori della Parola; noi, al contrario, congiungiamo l'una e l'altra in modo inscindibile. Non fa dunque meraviglia che la Chiesa, sposa e discepola di Cristo, sia sottoposta al suo maestro e sposo per accettare in modo totale quanto egli dice e comanda. Poiché l'ordine di una casa ben amministrata richiede che la donna obbedisca al marito e lo consideri suo superiore, è altresì nello stile di una buona scuola che soltanto il maestro abbia autorità per insegnare ed essere ascoltato. La Chiesa perciò non ha da pretendere di essere sapiente di per se stessa e inventare nulla, ma deve considerare che la sostanza della sua sapienza consiste nel fatto che Gesù Cristo parla. Essa diffiderà perciò di tutte le invenzioni della sua sapienza. Al contrario, fondandosi sulla parola di Dio non cadrà vittima di debolezza o di dubbio ma si affiderà con piena fiducia e costanza ad essa soltanto. Accettando parimenti con fiducia le promesse che le sono fatte troverà dove fondarsi con sicurezza non avendo il minimo dubbio che lo Spirito Santo l'assista costantemente fungendo per lei da guida e conduttore. D'altra parte terrà presente però lo scopo e il fine per cui il Signore vuole che noi riceviamo il suo Spirito: "Lo Spirito "dice "che vi manderò da parte del Padre, vi condurrà in tutta la verità " (Gv. 16.7-13). Come avviene questo? Egli aggiunge subito: "Perché vi insegnerà tutte le cose che vi ho insegnate ". Egli attesta così che dal suo Spirito ci si deve attendere solo questo: che ci faccia accogliere la verità del suo insegnamento, illuminando la nostra intelligenza, e ci faccia accogliere la verità della sua parola. Degna di nota perciò la parola di Crisostomo: "Molti "dice "si vantano dello Spirito; coloro però che vi aggiungono del proprio, lo fanno ingiustamente. Come Cristo ha dichiarato che non parlava di suo, in quanto la sua dottrina era ricavata dalla Legge e i Profeti, così non dobbiamo prestar fede a chi a insegna, con il pretesto dello Spirito, qualcosa che non sia contenuto nell'evangelo; come Cristo è il compimento della Legge e i Profeti, così lo è lo Spirito per l'Evangelo ". Queste sono le parole di san Crisostomo. È ora facile vedere quanto siano fuori strada i nostri avversari quando fanno riferimenti soltanto allo Spirito e non lo citano che per mantenere, con il pretesto della sua presenza, dottrine strane e contrarie alla parola di Dio; mentre lo Spirito si vuole unito alla Parola con indissolubile legame, e Gesù Cristo attestò questo di lui quando lo promise ai suoi apostoli. E di fatto le cose stanno proprio così. Poiché quella riservatezza che Dio ha raccomandato alla sua Chiesa anticamente, egli desidera sia conservata sino alla fine. Le ha vietato di aggiungere o di togliere nulla alla sua parola; e si tratta di un ordine inviolabile di Dio e del suo Spirito, che i nostri avversari vogliono poter cassare quando fingono di credere che la Chiesa sia guidata dallo Spirito Santo senza la parola di Dio. 14. Obiettano ancora, ricorrendo ad un cavillo, che la Chiesa si è trovata nella necessità di recare aggiunte agli scritti degli apostoli e che essi stessi hanno insegnato molte cose oralmente per supplire ai loro scritti, in cui non avevano esposto tutto con chiarezza. A prova di questa affermazione citano le parole di Gesù Cristo: "Molte cose ho ancora da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata " (Gv. 16.12). Affermano che tali sono le leggi ricevute per prassi all'infuori della Sacra Scrittura. Che spudoratezza è mai questa? Gli apostoli erano indubbiamente rozzi e ignoranti quando il Signore diceva loro queste cose, lo ammetto. Ma tale ignoranza sussisteva ancora quando hanno messo per iscritto il loro insegnamento al punto che, in seguito, abbiano dovuto supplire a questo aggiungendo oralmente ciò che avevano dimenticato o tralasciato per mancanza di intelligenza? Sappiamo invece che erano guidati dallo Spirito, in ogni verità, quando redigevano i loro scritti; per quale ragione non avrebbero potuto dare una perfetta presentazione della dottrina evangelica? Concediamo loro che gli apostoli abbiano tramandato oralmente nella Chiesa più di quanto abbiano scritto; chiedo solo che si stabilisca l'elenco di queste tradizioni. Osano farlo? Risponderò con una parola di sant'Agostino: "Non avendo il Signore precisato quali siano queste cose chi sarà fra noi colui che potrà dire "è questo ", "è quello "? O se osa dirlo, come potrà dimostrarlo? ". È sciocco da parte mia voler disquisire più oltre su una questione del tutto superflua; i bambini stessi capiscono che la promessa del Signore di rivelare agli apostoli le cose che non potevano intendere, è stata adempiuta quando ha inviato loro lo Spirito Santo e tale rivelazione porta già i frutti nei loro scritti. 15. E che? Replicano, Gesù Cristo non ha forse voluto che l'insegnamento e le decisioni della Chiesa fossero fuori di discussione quando ha detto di considerare pagano o pubblicano colui che disubbidiva ad essi? (Mt. 18.17). In primo luogo non si parla qui di insegnamenti; Gesù vuole che le ammonizioni fatte per correggere i vizi abbiano piena autorità affinché coloro che sono ammoniti e corretti non si ribellino. È davvero sorprendente la spudoratezza di questi furfanti che, prescindendo da questo dato, osano valersi di questa testimonianza. Cosa possono infatti ricavare da questo testo se non che è illecito disprezzare il consenso unanime della Chiesa? Consenso che si realizza solo nella verità di Dio. Bisogna ascoltare la Chiesa, dicono; chi afferma il contrario? Finché essa dichiara soltanto la parola di Dio. Se pretendono ricavare qualcosa di altro da quel testo, sappiano che queste parole di Cristo non dicono assolutamente nulla in loro favore. Non mi si deve giudicare eccessivamente polemico se ribadisco, con tanta insistenza, questo punto: Non esser lecito alla Chiesa creare alcuna nuova dottrina, cioè insegnare più di quanto Dio abbia rivelato nella sua parola. Ogni uomo ragionevole, infatti, vede chiaramente quali pericoli nascerebbero concedendo questo potere all'uomo; la porta sarebbe aperta ad ogni bestemmiatore per beffarsi della fede cristiana, se i cristiani dovessero accogliere come articoli di fede le decisioni degli uomini.
Si deve anche notare un'altro fatto: Gesù Cristo, secondo l'uso del suo tempo, ricorre ad un termine che indica il concistoro stabilito fra i Giudei, volendo con questo parallelismo indurre i suoi discepoli a rispettare i responsabili della Chiesa. Dovessimo prestar fede ai nostri avversari ogni città o villaggio avrebbe questa autorità nel creare articoli di fede. 16. Gli esempi a cui ricorrono, non sostengono le loro tesi. Dicono che il battesimo dei fanciulli è fondato più sul decreto della Chiesa che su un esplicito comandamento della Scrittura. Ben misera e infelice sarebbe la scappatoia se per difendere il battesimo dei fanciulli fossimo costretti a ricorrere alla sola autorità della Chiesa; vedremo in altra sede che le cose non stanno affatto così. Similmente, quando aggiungono che non si trova nella Scrittura il decreto del concilio di Nicea, secondo cui il Figlio di Dio è di una medesima sostanza Cl. Padre, recano grave offesa ai santi vescovi del Concilio come se avessero condannato temerariamente Ario, perché non voleva accettare la loro terminologia, pur dichiarando di accogliere tutta la dottrina contenuta negli scritti dei profeti e degli apostoli. Ammetto che il termine consustanziale non si riscontra nella Scrittura; considerando, però, che in essa è affermato così spesso che vi è un solo Dio e che inoltre Gesù Cristo viene detto vero Dio ed eterno, uno Cl. Padre, che hanno fatto i santi vescovi nel dichiarare che erano di una medesima essenza se non esporre semplicemente il senso della Scrittura? Teodoreto, lo storico, narra che Costantino imperatore tenne questo discorso aprendo il Concilio: "Ci dobbiamo attenere all'insegnamento dello Spirito, trattando delle cose divine; i libri degli apostoli e dei profeti ci mostrano pienamente la volontà di Dio, pertanto, lasciando da parte ogni spirito di disputa prendiamo dalle parole dello Spirito Santo le decisioni e le risoluzioni che concernono la presente questione". Nessuno si sentì in dovere di contraddire queste sante ammonizioni o replicare che la Chiesa poteva aggiungere qualcosa di suo, che lo Spirito Santo non aveva tutto rivelato agli apostoli, o, per lo meno che questi non avevano lasciato tutto per iscritto. Nulla di tutto questo. Se fosse vero quanto i nostri avversari pretendono, l'imperatore Costantino avrebbe in primo luogo agito male sottraendo alla Chiesa la sua autorità; in secondo luogo sarebbe stata una pessima slealtà da parte dei vescovi il non alzarsi per riaffermare l'autorità della Chiesa. Al contrario Teodoreto riferisce che tutti accolsero di buon grado l'esortazione imperiale e la approvarono. Da questo risulta che la pretesa dei nostri avversari è una novità, sconosciuta a quei tempi.
CAPITOLO 9 I CONCILI E LA LORO AUTORITÀ 1. Quand'anche accettassimo tutte quante le loro affermazioni riguardo alla Chiesa, questo non gioverebbe molto per le loro rivendicazioni, infatti tutto ciò che vien detto dalla Chiesa lo riferiscono immediatamente ai concili, che rappresentano, secondo la loro fantasia, la Chiesa stessa. In sostanza il loro zelo, nel rivendicare potestà alla Chiesa, non ha altro fine se non attribuire al Papa e alla sua corte, tutto ciò che avranno potuto ottenere. Prima di iniziare la trattazione di questo problema intendo chiarire brevemente due punti, il primo è questo: se assumo un atteggiamento rigido e sembro non concedere nulla ai nostri avversari, questo non significa che abbia per i concili antichi minor stima del dovuto. Con sentimento sincero li tengo in onore e desidero che ognuno li stimi e li riverisca; occorre però mantenere in questo discrezione per non recare in alcun modo offesa a Gesù Cristo. Poiché questo è il diritto e l'autorità che gli spettano: assumere la presidenza in ogni concilio e non spartire questa dignità con alcun mortale. Ora egli presiede quando è in grado di dirigere tutta l'assemblea mediante il suo Spirito e la sua forza. Il secondo punto è questo: se attribuisco ai concili una importanza minore di quanto vorrebbero i nostri avversari non è per timore che i concili possano giovare alla loro tesi e risultare contrari alla nostra. Troviamo infatti ampiamente nella parola di Dio quanto occorre per confermare la nostra dottrina, e distruggere il papato intero, talché non è necessario cercare aiuto altrove; d'altra parte quando se ne presenti la necessità possiamo valerci assai bene dei concili per fare e l'uno e l'altro. 2. Affrontiamo ora il problema. Alla domanda qual sia l'autorità dei concili, secondo la parola di Dio, non c'è promessa più ampia ed esplicita per stabilirla della parola di Gesù Cristo: "ovunque due o tre sono raccolti nel mio nome, sono in mezzo a loro " (Mt. 18.20). Tale promessa concerne, è vero, sia una piccola assemblea che un concilio universale; non è tuttavia questo il centro della questione, ma il fatto che è precisata una condizione: Gesù Cristo starà in mezzo a una assemblea quando questa sia raccolta nel suo nome. Si riferiscano, i nostri avversari, finché vogliono, alle assemblee di vescovi, non ne ricaveranno grandi vantaggi, né ci convinceranno a prestar fede alla loro pretesa di essere guidati dallo Spirito Santo finché non avranno dimostrato di essere raccolti nel nome di Cristo. Poiché il caso di vescovi malvagi, che congiurano contro Cristo, può verificarsi altrettanto bene quanto il caso di buoni vescovi, che si raccolgono nel suo nome. Che tale possibilità sia reale lo dimostrano parecchi decreti emanati da vari concili, di cui potrei facilmente dimostrare l'empietà con argomenti evidenti; di questo però riparleremo appresso. Affermo, per il momento, che, nel testo summenzionato, Cristo fa questa promessa unicamente a coloro che sono raccolti nel nome suo. Occorre definire ora che cosa questo significhi. Nego che si radunino nel nome di Cristo coloro che, rifiutando il comandamento di Dio in cui egli ha proibito di aggiungere o togliere nulla alla sua parola, stabiliscono a loro piacimento quanto sembra loro opportuno. Costoro, insoddisfatti di ciò che è contenuto nella sacra Scrittura, cioè nell'unica norma di vera e perfetta sapienza, inventano novità di testa propria. Gesù Cristo non ha promesso la sua assistenza a tutti i concili, indistintamente, ma ha aggiunto una precis. Indicazione in base alla quale distinguere i concili legittimi dagli altri; è indubbio che tale differenza non debba essere sottovalutata. Dio ha anticamente pattuito con i sacerdoti levitici che insegnassero la sua parola (Ma.2.7); la stessa cosa ha richiesto costantemente dai suoi profeti. La stessa legge ha imposto, da quanto ci è dato di vedere, agli apostoli. Non considera pertanto suoi sacerdoti e servitori coloro che trasgrediscono e violano questo patto e non riconosce loro autorità alcuna. Risolvano, i nostri avversari, questa difficoltà se vogliono che dia la mia adesione a leggi umane che esulano dalla parola di Dio. 3. Riguardo alla loro tesi che nella Chiesa la verità non esiste qualora non sia mantenuta fra i pastori, e anzi la Chiesa stessa non possa sussistere quando detta verità non appaia nei concili generali, è lecito avanzare forti dubbi che tale situazione si sia sempre verificata, se dobbiamo considerare veritiere le testimonianze che i profeti ci hanno lasciato riguardo ai tempi loro. Sussisteva, a Gerusalemme, ai tempi di Isaia una Chiesa non abbandonata da Dio, tuttavia il profeta dice questo riguardo ai pastori: "I guardiani di Israele sono tutti ciechi, senza intelligenza. Sono tutti dei cani muti, incapaci d'abbaiare. Sognano, stanno sdraiati, amano sonnecchiare; sono dei pastori che non capiscono nulla, e ognuno mira al proprio interesse " (Is. 56.10). Osea dice: "La vedetta d'Israele, prevalendosi di Dio, è un laccio d'uccellatore, un abominio nel tempio di Dio " (Os 9.8). Constatiamo che non fa alcun caso dei titoli d'onore di cui si vantavano i sacerdoti. Questa Chiesa si mantenne sino ai tempi di Geremia. Stiamo ora a sentire ciò che egli dice dei pastori: "Dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna "e più oltre: "I profeti profetizzano menzogne nel mio nome; benché io non li abbia mandati, e non abbia dato loro alcun ordine " (Gv. 6.13; 14.14). Per non dilungarci nella citazione di tutte queste dichiarazioni rinviamo il lettore a quanto sta scritto nei capitoli 23e 40 del suo libro. In quello stesso tempo Ezechiele, dal canto suo, li trattava con eguale severità: "La cospirazione dei suoi profeti "dice "in mezzo a lei, è come un leone ruggente che sbrana una preda. Costoro hanno divorato le anime, hanno preso tesori, hanno moltiplicato le vedove. I suoi sacerdoti violano la mia legge e profanano le mie cose sante; non sanno conoscere la differenza che passa fra cose profane e le cose che mi sono consacrate. I loro profeti intonacano tutto questo con terra che non regge, hanno delle visioni vane, pronosticano loro la menzogna, dicendo così parla il Signore, mentre il Signore non ha parlato affatto " (Ez. 22.25). Le proteste sono così frequenti in tutti i profeti che non si potrebbe trovare concetto più ribadito di questo. 4. Queste cose si son verificate fra i Giudei, dirà qualcuno, non concernono affatto il nostro tempo. Piacesse a Dio che così fosse. San Pietro però ha dichiarato che si verificherebbe proprio il contrario: "come sorsero falsi profeti nel popolo d'Israele, così sorgeranno fra voi falsi profeti che introdurranno eresie di perdizione " (2 Pi. 2.1). Da notare il fatto che il pericolo non verrà dagli elementi ignoranti del popolino ma da coloro che si vantano del titolo di dottore e pastore. Quante volte sono stati inoltre preannunziati da Cristo e dai suoi apostoli i pericoli in cui la Chiesa sarebbe stata posta dai suoi pastori? (Mt. 24.11-24); lo stesso san Paolo dichiara apertamente che l'Anticristo avrà la sua sede nel tempio di Dio (2 Ts. 2.4); con questa dichiarazione egli intende rendere i credenti attenti al fatto che la terribile calamità, di cui parla, sarà provocata proprio da coloro, che sono insediati nella Chiesa in qualità di pastori. In altro testo egli dimostra che questo fatto già si verificava ai suoi tempi; parlando ai vescovi di Efeso egli dice infatti, fra l'altro: "So che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge, e che fra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trarre i discepoli dietro a se " (At. 20.29). Se i pastori hanno potuto corrompersi in così poco tempo quanto sarà cresciuta, nel succedersi degli anni, la corruzione? Per non occupare eccessivo spazio, sviluppando questi argomenti, farò notare che da tutti i tempi si verificano situazioni che ci rendono attenti al fatto che la verità non è sempre mantenuta fra i pastori e la salvezza della Chiesa non dipende affatto da un buon governo. Sarebbe certo auspicabile che fossero loro i custodi della pace e della salvezza della Chiesa, perché a questo sono stati preposti. Assolvere il proprio compito è cosa ben diversa da non fare ciò che si dovrebbe fare. 5. Non vorrei tuttavia essere frainteso, non preconizzo affatto una diminuzione dell'autorità dei pastori, né vorrei indurre il popolo a disprezzarli. La mia intenzione è solo di far notare che è esistita una diversità fra i pastori, e non si devono considerare tali, senza riserve, tutti coloro che ne hanno il nome. Ora, il Papa e tutti i vescovi della sua cricca, avrebbero l'autorità di capovolgere e mettere sossopra tutto quanto, a loro piacimento, senza aver riguardo alcuno per la parola di Dio, unicamente prevalendosi del titolo di pastore. Per la stessa ragione pretendono volerci far credere che non possono esser privi della luce di verità, che lo Spirito Santo risiede in essi, anzi, che la Chiesa vive e muore con essi, quasi Dio non avesse più diritto di giudizio per punire il mondo con gli stessi castighi che ha usato nei confronti del popolo antico: colpire cioè di cecità e di ottusità i pastori (Za. 12.4). Non sono forse del tutto privi di giudizio non accorgendosi che i loro discorsi sono gli stessi di quelli che facevano i cattivi sacerdoti opponendosi a Dio? Poiché costoro cercavano di premunirsi contro la verità dei profeti dicendo: "Venite, ordiamo macchinazioni contro Geremia. Poiché l'insegnamento della Legge non verrà meno per mancanza di sacerdoti, né il consiglio per mancanza di sani né la Parola per mancanza di profeti " (Gr. 18.18). 6. Con questo stesso argomento è facile dare una risposta al secondo punto concernente i concili generali. Non si può negare che fra i Giudei sia esistita, al tempo dei profeti, una vera Chiesa. Se allora si fosse convocato un concilio generale, quale tipo di Chiesa vi si sarebbe manifestata? Ricordiamo ciò che nostro Signore dichiara loro, non a uno o due, ma a tutti insieme: "I sacerdoti saranno attoniti e i profeti stupefatti " (Gr. 4.9); e: "La Legge mancherà ai sacerdoti e il consiglio agli anziani " (Ez. 7.26); e ancora: "Perciò vi si farà notte invece di visione e le tenebre invece di rivelazione; il sole tramonterà su questi profeti, il giorno si oscurerà su loro " (Mic 3.6). Vi domando ora se tutti costoro si fossero raccolti insieme quale spirito avrebbe presieduto al loro concilio? Un esempio singolare e probante di questo si ha nel concilio convocato da Achab. Vi convennero quattrocento profeti, ma non essendosi raccolti se non per adulare quel sovrano malvagio e incredulo, Satana |