LIBRO TERZO
CAPITOLO 1. LE COSE DETTE SIN QUI DI GESÙ CRISTO CI GIOVANO MEDIANTE L'OPERA SEGRETA DELLO SPIRITO SANTO 1. Dobbiamo ora considerare in che modo diventiamo partecipi dei benefici che Dio il padre ha riposto nel suo figlio; questi infatti non li ha ricevuti per suo vantaggio privato, ma per soccorrere i poveri e gli indigenti. Dobbiamo in primo luogo notare che, finché siamo fuori di Cristo e separati da lui, l'intera sua opera e sofferenza per la salvezza del genere umano risulta inutile e priva di rilievo per noi. Perché ci trasmetta i beni di cui il Padre l'ha arricchito e colmato, occorre dunque che diventi nostro ed abiti in noi. Per questo è definito nostro "capo" (Ef. 4.15), e "primogenito di molti fratelli" (Ro 8.29); ed è anche affermato che siamo innestati in lui (Ro 11.17) e ce ne rivestiamo (Ga 3.27) , poiché nulla di ciò che possiede ci appartiene come abbiamo detto, fintantoché non diventiamo uno con lui. Quantunque otteniamo questo mediante la fede, tuttavia costatiamo che non tutti accolgono, indifferentemente, la comunicazione di Gesù Cristo offertaci dall'Evangelo; siamo perciò spinti a cercarne più in alto il motivo e a considerare la potenza e il segreto operare dello Spirito Santo, origine del nostro fruire di Cristo e dei suoi benefici. Ho già trattato ampiamente della divinità ed essenza eterna dello Spirito Santo. I lettori si accontentino per il momento dell'assunto seguente: Gesù Cristo è venuto con acqua e sangue e lo Spirito testimonia di lui affinché la salvezza che ci ha procurato non svanisca senza che ne beneficiamo. Infatti san Giovanni, come fa riferimento a tre testimoni in cielo, il Padre, la Parola e lo Spirito, così ne cita tre in terra: acqua, sangue e Spirito (1 Gv. 5.7-8). E non invano la testimonianza dello Spirito è ripetuta, testimonianza che sentiamo impressa nei nostri cuori come un suggello, per confermare il lavacro ed il sacrificio insito nella morte del figlio di Dio. Per la medesima ragione san Pietro afferma essere i credenti eletti mediante la santificazione dello Spirito, nell'obbedienza e aspersione del sangue di Cristo (1 Pi. 1.2). Con queste parole egli dichiara che le anime nostre sono, mediante l'incomprensibile irrorazione dello Spirito, purificate dal sangue sacro che è stato sparso una volta per tutte, affinché questo non sia stato compiuto invano. Perciò san Paolo, parlando della nostra purificazione e della nostra giustizia, afferma che otteniamo entrambe nel nome di Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio (1 Co. 6.2). Riassumendo: lo Spirito Santo costituisce il legame mediante il quale il figlio di Dio ci unisce a sé con efficacia. A questo si riferisce tutto quel che abbiamo detto riguardo alla sua unzione, nel libro precedente. 2. Affinché questo fatto, singolarmente degno di essere conosciuto, sia meglio percepito, ricordiamo che Gesù Cristo è venuto ricolmo di Spirito Santo per separarci dal mondo e accoglierci nella speranza dell'eredità eterna. Perciò è detto "Spirito di santificazione " (Ro 1.4) , in quanto non solo ci dà forza e ci mantiene mediante la forma generale della sua azione che riscontriamo sia nel genere umano sia negli altri animali, ma costituisce per noi la radice e la semenza della vita eterna. I Profeti magnificano il regno di Gesù Cristo proprio per il fatto che egli doveva recare una maggiore elargizione di Spirito Santo. Il passo di Gioele è notevole fra tutti: "Spanderò in quel giorno il mio Spirito su ogni carne, dice il Signore " (Gl. 2.28). Quantunque infatti sembri limitare i doni dello Spirito alla funzione profetica, egli intende pure, in forma figurata, che Dio, mediante la luce del suo Spirito, si formerà dei discepoli di coloro che per l'innanzi erano ignoranti e privi di qualsiasi gusto o sapore della dottrina celeste. Poiché Dio il padre ci largisce il suo Spirito mediante il Figlio pur avendone posto in lui tutta la pienezza per farlo ministro e dispensatore della sua liberalità nei nostri riguardi, per queste due ragioni lo Spirito è detto ora "del Padre ", ora "del Figlio ". "Non siete più nella carne "dice san Paolo "ma nello Spirito, in quanto lo Spirito di Dio abita in noi. Ma colui che non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene " (Ro 8.9). Volendoci garantire il nostro completo rinnovamento, dice: "Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti, vivificherà i nostri corpi mortali mediante il suo Spirito, che abita in noi " (Ro 8.2). Non vi è infatti alcuna assurdità nell'attribuire al Padre la lode dei suoi doni, poiché ne è l'artefice, dicendo la stessa cosa di Gesù Cristo, in quanto questi doni gli sono stati affidati in deposito, perché li elargisse ai suoi come gli pare. Per questo invita a se tutti gli assetati, affinché bevano (Gv. 7.37), e san Paolo dice che lo Spirito è dato a ciascuno dei membri secondo la misura del dono di Cristo (Ef. 4.7). Dobbiamo inoltre considerare che è chiamato "Spirito di Cristo "; non in quanto figlio eterno di Dio unito, nella sua essenza divina, in un medesimo Spirito Cl. Padre, ma in quanto Mediatore, poiché la sua venuta risulterebbe inutile se non fosse sceso a noi munito di tale potenza. In questo senso è chiamato "secondo Adamo ", venuto dal cielo in Spirito vivificante (1 Co. 15.45). Infatti san Paolo paragona la vita particolare che Gesù Cristo ispira ai suoi credenti per unirli a se, alla vita dei sensi, comune anche ai reprobi. Similmente, quando invoca sui credenti l'amore di Dio e la grazia di Cristo, aggiunge il dono dello Spirito, senza il quale mai nessuno gusterà né il favore paterno di Dio né i benefici di Cristo, come leggiamo in un altro testo: "L'amore di Dio è sparso nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci viene dato " (Ro 5.5). 3. Ci sarà utile a questo punto prendere nota dei titoli che la Scrittura attribuisce allo Spirito, quando tratta dell'inizio e dell'intero corso relativo alla restaurazione della nostra salvezza. In primo luogo è detto "Spirito di adozione " (Ro 8.15) , in quanto ci è testimone della benevolenza gratuita con cui il Padre celeste ci accoglie in virtù del suo Figlio e, attestandoci che siamo figli di Dio, ci dà fiducia e coraggio per pregare; anzi ci pone in bocca le parole, affinché possiamo gridare con fiducia: "Abba, Padre " (Ga 4.6). Per la medesima ragione è detto "pegno e suggello della nostra eredità " (2 Co. 1.22) , in quanto ci vivifica dal cielo, quantunque siamo pellegrini in questo mondo e simili a poveri morti; ci attesta pure che la nostra salvezza, essendo nelle mani di Dio, è al riparo da ogni pericolo.
Da questo deriva l'altro titolo, quando è detto "vita ", a causa della giustizia (Ro 8.10). Irrorandoci con la sua grazia invisibile, ci rende atti a produrre frutti di giustizia, così come la pioggia feconda la terra con la sua umidità; perciò è sovente detto "acqua ", come in Isaia: "Voi tutti che siete assetati, venite alle acque! " (Is. 55.1); "Spanderò il mio Spirito su colei che ha sete, e farò scorrere i fiumi sulla terra arida " (Is. 44.3). A questo corrisponde l'affermazione di Gesù Cristo che ho citato sopra: "Se qualcuno ha sete, venga a me! " (Gv. 7.37). È altresì indicato con questo termine, per la forza che ha di purificare e nettare, come in Ezechiele, dove Dio promette acque pure "per lavare tutte le impurità del suo popolo " (Ez. 36.25). Irrorandoci del flusso della sua grazia ci ridà vigore e ci rianima, dunque deriva da questo effetto anche il titolo di "olio "e di "unzione "che gli è dato (1 Gv. 2.20-27). D'altra parte, distruggendo e bruciando le nostre concupiscenze peccaminose, simili a immondizie e superfluità, infiamma i nostri cuori di amore per Dio e desiderio di servirlo: per questo è, a buon diritto, definito "fuoco " (Lu 3.16). Ci è insomma presentato come la sola sorgente donde fluiscono sui noi tutte le ricchezze celesti, ovvero come la mano di Dio mediante la quale egli esercita la sua potenza (Gv. 4.14). Mediante la sua ispirazione siamo rigenerati alla vita celeste, per non essere più spinti o guidati da noi stessi ma dalla sua ispirazione e dalla sua opera, talché se c'è in noi un qualche bene, è unicamente frutto della sua grazia: senza di lui tutto lo splendore della nostra virtù risulta nullo, in quanto non vi è in noi che cecità di spirito e perversità di cuore. È già stato detto chiaramente che Gesù Cristo è per noi una realtà inutile finché non sia messo in relazione Cl. suo Spirito che ci guidi a lui; senza questo non possiamo far altro che considerare Gesù Cristo da lungi come essendo fuori di noi, oggetto di fredda speculazione. Ma sappiamo che non giova se non a coloro di cui e capo e fratello primogenito, i quali anzi sono rivestiti di lui (Ef. 4.15; Ro 8.29; Ga .3.27). È unicamente questo congiungimento a far sì che non sia venuto invano per noi, Cl. nome di Salvatore. A questo stesso scopo tende l'unione sacra mediante cui siamo fatti carne della sua carne e ossa delle sue ossa, anzi uno con lui. Si unisce a noi unicamente mediante il suo Spirito, e ci fa sue membra per grazia e potenza di esso (Ef. 5.30) , per legarci a se e per essere per parte sua posseduto da noi. 4. In quanto però la fede è la sua opera essenziale, la maggior parte di quel che leggiamo nella Scrittura circa la sua potenza e il suo operare si riferisce a questa fede, mediante la quale egli ci conduce alla luce dell'Evangelo; come dice san Giovanni, questa dignità è concessa a tutti coloro che credono di essere resi figli di Dio in Cristo, i quali non son nati da carne e sangue, ma da Dio (Gv. 1.13). Contrapponendo Dio alla carne e al sangue, dimostra trattarsi di un dono celeste e sovrannaturale che gli eletti ricevano Gesù Cristo mediante la fede, poiché altrimenti rimarrebbero ancorati alla loro incredulità. La risposta che Gesù Cristo diede a Pietro ne è una prova: "Non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nel cielo " (Mt. 16.17). Accenno solo brevemente a queste cose, in quanto sono state ampiamente sviluppate altrove.
Si inserisce bene in questo dibattito la parola di san Paolo: i credenti sono suggellati dallo Spirito della promessa (Ef. 1.13). Egli intende dire che lo Spirito è il maestro interiore, mediante il quale penetra in noi e trapassa le nostre anime, la promessa della salvezza che altrimenti non farebbe che battere l'aria o risuonare alle nostre orecchie. Similmente quando dice che i fratelli di Tessalonica sono stati eletti da Dio mediante la santificazione dello Spirito e nella fede della verità (2 Ts. 2.13) , con tale riferimento ci ricorda che la fede non può avere altra provenienza all'infuori dello Spirito. San Giovanni lo spiega altrove in modo più ampio, dicendo: "Sappiamo che egli dimora in noi, dallo Spirito che ci ha dato" (1 Gv. 3.24); e: "Da questo sappiamo che dimoriamo in lui ed egli in noi: perché ci ha dato il suo Spirito " (1 Gv. 4.13). Perciò il Signor Gesù, volendo rendere i suoi discepoli capaci di afferrare la sapienza celeste, promette loro lo Spirito della verità, che il mondo non può accogliere (Gv. 14.17) , attribuendogli il compito particolare di suggerire e ricordare loro quel che aveva già insegnato; anche la luce si presenterebbe invano ai ciechi se questo Spirito di intelligenza non aprisse gli occhi della mente; a ragione lo si può chiamare chiave, mediante la quale i tesori del regno dei cieli ci sono aperti; e la sua illuminazione può essere definita la vista della anime nostre. Ecco perché san Paolo loda tanto il ministero dello Spirito (2 Co. 3.6) e questo equivale a dire che la predicazione reca con se vigore spirituale perché i Dottori predicherebbero invano se Gesù Cristo, il sommo maestro, non operasse dall'interno per attrarre coloro che gli sono affidati dal Padre (Gv. 6.44). Ogni perfezione di salvezza è in Gesù Cristo ed egli, per rendercene partecipi, ci battezza di Spirito Santo e di fuoco (Lu 3.16) , illuminandoci nella fede del suo Evangelo e rigenerando i nostri cuori, tanto da farci creature nuove; infine ci purifica da ogni nostra macchia e sozzura, affinché siamo consacrati a Dio quali templi santi.
LIBRO TERZO CAPITOLO 2/1 LA FEDE, DEFINIZIONE E PROBLEMI AD ESSA ATTINENTI 1. Tutto questo sarà facile da intendere quando avremo fornito una più chiara definizione della fede per ben specificare ai lettori quale ne sia la natura e la forza. È, opportuno ricordare quanto abbiamo detto fin qui: Dio, nell'ordinarci mediante la Legge quanto è da fare, ci minaccia, se sgarriamo minimamente, Cl. giudizio della morte eterna e così ci imbriglia come se dovesse saettare sul nostro capo. Se guardiamo a noi stessi e consideriamo solamente quel che abbiamo meritato e di quale condizione siamo degni, non ci rimane neppure un briciolo di speranza: come povera gente respinta da Dio siamo affranti in dannazione, poiché l'osservare la Legge come richiesto, non solo è per noi difficile, ma oltrepassa le nostre forze e le nostre facoltà. In terzo luogo abbiamo dichiarato che esiste un solo mezzo per sottrarci ad una calamità così disastrosa e trarci fuori: Gesù Cristo essendo il Redentore per mano del quale il padre celeste, pietoso verso di noi secondo la sua misericordia infinita, ci ha voluti soccorrere, afferriamoci a questa misericordia con una fede ferma e affidiamoci ad essa con una speranza costante per perseverare. Rimane ora da considerare attentamente in che consiste questa fede mediante la quale tutti coloro che Dio adotta quali figli entrano in possesso del Regno di Dio; poiché una opinione o anche una convinzione generica non basterebbe a fare cosa sì grande. Dobbiamo tanto più applicarci con cura ad interrogarci sulla natura e sulle reali caratteristiche della fede, se consideriamo che la gran parte della gente è, su questo punto, come inebetita. Nell'udire questo termine, infatti, immaginano semplicemente una volontà di aderire alla storia evangelica. Quando si disputa della fede, nelle scuole teologiche, dicendo in modo esplicito che Dio ne è oggetto, si smarriscono poi qua e là le povere anime in vane speculazioni anziché indirizzarle ad una meta sicura. Poiché Dio abita in una luce inaccessibile (1 Ti. 6.163, è richiesto che Gesù Cristo ci venga incontro per condurci ad essa. Perciò chiama se stesso "la luce del mondo " (Gv. 8.12) , e in un altro passo "la via, la verità e la vita " (Gv. 14.6) , perché nessuno viene al Padre, che è fonte di vita, se non per mezzo di lui, per il fatto che lui solo conosce il Padre e che l'ufficio suo è di rivelarlo ai credenti (Lu 10.22). Seguendo questo stesso argomento san Paolo dichiara di non aver stimato nulla degno di conoscenza se non Gesù Cristo (1 Co. 2.2) , e nel libro degli Atti non si glorifica che del fatto di aver conosciuto la fede in Gesù Cristo. In un altro passo menziona la parola rivelatagli: "Ti manderò fra i popoli, affinché ricevano remissione dei loro peccati, e siano partecipi dell'eredità dei santi per mezzo della fede che è in me " (At. 26.17-18). Altrove dice che la gloria di Dio ci è visibile nel volto di Cristo e che quello è lo specchio ove ci è rivelata ogni conoscenza (2 Co. 4.6).
È vero che la fede si rivolge ad un Dio unico, ma occorre aggiungere il secondo elemento: credere in Gesù Cristo da lui inviato, perché Dio sarebbe nascosto ben lungi da noi se il Figlio non ci illuminasse con i suoi raggi. Anche a quel fine il Padre ha posto in lui tutti i suoi beni per rivelarsi nella persona di lui e con questa comunicazione manifestare la vera immagine della sua gloria. Come è stato detto, che occorre essere attratti dallo Spirito per essere incitati a cercare il Signore Gesù, così d'altra parte ci è d'uopo essere avvertiti di non cercare il Padre all'infuori di questa immagine. Di ciò Agostino parla molto a proposito, dicendo che per ben orientare la nostra fede dobbiamo sapere dove dobbiamo andare. Poi subito conclude che la via per preservarci da ogni errore è di conoscere colui che è Dio e uomo. Poiché tendiamo a Dio e a lui siamo condotti mediante l'umanità di Gesù Cristo. Del resto san Paolo, facendo menzione della fede che abbiamo in Dio, non intende negare ciò che tanto spesso ripete circa la fede che ha tutta la sua forza in Gesù Cristo; e san Pietro congiunge molto bene i due elementi dicendo che per mezzo di Cristo crediamo in Dio (1 Pi. 1.21). 2. Questo errore, come infiniti altri, deve essere imputato ai teologi della Sorbona che, quanto più hanno potuto, hanno coperto Gesù Cristo d'un velo; se infatti non guardiamo direttamente a lui, non possiamo che perderci in molti labirinti. Oltre al fatto che con le loro oscure definizioni sminuiscono la potenza della fede e quasi la riducono a nulla, hanno elaborato una immaginazione di fede che definiscono implicita o avvolta, termine Cl. quale coprono la più greve ignoranza che si possa trovare e ingannano il povero popolo conducendolo a rovina. Anzi, per parlare apertamente e sinceramente, queste fantasie non solo soffocano la vera fede, ma l'annientano. Forse la fede consisterebbe nel non intendere nulla, sottomettendo la propria intelligenza alla Chiesa? Certo la fede non consiste in ignoranza ma in conoscenza, e non solo di Dio, ma anche del suo volere. Non otteniamo salvezza per il fatto che siamo disposti ad accogliere come vero tutto ciò che la Chiesa ha definito o perché le affidiamo l'incarico di interrogare e conoscere, ma in quanto sappiamo che Dio ci è padre benevolo per mezzo della riconciliazione fatta in Cristo ed in quanto riceviamo Cristo come datoci per essere giustizia, santificazione, vita. È mediante questa conoscenza, e non affatto sottomettendo il nostro spirito a cose ignote, che otteniamo di entrare nel regno celeste. L'Apostolo, dicendo che si crede Cl. cuore per ottenere giustizia, e si professa con le labbra per avere la salvezza (Ro 10.10) , non intende che basti credere implicitamente ciò che non si capisce, ma richiede una limpida e pura conoscenza della bontà di Dio su cui si fonda la nostra giustizia. 3. Non nego affatto che, avvolti dall'ignoranza, molte cose ci siano nascoste e lo siano fino a che, spogliati di questo corpo mortale, saremo più vicini a Dio; riguardo a quelle cose considero che nulla sia più giovevole che sospendere il nostro giudizio, pur mantenendo la nostra decisione di rimanere uniti alla Chiesa. Ma è una beffa il voler coprire con l'etichetta "fede "una pura ignoranza. Infatti la fede consiste in conoscenza di Dio e di Cristo (Gv. 17.3) , non in riverenza verso la Chiesa. Vediamo quale abisso hanno spalancato coi termini implicita o avvolta, come dicono: gli ignoranti accolgono tutto quel che viene loro offerto sotto l'autorità della Chiesa, senza alcun discernimento, anche i più grossolani errori che vengono loro presentati. Questa superficialità tanto sconsiderata, quantunque faccia cadere l'uomo in rovina, è pur tuttavia scusata da costoro, in quanto non crede nulla in modo determinato, ma aggiunge sempre la condizione: se tale è la fede della Chiesa. In tal modo sembra quasi possibile tenere la verità nell'errore, la luce nel buio e la conoscenza nell'ignoranza. Anziché fermarci a confutare queste follie, esortiamo solo i lettori a paragonarle al nostro insegnamento, poiché la chiarezza stessa della verità fornirà argomenti sufficienti per confondere costoro. Per loro non costituisce problema sapere se la fede è avvolta in molte tenebre di ignoranza; ritengono che coloro i quali si abbrutiscono nella loro ignoranza e anzi si vantano della loro stoltezza, credono in modo esatto e come è richiesto, in quanto si adeguano all'autorità e giudizio della Chiesa, senza sapere nulla. Come se la Scrittura non insegnasse sempre che l'intelligenza è connessa alla fede. 4. Riconosciamo che la fede, finché siamo pellegrini nel mondo, è sempre oscurata, non solo perché molte cose ci sono ancora sconosciute ma perché, annebbiati da molti errori, non intendiamo tutto ciò che sarebbe desiderabile. La sovrana saggezza dei più perfetti consiste nel trar profitto e nell'andare innanzi rendendosi docili e mansueti. San Paolo esorta dunque i credenti, se in qualche cosa dissentono l'uno dall'altro, ad aspettare più ampia rivelazione (Fl. 3.15). L'esperienza ci insegna che non comprendiamo quanto sarebbe desiderabile, finché non saremo spogliati della nostra carne. Quotidianamente, leggendo la Scrittura, incontriamo molti passi oscuri che ci accusano e convincono di ignoranza; con queste redini Dio ci mantiene modesti, assegnando ad ognuno una certa porzione di fede, affinché il più grande dottore ed il più capace siano pronti a lasciarsi istruire. Abbiamo parecchi esempi belli e lodevoli di tale fede implicita nei discepoli del nostro Signor Gesù, prima che fossero pienamente illuminati. Vediamo quanto sia stato loro difficile gustare i primi elementi, come hanno esitato e avuto scrupolo in cose molto piccole, e quantunque pendessero dalle labbra del loro maestro, quanto poco abbiano progredito. Per di più, venuti al sepolcro, la risurrezione di cui tanto avevano udito parlare fu per loro come un sogno. Dato che Gesù Cristo aveva già reso loro testimonianza che credevano, non sarebbe lecito affermare che erano del tutto privi di fede; se non fossero stati convinti che Gesù Cristo doveva risuscitare, ogni loro desiderio di seguirlo sarebbe svanito. E neanche le donne sono state spinte da superstizione per ungere di aromi un corpo morto in cui non fosse stata risposta qualche speranza di vita; quantunque prestassero fede alle parole del Figlio di Dio, il quale sapevano essere verace, tuttavia l'ignoranza che occupava ancora il loro spirito ha mantenuto la loro fede avvolta in tenebre, al punto da lasciarli smarriti. Per questo è detto che avendo costatato de visu la verità delle parole del nostro Signor Gesù, finalmente hanno creduto; non che essi abbiano cominciato a credere allora, ma perché il seme di fede che era come morto nei loro cuori ha ripreso vigore per fruttificare. C'era dunque vera fede in loro, ma implicita, perché avevano accolto con il dovuto rispetto il Figlio di Dio quale loro unico maestro. In seguito, ammaestrati da lui, lo considerarono autore della loro salvezza. Infine credettero che era venuto dal cielo per raccogliere in eredità immortale, per grazia di Dio suo padre, coloro che gli sarebbero stati discepoli autentici.
La conferma migliore e più personale di ciò, risiede nel fatto che ognuno riscontra sempre in se una certa incredulità mista alla fede. 5. Possiamo parimenti definire fede, ciò che propriamente non è che una preparazione ad essa. Gli evangelisti narrano che molti hanno creduto, unicamente perché colpiti dai miracoli di Gesù Cristo, e lo hanno ammirato senza considerarlo altro che il Redentore promesso, pur avendo conosciuto poco o nulla dell'insegnamento dell'Evangelo. Il rispetto che li ha vinti e sottomessi a Gesù Cristo è fregiato del titolo di fede, quantunque non fosse che un piccolo inizio. Così l'ufficiale di corte che aveva creduto alla promessa di Gesù Cristo concernente la guarigione del figlio, tornato a casa credette daccapo, secondo san Giovanni (Gv. 4.53) , senza dubbio perché, fin dal primo momento ritenne oracolo celeste quanto udito dalla bocca di Gesù Cristo; poi si è sottomesso alla autorità di lui, per accogliere il suo insegnamento. Ma bisogna ricordare che si è reso così docile e disposto ad apprendere, che il termine "credere ", nel primo punto di questo passo di Giovanni, indica una fede di tipo particolare, nel secondo punto va oltre, e colloca quell'uomo nella schiera dei discepoli del nostro Signore, i quali facevano professione di aderire a lui. San Giovanni ci propone un esempio affine quando ci parla dei Samaritani i quali, avendo prestato fede alle parole della donna, accorrono a Gesù Cristo con ardore: questo è un inizio di fede. Ma dopo averlo udito dicono: "Non crediamo più per la tua parola, ma in quanto l'abbiamo udito e sappiamo che è il salvatore del mondo " (Gv. 4.42). Risulta da queste testimonianze che coloro che non si sono ancora nutriti dei primi elementi, per il fatto stesso di essere inclini e indotti ad ubbidire a Dio, sono chiamati credenti, non in senso proprio ma in quanto Dio, con la sua liberalità, fa questo onore al loro sentimento. Del resto tale docilità desiderosa di apprendere è ben diversa da quella greve ignoranza in cui giacciono e dormono coloro che si contentano della loro fede implicita, quale i papisti la concepiscono. Se san Paolo condanna rigorosamente coloro che, imparando, non giungono mai alla conoscenza della verità (2Ti 3.7) , di quanto maggior obbrobrio e vituperio sono degni coloro che deliberatamente desiderano non sapere? 6. Tale è dunque la vera conoscenza di Gesù Cristo: riceverlo quale ci è offerto dal Padre, cioè rivestito dal suo Evangelo. Destinato ad essere meta della nostra fede, non tenderemo mai rettamente a lui, se non guidati dall'Evangelo. Di fatto è qui che i tesori della grazia ci sono aperti, poiché se ci fossero chiusi, Gesù Cristo non ci gioverebbe molto. Ecco perché san Paolo unisce dottrina e fede con un legarne indissolubile, dicendo: "Non è così che avete imparato a conoscere Cristo, se pur siete stati ammaestrati secondo la sua verità " (Ef. 4.20-21). Non che io limiti la fede all'Evangelo, senza riconoscere che quanto hanno insegnato Mosè ed i Profeti era sufficiente a ben fondarla; ma l'Evangelo ne dà una più ampia rivelazione e san Paolo lo chiama, a ragione, "insegnamento di fede ". Pertanto, in un altro passo, afferma che la Legge è stata abolita con l'avvento della fede (Ro 10.4) , indicando così il modo nuovo di insegnare portato dal figlio di Dio, il quale ha illustrato la misericordia del Padre suo molto più chiaramente, ed essendoci stato costituito maestro e dottore, ci ha attestato in modo più familiare la nostra salvezza. Ma il ragionamento risulterà più facile se discendiamo per gradi, dal generale al particolare. In primo luogo ricordiamoci che esiste una relazione tra la fede e la Parola, da cui la prima non può essere separata né distolta più di quanto lo possano essere i raggi dal sole che li produce. Perciò Dio proclama per bocca di Isaia: "Ascoltatemi e la vostra anima vivrà " (Is. 55.3). Anche san Giovanni attesta che tale è la sorgente della fede, dicendo: "Queste cose sono scritte affinché crediate " (Gv. 20.31). E il Profeta, volendo esortare il popolo a credere, dice: "Oggi, se udite la sua voce " (Sl. 95.8). In breve, il termine "udire "viene comunemente inteso come sinonimo di credere. In conclusione, non invano Dio distingue, con questo segno, i figli della Chiesa dagli estranei: egli li ammaestrerà per averli discepoli (Is. 53.2). Vi corrisponde il fatto che san Luca adopera qua e là come equivalenti i due termini: credenti e discepoli, estendendo questo titolo anche a una donna (At. 6.1; 9.1.10.19.38; 11.26.29; 13.52; 14.20). Perciò se la fede si sposta, anche di poco, dall'obbiettivo a cui deve mirare, perde la sua natura e diventa incerta credulità ed errore ondeggiante in molteplici direzioni. Questa stessa Parola rappresenta il fondamento che la sostiene e su cui poggia; ma non appena se ne allontana, subito incespica. Si elimini dunque la Parola, e non rimarrà più fede alcuna. Non affrontiamo qui il problema di sapere se il ministero dell'uomo sia o no necessario, per seminare la Parola da cui nasce la fede; lo tratteremo in altra sede. Ma diciamo che la Parola, da qualunque parte ci venga recata, è uno specchio in cui la fede deve guardare e contemplare Dio. Sia che, per questo, Dio si giovi del servizio dell'uomo, sia che operi per sua sola forza, si presenta sempre con la sua parola a coloro che intende attrarre a se. Perciò anche san Paolo definisce la fede "obbedienza "che si rende all'Evangelo (Ro 1.5). Altrove loda il servizio e la prontezza di fede dei Filippesi (Fl. 2.17). L'intelligenza della fede non consiste solo nella certezza che esiste un Dio ma essenzialmente nell'intendere quale sia la sua volontà a nostro riguardo. Infatti non ci è solo utile conoscere quale egli sia, in se, ma quale vuole essere per noi. Abbiamo dunque già acquisito questo fatto: la fede è una conoscenza della volontà di Dio tratta dalla sua Parola. Il suo fondamento è la convinzione che si ha della verità divina; se il tuo cuore non ne ha certezza assoluta, l'autorità della Parola è ben debole, o del tutto nulla, in te. Inoltre non basta credere che Dio è veritiero, che non può mentire o ingannare, se non hai la certezza che tutto quanto procede da lui è verità ferma ed inviolabile. 7. Ma dato che il cuore dell'uomo non è confermato nella fede da qualsiasi parola di Dio, è necessario individuare ciò che la fede propriamente scorge nella Parola. Fu la voce di Dio che disse ad Adamo: "Per certo tu morrai "; fu la voce di Dio a dire a Caino: "Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra, " (Ge 2.17; 4.10). Ma queste affermazioni non potevano che scuotere la fede, non certo consolidarla. D'altra parte, non neghiamo che il compito della fede consista nel dare adesione alla verità di Dio ogniqualvolta egli parli, e qualsiasi cosa dica, e in qualsiasi modo; ma cerchiamo ora ciò che la fede trova in quella Parola per scoprire in essa appoggio e garanzia. Se la nostra coscienza non vede altro che indignazione e vendetta, come non tremerà d'orrore? E quando abbia orrore di Dio, come non lo fuggirà? Ora la fede deve cercare Dio, non fuggirlo. Risulta dunque che non siamo ancora in possesso di una definizione soddisfacente, dato che non si può ritenere fede il conoscere ogni parola di Dio. Che accadrà se sostituiamo questa volontà, il cui messaggio è a volte triste o minaccioso, con benevolenza e misericordia? In questo modo ci avviciniamo certo maggiormente all'essenza della fede. Infatti siamo indotti con dolcezza a ricercare Dio dopo aver conosciuto che la nostra salvezza è in lui; egli ce lo certifica dichiarandoci che ne prende cura. Ci è necessario dunque avere la promessa della sua grazia, con cui ci attesta che ci è padre propizio, perché senza questa nessuno può accostarsi a lui e il cuore dell'uomo non può trovare stabilità che in essa Secondo questo pensiero, misericordia e verità appaiono spesso associate nei Sl. , in ragione di un accordo indissolubile, poiché a nulla gioverebbe sapere che Dio è veritiero se non ci attraesse a se quasi seducendoci con la sua clemenza. Certo non saremmo in grado di comprendere la sua misericordia, se non ce la offrisse di sua voce. Ne sono esempi le affermazioni: "Ho predicato la tua verità e la tua salvezza; non ho nascosto la tua bontà e verità; così come la tua bontà e verità mi proteggono " (Sl. 40.11-12); "La tua misericordia tocca i cieli, la tua verità va fino alle nuvole " (Sl. 36.6); "Tutte le vie di Dio sono clemenza e verità per coloro che serbano la sua alleanza " (Sl. 25.10); "La sua misericordia è moltiplicata su di noi, e la sua verità dimora in eterno " (Sl. 117.2); "Io celebrerò il tuo nome, per la tua misericordia e verità " (Sl. 138.2). Tralascio quel che ne dicono spesso i Profeti: che Dio, in quanto è benigno, è anche fedele alle sue promesse. Poiché sarebbe temerarietà da parte nostra pensare che Dio ci sia propizio, se non ne desse lui stesso testimonianza, prevenendoci con l'orientarci, affinché la sua volontà non sia per noi dubbia o oscura. Abbiamo già visto che egli ha stabilito suo figlio quale unico pegno del suo amore e che senza di lui non apparirebbero che segni di ira e odio in cielo e in terra. Inoltre, dato che la conoscenza della bontà di Dio non può avere grande importanza se non nella misura in cui essa ci fa riposare in quella bontà, è da escludersi ogni intelligenza mista a qualche dubbio, la quale non si mantenga ferma, ma vacilli come mettendola in discussione. L'intelligenza dell'uomo, accecata e oscurata, è ben lungi dall'essere così penetrante e acuta da conoscere la volontà di Dio, e il cuore, solito a vacillare in dubbi ed incertezze, non può essere rassicurato sì da riposare in tale convincimento. Occorre dunque che la mente dell'uomo sia illuminata da altra luce ed il cuore riceva conferma, prima che la Parola di Dio ottenga in noi piena adesione. Una piena definizione della fede è dunque questa: si tratta di una conoscenza stabile e certa della buona volontà di Dio nei nostri confronti, conoscenza fondata sulla promessa gratuita data in Gesù Cristo, rivelata al nostro intendimento e suggellata nel nostro cuore dallo Spirito Santo. 8. Prima di proseguire è necessario porre qualche premessa per sciogliere alcune difficoltà che altrimenti potrebbero ostacolare il lettore e ritardarlo.
Dobbiamo in primo luogo refutare la distinzione che ha sempre avuto corso tra i Sorbonisti, concernente la fede, che chiamano formata e informe. Essi immaginano infatti che coloro che non sono toccati da qualche timore di Dio o da sentimenti di pietà, non mancano di credere tutto quanto è necessario alla salvezza; quasi non fosse lo Spirito Santo, illuminando il nostro cuore alla fede, ad essere testimone della nostra adozione. Quantunque vogliano, con loro presunzione e contro tutta la Scrittura, che tale conoscenza sia fede, non occorrerà dibattere molto o disputare più a lungo contro la loro definizione, a condizione che quanto la Scrittura ce ne dice sia ben spiegato. Questo ci farà vedere che, su un argomento così elevato, essi, più che parlare, grugniscono scioccamente e animalescamente. Ne ho già menzionato una parte e ne menzionerò appresso il rimanente. Per l'istante dirò che non si potrebbe immaginare nulla più a sproposito di quel loro sogno. Considerano che l'assenso con cui coloro che disprezzano Dio accetteranno per vero ciò che è contenuto nella Scrittura, debba essere reputato fede. Occorrerebbe in primo luogo chiarire se ognuno chiama a se la fede di sua iniziativa, o se è lo Spirito Santo che, per suo mezzo, ci attesta la nostra adozione. Per cui parlano da fanciulli quando si domandano se la fede, formata dalla carità sopraggiunta, è una stessa fede o una fede diversa e nuova. Un simile scherzo evidenzia il fatto che essi non hanno mai avuto idea del dono singolare dello Spirito mediante il quale la fede ci è ispirata. In fatti, l'atto iniziale della fede contiene in se la riconciliazione con cui l'uomo accede a Dio. Se valutassero attentamente l'affermazione di san Paolo, che si crede con il cuore alla giustizia (Ro 10.10) , non si divertirebbero più a definire la fede per mezzo di virtù sopravvenienti. Qualora non avessimo altro argomento, questo dovrebbe bastare a risolvere ogni dubbio: l'assentire a Dio, come ho già detto e più a lungo dirò, risiede nel cuore piuttosto che nel cervello, consiste in disposizione d'animo più che in intelletto. Per questo l'obbedienza della fede è lodata (Ro 1.5) al punto che Dio preferisce quello ad ogni altro servizio, e a ragione, visto che nulla è prezioso quanto la sua verità, sottoscritta dai credenti, secondo Giovanni Battista, come quando si mette la propria firma o suggello su una lettera (Gv. 3.33). Questo non può dar luogo a dubbi, concludo; perciò, in una parola, coloro che affermano la fede essere formata quando vi si aggiunge qualche buon sentimento, come un accessorio estraneo, non fanno che blaterare, visto che l'assentire non può essere privo di buona disposizione d'animo e riverenza verso Dio. Ma si presenta un argomento assai più chiaro. Poiché la fede accoglie Gesù Cristo come ci è offerto dal Padre (e non ci è offerto unicamente per giustizia, remissione dei peccati e riconciliazione ma altresì per santificazione e fonte d'acqua viva) nessuno potrà mai conoscerlo dovutamente né credere in lui senza afferrare questa santificazione data dallo Spirito. O, per esprimerci ancora più chiaramente: la fede ha la sua sede nella conoscenza di Cristo e Cristo non può essere conosciuto senza la santificazione ad opera del suo Spirito; ne consegue che la fede non deve assolutamente essere separata da una buona disposizione d animo. 9. Coloro che hanno l'abitudine di citare san Paolo quando dice che se qualcuno avesse una fede così perfetta da trasportare le montagne ma fosse privo di carità, costui non è nulla (1 Co. 13.2) , e vogliono con queste parole rendere la fede informe e priva di carità, non considerano affatto il significato del termine "fede, "in questo passo. San Paolo, intendendo parlare dei diversi doni dello Spirito, fra cui elencava le lingue, il potere di compiere miracoli e le profezie (1 Co. 12.10) , ed esortando i fratelli di Corinto a rivolgere la loro attenzione a quelli più eccellenti e utili, quelli cioè da cui poteva scaturire maggior frutto e utilità a tutto il corpo della Chiesa, aggiunge che mostrerà loro una via migliore: tutti quei doni, pur essendo eccellenti per natura, non sono per nulla da stimare se non servono alla carità; sono infatti dati per l'edificazione della Chiesa e se non vi si riferiscono, perdono il loro significato e il loro valore. Per darne prova, egli si vale di una distinzione, attribuendo nomi diversi a quegli stessi doni di cui aveva fatto prima menzione. Così definisce "fede "quel che prima aveva chiamato "potere ", volendo indicare con l'uno e l'altro vocabolo la potenza di fare dei miracoli. Ora poiché questa potenza, sia essa fede o potere, è un dono particolare di Dio, come lo sono il dono delle lingue, di profezia e altri simili, che anche un malvagio può avere e di cui può abusare, non fa meraviglia che essa sia separata dalla carità. Tutto l'errore di questa povera gente deriva dal fatto che, pur avendo il vocabolo "fede "diversi significati che essi non osservano, si trovano a combattere come se fosse sempre preso nello stesso senso. Il passo di san Giacomo che essi citano a conferma del loro errore sarà spiegato altrove (Gm. 2.14). Benché, per comodità didattica, ammettiamo che vi siano varie forme di fede, volendo riferirci alla conoscenza di Dio fra i malvagi, tuttavia riconosciamo e confessiamo con la Scrittura che c'è un'unica fede nei figli di Dio. È pur vero che molti credono esserci un Dio e pensano che tutto ciò che è contenuto nell'Evangelo e nella Scrittura sia vero, allo stesso modo che si è soliti giudicare vero quello che si legge nelle cronache o che si è visto con i propri occhi. Altri vanno ancora oltre poiché considerano la parola di Dio oracolo indiscutibile, non disprezzano affatto i suoi comandamenti e sono in qualche modo colpiti dalle sue promesse. Diciamo che quella gente non è senza fede, ma lo diciamo in modo improprio per il solo fatto che essi non combattono con empietà manifesta la parola di Dio, non la respingono né la disprezzano, ma danno anzi qualche parvenza di obbedienza. 10. Quest'ombra o immagine della fede non rivestendo alcuna importanza, è indegna di un tal titolo. Benché stiamo per vedere più ampiamente quanto essa differisca dalla vera fede, nondimeno non nuocerà farne ora un breve cenno. È detto che Simon Mago credette, mentre poco dopo egli manifesta la sua incredulità (At. 8.13). Quanto alla testimonianza di fede che gli è data, non intendiamo dire, con certuni, che egli l'abbia soltanto simulata a parole, senza averla in cuore; pensiamo piuttosto che, dominato dalla maestà dell'Evangelo, egli vi abbia prestato una vera fede, riconoscendo a tal punto Cristo per autore di vita e di salvezza, da accettarlo in quanto tale. Il nostro Signore dice, all'ottavo capitolo di san Luca, che coloro nei quali il seme della Parola è soffocato prima di portar frutto, oppure è disseccato e perso prima di aver messo radice, credono per un certo tempo. Non mettiamo in dubbio che costoro siano presi da un qualche interesse per la Parola tant'è vero che, colpiti dalla sua potenza divina, la ricevono con piacere, fino a ingannare, nella loro fallace simulazione, non solo gli uomini, ma anche i propri cuori. Poiché essi si persuadono che il loro rispetto per la Parola di Dio è la pietà più autentica che possano avere, in quanto non reputano maggior empietà al mondo che il vituperare o disprezzare apertamente questa Parola. Ora, qualunque sia questo ricevere l'Evangelo, non penetra fino al cuore per rimanervi radicato; e benché talvolta paia mettervi radici, queste non sono viventi: a tal punto è vano il cuore umano, pieno di nascondigli per le menzogne, avvolto di ipocrisia, che inganna spesso se stesso. Quanto a coloro che si gloriano di una tal sembianza di fede, devono convincersi che non sono in questo per nulla superiori al diavolo (Gm. 2.19). Certo, i primi di cui abbiamo parlato sono di gran lunga inferiori, in quanto sono scossi udendo le cose che fanno tremare i diavoli; gli altri sono simili, in quanto il sentimento che ne hanno si muta In terrore e spavento. 2. So che l'attribuire la fede ai dannati sembra molto duro e strano a taluni, visto che san Paolo la considera il frutto della nostra elezione (1 Ts. 1.3-4). Ma sarà facile sciogliere questo enigma: sebbene Dio illumini nelle fede e faccia veramente sentire l'efficacia dell'Evangelo solo ai predestinati alla salvezza, l'esperienza insegna che i dannati sono talvolta toccati da un sentimento quasi simile a quello degli eletti, di modo che, in base alla loro opinione, essi non differiscono in nulla dai credenti. Così non c'è alcuna assurdità quando l'Apostolo dice che essi gustano per un tempo i doni celesti (Eb. 6.4) , e quando Gesù Cristo dice che essi hanno una fede temporanea. Non già che capiscano qual è la potenza dello Spirito, né che la ricevano coscientemente come vera luce di fede, ma perché Dio, al fine di renderli convinti e ancor più inescusabili, si introduce nei loro intelletti nella misura in cui la sua bontà può essere assaporata senza lo Spirito di adozione. Se qualcuno replica che i credenti non sapranno dunque come rassicurarsi e non potranno giudicare in che modo sono adottati da Dio, rispondo che sebbene vi sia una grande somiglianza e affinità fra gli eletti e quelli che hanno una fede caduca e transitoria, tuttavia la fiducia di cui parla san Paolo (Ga 4.6) , cioè l'osare invocare apertamente Dio come Padre, ha la sua efficacia soltanto per gli eletti. Come Dio rigenera continuamente per mezzo del seme incorruttibile soltanto gli eletti, e non permette mai che questo seme che ha piantato nei loro cuori perisca, così senza dubbio egli suggella nei loro cuori in un modo speciale la certezza della sua grazia affinché essa sia loro pienamente ratificata. Questo non impedisce che lo Spirito Santo operi, sia pure su un piano diverso, nei confronti dei reprobi. Tuttavia i credenti sono ammoniti ad esaminare se stessi con cura e umiltà, temendo che al posto della certezza di fede che devono avere non si insinui di soppiatto nel loro cuore una qualche presunzione carnale. Un altro punto deve essere notato: i dannati non hanno il sentimento della grazia di Dio se non in maniera confusa, di modo che essi percepiscono piuttosto l'ombra anziché il corpo e la sostanza, poiché lo Spirito Santo non suggella veramente la remissione dei peccati se non agli eletti affinché siano fortificati da una certezza particolare. Ma si può dire che i dannati credono che Dio sia loro propizio poiché accettano il dono di riconciliazione, anche se in modo confuso e senza piena risoluzione. Non che siano partecipi con i figli di Dio di una medesima fede o rigenerazione, ma in quanto, sotto fallace apparenza, sembrano avere un principio di fede comune con loro. Io non nego che Dio illumini gli intelletti di costoro al punto da far loro conoscere la sua grazia, ma egli distingue questo sentimento dato loro dalla testimonianza che incide nel cuore dei suoi credenti cosicché permane sconosciuto a quelli il pieno compimento e la reale efficacia della fede di questi ultimi. In effetti Dio non si mostra propizio ai reprobi, come se li ritraesse dalla morte per prenderli sotto la sua protezione; la sua misericordia presente giunge loro come una folata. Agli eletti soltanto egli concede la grazia di radicare la fede viva nel loro cuore per farli perseverare in essa fino alla fine. Cade così l'obiezione che si potrebbe fare, che se Dio mostra loro la sua grazia, ciò dovrebbe essere irreversibile e permanente. Nulla impedisce a Dio di far brillare in alcuni, per un certo tempo, un sentimento della sua grazia, il quale in seguito svanisce. 12. Essendo la fede un conoscere la buona volontà di Dio verso di noi e un esser persuasi della sua verità, non fa meraviglia che nelle persone leggere ed incostanti venga meno la comprensione dell'amore di Dio. Infatti, per quanto essa sia prossima alla fede, ne differisce assai. La volontà di Dio è certo immutabile e la sua verità non soggetta a variazioni; ma affermo che i dannati non giungono mai a quella segreta rivelazione della loro salvezza che la Scrittura attribuisce solamente ai credenti. Nego dunque che essi comprendano la volontà di Dio nella sua immutabilità o che abbraccino solidamente la sua verità, poiché si limitano ad un sentimento soggetto a crisi, anzi destinato a svanire: come un albero che non è piantato abbastanza in profondità per mettere solide radici, anche se per qualche anno produce fiori, foglie e qualche frutto, tuttavia, Cl. tempo intristisce e muore. Se l'immagine di Dio ha potuto essere cancellata dall'intelletto e dall'anima del primo uomo a motivo della sua ribellione, non fa meraviglia che Dio spanda qualche raggio della sua grazia sui ribelli, lasciandolo poi svanire. Parimenti, nulla impedisce che egli dia agli uni una qualche superficiale ed instabile conoscenza del suo Evangelo, destinata a venir meno, mentre in altri la imprime in modo tale che non svanisca. Ci sia chiaro questo punto: la fede degli eletti, per quanto piccola o debole, essendo lo Spirito di Dio caparra e pegno infallibile di adozione, tale segno inciso nel loro cuore non potrà mai essere cancellato. Quanto al fatto che l'illuminazione conosciuta dai reprobi altro non sia che un'aspersione la quale si disperde e si riduce a zero, questo non significa che lo Spirito Santo inganni e frodi: il seme gettato nei loro cuori non è vivificato e reso incorruttibile come è il caso per gli eletti. Procediamo oltre: l'esperienza e la Scrittura ci mostrano che i reprobi sono talvolta toccati dal sentimento della grazia di Dio; è dunque impossibile che non sorga nei loro cuori un qualche desiderio di rispondere al suo amore. Si spiega così che vi sia stato per un certo tempo in Saul una buona disposizione di dedicarsi a Dio: vedendosi trattato paternamente era allettato dalla dolcezza della sua bontà. Dato però che la valutazione che i reprobi hanno dell'amor paterno di Dio non è affatto radicata nel profondo del loro cuore, essi non corrispondono il suo affetto con pienezza di sentimenti come figli suoi ma sono spinti da un sentimento mercenario. È a Gesù Cristo soltanto che lo Spirito dell'amore di Dio è stato dato, ma a condizione che egli lo comunichi ai suoi membri. Infatti, l'affermazione di san Paolo si riferisce unicamente agli eletti: l'amore di Dio è sparso nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è dato (Ro 5.5). Quell'amore solo genera la fiducia di invocare Dio. All'opposto vediamo che Dio si adira in modo sorprendente verso i suoi figli, che tuttavia non cessa di amare: non li odia, ma vuole spaventarli Cl. sentimento della sua collera per umiliare in loro ogni orgoglio della carne, per scuotere ogni pigrizia e per sollecitarli al pentimento. Contemporaneamente perciò essi lo avvertono come sdegnato contro di loro e i loro peccati, ma non cessano di aver fiducia nel suo favore poiché il trovare rifugio in lui nasce da un sentimento schietto di serena fiducia: senza finzione alcuna, gli chiedono di volersi placare.
È dunque chiaro che molti, privi di una vera fede radicata in loro, ne hanno tuttavia qualche apparenza; non nel senso che si limitino a simularla davanti agli uomini, ma nel senso che essendo spinti da uno zelo improvviso, ingannano se stessi con una falsa opinione. Senza dubbio sono bloccati da ottusità, che impedisce loro di esaminare dovutamente il proprio cuore, come sarebbe richiesto. Verosimilmente erano tali coloro di cui parla san Giovanni, quando dice che Gesù Cristo non si fidava di loro, benché credessero in lui, perché li conosceva tutti e sapeva quel che c'è nell'uomo (Gv. 2.24). Del resto, se parecchi non fossero decaduti dalla fede comune (mi servo della parola "comune "vista la grande somiglianza che corre fra la fede caduca e fragile e quella viva e permanente) , Gesù Cristo non avrebbe detto ai suoi discepoli: "Se perseverate nella mia Parola, voi sarete veramente i miei discepoli, e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi " (Gv. 8.31-32). Egli si rivolge a coloro che già avevano ricevuto la sua dottrina, e li esorta a progredire nella fede affinché non spengano per noncuranza la luce che era loro data. San Paolo riserva agli eletti la fede, come un tesoro particolare (Tt 1.1) , volendo significare che coloro che se ne allontanano e vengono meno non vi si sono radicati in modo vitale. Così ne parla il nostro Signore Gesù in san Matteo: "Ogni albero che il Padre mio non ha piantato, sarà sradicato " (Mt. 15.13). Vi sono altri ipocriti più grossolani, che non si vergognano affatto di ingannare Dio e gli uomini. È contro tal genere di persone che san Giacomo inveisce tanto aspramente (Gm. 2.14-26) , perché sotto una falsa apparenza profanano malignamente la fede. Anche san Paolo richiedeva dai figli di Dio una fede non finta, visto che parecchi si vantano con eccessivo coraggio di avere ciò che non hanno e non so con quale trucco o vana finzione ingannano la gente, e talvolta loro stessi. Perciò egli paragona la buona coscienza ad uno scrigno in cui la fede e conservata, dicendo che essa è perita in molti, perché non era munita di questa protezione (1 Ti. 1.5, e 19). 13. Dobbiamo anche notare i diversi significati del termine "fede ". Poiché, spesso, dire fede equivale a parlare di sana e pura dottrina in materia di religione, come nel passo testé citato, e quando san Paolo comanda che i diaconi siano istruiti nei misteri della fede con pura coscienza (1 Ti. 3.9) , e quando lamenta che alcuni si sono ribellati alla fede. All'opposto, quando dice che Timoteo è stato nutrito nella dottrina della fede (1 Ti. 4.1-6) , o quando ricorda che la presunzione profana di ciarlare e le opposizioni di una sedicente scienza sono la causa della ribellione di molti alla fede, gente che egli chiama, in un altro passo, "reprobi riguardo alla fede " (2Ti 2.16; 3.8). Di nuovo, quando ordina a Tito di ammonire coloro di cui si occupa, affinché siano "sani nella fede " (Tt 1.14; 2.2) , significando con le parole "essere sano "una purezza e semplicità dottrinale suscettibile di corrompersi facilmente a causa della leggerezza degli uomini, e di imbastardirsi. Di fatto, poiché tutti i tesori della conoscenza e della sapienza sono nascosti in Gesù Cristo (Cl. 2.3) , posseduto dalla fede, non senza motivo questo termine si applica a tutta la sostanza della dottrina celeste, da cui la fede non può essere separata. D'altra parte, il termine "fede "si limita in alcuni passi ad un oggetto particolare, come quando san Matteo dice che Gesù Cristo ha visto la fede di coloro che calavano il paralitico giù dal tetto (Mt. 9.2); o quando Gesù Cristo dice che non ha trovato in Israele una fede come quella del centurione (Mt. 8.10). Certamente costui era lietissimo della guarigione del suo servo, per il quale dimostra, con i suoi propositi, quanta cura avesse. Ma dato che si era accontentato della sola risposta di Gesù Cristo, non chiedendo la sua presenza corporea ma affermando che gli era sufficiente che egli dicesse quella parola, la sua fede è lodata. Abbiamo anche avvertito che san Paolo definisce fede il dono di fare dei miracoli (1 Co. 13.2) , dono che talvolta è comunicato a coloro che non sono rigenerati dallo Spirito di Dio e che non lo temono con sincerità e rettitudine. A volte si serve di questo stesso termine per indicare l'istruzione che riceviamo onde essere edificati nella fede. Poiché è fuor di dubbio, quando scrive che la fede sarà abolita, che questo si riferisce al ministero della chiesa e alla predicazione che sovviene oggi alla nostra debolezza. C'è in tutti questi modi di dire una convergenza evidente. Del resto, quando il termine fede si trasferisce impropriamente ad una falsa professione, o ad un titolo preso a prestito, o ad un travestimento, ciò non deve essere considerato né più improprio né più disdicevole di quando il timor di Dio è scambiato per un servizio confuso e peccaminoso che gli si rende. È detto nella storia sacra che i popoli trasferiti in Samaria e nella regione limitrofa temettero gli dei falsamente inventati e il Dio d'Israele: è come mescolare il cielo e la terra. Ma noi chiediamo ora che cos'è la fede che distingue i figli di Dio dagli increduli, fede per la quale noi invochiamo Dio come nostro padre, fede che ci fa passare dalla morte alla vita e per la quale il Signor Gesù, nostra salvezza eterna e nostra vita, abita in noi. Mi pare di aver spiegato in breve e con chiarezza la sua caratteristica e la sua natura. 14. Ci rimangono ora da riesaminare le singole parti della definizione data. Quando noi definiamo la fede "conoscenza ", non intendiamo una comprensione del tipo di quella che gli uomini hanno per le cose sottomesse ai loro sensi poiché essa supera a tal punto ogni senso umano, che il nostro spirito dovrebbe sorpassare se stesso per raggiungerla. Ed anche quando ci arriva, non afferra ciò che intende; ma ritenendo per certo ed acquisito ciò che non è in grado di comprendere, intende più in base alla certezza di questa persuasione che se intendesse qualcosa di umano, secondo la sua capacità. Molto bene si esprime san Paolo quando dice che bisogna comprendere la lunghezza, la larghezza, la profondità e l'altezza dell'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (Ef. 3.18-19). Poiché ha voluto significare contemporaneamente l'una e l'altra cosa: quel che il nostro intelletto afferra di Dio, per mezzo della fede, è assolutamente infinito, e questo modo di conoscere oltrepassa l'intelligenza. Ma avendo il nostro Signore manifestato ai suoi servitori il segreto della sua volontà, nascosto per tutti i secoli e le generazioni, la fede è giustamente chiamata "conoscenza " (Cl. 1.26). Anche san Giovanni la chiama "scienza "quando dice che i credenti hanno coscienza di essere figli di Dio (1 Gv. 3.2). Infatti lo sanno con certezza, ma perché confermati nella persuasione della verità di Dio più che resi dotti per dimostrazione o argomentazione umana. Uguale significato hanno le parole di san Paolo: ". mentre abitiamo in questo corpo, siamo come pellegrini lontani da Dio, poiché camminiamo per fede e non per visione " (2 Co. 5.6-7). Con cui dimostra che le cose che intendiamo per fede sono assenti e nascoste alla nostra vista. Ne concludiamo che l'intelligenza della fede consiste più in certezza che in comprensione.
15. Per ricordare che si tratta di una salda costanza, aggiungiamo che questa conoscenza è certa e sicura. Come la fede non si riduce ad essere opinione incerta e mutevole, COSÌ essa non si limita ad una riflessione oscura e dubbiosa, ma richiede una certezza piena e stabile, quale si suole avere per le cose chiaramente provate e comprese. L'incredulità è tenacemente radicata e insita nel cuore umano e siamo fortemente inclini ad essa: dopo aver confessato che Dio è fedele, nessuno può infatti esserne ben persuaso senza impegnarsi in una lotta grande e difficile. Segnatamente quando le tentazioni incalzano, i dubbi e le prove mettono a nudo il peccato nascosto. Non senza motivo lo Spirito Santo, per magnificare l'autorità della Parola di Dio, le attribuisce titoli di eccellenza: si tratta di porre rimedio alla malattia di cui parlo e condurci a credere pienamente le promesse di Dio. Perciò Davide dice che le parole di Dio sono parole pure, argento sette volte ben rifuso in un eccellente crogiolo (Sl. 12.17). E: "La parola di Dio è purgata Cl. fuoco, ed è scudo per coloro che confidano in essa " (Sl. 18.31). Salomone, confermando lo stesso concetto, quasi negli stessi termini dice: "La parola di Dio è come argento bene affinato " (Pr 30.5). Il salmo 119è quasi interamente dedicato a questo argomento; sarebbe dunque superfluo dilungarci. Del resto, ogniqualvolta Dio loda in questo modo la sua parola, redarguisce indirettamente la nostra incredulità, poiché non mira ad altro che a togliere e a strappare dai nostri cuori tutte le diffidenze, i dubbi e le dispute perverse. Parecchi concepiscono la misericordia di Dio in modo tale da riceverne ben poca consolazione. Sono stretti da miserevole angoscia, in quanto dubitano che egli sarà loro misericordioso dato che, pur pensando di ben conoscerla, limitano eccessivamente la sua clemenza. Ecco come la concepiscono: pur ritenendola ampia, diffusa su molti, preparata per tutti, non hanno la certezza che giungerà fino a loro, o piuttosto che potranno giungere ad essa. Questo sentimento, nella misura in cui rimane a metà strada, è incompleto: più che rassicurare lo spirito in tranquillità e certezza, lo inquieta Cl. dubbio e l'irresolutezza. Ben altro è il sentimento di certezza, che la Scrittura sempre congiunge alla fede, della bontà di Dio che ci è proposta. i;: impossibile che ci raggiunga senza che ne sentiamo veramente la dolcezza, e la sperimentiamo in noi stessi. L'Apostolo deduce infatti la fiducia dalla fede, e dalla fiducia l'ardire, dicendo che in Cristo abbiamo l'ardire di accostarci a Dio in piena fiducia, per mezzo della fede in Gesù Cristo (Ef. 3.12). Con queste parole egli sottolinea che non v'è retta fede nell'uomo se non quando osa presentarsi davanti a Dio con franchezza e con cuore rassicurato: questo ardire non può sussistere se non esiste sicura fiducia nella benevolenza e nella salvezza offerta da Dio. A tal punto questo è vero, che il nome di fede ha spesso il significato di fiducia. 16. In questo consiste il nucleo centrale della fede: non pensare che le promesse di misericordia, offerteci dal Signore, siano efficaci solamente fuori di noi e non in noi, ma piuttosto farle nostre ricevendole nel nostro cuore. Da una tale accettazione deriva la fiducia che san Paolo chiama altrove "pace " (Ro 5.1); a meno che qualcuno preferisca far derivare questa pace dalla fiducia, come una sua conseguenza. Questa pace è una sicurezza che dà riposo e gioia alla coscienza in presenza del giudizio di Dio, poiché senza di essa la coscienza è inesorabilmente sconvolta in maniera preoccupante e quasi lacerata, a meno che, dimenticando Dio e se stessa, non si addormenti per un certo tempo. Per un certo tempo, dico; essa non gode a lungo di questo miserevole oblio, ma subito è punta al vivo dal giudizio di Dio il cui pensiero cammina innanzi a lei d'ora in ora. Non c'è vero credente all'infuori di colui che, fermamente convinto che Dio è per lui un padre propizio e benevolo, aspetta ogni cosa dalla sua bontà; di colui che, fondandosi sulle promesse del buon volere di Dio, attende senza dubitare la sua salvezza, come dimostra l'Apostolo con le parole: "Se teniam ferma fino alla fine la fiducia e la glorificazione della nostra speranza " (Eb. 3.14). Dicendo questo, egli dichiara che non spera veramente in Dio chi non osa coraggiosamente glorificarsi di essere erede del Regno dei cieli. Non vi è, ripeto, credente autentico all'infuori di colui che, certo della sua salvezza, osa sfidare senza esitazione il Diavolo e la morte, come insegna l'Apostolo nella sua conclusione ai Romani: "Io sono certo, dice, che né morte, né vita, né angeli, né principati, né potenze, né cose presenti, ne cose future potranno separarci dall'amore che Dio ha per noi in Gesù Cristo " (Ro 8.38). Così l'Apostolo ritiene che gli occhi del nostro intelletto sono ben illuminati solo se contempliamo la speranza dell'eredità eterna a cui siamo stati chiamati (Ef. 1.18). Questo è il suo costante insegnamento: non comprendiamo bene la bontà di Dio se non abbiamo in essa piena fiducia. 17. Qualcuno obietterà che ben diversa è l'esperienza dei credenti visto che, nel riconoscere la grazia di Dio verso di loro, non solo sono tormentati e agitati da dubbi (il che accade loro normalmente) ma talvolta, anche, grandemente perplessi e spaventati. Tanto veemente è la pressione delle tentazioni che li assalgono per scuoterli! Questo non sembra conciliarsi affatto con la certezza di fede di cui abbiamo parlato. Bisogna dunque che risolviamo questa difficoltà, se vogliamo che permanga valido l'insegnamento dato più sopra. Quando noi insegniamo che la fede deve essere certa e sicura, non immaginiamo affatto una certezza che non sia intaccata da dubbio, né una sicurezza esente da interrogativi; diciamo anzi che i credenti devono condurre una lotta continua contro la loro stessa diffidenza e non releghiamo certo la loro coscienza in un tranquillo riposo al riparo da ogni tempesta. Tuttavia, qualunque sia il modo in cui sono assaliti, affermiamo che non scadono mai dalla fiducia nella misericordia di Dio che hanno una volta ritenuta certa. La Scrittura non propone esempio di fede più notevole e singolare della persona di Davide, soprattutto se si considera l'intero corso della sua vita; ma egli stesso si duole di non essere stato sempre tranquillo nel suo spirito e di non aver trovato riposo nella fede. Il rimprovero che egli rivolge alla sua anima di turbarsi oltre misura, a che cosa mira se non ad esprimere il suo cruccio per la sua incredulità? "Anima mia "dice "perché ti spaventi? perché ti rivolti in me? Spera in Dio " (Sl. 42.6). Un tale spavento era un segno manifesto di sfiducia, come se avesse pensato di essere abbandonato da Dio. Altrove fa una confessione ancora più ampia: "Ho detto nel mio turbamento: Sono respinto dallo sguardo dei tuoi occhi " (Sl. 31.23). In un altro passo si dibatte in se stesso con tanta perplessità e angoscia, da entrare perfino in discussione sulla natura di Dio: "Ha egli dimenticato "dice "di far misericordia? Respingerà egli sempre? " (Sl. 77.10). Aggiunge una affermazione ancora più dura: "Ho detto: "Devo morire ". Ecco venire un cambiamento dalla mano di Dio ". Come un uomo disperato, si dichiara perso. Non solo confessa di essere agitato da dubbi, ma, oppresso e vinto, non serba alcuna speranza poiché Dio l'ha abbandonato ed ha volto contro di lui, per rovinarlo, la mano con cui aveva l'abitudine di soccorrerlo. A ragione esorta dunque la sua anima a tornare al suo riposo (Sl. 116.7) , poiché aveva sperimentato che essa errava qua e là fra i flutti della tentazione. Ammirevole è tuttavia il fatto che la fede sostenga il cuore dei credenti in mezzo a scosse così numerose e implacabili. È: veramente come il ramo flessibile che resiste, carico, a tutti i pesi e pur sempre si risolleva. Davide in apparenza oppresso, non ha smesso di rIs.lire a Dio, rimproverandosi la propria debolezza. È già in gran parte vittorioso colui che, lottando contro la sua debolezza, si sforza nelle sue sventure di persistere nella fede e di progredirvi. l: quanto possiamo constatare nell'altro passo di Davide: "Aspetta il Signore; fortificati, egli ti darà coraggio. Aspetta dunque il Signore " (Sl. 27.14). Egli si accusa per due volte di timidezza e confessa di esser stato soggetto a molti turbamenti. Non solo si dispiace dei suoi peccati, ma si impegna a correggerli. Se, volendo fare un utile raffronto, lo si paragona al re Achaz, si riscontrerà una notevole differenza. Isaia è mandato a quell'ipocrita per porre rimedio alla paura che lo aveva colto. Gli reca questo messaggio: "Sta' in guardia e calmo. Non temere " (Is. 7.4). Allora quel miserabile, già colto da spavento (poco prima era stato detto che era agitato "come una foglia d'albero ", pur avendo ricevuto la promessa, non smette di tremare. È dunque giusto appannaggio e punizione dell'incredulità, questo ribellarsi; chi, nella tentazione, non cerca di aprirsi alla fede per venire a Dio, se ne allontana e se ne distoglie. Al contrario i credenti, benché piegati sotto il peso, anzi quasi sprofondati nell'abisso, attingono coraggio e costanza per riprendersi, anche se questo avviene con grande difficoltà e tribolazione. Convinti della loro debolezza, pregano Cl. Profeta: "Signore, non togliermi per sempre la parola di verità dalla bocca " (Sl. 119.43). Questo significa che i credenti diventano talvolta muti, come se la loro fede fosse abbattuta; tuttavia non vengono meno e non si ritirano come gente sconfitta, ma proseguono il combattimento e scuotono la loro pigrizia, se non altro per non cadere, adulandosi, in uno stato di insensibilità. 18. Per intendere meglio questo fatto è necessario ricorrere alla distinzione fra "spirito "e "carne "distinzione di cui abbiamo parlato altrove, e che si evidenzia chiaramente a questo proposito. Il cuore del credente avverte dunque in se stesso questa tensione: da un lato è ripieno di gioia per la conoscenza che ha della bontà di Dio, dall'altro amareggiato dal sentimento della sua disgrazia; si riposa sulla promessa dell'Evangelo, ma trema per la coscienza della sua iniquità; afferra la vita con gioia, ma ha orrore della morte. Questo contrasto deriva dall'imperfezione della fede, poiché nel corso della vita presente non raggiungiamo mai la felicità di una pienezza di fede e di una liberazione da ogni sfiducia. Da qui la lotta, quando la sfiducia che permane nella carne si erge per attaccare e rovesciare la fede. A questo punto mi si dirà: se nel cuore del credente il dubbio è misto a certezza, non torniamo forse sempre al fatto che la fede non ha una conoscenza chiara e certa della volontà di Dio, ma oscura e dubbia? Rispondo di no. Per quanto possiamo essere distratti da altri pensieri, non ne consegue che siamo separati dalla fede. L'essere talvolta agitati dagli assalti dell'incredulità, non significa essere gettati nell'abisso di tale incredulità. Siamo scossi, non per questo inciampiamo; l'esito di questa battaglia è che la fede trionfa sempre di queste difficoltà, pur sembrando in pericolo sotto la loro minaccia. 19. Insomma, non appena la più piccola goccia di fede che si possa immaginare ha sede nella nostra anima, incominciamo a contemplare il volto di Dio misericordioso e propizio verso di noi. Da lontano, è vero, ma con sguardo così sicuro da essere certi che non sussiste inganno. Poi, nella misura in cui progrediamo (poiché conviene che si facciano progressi con assiduità) ci accostiamo per vedere con maggior certezza. Inoltre, il perseverare nella fede fa sì che la conoscenza divenga più sicura. Vediamo così che la mente, illuminata dalla conoscenza di Dio, è ottenebrata, all'inizio, da molta ignoranza, che a poco a poco viene eliminata. Ma a dispetto della sua ignoranza e dell'aver visto m modo più oscuro, non c'è impedimento a che goda di una conoscenza evidente della volontà di Dio. Questo, nella fede, è il primo punto e il principale: non diversamente da chi, rinchiuso in un carcere profondo, non riceve la luce del sole se non obliquamente e a metà, da una finestra alta e stretta; egli non vede il sole in modo completo e libero, ma non cessa di ricevere la luce e di farne uso. Benché vediamo da ogni parte molta oscurità, rinchiusi nella prigione di questo corpo terrestre, se abbiamo una sia pur minima rivelazione della misericordia di Dio, essa ci illumina sufficientemente per darci una sicura certezza. 20. L'una e l'altra cosa ci sono dimostrate con chiarezza dall'Apostolo in molti passi. Dicendo che conosciamo in parte, profetizziamo in parte, e vediamo in modo oscuro come in uno specchio (1 Co. 13.9) , egli sottolinea quanto piccola sia la parte di saggezza divina distribuitaci nella vita presente. Queste parole non significano soltanto che la fede è imperfetta mentre gemiamo sotto il fardello della nostra carne, ma ci avvertono che a causa della nostra imperfezione abbiamo bisogno di essere continuamente esercitati nell'insegnamento; ci insegnano inoltre che non possiamo capire nella nostra piccolezza le cose infinite. L'affermazione di san Paolo si riferisce a tutta la Chiesa, poiché non c'è nessuno fra noi esente dal sentire che la sua ignoranza rappresenta un grave ostacolo e un freno per un avanzamento quale sarebbe a desiderare. Ma egli stesso dimostra in un altro passo quanto grande sia la certezza contenuta nella minima goccia di fede che abbiamo, quando afferma che per mezzo dell'Evangelo contempliamo a viso scoperto la gloria di Dio, senza alcun impedimento, per essere trasformati nella di lui immagine (2 Co. 3.18). È inevitabile che in una tale condizione di ignoranza ci siano molti scrupoli e paure, visto che il nostro cuore, per sua natura è incline all'incredulità. Tentazioni sopraggiungono in numero infinito, e di diversi tipi, che ci assalgono costantemente in modi incredibili. La coscienza, anzitutto, oppressa dal carico dei suoi peccati, che ora si lamenta e geme in se stessa, ora si accusa, talvolta tacitamente inquieta, talvolta apertamente tormentata. Sia dunque che le avversità riflettano in qualche modo la collera di Dio, o che la coscienza ne ravvisi la causa in se stessa, l'incredulità ne approfitta per combattere la fede, impiegando tutte le sue armi allo scopo di farci credere che Dio ci è contrario e adirato, onde non speriamo alcun bene da lui e ne abbiamo paura come di un nostro nemico mortale. 21. Per far fronte a questi assalti, la fede è protetta dalla Parola di Dio. Quando è assalita dalla tentazione di ritenere che Dio sia contrario e nemico affliggendoci, si difende opponendo la certezza che è misericordioso anche quando affligge; i castighi che dà, derivano da amore piuttosto che da collera. Colpita dal pensiero che Dio è giusto giudice per punire ogni iniquità, si fa scudo del fatto che il perdono è preparato per tutti i peccati, quando il peccatore si rivolge alla clemenza del Signore. In questo modo l'anima credente, benché profondamente tormentata, finisce tuttavia per sormontare tutte le difficoltà e non permette che la fiducia posta nella misericordia di Dio le sia mai tolta e strappata; anzi, tutti i dubbi da cui è provata conducono a rafforzare maggiormente questa fiducia. Ne abbiamo la prova nel fatto che i santi, quando vedono incalzare la vendetta di Dio, non cessano di rivolgergli i loro lamenti e lo invocano anche se sembra che non debbano essere esauditi. Perché infatti si lamenterebbero con colui dal quale non aspettano alcun sollievo? Come sarebbero indotti ad invocarlo, se non hanno alcuna speranza nel suo aiuto? Parimenti i discepoli, rimproverati da Gesù Cristo per la debolezza della loro fede, imploravano il suo aiuto malgrado fossero in pericolo di morte (Mt. 8.25). Redarguendoli per la debolezza della loro fede, non li esclude dal numero dei suoi per metterli con gli increduli, ma li incita a rifuggire un tal peccato. Riaffermiamo dunque quanto detto in precedenza: la radice della fede non è mai interamente strappata dal cuore credente, ma vi dimora sempre radicata anche se, quando è scossa, pare inclinarsi qua e là; la luce della fede non è mai spenta o soffocata al punto che non ne rimanga almeno qualche scintilla; da ciò si può giudicare che la Parola, seme incorruttibile di vita, produce un frutto simile a se stessa, il cui germe non secca e non perisce. È: quanto dimostra Giobbe, quando dice che non cesserà di sperare in Dio, quand'anche egli lo facesse morire (Gb. 13.15). Il maggior motivo di disperazione per i santi è infatti la percezione della mano di Dio alzata, per quanto si possa dedurre dalle circostanze, per umiliarli. L'incredulità non regna nel cuore dei credenti, ma li assilla dall'esterno, non li ferisce mortalmente, ma si limita a molestarli, oppure li ferisce ma di una ferita che si può curare. Infatti san Paolo dice che la fede è per noi uno scudo (Ef. 6.16). Essa dunque, posta innanzi per resistere al Diavolo, riceve i colpi ma li respinge, o per lo meno li attutisce in maniera che non penetrino fino al cuore. Quando dunque la fede è scossa avviene come se un soldato, pur molto robusto, fosse costretto da un colpo impetuoso a indietreggiare e a ritirarsi. Quando è ferita, e come se il di lui scudo ricevesse qualche incrinatura dalla violenza di un colpo, ma solo fino ad essere piegato, non forato; l'anima credente avrà sempre il sopravvento per dire con Davide: "Se cammino nell'ombra della morte non temerò male alcuno in quanto tu sei con me, Signore " (Sl. 23.4). È certo spaventoso camminare nell'oscurità della morte, né si può impedire che i credenti, per quanta fermezza sia in loro, abbiano in grande orrore un tal frangente; ma poiché trionfa nel loro spirito il pensiero che Dio, con la sua presenza, ha cura della loro salvezza, il timore è vinto da questa certezza. Per quanto il Diavolo macchini contro di noi e tenti di assalirci, dice sant'Agostino, finché non occupa il luogo del cuore in cui abita la fede, è cacciato fuori. Se si giudica in base all'esperienza i credenti non solo sfuggono vittoriosi ad ogni assalto e, ripreso coraggio, sono pronti a ricominciare la lotta meglio di prima, ma si compie in loro quel che dice san Giovanni nella sua epistola canonica: "La vostra fede è la vittoria che ha vinto il mondo " (1 Gv. 5.4). Intende dire che non solo essa sarà vittoriosa in una o in dieci battaglie, ma che trionferà ogni volta che sarà assalita. 22. C'è un altro genere di timore e tremore da cui la certezza della fede, lungi dall'essere diminuita, è invece confermata: i credenti, sapendo che gli esempi della vendetta di Dio sugli iniqui devono essere loro di insegnamento onde non provochino l'ira di Dio con gli stessi sbagli, stanno maggiormente attenti per non compiere il male; o ancora, riconoscendo la loro miseria, imparano a dipendere da Dio in modo assoluto, sentendosi più effimeri e instabili di un soffio di vento, senza di lui. Quando l'Apostolo, dopo aver descritto i castighi che Dio aveva inflitto al popolo d'Israele, mette in guardia i Corinzi affinché non cadano nello stesso peccato, non abbatte con ciò la loro fiducia ma semplicemente li sveglia dalla loro pigrizia che solitamente seppellisce la fede, anziché confermarla (1 Co. 10.5). O quando prende occasione dalla rovina degli Ebrei per esortare colui che sta in piedi perché si guardi dal cadere (Ro 11.20) , non ci ordina affatto di vacillare, come se fossimo instabili nella nostra fermezza, ma toglie semplicemente ogni arroganza e fiducia temeraria alle nostre capacità affinché noi, Gentili, non disprezziamo i Giudei ai quali siamo stati sostituiti; sebbene in quel testo non parli soltanto ai credenti, ma si rivolga parimenti agli ipocriti che si gloriano dell'apparenza esteriore. Non ammonisce ciascuno in particolare, ma avendo stabilito un paragone fra Giudei e Gentili e avendo dimostrato che la reiezione dei Giudei era una giusta punizione per la loro infedeltà e la loro ingratitudine, esorta parimenti i Gentili a non inorgoglirsi, a non innalzarsi, per paura di perdere l'adozione gratuita che avevano appena ricevuto. Come dopo la reiezione generale dei Giudei ne rimanevano tuttavia alcuni che non erano affatto scaduti dal patto di Dio, così potevano esserci fra i Gentili taluni che, privi di vera fede, si erano gonfiati di un vano orgoglio della carne abusando così, a loro rovina, della bontà di Dio. Ancorché le parole di san Paolo siano intese come rivolte ai credenti, non c'è contraddizione riguardo a quel che abbiamo detto. Altro è riprovare la temerarietà da cui i santi sono talvolta sollecitati secondo la carne, per mostrare loro che non devono rallegrarsi di una folle presunzione, e altro è spaventare la coscienza al punto che non trovi più riposo e piena sicurezza nella misericordia di Dio. 23. Quando ci insegna ad impegnarci per la nostra salvezza con timore e tremore (Fl. 2.12) , chiede solo che prendiamo l'abitudine di affidarci alla potenza del Signore, con gran disprezzo di noi stessi. Nulla può spingerci a riporre in Dio la garanzia e la fiducia della nostra fede quanto la sfiducia in noi stessi e lo smarrimento che proviamo dopo aver riconosciuto la nostra sventura. È in questo senso che bisogna intendere quanto è detto dal Profeta: "Entrerò nel tuo tempio, per la grandezza della tua benignità, e quivi adorerò con timore " (Sl. 5.8) , passo in cui, molto a proposito, unisce l'ardire della fede fondata sulla misericordia di Dio al timore e santo tremore da cui è necessario che siamo toccati quando, comparendo dinanzi alla maestà di Dio, noi comprendiamo alla sua luce quali siano le nostre sozzure. A ragione, dunque, Salomone definisce felice l'uomo che mantiene del continuo il suo cuore nel timore (Pr 28.14) , in quanto l'indurimento fa cadere in rovina. Egli intende però un timore che ci renda più attenti e saggi, non che ci affligga fino alla disperazione. Il nostro cuore, confuso, trova conforto in Dio, abbattuto, riprende coraggio in lui, diffidente di se stesso, si fortifica nella speranza che ha in lui. Di conseguenza non c'è contrasto nel fatto che i credenti provino timore e tremore, e godano nel contempo della consolazione che li rende sicuri, in quanto da un lato considerano la loro vanità, e dall'altro la verità di Dio. Qualcuno si domanderà come paura e fede possono coabitare in una stessa anima. Rispondo: esattamente come, all'opposto, inquietudine e indifferenza sono spesso congiunte. Per quanto i malvagi Si rendano il più possibile insensibili per non essere sollecitati da alcun timor di Dio, tuttavia il giudizio di Dio li perseguita, di modo che non possono raggiungere quel che desiderano. Non c'è dunque alcun inconveniente a che Dio educhi i suoi all'umiltà spronandoli con molti timori affinché, pur lottando valorosamente, siano mantenuti nella modestia come da una briglia. Che tale sia stata l'intenzione dell'Apostolo, appare anche dal senso del testo. Egli stabilisce la causa di tale timore e tremore: Dio ci dà, per sua pura grazia, il volere e l'operare (Fl. 2.13). A questo si riferisce il dire del Profeta, secondo cui i figli di Israele temeranno a motivo di Dio e della sua bontà (Ho 3.5). Non solo la pietà genera timor di Dio, ma la dolcezza della sua grazia, per quanto soave, insegna agli uomini a temere affinché imparino a sottoporsi interamente a Dio, abbassandosi sotto il suo potere. 24. Non intendo con questo approvare l'assurda fantasticheria di certi semipapisti odierni. Non potendo mantenere l'errore grossolano che ha avuto corso precedentemente nelle scuole di teologia, che, cioè, la fede è soltanto un'opinione dubbiosa, si servono di un altro sotterfugio parlando di una fiducia mista a incredulità. Essi confessano che guardando a Cristo, troviamo certo in lui piena ragione di sperare, ma poiché siamo sempre indegni dei beni che ci sono offerti in Gesù Cristo, pretendono che vacilliamo ed esitiamo, a motivo della nostra indegnità. Collocano insomma la coscienza fra la speranza e il timore al punto che essa Si piega ora verso l'una, ora verso l'altro. Inoltre, congiungono il timore e la speranza, cosicché il primo, quando è più forte, spenga la seconda e che a sua volta la seconda faccia altrettanto. Così Satana, vedendo che con la menzogna esplicita non può distruggere la certezza della fede, si sforza di nascosto e in modo quasi subdolo di farla cadere in rovina. Ora, vi chiedo che fiducia sarà mai quella che ad ogni colpo è abbattuta dalla disperazione? Essi immaginano che guardando Cristo siamo certi della nostra salvezza; poi, volgendoci a noi, siamo certi della nostra condanna. Ne deduciamo che la fiducia e la disperazione devono volta a volta regnare nei nostri cuori, quasi dovessimo immaginare Cristo lontano da noi, e non piuttosto dimorante in noi! Ma se speriamo salvezza da lui, non è perché ci appare da lontano ma perché, avendoci uniti al suo corpo, ci rende partecipi non solo di tutti i suoi beni, ma anche di se stesso. Di conseguenza, muovendo dalla loro premessa, dedurrò un'argomentazione esattamente opposta: considerando quello che siamo, vediamo chiaramente la nostra condanna, ma in quanto siamo partecipi di Gesù Cristo e di tutti i suoi beni, tutto quel che ha, diventa nostro e noi diventiamo sue membra ed una stessa realtà spirituale con lui; la sua giustizia seppellisce i nostri peccati, la salvezza che egli tiene in mano abolisce la nostra condanna, egli stesso si mette dinanzi a noi con la sua dignità per far sì che la nostra indegnità non appaia davanti a Dio. In realtà non dobbiamo affatto scindere Gesù Cristo e noi, ma dobbiamo mantenere saldo il legame con cui ci ha uniti a se; lo insegna l'Apostolo quando dice che il nostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito di Gesù Cristo, che abita in noi, è vita a causa della sua giustizia (Ro 8.10). Per accondiscendere alle fantasticherie di quella gente avrebbe dovuto dire: Gesù Cristo ha, sì, la vita in se, ma noi peccatori dimoriamo nelle pastoie della condanna e della morte. Egli si esprime in ben altro modo, insegnando che la condanna che di per noi stessi meriteremmo è annullata dalla salvezza che è in Cristo. La prova consiste, a suo avviso, nel fatto che Gesù Cristo abita in noi, e non fuori di noi: non solo è legato a noi da un legame indissolubile, ma per mezzo di una unione ammirevole e che sorpassa il nostro intendimento si unisce quotidianamente e sempre più a noi, fino a diventare uno con noi. Non contesto (e l'ho detto poco fa) che talvolta la nostra fede sia discontinua, poiché la nostra debolezza si piega qua e là, sotto gli attacchi che Satana le muove. Pertanto la luce della fede è soffocata dalle tenebre della tentazione, quando queste sono troppo spesse ed oscure, tuttavia essa non cessa di volgersi sempre a Dio. 25. San Bernardo, trattando deliberatamente la questione nella quinta omelia Intorno alla dedicazione del tempio, concorda Cl. nostro dire: "Talvolta "dice "pensando all'anima, mi pare di trovare in essa due realtà contrarie. Esaminandola qual essa è in se e per se, dovrei dire che è ridotta a nulla. Che bisogno c'è allora di elencare tutte le sue miserie? È carica di peccati, circondata di tenebre, avvolta da allettamenti, ribollente in concupiscenze, soggetta a passioni, piena di illusioni, sempre incline al male, tesa ad ogni peccato, in una parola, piena di ignominia e confusione! Se anche tutte le giustizie umane al cospetto di Dio sono simili a sozzura e spazzatura, che sarà allora delle ingiustizie? (Is. 64.6). Se non vi sono che tenebre nella luce, che sarà delle tenebre stesse? (Mt. 6.23). Che cosa ci rimane da dire? Certo l'uomo non è che vanità, l'uomo è ridotto a nulla, l'uomo non è nulla. Come può essere nulla, se Dio lo magnifica? Come può esser nulla, se Dio ne possiede il cuore? Facciamoci coraggio, fratelli; benché non siamo nulla da per noi stessi, troveremo qualcosa di noi, nascosto nel cuore di Dio. O Padre di misericordia, o Padre dei miserabili, com'è che rivolgi a noi il tuo cuore? Poiché il tuo tesoro è là dov'è il tuo cuore. Orbene, come possiamo essere il tuo tesoro non essendo nulla? Tutte le genti sono dinanzi a te come se non fossero nulla, e sono considerate nulla; davanti a te, certo, ma non in te. Giudicate dalla tua verità non sono nulla, ma sussistono nella tua pietà e bontà; poiché tu chiami le cose che non sono come se fossero. Benché le cose che tu chiami non siano nulla, esse tuttavia esistono per il fatto che tu le chiami; sebbene non siano nulla in se, tuttavia sono in te, secondo il pensiero di san Paolo: Non secondo le opere di giustizia, ma secondo Dio che chiama (Ro 9.12)".
Dopo aver parlato in questi termini, san Bernardo unisce nella maniera seguente queste due considerazioni: certo, le cose legate insieme non si distruggono l'un l'altra. Poi fa una dichiarazione ancora più semplice, concludendo: "Se in base a queste due considerazioni noi guardiamo diligentemente quel che siamo, o meglio in una vediamo che non siamo nulla, nell'altra quanto siamo magnificati, la nostra gloria sarà ben fortificata e aumentata. Ad ogni modo sarà incontestata, ma al fine di farci glorificare in Dio, e non in noi stessi. Se pensiamo che saremo liberati perché Dio vuole salvarci, noi avremo già sollievo. Ma bisogna salire più in alto e cercare la città di Dio, cercare il suo tempio, la sua casa, il segreto del suo matrimonio con noi. Così facendo, non dimenticheremo l'uno a favore dell'altro, e con timore e rispetto diremo che siamo qualcosa, ma per il cuore di Dio; che siamo qualcosa non per dignità nostra, ma in quanto, per grazia sua, ce ne considera degni ". 26. Il timor di Dio, attribuito ai credenti in tutta la Scrittura e, di volta in volta definito "principio della sapienza "e "sapienza "stessa (Pr 1.7; 9.10; Gb. 28.28) , pur essendo unico procede da un duplice sentimento. Poiché Dio ha in se il rispetto dovuto sia ad un padre sia ad un padrone. Chiunque perciò vorrà rettamente onorarlo, cercherà di atteggiarsi nei suoi riguardi come figlio obbediente e servo pronto a compiere il suo dovere. L'obbedienza a lui dovuta in quanto nostro padre, egli la chiama, per bocca del suo Profeta, "onore ". Il servizio che gli è reso in quanto nostro padrone, lo chiama "timore " "Il figlio "dice "onora suo padre ed il servo il suo padrone. Se sono vostro padre, dov'è l'onore che mi dovete? Se sono il vostro padrone, dov'è il timore? ", (Ma.1.6). Tuttavia, sebbene li distingua, inizialmente li confonde comprendendo l'uno e l'altro nel termine "onorare ". Di conseguenza, il timor di Dio sia per noi un rispetto misto di onore e timore. Non fa meraviglia che un medesimo cuore ospiti insieme questi due sentimenti. F: ben vero che colui che considera qual padre Dio è per noi, ha ragioni sufficienti, quand'anche non esistesse l'inferno, per ritenere più grande orrore l'offenderlo che il morire; ma poiché la nostra carne è incline ad abbandonarsi al male, è anche necessario, per moderarla, avere presente allo spirito che il Signore, alla cui potenza siamo sottomessi, ha in abominio ogni iniquità; coloro che avranno provocato la sua collera vivendo da malvagi non sfuggiranno alla sua vendetta. 27. Il dire di san Giovanni, che nell'amore non c'è paura ma che l'amore perfetto caccia via la paura (1 Gv. 4.18) , non contraddice in nulla a ciò, visto che egli distingue nettamente il tremore dell'incredulità dal timore dei credenti. Gli iniqui non temono Dio per paura di offenderlo, qualora lo si potesse fare senza punizione; ma sapendo che è potente nel vendicarsi, tremano ogniqualvolta si parla loro della sua ira. Anzi, temono la sua ira, in quanto la giudicano vicina e aspettano di ora in ora che venga a sopraffarli. I credenti, invece, come è stato detto prima, temono maggiormente l'eventuale offesa recatagli di quanto temano la punizione, non sono spaventati dal timore di essere puniti, come se l'inferno fosse già dinanzi a loro per inghiottirli; il timore li rende più prudenti, e li preserva dal pericolo.
Perciò l'Apostolo, nel parlare ai credenti, dice: "Non vi ingannate, a questo riguardo l'ira di Dio è solita venire sui figli ribelli " (Ef. 5.6). Non li minaccia dicendo che l'ira di Dio scenderà su di loro, ma li esorta a pensare che essa è preparata per i malvagi, riferendosi ai peccati che aveva precedentemente elencati, affinché non la debbano anch'essi sperimentare. Non accade spesso che i reprobi siano destati e impressionati da semplici minacce, anzi, inebetiti nell'indifferenza, malgrado Dio li fulmini dal cielo sia pure con parole, si irrigidiscono nell'atteggiamento ribelle; sentendo però i colpi della sua mano, sono costretti a temere, lo vogliano o no. Si è soliti definire questo tipo di sentimento, timore "servile ", per distinguerlo da una sottomissione libera e spontanea, quale ha da essere quella dei bambini nei confronti del loro padre. Taluni in vena di sottigliezze parlano di un terzo tipo di soggezione, in quanto il timore servile e forzato è come una preparazione a temere Dio nel modo dovuto, dandoci così un sentimento di tipo intermedio per andare oltre. 28. Cl. dire che la fede guarda alla benevolenza di Dio bisogna intendere che da essa otteniamo il possesso della salvezza e la vita eterna. Se nulla ci può mancare quando Dio è propizio, ci deve bastare, per essere certi della salvezza, la garanzia che Dio ci dà del suo amore per noi. "Che egli mostri il suo volto "dice il Profeta "e saremo salvati " (Sl. 80.4). Così la Scrittura riassume la nostra salvezza: il Signore, avendo abolito ogni inimicizia, ci ha ricevuti nella sua grazia (Ef. 2.14). Intendendo con questo che, essendo Dio riconciliato con noi, non c'è alcun pericolo che le cose possano non volgere al bene. Perciò la fede, afferrando l'amore di Dio, ha in se le promesse di vita presente e futura, e un'assoluta certezza di ogni bene, quale si può ricevere dalla parola dell'Evangelo. La fede certo, non si ripromette né lunga vita, né grandi onori, né abbondanza di ricchezze nella vita presente, in quanto il Signore non ha voluto che ci fosse garantito alcunché di questo genere; essa si accontenta della certezza che, quand'anche ci vengano meno molti vantaggi di questa vita, Dio non ci verrà mai meno. La sicurezza della fede riposa essenzialmente sull'attesa della vita futura che la Parola di Dio ha posto al di fuori di ogni dubbio. Per quanto siano numerose le calamità e le miserie che possono toccare in sorte a coloro che il nostro Signore ha accolti una volta per tutte nel suo amore, esse non potranno impedire che la benevolenza di Dio costituisca da sola la loro piena felicità. Perciò quando abbiamo voluto definire la sostanza di ogni beatitudine, abbiamo parlato della grazia di Dio, fonte da cui ci proviene ogni bene. Questo è facile da riscontrare nella Scrittura, la quale ci richiama sempre all'amore di Dio, non solo quando menziona la salvezza eterna, ma ogni nostro bene. Per questa ragione Davide dichiara che la bontà di Dio, quando è sentita dal cuore del credente, è più dolce e desiderabile della vita stessa (Sl. 63.4). In definitiva, quand'anche tutto accadesse secondo i nostri desideri, e tuttavia fossimo incerti sulla realtà dell'amore di Dio o sul suo odio, la nostra felicità risulterebbe sempre maledetta e pertanto sarebbe infelicità. Se Dio invece ci rivolge uno sguardo paterno, le nostre stesse miserie diventeranno motivo di beatitudine perché si muteranno in ausilio per la salvezza. San Paolo, enumerando tutte le avversità che ci possono colpire, si rallegra del fatto che esse non ci separeranno mai dall'amore di Dio (Ro 8.35). E nel pregare per i credenti, inizia sempre Cl. far menzione della grazia, da cui ogni prosperità trae la sua origine e la sua fonte. Anche Davide contrappone il solo favore di Dio ad ogni timore che ci potrebbe turbare: "Quand'anche camminassi "dice "nell'oscurità della morte, non temerò se tu sarai con me " (Sl. 23.4). Costatiamo al contrario quanto i nostri cuori siano inquieti quando non ricercano nella grazia di Dio la loro pace e il loro riposo accontentandosi di essa, e avendo ben chiara questa citazione: "Beato il popolo di cui l'Eterno è il Dio, e la nazione che egli si è scelta come erede " (Sl. 33.12). 29. A fondamento della fede, poniamo la promessa gratuita, sulla quale essa poggia fermamente. Sebbene la fede consideri Dio verace in tutto e per tutto, sia che ordini, proibisca, prometta o minacci, e sebbene anche accolga con obbedienza i suoi comandamenti, si attenga ai suoi divieti e tema le sue minacce, tuttavia ha il suo fondamento nella promessa, si attiene ad essa e in essa ha la sua meta. La vita che essa cerca in Dio non si trova né nei comandamenti né nelle minacce, bensì nella sola promessa di misericordia, anzi nella promessa gratuita; poiché le promesse legate a una condizione, rimandandoci alle nostre opere, promettono vita soltanto in quanto la troviamo in noi stessi. Se non vogliamo dunque che la fede tremi e vacilli per ogni dove, dobbiamo fondarla su una promessa di salvezza offertaci volontariamente e con pura generosità dal Signore, piuttosto in considerazione della nostra miseria che della nostra dignità. Per questa ragione l'Apostolo indica l'Evangelo Cl. termine particolare di "parola della fede " (Ro 10.8) , termine che non attribuisce né ai comandamenti né alle promesse della Legge, poiché nulla può rappresentare una garanzia per la fede se non il messaggio della benignità di Dio, per cui egli riconcilia il mondo a sé. Di qui la relazione, spesso stabilita, fra fede ed Evangelo: come quando egli dice che l'Evangelo gli è stato affidato per condurre all'obbedienza della fede. E che esso è potenza di Dio per la salvezza di ogni credente, e che in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede (Ro 1.5.16-17). Questo non deve turbare poiché, essendo l'Evangelo il ministero della nostra riconciliazione con Dio (Il Corinzi 5.18) , non vi è alcun'altra autorevole testimonianza della benevolenza di Dio verso di noi, la cui conoscenza sia richiesta per fede. Quando dunque diciamo che la fede deve fondarsi sulla promessa gratuita, non affermiamo che i credenti non siano tenuti a ricevere e riverire la Parola di Dio in tutte le sue manifestazioni ma riferiamo alla fede la promessa della misericordia come suo fine proprio. I credenti devono certo riconoscere Dio quale giudice e punitore dei misfatti, tuttavia considerano in modo particolare la sua clemenza in quanto è loro presentato in questo modo: benigno e misericordioso, lento all'ira, incline alla bontà, benevolo verso tutti e disposto a spandere la sua misericordia su tutte le sue opere (Sl. 86.5; 103.8; 145.8). 30. Mi preoccupa assai poco che Pighius e i cani suoi simili abbaino dicendo che con questa limitazione, da noi posta, si squarcia la fede prendendone una parte soltanto. Riconosco, come già ebbi occasione di dire, che la verità di Dio, che minacci o offra grazia, è oggetto della fede. L'Apostolo afferma che Noè, per fede temette il diluvio prima che avvenisse (Eb. 11.7). A questo punto questi sofisti argomentano che se la fede produce in noi il timore delle punizioni che ci dovranno accadere, non dobbiamo escludere, definendola, le minacce con cui Dio vuole spaventare i peccatori. Ma ci fanno torto e ci calunniano ingiustamente, quasi non avessimo affermato che la fede ha da considerare la Parola di Dio nella sua interezza e sempre. In realtà i due punti che ci preme sottolineare sono questi: la fede non ha stabilità finché non si fonda sulla promessa gratuita di salvezza, in secondo luogo essa non ci rende graditi a Dio, se non in quanto ci unisce a Cristo. Sono questi i due punti fondamentali. È in gioco una fede in base alla quale si possa distinguere i figli di Dio dai reprobi, i credenti dagli increduli. Se uno crede che Dio non comanda nulla se non giustamente, e non minaccia che a ragione, sarà quel tale considerato credente? Si dirà di no. Non vi sarà dunque stabilità alcuna nella fede, se il suo punto di riferimento non è rappresentato dalla misericordia di Dio. D'altronde, perché stiamo qui interrogandoci riguardo alla fede? Non è forse per sapere quale sia il mezzo della salvezza? In che modo la fede ci salva se non per il fatto che siamo innestati nel corpo di Cristo? A ragione dunque, nel definirla, insistiamo sul suo principale risultato, ed aggiungiamo questo segno, che distingue i credenti dagli increduli. In sostanza, i malvagi non hanno nessun argomento per attaccare il nostro insegnamento a meno di voler accusare anche san Paolo, che chiama l'Evangelo dottrina della fede (Ro 10.8) , e gli attribuisce questo titolo speciale. 31. Dobbiamo dedurre da questo il concetto già esposto, che la Parola è essenziale alla fede come la radice vivente lo è ad un albero, per fargli portar frutto. Secondo il pensiero di Davide: "Nessuno può sperare in Dio se non ha conosciuto il suo nome " (Sl. 9.2). Questa conoscenza non è frutto della nostra immaginazione, ma deriva dal fatto che Dio stesso è testimone della sua bontà. Davide lo conferma in un altro testo dicendo: "La tua salvezza sia per me secondo la tua parola! " (Sl. 119.41). E: "Ho sperato nella tua parola, salvami ". Bisogna dunque sottolineare la correlazione tra fede e Parola, da cui deriva in seguito la salvezza. Non escludo tuttavia la potenza di Dio: se la fede non si fonda su di essa, mai renderà a Dio l'onore che gli è dovuto. L'argomento di san Paolo può sembrare debole e banale quando dice che Abramo credette che Dio era potente per fare quello che aveva promesso (Ro 4.21); O quando dice di se: "Io so in chi ho creduto: egli è potente per custodire il mio deposito fino all'ultimo giorno " (2Ti 1.12). Se però consideriamo e valutiamo attentamente i dubbi che del continuo e ininterrottamente si insinuano nel nostro spirito per farci dubitare della potenza di Dio, ci accorgeremo che hanno progredito non poco nella fede, coloro che la magnificano come ne è degna. Tutti riconosciamo che Dio fa tutto ciò che vuole, ma la minima tentazione ci getta in timori e turbamento; è dunque chiaro che ci sottraiamo in modo eccessivo alla potenza di Dio anteponendole le minacce di Satana, benché le promesse di Dio siano tali da proteggerci contro di esse. Isaia, volendo imprimere nel cuore dei Giudei la certezza della loro salvezza, esalta in modo meraviglioso la potenza infinita di Dio. Talvolta può sembrare che, affermando che Dio perdonerà i loro peccati e farà loro grazia e aggiungendo quanto le opere di Dio siano meravigliose nel reggere il cielo e la terra, egli si smarrisca con ragionamenti lunghi e superflui; ogni cosa però serve al problema che sta trattando. Se la potenza di Dio non ci è esplicata in modo visibile, difficilmente le orecchie accoglieranno la Parola, o la terranno nella stima dovuta.
Dobbiamo altresì notare che in questo passo la Scrittura ci parla di una potenza attuosa di Dio; la fede, come già abbiamo detto, la riferisce sempre a se stessa e la mette in opera per trarne vantaggio. Essa considera in modo particolare le opere attraverso le quali Dio si rivela come padre. Perciò il ricordo della redenzione è così spesso richiamato alla memoria dei Giudei: da questo richiamo essi erano in condizione di imparare che Dio, autore una volta della loro salvezza, l'avrebbe mantenuta fino alla fine. Anche Davide ci insegna col suo esempio che i beni dati da Dio ad ognuno in particolare, devono servire a confermare la fede riguardo al futuro. Se anche pare averci trascurati, dobbiamo spingere innanzi il nostro pensiero per ricavare fiducia dai benefici di un tempo, come è detto nell'altro Salmo: "Mi sono ricordato dei giorni antichi, ho meditato su tutte le tue opere " (Sl. 143.5). E: "Mi ricorderò delle opere del Signore e delle meraviglie che ha compiuto anticamente " (Sl. 77.12). Ma poiché tutto ciò che immaginiamo della potenza di Dio e delle sue opere è confuso e privo di sicurezza senza la sua Parola, non senza motivo diciamo che non può esservi fede se Dio non ci illumina attestandoci la sua grazia. Si potrebbe a questo punto sollevare una obiezione riguardo a Sara e Rebecca le quali, spinte, come sembra, da fede zelante, sono tuttavia uscite dai limiti della Parola. Sara infatti, per l'ardente desiderio della discendenza promessa, diede la sua serva per moglie a suo marito (Ge 16.5). È innegabile che ha sbagliato in molti modi; mi occuperò, per il momento, soltanto di questo peccato: trasportata dal suo zelo, non si è attenuta ai limiti della parola di Dio. È: fuor di dubbio, tuttavia, che quel desiderio le proveniva dalla fede. Rebecca, dopo che Dio le aveva rivelato l'elezione di Giacobbe, ricorrendo ad un inganno malvagio e perverso fece in modo che questi fosse benedetto da Isacco, testimone e ministro della grazia di Dio; obbligando suo figlio a mentire, essa corrompe la verità di Dio con frode e menzogna ed annulla, per parte sua, la promessa di Dio, esponendola ad obbrobrio e scherno (Ge 27.6). Ma quest'atto, per quanto peccaminoso e degno di riprensione, non è stato del tutto privo di fede. Infatti ha dovuto sormontare un notevole scandalo per compiere con tanto ardore un atto carico di turbamenti, rischi e pericoli, senza la speranza di trarne alcun vantaggio. Né potremmo negare completamente la fede del santo patriarca Isacco anche se, avvertito da Dio che il diritto di primogenitura era trasferito al figlio minore, non cessò di nutrire un debole per il primogenito Esaù. Esempi simili ci mostrano che ci sono spesso errori frammisti alla fede, ma essa ottiene sempre il sopravvento, quando è vera e integra. La colpa specifica di Rebecca non ha inficiato o reso inutile l'effetto della benedizione, parimenti non ha annullato la fede che normalmente regnava nel suo cuore e che è stata radice e movente di quell'atto. Rebecca è però la dimostrazione di quanto l'intendimento umano sia esposto a rischi e smarrimenti, non appena assume la libertà di compiere qualcosa di sua iniziativa. Sebbene la mancanza e la debolezza insita nella fede non la spenga del tutto, ci è tuttavia ricordato con quanta cura dobbiamo ascoltare Dio, come se fossimo legati alla sua bocca.
Quanto abbiamo detto trova conferma: la fede, quando non si appoggia sulla Parola, svanisce ben presto così come Sara, Isacco e Rebecca, persi nei loro errori, sarebbero subito venuti meno se non fossero stati sorretti da una briglia segreta costituita dall'obbedienza alla Parola. 32. Non senza ragione concentriamo tutte le promesse in Cristo, come l'Apostolo concentra tutto l'Evangelo nella conoscenza di Gesù Cristo (Ro 1.17). In un altro passo insegna che finché sussistono, le promesse di Dio trovano in lui il loro sì e il loro amen (2 Co. 1.20) , cioè sono ratificate. La ragione è evidente: quanti siano i beni che il Signore promette, egli attesta la sua benevolenza nel fatto che tutte le sue promesse sono testimonianza del suo amore. Ciò non significa che gli iniqui, nella misura in cui ricevono benefici dalla sua mano, non si rendano meritevoli di un giudizio tanto più grave. Non riconoscendo che i beni che hanno provengono loro dalla mano di Dio o, qualora lo riconoscano, non tenendo conto della sua bontà nei loro cuori, non la possono capire più di quanto la capiscono le bestie che, a seconda della loro specie, ricevono l'adeguato frutto della sua liberalità, senza tuttavia averne riconoscenza. Né esitiamo a dire che, respingendo le promesse a loro rivolte, attirano in tal modo sul loro capo una più grave vendetta. Se l'efficacia delle promesse è evidenziata dal nostro accoglierle, la loro verità e peculiarità non sono spente dalla nostra infedeltà o ingratitudine. Così dunque il Signore dichiara agli uomini il suo amore, invitandoli con le sue promesse non solo a ricevere i frutti della sua benignità, ma anche a credere ad essi e ad apprezzarli. Bisogna tornare a questo argomento: ogni promessa è una testimonianza dell'amore di Dio per noi. È indubbio che nessuno è amato da Dio se non in Cristo, il figlio diletto, in cui riposa l'amore del padre (Mt. 3.17) , che da lui si spande su noi: san Paolo insegna che siamo resi accettevoli per mezzo di questo figlio diletto (Ef. 1.6). Bisogna dunque che per mezzo suo questa amicizia giunga fino a noi. L'Apostolo lo definisce "la nostra pace " (Ef. 2.14) e, in un altro passo lo addita come il legame per mezzo del quale la volontà del Padre si ricongiunge a noi (Ro 8.3). Dobbiamo pertanto sempre guardare a lui, quando ci e offerta qualche promessa; e san Paolo si esprime correttamente insegnando che tutte le promesse di Dio sono in lui confermate e compiute (Ro 15.8). Questo sembra essere contraddetto da alcuni esempi: non è verosimile che Naaman il Siro, quando chiese al Profeta in che modo poteva servire rettamente Dio, fosse informato riguardo al Mediatore (4 Re 5.17-19). È altrettanto difficile credere che Cornelio, pagano e romano, avesse capito ciò che non era noto a tutti i Giudei, neanche in modo oscuro; eppure le sue elemosine furono gradite a Dio così come fu approvato il sacrificio di Naaman (At. 10.31). Né l'uno né l'altro hanno potuto ottenere questo, se non per fede. Lo stesso dicasi per l'eunuco al quale Filippo fu mandato: egli, straniero, non avrebbe mai intrapreso un viaggio così faticoso e dispendioso per adorare a Gerusalemme, se non avesse avuto una qualche traccia di fede nel cuore (At. 8.27-31). Vediamo tuttavia che, interrogato da Filippo riguardo al Mediatore, egli confessa la sua ignoranza. Ammetto che la loro fede sia stata in parte oscura, non solo riguardo alla persona di Gesù Cristo ma anche alla sua potenza e al compito conferitogli da Dio suo padre. F: indubbio però che esistevano in essi elementi che davano loro una qualche percezione di Gesù Cristo. Questo non è insolito: l'eunuco non sarebbe mai venuto da un paese così lontano per adorare in Gerusalemme un Dio sconosciuto e Cornelio, voltosi alla religione dei Giudei, non sarebbe vissuto là senza familiarizzarsi con i rudimenti del puro insegnamento della Legge. Quanto a Naaman, non sarebbe ammissibile che Eliseo, nell'indicargli quel che doveva fare riguardo a cose di poco conto, avesse dimenticato il punto fondamentale. Se anche la conoscenza di Gesù Cristo fu per loro oscura, non c'è ragione di considerarla inesistente del tutto, principalmente per il fatto che si applicavano a compiere i sacrifici prescritti dalla Legge, diversi dalle cerimonie dei pagani a causa del loro fine, cioè Gesù Cristo. 33. Questa semplice dichiarazione della Parola di Dio dovrebbe bastare a generare la fede in noi se la nostra cecità e ostinazione non vi frapponessero un impedimento. Ma essendo il nostro spirito propenso alla vanità, non può accogliere la verità di Dio; inebetito, non può vederne la luce. Di conseguenza, la Parola non giova a nulla di per se, senza l'illuminazione dello Spirito Santo. È: dunque evidente che la fede esula da ogni umana intelligenza. Non basta che l'intelletto sia illuminato dallo Spirito di Dio se il cuore non è reso saldo dalla sua potenza. I teologi della Sorbona sbagliano in modo grossolano pensando che la fede sia un semplice assenso alla Parola di Dio, cioè intelligenza disgiunta da fiducia e certezza di cuore. La fede è dunque un singolare dono di Dio, sotto due aspetti. Anzitutto perché l'intelletto dell'uomo è illuminato per capire la verità di Dio; poi perché il cuore è da questa fortificato. Lo Spirito Santo non si limita a dare inizio alla fede, ma l'aumenta gradatamente fino a condurci al Regno dei cieli. San Paolo ammonisce Timoteo affinché custodisca il deposito eccellente che aveva ricevuto dallo Spirito Santo che abita in noi (2Ti 1.14). Qualcuno potrebbe invece ricordare che lo Spirito ci è dato per mezzo della predicazione della fede (Ga 3.2) : l'obiezione però può essere facilmente risolta. Qualora il dono dello Spirito fosse unico, non sarebbe corretto dire che lo Spirito procede dalla fede, essendone autore e causa; ma san Paolo parla, in quel punto, dei doni che Dio conferisce alla sua Chiesa per condurla progressivamente alla sua perfezione; non c'è dunque da meravigliarsi che li attribuisca alla fede che ci prepara e dispone a riceverli. i;: pur vero che risulta veramente ostico alla gente, il concetto che non può credere in Cristo se non colui al quale ciò è dato in maniera particolare; ciò è dovuto in parte al fatto che gli uomini non considerano come e quanto sia profonda e difficile da capire la saggezza celeste, né qual sia la loro ignoranza e la loro debolezza nell'intendere i misteri di Dio; in parte anche al non prendere in considerazione la fermezza di cuore che costituisce la parte essenziale della fede. 34. Quest'errore è facile da debellare. Come dice san Paolo: "Se nessuno può essere testimone della volontà dell'uomo, tranne lo spirito dell'uomo che è in lui " (1 Co. 2.2) , in che modo la creatura sarebbe certa della volontà di Dio? E se la verità di Dio ci appare dubbia nelle cose che vediamo con i nostri occhi, come potrebbe essere per noi certa e indubitabile, quando il Signore ci promette le cose che l'occhio non vede e che l'intelletto non può comprendere? La sapienza umana è a questo riguardo così inebetita e appesantita, che il primo passo per progredire alla scuola del Signore è rinunciare ad essa. Come un velo interposto, ci impedisce di capire i misteri di Dio rivelati soltanto ai piccoli (Mt. 11.25). Non sono la carne ed il sangue a rivelarli (Mt. 16.17) , e l'uomo naturale non è in grado di comprendere le cose spirituali: per lui, l'insegnamento divino è follia, non potendo essere conosciuto che ad opera dello Spirito (1 Co. 2.14).
Ci è dunque necessario in questo campo l'aiuto dello Spirito Santo, anzi qui la sua potenza regna sovrana. "Nessun uomo ha conosciuto il segreto di Dio o è stato suo consigliere " (Ro 11.34) : ma lo Spirito che ci fa conoscere la volontà di Cristo penetra ovunque, fino alle cose nascoste (1 Co. 2.10). "Nessuno può venire a me "dice il Signore Gesù "se il Padre che mi ha mandato non lo attira ". "Chiunque "dice "ha ascoltato mio Padre ed ha imparato da lui, viene a me; nessuno ha veduto il Padre, se non colui che è mandato da Dio " (Gv. 6.44-45). Come dunque non possiamo avvicinarci a Cristo se non attratti dallo Spirito di Dio, parimenti quando siamo attratti siamo assolutamente trasportati al di sopra della nostra capacità di intendimento. L'anima, da lui illuminata, riceve per così dire un occhio nuovo per contemplare i segreti celesti dal cui splendore era prima accecata. L'intelletto dell'uomo, illuminato dalla luce dello Spirito Santo, comincia ad assaporare le cose attinenti al Regno di Dio, di cui in precedenza non poteva avere percezione alcuna. Il nostro Signor Gesù Cristo, pur svelando esattamente i misteri del suo Regno ai due discepoli menzionati da Luca, non ottiene alcun risultato finché non apre il loro intendimento perché capiscano le Scritture (Lu 24.27). E quando gli apostoli sono stati istruiti dalla sua bocca divina, è ancora necessario che sia loro mandato lo Spirito di verità, che dia accesso, nel loro intelletto, all'insegnamento giunto prima alle loro orecchie. La Parola di Dio è simile al sole: risplende per tutti coloro cui è annunciata, ma è senza efficacia per i ciechi. Siamo per natura tutti ciechi su questo punto, di conseguenza essa non può penetrare nel nostro spirito, se lo Spirito di Dio, guida interiore, non le apre la strada con la sua luce. 35. Nel trattare della corruzione della nostra natura, abbiamo illustrato in modo più ampio l'insufficienza a credere connaturata agli uomini; non è pertanto il caso di tediare i lettori Cl. ripetere quel che è stato detto. Ci basti sapere che quando san Paolo parla dello spirito di fede (2 Co. 4.13) , egli intende quella fede che ci è data e che non abbiamo per natura. Infatti prega Dio di compiere il suo volere nei fratelli di Tessalonica e di portare a termine la loro fede con potenza (2Tess 1.2). Definendo la fede "opera di Dio "e adoperando il termine "volere ", o "favore gratuito ", dichiara che essa non appartiene alla natura umana. Aggiunge anzi che è un'opera in cui Dio rivela la sua potenza. Quando dice ai fratelli di Corinto che la fede non dipende dalla sapienza umana ma è fondata sulla potenza dello Spirito (1 Co. 2.4) , parla dei miracoli visibili, ma considerando l'incapacità dei reprobi a trarne vantaggio e a intenderne il senso, include anche il marchio invisibile che sigilla la verità di Dio nei nostri cuori, come dice anche altrove. Dio stesso, per magnificare maggiormente e far risplendere la sua generosità in un dono così eccellente, non lo concede a tutti indifferentemente, ma con privilegio particolare lo distribuisce a chi gli pare. Lo abbiamo già provato, con validi argomenti. Sant'Agostino, commentatore verace, dice: "Il nostro Salvatore, per dimostrare che il credere è un dono e non un merito, dice: Nessuno viene a me, se il Padre mio non lo attira e se ciò non gli è stato dato dal Padre mio (Gv. 6.44). Fa meraviglia che, quando due ascoltano, l'uno disprezzi e l'altro progredisca. Colui che disprezza se ne imputi la colpa; colui che cammina per fede non se ne usurpi l'onore ". In un altro passo: "Perché all'uno è dato e non all'altro? Non mi vergogno di dire che è un profondo segreto della croce, un segreto degli intendimenti di Dio che io non conosco, di cui non ci è lecito andare alla ricerca ma da cui procede tutto quel che è in nostro potere. Vedo bene quello che posso; non vedo donde mi venga quel potere, se non da Dio. Ma perché Dio chiama l'uno e non l'altro? Questo è troppo profondo per me: è un abisso, è una profondità della croce. Posso estasiarmi davanti a questo fatto, ma non lo posso dimostrare con ragionamenti". Riassumendo, Gesù Cristo, illuminandoci mediante la fede, ci innesta sul suo corpo per renderci partecipi di tutti i suoi beni. 36. Ciò che l'intelletto ha percepito deve quindi essere radicato nel cuore. Poiché se la parola di Dio volteggia soltanto nel cervello, non si può dire che sia ancora ricevuta per fede: è veramente ricevuta quando si è radicata nel profondo del cuore, fortezza invincibile che affronta e respinge tutti gli assalti delle tentazioni. Se la vera intelligenza del nostro spirito consiste in una illuminazione dello Spirito di Dio, la potenza di quest'ultimo si manifesta in modo molto più evidente in questa conferma del cuore, perché c'è più diffidenza nel cuore che accecamento nello spirito ed è più difficile rassicurare il cuore che istruire l'intelletto. Lo Spirito Santo si manifesta in questo caso come un sigillo che suggella nei nostri cuori quelle stesse promesse che ha dapprima impresse nel nostro intelletto, ed è come un pegno per confermarle e ratificarle. "Avendo creduto "dice l'Apostolo "avete ricevuto il suggello dello Spirito di promessa, il quale è pegno della nostra eredità " (Ef. 1.13-14). Osservate come egli affermi che i cuori dei credenti sono segnati dallo Spirito Santo come da un suggello, e definisca lo Spirito "Spirito della promessa ", in quanto ci presenta l'Evangelo come una realtà fuori di dubbio. Anche ai fratelli di Corinto dice: "Dio ci ha unti e ci ha segnati e ha posto nei nostri cuori il pegno del suo Spirito ". E in un altro passo, parlando della fiducia e dell'ardire della nostra speranza, mette a fondamento di questa speranza il pegno del suo Spirito (2 Co. 1.22; 5.5). 37. Non ho dimenticato l'affermazione fatta in precedenza 25che l'esperienza ci ricorda del continuo: la fede è scossa da molti dubbi, inquietudini e paure, sicché le anime dei credenti non sono affatto in riposo; per lo meno non possono sempre adagiarsi in una vita tranquilla. Per quanto duri e violenti siano gli assalti che devono sostenere, esse li vincono sempre e, respingendo le tentazioni, mantengono la loro forza. Questa sicurezza basta per nutrire e confermare la fede, quando siamo ben certi della verità di quel che dice il Salmo: "Il Signore è la nostra protezione e il nostro aiuto nel bisogno: perciò non saremo turbati, anche quando tremasse la terra e le montagne fossero gettate nella profondità del mare " (Sl. 46.3). Altrove ci è ricordato quanto è piacevole questo riposo, laddove Davide dice che si è coricato e ha dormito placidamente, poi si è alzato, in quanto era sotto lo sguardo di Dio (Sl. 3.6). Non già che abbia sempre e costantemente goduto di una gioia e di una sicurezza tali da non sentirsi mai turbato, ma per il fatto che assaporava la grazia di Dio secondo la misura della sua fede, si vanta di poter disprezzare coraggiosamente tutto ciò che può tormentare il suo spirito. La Scrittura, volendoci esortare alla fede, ci ordina di stare in riposo, come in Isaia: "La vostra forza risiederà nella speranza e nel silenzio " (Is. 30.15). E nel Salmo: "Sta' in silenzio e aspetta il Signore " (Sl. 37.7). A questo fanno eco le parole dell'Apostolo: "È necessaria la pazienza, ecc. " (Eb. 10.36).
38. Si può giudicare da questo quanto sia dannosa la dottrina dei teologi sofisti, secondo la quale non possiamo accogliere in noi nulla della grazia di Dio, se non in base ad una congettura morale, secondo che ciascuno reputi se stesso non indegno di questa grazia. Se siamo ridotti a valutare l'atteggiamento di Dio verso di noi in base alle opere, confesso che non siamo in grado di capirlo, neanche per mezzo di tutte le congetture; ma poiché la fede deve rispondere alla semplice e gratuita promessa di Dio, non sussiste alcun dubbio. Di quale fiducia saremmo noi premuniti contro il Diavolo, se pensiamo che Dio ci è propizio soltanto a condizione che lo meritiamo? Avendo deciso di trattare questo argomento più avanti, non ne parleremo, per ora, più a lungo: e chiaro che nulla è più contrario alla fede, di una congettura o altro sentimento affine al dubbio o all'ambiguità. Per confermare questo errore, sono soliti citare un passo dell'Ecclesiaste che snaturano in malo modo: "Nessuno sa se è degno di odio o di amore ", (Ecclesiaste 9.1). Prescindendo dal fatto che questa affermazione è stata male interpretata nella traduzione comune, anche i fanciulli sono in grado di capire quel che Salomone ha voluto dire: chi volesse giudicare quali sono coloro che Dio ha riprovati, in base alle cose presenti, farà una fatica inutile; prosperità ed avversità sono comuni sia al giusto sia all'iniquo, sia a colui che serve Dio sia a colui che non vi bada. Ne deriva che non sempre Dio manifesta il suo amore verso coloro a cui per un certo tempo concede di portare frutto, né dichiara il suo odio verso coloro che affligge. Questo è detto per redarguire la vanità della mente umana, così inebetita nel considerare le cose tanto necessarie. Poco prima aveva detto che non si può discernere in che cosa l'anima dell'uomo differisca da un'anima di bestia, dato che entrambe sembrano morire di una stessa morte (Ecclesiaste 3.19). Se qualcuno volesse dedurre che l'affermazione circa l'immortalità delle anime è fondata solo su una congettura, non lo giudicheremmo a buon diritto fuor di senno? Sono dunque sani di mente costoro, quando deducono che gli uomini non hanno alcuna certezza della grazia di Dio in quanto non la si può percepire con lo sguardo carnale delle cose presenti? 39. Giudicano presunzione temeraria il volersi attribuire una conoscenza indubitabile della volontà divina: questo sarebbe il caso qualora ci proponessimo di voler ridurre la volontà incomprensibile di Dio nei limiti angusti del nostro intendimento. Quando però diciamo, con san Paolo, che abbiamo ricevuto uno spirito che non è di questo mondo ma che procede da Dio, e attraverso quello conosciamo i beni che Dio ci ha dato (1 Co. 2.12) , che cosa si può ancora mormorare senza recare ingiuria allo Spirito di Dio? Se è orribile sacrilegio il sospettare di menzogna o di incertezza o di ambiguità una qualche rivelazione che proviene da lui, in che cosa sbagliamo affermando la verità di ciò che ci ha rivelato? Ma insistono affermando che è temerario, da parte nostra, osare vantarci dello Spirito di Cristo. In questo dimostrano abbondantemente la loro stupidità. Chi mai penserebbe che in gente che ha la pretesa di essere Dottore del mondo intero, alberghi una tale ignoranza da ingannarsi in modo così grossolano riguardo ai dati fondamentali della fede cristiana? Se i loro scritti non ne facessero fede, non ci potrei credere. San Paolo afferma che non vi sono altri figli di Dio all'infuori di quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio (Ro 8.14) : costoro vogliono che i figli di Dio siano guidati dai loro propri spiriti, essendo privi di quello di Dio. San Paolo insegna che non possiamo chiamare Dio nostro padre se lo Spirito non imprime in noi questa invocazione, esso solo può attestare alla nostra anima che siamo figli di Dio (Ro 8.16) : costoro, pur non proibendo di invocare Dio, ci tolgono lo Spirito, sotto la cui guida bisognava invocarlo. San Paolo dice che chi non è condotto dallo Spirito di Cristo non è suo servitore (Ro 8.9) : costoro inventano un cristianesimo che non sa che farsi dello Spirito di Cristo. San Paolo non ci dà alcuna speranza della beata risurrezione se non sentiamo lo Spirito Santo risiedere in noi (Ro 8.2). Costoro immaginano una speranza priva di quel sentimento. Risponderanno forse che non negano che lo Spirito Santo ci sia necessario, ma che per umiltà e modestia dobbiamo pensare di non averlo. Se è così, che cosa vuol dunque l'Apostolo, quando ordina ai fratelli di Corinto di esaminare se stessi per sapere se Gesù Cristo abita in loro, aggiungendo che chiunque e privo di questa conoscenza è reprobo? (2 Co. 13.5-6). Per mezzo dello Spirito che ci ha dato, sappiamo che egli abita in noi, come dice san Giovanni (1 Gv. 3.24). E che altro facciamo se non mettere in dubbio le promesse di Gesù Cristo, quando vogliamo essere servitori di Dio senza il suo Spirito, visto che ha annunciato che lo spanderebbe su tutti i suoi? (Is. 44.3). Che altro facciamo se non sottrarre allo Spirito Santo la sua gloria, separandolo dalla fede che è opera sua specifica? Essendo questi i primi elementi che dobbiamo imparare riguardo alla nostra religione, è indice di assoluta cecità tacciare i cristiani di arroganza quando si gloriano della presenza dello Spirito Santo, senza la quale non esiste alcuna fede cristiana. Dimostrano, Cl. loro esempio, quanto sia vera l'affermazione del Signore, che il suo Spirito è sconosciuto al mondo e che solo coloro nei quali abita lo conoscono (Gv. 14.17). 40. Per sradicare completamente la fede, l'attaccano ancora in altro modo: benché, dicono, sia possibile stabilire un giudizio sulla grazia di Dio in base alla giustizia in cui ci troviamo ora, la certezza della nostra perseveranza rimane in forse. Ma che fiducia nella salvezza avremmo, se non potessimo che ipotizzare, mediante una congettura che definiscono "morale ", che siamo ora nella grazia di Dio, senza però sapere quel che accadrà domani! L'Apostolo si esprime in modo ben diverso quando dice di esser certo che né gli angeli, né le potenze, né i principati, né la morte, né la vita, né le cose presenti né le future ci potranno separare dall'amore con cui Dio ci accoglie in Gesù Cristo (Ro 8.38). Tentano di cavarsela con una soluzione frivola, dicendo che l'Apostolo sapeva questo grazie ad una rivelazione speciale; ma la loro tesi è troppo debole per poter sussistere: in quel passo egli parla dei beni che derivano dalla fede a tutti i credenti in generale, non di ciò che sperimentava in particolare in se stesso. Egli stesso, dicono, cerca di intimorirci mostrandoci la nostra debolezza e la nostra incostanza quando dice che colui che è in piedi deve guardarsi dal cadere (1 Co. 10.12). Verissimo, tuttavia non a intimorisce per spaventarci ma solo per insegnarci ad umiliarci sotto la potente mano di Dio, come afferma san Pietro (1 Pi. 5.6). Inoltre, che fantasia è quella di limitare la certezza della fede ad un breve periodo di tempo, mentre la sua caratteristica è proprio di oltrepassare la vita presente per afferrare l'immortalità futura?
Quando dunque i credenti riconoscono che proviene dalla grazia di Dio il fatto che, illuminati dal suo Spirito, siamo in grado di contemplare, per mezzo della fede la vita futura, siamo ben lontani dal poter tacciare di arroganza questa gloria! E se taluno si vergogna di confessarlo, dimostra di essere ingrato, più che modesto o umile, poiché annulla e oscura la bontà di Dio che invece dovrebbe magnificare. 41. A mio parere la natura della fede non poteva essere espressa meglio né più chiaramente che per mezzo del contenuto delle promesse, suo fondamento e sostegno senza il quale inciamperebbe subito, anzi, svanirebbe: perciò ho tratto dalle promesse la definizione che ho dato, che tuttavia non si scosta dalla descrizione che ne fa l'Apostolo in base all'argomento che tratta. Dice che la fede è certezza delle cose che si sperano, e una dimostrazione delle cose che non si vedono (Eb. 11.1). Con il termine "ipostasi "egli vuol significare la certezza su cui si fondano le anime credenti. È: come se dicesse che la fede è un possesso certo ed infallibile delle cose che Dio ci ha promesso, a meno che qualcuno preferisca intendere il termine "ipostasi "nel senso di fiducia, il che non mi dispiace, anche se preferisco attenermi alla prima interpretazione, più corrente. Per far intendere che fino all'ultimo giorno, quando i libri saranno aperti (Da 7.10) , le cose che riguardano la nostra salvezza sono troppo profonde per essere afferrate dai nostri sensi, viste dai nostri occhi o toccate dalle nostre mani, e le possediamo solo sormontando la nostra capacità di comprensione e elevando il nostro sguardo al disopra di tutto ciò che si vede nel mondo, in breve, nella misura in cui sormontiamo noi stessi, egli aggiunge che una tale certezza concerne realtà situate in speranza e pertanto invisibili. Poiché l'evidenza, come dice san Paolo, è diversa dalla speranza, e non speriamo le cose che vediamo (Ro Definendola indice o attestato delle cose che non si vedono o, secondo l'interpretazione di sant'Agostino, "testimonianza "mediante la quale siamo convinti, è esattamente come se dicesse che è un'evidenza di ciò che non appare, una visione di ciò che non si vede, uno scorgere le cose oscure, una presenza delle cose assenti, una dimostrazione di cose nascoste. I misteri di Dio, e in particolare quelli che riguardano la nostra salvezza, non possono essere contemplati nella loro natura, ma li guardiamo soltanto nella parola di Dio, della cui verità dobbiamo essere talmente persuasi da ritenere reale e compiuto tutto ciò che dice. Come riconosceremo dunque e assaporeremo una così grande bontà di Dio, senza esser spinti nel contempo ad amarla? Poiché una dolcezza così abbondante come quella che Dio ha riservato per coloro che lo temono, non può in verità essere compresa senza che il cuore ne sia toccato. E non può commuoverlo senza attirarlo ed elevarlo a se. Non deve dunque stupire il fatto che quel sentimento non entri mai in un cuore perverso e falso, visto che ci apre gli occhi per farci accedere a tutti i tesori di Dio, e ai sacri segreti del suo Regno che non possono essere corrotti dalla presenza di un cuore impuro. La teoria dei teologi della Sorbona, secondo cui la carità precede la fede e la speranza, è pura fantasticheria: in quanto soltanto la fede può generare in noi la carità. San Bernardo si esprime in modo assai più appropriato dicendo: "Credo che la testimonianza della coscienza, che san Paolo chiama la gloria dei credenti (2 Co. 1.12) , consiste in tre elementi. In primo luogo, ti è richiesto di credere che non puoi ottenere la remissione dei peccati se non dalla pura gratuità di Dio; in secondo luogo, che non puoi fare alcuna buona opera se egli stesso non te la concede; in terzo luogo, non puoi meritare con delle opere la vita eterna, se essa non ti è data in modo gratuito ". Poco oltre aggiunge: "Queste cose sono soltanto l'inizio della fede; credendo che soltanto Dio può rimetterci i peccati, dobbiamo nel contempo escludere ogni dubbio che ce li abbia rimessi, essendo così persuasi, per testimonianza dello Spirito Santo, che la nostra salvezza è ben certa; poiché Dio ci perdona i nostri peccati, ci dà egli stesso i meriti e per di più ci restituisce la ricompensa, non possiamo cristallizzarci in quell'inizio da lui posto ". Questo punto ed altri simili saranno trattati altrove: ci basti ora intendere che cos'è la fede. 42. Dovunque questa viva fede sarà presente, inevitabilmente recherà con se la speranza della salvezza eterna, o piuttosto la genererà e la produrrà. Se questa speranza non ha sede in noi, possiamo fare quante chiacchiere vogliamo intorno alla fede, è chiaro che non ne comprendiamo nulla. Se la fede, come è stato detto, è una persuasione certa della verità di Dio, e se questa verità non può mentire, ingannare né frustrare, chiunque ha concepito una ferma certezza attende parimenti che il Signore compia le sue promesse, ritenute veraci: in definitiva, la speranza non è altro che un'attesa dei beni che la fede ha creduto essere realmente promessi da Dio. La fede crede che Dio è verace: la speranza aspetta che egli riveli a suo tempo la sua verità. La fede crede che egli è il nostro padre: la speranza aspetta che egli si mostri sempre tale verso di noi. La fede crede che ci è data la vita eterna: la speranza aspetta che noi un giorno l'otteniamo. La fede è il fondamento su cui riposa la speranza: la speranza nutre e mantiene la fede. Come non può attendere nulla da Dio, se non colui che ha inizialmente creduto alle sue promesse, così bisogna che la debolezza della nostra fede sia sostenuta, aspettando e sperando pazientemente, per non venir meno. San Paolo si esprime rettamente situando la nostra salvezza in speranza (Ro 8.24); aspettando Dio in silenzio, essa sostiene la fede affinché non incespichi e non vacilli riguardo alle promesse di Dio, dubitandone; la speranza le ridà forza e la sostiene affinché non si stanchi; la conduce fino alla sua meta ultima affinché non venga meno a metà strada, o addirittura all'inizio; infine, rinnovandola e ristorandola quotidianamente, le dà, del continuo, vigore per perseverare. Comprenderemo più chiaramente quanto è necessario che la fede sia confermata dalla speranza, tenendo presenti le molteplici tentazioni da cui sono assaliti coloro che hanno ricevuto una volta la Parola di Dio. Anzitutto il Signore, Cl. differire le sue promesse, spesso ci tiene in sospeso più di quanto vorremmo. È allora compito della fede fare ciò che dice il Profeta: se le promesse di Dio tardano, non cessiamo di aspettarle (Abacuc 2.3).
Talvolta poi, non solo Dio ci lascia languire nell'attesa ma pare essere adirato contro di noi; bisogna allora che la fede ci venga in aiuto affinché, secondo l'affermazione dell'altro Profeta, noi possiamo aspettare il Signore, sebbene ci abbia nascosto il suo volto (Is. 8.17). Ci sono anche schernitori, come dice san Pietro, che chiedono dove sono le promesse e dove la venuta di Gesù Cristo (2 Pi. 3.4) visto che, dalla creazione del mondo, tutte le cose procedono allo stesso modo. Anche la carne ed il mondo suggeriscono questo alla nostra mente. Bisogna in questo caso che la fede, sostenuta e appoggiata dalla speranza, sia radicata e si concentri nella contemplazione dell'eternità del regno di Dio, al fine di considerare mille anni come un giorno (Sl. 90.4). 43. Data la loro affinità e somiglianza, la Scrittura confonde talvolta i vocaboli "fede "e "speranza "; così l'affermazione di san Pietro, che la potenza di Dio ci conserva, per mezzo della fede, fino alla rivelazione della salvezza (1 Pi. 1,,) , si addice meglio alla speranza che alla fede. Ma non è senza motivo: abbiamo infatti dimostrato che la speranza non è altro che fermezza e perseveranza della fede. Talvolta sono abbinati, come nella medesima epistola: "Affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio " (1 Pi. 1.21). San Paolo, rivolgendosi ai Filippesi, deduce l'attesa dalla speranza (Fl. 1.20) , perché, sperando pazientemente, teniamo imbrigliati i nostri desideri finché il tempo di Dio sia venuto. Questo risulta più chiaramente nel decimo capitolo dell'epistola agli Ebrei, che ho già citato. Sebbene si esprima impropriamente, san Paolo, in un altro passo, intende la stessa cosa dicendo: "Noi aspettiamo per fede, in spirito, la speranza della giustizia " (Ga 5.5) , senza dubbio in quanto, avendo ricevuto la testimonianza dell'Evangelo concernente l'amore gratuito di Dio, aspettiamo che Dio metta in evidenza e porti ad effetto ciò che è ancora nascosto sotto la speranza. Non è difficile vedere ora quanto rozzamente il Maestro delle Sentenze si inganni, ponendo un duplice fondamento alla speranza: la grazia di Dio e il merito delle opere, mentre essa non può avere altro scopo all'infuori della fede. Abbiamo chiaramente dimostrato che la fede ha la sua meta unicamente nella misericordia di Dio e ad essa si attiene senza guardare altrove. È però interessante la bella motivazione che dà: "Se osi sperare qualcosa senza averlo meritato, questa non è speranza ma presunzione ". Vi chiedo, amici miei, chi di voi può trattenersi dal maledire simili bestie che ritengono temerario e presuntuoso credere con certezza nella veracità di Dio? Dio ci ordina di aspettare ogni cosa dalla sua bontà, e costoro dicono che è presunzione il riposarsi e l'acquetarsi in lei. Ma un tal maestro è degno dei discepoli che ha avuto nelle scuole dei Sofisti, cioè alla Sorbona. Noi, al contrario, di fronte all'esplicito ordine di Dio rivolto ai peccatori, di avere una speranza certa di salvezza, ci fidiamo con tanto ardire della sua veracità, da rifiutare, in virtù della sua misericordia, ogni fiducia nelle nostre opere, e sperare, senza avere il minimo dubbio, ciò che promette. Così facendo, scopriremo che colui il quale ha detto: "Vi sarà fatto secondo la vostra fede " (Mt. 9.29) , non ci ingannerà.
CAPITOLO 3 SIAMO RIGENERATI PER MEZZO DELLA FEDE; IL RAVVEDIMENTO 1. Sebbene abbia già in parte insegnato in che modo la fede possieda Cristo, e come per mezzo di essa godiamo dei benefici datici da lui, la nostra conoscenza sarebbe ancora oscura se non spiegassimo inoltre quali frutti e quali effetti i credenti sentono in loro. Non senza ragione il riassunto dell'Evangelo è condensato nel ravvedimento e nella remissione dei peccati. Se dunque si tralasciano questi due punti, tutto ciò che si potrà predicare o discutere intorno alla fede sarà debole e di ben poca importanza, se non del tutto inutile. Gesù Cristo ci dà novità di vita e riconciliazione gratuita, che otteniamo per mezzo della fede: la ragione e l'ordine richiedono dunque che io cominci qui a trattare questi due argomenti. Dalla fede passeremo innanzitutto al ravvedimento. Dopo aver rettamente inteso questo punto, potremo facilmente scorgere in che modo l'uomo sia giustificato dalla sola e pura accettazione del perdono dei suoi peccati, e che la santificazione effettiva della vita, come si suol dire, non è affatto separata da una tale imputazione gratuita di giustizia. Il non rimanere cioè senza buone opere e l'essere considerati giusti senza buone opere, sono cose che vanno perfettamente d'accordo. È indubbio che il ravvedimento non solo segue passo dopo l'altro la fede, ma ne deriva. Infatti, essendo la remissione dei peccati offerta dall'Evangelo affinché il peccatore, liberato dalla tirannia di Satana, dal giogo del peccato e dal misero asservimento ad esso entri nel Regno di Dio, nessuno può abbracciare la grazia dell'Evangelo senza allontanarsi dai suoi errori per seguire la retta via, e senza far di tutto per riformarsi. Coloro che ritengono che il ravvedimento preceda la fede e negano che esso ne derivi, come un frutto prodotto dall'albero, non hanno mai compreso la sua caratteristica e la sua natura, e sono indotti in questo errore da un argomento del tutto inconsistente. 2. Gesù Cristo e san Giovanni Battista, dicono, hanno dapprima, con i loro discorsi, invitato il popolo al pentimento e poi ranno annunciato che il Regno dei cieli era vicino (Mt. 3,; 4.17). Essi citano anche il fatto che un simile mandato è stato affidato agli Apostoli, e che san Paolo, secondo il racconto li san Luca, afferma di aver eseguito questo ordine (At. 20.1). Ma fermandosi a giocare con le sillabe, non sanno vedere il senso e la portata di queste parole. Quando infatti Gesù Cristo Giovanni Battista pronunciano l'esortazione. "Pentitevi, perché il Regno di Dio si è avvicinato ", non lo fanno forse ravviando la causa del pentimento nel fatto che Gesù Cristo ci offre grazia e salvezza? Queste parole equivalgono dunque a dire: lato che il Regno di Dio si è avvicinato, per questa ragione ravvedetevi. Anche san Matteo, riferendo questa predicazione di san Giovanni, dice che è stata compiuta la profezia di Isaia concernente la voce che grida nel deserto: "Preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri " (Is. 40.3). Ma l'ordine del profeta è che questa voce deve cominciare con la consolazione l'annuncio della buona novella.
Tuttavia, quando diciamo che la matrice del pentimento è la fede, non riteniamo necessario un intervallo di tempo perché esso sia generato; vogliamo affermare che l'uomo non può pentirsi rettamente, senza riconoscere di appartenere a Dio. Ma nessuno può accettare di appartenere a Dio, senza avere anzitutto riconosciuto la sua grazia. Queste cose saranno più chiaramente spiegate nel corso della trattazione. Forse sono stati ingannati dal fatto che parecchi sono vinti lai terrori della loro coscienza, o sono indotti e spinti a mettersi al servizio di Dio prima di aver conosciuto la sua grazia, anzi prima di averla gustata. È un timore quale si riscontra nei fanciulli che non sono guidati dalla ragione; tuttavia alcuni lo considerano una virtù, in quanto lo giudicano simile alla vera ubbidienza a cui esso prepara gli uomini. Non si tratta ora di ricercare in quanti modi Gesù Cristo ci attira a se, o ci dispone ad un retto sentimento di pietà; dico soltanto che non si può trovare alcuna dirittura se non laddove lo Spirito, che egli ha ricevuto per comunicarlo ai suoi membri, regna. In secondo luogo, seguendo l'insegnamento del Salmo, secondo cui Dio è propizio affinché lo si tema (Sl. 130.4) , aggiungo che mai l'uomo avrà per lui il rispetto dovuto se non confida nella sua clemenza e bontà, e nessuno sarà mai ben deciso ad osservare la sua legge, se non è persuaso che colui al quale serve gradisce il suo servizio. Ma l'indulgenza di cui Dio si vale verso di noi è un segno del suo favore paterno e lo dimostra anche l'esortazione di Osea: "Venite, torniamo all'Eterno, poiché se ha distrutto, ci guarirà; se ha colpito, ci darà la salute " (Ho 6.1). Vediamo in queste parole che la speranza di ottenere il perdono deve servire da sprone ai peccatori, affinché non marciscano nelle loro colpe. Del resto, coloro che inventano un nuovo modo di essere cristiani e sostengono che per ricevere il battesimo bisogna trascorrere alcuni giorni in cui ci si esercita in penitenza prima di essere ricevuti ad aver comunione con la grazia dell'Evangelo, non presentano, nel loro errore e nella loro follia, alcuna consistenza. Mi riferisco a parecchi Anabattisti, in particolare a quelli che vogliono essere definiti spirituali, e alla gentaglia quale i Gesuiti ed altre sette. Ma è frutto di uno spirito di follia, il voler dedicare alcuni giorni al ravvedimento, mentre questo deve esser proseguito, da parte del cristiano, per tutta la vita. 3. Alcuni dotti, vissuti molto tempo fa, volendo parlare del pentimento in modo semplice, secondo la regola della Scrittura, dissero che esso consiste in due parti: la mortificazione e la vivificazione. Essi intendono la mortificazione come un dolore e un terrore interiore frutto della coscienza del peccato e del sentimento del giudizio di Dio. Infatti, quando qualcuno è condotto alla vera conoscenza del suo peccato, comincia a odiarlo e a detestarlo; allora veramente si trova a dIs.gio in cuor suo, si riconosce misero e confuso e desidera essere diverso da quello che è. Inoltre, quando è toccato dal sentimento del giudizio di Dio (poiché l'uno deriva immediatamente dall'altro) , allora umiliato, spaventato e abbattuto, trema, si scoraggia e perde ogni speranza. Questo è il primo elemento del pentimento, chiamato contrizione. Essi intendono la vivificazione come una consolazione prodotta dalla fede: l'uomo, turbato dalla coscienza del suo peccato e spaventato dalla paura di Dio, gettando il suo sguardo sulla di lui bontà e misericordia, sulla grazia e la salvezza che sono in Gesù Cristo, si rialza, respira, riprende coraggio e par tornare dalla morte alla vita. Queste due parole, rettamente intese, esprimono assai bene la realtà del pentimento; dato però che costoro identificano la vivificazione con la gioia che un'anima prova quando è pacificata dai suoi tormenti e dalle sue angosce, dissento da loro, in quanto questa parola esprime piuttosto la volontà di vivere bene e santamente, nel senso che l'uomo muore a se stesso per vivere in Dio. Questo è il rinnovamento di cui abbiamo parlato. 4. Gli altri, pur vedendo che questo termine è inteso in senso diverso nella Scrittura, hanno stabilito due tipi di pentimento. Per distinguerli, hanno definito il primo "legale "; in esso il peccatore, afflitto dal bruciore del suo peccato e come paralizzato dal terrore della collera di Dio, rimane legato in questo smarrimento, senza potersene liberare. Hanno definito l'altro "evangelico ": in esso il peccatore, gravemente turbato in se stesso, si eleva tuttavia più in alto, accogliendo Gesù Cristo come medicamento della sua ferita, come consolazione della sua paura e rifugio della sua miseria. Caino, Saul, Giuda sono esempi di pentimento legale (Ge 4.13; 1 Re 15.30; Mt. 27.4). Descrivendoceli, la Scrittura vuol significare che dopo aver sperimentato il peso del loro peccato hanno avuto paura della collera di Dio; ma assorti unicamente nel pensiero della vendetta e del giudizio di Dio sono sprofondati in questo pensiero. Il loro pentimento dunque altro non è stato se non una porta dell'inferno: essendovi già entrati nel corso della presente esistenza hanno cominciato a soffrire l'ira della maestà di Dio. Vediamo il pentimento evangelico in tutti coloro che, punti in se stessi dal pungolo del peccato ma rialzatisi fiduciosi nella misericordia di Dio, si sono rivolti a lui. Ezechia fu sconvolto quando ricevette l'annuncio di morte; ma piangendo pregò, e guardando alla misericordia di Dio riprese fiducia (4 Re 20.2; Is. 38.1). Gli abitanti di Ninive furono spaventati dall'orribile minaccia della loro rovina, ma ricoperti di sacchi e di cenere pregarono, sperando che il Signore sarebbe tornato sulla sua decisione e avrebbe deviato il furore della sua ira (Giona 3.5). Davide confessò di aver peccato molto gravemente nel fare il censimento del popolo, ma aggiunse: "Signore, cancella l'iniquità del tuo servo! " (2 Re 24.10). Di fronte al rimprovero di Nathan, riconobbe il peccato di adulterio, si prostrò dinanzi a Dio, ma attese parimenti il perdono (2 Re 12.13e 16). Tale fu il pentimento di coloro che, udendo la predicazione di san Pietro, furono sconvolti nel loro cuore, ma confidando nella bontà di Dio aggiunsero: "Che faremo noi, fratelli? " (At. 2.37). Tale fu anche il pentimento di san Pietro che pianse amaramente ma non cessò di sperare (Lu 22.62; Mt. 26.75). 5. Tutte queste cose sono vere, tuttavia, se intendo bene la Scrittura, bisogna intendere in altro modo il termine pentimento. Il confondere, infatti, come fanno costoro, fede e ravvedimento contrasta con quel che dice san Paolo negli Atti, l'aver egli scongiurato Giudei e Gentili a ravvedersi dinanzi a Dio, e a credere in Gesù Cristo (At. 20.21). In questo passo egli considera la fede e il ravvedimento come cose diverse; può forse il vero ravvedimento sussistere senza la fede? No, certo; ma benché non si possano dividere, bisogna tuttavia distinguerli. Come la fede non può sussistere senza speranza, ma fede e speranza sono cose diverse, così ravvedimento e fede, sebbene uniti da un legame inscindibile, devono tuttavia essere congiunti piuttosto che confusi fra loro.
Non ignoro che con il termine ravvedimento si intende tutta la conversione a Dio, conversione di cui la fede è una delle parti principali, ma quando ne avremo spiegato la natura e le caratteristiche, si vedrà in che senso ciò è detto. Il termine usato dagli Ebrei per designare il ravvedimento significa conversione o ritorno; quello usato dai Greci significa cambiamento di decisione e di volontà. La realtà corrisponde bene a queste etimologie, in quanto il fatto del ravvedimento consiste in questo: essendoci allontanati da noi stessi, volgerci a Dio; e avendo abbandonato le nostre decisioni e la nostra volontà iniziale, assumerne una nuova. Perciò, a mio giudizio, potremo definire con esattezza il ravvedimento in questo modo: è una radicale conversione dalla nostra vita naturale, per seguire Dio nella via che egli ci indica, conversione derivante da un timor di Dio retto e non finto, che consiste nella mortificazione della nostra carne e del nostro uomo vecchio, e nella vivificazione da parte dello Spirito. In questo senso bisogna intendere tutte le esortazioni contenute negli scritti dei Profeti e degli Apostoli, per mezzo delle quali essi invitano gli uomini del loro tempo a ravvedersi. Volevano infatti far sì che, turbati per i loro peccati e afflitti dal timore del giudizio di Dio, si umiliassero e prostrassero davanti alla sua maestà che avevano offesa, e tornassero nella retta via. Così, quando parlano di convertirsi e di tornare al Signore, di pentirsi e di ravvedersi (Mt. 3.2) , tendono sempre a questo fine. Perciò la storia sacra chiama ravvedimento il fatto di essere condotti a seguire Dio: quando gli uomini, avendolo disprezzato per folleggiare nelle loro cupidigie, cominciano a ritornare alla sua Parola (1 Re 7.3) , e sono pronti a seguirlo dove egli li chiamerà. San Paolo e san Giovanni Battista esortano a produrre frutti degni del ravvedimento, volendo affermare che bisogna condurre una vita che dimostri ed attesti in tutte le sue azioni un tal pentimento (Lu 3.8; Ro 6.4; At. 26.20). 6. Prima di proseguire, gioverà però spiegare più ampiamente la definizione summenzionata, che presenta soprattutto tre punti degni di attenzione. Riguardo al primo, quando definiamo il ravvedimento una conversione di vita a Dio, richiediamo un cambiamento, non solo riguardo alle opere esterne, ma anche nell'anima, affinché, spogliatasi della sua vecchia natura, essa produca, in seguito, frutti degni del suo rinnovamento. È quanto vuole esprimere il Profeta quando ordina a coloro che esorta al pentimento di avere un cuor nuovo (Ez. 18.31). Perciò Mosè ripetutamente, volendo indicare al popolo di Israele la vera conversione, li esorta a convertirsi con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima, e parlando della circoncisione del cuore, allude ai loro sentimenti più nascosti. Questa espressione è spesso ripetuta dai Profeti. Nessun passo, tuttavia, definisce la vera natura del ravvedimento meglio del quarto capitolo di Geremia, in cui Dio parla in questo modo: "Israele, se tu ti converti convertiti a me. Coltiva bene la terra del tuo cuore, e non seminare fra le spine. Sii circonciso per il Signore, e togli ogni impurità dal tuo cuore " (Gr. 4.1.3.4).
Notiamo che egli sottolinea il fatto che per iniziare a vivere bene non possono cominciare in altro modo se non sradicando ogni empietà dal loro cuore. E per spronarli in modo più pressante li avverte che hanno a che fare con Dio, nei riguardi del quale non si guadagna nulla Cl. tergiversare perché egli ha in abominio la doppiezza di cuore. Per questo motivo Isaia si beffa di tutte le opere degli ipocriti, che in quel tempo si sforzavano di emendare esteriormente la loro vita con cerimonie, senza tuttavia impegnarsi a spezzare i vincoli iniqui con cui opprimevano i poveri (Is. 58.6). Inoltre, in questo stesso passo, mostra quali siano le opere che devono seguire un vero ravvedimento. 7. Nel secondo punto abbiamo detto che il ravvedimento procede da un retto timor di Dio. Perché la coscienza del peccatore sia condotta al pentimento, bisogna infatti che sia anzitutto turbata dal giudizio di Dio. Quando sarà radicato nel cuore dell'uomo il pensiero che Dio dovrà un giorno salire sul suo trono di giudizio, per chieder conto di tutte le opere e parole, questa coscienza non lascerà riposare il povero peccatore né lo lascerà respirare un solo istante pungolandolo e stimolandolo sempre a condurre una vita nuova, affinché possa presentarsi senza timore a questo giudizio. Spesso la Scrittura, quando ci esorta al pentimento, ci ricorda perciò che Dio un giorno giudicherà il mondo. Come in questo passo di Geremia: "Affinché il mio furore non esca come un fuoco, senza che qualcuno lo possa spegnere, a causa della vostra perversità " (Gr. 4.4). E nel discorso che san Paolo fece ad Atene: "Come Dio ha lasciato che gli uomini camminassero nell'ignoranza, ora annuncia loro di ravvedersi, poiché ha stabilito un giorno in cui giudicherà il mondo con giustizia " (At. 17.30); così in molti altri passi. Altre volte, per mezzo delle punizioni già avvenute, la Scrittura dimostra che Dio è giudice, affinché i peccatori sappiano che una pena molto più grave li aspetta se non si correggono al più presto. Ne abbiamo l'esempio al capitolo ventinovesimo del De Poiché l'inizio della nostra conversione a Dio avviene quando abbiamo in odio e in orrore il peccato, l'Apostolo dice che la tristezza che è secondo Dio è la causa del pentimento (2 Co. 7.10) , definendo tristezza secondo Dio non solo il timore del castigo ma l'odio e l'esecrazione per il peccato, avendo coscienza del fatto che dispiace a Dio. Questo non deve sembrare strano perché, se non fossimo pungolati per davvero, la pigrizia della nostra carne non potrebbe essere mai corretta; nessun pungolo sarebbe anzi sufficiente a scuoterla dalla sua insensibilità se Dio non facesse un passo di più mostrandoci i suoi castighi. Oltre l'abbrutimento c'è anche la ribellione, che ha bisogno di essere piegata a grandi colpi di martello. È la nostra perversità dunque che costringe Dio a far uso di severità, rigore e minacce, visto che non servirebbe affatto allettare con la dolcezza quelli che dormono. Non citerò le testimonianze che si trovano qua e là in tutta la Scrittura. Il timor di Dio è anche chiamato introduzione al ravvedimento, per un'altra ragione. Infatti, quand'anche un uomo potesse essere ritenuto in tutto e per tutto perfetto nelle virtù, se egli non orienta la sua vita al servizio di Dio, potrà sì esser lodato dal mondo, ma sarà in abominio al cielo, poiché la parte principale della giustizia consiste nel rendere a Dio l'onore che merita, onore di cui lo frodiamo in malo modo quando ci manca l'intenzione di assoggettarci al suo governo.
8. Dobbiamo ora spiegare il terzo punto: abbiamo detto che il ravvedimento consta di due elementi, la mortificazione della carne e la vivificazione da parte dello Spirito. I Profeti lo espongono abbastanza bene, pur parlando con la semplicità richiesta dall'ignoranza del popolo Cl. quale dovevano trattare, quando dicono: "Cessate di fare il male, e consacratevi al bene " (Sl. 34.15). "Purificatevi dalle vostre impurità, lasciate da parte la vostra vita perversa; imparate il bene, datevi alla giustizia, alla misericordia "ecc.. . (Is. 1.16.17). Invitando gli uomini ad allontanarsi dal male, essi richiedono che tutta la loro carne, cioè la loro natura, sia mortificata poiché è piena di iniquità. Si tratta di un comandamento assai difficile, in quanto richiede la rinuncia a se stessi, e l'abbandono della nostra natura. Poiché non bisogna credere che la carne sia dovutamente mortificata, se non quando viene annientato e abolito tutto ciò che abbiamo da per noi stessi. Ma visto che tutti i pensieri e sentimenti della nostra natura sono in lotta contro Dio e nemici della sua giustizia (Ro 8.7) , il primo passo nell'obbedienza della Legge è la rinuncia alla nostra natura ed a ogni nostra volontà. Quel testo del Profeta definisce in seguito il rinnovamento di vita mediante i frutti che ne derivano: giustizia, discernimento e misericordia; non sarebbe infatti sufficiente compiere opere esteriori se l'anima in primo luogo non le amasse e fosse disponibile per queste opere. Ciò avviene quando lo Spirito di Dio, avendo trasformato le nostre anime santificandole, le dirige a tal punto verso nuovi pensieri e sentimenti da poter dire che esse sono diverse da quel che erano in precedenza. Di fatto, per natura, ci allontaniamo da Dio e non tendiamo né aspiriamo mai a quel che è buono e retto finché non abbiamo imparato ad abbandonare il nostro io. Ecco perché così spesso ci è chiesto di spogliare il vecchio uomo, di rinunciare al mondo e alla carne e di adoperarci, abbandonando le nostre cupidigie, per essere rinnovati nel nostro modo di pensare. Il termine "mortificazione ", ci dice quanto sia difficile per noi dimenticare la nostra natura; esso infatti significa che non possiamo essere piegati né formati al timor di Dio, né imparare i rudimenti della pietà, se non essendo messi a morte dalla spada dello Spirito ed essendo ridotti con violenza al nulla. È come se Dio dicesse che ci è necessario morire ed essere annullati in tutto ciò che abbiamo, prima che ci accolga o accetti come suoi figli. 9. L'una e l'altra cosa ci provengono dalla comunione che abbiamo con Cristo. Poiché se siamo realmente partecipi della sua morte, per virtù di questa morte il nostro vecchio uomo è crocifisso e il cumulo di peccato, che risiede in noi, è annullato affinché la corruzione della nostra natura primitiva non abbia più potere (Ro 6.6). Se siamo partecipi della sua risurrezione, per mezzo di essa noi siamo risuscitati in novità di vita, e questa vita è una risposta alla giustizia di Dio. Per esprimermi in breve, dirò che il ravvedimento è una rigenerazione ad opera dello Spirito, il cui scopo è far sì che sia restaurata l'immagine di Dio, oscurata e quasi cancellata in noi dalla trasgressione di Adamo. Così si esprime l'Apostolo quando dice che, tolto il velo, noi contempliamo la gloria di Dio, trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, ad opera dello Spirito di Dio (2 Co. 3.18). E: "Siate rinnovati nella vostra anima, e rivestite l'uomo nuovo, creato ad immagine di Dio nella giustizia e nella vera santità " (Ef. 4.23). E in un altro passo: "Rivestite l'uomo nuovo, rinnovato secondo la conoscenza e l'immagine di colui che l'ha creato " (Cl. 3.10). Con questa rigenerazione, siamo ricondotti per grazia di Cristo nella giustizia di Dio, da cui eravamo scaduti per colpa di Adamo; come piace a Dio ricostruire nella loro integrità tutti coloro che adotta nell'eredità della vita eterna. Questa restaurazione non si compie né in un minuto, né in un giorno, né in un anno: ma Dio cancella nei suoi eletti le corruzioni carnali, del continuo, nel succedersi del tempo, ed a poco a poco; non cessa di purificarli dalle loro impurità, di consacrarli a se come templi, di ricondurre i loro sensi ad una autentica purezza, affinché si esercitino tutta la vita nel ravvedimento, sapendo che questo combattimento ha termine soltanto con la morte. Tanto più grave è l'impudenza di un certo apostata, che mi rimprovera di confondere lo stato della vita presente con la gloria futura, dato che interpreto, con san Paolo, l'immagine di Dio come uno stato di vera santità e giustizia; quasi che, per definire questo o quello, non fosse necessario parlare di perfezione e integrità. Dicendo che Dio ci restaura a sua immagine, non neghiamo che lo faccia mediante un accrescimento continuo; ma a seconda del punto di avanzamento di ognuno, questa immagine di Dio in lui riluce in misura maggiore (2 Co. 4.18). Dio, per far raggiungere ai suoi credenti quella meta, impone loro per tutta la vita la via del ravvedimento, ed essi non cessano di camminarvi. 10. In questo modo la rigenerazione libera i figli di Dio dall'asservimento al peccato: non già rendendoli insensibili agli attacchi della carne, come se possedessero pienamente la libertà ma piuttosto lasciando loro motivo continuo di combattere, per metterli alla prova; e non solo per metterli alla prova, ma per renderli maggiormente coscienti della loro debolezza. Tutti gli scrittori dotati di un sano intendimento concordano nel dire che permane nell'uomo rigenerato fonte e fomite di male, da cui derivano le continue cupidigie che lo allettano e lo incitano al peccato. Per di più essi riconoscono che tutti i credenti sono a tal punto irretiti in questa corruzione da non potervi opporre resistenza, sì che spesso sono condotti all'adulterio, l'avarizia, l'ambizione o altri peccati. Non è necessaria una lunga disputa per sapere qual sia stata l'opinione degli antichi Dottori a questo riguardo; sant'Agostino da solo può bastare per tutti, poiché ha raccolto le loro opinioni con fedeltà e grande diligenza. Se qualcuno dunque vuol sapere quel che gli antichi hanno detto su questo punto, li rimando a quell'autore. Si potrebbe però pensare che sussista fra sant'Agostino e noi una certa divergenza; egli, infatti, affermando che tutti i credenti, mentre abitano questo corpo mortale sono a tal punto soggetti a concupiscenze da non poter fare a meno di concupire, non osa tuttavia definire "peccato "una tal malattia, ma chiamandola "infermità "dice che essa diventa peccato quando, oltre l'immaginazione e la rappresentazione, segue nell'uomo la messa in opera o il consenso: quando cioè la volontà ottempera al desiderio iniziale. Noi, al contrario, riteniamo che ogni concupiscenza da cui l'uomo è solleticato per agire contro la legge di Dio è peccato; affermiamo pure che la perversità, che genera in noi quelle concupiscenze, è peccato. Diciamo dunque che il peccato abiterà sempre nei credenti finché non saranno spogliati da questo corpo mortale, poiché la perversità della concupiscenza, contraria alla dirittura, è insita nella loro carne.
Tuttavia egli non sempre si astiene dall'usare il termine "peccato "in tale accezione, come quando dice: "La fonte da cui provengono tutti i peccati, cioè la concupiscenza, è definita peccato da san Paolo. Questo peccato, riguardo ai santi, cessa di dominare durante la vita terrena, ed è annullato in cielo ". Con queste parole afferma che nella misura in cui i credenti sono soggetti a concupiscenze, sono colpevoli come peccatori. 2. Riguardo all'affermazione che Dio purifica la sua Chiesa da ogni peccato e che nel battesimo promette la grazia della liberazione e la attua nei suoi eletti (Ef. 5.26.27) , noi la riferiamo all'imputazione piuttosto che alla sostanza del peccato. Dio, Cl. rigenerare i suoi, fa si che il regno del peccato sia abolito in loro, in quanto li fa oggetto della potenza del suo Spirito Santo per renderli forti e vincitori nella lotta che devono affrontare; da quel momento il peccato cessa soltanto di regnare, non di abitare in loro. Perciò diciamo che l'uomo vecchio è crocifisso ed è abolita per i figli di Dio la legge del peccato, quantunque le tracce permangano (Ro 6.6) , non già per dominare in loro ma per umiliarli rendendoli consapevoli della loro infermità. Affermiamo bensì che tali residui di peccato non sono loro imputati, come se non esistessero; ma affermiamo che ciò accade in virtù della misericordia di Dio. E così, sebbene assolti per grazia, non cessano, di fatto, di essere peccatori e colpevoli Ci è facile confermare questo pensiero, visto che per provarlo troviamo testimonianze evidenti e probanti nella Scrittura. Infatti che cosa potremmo desiderare di più esplicito delle tesi di san Paolo nel settimo capitolo dell'epistola ai Romani? Anzitutto, che egli si riferisca alla persona dell'uomo rigenerato l'abbiamo già precedentemente dimostrato e sant'Agostino cita ragioni perentorie per dimostrarlo. Tralascio il fatto che egli si serva dei termini "male "e "peccato ". Ancorché i contradditori possano cavillare su queste due parole, chi negherà che opporsi alla legge di Dio sia peccato? e che lo sia l'impedimento a fare il bene? Infine, chi non ammetterà che c'è colpa dovunque ci sia povertà spirituale? San Paolo dice che tutte queste cose sono comprese nella corruzione di cui parliamo. Abbiamo inoltre un argomento certo, che può risolvere tutta la questione. Nella Legge infatti ci è ordinato di amare Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze. Se è necessario che tutte le parti della nostra anima siano a tal punto ripiene dell'amore di Dio, è evidente che chiunque possa concepire nel suo cuore anche solo un minimo desiderio o un pensiero che lo distolga dall'amore di Dio e lo conduca verso qualcosa di vano non obbedisce a questo comandamento. Non rientra forse nelle facoltà dell'anima l'essere toccati e mossi da qualche appetito, il concepire qualcosa nella mente o l'andarvi dietro? Quando dunque in questi pensieri c'è vanità e peccato, non è forse segno che qualche parte dell'anima è vuota e priva dell'amor di Dio? Chi non riconosce dunque che tutte le concupiscenze della carne sono peccato e che la malattia di concupire, insita in noi, è la fonte del peccato, negherà altresì che la trasgressione della Legge sia peccato. 12. A chi ritiene sragionevole una condanna globale dei desideri da cui l'uomo naturale è affetto, i quali sono stati posti nell'uomo da Dio autore della natura, rispondiamo che non condanniamo affatto i desideri che Dio ha posti nell'uomo nella primitiva creazione e che non si potrebbero sradicare da noi se non sradicando la nostra stessa umanità; ma ci limitiamo a riprovare gli appetiti sregolati, disordinati e che contrastano con l'ordine di Dio.
Tutte le parti della nostra anima sono così corrotte dalla perversità della nostra natura, che in ogni nostra opera traspaiono disordini ed intemperanze; in quanto tutti i desideri che formuliamo non si possono astrarre da tale situazione, per questa ragione li definiamo peccaminosi. Formulando in modo più semplice il problema diciamo che i desideri ed appetiti dell'uomo sono malvagi, e li condanniamo come peccati non in quanto naturali, ma in quanto disordinati. E son disordinati per il fatto che nulla di puro e integro può procedere dalla nostra natura viziosa e impura. Agostino stesso, a questo riguardo, non va così oltre come potrebbe sembrare a prima vista. Quando intende evitare le calunnie dei Pelagiani tralascia a volte il termine "peccato ", ma quando scrive che la legge del peccato permane nei santi e che solo la colpa è loro tolta, si dimostra abbastanza conforme alla nostra interpretazione. 13. Citeremo qualche altra affermazione dei suoi scritti per illustrare con maggiore evidenza il suo pensiero su questo punto. Nel secondo libro contro Giuliano dice: "Nella rigenerazione spirituale vi è annullamento della legge del peccato, ma essa permane nella carne mortale; è annullata, in quanto la colpa è abolita dal sacramento per cui i credenti sono rigenerati; essa permane, perché produce i desideri contro cui i credenti stessi devono lottare ". E: "La legge del peccato che risiedeva ancora nelle membra di san Paolo e perdonata Cl. battesimo, non già eliminata ". E spiegando perché sant'Ambrogio definì iniquità un tal peccato, dice che egli parla di una legge di peccato, che dimora in noi benché la colpa sia perdonata Cl. battesimo, poiché è cosa iniqua che la carne combatta contro lo Spirito. E: "Il peccato è morto quanto alla colpa a cui ci teneva legati; tuttavia si ribella, pur essendo morto, finché sia purificato essendo sepolto dalla perfezione ". Nel quinto libro parla ancora più chiaramente: "Come l'accecamento del cuore "dice "è peccato in quanto causa del non credere in Dio ed è punizione per il peccato in quanto il cuore fiero e altero viene in tal modo punito, ed è causa del peccato in quanto genera cattivi errori, così la concupiscenza della carne, contro cui lo spirito buono lotta, è peccato in quanto contiene disubbidienza contro l'esser governati dallo Spirito; è punizione del peccato in quanto ci è imposta a causa della ribellione del nostro primo padre; è causa del peccato, sia che vi consentiamo, sia che ne siamo contaminati fin dalla nostra nascita "In questo passo sant'Agostino non ha difficoltà a definire peccato l'infermità che rimane in noi dopo la rigenerazione poiché, dopo aver confutato il loro errore, non teme le calunnie dei Pelagiani. Come pure nella quarantunesima omelia su san Giovani dice: "Se servi la legge del peccato secondo la tua carne, fa' quel che dice l'Apostolo: Che il peccato non regni nel tuo corpo, e tu non ubbidire al suo desiderio (Ro 6.12). Non proibisce che ci sia, ma dice che non vi deve regnare. Mentre sei in vita è inevitabile che il peccato sia nelle tue membra; tuttavia bisogna togliergli il dominio e non fare quel che ordina ". Coloro che asseriscono che la concupiscenza non è peccato citano quel che dice san Giacomo, che la concupiscenza genera il peccato dopo averlo concepito (Gm. 1.15). Non è però difficile sciogliere questa obiezione: se non riferiamo questo passo alle cattive opere o peccati attuali, come vengono chiamati, neanche la cattiva volontà sarà considerata peccato. Anche se egli chiama le opere cattive "figlie della concupiscenza ", attribuendo loro il nome di peccato, non ne deriva tuttavia che il concupire non sia una cosa cattiva e da condannare di fronte a Dio. 14. Alcuni Anabattisti vanno fantasticando non so quale sregolata intemperanza in luogo della rigenerazione spirituale dei credenti: che cioè i figli di Dio (come pare loro) , essendo ricondotti allo stato di innocenza, non si devono curare di porre freno alle concupiscenze della loro carne, ma devono seguire lo Spirito come guida, sotto la cui direzione non è possibile errare. Non avessero reso pubblica questa dottrina con tanta arroganza, si stenterebbe a credere che la ragione dell'uomo possa cadere in tali eccessi. Di fatto si tratta di una mostruosità orribile; ma è giusto che la presunzione di chi muta in menzogna la verità di Dio sia così punita. Chiedo dunque loro se viene soppressa ogni differenza tra turpitudine ed onestà, giustizia ed ingiustizia, bene e male, virtù e vizio. Questa differenza, dicono costoro, trae origine dalla maledizione del vecchio Adamo, da cui siamo liberati per mezzo di Cristo. Non vi sarà dunque alcuna differenza fra adulterio e castità, onestà e calcolo, verità e menzogna, giustizia e furto. Si abbandoni, dicono, ogni frivolo timore e si abbia il coraggio di seguire lo Spirito che non suggerirà mai nulla di male fintanto che ci si sottometterà alla sua guida. Chi non manifesterebbe qualche stupore di fronte a sì assurdi propositi? Eppure è una filosofia diffusa e ben accetta a coloro che, accecati dalla follia delle loro concupiscenze, hanno smarrito il senso comune. Ma, vi domando, che specie di Cristo ci inventano e quale Spirito ci tirano fuori? Riconosciamo sì un solo Cristo ed il suo Spirito soltanto, quale i Profeti l'hanno promesso e quale l'Evangelo annuncia esser stato rivelato, ma riguardo ad esso non udiamo nulla di simile. Poiché quello Spirito che la Scrittura ci rivela non favorisce omicidii, adulteri, ubriachezze, orgoglio, contesa, avarizia e frode ma è autore di amore, castità, sobrietà, modestia, pace, temperanza e verità. Non uno spirito di sogni o di agitazioni che si manifesta or qua or là indifferentemente nel bene quanto nel male, ma spirito pieno di sapienza e intelligenza in vista di discernere il bene ed il male Non spinge l'uomo ad una licenza senza freno e dissoluta, ma come discerne il bene dal male così gli insegna a seguire l'uno e a fuggire l'altro. Ma perché spendere tanta fatica a refutare queste rabbiose assurdità? Lo Spirito di Dio non è per i cristiani un parto assurdo della loro fantasia, che si sono creati sognando o che hanno ricevuto da altri; lo conoscono come lo presenta la Scrittura, quando afferma che ci è dato in vista della santificazione per condurci, nell'obbedienza, alla giustizia di Dio, dopo averci purificati da impurità e lordura. Questa obbedienza non può sussistere se le concupiscenze (a cui costoro vogliono lasciare libero corso) non sono domate e sottomesse. È detto inoltre che lo Spirito ci purifica bensì mediante la sua santificazione, ma permangono in noi, finché siamo racchiusi nel nostro corpo mortale, molte infermità; ne consegue che, essendo lungi dalla perfezione, dobbiamo progredire quotidianamente e, irretiti in molti peccati, ci è necessario combattere. Di conseguenza occorre vigilare con diligenza per evitare di essere colti di sorpresa dai tradimenti e dagli inganni della nostra carne; e non dobbiamo riposare quasi non fossimo in pericolo, a meno di crederci più innanzi nella santità di vita di san Paolo stesso, che era molestato dai pungiglioni di Satana (2 Co. 12.7) perché fosse perfetto in virtù malgrado le infermità, e che non parlava per modo di dire quando descriveva quel combattimento tra carne e spirito che sentiva nella sua persona (Ro.7.6). 15. Non senza ragione l'Apostolo, nel definire il ravvedimento, cita sette cose che lo producono in noi, oppure ne derivano come frutti ed effetti, o ne sono membra e parti. Queste cose sono premura, giustificazione, sdegno, timore, ardore, zelo, punizione (2 Co. 7.2). Non mi azzardo a definirle cause o effetti del ravvedimento, poiché hanno l'apparenza delle une e degli altri. Si possono anche definire disposizioni d'animo connesse al ravvedimento. Ma, tralasciando questi problemi, possiamo capire il senso di ciò che san Paolo intende; mi basterà dunque esporre semplicemente il suo pensiero. Egli dice dunque che la tristezza che è secondo Dio genera in noi premura, poiché colui che è veramente toccato dal dispiacere di aver offeso Dio è del pari incitato e pungolato a pensare e a cercare con cura come liberarsi dai legami del diavolo, a provvedere anche per l'avvenire a non essere sorpreso dai suoi tranelli, e ad aver cura di mantenersi sotto la guida dello Spirito Santo al fine di non essere colto in fallo per noncuranza. In secondo luogo menziona la giustificazione, a cui non dà il significato di una difesa, di cui il peccatore si serve per sfuggire al giudizio di Dio, negando di aver sbagliato o minimizzando il suo errore, ma piuttosto di una scusa che consiste più nel chiedere perdono che nel mettere avanti il proprio buon diritto. Così un bimbo suscettibile di correzione, riconoscendo isuoi sbagli e confessandoli a suo padre, si affida al suo perdono e per ottenerlo afferma convinto di non aver mai disprezzato suo padre né di averlo offeso per cattiva disposizione di cuore; e questo suo scusarsi non ha come fine il farsi considerare giusto ed innocente, ma solo ottenere il perdono. Lo sdegno, di cui parla appresso, c'è quando il peccatore si adira in cuor suo con se stesso, Si accusa e Si indispettisce contro di se, considerando la sua perversità e la sua ingratitudine verso Dio. La parola timore esprime la paura che coglie e sorprende i nostri cuori ogniqualvolta pensiamo al rigore di Dio contro i peccatori e, d'altra parte, a quello che abbiamo meritato. E inevitabilmente siamo agitati da una spaventosa pena che ci spinge all'umiltà, rendendoci più accorti per il futuro. La premura, di cui ha parlato, deriva da questo timore. La parola desiderio mi pare esser stata usata dall'Apostolo per indicare una ardente disposizione a compiere il nostro dovere verso Dio, disposizione a cui ci deve soprattutto condurre la coscienza delle nostre colpe. Il conseguente zelo tende al medesimo fine, in quanto indica l'ardore da cui siamo mossi quando ci pungolano come sproni pensieri come questi: che ho fatto? dove sarei caduto se la misericordia di Dio non mi avesse soccorso? Menziona in ultimo la punizione: quanto più siamo aspri e severi nell'accusarci, tanto più dobbiamo sperare che Dio ci sarà misericordioso. Non può essere, infatti, che un'anima credente, toccata dall'orrore del giudizio di Dio, non si adoperi a punire se stessa; i credenti conoscono la pena che nasce dalla confusione, dal timore, dalla vergogna, dal dolore e dal dispiacere provati nel riconoscere le proprie colpe dinanzi a Dio.
Ricordiamoci tuttavia che è necessario mantenere una certa moderazione per non essere travolti dalla tristezza, poiché le coscienze timorose sono anche troppo inclini a cadere nella disperazione. Satana ricorre comunemente a questo trucco: immergere il più profondamente possibile in questo abisso di tristezza tutti coloro che vede abbattuti dal timore di Dio, al punto che non riescano mai a risollevarsi. Il timore che produce umiltà, senza distoglierci dalla speranza di ottenere il perdono, non può superare un giusto limite: l'Apostolo ammonisce il peccatore a vigilare onde, impegnandosi in questa critica e odio di se, finisca coll'essere sopraffatto da uno spavento così grande da perdere ogni coraggio (Eb. 12.3). Questo tenderebbe ad allontanarci da Dio e a farcelo evitare: sarebbe un atteggiamento opposto al ravvedimento Cl. quale Dio ci chiama a sé. Molto utile, a questo proposito, l'avvertimento di san Bernardo: il dolore per i peccati è necessario, a condizione che non sia continuo. È pure necessario distoglierci dal ricordo delle nostre vie, che ci tiene stretti in angoscia e tormento, per passeggiare nel ricordo dei benefici di Dio come in una bella pianura. "Mescoliamo "dice "il miele e l'assenzio affinché l'amaro giovi alla nostra salute, quando lo beviamo incorporato al dolce. E se vi considerate con umiltà, considerate Dio secondo la sua bontà ". 16. Possiamo ora capire quali siano i frutti del ravvedimento: sono le opere compiute per servire e onorare Dio, le opere di carità congiunte ad una vera santità e innocenza di vita; quanto più ognuno si sforza di conformare la sua vita alle indicazioni della legge di Dio, tanto più darà segni di essere veramente pentito. Pertanto lo Spirito, volendo esortarci al pentimento, ci propone ovvero tutti i precetti della Legge ovvero il contenuto della seconda tavola; sebbene in altri passi, dopo aver condannato l'impurità del cuore, ci spinga anche a dimostrare con testimonianze esterne la realtà del nostro pentimento. E di questo i lettori avranno un quadro vivo quando descriverò la vita cristiana. Non raccoglierò qui i passi dei Profeti, che da un lato si fanno beffe della leggerezza di coloro che si sforzano di placare Dio con cerimonie, giudicandole giochi di bambini, e insegnano dall'altro che, quand'anche la vita sia esteriormente integra, non è questo l'essenziale, in quanto Dio guarda al cuore. Chiunque sarà un po' versato nella Scrittura capirà facilmente da se, senza altri commenti, che nulla giova, nel nostro rapporto con Dio, se non si comincia dall'atteggiamento interiore del cuore. Ed il passo di Gioele servirà bene ad illuminare gli altri: "Lacerate" dice "i vostri cuori, e non i vostri vestiti, ecc. " (Gl. 2.13). L'uno e l'altro concetto sono esposti anche nelle parole di san Giacomo: "Voi, malvagi, lavate le vostre mani; voi, doppi d'animo, purificate i vostri cuori, " (Gm. 4.8). li vero che queste parole pongono in primo piano quanto e accessorio, ma e significativo che subito dopo indichino il principio e la fonte nel ripulire le impurità nascoste, affinché l'altare per sacrificare a Dio sia innalzato nel cuore stesso. Ci sono alcuni altri esercizi esteriori di cui ci serviamo, in privato, per umiliarci o per domare la carne, e in pubblico per attestare il nostro pentimento. Tutto questo deriva da quella punizione di cui parla san Paolo. Sono infatti caratteristiche di dolore interiore il gemere ed il piangere, l'odiare ed il fuggire ogni piacere, pompa e vanità, l'astenersi da banchetti e delizie. Chi infine conosce la serietà della ribellione della carne cerca tutti i rimedi per reprimerla. Colui che valuta quanto sia grave offesa la violazione della giustizia di Dio non ha riposo né requie finché, con la sua umiltà, non abbia reso gloria a Dio. Gli antichi Dottori parlano spesso di tali esercizi esteriori quando devono trattare dei frutti del ravvedimento pur senza fondarne su questi l'essenza. I lettori mi perdoneranno se esprimo il mio parere: essi si sono soffermati troppo su queste piccolezze, e chi riflette con diligenza concorderà, spero, con me. Nel raccomandare con tanta insistenza questa disciplina corporale, inducevano sì il popolo ad accettarla con grande devozione, oscuravano però quel che doveva essere in primo piano. Commettevano anche un altro errore: erano un po' troppo eccessivi e rigorosi nelle correzioni, come avremo modo di dire altrove. 17. Alcuni, vedendo che i Profeti affermano che ci si deve pentire con pianti e digiuni, rivestiti di un sacco e Cl. capo coperto di cenere (pratica indicata specialmente da Gioele) (Gl. 2.12) , ritengono che l'elemento principale del ravvedimento consista nel piangere e nel digiunare. dobbiamo pertanto porre rimedio al loro errore. In quel passo di Gioele, il discorso sulla conversione totale del nostro cuore al Signore e sul lacerare non già i nostri vestiti ma il nostro cuore, si addice perfettamente al ravvedimento. I pianti e i digiuni non sono considerati come conseguenze sempre necessarie, ma come circostanze che particolarmente si addicevano a quel tempo. Avendo annunziato ai Giudei una spaventosa vendetta di Dio, egli li ammonisce affinché la prevengano non solo correggendo la loro vita, ma anche umiliandosi e mostrando segni di tristezza. Come anticamente un uomo, accusato di un delitto, per impetrare misericordia dal giudice si lasciava crescere la barba, non si pettinava e si vestiva a lutto, analogamente era opportuno che il popolo, accusato dinanzi al trono di Dio, attestasse con segni esteriori che non chiedeva altro che di ottenere il perdono dalla sua clemenza. Sebbene l'abitudine di vestirsi con un sacco e di gettarsi ceneri sul capo fosse tipica di quel tempo e ci sia oggi completamente estranea, tuttavia i pianti e i digiuni non sarebbero oggi fuor di luogo ogniqualvolta il Signore ci preannunzia qualche avversità. Quando infatti fa sorgere un qualche pericolo, vuole annunciare che è pronto a far vendetta, e già equipaggiato. A ragione, dunque, il Profeta esortava a piangere e digiunare, cioè a dar segno di tristezza, coloro ai quali aveva predetto che il giudizio di Dio è pronto per perderli. Analogamente, oggi, non sarebbe male se i pastori delle Chiese, quando vedono avvicinarsi qualche calamità, guerra, carestia o pestilenza, facessero notare al loro popolo che è bene pregare il Signore con pianti e digiuni, ricordando che l'essenziale è di lacerare i cuori, non le vesti. Certo, non sempre il digiuno è associato al pentimento; si addice tuttavia in modo particolare a coloro che vogliono attestare che riconoscono di aver meritato l'ira di Dio, e nondimeno cercano perdono nella sua clemenza. Gesù Cristo lo ritiene adatto al tempo dell'angoscia e della tribolazione e giustifica i suoi apostoli che non digiunavano mentre erano con lui: quello era infatti il tempo della gioia; afferma che avrebbero avuto occasione di digiunare nel tempo della tristezza, quando li avrebbe privati della sua compagnia (Mt. 9.15). Mi riferisco al digiuno solenne e pubblico, poiché la vita del cristiano dev'essere improntata ad una tal sobrietà da assomigliare dall'inizio alla fine, ad un digiuno ininterrotto. Ma questo punto sarà esposto fra poco, quando tratterò della disciplina della Chiesa; non mi dilungo a parlarne. 18. Aggiungerò ancora questo: quando il termine "ravvedimento "viene riferito alla dichiarazione esteriore che fanno i peccatori per dar prova di un cambiamento in meglio, è sottratto al suo significato naturale. Una tal professione non è tanto un convertirsi a Dio quanto un confessare la propria colpa per ottenerne perdono e grazia. Ravvedersi con la cenere e il sacco altro non è che proclamare che abbiamo in orrore i nostri peccati e proviamo dolore perché Dio ne è gravemente offeso. È una specie di confessione pubblica per mezzo della quale, condannandoci davanti a Dio, ai suoi angeli ed a tutti, preveniamo il giudizio meritato. Infatti san Paolo, rimproverando la superficialità di coloro che si perdonano troppo facilmente, dice: "Se ci condannassimo noi stessi, non saremmo condannati da Dio " (1 Co. 11.31). Del resto non è sempre necessario far sì che gli uomini siano testimoni del nostro pentimento; ma il confessare segretamente a Dio i nostri peccati è una parte del ravvedimento che non si può omettere. Non c'è infatti motivo perché Dio debba perdonare i peccati a cui indulgiamo e che nascondiamo con ipocrisia affinché non li metta in luce. E non solo è opportuno riconoscere le colpe che commettiamo di giorno in giorno, ma una grave caduta ci deve spingere più innanzi, e ricordarci le offese che sembravano sepolte già da molto tempo. È quel che Davide insegna Cl. suo esempio. Vergognandosi grandemente del misfatto che aveva commesso riguardo a Bath Sceba, si riconosce corrotto, infetto e rivolto al male sin dal grembo materno (Sl. 51.7). E non per minimizzare la sua colpa, come molti che, accusandosi di essere uomini peccatori, si nascondono fra la moltitudine, cercando una scappatoia nel confondersi con il genere umano. Davide agisce in ben altro modo: in tale circostanza accresce e peggiora con franchezza la sua colpa ricordando che, incline al male fin dalla sua infanzia, non ha cessato di accumulare peccati su peccati. In un altro passo fa un esame della sua vita trascorsa per chiedere perdono degli sbagli commessi nella sua giovinezza (Sl. 25.7). Di fatto daremo prova di essere ben consci della nostra ipocrisia solo quando, gemendo sotto il fardello e piangendo per la nostra miseria, cercheremo la liberazione divina. Conviene anche notare che il ravvedimento a cui Dio ci impegna ininterrottamente durante tutta la vita differisce da quello con cui, persone cadute in qualche atto malvagio o oltraggiosamente datesi alla dissolutezza o, respingendo il giogo di Dio, allontanatesi da lui, sono come risuscitate dalla morte alla vita. Spesso la Scrittura, esortando al ravvedimento, lo paragona sia ad un cambiamento, che ci ritrae dall'inferno per condurci al regno di Dio, sia ad una risurrezione. Quando è detto che il popolo s'è ravveduto, significa che si è allontanato dall'idolatria e da altri simili errori. Per questo motivo san Paolo ordina a coloro che non si sono ravveduti dalle loro dissolutezze, adulteri e impurità, di portare il lutto a causa di una tal durezza di cuore (2 Co. 12.21) Questa differenza dev'essere ben osservata affinché, quando alcuni sono esortati a pentirsi, non riteniamo di non aver più bisogno di convertirci giorno per giorno a Dio, e affinché non diventiamo indifferenti, quasi la mortificazione della carne non ci riguardasse più. Infatti le malvage cupidigie da cui siamo del continuo solleticati ed i peccati che abbondano in noi non ci permettono di impigrirci, se soltanto ci diamo cura di emendarci. Il ravvedimento particolare richiesto a coloro che il diavolo ha strappato dal servizio di Dio e avvolto nelle reti della morte, non impedisce che, in generale, tutti debbano pentirsi, e non abolisce il ravvedimento ordinario a cui la corruzione della nostra natura ci deve spingere.
19. Se è vero (come è noto) che la sostanza dell'Evangelo si riassume nel pentimento e nella remissione dei peccati, non è forse vero che il Signore giustifica gratuitamente i suoi servitori al fine di reintegrarli contemporaneamente nella vera giustizia, mediante la santificazione ad opera del suo Spirito? Giovanni Battista, il messaggero mandato per preparare la via a Cristo (Mt. 11.10) , riassumeva così la sua predicazione: "Ravvedetevi, poiché il regno di Dio è vicino " (Mt. 3.2). Inducendo gli uomini a ravvedersi, li invitava a riconoscersi peccatori ed a condannarsi dinanzi a Dio con tutte le loro opere, sì da desiderare con tutto il cuore la mortificazione della carne e la nuova rigenerazione ad opera dello Spirito di Dio. Annunciando il regno di Dio li chiamava alla fede. Con la proclamazione della sua vicinanza alludeva alla remissione dei peccati, alla salvezza e alla vita, ed in genere a tutti i benefici che riceviamo in Cristo. Gli altri evangelisti dicono (Mr. 1.4; Lu 3.3) che Giovanni è venuto predicando il battesimo del ravvedimento per la remissione dei peccati. Ciò significa che ha insegnato agli uomini, stanchi e oppressi in modo assoluto dal carico e dal peso dei loro peccati, a rivolgersi al Signore e a concepire in loro stessi una speranza autentica di grazia e salvezza. Anche il nostro signor Gesù Cristo, dopo il suo battesimo, ha iniziato a predicare dicendo: "Il regno di Dio è vicino: ravvedetevi e credete all'Evangelo " (Mt. 4.17). Con queste parole dichiara anzitutto che nella sua persona i tesori della misericordia di Dio sono aperti e svelati. In secondo luogo invita al ravvedimento; ed infine richiede fiducia e certezza nelle promesse di Dio. In un altro passo, volendo riassumere in breve tutto ciò che ha attinenza all'Evangelo, dice che è necessario che egli soffra, che risusciti dai morti e che nel suo nome siano predicati il ravvedimento e la remissione dei peccati (Lu 24.46). È quanto hanno annunciato anche gli apostoli dopo la sua risurrezione, dicendo che era stato risuscitato da Dio per recare al popolo di Israele il ravvedimento e la remissione dei peccati (At. 5.31). Il ravvedimento nel nome di Cristo è predicato quando gli uomini, ammaestrati dall'Evangelo, prendono coscienza dal fatto che tutti i loro pensieri, i loro movimenti, i loro sentimenti e le loro opere sono corrotti e viziosi, e che devono di conseguenza essere rigenerati e rinascere, se vogliono aver accesso al regno di Dio. La remissione dei peccati è predicata quando si indica agli uomini che Gesù Cristo è stato fatto, per loro, redenzione, giustizia, salvezza e vita e che per mezzo suo e nel suo nome essi sono ritenuti giusti e innocenti davanti a Dio (1 Co. 1.30). In tal modo la sua giustizia è loro gratuitamente imputata. Riceviamo l'uno e l'altro per mezzo della fede (come l'abbiamo illustrato e dichiarato altrove) tuttavia, essendo l'oggetto della fede rappresentato dalla bontà di Dio, da cui i nostri peccati sono perdonati, è stato necessario stabilire la differenza che intercorre tra fede e ravvedimento. 20. Come l'odio per il peccato, che è l'inizio del ravvedimento, ci dà anzitutto accesso alla conoscenza di Cristo (il quale si fa conoscere solo ai poveri peccatori afflitti che gemono, si tormentano, sono oppressi e, affamati e assetati, afflitti da dolore e miseria, vengono meno) (Is. 61.1; Mt. 11.28; Lu 4.18) , così, dopo aver iniziato a ravvederci, dobbiamo proseguire in questo ravvedimento per tutta la nostra vita, e non desistere fino alla morte, se vogliamo vivere e dimorare nel nostro signor Gesù Cristo. Egli infatti è venuto per chiamare i peccatori, ma chiamarli al ravvedimento (Mt. 9.13; At. 3.26). Ha recato benedizione agli uomini che ne erano indegni, ma affinché ognuno di loro si converta dalla sua iniquità. La Scrittura è ricca di tali pensieri. Quando il Signore infatti ci offre la remissione dei nostri peccati è solito chiederci contemporaneamente un cambiamento di vita, volendo che la sua misericordia sia per noi causa e stimolo di miglioramento: "Procacciate "dice "il diritto e la giustizia: poiché la salvezza si è avvicinata (Is. 56.1). E: La salvezza verrà a Sion e a coloro che, in Israele, si convertono dalle loro iniquità " (Is. 59.20). E: "Cercate il Signore quando lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. Che il malvagio abbandoni la sua via ed i suoi pensieri perversi, e si rivolga al Signore, ed egli avrà pietà di lui " (Is. 55.6.7). E ancora: "Tornate al Signore in novità di vita, affinché i vostri peccati siano cancellati " (At. 3.19). In quest'ultimo passo bisogna osservare che questa condizione è aggiunta non già per significare che il perdono dei peccati si ottiene in base al nostro cambiamento di vita, ma piuttosto (in quanto il Signore vuol far misericordia agli uomini affinché raddrizzino le loro vite) per insegnarci quale deve essere la meta a cui dobbiamo tendere se vogliamo ottenere il perdono di Dio. Così, dunque, finché abiteremo in questa prigione rappresentata dal nostro corpo mortale, dovremo ininterrottamente combattere contro la corruzione della nostra natura e tutto ciò che in noi è secondo natura. Platone dice che la vita di un filosofo è una meditazione sul morire; con maggior pertinenza possiamo dire che la vita di un cristiano è un impegno e un esercizio costante per mortificare la carne fino a che, essendo questa completamente morta, lo Spirito di Dio regni in noi. Sono del parere che chi ha imparato a esercitare su di se un giudizio radicale ha imparato molto, non già per fermarsi a questo punto senza procedere oltre, ma piuttosto per sospirare e tendere a Dio affinché, radicato nella morte e nella risurrezione di Cristo, si proponga di ravvedersi del continuo. Chi sia veramente mosso dall'odio per il peccato non può certo agire diversamente. L'uomo, infatti, non ha mai odiato il peccato senza contemporaneamente amare la giustizia. Questa formulazione, semplicissima fra tutte, mi pare accordarsi molto bene con la verità delle sacre Scritture. 21. Che il ravvedimento sia un eccellente e singolare dono di Dio mi pare così ovvio, in base a quanto detto in precedenza, che non è necessario soffermarvisi più a lungo. È anche detto che la Chiesa primitiva dell'età apostolica glorificava Dio, meravigliandosi che egli avesse concesso ai pagani il ravvedimento in vista della salvezza (At. 11.18). E san Paolo avverte Timoteo di essere paziente e mite verso gli increduli "per vedere se Dio darà loro il pentimento, affinché conoscano la verità e si sottraggano ai legami del diavolo nei quali sono trattenuti (2Ti 25.26). Vero è che Dio, in passi innumerevoli della Scrittura, annuncia ed afferma che vuole la conversione di tutti, e rivolge di solito a tutti l'esortazione a cambiar vita; ma l'efficacia di questo appello dipende dallo Spirito di rigenerazione. Crearci la nostra natura umana, da soli, sarebbe certo più facile che effettuare questo mutamento in una migliore natura in base alle nostre capacità ed al nostro impegno. Perciò, non senza ragione, siamo chiamati l'opera di Dio, essendo stati creati per le buone opere da lui preparate perché camminassimo in esse (Ef. 2.10) , non solo per un giorno, ma per tutto il corso della nostra vocazione. Tutti coloro che Dio vuol preservare dalla rovina, li vivifica e li rinnova Cl. suo Spirito, per riformarli a se. Non perché il ravvedimento possa considerarsi causa della salvezza ma perché, come abbiamo già indicato, esso è inseparabile dalla fede e dalla misericordia di Dio come attesta Isaia: il Redentore è venuto in Giacobbe per coloro che si ritraggono dalle loro iniquità " (Is. 59.20). Dev'essere chiaro per noi che il timor di Dio non regnerà nei nostri cuori finché lo Spirito santo abbia compiuto la sua opera per condurci alla salvezza.
Ecco perché i credenti, lamentandosi per bocca di Isaia di essere abbandonati da Dio, ravvisino un segno di riprovazione nel fatto che egli indurisce i loro cuori (Is. 63.17). E l'Apostolo, volendo escludere dalla speranza di salvezza gli apostati, che hanno del tutto rinnegato Dio, dice che è impossibile che si pentano di nuovo (Eb. 6.6). Rinnovando coloro che non vuol lasciare in perdizione, Dio li fa oggetto del suo favore paterno e, al fine di attirarli, fa risplendere su loro i raggi della sua luce. Indurendo invece il cuore dei reprobi, la cui empietà è irremissibile, li colpisce per farli perire. È questa la vendetta di cui l'Apostolo minaccia gli apostati, che coscientemente e volontariamente si ribellano alla verità dell'Evangelo e, così facendo, si beffano di Dio, respingendo la sua grazia in modo vergognoso, profanando e calpestando il sangue di Gesù Cristo, anzi, per quanto sta in loro, crocifiggendolo di nuovo (Eb. 10.29). L'Apostolo in quel passo non vuole gettare in disperazione tutti coloro che hanno peccato coscientemente, ma indicare semplicemente che è colpa imperdonabile il rinunciare in modo globale alla dottrina dell'Evangelo, e non deve sembrare strano se Dio, così gravemente disprezzato, la punisce con estremo rigore, anzi non la perdona mai. Infatti l'Apostolo ritiene impossibile che chi è stato illuminato una volta, ha ricevuto la grazia dal cielo, è stato reso partecipe dello Spirito Santo ed ha assaporato la parola di Dio e i beni della vita futura, possa essere condotto a ravvedersi se ricade nuovamente. Ciò significa infatti crocifiggere per la seconda volta il figlio di Dio e farsene beffa (Eb. 6.4). E, in un altro passo: "Se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non ci rimane più alcun sacrificio per i peccati ma un'orribile attesa del giudizio " (Eb. 10.26). Sono questi i passi che, malinterpretati dai Novaziani, hanno anticamente turbato la Chiesa. Queste parole appaiono, a prima vista, inaccettabili; alcuni illustri personaggi perciò hanno pensato che questa epistola fosse apocrifa, anche se in verità essa rivela in ogni suo passo uno spirito apostolico. Il nostro dissenso essendo solo con coloro che ne accettano l'autenticità, è facile dimostrare che queste affermazioni non costituiscono affatto una conferma del loro errore. Anzitutto è necessario che l'Apostolo sia d'accordo Cl. suo maestro, il quale assicura che ogni peccato ed ogni bestemmia saranno perdonati eccettuato il peccato contro lo Spirito Santo che non è perdonato né in questo mondo né nel mondo futuro (Mt. 12.31; Lu 12.10). L'Apostolo si è limitato a questa eccezione, altrimenti risulterebbe nemico della grazia di Cristo. Di conseguenza, quel che è detto non concerne questo o quel peccato in particolare, per i quali non esisterebbe alcun perdono, ma solo il peccato che procede da una violenza radicale e che non si può scusare con l'attenuante della debolezza. È chiaro, infatti, che chi oltrepassa in questo modo ogni limite è posseduto dal diavolo. 22. Per meglio intendere questo, occorre sapere in che consista quel misfatto abominevole che non sarà perdonato. L'esegesi che ne dà sant'Agostino, secondo cui si tratterebbe di un indurimento e di un'ostinazione che perdurano fino alla morte, sfidando la grazia, contrasta con le parole di Cristo, secondo le quali non sarà perdonato nel presente secolo: poiché o questo sarebbe detto invano, oppure può essere commesso in questo mondo. Secondo sant'Agostino, invece, non viene commesso se non quando si persevera in esso fino alla morte. La tesi di altri, che fanno consistere il peccato contro lo Spirito Santo nell'invidiare i beni del prossimo, non mi pare aver alcun fondamento.
Dobbiamo ora dare la vera definizione che, fondandosi su testimonianze sicure, annullerà facilmente le altre. Pecca contro lo Spirito Santo colui che, toccato dalla luce della verità di Dio in modo tale da non poter dire, per giustificarsi, di ignorarla, tuttavia vi resiste con deliberata perversione, unicamente Cl. proposito di resistervi. Poiché il signor Gesù, volendo spiegare quel che aveva detto, aggiunge di conseguenza che chi avrà parlato contro di lui sarà perdonato, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito non otterrà nessun perdono (Mt. 12.31; Mr. 3.29; Lu 12.10). E san Matteo, anziché definire questo atteggiamento bestemmia contro lo Spirito, lo definisce "Spirito di bestemmia ". Come può uno recare ingiuria al figlio di Dio senza che ciò ridondi sullo Spirito Santo? questo avviene quando un uomo, per ignoranza, contrasta la verità di Dio senza averla conosciuta e, per ignoranza, denigra il Cristo, pur avendo una tal disposizione per cui non vorrebbe per nulla spegnere la verità di Dio, quando gli venisse rivelata, o dire una sola cattiva parola contro colui che riterrebbe essere Cristo. Una persona di questo tipo pecca contro il Padre e contro il Figlio. Così oggi molti odiano e rigettano la dottrina dell'Evangelo ma, se si rendessero conto che si tratta dell'Evangelo, la terrebbero in grande onore e la seguirebbero con tutto il cuore. Coloro che hanno invece coscienza del fatto che l'insegnamento che combattono è di Dio, e tuttavia continuano ad opporgli resistenza e cercano di distruggerlo, bestemmiano contro lo Spirito, in quanto combattono contro la luce che era data loro dalla potenza dello Spirito Santo. Esistevano persone del genere fra i Giudei; pur non potendo ostacolare lo Spirito che parlava per bocca di Stefano, tuttavia si sforzavano di resistergli (At. 6.10). È fuor di dubbio che alcuni erano mossi da uno zelo sconsiderato per la Legge ma è chiaro che altri inveivano con malanimo ed empietà contro Dio, cioè contro l'insegnamento che, non lo potevano ignorare, procedeva da Dio. Tali erano i Farisei, che Gesù Cristo redarguisce: per rovesciare la potenza dello Spirito Santo la diffamavano come se fosse emanazione di Beelzebub (Mt. 9.34; 12.24). Ecco dunque in che consiste lo spirito di bestemmia: l'arroganza dell'uomo che, deliberatamente, cerca di annullare la gloria di Dio. È quel che san Paolo indica quando dice che, incredulo per incuria e ignoranza, ha ottenuto misericordia (1 Ti. 1.13). Se l'ignoranza unita all'incredulità gli ha permesso di ottenere il perdono, ne deriva che non v'è alcun perdono quando l'incredulità è consapevole e deliberatamente malvagia. 23. Che l'Apostolo parli non di una colpa individuale ma di una rivolta universale con cui i dannati si allontanano da ogni speranza di salvezza è facile da capire, se ci si bada. Che Dio si renda inesorabile verso di loro non fa meraviglia visto che, secondo la testimonianza di san Giovanni, non erano nel numero degli eletti, quando si sono allontanati da lui (1 Gv. 2.19). Infatti egli rivolge la sua parola contro coloro che pensavano poter tornare al cristianesimo dopo avervi rinunciato. Volendoli sottrarre a questa fantasticheria e nociva opinione, fa una osservazione verissima: coloro che hanno una volta rinnegato Gesù Cristo, coscientemente e nel pieno delle loro facoltà, non possono più essere suoi membri. Lo rinnegano, non già coloro che con una vita disordinata trasgrediscono la sua Parola, ma quelli che deliberatamente la respingono in modo categorico.
I Novaziani e i loro seguaci interpretano dunque erroneamente il termine "cadere "pensando che si riferisca a chi, istruito dalla legge di Dio che non bisogna rubare, tuttavia lo fa. Il testo va però letto in modo dialettico. Quando si parla di coloro che sono caduti dopo essere stati illuminati, aver gustato la parola di Dio, la sua grazia celeste e i beni della vita futura ed esser stati illuminati dallo Spirito Santo (Eb. 6.4) , bisogna chiedersi se hanno spento la luce dello Spirito con malvagità deliberata, respingendo la parola di Dio ed il sapore della sua grazia e allontanandosi dal suo Spirito. Quando infatti l'uomo si allontana totalmente da Dio e rinnega tutto il Cristianesimo, non vi è peccato singolo ma rivolta generale contro Dio. In effetti, per dimostrare più chiaramente che si tratta di un 'empietà malvagia e deliberata, aggiunge a chiare lettere l'avverbio "volontariamente ". Quando dice che non rimane più alcun sacrificio per coloro che peccano con volontà cosciente dopo aver conosciuto la verità (Eb. 10.26) , non nega che Cristo sia un sacrificio perpetuo per cancellare le iniquità dei credenti (quel che aveva trattato in precedenza nel corso di quasi tutta l'epistola, illustrando il sacerdozio di Cristo) ma intende che non ne rimane alcun altro quando si respinge quello. Lo si respinge calpestando deliberatamente la verità dell'Evangelo. 24. Riguardo all'obiezione che l'escludere un peccatore dalla remissione dei peccati, quando chieda misericordia, è crudeltà eccessiva, indegna della clemenza di Dio, la risposta è facile. Infatti non dice che Dio negherà loro il perdono se si convertono a lui ma dice, senza possibilità di dubbio, che essi non si volgeranno mai al pentimento in quanto Dio, per suo giusto giudizio, a causa della loro ingratitudine, li colpirà con un accecamento eterno. Il fatto che applichi a questo riguardo l'esempio di Esaù, che ha tentato invano con lacrime e pianti di riacquistare la primogenitura che aveva persa, non contraddice affatto a ciò (Eb. 12.16); e neanche quel che dice il Profeta, che quando grideranno il Signore non li esaudirà (Za. 7.13). Con questo linguaggio, infatti, la Scrittura non indica un vero pentimento o un'invocazione a Dio, ma piuttosto la distretta in cui i malvagi, posti di fronte alla più grave calamità, sono costretti a riconsiderare quel che prima consideravano scherzo e favola: che cioè tutto il loro bene risiede nell'aiuto di Dio. Non possono però chiederlo o implorarlo di cuore, ma gemono sol perché esso e stato loro tolto. Perciò il Profeta con il termine "clamore "e l'Apostolo con il termine "lacrime "non indicano altro che l'orribile tormento da cui gli iniqui sono spinti nella disperazione e nello sconforto, vedendo che non hanno alcun rimedio alla loro disgrazia all'infuori della bontà di Dio, sulla quale non possono in alcun modo fare assegnamento. È necessario sottolinearlo chiaramente, altrimenti Dio si contraddirebbe affermando per bocca del suo Profeta che sarà pronto a far grazia e a dimenticare ogni cosa non appena il peccatore si convertirà a lui (Ez. 18.20.21). Ma, come ho già detto, è chiaro che il cuore dell'uomo non si potrà mai convertire se non quando sia prevenuto dalla grazia che viene dall'alto. Per quanto riguarda l'invocare Dio, la sua promessa non verrà mai meno; ma nei passi citati tanto la conversione quanto la preghiera sono intese come un tormento confuso e cieco da cui i reprobi sono agitati constatando che hanno bisogno di cercare Dio, per trovare rimedio ai loro mali, e, tuttavia, lo sfuggono il più possibile.
25. L'Apostolo dice che non si può placare Dio fingendo di pentirsi: ci si può però domandare in che modo il re Achab ottenne il perdono, sviando da se la punizione preannunciatagli (2 Re 21.28.29) , visto che il suo fu uno spavento solo momentaneo, e non si è corretto, ma ha continuato il suo riprovevole andazzo di vita. Si è rivestito sì di un sacco, ha cosparso il suo capo di polvere, si è coricato in terra e si è umiliato dinanzi a Dio, e la Scrittura gliene rende testimonianza; ma non ha significato nulla stracciare i suoi vestiti quando il cuore era e rimaneva indurito e pieno di malvagità. Eppure Dio l'ha esaudito per fargli misericordia. Rispondo che Dio, pur perdonando agli ipocriti per un certo tempo, mantiene sempre la sua ira su di loro, e che ciò avviene non tanto in loro favore quanto per dare un esempio a tutti. Infatti qual vantaggio ha ricavato Achab dalla riduzione del suo castigo? Semplicemente che non è accaduto, durante la sua vita, ciò che temeva. La maledizione di Dio non ha però cessato di essere costantemente presente nella sua casa, benché nascosta; ed egli non ha evitato di perire per l'eternità. Altrettanto dicasi di Esaù che, sebbene respinto, ottiene una benedizione temporanea con le sue lacrime (Ge 27.38-40). Ma poiché l'eredità spirituale era riservata a uno solo dei fratelli ed Esaù era reietto mentre Giacobbe era eletto, tale reiezione gli ha chiuso la porta alla grazia di Dio. E tuttavia, per un uomo rozzo qual era, gli è stato concesso il sollievo di godere a sazietà del grasso della terra e della rugiada del cielo. È quanto ho detto poc'anzi, che ciò accade per dare esempio agli altri affinché imparino a rivolgere la loro attenzione ed i loro desideri al vero pentimento. Non sussiste il minimo dubbio che Dio sia incline e pronto al perdono verso tutti coloro che si convertiranno a lui di cuore, visto che estende la sua clemenza fino a coloro che ne sono indegni, solo nel caso però che dimostrino una qualche prova di dolersi delle loro colpe. All'opposto, ci viene insegnato quale vendetta sia preparata per coloro che si beffano delle minacce di Dio e non ne tengono conto, irrigidendosi con atteggiamento spudorato e cuore di ferro, per renderle vane. In questo modo Dio ha ripetutamente teso la mano ai figli d'Israele per aiutarli nella loro disgrazia, benché le loro grida fossero simulate ed il loro cuore doppio e sleale, come lamenta nel Salmo, dove è detto che subito dopo tornavano al loro precedente modo di vita (Sl. 78.36). Infatti li ha voluti condurre ad un pentimento autentico e proveniente dal cuore, mostrandosi così benevolo verso di loro, e li ha voluti rendere inescusabili. Tuttavia non si deve pensare che, perdonando per un certo tempo la pena, egli si trattenga per sempre; anzi si presenta alla fine con un rigore maggiore contro gli ipocriti e raddoppia le punizioni perché risulti chiaro quanto gli dispiace la menzogna. Tuttavia, come già dissi, egli indica con alcuni esempi la sua generosità nel perdonare affinché i credenti siano tanto più incoraggiati a correggere i loro sbagli, e l'orgoglio di coloro che si ribellano allo sprone sia più gravemente condannato.
CAPITOLO 4 LE CIANCE DEI TEOLOGI SORBONISTI SULLA PENITENZA SONO ESTRANEE ALLA PUREZZA DELL'EVANGELO. IL PROBLEMA DELLA CONFESSIONE E DELL'ESPIAZIONE 1. Passiamo ora a discutere la dottrina dei Sofisti intorno al ravvedimento, il più brevemente possibile. Non mi propongo infatti di esaminare la cosa a fondo, per tema che il presente libro, che cerco di mantenere nei limiti di un sommario, cresca troppo in lunghezza. D'altra parte, hanno anche reso complicato quest'argomento, di per se non eccessivamente difficile, con così lunghe dispute, che, se volessimo addentrarci nei loro labirinti, non ne usciremmo più. Anzitutto, nel definire il ravvedimento, dimostrano con evidenza di non avere mai inteso esattamente di che si tratta. Traggono infatti dai libri degli antichi alcune affermazioni che non esprimono affatto la forza e la natura del ravvedimento: quando ad esempio dicono che ravvedersi è questo: piangere i peccati precedentemente commessi e non commettere quelli che poi bisogna piangere; gemere per i mali passati e non commettere più quelli per i quali poi bisogna gemere; un triste castigo, che punisce quel che si vorrebbe non aver commesso; un dolore del cuore e un'amarezza dell'anima per i mali che qualcuno ha commesso o ai quali ha consentito. Pur ammettendo che queste cose siano state dette dagli antichi a ragione (ed uno spirito polemico non avrebbe difficoltà a contestarlo) affermazioni del genere non hanno il valore di definizioni della realtà del ravvedimento ma hanno il solo scopo di esortare i penitenti a non ricadere nei medesimi sbagli dai quali erano stati liberati. Se poi si dovesse considerare definizioni del ravvedimento tutto quel che gli antichi ne hanno detto, se ne potrebbero ricordare anche altre, non meno consistenti, come quella di Crisostomo che definisce il ravvedimento una medicina che spegne il peccato, un dono sceso dal cielo, un'ammirevole virtù, una grazia che sormonta la forza delle leggi. Inoltre, il commento di questi bravi glossatori è di gran lunga peggiore di queste definizioni stesse. Essi infatti si soffermano con tanta insistenza sugli aspetti esteriori e corporali, che difficilmente si potrebbe estrarre dalle sciocchezze contenute nei loro libri qualcosa di diverso da affermazioni del tipo di queste: la penitenza è una disciplina e un'austerità che serve in parte a domare la carne, in parte a punire i peccati. Quanto al rinnovamento interiore dell'animo e al rinnovamento di vita, non se ne fa il minimo cenno. Chiacchierano molto di contrizione e attrizione. In realtà tormentano le anime con molti scrupoli e le irretiscono in angosce e problemi; ma quando sembrano aver afflitto i cuori fino in fondo, guariscono tutte le amarezze con una spruzzata di cerimonia. Dopo aver definito il ravvedimento con tanta sottigliezza, lo suddividono in tre parti: la contrizione del cuore, la confessione orale e l'espiazione per mezzo delle opere, divisione impropria quanto la loro definizione, anche se durante tutta la loro vita non studiano altro che la dialettica, cioè l'arte di definire e di dividere.
Ma se qualcuno deduce dalla definizione, e questo argomento è accolto fra i dialettici, che si possono piangere i peccati commessi in precedenza e non più commetterli, anche se non vi è alcuna confessione orale, come difenderanno la loro suddivisione? Infatti se pur non facendo una confessione orale si può essere vero penitente, il ravvedimento può sussistere senza questa confessione. Se rispondono che quella suddivisione deve riferirsi alla penitenza in quanto sacramento, o che si deve intendere di tutta la perfezione della penitenza, che non racchiudono nelle loro definizioni, non hanno di che accusare me, ma devono imputarne la colpa alla loro definizione che manca di chiarezza. Io, certo, nella mia ignoranza, mi attengo alla definizione che deve costituire il cardine di tutta la disputa. Ma concediamo loro questa licenza da maestri, e procediamo con ordine all'esame delle singole parti. Il fatto che per disprezzo tralascio molte cose che reputo frivole e che, nel loro orgoglio, considerano grandi misteri, non deriva da ignoranza o dimenticanza, né mi sarebbe difficile scrivere e rendere loro note le sottigliezze a cui ricorrono; semplicemente mi faccio scrupolo di tediare senza frutto il lettore con questo inconsistente guazzabuglio. È altresì vero che dalle questioni che sollevano e dibattono, e in cui si vanno ad impigliare, è facile giudicare che chiacchierano di cose sconosciute. Come il chiedersi se il pentimento di un peccato piace a Dio, se l'ostinazione permane in tutto il resto. Se le punizioni che Dio manda possono valere come espiazione. Se la penitenza può essere ripetuta per i peccati mortali. Anzi, su quest'ultimo punto stabiliscono erroneamente e con disonestà che soltanto per i peccati veniali dobbiamo quotidianamente pentirci. Si affaticano parecchio ed errano gravemente nell'interpretare il detto di san Girolamo secondo cui la penitenza è una seconda tavola di salvezza sulla quale, colui che stava per perire in mare nuota, per raggiungere il porto. Dimostrano così di non essersi mai svegliati dalla stupidità che li rende simili a bestie, per scorgere, da lontano, anche uno solo fra i mille sbagli che hanno commesso. 2. I lettori devono rendersi conto che non stiamo conducendo qui una disputa priva di importanza, ma c'è di mezzo una questione estremamente rilevante: la remissione dei peccati. Quando richiedono, per il ravvedimento, compunzione di cuore, confessione dalla bocca e espiazione per mezzo di opere, stabiliscono parimenti che queste tre cose sono necessarie per ottenere remissione dei peccati. Se c'è qualcosa, in tutta la nostra religione, che dobbiamo soprattutto capire è questo: con che mezzo, in che modo, a quale condizione e con quale facilità o difficoltà si ottiene la remissione dei peccati. Se non abbiamo di questo problema una idea chiara, la coscienza non può trovar riposo, né pace con Dio, né fiducia o sicurezza; ma essa trema del continuo, è agitata, turbata, tormentata, trasportata qua e là; prova orrore e odio per il giudizio di Dio e lo fugge, per quanto possibile. Se la remissione dei peccati dipende dalle condizioni a cui essi la vincolano, nessuno è più misero e disperato di noi. La prima condizione, che pongono per ottenere il perdono e la grazia, è la contrizione, che richiedono sia fatta dovutamente, cioè in modo pieno e assoluto; tuttavia non determinano quando si può essere certi di aver rettamente adempiuto questa contrizione. Dobbiamo essere vigilanti, darci cura e anche sforzarci di rimpiangere con dolore le nostre colpe, per incitarci a vergognarcene e odiarle il più possibile. È la tristezza di cui parla san Paolo, che non dobbiamo respingere, perché genera un pentimento che conduce alla salvezza. Ma quando si esige un dolore così profondo da uguagliare la grandezza della colpa, e lo si mette sull'altro piatto della bilancia, opponendolo alla fede nel perdono, si tratta di una strettoia in cui le povere coscienze sono terribilmente angosciate, afflitte, vedendo che quella contrizione dovuta è loro imposta, e non sono in grado di valutare l'entità del debito, né sanno con certezza quando avranno pagato quel che dovevano. Se dicono che bisogna fare ciò di cui siamo capaci, siamo sempre in un medesimo circolo vizioso. Quando mai, infatti, uno oserà pretendere di aver pianto i suoi peccati con tutte le sue forze? Il risultato è dunque che le coscienze, dopo essersi a lungo dibattute in loro stesse, se non trovano un porto in cui poter riposare, almeno per lenire il loro male, costringono se stesse a provare qualche dolore e traggono per forza qualche lacrima per compiere quella contrizione. 3. Se vogliono accusarmi di calunnia mi indichino una sola persona che non sia stata gettata nella disperazione dalla dottrina della contrizione, o che non abbia opposto al giudizio di Dio un dolore finto, al posto della vera compunzione. Anche noi abbiamo detto altrove che la remissione dei peccati non ci è mai accordata senza pentimento, in quanto nessuno può veramente e con sincerità di cuore implorare la misericordia di Dio, se non colui che è afflitto e affranto dalla coscienza dei suoi peccati; ma abbiamo aggiunto pure che il pentimento non è la causa di questa remissione, liberando le anime dal tormento di dover compiere in modo perfetto la contrizione. Inoltre abbiamo insegnato al peccatore a non prestare attenzione né alla sua compunzione né alle sue lacrime, ma a fissare entrambi gli occhi sulla misericordia di Dio. Abbiamo solo fatto notare che chiamate da Cristo sono le persone travagliate e aggravate, visto che egli è stato inviato per annunciare buone notizie ai poveri, per guarire coloro che hanno il cuore afflitto, per annunciare ai prigionieri la loro liberazione, per sciogliere le catene ai prigionieri e consolare quelli che piangono (Mt. 11.28; Is. 61.1; Lu 4.18). Da questo erano esclusi tanto i Farisei che, soddisfatti e contenti della loro giustizia, non avevano coscienza della loro miseria, quanto coloro che disprezzano Dio, i quali, incuranti della sua ira, non cercano alcun rimedio al loro male. Tutte queste persone non sono infatti travagliate, né afflitte nel loro cuore né legate, né incatenate e non piangono. È grande la differenza fra l'insegnare a un peccatore a meritare la remissione dei suoi peccati con una piena e intera contrizione, che non riesce mai a adempiere, e insegnargli ad avere fame e sete della misericordia di Dio, conoscendo la propria miseria, additandogli il travaglio, l'angoscia e la cattività in cui si dibatte per fargli ricercare consolazione, riposo e liberazione; insegnargli insomma, nella sua umiltà, a render gloria a Dio. 4. Quanto alla confessione c'è sempre stata una gran controversia fra i canonisti e i teologi scolastici. I primi, infatti, sostengono che essa è ordinata soltanto dal diritto positivo, cioè dalle costituzioni ecclesiastiche. I secondi, che è ordinata da un comandamento divino. Questa polemica ha messo in evidenza la grande spudoratezza dei teologi, i quali hanno depravato e corrotto tutti i passi della Scrittura, che citavano in appoggio alle loro tesi. Vedendo poi che in tal modo non raggiungevano il loro scopo, i più abili fra loro hanno trovato questa scappatoia: la confessione è in origine di diritto divino, quanto alla sostanza, ma In seguito ha assunto la sua forma dal diritto positivo. In tal modo, i più inetti fra i cultori della Legge sono soliti riferire la citazione al diritto divino, poiché fu detto a Adamo: "Adamo, dove sei? "Similmente, l'eccezione, poiché Adamo rispose come per difendersi: "La donna che mi hai data, ecc. " (Ge 3.9.12). Nondimeno la forma sarebbe stata data a tutti e due dal diritto civile. Vediamo però gli argomenti con cui dimostrano che questa confessione, formata o informe, è ordinata da Dio. Nostro Signore, dicono, mandò i lebbrosi ai sacerdoti (Mt. 8.4; Lu 5.14; 17.14). Li ha forse mandati a confessarsi? Chi ha mai sentito dire che i preti leviti fossero ordinati per udire le confessioni? (De 17.8.9). Fanno perciò ricorso alle allegorie e dicono che la legge mosaica stabiliva che i sacerdoti discernessero fra lebbra e lebbra; che il peccato è una lebbra spirituale su cui spetta al prete dare un giudizio. Prima di rispondere, chiedo: se questo passo li costituisce giudici della lebbra spirituale, perché si attribuiscono la conoscenza della lebbra naturale e fisica? Non è forse prendere in giro la Scrittura fare un ragionamento di questo genere: la Legge attribuisce ai preti leviti il giudizio sulla lebbra, attribuiamocelo dunque. Il peccato è una lebbra spirituale, siamo dunque i giudici dei peccati? Ora rispondo che, mutato il sacerdozio, avviene di necessità anche un mutamento di legge (Eb. 7.12). Se tutto il sacerdozio e trasferito, compiuto e terminato in Gesù Cristo, bisogna che anche tutta la dignità e la prerogativa del sacerdozio sia trasferita su di lui. Se amano tanto le allegorie, si propongano Cristo per solo sacerdote, e rimandino al suo tribunale ogni potestà di giudicare: lo accetteremo con facilità. Inoltre, è errata l'allegoria che introduce una legge puramente civile fra le cerimonie. Perché dunque Cristo manda i lebbrosi ai sacerdoti? Affinché questi ultimi non dicessero per calunnia che egli violava la Legge, la quale ordinava che colui che era guarito dalla lebbra si presentasse al sacerdote e si purificasse con una particolare oblazione; egli ordina dunque ai lebbrosi, che aveva guarito, di osservare le norme della Legge: "Andate "dice "mostratevi ai sacerdoti e offrite il dono che Mosè ha ordinato nella Legge, affinché serva loro di testimonianza ". Questo miracolo doveva realmente servir loro di testimonianza. Li avevano dichiarati lebbrosi, poi affermano che sono guariti. Non sono forse costretti, lo vogliano o no, ad essere testimoni dei miracoli di Cristo? Cristo dà loro il suo miracolo perché lo vaglino: essi non lo possono negare e sebbene tergiversino ancora, quest'opera è per loro una testimonianza. È detto anche in un altro passo: "Questo Evangelo sarà predicato al mondo intero come testimonianza a tutte le genti " (Mt. 24.14). E: "Sarete condotti davanti ai re e ai prìncipi per testimoniare davanti a loro " (Mt. 10.18) , cioè per renderli tanto più convinti del giudizio di Dio e preferiscono fondarsi sull'autorità di Crisostomo egli insegna che Cristo ha fatto questo a causa dei Giudei, perché non lo si considerasse un prevaricatore della Legge. Mi vergogno di riferirmi alla testimonianza di qualche uomo in una cosa così evidente, visto che Gesù Cristo dichiara di lasciare ai sacerdoti intero il diritto che proveniva loro dalla Legge, come a nemici mortali del suo Evangelo, poiché sempre spiavano l'occasione di sparlare, se non avesse chiuso loro la bocca. Perciò, se i preti del papato vogliono mantenere tale prerogativa, dicano apertamente di essere i seguaci di coloro che hanno bisogno di essere vinti dall'evidenza, per non bestemmiare. Infatti quel che Gesù Cristo lascia ai preti della Legge, non concerne affatto i suoi veri ministri.
5. Traggono il secondo argomento dalla medesima fonte, cioè dall'allegoria; quasi le allegorie avessero grande valore per garantire una qualche dottrina. Voglio ben ammettere la loro validità, anche se si potrebbe prestar loro maggior forza di quanto non abbiano. Dicono dunque che il nostro Signore ordinò ai suoi discepoli, dopo che Lazzaro fu da lui risuscitato, di slegarlo e di lasciarlo andare (Gv. 11.44). In primo luogo mentono, nessun passo dice infatti che il nostro Signore abbia ordinato questo ai suoi discepoli. l: molto più verosimile che lo dicesse ai Giudei lì presenti, affinché il miracolo fosse più evidente e non potesse essere sospettato di inganno, e che la sua potenza risultasse tanto più grande, per il fatto che con la sua sola parola, senza toccarli, risuscitava i morti. Lo interpreto così: il nostro Signore, per togliere ogni sospetto ai Giudei, volle che essi stessi sollevassero la pietra, sentissero il cattivo odore, scorgessero le prove sicure della morte, che vedessero Lazzaro risuscitare per la sola potenza della sua voce, e lo toccassero per primi. Questa è l'opinione di Crisostomo nel sermone Contro i Giudei, i pagani e gli eretici. Ammettiamo però che ciò sia stato detto ai discepoli: che conclusione ne potranno trarre? Diranno forse che è stata data in tal modo agli apostoli la potenza di slegare? Daremo una interpretazione molto più chiara di questo passo in chiave allegorica dicendo che il nostro Signore ha voluto con ciò insegnare ai suoi credenti a slegare coloro che erano stati risuscitati da lui. Cioè, a non richiamare alla memoria i peccati che ha dimenticato, a non condannare come peccatori coloro che ha assolto, a non rimproverare le cose che ha perdonato, a non essere severi e duri nel punire, laddove egli è stato misericordioso dolce e benigno nel perdonare. Infatti, nulla ci deve spingere a perdonare più dell'esempio di colui che è nostro giudice, che minaccia di rendere l'equivalente a coloro che saranno stati troppo duri e rigidi. Riflettano ora e si facciano scodo delle loro allegorie! 6. La loro polemica ha maggior peso quando confermano le loro tesi con affermazioni della Scrittura, che considerano esplicite. Coloro, dicono, che venivano a farsi battezzare da Giovanni, confessavano i loro peccati (Mt. 3.6). Anche san Giacomo ordina che ci confessiamo gli uni gli altri i nostri peccati (Gm. 5.16). Rispondo che non fa meraviglia se coloro che volevano essere battezzati confessavano i loro peccati, poiché è stato detto prima che Giovanni ha predicato il battesimo del ravvedimento ed ha battezzato con acqua in segno di ravvedimento. Chi dunque avrebbe battezzato, se non coloro che si riconoscevano peccatori? Il battesimo è un segno della remissione dei peccati; chi dunque sarebbe ammesso a questo segno se non i peccatori e coloro che si riconoscono tali? Confessavano dunque i loro peccati per essere battezzati. San Giacomo ordina, non senza motivo, che ci confessiamo reciprocamente i nostri peccati; ma se considerassero quel che segue subito dopo, si accorgerebbero che non si addice molto al loro caso. "Confessate "dice "i vostri peccati l'uno all'altro, e pregate gli uni per gli altri ". Egli congiunge la preghiera reciproca e la confessione reciproca. Se ci si deve confessare soltanto ai preti, bisogna pregare soltanto per loro. Dalle parole di san Giacomo deriverebbe che soltanto i preti si possono confessare. Poiché chiedendoci di confessarci l'uno all'altro, egli parla soltanto a coloro che possono udire la confessione degli altri. Infatti dice "mutuamente "o, se preferiscono, "reciprocamente ". Ma nessuno può confessarsi mutuamente, se non colui che ode la confessione del suo compagno, privilegio che essi concedono soltanto ai preti. Lasciamo dunque loro volentieri l'incarico di confessarsi. Lasciamo da parte queste chiacchiere e cerchiamo di comprendere quel che l'Apostolo vuole dire, che è semplice ed evidente: che cioè dobbiamo comunicarci e rivelarci reciprocamente le nostre debolezze per ricevere consiglio, compassione e reciproca consolazione. Inoltre ciascuno, conoscendo in questo modo le infermità dei suoi fratelli, per parte sua prega Dio per loro. Perché dunque citano san Giacomo contro di noi, visto che chiediamo, con tanta insistenza, il riconoscimento della misericordia di Dio, che non si può riconoscere, se non da parte di coloro che hanno anzitutto confessato la loro miseria? Dichiariamo anzi che tutti coloro che non si confessano davanti a Dio, davanti agli angeli, davanti alla Chiesa, insomma davanti a tutti gli uomini, sono maledetti e dannati. Poiché Dio ha incluso ogni cosa sotto il peccato, affinché ogni bocca sia chiusa e ogni carne sia umiliata davanti a lui (Ga 3.22; Ro 3.9.19) , e affinché lui solo sia giustificato ed esaltato. 7. MI meraviglio inoltre della sfacciataggine con CUI osano affermare che la confessione di cui parlano è di diritto divino. Riconosciamo bene che quest'uso è molto antico, ma possiamo facilmente provare che all'inizio essa era libera. Infatti le loro Storie affermano che non vi è stata in merito alcuna legge o costituzione prima del tempo di Innocenzo 3. Se ci fosse stata una legge più antica vi si sarebbero certo attenuti per trarne vantaggio, piuttosto che rendersi ridicoli anche agli occhi dei bambini, come hanno fatto accontentandosi del decreto fatto al Concilio di san Giovanni in Laterano. Non esitano, in altri casi, a creare decreti inautentici e frutto d'immaginazione, e a far credere che certe cose sono state stabilite dai primi Concili, per abbagliare gli occhi dei semplici con l'argomento dell'antichità. Non hanno ritenuto dover far lo stesso su questo argomento. Sono perciò costretti ad essere essi stessi testimoni del fatto che è da meno di trecento anni che Innocenzo 3ha imbrigliato la Chiesa, imponendole l'obbligo della confessione. Tralasciando ogni considerazione cronologica, la sola astrusità terminologica mostra che questa legge non merita alcun rispetto. Vi si ordina che ogni persona dei due sessi confessi i suoi peccati al suo prete, almeno una volta l'anno. Ne deriverebbe che nessuno, a meno che non fosse contemporaneamente uomo e donna, sarebbe tenuto a confessarsi. Stupidità ancora più grossolana nei loro successori, che non hanno saputo capire che cosa esattamente significasse il termine "prete ". Malgrado le chiacchiere di tutti gli avvocati e procuratori del Papa e di tutti i bigotti che ha d'attorno, un fatto è chiaro: Gesù Cristo non è autore di una legge che costringe gli uomini a raccontare I loro peccati; anzi, erano già trascorsi milleduecento anni dalla risurrezione di Gesù Cristo, quando venne dato un tal ordine; questa tirannia è stata istituita allorché al posto dei pastori regnavano ciarlatani, i quali dopo aver cancellato ogni pietà e ogni insegnamento, avevano usurpato il diritto di fare ogni cosa senza discernimento. Ci sono inoltre testimonianze probanti sia nelle Storie sia negli altri scrittori antichi, le quali mostrano che si tratta di una disciplina politica istituita soltanto dai vescovi e non di un ordine voluto da Cristo o dai suoi apostoli. Proporrò un solo esempio che basterà ampiamente a provare quel che dico. Sozomeno, uno degli autori della Storia Ecclesiastica racconta che questa prassi fu stabilita dai vescovi e diligentemente osservata dalle Chiese occidentali, soprattutto a Roma. Dimostra così che non è stata una prassi abituale di tutte le Chiese. In seguito riferisce che uno dei preti era particolarmente destinato a quest'ufficio. Pertanto refuta completamente quel che costoro hanno simulato circa le chiavi, date per la confessione a tutto l'ordine dei preti. Non era dunque compito comune a tutti, ma la carica di un singolo, eletto dal vescovo a questo scopo. È quello che oggi i papisti stessi chiamano penitenziere nelle loro cattedrali, il quale viene a conoscenza dei delitti più grandi. Egli narra inoltre che a Costantinopoli questa usanza fu mantenuta finché si scoprì che una donna aveva preso il pretesto della confessione per convivere con uno dei diaconi di quella Chiesa. A causa di quel misfatto, Nettario, vescovo del luogo, uomo rinomato per santità e dottrina, abolì la pratica della confessione. Rizzino le orecchie quegli asini. Se la confessione auricolare fosse una legge di Dio, come avrebbe osato Nettario infrangerla e abolirla? Accuseranno di eresia e di scisma quella santa persona, apprezzata e approvata da tutti gli Antichi? Automaticamente si condannerebbe la Chiesa di Costantinopoli, anzi tutte le Chiese orientali, che hanno disprezzato una legge che dovrebbe essere (se costoro dicono il vero) inviolabile e normativa per tutti i cristiani. 8. Anzi, quella abrogazione è così spesso illustrata da Crisostomo, anch'egli vescovo di Costantinopoli, che fa meraviglia che osino aprire bocca per controbattere. "Se vuoi cancellare i tuoi peccati "egli dice "confessali. Se ti vergogni di palesarli ad un uomo, confessali ogni giorno in te stesso. Non dico che tu li palesi ad alcuno che te ne faccia di poi rimprovero: confessali a Dio che può purificarli. Confessali nel tuo letto, affinché la tua coscienza riconosca quotidianamente il suo male ". E: "Non è necessario confessarsi davanti ad un testimone; purché tu ne prenda atto nel tuo cuore. Questo esame non richiede alcun testimone; è sufficiente che Dio ti veda ed ascolti ". E: "Io non ti chiamo davanti agli uomini per palesare loro i tuoi peccati: metti a nudo la tua coscienza davanti a Dio. Mostra la tua piaga al Signore, che ne è il medico e pregalo di porvi rimedio. Egli è colui che non rimprovera nulla e guarisce con bontà il povero malato ". E: "Io non voglio che tu ti confessi ad un uomo che possa quindi rimproverarti o diffamarti rendendo pubblici i tuoi errori: ma mostra le tue piaghe a Dio che ne è il buon medico ". Mette poi in bocca a Dio queste parole: "Io non ti costringo a venire in pubblica assemblea; confessa a me solo i tuoi peccati, affinché io ti guarisca ". Diremo che Crisostomo è stato, con queste parole, temerario al punto di sciogliere le coscienze degli uomini dai vincoli in cui erano strette per volere di Dio? Certo, no. Semplicemente non considera vincolante quello che sa non essere stabilito per decreto di Dio. 9. Per meglio chiarire la cosa, illustreremo anzitutto fedelmente il tipo di confessione che ci è stata data dalla parola di Dio; in seguito esamineremo le invenzioni dei papisti riguardo alla confessione; non tutte (chi infatti potrebbe esaurire un mare così vasto?) , ma soltanto quelle che riassumono la loro dottrina. Ho qualche esitazione a ricordare che sia il traduttore greco sia quello latino hanno spesso scambiato il termine "confessare "con quello di "lodare ", dato che è cosa nota anche ai più ignoranti; è però necessario denunciare l'audacia di quei malvagi, poiché si prevalgono del termine "confessione ". il quale implica semplicemente la lode a Dio, per giustificare la loro tirannia. Per provare che la confessione reca gioia e sollievo all'anima, citano il versetto del Salmo: "Verrò con canti di giubilo e di confessione " (Sl. 42.5). Ma se è lecito falsificare in questo modo ogni cosa, nasceranno gravi equivoci. I papisti hanno perso ogni pudore, e dunque giusto riconoscere che Dio li ha precipitati nell'errore per rendere più detestabile la loro temerarietà. Del resto, attenendoci semplicemente alla Scrittura, non correremo il pericolo di essere ingannati da simili inganni. Essa infatti ci ordina un solo modo autentico di confessarci: poiché è il Signore che rimette, dimentica e cancella i peccati, confessiamoglieli per ottenere da lui grazia e perdono. Egli è il medico, mostriamogli dunque le nostre piaghe. È lui che è stato offeso e ferito, chiediamogli dunque grazia e pace. È lui che conosce i cuori e vede tutti i pensieri, apriamo dunque i nostri cuori a lui. È lui che chiama i peccatori, andiamo dunque in sua presenza. "Ti ho fatto conoscere il mio peccato "dice Davide "e non ho nascosto la mia iniquità. Ho detto: Confesserò contro di me la mia ingiustizia al Signore; e tu hai perdonato l'iniquità del mio cuore " (Sl. 32.5). Abbiamo un'altra confessione di Davide stesso, analoga a questa: "Abbi pietà di me, Signore, secondo la tua grande misericordia " (Sl. 51.1). Quella di Daniele è simile: "Noi abbiamo peccato, Signore, abbiamo agito in modo perverso, abbiamo commesso empietà, siamo stati ribelli ritraendoci dai tuoi comandamenti " (Da 9.5). Molti esempi del genere si leggono nella Scrittura e potrebbero riempire un volume. "Se confessiamo i nostri peccati "dice san Giovanni "il Signore è fedele per perdonarceli " (1 Gv. 1.9). A chi li confesseremo noi? A lui, certamente, se con cuore afflitto ed umiliato ci prosterniamo davanti a lui, se in tutta sincerità, accusandoci e condannandoci al suo cospetto, chiediamo di essere assolti dalla sua bontà e dalla sua misericordia. 10. Chiunque farà di cuore questa confessione davanti a Dio, avrà senza dubbio anche la lingua pronta alla confessione, quando sarà necessario annunciare fra gli uomini la misericordia di Dio; non soltanto per svelare il segreto del proprio cuore ad una sola persona, una volta e all'orecchio, ma per dichiarare liberamente tanto la sua miseria quanto la gloria di Dio, ripetutamente, pubblicamente, affinché tutti odano. In questo modo Davide, dopo esser stato redarguito da Nathan e spinto dalla sua coscienza, confessò il suo peccato sia dinanzi a Dio sia dinanzi agli uomini: "Ho peccato "disse "contro il Signore " (2 Re 12.13) , cioè: non mi voglio scusare, né cercare giustificazioni per paura che qualcuno mi giudichi peccatore, e che sia manifestato anche agli uomini quel che ho voluto fosse nascosto a Dio. Da questa confessione segreta, fatta a Dio, deriva anche una confessione volontaria del peccatore dinanzi agli uomini, ogniqualvolta è opportuno farlo, o per umiliarsi o per dare gloria a Dio. Per questa ragione il nostro Signore aveva anticamente comandato nella Legge che tutto il popolo si confessasse pubblicamente nel tempio, per bocca del sacerdote (Le 16.21). Egli prevedeva che questo sarebbe stato un valido aiuto per indurre ognuno a riconoscere con onestà i suoi errori. È: anche giusto che, confessando la nostra miseria, magnifichiamo fra noi e al cospetto di tutti la misericordia di Dio. 2. Se questo tipo di confessione deve essere abituale nella Chiesa, è però opportuno valersene anche in casi particolari, se accade, per esempio, che l'intero popolo abbia commesso un errore comune, sicché tutti risultino colpevoli davanti a Dio. Ne abbiamo un esempio nella solenne confessione fatta dal popolo su pressione e suggerimento di Esdra e Nehemia (Ne 1.7; 9,16). La cattività, che avevano a lungo sopportata, la distruzione della città e del tempio e la soppressione del culto di Dio erano state come una verga comune per punire gli errori di tutti: non potevano perciò prendere coscienza del beneficio della loro liberazione se non confessando in primo luogo i loro errori. Poco importa se, talvolta, in una Chiesa alcuni sono innocenti: essendo membra di un corpo languente e deperito, non devono vantarsi di esser santi; è anzi impossibile che non risultino anch'essi toccati dal contagio e in qualche modo colpevoli. Tutte le volte, dunque, che siamo colpiti da peste o da guerra o da sterilità o da qualche avversità, il nostro compito sarebbe di piangere e digiunare e dare altri segni di umiltà, prima di tutto con la confessione, da cui dipende tutto il resto. Per quanto concerne la confessione abituale, che si fa in comune con tutto il popolo, oltre ad essere approvata per bocca di Dio, nessuno, se dotato di buon senso, la disprezzerà, considerandone l'utilità. Dato che in ogni nostra assemblea, nel tempio, ci presentiamo davanti a Dio ed ai suoi angeli, quale migliore punto di partenza potremmo avere che il riconoscere la nostra indegnità? Qualcuno mi obietterà che questo si fa in tutte le preghiere, in quanto, pregando, confessiamo i nostri peccati. Giusto! Ma se consideriamo la nostra indifferenza e la nostra lentezza, nessuno potrà negare che sia santa ed utile abitudine il ricordare espressamente al popolo cristiano, con un atto speciale, che deve umiliarsi. Sebbene la cerimonia che Dio ha ordinato al popolo di Israele facesse parte degli insegnamenti della Legge, essa ci riguarda ancora in qualche modo. Vediamo infatti che le Chiese bene ordinate hanno questa usanza: ogni domenica il ministro pronuncia una confessione tanto a nome suo quanto a nome del popolo, per rendere tutta l'assemblea partecipe della colpa davanti a Dio, e chiedere perdono; ciò non accade senza risultato. Anzi, è una chiave per aprire la porta alla preghiera collettiva e individuale. 12. Inoltre, la Scrittura ci raccomanda due altri tipi di confessione particolare. Una valida per noi: questo intende san Giacomo quando dice che ci dobbiamo confessare l'un l'altro i nostri peccati (Gm. 5.10, significando che nel dichiarare reciprocamente le nostre infermità ci aiutiamo a vicenda con il consiglio e la consolazione. L'altra, per amore del nostro prossimo, offeso per nostra colpa, al fine di riconciliarci e ridargli la pace. Quanto al primo tipo, la Scrittura non indica nessuno da cui trarre sollievo e ci lascia la libertà di scegliere, tra i credenti, chi ci parrà adatto per confessarci a lui; ma poiché i pastori devono essere, fra tutti, i più atti, la cosa migliore è rivolgerci a loro. Li considero i più idonei in quanto, per l'esigenza del loro ministero sono designati da Dio ad insegnarci come dobbiamo vincere e correggere il peccato, e a garantirci, a nostra consolazione, la bontà di Dio (Mt. 16.19; 18.18). Sebbene il compito di vicendevole ammonizione sia comune a tutti i cristiani, esso è ingiunto in modo particolare ai pastori. Dobbiamo consolarci reciprocamente; d'altra parte vediamo che i pastori sono da Dio posti come testimoni e quasi come garanti per attestare alle coscienze la remissione dei peccati, tant'è vero che è detto che rimettono i peccati e sciolgono le anime. Vedendo che hanno questa prerogativa, dobbiamo pensare che è per il nostro bene.
Ogni credente, quando si troverà ad essere angosciato nel suo cuore dal rimorso dei suoi peccati, al punto da non poter trovar riposo se non ricevendo aiuto da qualcun altro, si ricordi di valersi di questo rimedio offertogli da Dio, aprendo anzitutto l'animo suo al suo pastore per averne sollievo, stante che il compito di quest'ultimo è di consolare il popolo di Dio con l'insegnamento dell'Evangelo, in pubblico e in privato. Bisogna però sempre stare in guardia che laddove Dio non ha imposto leggi, le coscienze non siano vincolate da un giogo obbligatorio. Tale forma di confessione deve essere libera, nessuno deve esservi costretto; si raccomandi soltanto a quelli che ne hanno bisogno, di servirsene come di un valido aiuto. Di conseguenza, coloro che ne usano liberamente per loro necessità, non devono essere costretti da un ordine né indotti con astuzie a raccontare tutti i loro peccati, ma solo nella misura in cui lo giudicheranno efficace per ricavarne un vero sollievo. I buoni e fedeli pastori non soltanto devono lasciare alla Chiesa questa libertà, ma anche mantenervela con tutte le loro forze, se vogliono conservare il loro ministero puro da ogni tirannide e impedire che il popolo cada nella superstizione. 13. C'è poi un secondo tipo di confessione particolare, di cui parla il nostro Signore in san Matteo, quando dice: "Se offri la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia qui la tua offerta, e va prima a riconciliarti con tuo fratello; poi farai la tua offerta " (Mt. 5.23). Così dobbiamo ristabilire il vincolo di carità eventualmente spezzato per colpa nostra, confessando cioè che abbiamo sbagliato e chiedendo perdono. Rientra anche in questa categoria la confessione pubblica dei penitenti che abbiano commesso qualche scandalo palese nella Chiesa. Se il nostro Signor Gesù tiene in tanto conto l'offesa privata di un solo uomo, da respingere dall'altare colui che ha offeso suo fratello, finché non gli abbia dato soddisfazione e si sia riconciliato con lui, a maggior ragione chi ha ferito la Chiesa con qualche cattivo esempio si deve riconciliare con lei riconoscendo la sua colpa. In tal modo l'incestuoso di Corinto fu ricevuto nella comunione dei credenti, dopo essersi umilmente sottomesso alla correzione (2 Co. 2.6). Questa forma di confessione perdurò costantemente nella Chiesa antica, come attesta san Cipriano. Riferendosi ai pubblici peccatori, dice: "Fanno penitenza per un certo tempo; poi vengono a confessare il loro peccato e sono ricevuti nella comunione, con l'imposizione delle mani da parte del vescovo e del clero ". Non si trova nella Scrittura altra forma di confessione. Non sta a noi legare o vincolare le coscienze con nuovi legami, visto che Gesù Cristo proibisce rigorosamente di tenerle in servitù. Nel resto, lungi dall'oppormi a che le pecore si presentino al loro pastore, quando si tratta di venire alla Cena, vorrei che questa abitudine venisse seguita ovunque. Chi infatti è tormentato nella sua coscienza può usare di questa opportunità per ricevere consolazione; e il pastore ha l'occasione e l'opportunità di ammonire quelli che ne hanno bisogno, a condizione che sempre ci si guardi dalla tirannia e dalla superstizione. 14. In questi tre tipi di confessione si esercita il potere delle chiavi: quando la Chiesa tutta chiede perdono a Dio riconoscendo solennemente i suoi peccati; quando un singolo che ha commesso una colpa scandalosa che danneggia la Chiesa rende testimonianza del suo pentimento; quando un credente, agitato nella sua coscienza e bisognoso del consiglio e della consolazione del suo pastore, gli palesa la sua situazione di crisi.
Il riparare le offese ed il riconciliarsi Cl. prossimo dipendono da una motivazione diversa: tendono sì a calmare le coscienze, ma il loro scopo principale consiste nell'abolire gli odii e nel riconciliare i cuori; anche se non è da disprezzare l'altro aspetto, che ognuno sia cioè maggiormente pronto a confessare onestamente i suoi errori. Quando tutta la Chiesa si presenta come davanti al tribunale di Dio, dichiarandosi colpevole, confessando le sue mancanze e attestando di aver ricorso alla sola misericordia di Dio, non le è di piccola consolazione trovare l'ambasciatore di Gesù Cristo, pronto ad assolverla nel nome e per l'autorità del suo Maestro, secondo il mandato conferitogli. Il valore dell'uso delle chiavi e l'utilità che ne ricaviamo risultano evidenti quando questa ambasciata di riconciliazione avviene con il rispetto e l'ordine che le sono propri. Parimenti, quando chi si era allontanato dalla Chiesa è riammesso nella comunione fraterna e ottiene il perdono dalla Chiesa, non è forse per lui un gran bene, vedere che riceve il perdono da coloro a cui Gesù Cristo ha detto: "Quello che avrete slegato e sciolto sulla terra sarà sciolto e slegato in cielo "? (Mt. 18,18; Gv. 20.23). Similmente, l'assoluzione individuale è altrettanto efficace e fruttuosa, quando se ne servono coloro che hanno bisogno di essere confermati nelle loro coscienze. Può accadere talvolta che le promesse generali di Dio, rivolte a tutta la Chiesa, non sembrino decisive a chi le ode, e che qualcuno rimanga incerto sulla remissione dei suoi peccati. Ma se va verso il suo pastore e gli rivela segretamente il suo dolore, il pastore, rivolgendogli la parola, lo rassicura applicando a lui in particolare l'insegnamento generale dell'Evangelo; costui riceverà pertanto una giusta assicurazione su quel che prima era per lui motivo di dubbio e, liberato da ogni scrupolo, troverà il riposo della coscienza. Quando si parla del potere delle chiavi bisogna sempre guardarsi dall'immaginare un qualche potere dato alla Chiesa, separato dalla predicazione dell'Evangelo. Sarà opportuno soffermarci altrove più a lungo su questo punto, quando parleremo del governo della Chiesa; vedremo a quel momento che tutta l'autorità data da Dio per legare e sciogliere è vincolata alla Parola. Questa affermazione si deve applicare soprattutto al ministero delle chiavi, di cui ci stiamo occupando: esso risiede interamente nel dare conferma e nel suggellare la grazia dell'Evangelo, in pubblico ed in privato, da parte di coloro che Dio ha preposti a questo compito; questo si può fare soltanto mediante la predicazione. 15. E i teologi papisti? Ordinano che tutti, uomini e donne, non appena avranno raggiunto l'età del discernimento, confessino per lo meno una volta all'anno tutti i loro peccati ai loro curati e che il peccato non sia rimesso se non a coloro che hanno il fermo proponimento di confessarsi. Se questa intenzione non viene adempiuta quando ne è offerta l'occasione, non rimane alcuna possibilità di entrare in paradiso. Inoltre, il prete ha il potere delle chiavi per legare o sciogliere il peccatore, nella misura in cui la parola di Cristo, la quale afferma che quello che avranno legato sulla terra sarà legato in cielo, non può essere vana. Sono però in conflitto fra di loro riguardo a questo potere. Gli uni affermano che, sostanzialmente, vi è una sola chiave, cioè il potere di legare e sciogliere; che la conoscenza è si richiesta per farne buon uso, ma è qualcosa di accessorio e non di essenziale. Altri, vedendo che questa libertà dava adito a troppo disordine, hanno annoverato due chiavi: il discernimento e il potere. Altri ancora, vedendo che una tal moderazione teneva a freno l'impudenza dei preti, hanno immaginato nuove chiavi, cioè l'autorità di discernere (di cui si servono dando delle sentenze definitive) , il potere (di cui si servono quando eseguono le loro sentenze) , ed hanno aggiunto la conoscenza come consigliera. Non osano limitarsi ad interpretare il "legare e sciogliere "nel senso di rimettere e cancellare i peccati, benché odano che il Signore annuncia per bocca del suo Profeta: "Son io, son io che cancello le tue iniquità, Israele; son io, e non c'è nessun altro all'infuori di me " (Is. 43.2.25). Ma dicono che è compito del prete decidere chi è legato o sciolto, e dichiarare a chi i peccati sono trattenuti o perdonati; e che il prete fa quella dichiarazione o nella confessione, quando assolve o non assolve i peccati, o per mezzo di un'affermazione, quando scomunica o scioglie dalla scomunica. Infine, vedendo che non se la possono cavare di fronte all'obiezione secondo cui gli indegni sono spesso legati o sciolti dai loro preti, pur non essendolo in cielo, come loro ultimo argomento rispondono che bisogna intendere il dono delle chiavi entro certi limiti, che Cristo cioè ha promesso che la decisione del prete, rettamente pronunciata, sarebbe stata approvata in cielo secondo che i meriti di colui che è legato o sciolto lo richiedano. Inoltre, queste chiavi sono state date da Cristo a tutti i preti, ed esse sono conferite dai vescovi nelle loro promozioni: ma ne hanno l'uso soltanto coloro che hanno dei compiti ecclesiastici. Pertanto codeste chiavi rimangono in possesso anche degli scomunicati e di coloro che sono sospesi, ma nelle loro mani sono arrugginite e inefficaci. Coloro che affermano simili cose potrebbero essere considerati ancora sobrii e modesti in confronto agli altri, che con un nuovo stampo hanno fatto nuove chiavi, sotto le quali dicono che è rinchiuso il tesoro della Chiesa; ne parleremo fra poco. 16. Risponderò brevemente a tutti questi punti, tralasciando per ora di definire in base a quale diritto o a quale violenza assoggettano alle loro leggi le anime dei credenti, perché questo sarà esaminato al momento opportuno. Questo imporre l'obbligo di enumerare tutti i peccati, negandone la remissione senza il fermo proposito di confessarli, e questo precludere l'entrare in paradiso a coloro che, per disprezzo, si sono lasciati sfuggire l'occasione di confessarsi, è assolutamente intollerabile. Come, secondo loro, si potrebbero enumerare tutti i propri peccati se Davide stesso, il quale, come mi pare, aveva lungamente riflettuto alla confessione dei suoi peccati, non poteva fare altro che esclamare: "Chi comprenderà le sue colpe? Signore, purificami dalle colpe che mi sono nascoste " (Sl. 19.13). E in un altro passo: "Le mie iniquità hanno oltrepassato la mia testa, ed hanno superato le mie forze come un pesante fardello " (Sl. 38.5). Certamente egli aveva coscienza di quanto grande sia l'abisso dei nostri peccati e quante specie di misfatti siano nell'uomo; quante teste abbia quel mostro del peccato, e quale lunga coda trascini dietro a se. Non stava dunque a farne un elenco completo, ma dal profondo dei suoi mali gridava a Dio: "Sono sommerso, sepolto, soffocato; le porte dell'inferno mi hanno circondato; la tua destra mi tiri fuori dal pozzo in cui sono annegato e dalla morte nella quale vengo meno". Chi dunque potrà presumere di saper tenere il conto dei suoi peccati, vedendo che Davide stesso non riesce ad enumerarli?
17. Le coscienze delle persone mosse da un qualche sentimento religioso sono state crudelmente tormentate da un tal sistema. Per tener meglio i conti, costoro distinguevano i peccati in braccia, rami, ramoscelli e foglie, secondo le distinzioni dei dottori confessionalisti. Quindi soppesavano le qualità, quantità e circostanze. Dapprima le cose erano tollerabili; ma addentrandosi maggiormente, essi non vedevano che cielo e mare, senza trovare un porto o un rifugio. Più procedevano, più il numero cresceva; anzi si innalzava ai loro occhi simile ad un'altra montagna che toglieva loro la vista, senza lasciar loro scorgere alcuna possibilità di uscirne. Dimoravano pertanto in quell'angoscia il cui unico sbocco era la disperazione. Allora quei carnefici inumani, per guarire le piaghe da loro procurate, hanno escogitato un rimedio: ciascuno avrebbe fatto quello che poteva, secondo le sue capacità Ma nuove inquietudini pungevano, anzi nuovi tormenti scorticavano le povere anime, quando venivano loro in mente pensieri di questo tipo: non ci ho messo abbastanza tempo; non mi ci sono applicato dovutamente, ho tralasciato qualcosa per noncuranza; la dimenticanza che procede da negligenza non è scusabile. Come rimedio, per mitigare questi mali, rispondevano: pentiti della tua negligenza; se essa non è troppo grande ti sarà perdonata. Ma tutte queste cose non possono cicatrizzare la piaga e, più che rimedi per mitigare il male, sono veleni cosparsi di miele, per non ferire, con la loro asprezza il palato, ma ingannare e penetrare fino al cuore prima di essere avvertiti. Questa terribile voce incalza dunque sempre e tuona alle loro orecchie: confessa tutti i tuoi peccati! E l'orrore non può essere placato se non da una consolazione sicura. Giudichino ora i lettori se è possibile render conto a fine anno di tutto quel che si è fatto e raccontare le colpe commesse giorno per giorno. L'esperienza infatti ci dice che volendo, la sera, passare in rassegna le colpe commesse nella giornata, la memoria si intorbidisce dinanzi a tanta varietà. Non mi riferisco a quegli stupidi ipocriti che ritengono di aver fatto il loro dovere quando hanno annotato tre o quattro misfatti gravi commessi, ma ai veri servitori di Dio i quali, dopo aver onestamente esaminato i loro sbagli, vedendosi afflitti, sanno procedere oltre e concludono con san Giovanni: "Se il nostro cuore ci accusa, Dio è più grande del nostro cuore " (1 Gv. 3.20). Essi stessi tremano dinanzi a quel grande giudice, la cui conoscenza sormonta di molto i nostri sensi. 18. Se la maggioranza della gente si è adattata ai compromessi che addolcivano quel veleno mortale, non è accaduto per avere gli uomini ritenuto che Dio fosse soddisfatto o per essersi loro stessi accontentati; ma come i naviganti, gettando l'ancora in mezzo al mare si riposano dalla fatica del navigare, o come un pellegrino stanco e sul punto di venir meno si siede per strada e si riposa, così essi si giovavano di quella sosta, anche se era insufficiente. Non spenderò molte parole per dimostrare la verità di queste affermazioni, ognuno può testimoniare di se stesso; mi limiterò ad illustrare per sommi capi la natura di quella legge.
In primo luogo essa risulta semplicemente inattuabile, sicché non può che perdere, condannare, confondere, mandare in rovina e creare disperazione. Poi, avendo sviato i peccatori da una autentica presa di coscienza dei loro peccati, li rende ipocriti e ignoranti su Dio e su se stessi. Occupandosi infatti soltanto di enumerare i loro peccati, dimenticano il profondo abisso di peccato che hanno in fondo al cuore, le iniquità che son dentro di loro e le sozzure nascoste, la conoscenza delle quali li rendeva consapevoli della loro miseria. Al contrario, la giusta regola della confessione consiste nel confessare e riconoscere in noi un abisso di male tale da soverchiare tutti i nostri sensi. La confessione del pubblicano è formulata secondo quella regola: "Signore, Sii propizio a me peccatore " (Lu 18.13); è come se dicesse: tutto quello che è in me non è altro che peccato, al punto che né il mio pensiero né la mia lingua possono comprenderne l'ampiezza: l'abisso della tua misericordia annulli dunque l'abisso dei miei peccati! A questo punto qualcuno dirà: non dobbiamo forse confessare ogni singolo peccato? Non vi è dunque altra confessione gradita a Dio se non quella racchiusa in queste tre parole: io sono peccatore? Rispondo che anzi dobbiamo cercare di aprire per quanto possibile tutto il nostro cuore davanti a Dio e non soltanto confessarci peccatori; ma per sapere che siamo veramente tali, riconosciamo con tutte le nostre facoltà quanto è grande e varia la sozzura dei nostri peccati, non soltanto reputandoci immondi, ma considerando l'infinita gamma delle nostre impurità; non limitiamoci a sentirci debitori, ma consideriamo da quanti debiti siamo caricati ed oppressi; non riconosciamoci soltanto feriti, ma guardiamo da quanto gravi e mortali piaghe siamo afflitti. Quando poi un peccatore si riconoscerà tale davanti a Dio, bisognerà ancora che sia sincero e si persuada che esistono molti altri mali che non riesce ad annoverare, e che la profondità della sua miseria gli impedisce di farne un esame completo e di vederne la fine. Allora esclamerà con Davide: "Chi conoscerà i suoi errori? Signore, purificami da quelli che mi sono occulti " (Sl. 19.13) Che i peccati siano rimessi soltanto a condizione che sussista il fermo proposito di confessarsi, e che la porta del paradiso sia chiusa a coloro che avranno trascurato questa opportunità, è affermazione che siamo lungi dall'accettare! La remissione dei peccati non è, ora, infatti, diversa da quello che è sempre stata. Di tutti coloro di cui leggiamo che hanno ottenuto da Cristo la remissione dei loro peccati, non è detto che si siano confessati all'orecchio di un qualche signor Giovanni; e non si potevano certo confessare, visto che allora non c'erano né confessori né confessione. Molti anni dopo, questa pratica era ancora sconosciuta. In quel tempo i peccati sono stati rimessi senza la condizione richiesta da costoro. Non si tratta di una questione dubbia su cui si debba intavolare una discussione; la Parola di Dio, che dimora eternamente, è esplicita: "Tutte le volte che il peccatore si pentirà, dimenticherò tutte le sue iniquità " (Ez. 18.21). Colui che ardisce aggiungere qualcosa a questa parola non vincola i peccati, ma la misericordia di Dio. Non si può giudicare senza conoscere la causa, dicono, e pertanto un prete non può assolvere prima di aver preso conoscenza del male; è facile rispondere: coloro che si sono autonominati giudici usurpano temerariamente questa autorità. È impressionante vedere con quanta presunzione si creano norme che nessuna persona di buon senso può accettare. Si vantano di aver ricevuto l'incarico di legare e slegare, come se si trattasse di una giurisdizione che si può esercitare sotto forma di processo. Che il diritto cui si richiamano sia stato sconosciuto agli Apostoli, tutta la loro dottrina lo afferma ad alta voce e con chiarezza. In realtà non spetta ad un prete sapere con certezza se il peccatore è assolto, ma a colui al quale bisogna chiedere l'assoluzione, cioè a Dio, poiché colui che ascolta non potrà mai sapere se la confessione è fatta nel modo giusto. In tal modo l'assoluzione sarebbe nulla, a meno di limitarne l'applicazione alle parole di colui che si confessa. C'è di più: il movente dell'assoluzione risiede interamente nella fede e nel pentimento di colui che chiede il perdono. Ma queste due cose non possono essere note ad un uomo mortale, incaricato di pronunciarsi. Ne consegue che la certezza di sciogliere e legare non è soggetta alla conoscenza di un giudice terreno. Infatti un ministro della Parola, se esegue dovutamente il suo compito, non può che assolvere sotto condizione, ma l'affermazione seguente è pronunciata a favore dei poveri peccatori: quello che avrete perdonato sulla terra sarà perdonato in cielo, affinché non dubitino che la grazia loro promessa dal comandamento di Dio sarà ratificata in cielo. 19. Non fa dunque meraviglia se respingiamo la confessione auricolare, invenzione così scellerata e nociva alla Chiesa. E quand'anche fosse indifferente, visto che non reca alcun frutto e alcun giovamento, ma è stata causa di tanti errori, sacrilegi e atti di empietà, chi non sarebbe favorevole alla sua abolizione? È pur vero che essi enumerano alcuni vantaggi che ne derivano, e danno loro il maggior risalto possibile; ma sono tutti o inventati o insignificanti. Sottolineano, gli altri in particolare, il sentimento di vergogna di colui che si confessa, pena pungente che lo rende più accorto per il futuro, facendogli prevenire il castigo di Dio Cl. punirsi da solo. Forse che non suscitiamo nell'uomo un sentimento di vergogna abbastanza grande, citandolo in quell'alto tribunale celeste e di fronte al giudizio di Dio; d'altra parte che risultato si ottiene smettendo di peccare perché ci vergogniamo davanti ad un uomo, senza vergognarci affatto di avere Dio come testimone della nostra cattiva coscienza! Perfino le loro parole sono false. Infatti si osserva comunemente che gli uomini non si concedono così grande ardimento né licenza di compiere il male se non quando, confessatisi al prete, ritengono di potersi giustificare e dire che non hanno fatto nulla. Non solo divengono più arditi nel peccare tutto l'anno, ma privi di ogni preoccupazione di confessarsi per il resto dell'anno e privi del desiderio di rivolgersi a Dio, non si esaminano mai, ma accumulano peccati su peccati fino al momento in cui, come pare loro, li scaricano tutti in una sola volta. Quando li hanno scaricati si considerano liberi dal loro fardello e dal giudizio di Dio, che hanno trasferito sul prete; pensano di aver fatto in modo che Dio abbia dimenticato quello che hanno reso noto al prete. Inoltre, chi si rallegra di veder arrivare il giorno della confessione? Chi ci va con cuore sincero, e non piuttosto suo malgrado e per forza, come se lo si trascinasse in prigione per il bavero? Una eccezione forse è rappresentata dai preti, che si dilettano nel raccontarsi gli uni gli altri i loro fatti, come se narrassero barzellette. Non sporcherò molta carta per elencare le orribili abominazioni di cui è piena la confessione auricolare. Mi limito a dire che se quel sant'uomo di Nettario (di cui abbiamo parlato prima) non ha agito da sconsiderato sopprimendo questo tipo di confessione dalla sua Chiesa, anzi abolendone ogni ricordo a motivo di una semplice diceria di adulterio, siamo oggi autorizzati a fare altrettanto a causa delle infinite ruffianerie, dissolutezze, adulterii e incesti che ne derivano.
20. Poiché mettono avanti il potere delle chiavi e in esse ripongono tutta la forza del loro dominio, dobbiamo vedere che valore ha questo potere. Le chiavi, dicono dunque, sarebbero state date senza motivo? Sarebbe stato detto senza ragione: "Tutto quel che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto in cielo "? (Mt. 18.18). Rendiamo forse vana la parola di Cristo? Certo il potere delle chiavi fu dato a ragion veduta; l'ho già dimostrato in parte poco fa, e lo esporrò meglio trattando della scomunica. Ma che accadrà se con un solo taglio pongo fine a tutte queste domande, negando che i loro preti siano i vicari ed i successori degli Apostoli? Ma ritorneremo ancora su questo punto. Con questo argomento di cui si vogliono munire, stanno invece costruendo una macchina che rovescia tutte le loro difese, poiché Cristo non ha concesso ai suoi apostoli la potenza di sciogliere e legare, prima di aver dato loro lo Spirito Santo (Gv. 20.22.23). Contesto dunque che il potere delle chiavi appartenga a persona diversa da quella che ha ricevuto lo Spirito Santo; contesto che qualcuno possa servirsi delle chiavi, se lo Spirito Santo non lo guida e non gli insegna quel che bisogna fare. Si vantano di avere lo Spirito Santo, ma lo smentiscono con le loro azioni. A meno che per caso non pensino che lo Spirito Santo sia una cosa vana e nulla, come vogliono far credere; in quel caso non si presterà loro fede. Questo argomento li annienta. Di qualunque porta si vantino infatti possedere la chiave, possiamo sempre chiedere loro se hanno lo Spirito Santo che dirige e modera l'uso delle chiavi. Se rispondono di averlo, bisogna di nuovo chiedere loro se lo Spirito Santo può sbagliare. E non oseranno confessarlo apertamente, sebbene lo ammettano indirettamente con il loro insegnamento. Dovremo dunque concludere che nessun prete ha il potere delle chiavi, poiché temerariamente e senza discernimento legano coloro che il nostro Signore voleva fossero liberati e liberano coloro che voleva fossero legati. 21. Quando risulta evidente dell'esperienza che, indifferentemente, legano e sciolgono i degni e gli indegni, rivendicano quel potere indipendentemente dalla conoscenza. E per quanto non osino negare che la conoscenza è richiesta per farne buon uso, tuttavia insegnano che quel potere è conferito anche a coloro che lo esercitano in modo errato. Dato però che il potere consiste in questo: "Quello che avrai legato o sciolto sulla terra sarà legato e sciolto nei cieli ", o la promessa di Gesù Cristo è falsa, oppure bisogna che coloro che ricevono un tal potere leghino e sciolgano in modo giusto. E non possono tergiversare dicendo che la promessa di Cristo è limitata a seconda dei meriti di colui che è legato o sciolto. Certo anche noi riconosciamo, per parte nostra, che nessuno può essere legato o sciolto se non chi ne è degno. Ma i messaggeri dell'Evangelo e la Chiesa dispongono della Parola per valutare questa dignità. È per mezzo di questa Parola che i messaggeri dell'Evangelo possono promettere a tutti la remissione dei peccati in Cristo, per fede, e possono notificare la condanna a tutti, e su tutti coloro che non avranno accolto Cristo. Nel nome di questa Parola la Chiesa afferma che tutti i debosciati, gli adulteri, i ladri, gli omicidi, gli avari, gli iniqui non erediteranno il Regno di Dio (1 Co. 6.9) , e li lega con fortissimi lacci. Sciogliendo nel nome di questa Parola coloro che si pentono essa li consola.
CAPITOLO 4/b Che potere è mai questo ignorare ciò che è da legare o da sciogliere, visto che non si può legare o sciogliere se non lo si sa? Perché dunque affermano di dare l'assoluzione per una autorità che è loro concessa, se l'assoluzione è incerta? A che serve questo potere immaginario, il cui uso è nullo? Questo è già dimostrato: o è interamente nullo, o è così incerto da dover esser ritenuto nullo. Poiché infatti riconoscono che la maggior parte dei preti non si serve rettamente delle chiavi e che, d'altra parte, il potere delle chiavi è nullo se non viene usato in modo legittimo, chi mi garantisce che chi mi assolve si valga rettamente di questo potere? E se questo non fosse il caso, che altro potrebbe dire oltre una frivola assoluzione di questo tipo: non so che cosa sia da legare o da sciogliere in te, visto che non ho alcun uso delle chiavi; ma se tu lo meriti, io ti assolvo? Potrebbe fare altrettanto, non dico un laico, poiché ciò li irriterebbe troppo, ma un turco o un diavolo. Questo, infatti, equivale a dire: non ho la Parola di Dio, che è la norma sicura per legare o sciogliere; ma mi è data autorità di assolverti, se tu lo meriti. Risulta chiaro, a questo punto, il fine cui miravano quando hanno deciso che le chiavi rappresentano l'autorità di discernere e il potere di eseguire, e che la conoscenza interviene come consigliera, perché si faccia buon uso di un tal potere: essi cioè hanno voluto regnare licenziosamente e con intemperanza, senza Dio e senza la sua Parola. 22. Si potrebbe obiettare che i veri ministri e pastori eserciteranno il loro ufficio nella stessa incertezza, visto che l'assoluzione, legata alla fede, sarà sempre dubbiosa e che pertanto sarà un sollievo molto piccolo se non nullo, per i peccatori, l'essere assolti da uno che, non potendo giudicare sufficientemente della loro fede, non è certo della loro assoluzione; la risposta è pronta I papisti, dicendo che un prete non può perdonare i peccati senza esserne venuto a conoscenza, fanno dipendere la remissione dal giudizio e dall'esame di un uomo mortale: se costui non discerne con saggezza chi è degno di ottenere il perdono e chi non lo è, il suo operato è privo di serietà e di valore. In sostanza, il potere che si attribuiscono è una giurisdizione congiunta ad un esame dal quale fanno dipendere l'assoluzione. Manca però in questo un elemento di sicurezza, c'è solo un profondo abisso, atteso che, se la confessione non è totale, la speranza di ottenere grazia sarà rimpicciolita e annullata. D'altro canto, il prete esiterà, non sapendo se il peccatore è veritiero o no nel raccontare le sue colpe. Inoltre, i preti danno prova di una tal ignoranza e idiozia, che la maggior parte è idonea all'esercizio di questo compito quanto lo sarebbe un ciabattino ad arare i campi; gli altri, poi, hanno validi motivi per essere sospetti a loro stessi. Insomma, le nostre riserve e perplessità di fronte all'assoluzione papale risiedono nel fatto che vogliono fondarla sulla persona del prete e, in più, sulla sua conoscenza, tant'è vero che giudica soltanto delle cose che gli sono riferite, di cui è bene informato. Se si chiede a questi bravi dottori se un peccatore è riconciliato con Dio quando è assolto da una parte dei suoi peccati, non vedo che altro potrebbero rispondere, se non riconoscere che, mentre i peccati dimenticati o omessi da colui che si confessa rimangono da perdonare? tutto quel che il prete dice quanto all'assoluzione dei peccati da lui uditi, è inutile. Quanto a colui che si confessa, sappiamo in quale distretta e angoscia la sua coscienza rimane legata quando, fondandosi sul discernimento del prete, non dispone di alcuna certezza proveniente dalla Parola di Dio.
Il nostro insegnamento non è per nulla soggetto a tali assurdità. L'assoluzione è condizionata: il peccatore deve esser certo che Dio gli è propizio, a condizione che egli cerchi senza fingere l'espiazione dei suoi peccati nel sacrificio di Gesù Cristo, e che si appoggi sulla grazia che gli è offerta. Così facendo, il pastore che rende pubblico, secondo il compito che gli è proprio, quel che gli è stato dettato dalla Parola di Dio, non può sbagliare; dal canto suo, il peccatore riceve un'assoluzione esplicita e certa, in quanto gli è semplicemente proposto di accogliere la grazia di Gesù Cristo secondo la regola generale di questo buon Maestro, malvagiamente violata dal papato: che a ciascuno sia fatto secondo la sua fede (Mt. 9.29). 23. Ho promesso di esporre altrove quanto grossolanamente, a proposito del potere delle chiavi, essi confondano quello che nella Scrittura è distinto: sarà più opportuno parlarne quando tratterò della Chiesa. Ma siano i lettori avvertiti che quel che è detto, parte sulla predicazione dell'Evangelo, parte sulla scomunica, e impropriamente e scioccamente applicato alla confessione segreta. Così quando affermano che agli Apostoli è stata data l'autorità di sciogliere, affinché i preti perdonino i peccati di cui saranno informati, enunciano un principio falso ed inconsistente. Poiché l'assoluzione che concerne la fede, altro non è se non una dichiarazione tratta dalle promesse gratuite dell'Evangelo, per annunciare ai peccatori che Dio ha fatto loro grazia. Invece l'assoluzione che rientra nell'ambito della disciplina della Chiesa, non concerne i peccati segreti, ma serve di esempio affinché lo scandalo pubblico sia eliminato. Il loro affannarsi a raccogliere di qua e di là testi scritturali per dimostrare che non basta confessare i propri peccati a Dio, o ai laici, è fatica così malspesa che dovrebbero provarne gran vergogna. Se, talvolta, gli antichi dottori esortano i peccatori a confessare le loro colpe ai loro pastori per esserne sollevati, con questo non li costringono affatto a farne una enumerazione: questo non era l'uso di allora. Il Maestro delle Sentenze e i suoi simili sono invece così perversi, che sembrano aver deliberatamente attinto a libri di attribuzione incerta per trarne argomenti per ingannare i semplici. È giusto, da parte loro, riconoscere che, l'assoluzione essendo sempre connessa al pentimento, a rigor di termini il legame della condanna è sciolto quando il peccatore è compunto nel vivo, anche se non si è ancora confessato; da quel momento il prete, più che rimettere i peccati, si limita ad affermare e dichiarare che sono rimessi. Ma Cl. termine "dichiarare ", reintroducono un errore: sostituiscono cioè alla dottrina il rito di fare una croce sulla schiena. L'aggiungere, come sono soliti fare, che chi aveva già ottenuto il perdono davanti a Dio è ora assolto dalla Chiesa, è assurdo, in quanto estendono ad ognuno in particolare quel che è stato stabilito soltanto per la disciplina comune della Chiesa, al fine di porre rimedio agli scandali noti. Infine pervertono e corrompono tutta la moderazione di cui si erano valsi, aggiungendo subito dopo un altro modo di rimettere i peccati: imponendo cioè una pena e un'espiazione. Autorizzano così i loro preti a dividere in due quello che Dio promette per intero. Visto che egli richiede semplicemente il ravvedimento e la fede, è sacrilego dire che bisogna aggiungere ancora qualcosa. È come se i preti si facessero controllori di Dio e si opponessero alla sua Parola, non tollerando che egli accolga per sua pura generosità i poveri peccatori, a meno che non siano prima comparsi davanti al banco degli accusatori per esservi puniti. 24. In sostanza, se vogliamo fare Dio autore di questa confessione falsamente inventata, la loro menzogna sarà presto scoperta, così come ho dimostrato falsa l'esegesi di alcuni passi da loro citati. Poiché è chiaro che si tratta di una legge creata dagli uomini, affermo che essa è tirannica e che considerandola valida si è recata grave offesa a Dio il quale, vincolando le coscienze alla sua Parola, le ha volute libere dal giogo e dal dominio degli uomini. Per di più quando, per ottenere il perdono, si rende obbligatoria una cosa lasciata libera da Dio, dico che si tratta di un sacrilegio intollerabile, poiché nulla si addice meglio a Dio del perdonare i peccati; questo è il fondamento della nostra salvezza. Ho anche detto che una tal tirannia è stata imposta al tempo in cui il mondo soggiaceva ad un'incredibile barbarie. Ho inoltre dimostrato che questa legge è mortale come la peste: se le povere anime sono infatti mosse dal timor di Dio, essa le precipita nella disperazione; ma se sono assopite le inebetisce maggiormente, ingannandole con vane lusinghe. Infine ho messo in evidenza il fatto che, per quanto cerchino di addolcire, il loro discorso tende a confondere, oscurare e corrompere la pura dottrina, e a mascherare o travestire le loro empietà con apparenze illusorie. 25. Danno all'espiazione il terzo posto nella penitenza; ma tutto quel che cianciano intorno ad essa può essere annullato con una sola parola. Non è sufficiente secondo loro che il penitente si astenga dai mali passati ed emendi la propria vita, occorre che espii davanti a Dio il male commesso. Stabiliscono dunque molti mezzi per riscattare i peccati: lacrime, digiuni, oblazioni, elemosine ed altre opere di carità, per mezzo delle quali dicono che dobbiamo placare Dio, pagare quel che è dovuto alla sua giustizia, rimediare ai nostri errori e acquistare il perdono. Sebbene, infatti, il nostro Signore, per la generosità della sua misericordia, ci abbia perdonato la colpa, tuttavia, per il rigore della sua giustizia, egli lascia sussistere la pena, che bisogna riscattare per mezzo dell'espiazione. In conclusione, otteniamo sì il perdono dei nostri peccati in virtù della clemenza di Dio, ma per merito delle nostre opere, le quali compensano gli sbagli commessi, in modo che la giustizia di Dio sia soddisfatta. A simili menzogne oppongo la remissione gratuita dei peccati, chiaramente enunciata nella Scrittura (Is. 52.3; Ro 5.8; Cl. 2.14; Tt 3.5). Anzitutto che cos'è la remissione, se non un dono di pura generosità? Un creditore non rimette un debito quando esibisce una ricevuta che ne certifica il pagamento; lo rimette quando, non ricevendo nulla, cancella il debito con generosità e franchezza. E perché la Scrittura aggiungerebbe "gratuitamente ", se non per togliere ogni desiderio di espiazione? Con quale faccia tosta osano dunque rimettere in piedi le loro espiazioni così esplicita mente annullate? Quando il Signore grida, per bocca di Isaia: "Sono io, sono io che cancello le tue iniquità per amor di me stesso, e scorderò i tuoi peccati " (Is. 43.25) , non afferma forse con chiarezza che la causa e il fondamento di una tal remissione proviene dalla sua sola bontà?
Inoltre, quando la Scrittura intera attesta che bisogna ricevere la remissione dei peccati nel nome di Cristo (At. 10.43) , non esclude forse ogni altro nome? Come insegnano dunque a riceverla nel nome delle loro espiazioni? Non credano di cavarsela dicendo che queste rappresentano i mezzi per ricevere la remissione, la quale tuttavia non avviene nel loro nome ma nel nome di Cristo. Quando la Scrittura dice nel nome di Cristo, intende dire che il nostro contributo e le nostre pretese sono nulle, e che siamo purificati per amore del solo Cristo. Così san Paolo, affermando che Dio riconciliava a se il mondo, nel suo Figlio e per amore di lui, non imputando i peccati agli uomini, aggiunge subito in che modo, dicendo che colui il quale non ha conosciuto il peccato è stato fatto peccato per noi (2 Co. 5.19). 26. A questo punto replicano, con l'abituale perversità, che la riconciliazione e la remissione sono date una volta al momento in cui siamo ricevuti da Cristo nella grazia del battesimo; ma che se dopo il battesimo ricadiamo, ci dobbiamo rialzare riparando le nostre colpe: in ciò il sangue di Cristo non ci giova affatto, se non nella misura in cui ci è amministrato dalle chiavi della Chiesa. Non mi riferisco qui ad un insegnamento incerto, dato che dichiarano apertamente la loro empietà su questo punto: la loro empietà è esplicitamente affermata e non solo da alcuni di loro, ma da tutte le loro scuole. Il loro maestro, dopo aver ammesso, secondo quanto dice san Pietro, che Cristo ha pagato sulla croce il debito dei nostri peccati (1 Pi. 2.24) , corregge subito questa affermazione mediante un'eccezione, che cioè nel battesimo tutte le pene temporali dei peccati ci sono condonate, ma dopo il battesimo esse sono diminuite per mezzo della penitenza; così facendo, la croce di Cristo e la nostra penitenza cooperano insieme. Le parole di san Giovanni sono ben diverse: "Se qualcuno "dice "ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo; egli è la propiziazione per i nostri peccati (1 Gv. 2.2.12). Certo, egli si rivolge ai credenti e quando propone loro Gesù Cristo come propiziazione dei peccati, fa vedere che non vi è altra espiazione capace di placare l'offesa a Dio. Non dice: Dio vi è stato una volta riconciliato per mezzo di Cristo, ora cercate altri mezzi per riconciliarvi; ma lo considera perenne avvocato, che per la sua intercessione ci riconduce sempre nella grazia del Padre, e perenne propiziazione, dalla quale i peccati sono continuamente purificati. L'affermazione di Giovanni Battista permane valida: Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati dal mondo " (Gv. 1.30. È lui, dico, che li toglie, non un altro; essendo l'agnello di Dio, egli è anche la sola oblazione, purificazione e espiazione per i peccati. Come il diritto e l'autorità di perdonare i peccati sono giustamente attribuiti al Padre, così Gesù Cristo è menzionato al secondo posto quale mezzo, in quanto ha portato su di se la pena che ci spettava, per cancellare davanti a Dio il ricordo delle nostre offese. Ne consegue che non possiamo essere partecipi dell'espiazione da lui compiuta se non riconoscendogli, per intero, l'onore che invece gli sottraggono coloro che tentano di placare Dio con i loro meriti. 27. Dobbiamo, a questo punto, considerare due cose. Anzitutto, l'onore che spetta a Cristo, gli deve essere conservato per intero. In secondo luogo, le coscienze, certe del perdono dei loro peccati, devono aver pace con Dio. Isaia afferma che il Padre ha caricato sul Figlio suo le iniquità di noi tutti, affinché fossimo guariti dalla sua piaga (Is. 53.4.6). San Pietro lo ripete in altri termini, dicendo che Cristo ha portato nel suo corpo, sulla croce, tutti i nostri peccati (1 Pi. 2.24). San Paolo insegna che il peccato è stato condannato nella sua carne, quando Cristo è stato fatto peccato per noi (Ro 8.3; Ga .3.13); cioè tutta la forza e la maledizione del peccato è stata uccIs. nella sua carne, quando è stato dato per noi in sacrificio; su di lui fu gettato tutto il fardello dei peccati, con la maledizione, l'esecrazione, il giudizio di Dio e la condanna di morte che gli sono connessi. Qui non c'è traccia di quelle favole e menzogne secondo cui, dopo la purificazione iniziale del battesimo, nessuno di noi è partecipe dell'efficacia della morte di Cristo se non in quanto espia, con la penitenza, i suoi peccati. La Scrittura invece ci riconduce, ogniqualvolta abbiamo peccato, all'unica espiazione compiuta da Cristo. Consideriamo dunque maledetta la loro dottrina, secondo cui la grazia di Dio opera soltanto nella remissione iniziale; se in seguito ci accade di peccare, le nostre opere devono cooperare per ottenere il perdono. Se questo fosse vero, come potrebbero riferirsi a Cristo le testimonianze che abbiamo citate? C'è un'enorme differenza fra il dire che le nostre iniquità sono state attribuite a Cristo, perché siano cancellate in lui, e il dire che sono purificate dalle nostre opere; che Cristo è la propiziazione per i nostri peccati, e che dobbiamo placare Dio con le nostre opere. Se si tratta di dar riposo alla coscienza, costituisce forse per essa motivo di tranquillità l'udire che bisogna riscattare i peccati mediante l'espiazione? Quando potrà essere certa di aver riparato nel modo dovuto? Dubiterà sempre del favore divino e sarà perennemente tormentata e assalita dalla paura. Coloro infatti che si accontentano di facili riparazioni disprezzano gravemente la giustizia di Dio e non considerano abbastanza quanto sia grave la colpa del peccato, come diremo altrove. Se anche concedessimo loro che alcuni peccati possono essere riscattati da un giusto atto riparatore, che cosa farebbero tuttavia di fronte al carico che li opprime, se cento vite interamente dedicate a ciò non potrebbero bastare a compensare questi peccati? Vi è ancora un altro punto: tutti i passi che sottolineano il carattere gratuito del perdono di Dio non si rivolgono a gente non ancora battezzata, ma ai figli di Dio, rigenerati e a lungo nutriti in seno alla Chiesa. L'appello a cui san Paolo conferisce tanta importanza, dicendo: "Vi prego, nel nome di Dio, riconciliatevi con Dio " (2 Co. 5.20) , non è per gli estranei ma per coloro che già da lungo tempo avevano avuto familiarità con la Chiesa. Annullando ogni atto riparatore e ordinando loro di astenersene, con questo appello li rimanda alla croce di Cristo. Parimenti quel che san Paolo scrive ai fratelli di Colosse, che Gesù Cristo ha riconciliato Cl. suo sangue quel che era in cielo e sulla terra (Cl. 1.20) , non si limita all'istante in cui siamo accolti nella Chiesa, ma si estende a tutto il corso della fede. L'affermazione è meglio illuminata dal contesto, laddove è detto che i credenti ottengono redenzione, cioè remissione dei loro peccati, per mezzo del sangue di Cristo. Ma è superfluo raccogliere testimonianze reperibili ovunque. 28. Per giustificarsi ricorrono ad una distinzione priva di senso: fra i peccati, alcuni sarebbero mortali, altri veniali; per i primi è richiesto un importante atto riparatore, mentre i secondi possono essere espiati con facili rimedi quali l'orazione domenicale, l'acqua santa e l'assoluzione della messa. In questo modo si prendono gioco e si beffano di Dio. Ma sebbene abbiano del continuo sulle labbra i nomi di peccato mortale e veniale, tuttavia non hanno ancora saputo distinguere l'uno dall'altro, se non facendo dell'empietà e della impurità del cuore umano (che è, davanti a Dio, il peccato più orribile) un peccato veniale.
Per parte nostra affermiamo invece, secondo quanto ci insegna la Scrittura (che è la regola del bene e del male) , che il salario del peccato è la morte e che l'anima che avrà peccato è degna di morte. Per il resto, insegniamo che i peccati dei credenti sono da considerarsi veniali; non nel senso che non meritino la morte, ma per il fatto che in virtù della misericordia di Dio non vi è alcuna condanna su coloro che sono in Gesù Cristo, in quanto i loro peccati non sono loro imputati, ma cancellati per grazia. So quanto calunnino una tal dottrina, dicendo che si tratta del "paradosso degli Stoici ", i quali mettevano sullo stesso piano tutti i peccati. Saranno però facilmente convinti in base alle loro stesse tesi. Chiedo se fra i peccati che considerano mortali non ne riconoscono uno più grande dell'altro. Ne deriva dunque che i peccati non sono equivalenti, pur essendo ugualmente mortali. Se la Scrittura stabilisce che la morte è il salario del peccato, essi non possono sfuggire a questa affermazione, poiché l'obbedienza alla Legge è la via della vita mentre la trasgressione è morte. Quale scappatoia troveranno dunque per espiare una simile moltitudine di peccati? Se non è possibile in un giorno espiare un peccato, nel momento in cui cercheranno di farlo ne commetteranno parecchi altri, visto che non passa giorno senza che il giusto pecchi parecchie volte. E quando vorranno espiare parecchi peccati, ne commetteranno un numero ancora maggiore, fino a giungere ad un abisso senza fondo. E con questo mi riferisco agli uomini più giusti. Ecco svanire così la fiducia di poter compensare i peccati commessi. Che altro pensano o aspettano? Come osano ancora parlare di riparazione? 29. Fanno di tutto per cavarsi d'impiccio, ma non riescono. Distinguono fra pena e colpa riconoscendo che quest'ultima è rimessa dalla misericordia di Dio, rimane però la pena, che la giustizia di Dio richiede sia pagata; gli atti riparatori concernono perciò la remissione della pena. Come è possibile essere così superficiali? Ora la remissione della colpa diventa gratuita, mentre in altra sede raccomandano di meritarla con preghiere, lacrime ed altre preparazioni. Tutto l'insegnamento della Scrittura si oppone esplicitamente a questa distinzione e quantunque pensi che tutto questo è stato molto ben dimostrato in precedenza, citerò ancora qualche testimonianza in grado, come spero, di uccidere del tutto questi serpenti, sì che non possano più muovere nemmeno la punta della coda. Geremia dice: "Questo è il nuovo patto che Dio ha stipulato con noi nel suo Cristo: egli non si ricorderà più delle nostre iniquità " (Gr. 31.31.34). L'altro profeta ci insegna quel che intende il Signore quando dice: "Se il giusto abbandona la via della sua giustizia, dimenticherò tutti i suoi atti giusti. Se il peccatore si allontana dalla sua iniquità, dimenticherò tutte le sue colpe " (Ez. 18.24.27). Dicendo che non si ricorderà più degli atti giusti, vuol dire che non avrà alcun riguardo per le buone opere, per remunerarle. Al contrario, il non ricordarsi dei peccati significa non punirli. Questo è detto anche in altri passi: "Gettarli dietro la schiena (Is. 38.17) , cancellarli come una nuvola (Is. 44.22) , gettarli nel profondo del mare (Mic 7.19) , non imputarli e tenerli nascosti " (Sl. 32.1). Con questi modi di dire, lo Spirito Santo ci rivela abbastanza chiaramente quel che intende, se siamo docili nell'ascoltarlo. Certo, se Dio punisce i peccati li imputa; se ne fa vendetta, se li ricorda; se li chiama in giudizio, non li tiene nascosti; se li esamina, non li mette dietro la schiena; se li guarda, non li ha cancellati come una nube; se li mette avanti, non li ha gettati in fondo al mare.
Sant'Agostino l'interpreta chiaramente in questo modo: "Se Dio ha nascosto i peccati ", dice "non ha voluto guardarli; se non li ha voluti guardare, non ha voluto farci caso; se non ha voluto farci caso, non li ha voluti punire; non li ha voluti riconoscere ed ha preferito perdonarteli. Perché dunque è detto che i peccati sono nascosti? Affinché non appaiano. E che significa che Dio non vede i peccati, se non che non li punisce? ". Ascoltiamo ora, da un altro passo del Profeta, in che modo e a quale condizione il Signore perdona i peccati: "Se i vostri peccati, "dice "fossero come porpora, saranno resi bianchi come neve; se sono rossi come la cocciniglia, diventeranno bianchi come lana " (Is. 1.18). In Geremia è detto: "In quel giorno si cercherà l'iniquità di Giacobbe, ma non sarà trovata. Essa infatti verrà annullata, in quanto farò grazia al residuo santo, da me protetto " (Gr. 50.20). Per intendere il senso di queste parole si considerino, al contrario, altre affermazioni con cui il Signore dice che lega le iniquità in un sacco (Gb. 14.17) , che le piega in un fascio (Ho 13.12) , che le incide con una punta di ferro su una durissima pietra (Gr. 17.1). Certo, se bisogna dire che il Signore punirà (e su questo non c'è dubbio) , non bisogna d'altra parte mettere in dubbio che le prime affermazioni promettono che Dio non punirà le colpe che avrà perdonato. Devo a questo punto invitare i lettori non a prestare ascolto alle mie glosse, ma a far posto alla Parola di Dio. 30. Che cosa ci avrebbe recato Cristo, se per i nostri peccati fosse sempre richiesta la pena? Quando diciamo che ha portato nel suo corpo, sul legno della croce, tutti i nostri peccati, non intendiamo dire altro se non che egli ha preso su di se tutta la pena e la vendetta dovuta ai nostri peccati. Isaia lo esprime nel modo più esplicito, affermando che la punizione o la correzione che ci dà pace hanno pesato su di lui (Is. 53.5). E che cos'è la correzione che ci dà pace, se non la punizione dovuta ai nostri peccati, e che dovevamo assolvere prima di poter essere riconciliati con Dio, se Cristo non l'avesse assolta al posto nostro? Vediamo qui con evidenza che Cristo ha sofferto le pene dei peccati per liberarne i suoi. Quando san Paolo cita la redenzione compiuta da Cristo, la chiama comunemente in greco apolutrosis (Ro 3.24;1 Co. 1.30; Ef. 1.7; Cl. 1.14) , termine che non soltanto significa redenzione, come intende l'uomo comune, ma il prezzo e l'espiazione che in francese chiamiamo rançon. Per questo motivo, afferma che Cristo si è fatto prezzo di riscatto per noi (1 Ti. 2.6) , che cioè si è costituito garante al nostro posto onde liberarci pienamente da tutti i debiti dei nostri peccati. "Che cos'è la propiziazione verso Dio "dice sant'Agostino "se non sacrificio? E qual è il sacrificio, se non quello che è stato offerto nella morte di Cristo? ". Un valido argomento è rappresentato soprattutto dalle norme della legge mosaica sulle modalità dell'espiazione, cioè della riparazione dei peccati. Il Signore, infatti, non ne indica molte forme, ma stabilisce come sola ricompensa i sacrifici, pur enumerando, con diligente ordine, tutti i sacrifici che si dovevano fare, a seconda della diversità dei peccati. Che cosa significa dunque che non sono ordinati al peccatore, per ottenere il perdono, atti riparatori costituiti da buone opere e meriti, ma che gli è richiesto, per ogni espiazione, di compiere un sacrificio? Che significa se non che, così facendo, vuole attestare che c'è un solo tipo di espiazione da cui la sua giustizia sia placata? Poiché i sacrifici che gli Israeliti immolavano allora, non erano considerati opera d'uomo ma derivavano il loro valore dalla verità che annunciavano profeticamente, cioè dall'unico sacrificio di Cristo. Riguardo alla riparazione che Dio riceve da noi, il profeta Osea l'ha riassunta molto bene in una parola, dicendo: "Signore, tu abolirai tutte le nostre iniquità ": questa è la remissione dei peccati. "E ti renderemo dei sacrifici con le nostre labbra " (Ho 14.3). Questa è l'espiazione, che non è altro se non rendimento di grazie. So bene che c'è un altro sofisma per sfuggire: si distingue fra punizione eterna e punizioni temporanee. Il pretendere che, ad eccezione della morte eterna, ogni male ed avversità che soffriamo nei nostri corpi come nelle nostre anime, è una punizione temporale, non è grande scappatoia. Infatti i passi citati dimostrano, in particolare, che Dio ci accoglie nella sua grazia a questa condizione, che rimettendoci la colpa, ci libera anche dall'intera punizione che meritavamo. Ogniqualvolta Davide ed i profeti chiedono a Dio perdono dei loro peccati, chiedono pure che sia perdonata loro la pena; anche la paura del giudizio di Dio li spinge a ciò. D'altra parte, quando i passi della Scrittura promettono che Dio userà misericordia, si soffermano apertamente e quasi in modo deliberato sull'affermazione che egli condonerà la punizione. Quando Dio promette per bocca di Ezechiele di ritirare il suo popolo dalla prigionia di Babilonia, per amor di se stesso e non a motivo del popolo (Ez. 36.21.32) , mette in evidenza il fatto che questo è gratuito. Infine, se Cristo ci libera dal giudizio di Dio suo Padre, onde non siamo più considerati colpevoli, ne deriva che contemporaneamente vengono meno le pene a cui eravamo soggetti. 31. Per parte loro si prevalgono di affermazioni della Scrittura, vediamo dunque quali sono i loro argomenti. Davide, dicono, rimproverato dal profeta Nathan per il suo adulterio e per il suo omicidio, riceve il perdono del suo peccato, ma è in seguito punito con la morte di quel figlio, nato dal suo adulterio (2 Re 12.13). Ci è pure insegnato, dicono, a riscattare con atti riparatori le pene e le punizioni che dovremmo sopportare dopo la remissione dei nostri peccati. Infatti Daniele esortava Nabucodonosor a riscattare i suoi peccati facendo elemosine (Da 4.24); Salomone scrive che le iniquità sono condonate all'uomo, a causa della sua giustizia e della sua pietà; e che la moltitudine dei peccati è coperta dalla carità (Pr 16.6; 10.12) : affermazione confermata pure da san Pietro (1 Pi. 4.8). In san Luca, il nostro Signore dice, della donna peccatrice, che parecchi peccati le erano stati perdonati perché ella aveva molto amato (Lu 7.47). Con che mente contorta sono soliti considerare le opere di Dio! Se, al contrario, avessero tenuto presente quel che non si deve sottovalutare, che cioè ci sono due tipi di giudizio divino, avrebbero visto, in quella correzione di Davide, ben altro che vendetta o punizione del peccato. Ci è molto utile capire a quale scopo tendono i castighi che Dio ci manda per correggere i nostri peccati e quanto differiscono dalle punizioni che manda sui reprobi; non sarà dunque superfluo, penso, soffermarci brevemente su questo punto. Definiamo genericamente ogni punizione Cl. termine "giudizio ", distinguendo però due casi: il giudizio di vendetta e il giudizio di correzione. Cl. giudizio di vendetta, il Signore punisce i suoi nemici in modo tale da manifestare la sua collera contro di loro per perderli, distruggerli e annientarli. C'è dunque vendetta di Dio quando la punizione che manda è congiunta alla sua collera. Cl. giudizio di correzione invece non punisce perché adirato e non castiga per perdere o confondere: perciò non si può propriamente parlare di "vendetta ", ma di "ammonimento "o "rimostranza ". Un atteggiamento è caratteristico di un giudice, l'altro di un padre. Infatti il giudice, Cl. punire un malfattore, ne punisce la colpa ed il misfatto; un padre, Cl. correggere suo figlio, non tende al fine di trarre vendetta da quell'errore, ma piuttosto cerca di ammaestrarlo e di renderlo più attento in avvenire. Crisostomo si vale di quel paragone in un senso un po' diverso, ma giunge alla medesima conclusione: "Il figlio è battuto "dice "come il servo; ma questa azione punisce il servo perché ha sbagliato e questi riceve quel che ha meritato; il figlio invece è castigato con una disciplina amichevole. Il castigo è somministrato al figlio per correggerlo e ricondurlo sulla giusta via; il servo riceve quel che ha meritato perché il padrone è indignato contro di lui ". 32. Ma per capire più facilmente il tutto, dobbiamo fare due distinzioni. La prima è che dovunque la punizione tende alla vendetta, là si rivelano la collera e la maledizione di Dio, che egli non rivolge mai sui suoi credenti. Al contrario, la correzione è una benedizione di Dio ed una testimonianza del suo amore, come dice la Scrittura (Gb. 5.17; Pr 3.2; Eb. 12.5). Questa differenza è spesso sottolineata. Poiché tutte le afflizioni che gli iniqui sopportano in questo mondo sono, per loro, simili ad una porta d'ingresso all'inferno, attraverso la quale scorgono in lontananza la loro condanna eterna; lungi dall'essere mezzo per emendarsi o trarne qualche frutto, è il modo con cui il nostro Signore li prepara a ricevere l'orribile pena che alla fine li aspetta. Al contrario, il Signore castiga i suoi servi, ma non per condannarli a morte. Colpiti dalle sue verghe, riconoscono che questo è per loro un utile insegnamento (Sl. 118.18; 119.71). Perciò, mentre i credenti hanno sempre ricevuto con pazienza e con animo sereno un castigo di questo tipo, hanno sempre avuto in orrore punizioni che rivelassero loro la collera di Dio. "Castigami, Signore "dice Geremia "ma per emendarmi e non nella tua ira, perché temo di essere sopraffatto, ecc. Spandi il tuo furore sui popoli che non ti conoscono, e sui regni che non invocano il tuo nome " (Gr. 10.24). E Davide: "Signore, non accusarmi nel tuo furore e non riprendermi nella tua ira! " (Sl. 6.2; 38.2). Non contraddicono questo le frequenti affermazioni del Signore quando afferma di adirarsi contro i suoi servitori nel punire e castigare le loro colpe, come in Isaia: "Ti loderò, Signore, perché sei stato adirato contro di me; ma la tua ira ha preso fine e mi hai consolato " (Is. 12.1). E in Abacuc: "Dopo esser stato sdegnato, ti ricorderai di essere misericordioso " (Abacuc 3.2). Quando Michea dice: "Sopporterò l'ira di Dio, poiché lo ho offeso " (Mic 7.9) , in tal modo non solo ricorda che coloro i quali sono puniti, a ragion veduta, non si avvantaggiano Cl. mormorare, ma anche che i credenti hanno motivo di addolcire la loro tristezza meditando sull'intenzione di Dio. : È anche detto che egli profana la sua eredità ma, come sappiamo, non la profanerà mai. Questo dunque non si riferisce alla volontà di Dio o al proponimento che dimostra Cl. castigare i suoi, ma al dolore profondo da cui sono colpiti tutti coloro verso i quali egli manifesta rigore o severità.
Accade che, talvolta, non solo egli sproni i suoi servitori ma li colpisca talmente sul vivo, da dar loro l'impressione di non essere lontani dall'inferno. Così facendo, li avverte che hanno meritato la sua ira: questo giova a far sì che provino dolore per i loro mali, siano mossi da un più vivo desiderio di riconciliarsi con lui e siano meglio incitati a chiedere immediatamente perdono. Ma in questo modo attesta loro più la sua clemenza che il suo rigore. Il patto che egli ha una volta stabilito con Gesù Cristo e con i suoi membri rimane, poiché ha promesso che non potrà mai essere infranto. "Se i figli di Davide "dice "trascurano la mia Legge e non camminano secondo la mia giustizia, se trasgrediscono i miei comandamenti e non osservano le cose che ho loro ordinate, punirò le loro iniquità con la verga ed i loro peccati con la disciplina; ma non ritirerò da loro la mia misericordia " (Sl. 89.31). Per confermarci questo fatto, afferma che le verghe con cui ci percuoterà sono verghe d'uomo (2 Re 7.14). Con questa parola, facendo capire che ci tratterà con dolcezza e benignità, dimostra che coloro che vuol colpire con la sua mano non possono che essere interamente confusi e disorientati. La dolcezza che ha verso il suo popolo è parimenti indicata dal Profeta: "Ti ho "dice "purificato con il fuoco; ma non come si fa con l'argento, poiché saresti stato del tutto consumato" (Is. 48.10); per quanto, cioè, le tribolazioni che manda al suo popolo abbiano lo scopo di purificarlo dai suoi peccati, egli tuttavia le modera, onde non incidano su lui oltre misura. Questa moderazione è particolarmente necessaria: nella misura in cui uno infatti teme Dio, lo riverisce e cerca di ubbidirgli con santità, è indifeso e debole dovendone sostenere l'ira. Per quanto, infatti, i reprobi si lamentino o digrignino i denti sotto i suoi colpi, non sapendone considerare la causa ma volgendo la schiena sia ai loro peccati sia ai giudizi di Dio, non fanno che indurirsi; o perché si ribellano rivoltano e recalcitrano, o perché tengono fieramente testa al loro giudice; una tale violenza e furia li rende ancora più insensibili, come gente insensata. Ma i credenti, non appena sono ammoniti dalla verga di Dio, cominciano a considerare i loro peccati e, spaventati da timore e paura, cercano rifugio nel supplicare Dio per ottenerne il perdono. Se Dio non temperasse le angosce da cui queste povere anime sono tormentate, esse soccomberebbero cento volte, quand'anche non desse che un piccolo segno della sua ira. 33. L'altra differenza consiste in questo: quando i malvagi sono battuti in questo mondo dai flagelli di Dio, cominciano già a sperimentare il rigore del suo giudizio. Il non aver tratto giovamento da questi avvertimenti della collera di Dio non sarà loro perdonato, tuttavia non vengono ora puniti perché si correggano, ma unicamente perché si rendano conto del fatto che hanno un giudice che non li lascerà sfuggire senza ripagarli in base ai loro meriti. Al contrario, i credenti sono colpiti non per soddisfare l'ira di Dio o pagare quel che è dovuto al suo giudizio, ma perché si pentano e tornino sulla retta via. Perciò vediamo che simili punizioni si riferiscono piuttosto al futuro che al passato. Preferisco esprimere questo con le parole di Crisostomo che con le mie: "Il Signore "dice "ci punisce dei nostri errori, non per trarre qualche ricompensa per i nostri peccati, ma ammonendoci per l'avvenire ".
Anche sant'Agostino afferma: "Quello che soffri e di cui gemi, è per te una medicina e non una pena, un castigo e non una condanna; non allontanare da te la verga, se non vuoi essere privato dell'eredità ". E: "Tutta la miseria del genere umano, sotto la quale il mondo geme, sappiate, fratelli, che è un dolore causato dalla medicina e non una punizione ". Ho voluto riferirmi a questi passi, onde quello che dico non paia nuovo. A questo mirano i lamenti indignati con cui spesso Dio denuncia l'ingratitudine dei Giudei, perché avevano disprezzato con superbia i castighi ricevuti dalla sua mano. Come in Isaia: "Vi colpirò io ancora? Dalla pianta dei piedi fino alla sommità del capo non vi è nulla di sano " (Is. 1.5). Ma poiché nei Profeti queste affermazioni sono frequenti, è sufficiente accennare che Dio punisce la sua Chiesa con la sola intenzione di educarla e tenerla a freno, affinché essa si corregga. In base a questa differenza, privando Saul del suo regno intendeva punirlo con la vendetta (1 Re 15.23) , ma togliendo a Davide suo figlio (2 Re 12.18) , lo correggeva per migliorarlo. Bisogna intendere in questo senso l'affermazione di san Paolo, che quando il Signore ci affligge, vuole correggerci per non doverci condannare con questo mondo (1 Co. 11.32). Le afflizioni che ci manda non sono perciò punizioni per rattristarci, ma castighi per educarci. Sant'Agostino concorda con noi, quando dice che dobbiamo considerare in modo diverso i castighi con cui nostro Signore visita gli eletti e i reprobi. "Per i primi' infatti, si tratta di esercizi che seguono l'aver ottenuto grazia; per i secondi, sono condanne senza grazia ". In seguito riferisce gli esempi di Davide e degli altri, affermando che il nostro Signore, nel punirli, non ha avuto altro scopo che esercitarli nell'umiltà. Da quel che dice Isaia, che cioè l'iniquità è stata perdonata al popolo giudaico in quanto esso aveva ricevuto piena correzione dalla mano del Signore (Is. 40.2) , non dobbiamo dedurre che la remissione dei nostri peccati dipenda dai castighi che riceviamo. È: come se Dio avesse detto: vi ho sufficientemente puniti e afflitti, tant'è vero che il vostro cuore è oppresso da tristezza e angoscia; è dunque tempo che, ricevendo l'annuncio della misericordia, ai vostri cuori sia ridata allegrezza e che mi consideriate come padre. Dio infatti si dichiara padre laddove, essendo stato costretto a mostrarsi aspro verso un suo figlio, si dispiace della sua severità, per quanto giusta sia. 34. È necessario che i credenti, nell'amarezza della loro afflizione ricordino questa affermazione: "Ecco il tempo in cui inizia il giudizio, nella casa del Signore, dove il suo nome è stato invocato " (1 Pi. 417; Gr. 25.29). Che farebbero i figli di Dio se pensassero che la tribolazione che sopportano è una vendetta di Dio su loro? Se colui che, colpito dalla mano di Dio, lo considera nei suoi confronti come un giudice che punisce, non può che immaginarlo adirato e ostile, e non può che detestare la verga di Dio, simile ad una maledizione e ad una condanna. Insomma, se uno pensa che Dio nutre nei suoi riguardi l'intenzione di volerlo ancora punire, non si potrà mai persuadere di essere amato da lui. Ma non possiamo trarre giovamento dalla sua disciplina a meno che, pensando che è indignato per i nostri peccati, non lo riteniamo propizio verso di noi e pronto ad amarci. Altrimenti dovrebbe esserci accaduto quel che il Profeta dice che è accaduto a lui: "Signore, il tuo furore è passato su di me; la tua ira mi ha abbattuto " (Sl. 88.17). Così è detto anche nel salmo di Mosè: "Signore, siamo venuti meno per la tua ira e siamo stati confusi dalla tua indignazione. Tu hai posto le nostre iniquità dinanzi ai tuoi occhi e le nostre colpe nascoste nella luce del tuo volto. Così tutti i nostri giorni sono venuti meno nella tua ira; i nostri cuori sono stati consumati e perduti come una parola, quando è uscita di bocca " (Sl. 90.7). Davide al contrario, parlando dei castighi paterni, per dimostrare che essi giovano ai credenti più che rattristarli, dice: "Beato l'uomo che avrai corretto, Signore, e che avrai istruito nella tua legge, affinché tu gli dia riposo nel giorno dell'afflizione, quando la fossa si apre per i peccatori" (Sl. 94.12). È una dura prova quando Dio, risparmiando gli increduli e sorvolando sulle loro colpe, si mostra più duro e severo verso i suoi. Eppure aggiunge, per sollevarli e rincuorarli, l'avvertimento e l'istruzione nella Legge, che cioè vuole la loro salvezza nel ricondurli sulla buona strada; mentre i reprobi cadono e si perdono, precipitando nella fossa di perdizione. Non fa differenza se la pena è eterna o temporanea; infatti sono maledizioni di Dio tanto le guerre, le carestie, le pestilenze e le malattie quanto il giudizio stesso della morte eterna, quando il nostro Signore li manda allo scopo di valersene come strumenti della sua ira e vendetta sugli iniqui. 35. Ognuno vede, penso, a qual fine tenda la correzione di Dio su Davide: per insegnargli quanto gravemente gli dispiacciano l'omicidio e l'adulterio, a motivo dei quali manifesta così grande ira sul suo servitore, pur fedele e amato; per avvertirlo anche di non arrischiarsi più, in futuro, a commettere un tal fatto; non per dargli una punizione con cui possa in qualche modo ricompensare Dio del suo errore. Bisogna considerare allo stesso modo l'altra punizione con cui Dio colpì il popolo giudaico: la terribile pestilenza (2 Re 24.15) causata dalla disobbedienza di Davide, commessa facendo fare il censimento del popolo. Egli perdonò la colpa a Davide, ma poiché sia l'esempio da dare alle età future sia l'umiliazione di Davide richiedevano che un tal fatto non rimanesse impunito, il nostro Signore lo punì aspramente con la sua verga. Allo stesso scopo tende la maledizione universale che il nostro Signore ha pronunciato su tutto il genere umano. Dopo aver ottenuto grazia, portiamo ancora le miserie che furono imposte al nostro padre Adamo per la sua trasgressione: in questo modo il Signore ci ricorda quanto gli dispiace che trasgrediamo la sua legge, onde, umiliati e abbattuti dal riconoscimento della nostra povertà, aspiriamo con maggior ardore alla vera beatitudine. Chi volesse pretendere che tutte le calamità, che sopportiamo in questa vita mortale, sono un ricompensare Dio per le nostre colpe, sarebbe a buon diritto considerato privo di ragione. È quanto, mi pare, ha voluto dire san Crisostomo, quando scrive: "Se il fine per il quale Dio ci castiga è che non persistiamo nel male o che non ci induriamo, non appena ci ha condotti al pentimento la punizione non ha più luogo, ". Perciò tratta gli uni più aspramente e gli altri con maggior dolcezza come si addice alla natura di ognuno. Volendo far vedere che non è eccessivo nel punire, rimprovera i Giudei che, per durezza e ostinazione, non smettono di fare il male, pur essendo battuti (Gr. 5.3). In questo stesso senso lamenta che Efraim sia simile ad un dolce bruciato da una parte e crudo dall'altra (Ho 7.8) , poiché le punizioni di cm aveva sentito i colpi non erano giunte fino al cuore, per trasformarlo e renderlo capace di ottenere perdono. Dio afferma, con queste parole, che sarà placato quando ciascuno sarà tornato a lui; e se è rigido nel castigare le colpe, questo gli è strappato con forza, visto che i peccatori potrebbero prevenirlo correggendosi volontariamente. Tuttavia, dato che nessuno di noi segue la retta via e tutti abbiamo bisogno di essere puniti, questo buon Padre, che persegue il nostro bene, ci visita tutti, senza eccezione, con le sue correzioni. È strano che si soffermino al solo esempio di Davide, senza considerarne tanti altri che ci parlano di remissione gratuita dei peccati. Si legge che il pubblicano è sceso giustificato dal tempio (Lu 18.14) : non subisce alcuna pena. A san Pietro è stato perdonato il suo peccato (Lu 22.61). "Noi leggiamo delle sue lacrime ", dice sant'Ambrogio "ma non ci è parlato di atti riparatori ". Fu detto al paralitico: "Alzati, i tuoi peccati ti sono perdonati " (Mt. 9.2) , e non gli fu imposta alcuna pena. Tutte le assoluzioni di cui parla la Scrittura sono gratuite. Si doveva piuttosto trarre la regola da questa moltitudine di esempi, non da quell'unico che contiene qualcosa di speciale. 36. Daniele, nell'esortazione in cui consigliava a Nabucodonosor di riscattare i suoi peccati con la giustizia, e le sue iniquità con l'aver compassione dei poveri (Da 4.24) , non ha voluto dire che giustizia e misericordia siano un propiziarsi Dio e un redimersi dalle pene. Non c'è mai stato, infatti, altro riscatto che il sangue di Cristo. Parlando di riscatto, lo riferisce agli uomini e non a Dio, come se dicesse: "O re, hai esercitato un dominio ingiusto e violento; hai oppresso i deboli, saccheggiato i poveri, trattato male e con iniquità il tuo popolo. Per le ingiuste rapine, oppressioni e violenze che hai loro fatte, rendi loro ora misericordia e giustizia". Anche Salomone, quando dice che la moltitudine dei peccati è coperta dall'amore (Pr 10.12) , non intende riferirsi a Dio, ma alle relazioni degli uomini fra loro. La citazione intera suona infatti così: "L'odio muove a contesa, ma l'amore copre tutte le iniquità ". E, secondo il suo stile abituale, Salomone, confrontando gli opposti, oppone i mali che nascono dall'odio ai frutti che provengono dall'amore. Il senso è questo: quelli che si odiano fra loro, si aggrediscono, si accusano e si ingiuriano l'un l'altro, volgendo ogni cosa al male e al rimprovero. Quelli che si amano, sopportano, tollerano e si perdonano reciprocamente molte cose; non che uno approvi i peccati dell'altro, ma li sopporta e cerca di porvi rimedio con l'ammonimento, piuttosto che di irritare con le accuse. Senza dubbio, questo passo è stato citato in questo senso da san Pietro (1 Pi. 4.8) , a meno che non vogliamo imputargli di aver corrotto e frainteso la Scrittura. Quando Salomone dice che i peccati ci sono rimessi per misericordia e benevolenza (Pr 16.6) , non intende dire che siano pagati a Dio di modo che, soddisfatto e contento, egli ci condoni le pene che altrimenti ci avrebbe mandato. Usando il linguaggio comune alla Scrittura, intende dire che lo troveranno propizio tutti coloro che, abbandonando la malvagità della loro vita, si convertiranno a lui in santità e buone opere. Come se dicesse che l'ira di Dio cessa ed è placata quando cessiamo di compiere il male. Ma non specifica la causa in virtù della quale Dio ci perdona; si limita a descrivere il modo adeguato e giusto di convertirci. Analogamente i profeti affermano che invano gli ipocriti si recano a Dio con manifestazioni esteriori e cerimonie invece di penitenza, poiché egli si compiace unicamente nell'integrità, nella pietà, nella dirittura e in simili cose. Anche l'autore dell'Epistola agli Ebrei, raccomandando bontà e benevolenza, dice che Dio si compiace in simili sacrifici (Eb. 13.16). In realtà, quando il nostro Signor Gesù, dopo essersi beffato dei Farisei che ponevano ogni attenzione nel ripulire le loro ciotole ordina loro, se desiderano la purezza, di fare elemosine (Mt. 23.25; Lu 11.39) , non li invita a giustificarsi, ma si limita a renderli attenti al tipo di purezza che Dio approva. Ma di questa affermazione si è parlato altrove. 37. Riguardo al passo di san Luca, chi abbia letto con sano intendimento la parabola quivi narrata dal nostro Signore (Lu 7.36) , non ci contraddirà. Il Fariseo pensava in se stesso che nostro Signore non conosceva la donna peccatrice ammettendola così facilmente in sua compagnia. Egli, infatti, riteneva che non l'avrebbe mai fatto se avesse saputo che si trattava di una peccatrice. Da ciò deduceva che Gesù non era profeta, dato che si ingannava così facilmente. Ma il nostro Signore, per dimostrare che costei non era più una peccatrice, da quando egli le aveva perdonato i suoi peccati, racconta questa parabola: "Un usuraio aveva due debitori, dei quali uno gli doveva cinquanta franchi, l'altro cinquecento. Egli cancellò il debito ad entrambi; quale dei due doveva essergli più grato? "Il Fariseo risponde: "Certo colui al quale è stato cancellato il debito maggiore ". Nostro Signore aggiunge: "Perciò considera che molti peccati sono stati perdonati a questa donna, poiché essa ha molto amato ". Con queste parole egli non considera evidentemente l'amore di quella donna come causa della remissione dei suoi peccati, ma semplicemente come prova; queste parole infatti sono ricavate dal paragone col debitore, cui era stato annullato un debito di cinquecento franchi. Non dice che gli è stato annullato perché ha molto amato, ma dice che deve molto amare, perché gli è stato annullato. Bisogna applicare queste parole al paragone, in questo modo: tu consideri questa donna peccatrice; ma dovevi riconoscere in lei una persona diversa, poiché i suoi peccati le sono stati perdonati. E la remissione dei suoi peccati ti doveva essere manifestata dall'amore con cui ella rende grazie per il bene che le è stato fatto. È un argomento cosiddetto a posteriori, con cui dimostriamo qualcosa in base ai segni che ne seguono. Nostro Signore infine attesta con evidenza il mezzo con cui quella peccatrice fu perdonata dei suoi peccati: "La tua fede "dice "ti ha salvata ". Otteniamo dunque remissione per mezzo della fede; per mezzo dell'amore rendiamo grazie e riconosciamo la generosità del Signore. 38. Non mi turbano molto le affermazioni contenute nei libri degli antichi, riguardo all'espiazione. A dire il vero, alcuni di loro, e quasi tutti coloro le cui opere sono giunte a nostra conoscenza, o hanno errato su questo punto ovvero si sono espressi in modo eccessivamente rigido. Ma non mi pare che, per quanto rudi e ignoranti, si siano pronunciati nel senso in cui lo intendono questi nuovi teologi dell'espiazione. Crisostomo dice, in un suo scritto: "Quando si chiede misericordia è perché non venga esaminato il proprio peccato, per non esser trattati secondo il rigore della giustizia, perché ogni punizione sia sospesa. Poiché dove c'è misericordia non c'è più né geenna, né esame, né rigore, né pena ". Queste parole, comunque si voglia cavillare, non potranno mai avallare la dottrina degli Scolastici. Inoltre, nel libro intitolato De Dogmatibus Ecclesiasticis, attribuito a sant'Agostino, è detto al cinquantaquattresimo capitolo: "L'espiazione della penitenza consiste nel togliere le cause del peccato e nel non cedere alle sue lusinghe ". È chiaro che in quel tempo era respinta l'opinione che bisognava, con l'espiazione, compensare le colpe passate. Ogni espiazione è qui riferita allo stare in guardia per il futuro e all'astenersi dal compiere il male. Per tacere dell'affermazione di Crisostomo, che il Signore non richiede altro da noi, se non che confessiamo davanti a lui, con lacrime, i nostri peccati; tali affermazioni sono infatti spesso ripetute dagli antichi. Sant'Agostino definisce sì, in qualche suo passo, "rimedi per ottener perdono di fronte a Dio "le opere di misericordia. Ma onde nessuno sia tratto in inganno, spiega più ampiamente il suo pensiero in un altro passo: "La carne di Cristo "dice "è il vero ed unico sacrificio per i peccati; non soltanto per quelli che ci sono rimessi Cl. battesimo, ma per quelli che compiamo in seguito per la debolezza della nostra carne; per questi, la Chiesa prega ogni giorno: Rimettici i nostri debiti (Mt. 6.12). Infatti essi ci sono rimessi da questo unico sacrificio ". 39. Per lo più hanno chiamato "espiazione "non già una ricompensa resa a Dio, ma una pubblica testimonianza con cui i credenti puniti mediante la scomunica, quando rientravano nella comunione della Chiesa, davano alla comunità dei credenti un attestato del loro pentimento; infatti si prescrivevano loro digiuni ed altre pratiche, con cui dimostrare che si pentivano veramente e di cuore della loro vita passata, o piuttosto cancellare il ricordo della malvagità della loro vita. In tal modo si diceva che costoro soddisfacevano, non già a Dio, ma alla Chiesa: lo dice sant'Agostino, testualmente, nel libro che ha intitolato Enchiridion ad Laurentium. Da questa antica usanza derivano le confessioni e le espiazioni oggi in uso; e si tratta veramente d; una discendenza velenosa, che ha a tal punto soffocato quel che di buono c'era nella forma antica, che non ne è sopravvissuta nemmeno l'ombra. So che talvolta gli antichi parlano in modo alquanto inappropriato e, come ho detto prima, non voglio negare che talvolta abbiano errato. Ma i loro libri che erano semplicemente intaccati da piccole macchie, sono completamente insozzati da quando questi porci li maneggiano. E se è questione di combattere valendosi dell'autorità degli antichi, quali antichi ci contrappongono? La maggior parte delle affermazioni di cui Pietro Lombardo, loro corifeo, ha riempito il suo libro è stata attinta da non so quali fantasticherie di pazzi monaci, divulgate coi nomi di sant'Ambrogio, Girolamo, Agostino e Crisostomo. Sull'argomento ora trattato, ad esempio, prende a prestito quasi tutto quel che dice da un libro intitolato Intorno alla penitenza che, cucito in malo modo da qualche ignorante ispiratosi ad autori buoni e meno buoni, è attribuito a sant'Agostino; ma è tale che un uomo, anche mediocremente colto, disdegnerebbe di riconoscerlo come suo. I lettori mi perdoneranno se non passo in rassegna con ampia dIs.mina le scemenze di costoro. Non mi sarebbe difficile volgere in ridicolo tutti i grandi misteri di cui si vantano e lo potrei fare con plauso di molti, ma poiché desidero semplicemente edificare, me ne astengo.
CAPITOLO 5 AGGIUNTE FATTE DAI PAPISTI ALLE ESPIAZIONI: INDULGENZE E PURGATORIO 1. Da questo concetto di espiazione sono nate le indulgenze. Infatti, secondo costoro, quando ci manca la capacità di espiare esse rappresentano un mezzo per supplirvi; e si lasciano trascinare da tanta insensatezza da pretendere che il Papa, facendo volare qua e là le sue bolle, dispensi i meriti di Gesù Cristo e dei martiri. Si dovrebbe mandare questa gente dai medici, invece di convincerla con argomenti, né è il caso di perder tempo a confutare errori da lungo tempo scossi e che cominciano a dissolversi da soli; tuttavia un'ulteriore breve confutazione può essere utile per certe persone semplici ed ignoranti: non me ne voglio perciò astenere del tutto. Il fatto che le indulgenze sono sopravvissute così a lungo, malgrado la loro enormità, ci fa capire in quali tenebre ed errori gli uomini siano stati sepolti per alcuni secoli. Si rendevano perfettamente conto di essere presi in giro e ingannati dal Papa e dai suoi spacciatori di reliquie; vedevano la salvezza delle loro anime diventare oggetto di mercato, che l'acquisto del paradiso era tassato in base a certe tariffe, nulla era dato gratuitamente, che si trattava di un pretesto per trarre dai loro portafogli le oblazioni; che in seguito venivano malvagiamente spese in adulterii, ruffianerie e golosità; coloro che maggiormente raccomandavano le indulgenze ne erano, per parte loro, i maggiori schernitori; che una tal mostruosità s'ingrandiva ogni giorno e s'accresceva senza fine; che di giorno in giorno si portava nuovo piombo per ricavarne nuovo argento; tuttavia ricevevano con gran considerazione le indulgenze, le adoravano e le comperavano. Ed i più chiaroveggenti le consideravano frodi salutari, da cui potevano essere ingannati con qualche vantaggio. Ora però che la gente si lascia gabbare un po' meno, le indulgenze si raffreddano e si congelano fino a scomparire del tutto. 2. Poiché molti, pur conoscendo i traffici, gli inganni, i furti, le rapacità fin qui esercitate dai fabbricanti e dai trafficanti di indulgenze, non si rendono conto del germe di empietà che vi si trova, giova indicare non solo quali siano le indulgenze e come vengano usate, ma che cosa esse siano veramente se le consideriamo nella loro essenza, senza soffermarci su qualche qualità o vizio accidentale. Definiscono "tesoro della Chiesa "i meriti di Gesù Cristo, degli apostoli e dei martiri. Dicono che il Papa custodisce questo tesoro e ne è garante, in quanto ne è dispensatore ed elargitore a suo piacimento e delega agli altri il potere di distribuirlo. Da questo derivano le indulgenze che dispensa, talvolta piena. rie e talvolta per un determinato periodo, e quelle che distribuiscono i cardinali, per cento giorni, ed i vescovi, per quaranta. Tutto questo, per dire le cose come stanno, non è che una profanazione del sangue di Cristo ed una falsità creata dal diavolo per distogliere il popolo cristiano dalla grazia di Dio e dalla vita che è in Cristo, e per allontanarlo dalla strada della salvezza. Il sangue di Cristo non potrebbe essere profanato e disonorato in modo più radicale di così, negando cioè che basti alla remissione dei peccati, alla riconciliazione e all'espiazione, e pretendendo supplire a quel che manca con altri mezzi. "La Legge e tutti i profeti "dice san Pietro "attestano che in Cristo deve essere ricevuta la remissione dei peccati " (At. 10.43); le indulgenze invece concedono la remissione dei peccati attraverso san Pietro, san Paolo e altri martiri. "Il sangue di Cristo ci purifica dai peccati " (1 Gv. 1.7) dice san Giovanni; le indulgenze invece si valgono del sangue dei martiri per lavare dai peccati. "Cristo "dice san Paolo "che non aveva conosciuto peccato, è stato fatto peccato per noi, cioè espiazione del peccato, affinché in lui fossimo fatti giustizia di Dio " (2 Co. 5.21); le indulgenze situano invece l'espiazione del peccato nel sangue dei martiri. San Paolo dichiarava ai Corinzi che un solo Cristo era crocifisso e morto per loro (1 Co. 1.13); ma le indulgenze stabiliscono che san Paolo e gli altri sono morti per noi. In un altro passo afferma che Cristo si è acquistato la sua Chiesa per mezzo del suo sangue (At. 20.28); le indulgenze mettono un altro prezzo di acquisto, il sangue dei martiri. "Cristo ", dice l'Apostolo "con un'unica offerta ha per sempre resi perfetti quelli che ha santificati " (Eb. 10.14); le indulgenze lo contraddicono, affermando che la santificazione di Cristo, di per se insufficiente è completata dal sangue dei martiri. San Giovanni dice che tutti i santi hanno lavato le loro vesti nel sangue dell'Agnello (Re 7.14); le indulgenze ci insegnano a lavare le nostre vesti nel sangue dei santi. 3. Leone, vescovo di Roma, pronuncia contro tali bestemmie una bella affermazione degna di essere ricordata, e contenuta nella sua Epistola ai vescovi di Palestina: "Benché la morte di molti santi sia stata preziosa dinanzi; a Dio, tuttavia non vi è nessuno la cui morte abbia significato la riconciliazione del mondo. I giusti hanno ricevuto la loro corona ma non è una corona utile agli altri; dalla loro forza di sopportazione traiamo esempi di pazienza, ma essa non ci fa dono della giustizia. Poiché ognuno di loro ha sofferto per se, e nessuno ha pagato il debito degli altri, all'infuori del Signor Gesù nel quale tutti siamo morti, crocifissi e sepolti ". Ripete le medesime affermazioni in un altro passo. Vogliamo forse qualcosa di più esplicito per convincerci che quella malvagia dottrina delle indulgenze è sbagliata? Ecco la testimonianza di sant'Agostino, chiara quanto mai: "Quand'anche morissimo per i nostri fratelli, non vi è sangue di martire sparso per la remissione dei peccati: solo Gesù Cristo lo ha versato per noi. In questo, infatti, non ci ha dato un esempio da seguire, ma una grazia di cui lo dobbiamo ringraziare ". E in un altro passo: "Come il figlio di Dio è stato fatto uomo per renderci figli di Dio con lui, così lui solo ha sostenuto la pena per noi, senza aver commesso alcun demerito, affinché per mezzo suo ricevessimo senza alcun merito la grazia che non ci era dovuta ". Certo l'intera loro dottrina è intessuta di orribili bestemmie e sacrilegi, ma la bestemmia sulle indulgenze è oltraggiosa più di tutte le altre. Mi dicano se queste non sono le conclusioni a cui giungono: i martiri con la loro morte hanno servito Dio più di quanto fosse loro richiesto ed hanno avuto una tale abbondanza di meriti che una parte di questi ridonda a favore degli altri; perché un tal bene non si vanifichi e non si perda, il loro sangue è unito a quello di Cristo e insieme a questo forma e accresce il tesoro della Chiesa, in vista della remissione e della giustificazione dei peccati; perciò bisogna, secondo loro, intendere in questo senso l'affermazione di san Paolo: "Io supplisco nel mio corpo a quel che manca alle afflizioni di Cristo, per il suo corpo che è la Chiesa " (Cl. 1.24). Che significa questo, se non abbandonare il nome di Cristo e renderlo simile ad un qualunque santino che a stento si può distinguere nella moltitudine degli altri? Non è forse necessario che egli solo sia predicato, proposto, nominato, considerato, quando è questione di ottenere la remissione dei peccati, l'espiazione e la giustificazione? Esaminiamo tuttavia i loro argomenti: affinché il sangue dei martiri, essi dicono, non risulti sparso inutilmente, deve essere integrato nel patrimonio comune della Chiesa. In che modo? Non è stato di sufficiente utilità l'aver glorificato Dio con la loro morte? l'aver sottoscritto la sua verità Cl. loro sangue? l'aver attestato Cl. disprezzo della vita presente che ne cercavano una migliore? l'aver confermato mediante la loro costanza la fede della Chiesa e infranto l'ostinazione degli avversari? Ma non riconoscono nessun vantaggio se Cristo solo è propiziatore, se lui solo è morto per i nostri peccati, se lui solo è stato offerto per la nostra redenzione. Se san Pietro e san Paolo, dicono, fossero morti nei loro letti, non per questo non avrebbero ottenuto la corona della vittoria. Dato però che hanno lottato fino al sacrificio, non si addirebbe alla giustizia di Dio tralasciare questo fatto, come cosa sterile e priva di utilità. Come se Dio non sapesse in che modo aumentare la gloria dei suoi servi, secondo la misura dei suoi doni. Il vantaggio che ne deriva alla Chiesa tutta è sufficientemente grande, quando, per mezzo del trionfo dei santi, essa è accesa da un medesimo zelo, nel tentativo di eguagliarli. 4. Con quanta abilità fraintendono il passo in cui san Paolo dice di supplire nel suo corpo a quel che manca alle afflizioni di Cristo! (Cl. 1.24). Egli infatti non riferisce questa mancanza e questo supplire alla potenza della redenzione, dell'espiazione o della riparazione, ma alle afflizioni da cui conviene che i membri di Cristo, cioè i credenti, siano esercitati per il tempo in cui dimoreranno in questa carne. Egli afferma dunque che Cristo, avendo una volta sofferto in se stesso, soffre tutti i giorni nei suoi membri; ed egli ci fa l'onore di considerare e dire sue le nostre afflizioni. E quando san Paolo aggiunge che soffriva per la Chiesa, non intende dire per la redenzione, riconciliazione o giustificazione della Chiesa, ma per la sua edificazione ed il suo accrescimento, non diversamente da quanto dice in un altro passo affermando di sopportare ogni cosa per gli eletti, affinché giungano alla salvezza che è in Cristo (2Ti 2.10). E ai fratelli di Corinto scrive che sopportava volentieri le sue tribolazioni per la loro consolazione e salvezza (2 Co. 1.6). Infatti subito dopo aggiunge, per meglio spiegarsi, che è ordinato ministro della Chiesa non già per compiere la sua redenzione, ma per predicare l'Evangelo secondo il dono che gli era dato. Se qualcuno vuole altre dichiarazioni in questo senso, ascolti sant'Agostino: "Le afflizioni di Cristo sono in lui solo, "come nel capo; in lui e nella sua Chiesa, come in tutto il corpo. Di conseguenza Paolo, nella sua qualità di membro, diceva di supplire nel suo corpo a quel che manca alle afflizioni di Cristo. Tu dunque che soffri per coloro che non sono membri di Cristo, se ne sei membro, soffri quel che mancava alle afflizioni di Cristo "Parla dello scopo e dell'efficacia della morte degli apostoli in un altro passo, affermando: "Cristo è per me la porta per giungere a voi, in quanto siete le pecore che Cristo ha acquistato Cl. suo sangue; riconoscete qual è il vostro prezzo, che non vi è dato da me, ma da me predicato ". Poi aggiunge: "Come il nostro Signor Gesù ha dato la sua anima per noi, così noi dobbiamo esporre le nostre anime per i nostri fratelli, cioè per edificare la pace e per attestare la fede ". Ma non crediamo che san Paolo abbia pensato mancasse qualcosa alle afflizioni di Cristo, per quanto concerne il compimento della giustizia, della salvezza e della vita; o che abbia voluto aggiungervi qualcosa, dato che attesta in modo così chiaro e mirabile che la pienezza della grazia è stata sparsa da Cristo in modo così abbondante da superare largamente tutta l'abbondanza del peccato (Ro 5.15). Solo da questa pienezza di grazia tutti i santi sono stati salvati, e non dal merito della loro vita o della loro morte, come dice chiaramente san Pietro (At. 15.2); tant'è vero che colui che fa risiedere la dignità di qualche santo altrove che nella misericordia di Dio, reca ingiuria a Dio ed al suo Cristo. Ma perché soffermarsi così a lungo su questo problema quasi si trattasse di argomento dubbioso, quando il solo scoprire questi mostri significa vincerli?
5. Tralasciando queste abominazioni, chi ha insegnato al Papa a racchiudere in piombo e pergamena la grazia di Gesù Cristo, che il Signore ha voluto fosse distribuita mediante la parola dell'Evangelo? O la parola di Dio è menzognera o le indulgenze sono un semplice inganno. Cristo ci è infatti offerto nell'Evangelo con tutta la ricchezza dei beni celesti, con tutti i suoi meriti, con tutta la sua giustizia, sapienza e grazia, senza eccezione alcuna. San Paolo ne è testimone quando dice che la parola della riconciliazione è stata messa in bocca ai ministri, affinché portassero al mondo l'ambasciata di Cristo: vi preghiamo di riconciliarvi con Dio, perché ha sacrificato per il peccato colui che non era peccatore, affinché in lui noi trovassimo giustizia (2 Co. 5.18). In effetti i credenti conoscono il valore della comunione con Cristo, offertaci nell'Evangelo onde, come dice san Paolo stesso, ne godiamo (1 Co. 1.9). Al contrario, le indulgenze tirano fuori dall'armadio del Papa la grazia di Cristo secondo una certa misura, la espongono in un dato luogo, con piombo e pergamena, separandola dalla Parola di Dio. A chi interessa conoscerne l'origine, pare che l'abuso sia derivato in questo modo da una antica prassi. Le espiazioni che venivano imposte ai penitenti erano così dure e mortificanti che non tutti riuscivano a sopportarle; coloro che se ne sentivano troppo gravati chiedevano alla Chiesa di esserne in parte dispensati; quel che veniva loro condonato si chiamava indulgenza. Quando però si sono riferite a Dio le espiazioni, facendo credere che si trattava di compensi o pagamenti per estinguere il suo giudizio verso gli uomini, un errore ha trascinato l'altro: si è pensato che le indulgenze fossero come dei rimedi per liberare i peccatori dalle pene di cui sono debitori a Dio. Riguardo alle bestemmie create dai papisti su questo argomento, sono prive di validità e di consistenza. 6. E ora, non ci vengano a rompere la testa Cl. loro purgatorio, che con questo argomento è reciso, abbattuto e annientato dalla radice. E non approvo l'opinione di certuni che pensano si debba tacere su questo punto' evitando di menzionare il purgatorio, intorno al quale nascono grandi beghe, come dicono, senza che ne derivi una grande edificazione. Certo, sarei d'accordo di lasciar da parte simili sciocchezze, se non portassero con se gravi conseguenze. Il purgatorio invece è motivato con parecchie bestemmie e di giorno in giorno se ne aggiungono altre a sostenerlo, suscitando grandi scandali: non si può perciò tacere. Si poteva forse passar sotto silenzio, per qualche tempo, che esso e stato inventato prescindendo dalla Parola di Dio e con una temerarietà assurda ed arrogante; che esso è stato accreditato grazie a non so quali rivelazioni frutto dell'astuzia di Satana; che per garantirlo si sono malvagiamente corrotti certi passi della Scrittura. Per quanto il nostro Signore non consideri colpa da poco il fatto che l'arroganza umana penetri così temerariamente nel segreto dei suoi giudizi, ed abbia rigorosamente proibito di chiedere ai morti la verità a dispetto del suo comandamento (De 18.2) e non permetta che la sua Parola sia così sfacciatamente manipolata, ammettiamo tuttavia che tali cose si possano tollerare per un certo tempo, come non avendo grande importanza. Ma quando la purificazione dai peccati viene cercata fuori di Cristo, quando l'espiazione è trasferita altrove, e pericoloso tacere.
Bisogna dunque gridare ad alta voce che il purgatorio è una pericolosa invenzione di Satana, la quale reca grave offesa alla misericordia di Dio, annulla la croce di Cristo, dissipa e sovverte la nostra fede. Che è questo purgatorio se non una pena che le anime dei trapassati soffrono ad espiazione dei loro peccati? Se dunque si distrugge la fantasticheria dell'espiazione, il loro purgatorio se ne va in frantumi. Se, in base a quel che abbiamo precedentemente discusso, risulta più che evidente che il sangue di Cristo è l'unica purificazione, oblazione ed espiazione per i peccati dei credenti, cosa possiamo dedurre, se non che il purgatorio e una pura e orribile bestemmia contro Gesù Cristo? Tralascio qui molte menzogne e sacrilegi in base a cui è quotidianamente difeso e sostenuto, gli scandali che genera nella religione ed altri innumerevoli mali derivati da questa fonte di empietà. 7. Tuttavia è opportuno strappare dalle loro mani le testimonianze della Scrittura che essi hanno l'abitudine di citare erroneamente. Quando il Signore, dicono, afferma che il peccato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questo né nell'altro mondo (Mt. 12.32; Mr. 3.28; Lu 12.10) , significa che alcuni peccati saranno rimessi nell'altro mondo. Come risposta, chiedo se non è evidente che il Signore, in quel passo, parla della colpevolezza del peccato. Se è così, il passo non serve affatto al loro purgatorio, poiché dicono che in esso si riceve la punizione dei peccati, la cui colpevolezza è stata perdonata in questa vita mortale. Ma per chiudere loro definitivamente la bocca, darò una soluzione ancor più chiara. Poiché il Signore voleva togliere ogni speranza di poter ottenere il perdono di un delitto così abominevole, non si è accontentato di dire che non sarebbe mai perdonato; ma per ampliare meglio il concetto si è valso di quella divisione, ponendo da un lato il giudizio, che la coscienza di ciascuno sente nella vita presente, e dall'altro il giudizio finale che sarà reso pubblico nel giorno della risurrezione. Come se dicesse: guardatevi dal combattere contro Dio con deliberata malvagità, poiché una tal ribellione comporta la morte eterna; poiché chiunque si sarà sforzato con deliberato intento di spegnere la luce dello Spirito, che gli è offerta, non otterrà perdono né in questa vita, data ai peccatori perché si convertano, né nell'ultimo giorno, in cui gli angeli di Dio separeranno gli agnelli dai becchi, e purificheranno il regno di Dio da ogni scandalo. Si valgono anche di questa parabola di san Matteo: "Accordati Cl. tuo avversario, affinché esso non ti conduca davanti al giudice e questi non ti consegni alle guardie, e le guardie non ti mettano in prigione, da dove tu non potresti uscire prima di aver pagato fino all'ultimo centesimo " (Mt. 5.25). Se in questo passo il giudice rappresenta Dio, l'avversario il diavolo, le guardie l'angelo, la prigione il purgatorio, hanno ragione. Se però, come è noto, Cristo ha voluto indicare i pericoli cui si espongono coloro che preferiscono proseguire fino in fondo le loro dispute ed i loro processi piuttosto che transigere amichevolmente, e spronarci con questo avvertimento a cercare sempre la concordia con tutti, dove è mai il riferimento al purgatorio? Insomma, si prenda e si consideri questo passo nel suo significato ovvio, e non vi si troverà nulla di quanto essi pretendono.
8. Prendono spunto anche da quel che dice san Paolo, che ogni ginocchio, in cielo, sulla terra e sotto terra (Fl. 2.10) , si piegherà davanti a Cristo. Essi tengono per certo che non si possono identificare coloro che sono sotto terra con i morti nella morte eterna: di conseguenza non può che trattarsi delle anime del purgatorio. Non sarebbe una cattiva pensata, se Cl. termine "inginocchiarsi "l'Apostolo intendesse la vera adorazione che i credenti rendono a Dio. Egli insegna semplicemente che Gesù Cristo ha ricevuto la signoria sovrana del Padre su tutte le creature: che male c'è a vedere in coloro che sono sottoterra i diavoli, che certamente compariranno dinanzi al trono del Signore per riconoscerlo come loro giudice con terrore e tremore? San Paolo stesso fa menzione, in un altro passo, della stessa profezia: "Verremo tutti "dice "al trono di Cristo. Poiché il Signore dice che ogni ginocchio piegherà dinanzi a lui, ecc. " (Ro 14.10). Risponderanno che non si può interpretare così quel detto dell'Apocalisse: "Ho udito tutte le creature, tanto celesti che terrestri, e quelle che sono sottoterra e nel mare, dire: lode, onore e gloria e potenza nei secoli dei secoli a colui che è seduto sul trono e all'Agnello! " (Re 5.13). Lo ammetto volentieri. Ma di quali creature pensano che si parli qui? È: più che certo che sono comprese anche quelle che non hanno anima né intelligenza. Non si intende dire altro, se non che tutte le parti del mondo, dall'alto dei cieli fino al centro della terra, ciascuna al suo posto, magnificano la gloria del loro Creatore. Non refuterò l'argomento che ricavano dalla storia dei Maccabei (Il Mach 12.43) , onde non sembri che io riconosco quel libro come canonico. Diranno che sant'Agostino lo considera canonico, mi domando con quale certezza. I Giudei, dice, non considerano la storia dei Maccabei alla stregua della Legge, dei Profeti e dei Sl. , libri ai quali il Signore rende testimonianza come ai suoi testimoni, dicendo che bisognava che quel che è stato scritto di lui nella Legge, nei Sl. e nei Profeti fosse adempiuto (Lu 24.44). Tuttavia, dice, la Chiesa lo ha accolto, e non senza ragione, a condizione che lo si legga con sobrietà. San Girolamo dice esplicitamente che quel libro non deve avere un'autorità tale che vi si attinga un qualche argomento o dottrina o articolo di fede. E nell'esposizione del Credo, attribuita a san Cipriano, che è antica, qualunque ne sia l'autore, è dimostrato che a quel tempo non era considerato libro canonico. Ma non è il caso che argomenti invano, poiché l'autore stesso dimostra fino a dove gli si può credere, quando prega di perdonarlo se ha detto qualcosa di errato (2Mach 15.39). Certo, colui che confessa di aver bisogno che lo si sopporti e lo si perdoni, afferma chiaramente, in tal modo, che quel che dice non deve essere considerato decreto dello Spirito Santo. Inoltre, per quanto concerne il nostro problema viene lodata soltanto la pietà di Giuda Maccabeo il quale, per la speranza che aveva nella risurrezione finale, ha mandato a Gerusalemme un'offerta per i morti. E l'autore della storia, chiunque esso sia, non spinge la devozione di Giuda fino al punto che questi abbia voluto riscattare i peccati con la sua offerta, ma che coloro nel cui nome faceva l'offerta fossero associati nella vita eterna ai credenti che erano morti per conservare la vera religione. Questo fatto è indice di zelo sconsiderato, e coloro che adattano al nostro tempo un sacrificio fatto sotto la Legge sono doppiamente pazzi, poiché e certo che tutte le cose allora in uso hanno cessato di sussistere con la venuta di Cristo.
9. Essi trovano un argomento irrefutabile in san Paolo, laddove dice: "Se qualcuno, edificando, mette su questo fondamento oro o argento o pietre preziose, legno o fieno o paglia, l'opera di ciascuno risulterà quale è nel giorno del Signore, giorno che si manifesterà come fuoco; ed il fuoco discernerà l'opera di ognuno. Se l'opera di qualcuno brucia, questi la perderà; quanto a lui, sarà salvato, ma attraverso il fuoco " (1 Co. 3.12.15). Di che fuoco parla san Paolo, dicono, se non di quello del purgatorio, per mezzo del quale le nostre macchie sono lavate affinché entriamo puri nel regno di Dio? Rispondo che parecchi, anche fra gli antichi, hanno dato un'interpretazione diversa, intendendo il termine "fuoco "nel senso di croce e tribolazione, per mezzo della quale il Signore esamina i suoi per purificarli da tutte le loro sozzure. Questa esegesi è molto più verosimile che l'immaginare un purgatorio; non l'accetto però, parendomi avere una interpretazione più esplicita e fondata. Prima di esaminarla, però, pongo loro una domanda: ritengono che sia stato necessario che gli Apostoli e tutti i santi siano passati attraverso quel fuoco di purificazione? Risponderanno certo di no; sarebbe infatti troppo assurdo ammettere che coloro che hanno avuto tanti meriti superflui da poterne distribuire a tutta la Chiesa, come questi sognatori immaginano, abbiano avuto bisogno di essere purificati. Ma san Paolo non dice che sarà messa alla prova solo l'opera di alcuni, ma di tutti, e in questo numero generale sono compresi gli Apostoli. E non son io a mettere avanti questo argomento, ma sant'Agostino, il quale smentisce così la tesi oggi sostenuta dai nostri avversari Per di più, san Paolo non dice che coloro i quali passeranno attraverso il fuoco sopporteranno questa pena per i loro peccati, ma coloro che avranno edificato la Chiesa di Dio il più fedelmente possibile, riceveranno ricompensa dopo che l'opera loro sarà stata provata dal fuoco. Anzitutto vediamo che l'Apostolo si è valso di metafore o similitudini, chiamando le dottrine immaginate dal cervello degli uomini fieno, legno e paglia. Il motivo di questo paragone è evidente: come il legno, non appena è avvicinato al fuoco, viene consumato, così quelle dottrine umane non avranno alcuna consistenza quando saranno prese in esame. Ed è noto che questo esame avviene per mezzo dello Spirito Santo. Per completare il paragone e mettere in relazione i due termini, ha chiamato fuoco l'esame dello Spirito Santo. Come l'oro e l'argento, quanto più sono avvicinati al fuoco tanto più sicuramente sono provati, affinché si possa conoscere la loro purezza, così la verità di Dio, quanto più è diligentemente vagliata attraverso un esame operato per mezzo dello Spirito Santo, tanto più è confermata nella sua autorità. Come il legno, la paglia e il fieno, messi sul fuoco, sono subito attaccati per essere ridotti in cenere, così tutte le invenzioni umane che non si fondano sulla Parola di Dio non possono reggere all'esame dello Spirito Santo senza venir subito distrutte e annullate. Insomma, se le dottrine inventate sono da paragonare alla paglia, al legno e al fieno perché, come accade a questi materiali, sono bruciate dal fuoco e da esso nullificate, essendo distrutte e dissipate soltanto dallo Spirito di Dio, ne consegue che lo Spirito è il fuoco per mezzo del quale vengono messe alla prova. San Paolo chiama questa prova "giorno del Signore ", secondo l'uso della Scrittura che parla in questi termini ogni volta che il Signore manifesta in qualche modo la sua presenza agli uomini. E il suo volto risplende su noi soprattutto quando la sua verità ci illumina. Risulta in tal modo dimostrato che il fuoco, in san Paolo, non significa altro che l'esame dello Spirito Santo.
Rimane ora da capire come saranno salvati da quel fuoco coloro che perderanno la loro opera. E questo non sarà difficile se consideriamo di quale tipo di uomini egli parla. Si riferisce a coloro che, volendo edificare la Chiesa, mantengono il fondamentogiusto ma vi aggiungono argomenti non confacenti: non si allontanano cioè dagli articoli di fede fondamentali e ineliminabili, ma si ingannano su talune cose, mescolando le fantasticherie degli uomini alla verità di Dio. Bisogna dunque che queste persone perdano la loro opera, che cioè quanto hanno aggiunto di loro alla Parola di Dio perisca e sia calpestato. Ma la loro persona sarà salvata; nel senso che il loro errore e la loro ignoranza saranno dIs.pprovati da Dio, ma il nostro Signore per grazia del suo Spirito li ritira e libera da essi. Tutti coloro che hanno corrotto la sacra purezza della Scrittura con quest'immondizia e porcheria del purgatorio lascino dunque la loro opera in perdizione. 10. I nostri avversari controbatteranno che questa opinione è stata accolta nella Chiesa fin dall'antichità. San Paolo però risponde a questa obiezione, quando afferma, includendo anche il suo tempo, che tutti coloro che avranno aggiunto all'edificio della Chiesa qualcosa di non corrispondente al fondamento, avranno lavorato invano e avranno sprecato la loro fatica. Pertanto quando i nostri avversari mi diranno che l'abitudine di pregare per i morti è stata accolta nella Chiesa da più di milletrecento anni, chiederò loro, a mia volta, in base a quale parola di Dio, rivelazione o esempio ciò è avvenuto. Infatti non solo non vi è alcuna testimonianza della Scrittura, ma nessun esempio di credenti che si accordi con quella pratica. Spesso la Scrittura riferisce, anche dilungandovisi, come i credenti hanno pianto la morte dei loro parenti e come li hanno sepolti; ma non è mai detto che abbiano pregato per loro. E poiché ciò sarebbe stato più importante del pianto o del funerale, a maggior ragione meritava di essere menzionato. Infatti gli antichi Padri della Chiesa cristiana, che hanno pregato per i morti, ben sapevano di non avere alcun ordine di Dio né alcun esempio legittimo per farlo. Come mai, dirà qualcuno, hanno osato farlo? Rispondo che su questo punto sono stati uomini, e di conseguenza non bisogna imitare quel che hanno fatto. E poiché i credenti non devono intraprendere nulla se non con convinzione di coscienza, come dice san Paolo (Ro 14.23) , una tal convinzione è soprattutto richiesta nella preghiera. Si risponderà che verosimilmente sono stati indotti a far questo da una qualche ragione. Rispondo che è stato un sentimento umano a determinarli, in quanto cercavano sollievo al loro dolore; pareva loro non fosse umano non mostrare alcun segno di amore verso i loro amici defunti. Sappiamo tutti, per esperienza, quanto la nostra natura sia incline a quella disposizione. L'abitudine, poi, è stata come una torcia che ha acceso in molte persone un tal fuoco. Sappiamo che il fare cerimonie funebri ai defunti ed il purificare, come si credeva, le loro anime, è stata una caratteristica comune a tutte le genti e a tutte le epoche. Ed a questo scopo avevano ogni anno una ricorrenza solenne. Ora quantunque Satana abbia ingannato la povera gente con simili illusioni, ha tuttavia tratto pretesto, per un simile inganno, da questo fatto che è vero: la morte non abolisce interamente l'uomo, ma costituisce un passaggio da questa vita caduca ad un'altra. Senza dubbio una tal superstizione rende perfino i pagani convinti, davanti al tribunale di Dio, di aver fatto professione di credere, quantunque non abbiano tenuto in alcuna considerazione la vita futura. I cristiani, per non parer da meno dei pagani, si sono vergognati di non compiere altrettanto bene le cerimonie funebri. L'origine di questa assurda e sconsiderata premura nasce dal fatto che essi hanno temuto di esporsi a grandi critiche, qualora non si fossero valsi di molte cerimonie e riti e non avessero fatto delle offerte per dar sollievo alle anime dei loro parenti ed amici. Così, quel che era derivato da una perversa imitazione si è a poco a poco talmente accresciuto che il principale motivo di santità consiste per i papisti nel raccomandare i morti e nel venir loro in aiuto. Ma la Scrittura ci dà un ben altro motivo di consolazione, dicendo che quelli che son morti nel nostro Signore sono felici, e aggiungendone la ragione: essi si riposano di tutte le loro pene (Re 14.13). Ma non è bene allentare la briglia alle nostre inclinazioni, al punto di introdurre nella Chiesa un modo perverso di pregare Dio. Tutti coloro che hanno un po' di senno e di ritegno si rendono facilmente conto del fatto che gli antichi, trattando questo argomento, si sono eccessivamente adeguati all'opinione e alla sconsideratezza del volgo. Riconosco, poiché accade che gli spiriti, preoccupati da una credenza inconsistente, siano spesso accecati, che perfino i dottori sono stati disorientati dalla fantasia comune; ma si vede dai loro libri che non è senza scrupolo che parlano, simili a persone malsicure ed incerte, di preghiere per i morti. Sant'Agostino, nelle Confessioni, racconta che Monica, sua madre, al momento della sua morte, chiese con insistenza che la si ricordasse durante la comunione all'altare. Ma sostengo che quello è il desiderio di una vecchia e che suo figlio, mosso da sentimenti umani, non lo ha vagliato bene alla luce della Scrittura, nel desiderio di farlo apparire buono. Il libro da lui scritto espressamente su questo argomento, intitolato Della cura per i defunti è formulato con tali riserve, che può bastare a raffreddare coloro che mostrano devozione per i morti. Perlomeno, vedendo che si vale unicamente di congetture deboli e leggere, si capirà che non ci si deve impegnare in un problema privo di importanza. Poiché il suo unico fondamento è quello che non bisogna disprezzare ciò che è stato accolto da lungo tempo ed è diventato usanza comune. Del resto, sebbene concordi nel dire che gli antichi Dottori hanno ritenuto che non si dovessero respingere le preghiere per i morti, dobbiamo tuttavia seguire un criterio che non può ingannare: non è lecito, nelle nostre preghiere, far uso di qualcosa che noi stessi abbiamo creato; dobbiamo piuttosto assoggettare a Dio i nostri desideri e le nostre richieste, poiché a lui spetta l'autorità di dirci quel che gli dobbiamo chiedere. E poiché non c'è in tutta la Legge e l'Evangelo una sola sillaba che a autorizzi a pregare per i morti, sostengo che è un profanare il suo nome voler andare oltre quello che ci ha concesso. Inoltre, perché i nostri avversari non si gloriino di avere la Chiesa antica come compagna in questo errore, faccio notare che la differenza è grande. Anticamente si ricordavano i morti affinché non paresse che si erano interamente dimenticati. Ma gli antichi Padri hanno riconosciuto di non saper nulla sulla condizione dei morti. Certo, erano lungi dall'affermare qualcosa sul purgatorio, visto che ne dubitavano. Questi nuovi profeti vogliono che si considerino articoli di fede le loro fantasticherie, senza che sia lecito indagare intorno ad esse. Gli antichi Padri hanno talvolta menzionato i morti nelle loro preghiere, sobriamente e raramente, quasi di sfuggita: i papisti invece badano solo a quello, preferendo questa superstizione ad ogni opera di carità. Anzi, non mi sarebbe difficile recare qualche testimonianza degli antichi, che rovesci tutte le preghiere che allora si facevano per i morti; come quando sant'Agostino dice che tutti aspettano la risurrezione della carne e la vita eterna; ma del riposo che viene dopo la morte, godono coloro che ne sono degni. Di conseguenza tutti i credenti godono di un riposo simile a quello dei Profeti, degli Apostoli e dei martiri, non appena sono deceduti. Se tale è la loro condizione, che altro, vi prego, le nostre preghiere potrebbero dar loro? Sorvolo su tante superstizioni grossolane con cui hanno stregato la gente semplice, anche se ci sarebbe ampio argomento per vincerli in questa polemica, data la mancanza di argomenti per giustificarsi, a meno che non si convincano di essere i peggiori ingannatori mai esistiti. Tralascio anche di menzionare i traffici e commerci ignobili che hanno fatto delle anime, a loro piacimento, quando il mondo era mantenuto nell'ignoranza. Non si finirebbe mai, se si volesse esaurire questo argomento. D'altra parte i credenti trovano, in quel che ho detto, materia sufficiente per farsi, in coscienza, una opinione.
CAPITOLO 6. LA VITA DEL CRISTIANO E GLI ARGOMENTI TRATTI DALLA SCRITTURA PER ESORTARCI AD ESSA 1. SCOPO della nostra rigenerazione, abbiamo detto, è che si scorga nella nostra vita una correlazione ed un accordo fra la giustizia di Dio e la nostra obbedienza e che, con questo mezzo, ratifichiamo l'adozione mediante la quale Dio ci ha accettati come suoi figli. Benché la legge di Dio contenga in se questa novità di vita per cui l'immagine di Dio è ricostituita in noi, tuttavia poiché la nostra lentezza ha bisogno di molti pungoli e aiuti, sarà utile cogliere, da vari passi della Scrittura, il modo per regolare bene la nostra vita affinché coloro che desiderano convertirsi a Dio non si smarriscano in pensieri erronei. Accingendomi a tratteggiare la vita del cristiano, mi rendo conto di affrontare un argomento ampio e vario che potrebbe riempire un gran volume, se volessi trattarne esaurientemente. Sappiamo infatti quanto siano prolisse le esortazioni degli antichi Dottori, che pure affrontano soltanto alcune virtù particolari. Questo non deriva da chiacchiere troppo lunghe: qualunque virtù ci si proponga di lodare e di raccomandare, la vastità dell'argomento darà l'impressione di non averne discusso con correttezza se non si sarà impiegato un gran numero di parole. Non è mia intenzione dilatare l'insegnamento di vita che intendo dare, al punto da trattare di ogni singola virtù facendo lunghe esortazioni. Questo potrà essere ricavato dai libri degli altri, e in particolare dalle omelie degli antichi Dottori, cioè dalle loro prediche popolari. Mi basterà indicare un certo ordine, in base al quale il cristiano sia condotto e rivolto al retto fine di orientare bene la sua vita. Mi accontenterò, ripeto, di indicare brevemente una regola generale a cui egli possa riferire tutte le sue azioni. Avremo forse talvolta l'occasione di trarre delle deduzioni simili a quelle reperibili nelle prediche degli antichi Dottori: l'opera che abbiamo in mano richiede che includiamo un insegnamento semplice e per quanto possibile breve. Come i filosofi hanno alcuni princìpi generali di onestà e dirittura da cui deducono compiti particolari e tutti gli atti di virtù, così la Scrittura, a questo proposito, ha un suo modo di procedere, migliore e più sicuro di quello dei filosofi. La differenza è che costoro, pieni di ambizione, hanno ricercato con cura un'apparenza per quanto possibile degna di considerazione, per dar lustro al criterio e alla disposizione di cui si servivano, onde evidenziare la loro finezza di spirito. Al contrario lo Spirito Santo, insegnando senza esigenze formali, non si è attenuto sempre, e in modo cosi rigoroso, ad un certo ordine e metodo; dato però che talvolta se ne serve, ci indica che non lo dobbiamo disprezzare. 2. L'ordine della Scrittura, di cui parliamo, consta di due elementi: imprimere nei nostri cuori l'amore della giustizia, cui non siamo affatto inclini per natura; fornirci una norma sicura che ci impedisca di errare qua e là, o smarrirci nel tentativo di dare un indirizzo alla nostra vita.
Riguardo al primo punto, la Scrittura ha numerosi e ottimi argomenti per disporre il nostro cuore ad amare il bene: ne abbiamo sottolineati parecchi in vari passi, e ne esamineremo ancora alcuni. Quale migliore punto di partenza ci poteva essere proposto dell'invito ad essere santi in quanto il nostro Dio è santo (Le 19.2; 1 Pi. .1.16) aggiungendo che, quando eravamo come pecore disperse nel labirinto di questo mondo, egli ci ha raccolti per riunirci a sé? Quando udiamo menzionare l'unione di Dio con noi, dobbiamo ricordarci che il legame di essa è la santità. Non che per merito della nostra santità noi giungiamo alla comunione Cl. nostro Dio, visto che ci è necessario, prima di esser santi, aderire a lui affinché spanda la sua santità su noi perché lo seguiamo là dove egli ci chiama; ma, dato che l'astenersi dall'iniquità e dalle cose immonde è inerente alla sua gloria, dobbiamo assomigliargli, poiché siamo suoi. Pertanto la Scrittura ci insegna che questo esser santi è il fine della nostra vocazione, a cui dobbiamo sempre guardare se vogliamo rispondere al nostro Dio. Infatti perché essere liberati dalla sozzura e corruzione in cui eravamo immersi, per poi rotolarci in essa tutta la vita? La Scrittura ci ricorda altresì che se vogliamo far parte del popolo di Dio dobbiamo abitare a Gerusalemme, sua città santa. Avendola egli consacrata e dedicata al suo onore, non è lecito che sia contaminata e corrotta da abitanti impuri e profani. Ne derivano le promesse secondo cui chi camminerà senza macchia e si sforzerà di vivere correttamente, abiterà nel tabernacolo del Signore (Sl. 24.3; 15.2; Is. 35.8) , poiché non si addice al santuario nel quale abita essere insozzato come una stalla. 3. Anzi, per spronarci maggiormente, la Scrittura ci dice che non solo Dio si è riconciliato con noi nel suo Cristo, ma ci ha dato in lui un esempio e modello al quale ci dobbiamo attenere (Ro 6.18). Coloro che pensano che solo i filosofi hanno affrontato in modo corretto e adeguato il problema morale, mi indichino, nei libri di costoro, un criterio altrettanto valido quanto quello enunciato più sopra. Quando ci vogliono esortare alla virtù, con tutto il loro potere, non sanno dire altro, se non che dobbiamo vivere in armonia con la natura. La Scrittura ci fornisce ben altra motivazione quando non solo ci ordina di riferire tutta la nostra vita a Dio, che ne è l'autore ma, dopo averci avvertiti che abbiamo degenerato dalla vera origine della nostra creazione, aggiunge che Cristo, riconciliandoci con Dio suo padre, ci è dato come esempio di innocenza, la cui immagine deve essere rappresentata nella nostra vita. Che si potrebbe dire di più radicale ed efficace? Anzi, che cos'altro si richiederebbe? Poiché se Dio ci adotta come suoi figli a condizione che l'immagine di Cristo appaia nella nostra vita, se non ci diamo alla giustizia e alla santificazione, non solo abbandoniamo il nostro Creatore in modo veramente sleale, ma anche lo rifiutiamo come salvatore. Di conseguenza la Scrittura prende spunto da tutti i benefici di Dio e da tutte le componenti della nostra salvezza per esortarci dicendo: "Poiché Dio si è dato a noi come Padre, siamo dà rimproverare per vile ingratitudine se non ci comportiamo come suoi figli " (Ma.1.6; Ef. 5.1; 1 Gv. 3.1). "Poiché Cristo ci ha purificati Cl. lavacro del suo sangue e ci ha trasmesso questa purificazione per mezzo del battesimo, non c'è motivo che ci sporchiamo di altra immondizia " (Ef. 5.26; Eb. 10.10; 1 Co. 6.2; 1 Pi. .1.15e 19). "Poiché ci ha associati e innestati sul suo corpo, dobbiamo guardarci con cura dal contaminarci in qualunque modo, visto che siamo sue membra " (1 Co. 6.15; Gv. 15.3; Ef. 5.23). "Poiché colui che è nostro Capo è salito al cielo, dobbiamo abbandonare ogni terrena disposizione d'animo, per aspirare con tutto il nostro cuore alla vita celeste " (Cl. 3.1). "Poiché lo Spirito Santo ci consacra per essere templi di Dio, dobbiamo far sì che la gloria di Dio sia esaltata in noi e guardarci dal ricevere qualunque impurità " (1 Co. 3.16e 6.19; 2 Co. 6.16). "Poiché la nostra anima ed il nostro corpo sono destinati all'immortalità del regno di Dio e alla corona incorruttibile della sua gloria, dobbiamo sforzarci di conservare l'uno e l'altro puri ed immacolati fino al giorno del Signore " (1 Ts. 5.23). Sono queste motivazioni adatte a ben indirizzare la nostra vita; non se ne troveranno di simili presso i filosofi. Essi infatti non vanno mai oltre la menzione della dignità naturale dell'uomo, quando si tratta di indicargli qual sia il suo dovere. 4. Devo qui rivolgermi a coloro che, non avendo nulla di Cristo all'infuori del nome, vogliono tuttavia essere ritenuti cristiani. Come ardiscono gloriarsi del suo santo nome, se nessuno ha familiarità con lui, all'infuori di chi l'ha conosciuto rettamente per mezzo della parola dell'Evangelo? San Paolo nega che un uomo abbia ricevuto una retta conoscenza di Cristo, senza aver imparato a spogliarsi dell'uomo vecchio che si corrompe in desideri disordinati, per essere rivestito da Cristo (Ef. 4.22-24). È dunque chiaro che questo tipo di persone pretende ingiustamente di conoscere Cristo; così facendo gli reca grande ingiuria, per quante belle chiacchiere abbiano sulla lingua. Poiché l'Evangelo non è una dottrina, ma una vita; non deve essere capito solo dalla ragione e dalla memoria, come le altre discipline, ma deve possedere l'anima intera, ed avere sede e adesione nel profondo del cuore: altrimenti non è ben ricevuto. Perciò, o cessano di vantarsi, con gran disprezzo per Dio, di essere quel che non sono, oppure dimostrino di essere discepoli di Cristo. Abbiamo sì dato il primo posto all'insegnamento, in materia di religione, in quanto esso è l'inizio della nostra salvezza; ma per essere utile e fruttuoso, esso deve penetrare completamente all'interno del cuore, e palesare la sua potenza nella nostra vita, anzi trasformarci secondo la sua natura. Se i filosofi hanno buone ragioni per adirarsi contro coloro che fanno professione della loro arte, che definiscono maestra di vita, e tuttavia la trasformano in un chiacchierio da sofisti, quanto più abbiamo ragione di essere insofferenti verso quei chiacchieroni che si accontentano di avere in bocca l'Evangelo, disprezzandolo con la loro vita intera, visto che la sua efficacia dovrebbe penetrare nel profondo del cuore, essere radicata nell'anima centomila volte più di tutte le esortazioni filosofiche, che in confronto non hanno grande peso. 5. Non richiedo che la condotta del cristiano sia Evangelo puro e perfetto, sebbene ciò sia da desiderare e ci si debba sforzare in tal senso; né richiedo una perfezione evangelica in modo così rigoroso da non voler riconoscere per cristiano se non chi l'abbia raggiunta. Infatti in tal modo tutti gli uomini del mondo sarebbero esclusi dalla Chiesa, visto che non se ne troverà uno che non ne sia ancora molto lontano, anche se ha tratto buon profitto, e la maggior parte non è ancora molto avanti: non per questo bisogna respingerli. Che dunque? Certo dobbiamo avere questo fine davanti agli occhi, e tutte le nostre azioni devono essere regolate su di esso: tendere alla perfezione che Dio ci ordina. Dobbiamo, ripeto, sforzarci e aspirare a tanto. Non ci è lecito fare a metà con Dio, accogliendo una parte di quel che ci è ordinato nella sua Parola, e tralasciando l'altra a nostro piacimento. Poiché ci raccomanda sempre, anzitutto, l'integrità, termine con cui indica una pura semplicità di cuore, libera e netta da ogni finzione, opposta alla doppiezza d'animo. La regola fondamentale del ben vivere procede dallo Spirito, quando cioè la disposizione interiore dell'anima si dà a Dio senza finzione, per camminare in giustizia e santità. Ma poiché, mentre viviamo in questa prigione terrena, nessuno di noi è così forte e ben disposto da impegnarsi in questa corsa con la dovuta prontezza, anzi la maggior parte è così debole che vacilla e zoppica, tanto da non poter progredire molto, andiamo avanti ognuno secondo le sue possibilità, e non cessiamo di proseguire la strada intrapresa. Nessuno camminerà così poco da non avanzare un po', ogni giorno, per guadagnar terreno. Sforziamoci dunque di progredire costantemente nella via del Signore; non perdiamo coraggio, anche se i progressi sono minimi. Anche se la realtà non corrisponde al nostro desiderio, pure non tutto è perso quando l'oggi segna un progresso su ieri. Guardiamo la nostra meta con pura e retta semplicità e sforziamoci di giungere al nostro fine, senza ingannarci con vane lusinghe e senza indulgere ai nostri peccati, ma sforzandoci di diventare di giorno in giorno migliori di quanto siamo, fino al raggiungimento della bontà assoluta, che dobbiamo cercare e perseguire per tutto il tempo della nostra vita, per possederla quando, spogliati dall'infermità della nostra carne, ne saremo fatti pienamente partecipi: quando cioè Dio ci riceverà nella sua compagnia.
CAPITOLO 7 IL SOMMARIO DELLA VITA CRISTIANA: LA RINUNCIA A NOI STESSI 1. Veniamo ora al secondo punto. Benché la legge di Dio abbia un ottimo metodo ed un ben ordinato criterio per dar forma alla nostra vita, è tuttavia parso opportuno a questo buon maestro celeste formare i suoi ad una dottrina più eccellente della regola che aveva dato loro nella Legge. L'inizio dunque del suo agire è questo: il compito dei credenti è di offrire i loro corpi a Dio in sacrificio vivente, santo ed accettevole, ed in ciò consiste il culto legittimo che dobbiamo rendergli (Ro 12.1). Ne deriva questa esortazione: i credenti non si adattino alla figura del mondo presente, ma siano trasformati da un rinnovamento della mente, per cercare e conoscere la volontà di Dio. È già una grande affermazione il dire che siamo consacrati e dedicati a Dio, per non più pensare, d'ora in poi, né parlare, né meditare, né agire se non alla sua gloria; poiché non è lecito servirsi di qualcosa di sacro per un uso profano. Se non apparteniamo a noi stessi ma al Signore, se ne può dedurre quel che dobbiamo fare per non errare, e in che direzione dobbiamo rivolgere tutta la nostra vita. Non apparteniamo a noi stessi: la nostra ragione e la nostra volontà non dominino dunque nei nostri propositi ed in ciò che dobbiamo fare. Non apparteniamo a noi stessi: non perseguiamo dunque lo scopo di cercare quel che ci è giovevole secondo la carne. Non apparteniamo a noi stessi: dimentichiamo dunque noi stessi, per quanto possibile, e tutto ciò che è intorno a noi. Al contrario, apparteniamo al Signore: la sua volontà e la sua sapienza presiedano dunque a tutte le nostre azioni. Apparteniamo al Signore: tutte le componenti della nostra vita siano riferite a lui, come al loro unico fine. Quanto giovamento ha tratto l'uomo che, sapendo di non appartenere a se stesso, ha tolto la signoria e il governo di se alla sua ragione, per metterli nelle mani di Dio! Come il compiacere a se stessi è la peggior peste che gli uomini abbiano per perdersi e distruggersi, così il solo porto della salvezza consiste nel non aver saggezza di per se, nel non voler nulla da per se stessi, ma nel seguire soltanto il Signore. Sia quello dunque il nostro primo passo per ritirarci da noi stessi, per applicare tutta la forza della nostra mente al servizio di Dio. Chiamo servizio non solo l'ubbidire alla sua Parola, ma l'atteggiamento per cui la mente dell'uomo, svuotata del suo proprio sentire, si converte interamente e si sottomette allo Spirito di Dio. Questa trasformazione, che san Paolo definisce rinnovamento della mente (Ef. 4.23) è stata ignorata da tutti i filosofi, benché costituisca il primo passo per entrare nella vita. Essi infatti insegnano che la ragione sola deve reggere e moderare l'uomo, pensano che si debba ascoltare e seguire solo lei e le affidano il governo della vita. Al contrario, la filosofia cristiana vuole che la ragione ceda, che si ritiri per far posto allo Spirito Santo, per essere domata sotto la sua guida, affinché l'uomo non viva più per forza sua, ma abbia in se e porti il Cristo vivente e regnante. 2. Di qui deriva l'altro punto che abbiamo stabilito, cioè che non cerchiamo le cose che ci piacciono, ma quelle che piacciono a Dio e sono proprie ad esaltare la sua gloria. È gran virtù che, quasi dimentichi di noi stessi, o per lo meno non preoccupandoci di noi, ci sforziamo di applicare la nostra perseveranza e di consacrarla fedelmente a seguire Dio e i suoi comandamenti. Infatti, quando la Scrittura ci vieta di avere particolare riguardo a noi, non solo cancella dal nostro cuore l'avarizia, il desiderio di imporci, di giungere a grandi onori o affermazioni, ma vuole anche estirpare ogni ambizione, desiderio di gloria umana ed altre pesti nascoste. Bisogna, certo, che il cristiano pensi che ha a che fare con Dio in tutta la sua vita. Se questo pensiero lo pervade ed egli sa di dovergli render conto di tutte le sue opere, orienterà ogni sua intenzione verso di lui, e la terrà radicata in lui. Poiché dunque ha di mira Dio in tutto il suo operare, storna facilmente il suo spirito da ogni vano pensiero. È la rinuncia a noi stessi, che Cristo richiede con tanta cura da tutti i suoi discepoli, come loro primo apprendistato (Mt. 16.24) , e una volta che il cuore dell'uomo è occupato da Cristo, orgoglio, fierezza, ostentazione ne sono estirpati, poi anche avarizia, intemperanza, cose superflue e piacevolezze, con gli altri peccati che nascono dall'amore per sé. Al contrario, ovunque egli non regna, o l'uomo si lascia andare senza pudore né vergogna ad ogni grossolanità oppure, quando vi sia qualche parvenza di virtù, è corrotta da una cattiva cupidigia di gloria. Mi si indichi un uomo che eserciti gratuitamente la benignità nei confronti dei suoi simili se non ha rinunciato a se stesso, secondo quest'ordine del Signore. Poiché coloro che non hanno avuto una tale disposizione d'animo seguendo la virtù, hanno per lo meno cercato la lode. Anche i filosofi (che hanno maggiormente lottato per dimostrare che la virtù è desiderabile in sé) , si sono talmente gonfiati di orgoglio e di presunzione, che si può vedere che non hanno desiderato la virtù se non per avere di che inorgoglirsi. Ora gli ambiziosi che cercano la gloria mondana, o le persone divorate interiormente dall'arroganza, sono lungi dal piacere a Dio, poiché egli afferma che i primi hanno ricevuto la loro ricompensa in questo mondo e che i secondi sono più lontani dal regno di Dio dei pubblicani e delle prostitute. Non abbiamo ancora chiaramente esposto però quanti impedimenti trattengano l'uomo dal darsi al bene, se non ha rinunciato a se stesso. È stato infatti detto molto bene dagli antichi, che c'è un mondo di peccati nascosti nell'animo dell'uomo; e non vi troveremo altro rimedio, se non rinunciando a noi stessi e, senza aver riguardo a quel che ci piace, dirigendo e orientando la nostra mente alla ricerca delle cose che Dio ci chiede, cercandole per il solo fatto che gli sono gradite. 3. San Paolo, in un altro passo, elenca più distintamente, ancorché in breve, tutti i modi di regolare bene la nostra vita. |