LIBRO TERZO

 

CAPITOLO 1.

LE COSE DETTE SIN QUI DI GESÙ CRISTO CI GIOVANO MEDIANTE L'OPERA SEGRETA DELLO SPIRITO SANTO

1. Dobbiamo ora considerare in che modo diventiamo partecipi dei benefici che Dio il padre ha riposto nel suo figlio; questi infatti non li ha ricevuti per suo vantaggio privato, ma per soccorrere i poveri e gli indigenti.

Dobbiamo in primo luogo notare che, finché siamo fuori di Cristo e separati da lui, l'intera sua opera e sofferenza per la salvezza del genere umano risulta inutile e priva di rilievo per noi. Perché ci trasmetta i beni di cui il Padre l'ha arricchito e colmato, occorre dunque che diventi nostro ed abiti in noi. Per questo è definito nostro "capo" (Ef. 4.15), e "primogenito di molti fratelli" (Ro 8.29); ed è anche affermato che siamo innestati in lui (Ro 11.17) e ce ne rivestiamo (Ga 3.27) , poiché nulla di ciò che possiede ci appartiene come abbiamo detto, fintantoché non diventiamo uno con lui.

Quantunque otteniamo questo mediante la fede, tuttavia costatiamo che non tutti accolgono, indifferentemente, la comunicazione di Gesù Cristo offertaci dall'Evangelo; siamo perciò spinti a cercarne più in alto il motivo e a considerare la potenza e il segreto operare dello Spirito Santo, origine del nostro fruire di Cristo e dei suoi benefici.

Ho già trattato ampiamente della divinità ed essenza eterna dello Spirito Santo. I lettori si accontentino per il momento dell'assunto seguente: Gesù Cristo è venuto con acqua e sangue e lo Spirito testimonia di lui affinché la salvezza che ci ha procurato non svanisca senza che ne beneficiamo. Infatti san Giovanni, come fa riferimento a tre testimoni in cielo, il Padre, la Parola e lo Spirito, così ne cita tre in terra: acqua, sangue e Spirito (1 Gv. 5.7-8). E non invano la testimonianza dello Spirito è ripetuta, testimonianza che sentiamo impressa nei nostri cuori come un suggello, per confermare il lavacro ed il sacrificio insito nella morte del figlio di Dio. Per la medesima ragione san Pietro afferma essere i credenti eletti mediante la santificazione dello Spirito, nell'obbedienza e aspersione del sangue di Cristo (1 Pi. 1.2). Con queste parole egli dichiara che le anime nostre sono, mediante l'incomprensibile irrorazione dello Spirito, purificate dal sangue sacro che è stato sparso una volta per tutte, affinché questo non sia stato compiuto invano. Perciò san Paolo, parlando della nostra purificazione e della nostra giustizia, afferma che otteniamo entrambe nel nome di Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio (1 Co. 6.2).

Riassumendo: lo Spirito Santo costituisce il legame mediante il quale il figlio di Dio ci unisce a sé con efficacia. A questo si riferisce tutto quel che abbiamo detto riguardo alla sua unzione, nel libro precedente.

2. Affinché questo fatto, singolarmente degno di essere conosciuto, sia meglio percepito, ricordiamo che Gesù Cristo è venuto ricolmo di Spirito Santo per separarci dal mondo e accoglierci nella speranza dell'eredità eterna. Perciò è detto "Spirito di santificazione " (Ro 1.4) , in quanto non solo ci dà forza e ci mantiene mediante la forma generale della sua azione che riscontriamo sia nel genere umano sia negli altri animali, ma costituisce per noi la radice e la semenza della vita eterna. I Profeti magnificano il regno di Gesù Cristo proprio per il fatto che egli doveva recare una maggiore elargizione di Spirito Santo. Il passo di Gioele è notevole fra tutti: "Spanderò in quel giorno il mio Spirito su ogni carne, dice il Signore " (Gl. 2.28). Quantunque infatti sembri limitare i doni dello Spirito alla funzione profetica, egli intende pure, in forma figurata, che Dio, mediante la luce del suo Spirito, si formerà dei discepoli di coloro che per l'innanzi erano ignoranti e privi di qualsiasi gusto o sapore della dottrina celeste.

Poiché Dio il padre ci largisce il suo Spirito mediante il Figlio pur avendone posto in lui tutta la pienezza per farlo ministro e dispensatore della sua liberalità nei nostri riguardi, per queste due ragioni lo Spirito è detto ora "del Padre ", ora "del Figlio ". "Non siete più nella carne "dice san Paolo "ma nello Spirito, in quanto lo Spirito di Dio abita in noi. Ma colui che non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene " (Ro 8.9). Volendoci garantire il nostro completo rinnovamento, dice: "Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti, vivificherà i nostri corpi mortali mediante il suo Spirito, che abita in noi " (Ro 8.2). Non vi è infatti alcuna assurdità nell'attribuire al Padre la lode dei suoi doni, poiché ne è l'artefice, dicendo la stessa cosa di Gesù Cristo, in quanto questi doni gli sono stati affidati in deposito, perché li elargisse ai suoi come gli pare. Per questo invita a se tutti gli assetati, affinché bevano (Gv. 7.37), e san Paolo dice che lo Spirito è dato a ciascuno dei membri secondo la misura del dono di Cristo (Ef. 4.7).

Dobbiamo inoltre considerare che è chiamato "Spirito di Cristo "; non in quanto figlio eterno di Dio unito, nella sua essenza divina, in un medesimo Spirito Cl. Padre, ma in quanto Mediatore, poiché la sua venuta risulterebbe inutile se non fosse sceso a noi munito di tale potenza. In questo senso è chiamato "secondo Adamo ", venuto dal cielo in Spirito vivificante (1 Co. 15.45). Infatti san Paolo paragona la vita particolare che Gesù Cristo ispira ai suoi credenti per unirli a se, alla vita dei sensi, comune anche ai reprobi. Similmente, quando invoca sui credenti l'amore di Dio e la grazia di Cristo, aggiunge il dono dello Spirito, senza il quale mai nessuno gusterà né il favore paterno di Dio né i benefici di Cristo, come leggiamo in un altro testo: "L'amore di Dio è sparso nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci viene dato " (Ro 5.5).

3. Ci sarà utile a questo punto prendere nota dei titoli che la Scrittura attribuisce allo Spirito, quando tratta dell'inizio e dell'intero corso relativo alla restaurazione della nostra salvezza.

In primo luogo è detto "Spirito di adozione " (Ro 8.15) , in quanto ci è testimone della benevolenza gratuita con cui il Padre celeste ci accoglie in virtù del suo Figlio e, attestandoci che siamo figli di Dio, ci dà fiducia e coraggio per pregare; anzi ci pone in bocca le parole, affinché possiamo gridare con fiducia: "Abba, Padre " (Ga 4.6).

Per la medesima ragione è detto "pegno e suggello della nostra eredità " (2 Co. 1.22) , in quanto ci vivifica dal cielo, quantunque siamo pellegrini in questo mondo e simili a poveri morti; ci attesta pure che la nostra salvezza, essendo nelle mani di Dio, è al riparo da ogni pericolo.

 

Da questo deriva l'altro titolo, quando è detto "vita ", a causa della giustizia (Ro 8.10). Irrorandoci con la sua grazia invisibile, ci rende atti a produrre frutti di giustizia, così come la pioggia feconda la terra con la sua umidità; perciò è sovente detto "acqua ", come in Isaia: "Voi tutti che siete assetati, venite alle acque! " (Is. 55.1); "Spanderò il mio Spirito su colei che ha sete, e farò scorrere i fiumi sulla terra arida " (Is. 44.3). A questo corrisponde l'affermazione di Gesù Cristo che ho citato sopra: "Se qualcuno ha sete, venga a me! " (Gv. 7.37). È altresì indicato con questo termine, per la forza che ha di purificare e nettare, come in Ezechiele, dove Dio promette acque pure "per lavare tutte le impurità del suo popolo " (Ez. 36.25).

Irrorandoci del flusso della sua grazia ci ridà vigore e ci rianima, dunque deriva da questo effetto anche il titolo di "olio "e di "unzione "che gli è dato (1 Gv. 2.20-27).

D'altra parte, distruggendo e bruciando le nostre concupiscenze peccaminose, simili a immondizie e superfluità, infiamma i nostri cuori di amore per Dio e desiderio di servirlo: per questo è, a buon diritto, definito "fuoco " (Lu 3.16).

Ci è insomma presentato come la sola sorgente donde fluiscono sui noi tutte le ricchezze celesti, ovvero come la mano di Dio mediante la quale egli esercita la sua potenza (Gv. 4.14). Mediante la sua ispirazione siamo rigenerati alla vita celeste, per non essere più spinti o guidati da noi stessi ma dalla sua ispirazione e dalla sua opera, talché se c'è in noi un qualche bene, è unicamente frutto della sua grazia: senza di lui tutto lo splendore della nostra virtù risulta nullo, in quanto non vi è in noi che cecità di spirito e perversità di cuore.

È già stato detto chiaramente che Gesù Cristo è per noi una realtà inutile finché non sia messo in relazione Cl. suo Spirito che ci guidi a lui; senza questo non possiamo far altro che considerare Gesù Cristo da lungi come essendo fuori di noi, oggetto di fredda speculazione. Ma sappiamo che non giova se non a coloro di cui e capo e fratello primogenito, i quali anzi sono rivestiti di lui (Ef. 4.15; Ro 8.29; Ga .3.27). È unicamente questo congiungimento a far sì che non sia venuto invano per noi, Cl. nome di Salvatore.

A questo stesso scopo tende l'unione sacra mediante cui siamo fatti carne della sua carne e ossa delle sue ossa, anzi uno con lui. Si unisce a noi unicamente mediante il suo Spirito, e ci fa sue membra per grazia e potenza di esso (Ef. 5.30) , per legarci a se e per essere per parte sua posseduto da noi.

4. In quanto però la fede è la sua opera essenziale, la maggior parte di quel che leggiamo nella Scrittura circa la sua potenza e il suo operare si riferisce a questa fede, mediante la quale egli ci conduce alla luce dell'Evangelo; come dice san Giovanni, questa dignità è concessa a tutti coloro che credono di essere resi figli di Dio in Cristo, i quali non son nati da carne e sangue, ma da Dio (Gv. 1.13). Contrapponendo Dio alla carne e al sangue, dimostra trattarsi di un dono celeste e sovrannaturale che gli eletti ricevano Gesù Cristo mediante la fede, poiché altrimenti rimarrebbero ancorati alla loro incredulità. La risposta che Gesù Cristo diede a Pietro ne è una prova: "Non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nel cielo " (Mt. 16.17). Accenno solo brevemente a queste cose, in quanto sono state ampiamente sviluppate altrove.

 

Si inserisce bene in questo dibattito la parola di san Paolo: i credenti sono suggellati dallo Spirito della promessa (Ef. 1.13). Egli intende dire che lo Spirito è il maestro interiore, mediante il quale penetra in noi e trapassa le nostre anime, la promessa della salvezza che altrimenti non farebbe che battere l'aria o risuonare alle nostre orecchie. Similmente quando dice che i fratelli di Tessalonica sono stati eletti da Dio mediante la santificazione dello Spirito e nella fede della verità (2 Ts. 2.13) , con tale riferimento ci ricorda che la fede non può avere altra provenienza all'infuori dello Spirito. San Giovanni lo spiega altrove in modo più ampio, dicendo: "Sappiamo che egli dimora in noi, dallo Spirito che ci ha dato" (1 Gv. 3.24); e: "Da questo sappiamo che dimoriamo in lui ed egli in noi: perché ci ha dato il suo Spirito " (1 Gv. 4.13). Perciò il Signor Gesù, volendo rendere i suoi discepoli capaci di afferrare la sapienza celeste, promette loro lo Spirito della verità, che il mondo non può accogliere (Gv. 14.17) , attribuendogli il compito particolare di suggerire e ricordare loro quel che aveva già insegnato; anche la luce si presenterebbe invano ai ciechi se questo Spirito di intelligenza non aprisse gli occhi della mente; a ragione lo si può chiamare chiave, mediante la quale i tesori del regno dei cieli ci sono aperti; e la sua illuminazione può essere definita la vista della anime nostre.

Ecco perché san Paolo loda tanto il ministero dello Spirito (2 Co. 3.6) e questo equivale a dire che la predicazione reca con se vigore spirituale perché i Dottori predicherebbero invano se Gesù Cristo, il sommo maestro, non operasse dall'interno per attrarre coloro che gli sono affidati dal Padre (Gv. 6.44).

Ogni perfezione di salvezza è in Gesù Cristo ed egli, per rendercene partecipi, ci battezza di Spirito Santo e di fuoco (Lu 3.16) , illuminandoci nella fede del suo Evangelo e rigenerando i nostri cuori, tanto da farci creature nuove; infine ci purifica da ogni nostra macchia e sozzura, affinché siamo consacrati a Dio quali templi santi.

 

LIBRO TERZO

CAPITOLO 2/1

LA FEDE, DEFINIZIONE E PROBLEMI AD ESSA ATTINENTI

1. Tutto questo sarà facile da intendere quando avremo fornito una più chiara definizione della fede per ben specificare ai lettori quale ne sia la natura e la forza.

È, opportuno ricordare quanto abbiamo detto fin qui: Dio, nell'ordinarci mediante la Legge quanto è da fare, ci minaccia, se sgarriamo minimamente, Cl. giudizio della morte eterna e così ci imbriglia come se dovesse saettare sul nostro capo.

Se guardiamo a noi stessi e consideriamo solamente quel che abbiamo meritato e di quale condizione siamo degni, non ci rimane neppure un briciolo di speranza: come povera gente respinta da Dio siamo affranti in dannazione, poiché l'osservare la Legge come richiesto, non solo è per noi difficile, ma oltrepassa le nostre forze e le nostre facoltà.

In terzo luogo abbiamo dichiarato che esiste un solo mezzo per sottrarci ad una calamità così disastrosa e trarci fuori: Gesù Cristo essendo il Redentore per mano del quale il padre celeste, pietoso verso di noi secondo la sua misericordia infinita, ci ha voluti soccorrere, afferriamoci a questa misericordia con una fede ferma e affidiamoci ad essa con una speranza costante per perseverare.

Rimane ora da considerare attentamente in che consiste questa fede mediante la quale tutti coloro che Dio adotta quali figli entrano in possesso del Regno di Dio; poiché una opinione o anche una convinzione generica non basterebbe a fare cosa sì grande. Dobbiamo tanto più applicarci con cura ad interrogarci sulla natura e sulle reali caratteristiche della fede, se consideriamo che la gran parte della gente è, su questo punto, come inebetita. Nell'udire questo termine, infatti, immaginano semplicemente una volontà di aderire alla storia evangelica.

Quando si disputa della fede, nelle scuole teologiche, dicendo in modo esplicito che Dio ne è oggetto, si smarriscono poi qua e là le povere anime in vane speculazioni anziché indirizzarle ad una meta sicura. Poiché Dio abita in una luce inaccessibile (1 Ti. 6.163, è richiesto che Gesù Cristo ci venga incontro per condurci ad essa. Perciò chiama se stesso "la luce del mondo " (Gv. 8.12) , e in un altro passo "la via, la verità e la vita " (Gv. 14.6) , perché nessuno viene al Padre, che è fonte di vita, se non per mezzo di lui, per il fatto che lui solo conosce il Padre e che l'ufficio suo è di rivelarlo ai credenti (Lu 10.22).

Seguendo questo stesso argomento san Paolo dichiara di non aver stimato nulla degno di conoscenza se non Gesù Cristo (1 Co. 2.2) , e nel libro degli Atti non si glorifica che del fatto di aver conosciuto la fede in Gesù Cristo. In un altro passo menziona la parola rivelatagli: "Ti manderò fra i popoli, affinché ricevano remissione dei loro peccati, e siano partecipi dell'eredità dei santi per mezzo della fede che è in me " (At. 26.17-18). Altrove dice che la gloria di Dio ci è visibile nel volto di Cristo e che quello è lo specchio ove ci è rivelata ogni conoscenza (2 Co. 4.6).

 

È vero che la fede si rivolge ad un Dio unico, ma occorre aggiungere il secondo elemento: credere in Gesù Cristo da lui inviato, perché Dio sarebbe nascosto ben lungi da noi se il Figlio non ci illuminasse con i suoi raggi. Anche a quel fine il Padre ha posto in lui tutti i suoi beni per rivelarsi nella persona di lui e con questa comunicazione manifestare la vera immagine della sua gloria. Come è stato detto, che occorre essere attratti dallo Spirito per essere incitati a cercare il Signore Gesù, così d'altra parte ci è d'uopo essere avvertiti di non cercare il Padre all'infuori di questa immagine.

Di ciò Agostino parla molto a proposito, dicendo che per ben orientare la nostra fede dobbiamo sapere dove dobbiamo andare. Poi subito conclude che la via per preservarci da ogni errore è di conoscere colui che è Dio e uomo. Poiché tendiamo a Dio e a lui siamo condotti mediante l'umanità di Gesù Cristo.

Del resto san Paolo, facendo menzione della fede che abbiamo in Dio, non intende negare ciò che tanto spesso ripete circa la fede che ha tutta la sua forza in Gesù Cristo; e san Pietro congiunge molto bene i due elementi dicendo che per mezzo di Cristo crediamo in Dio (1 Pi. 1.21).

2. Questo errore, come infiniti altri, deve essere imputato ai teologi della Sorbona che, quanto più hanno potuto, hanno coperto Gesù Cristo d'un velo; se infatti non guardiamo direttamente a lui, non possiamo che perderci in molti labirinti. Oltre al fatto che con le loro oscure definizioni sminuiscono la potenza della fede e quasi la riducono a nulla, hanno elaborato una immaginazione di fede che definiscono implicita o avvolta, termine Cl. quale coprono la più greve ignoranza che si possa trovare e ingannano il povero popolo conducendolo a rovina.

Anzi, per parlare apertamente e sinceramente, queste fantasie non solo soffocano la vera fede, ma l'annientano. Forse la fede consisterebbe nel non intendere nulla, sottomettendo la propria intelligenza alla Chiesa? Certo la fede non consiste in ignoranza ma in conoscenza, e non solo di Dio, ma anche del suo volere. Non otteniamo salvezza per il fatto che siamo disposti ad accogliere come vero tutto ciò che la Chiesa ha definito o perché le affidiamo l'incarico di interrogare e conoscere, ma in quanto sappiamo che Dio ci è padre benevolo per mezzo della riconciliazione fatta in Cristo ed in quanto riceviamo Cristo come datoci per essere giustizia, santificazione, vita. È mediante questa conoscenza, e non affatto sottomettendo il nostro spirito a cose ignote, che otteniamo di entrare nel regno celeste. L'Apostolo, dicendo che si crede Cl. cuore per ottenere giustizia, e si professa con le labbra per avere la salvezza (Ro 10.10) , non intende che basti credere implicitamente ciò che non si capisce, ma richiede una limpida e pura conoscenza della bontà di Dio su cui si fonda la nostra giustizia.

3. Non nego affatto che, avvolti dall'ignoranza, molte cose ci siano nascoste e lo siano fino a che, spogliati di questo corpo mortale, saremo più vicini a Dio; riguardo a quelle cose considero che nulla sia più giovevole che sospendere il nostro giudizio, pur mantenendo la nostra decisione di rimanere uniti alla Chiesa. Ma è una beffa il voler coprire con l'etichetta "fede "una pura ignoranza. Infatti la fede consiste in conoscenza di Dio e di Cristo (Gv. 17.3) , non in riverenza verso la Chiesa. Vediamo quale abisso hanno spalancato coi termini implicita o avvolta, come dicono: gli ignoranti accolgono tutto quel che viene loro offerto sotto l'autorità della Chiesa, senza alcun discernimento, anche i più grossolani errori che vengono loro presentati. Questa superficialità tanto sconsiderata, quantunque faccia cadere l'uomo in rovina, è pur tuttavia scusata da costoro, in quanto non crede nulla in modo determinato, ma aggiunge sempre la condizione: se tale è la fede della Chiesa. In tal modo sembra quasi possibile tenere la verità nell'errore, la luce nel buio e la conoscenza nell'ignoranza.

Anziché fermarci a confutare queste follie, esortiamo solo i lettori a paragonarle al nostro insegnamento, poiché la chiarezza stessa della verità fornirà argomenti sufficienti per confondere costoro. Per loro non costituisce problema sapere se la fede è avvolta in molte tenebre di ignoranza; ritengono che coloro i quali si abbrutiscono nella loro ignoranza e anzi si vantano della loro stoltezza, credono in modo esatto e come è richiesto, in quanto si adeguano all'autorità e giudizio della Chiesa, senza sapere nulla. Come se la Scrittura non insegnasse sempre che l'intelligenza è connessa alla fede.

4. Riconosciamo che la fede, finché siamo pellegrini nel mondo, è sempre oscurata, non solo perché molte cose ci sono ancora sconosciute ma perché, annebbiati da molti errori, non intendiamo tutto ciò che sarebbe desiderabile. La sovrana saggezza dei più perfetti consiste nel trar profitto e nell'andare innanzi rendendosi docili e mansueti. San Paolo esorta dunque i credenti, se in qualche cosa dissentono l'uno dall'altro, ad aspettare più ampia rivelazione (Fl. 3.15). L'esperienza ci insegna che non comprendiamo quanto sarebbe desiderabile, finché non saremo spogliati della nostra carne. Quotidianamente, leggendo la Scrittura, incontriamo molti passi oscuri che ci accusano e convincono di ignoranza; con queste redini Dio ci mantiene modesti, assegnando ad ognuno una certa porzione di fede, affinché il più grande dottore ed il più capace siano pronti a lasciarsi istruire.

Abbiamo parecchi esempi belli e lodevoli di tale fede implicita nei discepoli del nostro Signor Gesù, prima che fossero pienamente illuminati. Vediamo quanto sia stato loro difficile gustare i primi elementi, come hanno esitato e avuto scrupolo in cose molto piccole, e quantunque pendessero dalle labbra del loro maestro, quanto poco abbiano progredito. Per di più, venuti al sepolcro, la risurrezione di cui tanto avevano udito parlare fu per loro come un sogno. Dato che Gesù Cristo aveva già reso loro testimonianza che credevano, non sarebbe lecito affermare che erano del tutto privi di fede; se non fossero stati convinti che Gesù Cristo doveva risuscitare, ogni loro desiderio di seguirlo sarebbe svanito. E neanche le donne sono state spinte da superstizione per ungere di aromi un corpo morto in cui non fosse stata risposta qualche speranza di vita; quantunque prestassero fede alle parole del Figlio di Dio, il quale sapevano essere verace, tuttavia l'ignoranza che occupava ancora il loro spirito ha mantenuto la loro fede avvolta in tenebre, al punto da lasciarli smarriti. Per questo è detto che avendo costatato de visu la verità delle parole del nostro Signor Gesù, finalmente hanno creduto; non che essi abbiano cominciato a credere allora, ma perché il seme di fede che era come morto nei loro cuori ha ripreso vigore per fruttificare. C'era dunque vera fede in loro, ma implicita, perché avevano accolto con il dovuto rispetto il Figlio di Dio quale loro unico maestro. In seguito, ammaestrati da lui, lo considerarono autore della loro salvezza. Infine credettero che era venuto dal cielo per raccogliere in eredità immortale, per grazia di Dio suo padre, coloro che gli sarebbero stati discepoli autentici.

 

La conferma migliore e più personale di ciò, risiede nel fatto che ognuno riscontra sempre in se una certa incredulità mista alla fede.

5. Possiamo parimenti definire fede, ciò che propriamente non è che una preparazione ad essa.

Gli evangelisti narrano che molti hanno creduto, unicamente perché colpiti dai miracoli di Gesù Cristo, e lo hanno ammirato senza considerarlo altro che il Redentore promesso, pur avendo conosciuto poco o nulla dell'insegnamento dell'Evangelo. Il rispetto che li ha vinti e sottomessi a Gesù Cristo è fregiato del titolo di fede, quantunque non fosse che un piccolo inizio. Così l'ufficiale di corte che aveva creduto alla promessa di Gesù Cristo concernente la guarigione del figlio, tornato a casa credette daccapo, secondo san Giovanni (Gv. 4.53) , senza dubbio perché, fin dal primo momento ritenne oracolo celeste quanto udito dalla bocca di Gesù Cristo; poi si è sottomesso alla autorità di lui, per accogliere il suo insegnamento. Ma bisogna ricordare che si è reso così docile e disposto ad apprendere, che il termine "credere ", nel primo punto di questo passo di Giovanni, indica una fede di tipo particolare, nel secondo punto va oltre, e colloca quell'uomo nella schiera dei discepoli del nostro Signore, i quali facevano professione di aderire a lui.

San Giovanni ci propone un esempio affine quando ci parla dei Samaritani i quali, avendo prestato fede alle parole della donna, accorrono a Gesù Cristo con ardore: questo è un inizio di fede. Ma dopo averlo udito dicono: "Non crediamo più per la tua parola, ma in quanto l'abbiamo udito e sappiamo che è il salvatore del mondo " (Gv. 4.42).

Risulta da queste testimonianze che coloro che non si sono ancora nutriti dei primi elementi, per il fatto stesso di essere inclini e indotti ad ubbidire a Dio, sono chiamati credenti, non in senso proprio ma in quanto Dio, con la sua liberalità, fa questo onore al loro sentimento.

Del resto tale docilità desiderosa di apprendere è ben diversa da quella greve ignoranza in cui giacciono e dormono coloro che si contentano della loro fede implicita, quale i papisti la concepiscono. Se san Paolo condanna rigorosamente coloro che, imparando, non giungono mai alla conoscenza della verità (2Ti 3.7) , di quanto maggior obbrobrio e vituperio sono degni coloro che deliberatamente desiderano non sapere?

6. Tale è dunque la vera conoscenza di Gesù Cristo: riceverlo quale ci è offerto dal Padre, cioè rivestito dal suo Evangelo. Destinato ad essere meta della nostra fede, non tenderemo mai rettamente a lui, se non guidati dall'Evangelo. Di fatto è qui che i tesori della grazia ci sono aperti, poiché se ci fossero chiusi, Gesù Cristo non ci gioverebbe molto. Ecco perché san Paolo unisce dottrina e fede con un legarne indissolubile, dicendo: "Non è così che avete imparato a conoscere Cristo, se pur siete stati ammaestrati secondo la sua verità " (Ef. 4.20-21). Non che io limiti la fede all'Evangelo, senza riconoscere che quanto hanno insegnato Mosè ed i Profeti era sufficiente a ben fondarla; ma l'Evangelo ne dà una più ampia rivelazione e san Paolo lo chiama, a ragione, "insegnamento di fede ". Pertanto, in un altro passo, afferma che la Legge è stata abolita con l'avvento della fede (Ro 10.4) , indicando così il modo nuovo di insegnare portato dal figlio di Dio, il quale ha illustrato la misericordia del Padre suo molto più chiaramente, ed essendoci stato costituito maestro e dottore, ci ha attestato in modo più familiare la nostra salvezza. Ma il ragionamento risulterà più facile se discendiamo per gradi, dal generale al particolare.

In primo luogo ricordiamoci che esiste una relazione tra la fede e la Parola, da cui la prima non può essere separata né distolta più di quanto lo possano essere i raggi dal sole che li produce. Perciò Dio proclama per bocca di Isaia: "Ascoltatemi e la vostra anima vivrà " (Is. 55.3). Anche san Giovanni attesta che tale è la sorgente della fede, dicendo: "Queste cose sono scritte affinché crediate " (Gv. 20.31). E il Profeta, volendo esortare il popolo a credere, dice: "Oggi, se udite la sua voce " (Sl. 95.8). In breve, il termine "udire "viene comunemente inteso come sinonimo di credere. In conclusione, non invano Dio distingue, con questo segno, i figli della Chiesa dagli estranei: egli li ammaestrerà per averli discepoli (Is. 53.2). Vi corrisponde il fatto che san Luca adopera qua e là come equivalenti i due termini: credenti e discepoli, estendendo questo titolo anche a una donna (At. 6.1; 9.1.10.19.38; 11.26.29; 13.52; 14.20).

Perciò se la fede si sposta, anche di poco, dall'obbiettivo a cui deve mirare, perde la sua natura e diventa incerta credulità ed errore ondeggiante in molteplici direzioni. Questa stessa Parola rappresenta il fondamento che la sostiene e su cui poggia; ma non appena se ne allontana, subito incespica. Si elimini dunque la Parola, e non rimarrà più fede alcuna.

Non affrontiamo qui il problema di sapere se il ministero dell'uomo sia o no necessario, per seminare la Parola da cui nasce la fede; lo tratteremo in altra sede. Ma diciamo che la Parola, da qualunque parte ci venga recata, è uno specchio in cui la fede deve guardare e contemplare Dio. Sia che, per questo, Dio si giovi del servizio dell'uomo, sia che operi per sua sola forza, si presenta sempre con la sua parola a coloro che intende attrarre a se. Perciò anche san Paolo definisce la fede "obbedienza "che si rende all'Evangelo (Ro 1.5). Altrove loda il servizio e la prontezza di fede dei Filippesi (Fl. 2.17). L'intelligenza della fede non consiste solo nella certezza che esiste un Dio ma essenzialmente nell'intendere quale sia la sua volontà a nostro riguardo. Infatti non ci è solo utile conoscere quale egli sia, in se, ma quale vuole essere per noi.

Abbiamo dunque già acquisito questo fatto: la fede è una conoscenza della volontà di Dio tratta dalla sua Parola. Il suo fondamento è la convinzione che si ha della verità divina; se il tuo cuore non ne ha certezza assoluta, l'autorità della Parola è ben debole, o del tutto nulla, in te. Inoltre non basta credere che Dio è veritiero, che non può mentire o ingannare, se non hai la certezza che tutto quanto procede da lui è verità ferma ed inviolabile.

7. Ma dato che il cuore dell'uomo non è confermato nella fede da qualsiasi parola di Dio, è necessario individuare ciò che la fede propriamente scorge nella Parola. Fu la voce di Dio che disse ad Adamo: "Per certo tu morrai "; fu la voce di Dio a dire a Caino: "Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra, " (Ge 2.17; 4.10). Ma queste affermazioni non potevano che scuotere la fede, non certo consolidarla.

D'altra parte, non neghiamo che il compito della fede consista nel dare adesione alla verità di Dio ogniqualvolta egli parli, e qualsiasi cosa dica, e in qualsiasi modo; ma cerchiamo ora ciò che la fede trova in quella Parola per scoprire in essa appoggio e garanzia. Se la nostra coscienza non vede altro che indignazione e vendetta, come non tremerà d'orrore? E quando abbia orrore di Dio, come non lo fuggirà? Ora la fede deve cercare Dio, non fuggirlo. Risulta dunque che non siamo ancora in possesso di una definizione soddisfacente, dato che non si può ritenere fede il conoscere ogni parola di Dio.

Che accadrà se sostituiamo questa volontà, il cui messaggio è a volte triste o minaccioso, con benevolenza e misericordia? In questo modo ci avviciniamo certo maggiormente all'essenza della fede. Infatti siamo indotti con dolcezza a ricercare Dio dopo aver conosciuto che la nostra salvezza è in lui; egli ce lo certifica dichiarandoci che ne prende cura. Ci è necessario dunque avere la promessa della sua grazia, con cui ci attesta che ci è padre propizio, perché senza questa nessuno può accostarsi a lui e il cuore dell'uomo non può trovare stabilità che in essa

Secondo questo pensiero, misericordia e verità appaiono spesso associate nei Sl. , in ragione di un accordo indissolubile, poiché a nulla gioverebbe sapere che Dio è veritiero se non ci attraesse a se quasi seducendoci con la sua clemenza. Certo non saremmo in grado di comprendere la sua misericordia, se non ce la offrisse di sua voce. Ne sono esempi le affermazioni: "Ho predicato la tua verità e la tua salvezza; non ho nascosto la tua bontà e verità; così come la tua bontà e verità mi proteggono " (Sl. 40.11-12); "La tua misericordia tocca i cieli, la tua verità va fino alle nuvole " (Sl. 36.6); "Tutte le vie di Dio sono clemenza e verità per coloro che serbano la sua alleanza " (Sl. 25.10); "La sua misericordia è moltiplicata su di noi, e la sua verità dimora in eterno " (Sl. 117.2); "Io celebrerò il tuo nome, per la tua misericordia e verità " (Sl. 138.2).

Tralascio quel che ne dicono spesso i Profeti: che Dio, in quanto è benigno, è anche fedele alle sue promesse. Poiché sarebbe temerarietà da parte nostra pensare che Dio ci sia propizio, se non ne desse lui stesso testimonianza, prevenendoci con l'orientarci, affinché la sua volontà non sia per noi dubbia o oscura. Abbiamo già visto che egli ha stabilito suo figlio quale unico pegno del suo amore e che senza di lui non apparirebbero che segni di ira e odio in cielo e in terra.

Inoltre, dato che la conoscenza della bontà di Dio non può avere grande importanza se non nella misura in cui essa ci fa riposare in quella bontà, è da escludersi ogni intelligenza mista a qualche dubbio, la quale non si mantenga ferma, ma vacilli come mettendola in discussione. L'intelligenza dell'uomo, accecata e oscurata, è ben lungi dall'essere così penetrante e acuta da conoscere la volontà di Dio, e il cuore, solito a vacillare in dubbi ed incertezze, non può essere rassicurato sì da riposare in tale convincimento. Occorre dunque che la mente dell'uomo sia illuminata da altra luce ed il cuore riceva conferma, prima che la Parola di Dio ottenga in noi piena adesione.

Una piena definizione della fede è dunque questa: si tratta di una conoscenza stabile e certa della buona volontà di Dio nei nostri confronti, conoscenza fondata sulla promessa gratuita data in Gesù Cristo, rivelata al nostro intendimento e suggellata nel nostro cuore dallo Spirito Santo.

8. Prima di proseguire è necessario porre qualche premessa per sciogliere alcune difficoltà che altrimenti potrebbero ostacolare il lettore e ritardarlo.

 

Dobbiamo in primo luogo refutare la distinzione che ha sempre avuto corso tra i Sorbonisti, concernente la fede, che chiamano formata e informe. Essi immaginano infatti che coloro che non sono toccati da qualche timore di Dio o da sentimenti di pietà, non mancano di credere tutto quanto è necessario alla salvezza; quasi non fosse lo Spirito Santo, illuminando il nostro cuore alla fede, ad essere testimone della nostra adozione. Quantunque vogliano, con loro presunzione e contro tutta la Scrittura, che tale conoscenza sia fede, non occorrerà dibattere molto o disputare più a lungo contro la loro definizione, a condizione che quanto la Scrittura ce ne dice sia ben spiegato. Questo ci farà vedere che, su un argomento così elevato, essi, più che parlare, grugniscono scioccamente e animalescamente. Ne ho già menzionato una parte e ne menzionerò appresso il rimanente.

Per l'istante dirò che non si potrebbe immaginare nulla più a sproposito di quel loro sogno. Considerano che l'assenso con cui coloro che disprezzano Dio accetteranno per vero ciò che è contenuto nella Scrittura, debba essere reputato fede. Occorrerebbe in primo luogo chiarire se ognuno chiama a se la fede di sua iniziativa, o se è lo Spirito Santo che, per suo mezzo, ci attesta la nostra adozione. Per cui parlano da fanciulli quando si domandano se la fede, formata dalla carità sopraggiunta, è una stessa fede o una fede diversa e nuova. Un simile scherzo evidenzia il fatto che essi non hanno mai avuto idea del dono singolare dello Spirito mediante il quale la fede ci è ispirata. In fatti, l'atto iniziale della fede contiene in se la riconciliazione con cui l'uomo accede a Dio. Se valutassero attentamente l'affermazione di san Paolo, che si crede con il cuore alla giustizia (Ro 10.10) , non si divertirebbero più a definire la fede per mezzo di virtù sopravvenienti. Qualora non avessimo altro argomento, questo dovrebbe bastare a risolvere ogni dubbio: l'assentire a Dio, come ho già detto e più a lungo dirò, risiede nel cuore piuttosto che nel cervello, consiste in disposizione d'animo più che in intelletto. Per questo l'obbedienza della fede è lodata (Ro 1.5) al punto che Dio preferisce quello ad ogni altro servizio, e a ragione, visto che nulla è prezioso quanto la sua verità, sottoscritta dai credenti, secondo Giovanni Battista, come quando si mette la propria firma o suggello su una lettera (Gv. 3.33). Questo non può dar luogo a dubbi, concludo; perciò, in una parola, coloro che affermano la fede essere formata quando vi si aggiunge qualche buon sentimento, come un accessorio estraneo, non fanno che blaterare, visto che l'assentire non può essere privo di buona disposizione d'animo e riverenza verso Dio.

Ma si presenta un argomento assai più chiaro. Poiché la fede accoglie Gesù Cristo come ci è offerto dal Padre (e non ci è offerto unicamente per giustizia, remissione dei peccati e riconciliazione ma altresì per santificazione e fonte d'acqua viva) nessuno potrà mai conoscerlo dovutamente né credere in lui senza afferrare questa santificazione data dallo Spirito. O, per esprimerci ancora più chiaramente: la fede ha la sua sede nella conoscenza di Cristo e Cristo non può essere conosciuto senza la santificazione ad opera del suo Spirito; ne consegue che la fede non deve assolutamente essere separata da una buona disposizione d animo.

9. Coloro che hanno l'abitudine di citare san Paolo quando dice che se qualcuno avesse una fede così perfetta da trasportare le montagne ma fosse privo di carità, costui non è nulla (1 Co. 13.2) , e vogliono con queste parole rendere la fede informe e priva di carità, non considerano affatto il significato del termine "fede, "in questo passo. San Paolo, intendendo parlare dei diversi doni dello Spirito, fra cui elencava le lingue, il potere di compiere miracoli e le profezie (1 Co. 12.10) , ed esortando i fratelli di Corinto a rivolgere la loro attenzione a quelli più eccellenti e utili, quelli cioè da cui poteva scaturire maggior frutto e utilità a tutto il corpo della Chiesa, aggiunge che mostrerà loro una via migliore: tutti quei doni, pur essendo eccellenti per natura, non sono per nulla da stimare se non servono alla carità; sono infatti dati per l'edificazione della Chiesa e se non vi si riferiscono, perdono il loro significato e il loro valore.

Per darne prova, egli si vale di una distinzione, attribuendo nomi diversi a quegli stessi doni di cui aveva fatto prima menzione. Così definisce "fede "quel che prima aveva chiamato "potere ", volendo indicare con l'uno e l'altro vocabolo la potenza di fare dei miracoli. Ora poiché questa potenza, sia essa fede o potere, è un dono particolare di Dio, come lo sono il dono delle lingue, di profezia e altri simili, che anche un malvagio può avere e di cui può abusare, non fa meraviglia che essa sia separata dalla carità.

Tutto l'errore di questa povera gente deriva dal fatto che, pur avendo il vocabolo "fede "diversi significati che essi non osservano, si trovano a combattere come se fosse sempre preso nello stesso senso. Il passo di san Giacomo che essi citano a conferma del loro errore sarà spiegato altrove (Gm. 2.14).

Benché, per comodità didattica, ammettiamo che vi siano varie forme di fede, volendo riferirci alla conoscenza di Dio fra i malvagi, tuttavia riconosciamo e confessiamo con la Scrittura che c'è un'unica fede nei figli di Dio.

È pur vero che molti credono esserci un Dio e pensano che tutto ciò che è contenuto nell'Evangelo e nella Scrittura sia vero, allo stesso modo che si è soliti giudicare vero quello che si legge nelle cronache o che si è visto con i propri occhi.

Altri vanno ancora oltre poiché considerano la parola di Dio oracolo indiscutibile, non disprezzano affatto i suoi comandamenti e sono in qualche modo colpiti dalle sue promesse. Diciamo che quella gente non è senza fede, ma lo diciamo in modo improprio per il solo fatto che essi non combattono con empietà manifesta la parola di Dio, non la respingono né la disprezzano, ma danno anzi qualche parvenza di obbedienza.

10. Quest'ombra o immagine della fede non rivestendo alcuna importanza, è indegna di un tal titolo. Benché stiamo per vedere più ampiamente quanto essa differisca dalla vera fede, nondimeno non nuocerà farne ora un breve cenno.

È detto che Simon Mago credette, mentre poco dopo egli manifesta la sua incredulità (At. 8.13). Quanto alla testimonianza di fede che gli è data, non intendiamo dire, con certuni, che egli l'abbia soltanto simulata a parole, senza averla in cuore; pensiamo piuttosto che, dominato dalla maestà

dell'Evangelo, egli vi abbia prestato una vera fede, riconoscendo a tal punto Cristo per autore di vita e di salvezza, da accettarlo in quanto tale. Il nostro Signore dice, all'ottavo capitolo di san Luca, che coloro nei quali il seme della Parola è soffocato prima di portar frutto, oppure è disseccato e perso prima di aver messo radice, credono per un certo tempo. Non mettiamo in dubbio che costoro siano presi da un qualche interesse per la Parola tant'è vero che, colpiti dalla sua potenza divina, la ricevono con piacere, fino a ingannare, nella loro fallace simulazione, non solo gli uomini, ma anche i propri cuori. Poiché essi si persuadono che il loro rispetto per la Parola di Dio è la pietà più autentica che possano avere, in quanto non reputano maggior empietà al mondo che il vituperare o disprezzare apertamente questa Parola. Ora, qualunque sia questo ricevere l'Evangelo, non penetra fino al cuore per rimanervi radicato; e benché talvolta paia mettervi radici, queste non sono viventi: a tal punto è vano il cuore umano, pieno di nascondigli per le menzogne, avvolto di ipocrisia, che inganna spesso se stesso. Quanto a coloro che si gloriano di una tal sembianza di fede, devono convincersi che non sono in questo per nulla superiori al diavolo (Gm. 2.19). Certo, i primi di cui abbiamo parlato sono di gran lunga inferiori, in quanto sono scossi udendo le cose che fanno tremare i diavoli; gli altri sono simili, in quanto il sentimento che ne hanno si muta In terrore e spavento.

2. So che l'attribuire la fede ai dannati sembra molto duro e strano a taluni, visto che san Paolo la considera il frutto della nostra elezione (1 Ts. 1.3-4). Ma sarà facile sciogliere questo enigma: sebbene Dio illumini nelle fede e faccia veramente sentire l'efficacia dell'Evangelo solo ai predestinati alla salvezza, l'esperienza insegna che i dannati sono talvolta toccati da un sentimento quasi simile a quello degli eletti, di modo che, in base alla loro opinione, essi non differiscono in nulla dai credenti. Così non c'è alcuna assurdità quando l'Apostolo dice che essi gustano per un tempo i doni celesti (Eb. 6.4) , e quando Gesù Cristo dice che essi hanno una fede temporanea. Non già che capiscano qual è la potenza dello Spirito, né che la ricevano coscientemente come vera luce di fede, ma perché Dio, al fine di renderli convinti e ancor più inescusabili, si introduce nei loro intelletti nella misura in cui la sua bontà può essere assaporata senza lo Spirito di adozione. Se qualcuno replica che i credenti non sapranno dunque come rassicurarsi e non potranno giudicare in che modo sono adottati da Dio, rispondo che sebbene vi sia una grande somiglianza e affinità fra gli eletti e quelli che hanno una fede caduca e transitoria, tuttavia la fiducia di cui parla san Paolo (Ga 4.6) , cioè l'osare invocare apertamente Dio come Padre, ha la sua efficacia soltanto per gli eletti. Come Dio rigenera continuamente per mezzo del seme incorruttibile soltanto gli eletti, e non permette mai che questo seme che ha piantato nei loro cuori perisca, così senza dubbio egli suggella nei loro cuori in un modo speciale la certezza della sua grazia affinché essa sia loro pienamente ratificata. Questo non impedisce che lo Spirito Santo operi, sia pure su un piano diverso, nei confronti dei reprobi. Tuttavia i credenti sono ammoniti ad esaminare se stessi con cura e umiltà, temendo che al posto della certezza di fede che devono avere non si insinui di soppiatto nel loro cuore una qualche presunzione carnale.

Un altro punto deve essere notato: i dannati non hanno il sentimento della grazia di Dio se non in maniera confusa, di modo che essi percepiscono piuttosto l'ombra anziché il corpo e la sostanza, poiché lo Spirito Santo non suggella veramente la remissione dei peccati se non agli eletti affinché siano fortificati da una certezza particolare. Ma si può dire che i dannati credono che Dio sia loro propizio poiché accettano il dono di riconciliazione, anche se in modo confuso e senza piena risoluzione. Non che siano partecipi con i figli di Dio di una medesima fede o rigenerazione, ma in quanto, sotto fallace apparenza, sembrano avere un principio di fede comune con loro. Io non nego che Dio illumini gli intelletti di costoro al punto da far loro conoscere la sua grazia, ma egli distingue questo sentimento dato loro dalla testimonianza che incide nel cuore dei suoi credenti cosicché permane sconosciuto a quelli il pieno compimento e la reale efficacia della fede di questi ultimi. In effetti Dio non si mostra propizio ai reprobi, come se li ritraesse dalla morte per prenderli sotto la sua protezione; la sua misericordia presente giunge loro come una folata. Agli eletti soltanto egli concede la grazia di radicare la fede viva nel loro cuore per farli perseverare in essa fino alla fine. Cade così l'obiezione che si potrebbe fare, che se Dio mostra loro la sua grazia, ciò dovrebbe essere irreversibile e permanente. Nulla impedisce a Dio di far brillare in alcuni, per un certo tempo, un sentimento della sua grazia, il quale in seguito svanisce.

12. Essendo la fede un conoscere la buona volontà di Dio verso di noi e un esser persuasi della sua verità, non fa meraviglia che nelle persone leggere ed incostanti venga meno la comprensione dell'amore di Dio. Infatti, per quanto essa sia prossima alla fede, ne differisce assai. La volontà di Dio è certo immutabile e la sua verità non soggetta a variazioni; ma affermo che i dannati non giungono mai a quella segreta rivelazione della loro salvezza che la Scrittura attribuisce solamente ai credenti. Nego dunque che essi comprendano la volontà di Dio nella sua immutabilità o che abbraccino solidamente la sua verità, poiché si limitano ad un sentimento soggetto a crisi, anzi destinato a svanire: come un albero che non è piantato abbastanza in profondità per mettere solide radici, anche se per qualche anno produce fiori, foglie e qualche frutto, tuttavia, Cl. tempo intristisce e muore.

Se l'immagine di Dio ha potuto essere cancellata dall'intelletto e dall'anima del primo uomo a motivo della sua ribellione, non fa meraviglia che Dio spanda qualche raggio della sua grazia sui ribelli, lasciandolo poi svanire. Parimenti, nulla impedisce che egli dia agli uni una qualche superficiale ed instabile conoscenza del suo Evangelo, destinata a venir meno, mentre in altri la imprime in modo tale che non svanisca.

Ci sia chiaro questo punto: la fede degli eletti, per quanto piccola o debole, essendo lo Spirito di Dio caparra e pegno infallibile di adozione, tale segno inciso nel loro cuore non potrà mai essere cancellato. Quanto al fatto che l'illuminazione conosciuta dai reprobi altro non sia che un'aspersione la quale si disperde e si riduce a zero, questo non significa che lo Spirito Santo inganni e frodi: il seme gettato nei loro cuori non è vivificato e reso incorruttibile come è il caso per gli eletti.

Procediamo oltre: l'esperienza e la Scrittura ci mostrano che i reprobi sono talvolta toccati dal sentimento della grazia di Dio; è dunque impossibile che non sorga nei loro cuori un qualche desiderio di rispondere al suo amore. Si spiega così che vi sia stato per un certo tempo in Saul una buona disposizione di dedicarsi a Dio: vedendosi trattato paternamente era allettato dalla dolcezza della sua bontà. Dato però che la valutazione che i reprobi hanno dell'amor paterno di Dio non è affatto radicata nel profondo del loro cuore, essi non corrispondono il suo affetto con pienezza di sentimenti come figli suoi ma sono spinti da un sentimento mercenario. È a Gesù Cristo soltanto che lo Spirito dell'amore di Dio è stato dato, ma a condizione che egli lo comunichi ai suoi membri. Infatti, l'affermazione di san Paolo si riferisce unicamente agli eletti: l'amore di Dio è sparso nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è dato (Ro 5.5). Quell'amore solo genera la fiducia di invocare Dio.

All'opposto vediamo che Dio si adira in modo sorprendente verso i suoi figli, che tuttavia non cessa di amare: non li odia, ma vuole spaventarli Cl. sentimento della sua collera per umiliare in loro ogni orgoglio della carne, per scuotere ogni pigrizia e per sollecitarli al pentimento. Contemporaneamente perciò essi lo avvertono come sdegnato contro di loro e i loro peccati, ma non cessano di aver fiducia nel suo favore poiché il trovare rifugio in lui nasce da un sentimento schietto di serena fiducia: senza finzione alcuna, gli chiedono di volersi placare.

 

È dunque chiaro che molti, privi di una vera fede radicata in loro, ne hanno tuttavia qualche apparenza; non nel senso che si limitino a simularla davanti agli uomini, ma nel senso che essendo spinti da uno zelo improvviso, ingannano se stessi con una falsa opinione. Senza dubbio sono bloccati da ottusità, che impedisce loro di esaminare dovutamente il proprio cuore, come sarebbe richiesto. Verosimilmente erano tali coloro di cui parla san Giovanni, quando dice che Gesù Cristo non si fidava di loro, benché credessero in lui, perché li conosceva tutti e sapeva quel che c'è nell'uomo (Gv. 2.24).

Del resto, se parecchi non fossero decaduti dalla fede comune (mi servo della parola "comune "vista la grande somiglianza che corre fra la fede caduca e fragile e quella viva e permanente) , Gesù Cristo non avrebbe detto ai suoi discepoli: "Se perseverate nella mia Parola, voi sarete veramente i miei discepoli, e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi " (Gv. 8.31-32). Egli si rivolge a coloro che già avevano ricevuto la sua dottrina, e li esorta a progredire nella fede affinché non spengano per noncuranza la luce che era loro data. San Paolo riserva agli eletti la fede, come un tesoro particolare (Tt 1.1) , volendo significare che coloro che se ne allontanano e vengono meno non vi si sono radicati in modo vitale. Così ne parla il nostro Signore Gesù in san Matteo: "Ogni albero che il Padre mio non ha piantato, sarà sradicato " (Mt. 15.13). Vi sono altri ipocriti più grossolani, che non si vergognano affatto di ingannare Dio e gli uomini. È contro tal genere di persone che san Giacomo inveisce tanto aspramente (Gm. 2.14-26) , perché sotto una falsa apparenza profanano malignamente la fede. Anche san Paolo richiedeva dai figli di Dio una fede non finta, visto che parecchi si vantano con eccessivo coraggio di avere ciò che non hanno e non so con quale trucco o vana finzione ingannano la gente, e talvolta loro stessi. Perciò egli paragona la buona coscienza ad uno scrigno in cui la fede e conservata, dicendo che essa è perita in molti, perché non era munita di questa protezione (1 Ti. 1.5, e 19).

13. Dobbiamo anche notare i diversi significati del termine "fede ". Poiché, spesso, dire fede equivale a parlare di sana e pura dottrina in materia di religione, come nel passo testé citato, e quando san Paolo comanda che i diaconi siano istruiti nei misteri della fede con pura coscienza (1 Ti. 3.9) , e quando lamenta che alcuni si sono ribellati alla fede. All'opposto, quando dice che Timoteo è stato nutrito nella dottrina della fede (1 Ti. 4.1-6) , o quando ricorda che la presunzione profana di ciarlare e le opposizioni di una sedicente scienza sono la causa della ribellione di molti alla fede, gente che egli chiama, in un altro passo, "reprobi riguardo alla fede " (2Ti 2.16; 3.8). Di nuovo, quando ordina a Tito di ammonire coloro di cui si occupa, affinché siano "sani nella fede " (Tt 1.14; 2.2) , significando con le parole "essere sano "una purezza e semplicità dottrinale suscettibile di corrompersi facilmente a causa della leggerezza degli uomini, e di imbastardirsi. Di fatto, poiché tutti i tesori della conoscenza e della sapienza sono nascosti in Gesù Cristo (Cl. 2.3) , posseduto dalla fede, non senza motivo questo termine si applica a tutta la sostanza della dottrina celeste, da cui la fede non può essere separata.

D'altra parte, il termine "fede "si limita in alcuni passi ad un oggetto particolare, come quando san Matteo dice che Gesù Cristo ha visto la fede di coloro che calavano il paralitico giù dal tetto (Mt. 9.2); o quando Gesù Cristo dice che non ha trovato in Israele una fede come quella del centurione (Mt. 8.10). Certamente costui era lietissimo della guarigione del suo servo, per il quale dimostra, con i suoi propositi, quanta cura avesse. Ma dato che si era accontentato della sola risposta di Gesù Cristo, non chiedendo la sua presenza corporea ma affermando che gli era sufficiente che egli dicesse quella parola, la sua fede è lodata.

Abbiamo anche avvertito che san Paolo definisce fede il dono di fare dei miracoli (1 Co. 13.2) , dono che talvolta è comunicato a coloro che non sono rigenerati dallo Spirito di Dio e che non lo temono con sincerità e rettitudine.

A volte si serve di questo stesso termine per indicare l'istruzione che riceviamo onde essere edificati nella fede. Poiché è fuor di dubbio, quando scrive che la fede sarà abolita, che questo si riferisce al ministero della chiesa e alla predicazione che sovviene oggi alla nostra debolezza. C'è in tutti questi modi di dire una convergenza evidente.

Del resto, quando il termine fede si trasferisce impropriamente ad una falsa professione, o ad un titolo preso a prestito, o ad un travestimento, ciò non deve essere considerato né più improprio né più disdicevole di quando il timor di Dio è scambiato per un servizio confuso e peccaminoso che gli si rende. È detto nella storia sacra che i popoli trasferiti in Samaria e nella regione limitrofa temettero gli dei falsamente inventati e il Dio d'Israele: è come mescolare il cielo e la terra.

Ma noi chiediamo ora che cos'è la fede che distingue i figli di Dio dagli increduli, fede per la quale noi invochiamo Dio come nostro padre, fede che ci fa passare dalla morte alla vita e per la quale il Signor Gesù, nostra salvezza eterna e nostra vita, abita in noi. Mi pare di aver spiegato in breve e con chiarezza la sua caratteristica e la sua natura.

14. Ci rimangono ora da riesaminare le singole parti della definizione data. Quando noi definiamo la fede "conoscenza ", non intendiamo una comprensione del tipo di quella che gli uomini hanno per le cose sottomesse ai loro sensi poiché essa supera a tal punto ogni senso umano, che il nostro spirito dovrebbe sorpassare se stesso per raggiungerla. Ed anche quando ci arriva, non afferra ciò che intende; ma ritenendo per certo ed acquisito ciò che non è in grado di comprendere, intende più in base alla certezza di questa persuasione che se intendesse qualcosa di umano, secondo la sua capacità. Molto bene si esprime san Paolo quando dice che bisogna comprendere la lunghezza, la larghezza, la profondità e l'altezza dell'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (Ef. 3.18-19). Poiché ha voluto significare contemporaneamente l'una e l'altra cosa: quel che il nostro intelletto afferra di Dio, per mezzo della fede, è assolutamente infinito, e questo modo di conoscere oltrepassa l'intelligenza. Ma avendo il nostro Signore manifestato ai suoi servitori il segreto della sua volontà, nascosto per tutti i secoli e le generazioni, la fede è giustamente chiamata "conoscenza " (Cl. 1.26).

Anche san Giovanni la chiama "scienza "quando dice che i credenti hanno coscienza di essere figli di Dio (1 Gv. 3.2). Infatti lo sanno con certezza, ma perché confermati nella persuasione della verità di Dio più che resi dotti per dimostrazione o argomentazione umana. Uguale significato hanno le parole di san Paolo: ". mentre abitiamo in questo corpo, siamo come pellegrini lontani da Dio, poiché camminiamo per fede e non per visione " (2 Co. 5.6-7). Con cui dimostra che le cose che intendiamo per fede sono assenti e nascoste alla nostra vista. Ne concludiamo che l'intelligenza della fede consiste più in certezza che in comprensione.

 

15. Per ricordare che si tratta di una salda costanza, aggiungiamo che questa conoscenza è certa e sicura. Come la fede non si riduce ad essere opinione incerta e mutevole, COSÌ essa non si limita ad una riflessione oscura e dubbiosa, ma richiede una certezza piena e stabile, quale si suole avere per le cose chiaramente provate e comprese. L'incredulità è tenacemente radicata e insita nel cuore umano e siamo fortemente inclini ad essa: dopo aver confessato che Dio è fedele, nessuno può infatti esserne ben persuaso senza impegnarsi in una lotta grande e difficile. Segnatamente quando le tentazioni incalzano, i dubbi e le prove mettono a nudo il peccato nascosto.

Non senza motivo lo Spirito Santo, per magnificare l'autorità della Parola di Dio, le attribuisce titoli di eccellenza: si tratta di porre rimedio alla malattia di cui parlo e condurci a credere pienamente le promesse di Dio. Perciò Davide dice che le parole di Dio sono parole pure, argento sette volte ben rifuso in un eccellente crogiolo (Sl. 12.17). E: "La parola di Dio è purgata Cl. fuoco, ed è scudo per coloro che confidano in essa " (Sl. 18.31). Salomone, confermando lo stesso concetto, quasi negli stessi termini dice: "La parola di Dio è come argento bene affinato " (Pr 30.5). Il salmo 119è quasi interamente dedicato a questo argomento; sarebbe dunque superfluo dilungarci.

Del resto, ogniqualvolta Dio loda in questo modo la sua parola, redarguisce indirettamente la nostra incredulità, poiché non mira ad altro che a togliere e a strappare dai nostri cuori tutte le diffidenze, i dubbi e le dispute perverse.

Parecchi concepiscono la misericordia di Dio in modo tale da riceverne ben poca consolazione. Sono stretti da miserevole angoscia, in quanto dubitano che egli sarà loro misericordioso dato che, pur pensando di ben conoscerla, limitano eccessivamente la sua clemenza. Ecco come la concepiscono: pur ritenendola ampia, diffusa su molti, preparata per tutti, non hanno la certezza che giungerà fino a loro, o piuttosto che potranno giungere ad essa. Questo sentimento, nella misura in cui rimane a metà strada, è incompleto: più che rassicurare lo spirito in tranquillità e certezza, lo inquieta Cl. dubbio e l'irresolutezza.

Ben altro è il sentimento di certezza, che la Scrittura sempre congiunge alla fede, della bontà di Dio che ci è proposta. i;: impossibile che ci raggiunga senza che ne sentiamo veramente la dolcezza, e la sperimentiamo in noi stessi. L'Apostolo deduce infatti la fiducia dalla fede, e dalla fiducia l'ardire, dicendo che in Cristo abbiamo l'ardire di accostarci a Dio in piena fiducia, per mezzo della fede in Gesù Cristo (Ef. 3.12). Con queste parole egli sottolinea che non v'è retta fede nell'uomo se non quando osa presentarsi davanti a Dio con franchezza e con cuore rassicurato: questo ardire non può sussistere se non esiste sicura fiducia nella benevolenza e nella salvezza offerta da Dio. A tal punto questo è vero, che il nome di fede ha spesso il significato di fiducia.

16. In questo consiste il nucleo centrale della fede: non pensare che le promesse di misericordia, offerteci dal Signore, siano efficaci solamente fuori di noi e non in noi, ma piuttosto farle nostre ricevendole nel nostro cuore. Da una tale accettazione deriva la fiducia che san Paolo chiama altrove "pace " (Ro 5.1); a meno che qualcuno preferisca far derivare questa pace dalla fiducia, come una sua conseguenza.

Questa pace è una sicurezza che dà riposo e gioia alla coscienza in presenza del giudizio di Dio, poiché senza di essa la coscienza è inesorabilmente sconvolta in maniera preoccupante e quasi lacerata, a meno che, dimenticando Dio e se stessa, non si addormenti per un certo tempo. Per un certo tempo, dico; essa non gode a lungo di questo miserevole oblio, ma subito è punta al vivo dal giudizio di Dio il cui pensiero cammina innanzi a lei d'ora in ora.

Non c'è vero credente all'infuori di colui che, fermamente convinto che Dio è per lui un padre propizio e benevolo, aspetta ogni cosa dalla sua bontà; di colui che, fondandosi sulle promesse del buon volere di Dio, attende senza dubitare la sua salvezza, come dimostra l'Apostolo con le parole: "Se teniam ferma fino alla fine la fiducia e la glorificazione della nostra speranza " (Eb. 3.14). Dicendo questo, egli dichiara che non spera veramente in Dio chi non osa coraggiosamente glorificarsi di essere erede del Regno dei cieli. Non vi è, ripeto, credente autentico all'infuori di colui che, certo della sua salvezza, osa sfidare senza esitazione il Diavolo e la morte, come insegna l'Apostolo nella sua conclusione ai Romani: "Io sono certo, dice, che né morte, né vita, né angeli, né principati, né potenze, né cose presenti, ne cose future potranno separarci dall'amore che Dio ha per noi in Gesù Cristo " (Ro 8.38).

Così l'Apostolo ritiene che gli occhi del nostro intelletto sono ben illuminati solo se contempliamo la speranza dell'eredità eterna a cui siamo stati chiamati (Ef. 1.18). Questo è il suo costante insegnamento: non comprendiamo bene la bontà di Dio se non abbiamo in essa piena fiducia.

17. Qualcuno obietterà che ben diversa è l'esperienza dei credenti visto che, nel riconoscere la grazia di Dio verso di loro, non solo sono tormentati e agitati da dubbi (il che accade loro normalmente) ma talvolta, anche, grandemente perplessi e spaventati. Tanto veemente è la pressione delle tentazioni che li assalgono per scuoterli! Questo non sembra conciliarsi affatto con la certezza di fede di cui abbiamo parlato. Bisogna dunque che risolviamo questa difficoltà, se vogliamo che permanga valido l'insegnamento dato più sopra.

Quando noi insegniamo che la fede deve essere certa e sicura, non immaginiamo affatto una certezza che non sia intaccata da dubbio, né una sicurezza esente da interrogativi; diciamo anzi che i credenti devono condurre una lotta continua contro la loro stessa diffidenza e non releghiamo certo la loro coscienza in un tranquillo riposo al riparo da ogni tempesta. Tuttavia, qualunque sia il modo in cui sono assaliti, affermiamo che non scadono mai dalla fiducia nella misericordia di Dio che hanno una volta ritenuta certa.

La Scrittura non propone esempio di fede più notevole e singolare della persona di Davide, soprattutto se si considera l'intero corso della sua vita; ma egli stesso si duole di non essere stato sempre tranquillo nel suo spirito e di non aver trovato riposo nella fede. Il rimprovero che egli rivolge alla sua anima di turbarsi oltre misura, a che cosa mira se non ad esprimere il suo cruccio per la sua incredulità? "Anima mia "dice "perché ti spaventi? perché ti rivolti in me? Spera in Dio " (Sl. 42.6). Un tale spavento era un segno manifesto di sfiducia, come se avesse pensato di essere abbandonato da Dio. Altrove fa una confessione ancora più ampia: "Ho detto nel mio turbamento: Sono respinto dallo sguardo dei tuoi occhi " (Sl. 31.23). In un altro passo si dibatte in se stesso con tanta perplessità e angoscia, da entrare perfino in discussione sulla natura di Dio: "Ha egli dimenticato "dice "di far misericordia? Respingerà egli sempre? " (Sl. 77.10). Aggiunge una affermazione ancora più dura: "Ho detto: "Devo morire ". Ecco venire un cambiamento dalla mano di Dio ". Come un uomo disperato, si dichiara perso. Non solo confessa di essere agitato da dubbi, ma, oppresso e vinto, non serba alcuna speranza poiché Dio l'ha abbandonato ed ha volto contro di lui, per rovinarlo, la mano con cui aveva l'abitudine di soccorrerlo. A ragione esorta dunque la sua anima a tornare al suo riposo (Sl. 116.7) , poiché aveva sperimentato che essa errava qua e là fra i flutti della tentazione.

Ammirevole è tuttavia il fatto che la fede sostenga il cuore dei credenti in mezzo a scosse così numerose e implacabili. È: veramente come il ramo flessibile che resiste, carico, a tutti i pesi e pur sempre si risolleva. Davide in apparenza oppresso, non ha smesso di rIs.lire a Dio, rimproverandosi la propria debolezza. È già in gran parte vittorioso colui che, lottando contro la sua debolezza, si sforza nelle sue sventure di persistere nella fede e di progredirvi. l: quanto possiamo constatare nell'altro passo di Davide: "Aspetta il Signore; fortificati, egli ti darà coraggio. Aspetta dunque il Signore " (Sl. 27.14). Egli si accusa per due volte di timidezza e confessa di esser stato soggetto a molti turbamenti. Non solo si dispiace dei suoi peccati, ma si impegna a correggerli.

Se, volendo fare un utile raffronto, lo si paragona al re Achaz, si riscontrerà una notevole differenza. Isaia è mandato a quell'ipocrita per porre rimedio alla paura che lo aveva colto. Gli reca questo messaggio: "Sta' in guardia e calmo. Non temere " (Is. 7.4). Allora quel miserabile, già colto da spavento (poco prima era stato detto che era agitato "come una foglia d'albero ", pur avendo ricevuto la promessa, non smette di tremare. È dunque giusto appannaggio e punizione dell'incredulità, questo ribellarsi; chi, nella tentazione, non cerca di aprirsi alla fede per venire a Dio, se ne allontana e se ne distoglie. Al contrario i credenti, benché piegati sotto il peso, anzi quasi sprofondati nell'abisso, attingono coraggio e costanza per riprendersi, anche se questo avviene con grande difficoltà e tribolazione. Convinti della loro debolezza, pregano Cl. Profeta: "Signore, non togliermi per sempre la parola di verità dalla bocca " (Sl. 119.43). Questo significa che i credenti diventano talvolta muti, come se la loro fede fosse abbattuta; tuttavia non vengono meno e non si ritirano come gente sconfitta, ma proseguono il combattimento e scuotono la loro pigrizia, se non altro per non cadere, adulandosi, in uno stato di insensibilità.

18. Per intendere meglio questo fatto è necessario ricorrere alla distinzione fra "spirito "e "carne "distinzione di cui abbiamo parlato altrove, e che si evidenzia chiaramente a questo proposito. Il cuore del credente avverte dunque in se stesso questa tensione: da un lato è ripieno di gioia per la conoscenza che ha della bontà di Dio, dall'altro amareggiato dal sentimento della sua disgrazia; si riposa sulla promessa dell'Evangelo, ma trema per la coscienza della sua iniquità; afferra la vita con gioia, ma ha orrore della morte. Questo contrasto deriva dall'imperfezione della fede, poiché nel corso della vita presente non raggiungiamo mai la felicità di una pienezza di fede e di una liberazione da ogni sfiducia. Da qui la lotta, quando la sfiducia che permane nella carne si erge per attaccare e rovesciare la fede.

A questo punto mi si dirà: se nel cuore del credente il dubbio è misto a certezza, non torniamo forse sempre al fatto che la fede non ha una conoscenza chiara e certa della volontà di Dio, ma oscura e dubbia? Rispondo di no. Per quanto possiamo essere distratti da altri pensieri, non ne consegue che siamo separati dalla fede. L'essere talvolta agitati dagli assalti dell'incredulità, non significa essere gettati nell'abisso di tale incredulità.

Siamo scossi, non per questo inciampiamo; l'esito di questa battaglia è che la fede trionfa sempre di queste difficoltà, pur sembrando in pericolo sotto la loro minaccia.

19. Insomma, non appena la più piccola goccia di fede che si possa immaginare ha sede nella nostra anima, incominciamo a contemplare il volto di Dio misericordioso e propizio verso di noi. Da lontano, è vero, ma con sguardo così sicuro da essere certi che non sussiste inganno. Poi, nella misura in cui progrediamo (poiché conviene che si facciano progressi con assiduità) ci accostiamo per vedere con maggior certezza. Inoltre, il perseverare nella fede fa sì che la conoscenza divenga più sicura.

Vediamo così che la mente, illuminata dalla conoscenza di Dio, è ottenebrata, all'inizio, da molta ignoranza, che a poco a poco viene eliminata. Ma a dispetto della sua ignoranza e dell'aver visto m modo più oscuro, non c'è impedimento a che goda di una conoscenza evidente della volontà di Dio. Questo, nella fede, è il primo punto e il principale: non diversamente da chi, rinchiuso in un carcere profondo, non riceve la luce del sole se non obliquamente e a metà, da una finestra alta e stretta; egli non vede il sole in modo completo e libero, ma non cessa di ricevere la luce e di farne uso.

Benché vediamo da ogni parte molta oscurità, rinchiusi nella prigione di questo corpo terrestre, se abbiamo una sia pur minima rivelazione della misericordia di Dio, essa ci illumina sufficientemente per darci una sicura certezza.

20. L'una e l'altra cosa ci sono dimostrate con chiarezza dall'Apostolo in molti passi. Dicendo che conosciamo in parte, profetizziamo in parte, e vediamo in modo oscuro come in uno specchio (1 Co. 13.9) , egli sottolinea quanto piccola sia la parte di saggezza divina distribuitaci nella vita presente. Queste parole non significano soltanto che la fede è imperfetta mentre gemiamo sotto il fardello della nostra carne, ma ci avvertono che a causa della nostra imperfezione abbiamo bisogno di essere continuamente esercitati nell'insegnamento; ci insegnano inoltre che non possiamo capire nella nostra piccolezza le cose infinite. L'affermazione di san Paolo si riferisce a tutta la Chiesa, poiché non c'è nessuno fra noi esente dal sentire che la sua ignoranza rappresenta un grave ostacolo e un freno per un avanzamento quale sarebbe a desiderare. Ma egli stesso dimostra in un altro passo quanto grande sia la certezza contenuta nella minima goccia di fede che abbiamo, quando afferma che per mezzo dell'Evangelo contempliamo a viso scoperto la gloria di Dio, senza alcun impedimento, per essere trasformati nella di lui immagine (2 Co. 3.18). È inevitabile che in una tale condizione di ignoranza ci siano molti scrupoli e paure, visto che il nostro cuore, per sua natura è incline all'incredulità.

Tentazioni sopraggiungono in numero infinito, e di diversi tipi, che ci assalgono costantemente in modi incredibili. La coscienza, anzitutto, oppressa dal carico dei suoi peccati, che ora si lamenta e geme in se stessa, ora si accusa, talvolta tacitamente inquieta, talvolta apertamente tormentata. Sia dunque che le avversità riflettano in qualche modo la collera di Dio, o che la coscienza ne ravvisi la causa in se stessa, l'incredulità ne approfitta per combattere la fede, impiegando tutte le sue armi allo scopo di farci credere che Dio ci è contrario e adirato, onde non speriamo alcun bene da lui e ne abbiamo paura come di un nostro nemico mortale.

21. Per far fronte a questi assalti, la fede è protetta dalla Parola di Dio. Quando è assalita dalla tentazione di ritenere che Dio sia contrario e nemico affliggendoci, si difende opponendo la certezza che è misericordioso anche quando affligge; i castighi che dà, derivano da amore piuttosto che da collera. Colpita dal pensiero che Dio è giusto giudice per punire ogni iniquità, si fa scudo del fatto che il perdono è preparato per tutti i peccati, quando il peccatore si rivolge alla clemenza del Signore.

In questo modo l'anima credente, benché profondamente tormentata, finisce tuttavia per sormontare tutte le difficoltà e non permette che la fiducia posta nella misericordia di Dio le sia mai tolta e strappata; anzi, tutti i dubbi da cui è provata conducono a rafforzare maggiormente questa fiducia.

Ne abbiamo la prova nel fatto che i santi, quando vedono incalzare la vendetta di Dio, non cessano di rivolgergli i loro lamenti e lo invocano anche se sembra che non debbano essere esauditi. Perché infatti si lamenterebbero con colui dal quale non aspettano alcun sollievo? Come sarebbero indotti ad invocarlo, se non hanno alcuna speranza nel suo aiuto? Parimenti i discepoli, rimproverati da Gesù Cristo per la debolezza della loro fede, imploravano il suo aiuto malgrado fossero in pericolo di morte (Mt. 8.25). Redarguendoli per la debolezza della loro fede, non li esclude dal numero dei suoi per metterli con gli increduli, ma li incita a rifuggire un tal peccato.

Riaffermiamo dunque quanto detto in precedenza: la radice della fede non è mai interamente strappata dal cuore credente, ma vi dimora sempre radicata anche se, quando è scossa, pare inclinarsi qua e là; la luce della fede non è mai spenta o soffocata al punto che non ne rimanga almeno qualche scintilla; da ciò si può giudicare che la Parola, seme incorruttibile di vita, produce un frutto simile a se stessa, il cui germe non secca e non perisce. È: quanto dimostra Giobbe, quando dice che non cesserà di sperare in Dio, quand'anche egli lo facesse morire (Gb. 13.15). Il maggior motivo di disperazione per i santi è infatti la percezione della mano di Dio alzata, per quanto si possa dedurre dalle circostanze, per umiliarli.

L'incredulità non regna nel cuore dei credenti, ma li assilla dall'esterno, non li ferisce mortalmente, ma si limita a molestarli, oppure li ferisce ma di una ferita che si può curare. Infatti san Paolo dice che la fede è per noi uno scudo (Ef. 6.16). Essa dunque, posta innanzi per resistere al Diavolo, riceve i colpi ma li respinge, o per lo meno li attutisce in maniera che non penetrino fino al cuore. Quando dunque la fede è scossa avviene come se un soldato, pur molto robusto, fosse costretto da un colpo impetuoso a indietreggiare e a ritirarsi. Quando è ferita, e come se il di lui scudo ricevesse qualche incrinatura dalla violenza di un colpo, ma solo fino ad essere piegato, non forato; l'anima credente avrà sempre il sopravvento per dire con Davide: "Se cammino nell'ombra della morte non temerò male alcuno in quanto tu sei con me, Signore " (Sl. 23.4). È certo spaventoso camminare nell'oscurità della morte, né si può impedire che i credenti, per quanta fermezza sia in loro, abbiano in grande orrore un tal frangente; ma poiché trionfa nel loro spirito il pensiero che Dio, con la sua presenza, ha cura della loro salvezza, il timore è vinto da questa certezza. Per quanto il Diavolo macchini contro di noi e tenti di assalirci, dice sant'Agostino, finché non occupa il luogo del cuore in cui abita la fede, è cacciato fuori.

Se si giudica in base all'esperienza i credenti non solo sfuggono vittoriosi ad ogni assalto e, ripreso coraggio, sono pronti a ricominciare la lotta meglio di prima, ma si compie in loro quel che dice san Giovanni nella sua epistola canonica: "La vostra fede è la vittoria che ha vinto il mondo " (1 Gv. 5.4). Intende dire che non solo essa sarà vittoriosa in una o in dieci battaglie, ma che trionferà ogni volta che sarà assalita.

22. C'è un altro genere di timore e tremore da cui la certezza della fede, lungi dall'essere diminuita, è invece confermata: i credenti, sapendo che gli esempi della vendetta di Dio sugli iniqui devono essere loro di insegnamento onde non provochino l'ira di Dio con gli stessi sbagli, stanno maggiormente attenti per non compiere il male; o ancora, riconoscendo la loro miseria, imparano a dipendere da Dio in modo assoluto, sentendosi più effimeri e instabili di un soffio di vento, senza di lui.

Quando l'Apostolo, dopo aver descritto i castighi che Dio aveva inflitto al popolo d'Israele, mette in guardia i Corinzi affinché non cadano nello stesso peccato, non abbatte con ciò la loro fiducia ma semplicemente li sveglia dalla loro pigrizia che solitamente seppellisce la fede, anziché confermarla (1 Co. 10.5). O quando prende occasione dalla rovina degli Ebrei per esortare colui che sta in piedi perché si guardi dal cadere (Ro 11.20) , non ci ordina affatto di vacillare, come se fossimo instabili nella nostra fermezza, ma toglie semplicemente ogni arroganza e fiducia temeraria alle nostre capacità affinché noi, Gentili, non disprezziamo i Giudei ai quali siamo stati sostituiti; sebbene in quel testo non parli soltanto ai credenti, ma si rivolga parimenti agli ipocriti che si gloriano dell'apparenza esteriore. Non ammonisce ciascuno in particolare, ma avendo stabilito un paragone fra Giudei e Gentili e avendo dimostrato che la reiezione dei Giudei era una giusta punizione per la loro infedeltà e la loro ingratitudine, esorta parimenti i Gentili a non inorgoglirsi, a non innalzarsi, per paura di perdere l'adozione gratuita che avevano appena ricevuto. Come dopo la reiezione generale dei Giudei ne rimanevano tuttavia alcuni che non erano affatto scaduti dal patto di Dio, così potevano esserci fra i Gentili taluni che, privi di vera fede, si erano gonfiati di un vano orgoglio della carne abusando così, a loro rovina, della bontà di Dio.

Ancorché le parole di san Paolo siano intese come rivolte ai credenti, non c'è contraddizione riguardo a quel che abbiamo detto. Altro è riprovare la temerarietà da cui i santi sono talvolta sollecitati secondo la carne, per mostrare loro che non devono rallegrarsi di una folle presunzione, e altro è spaventare la coscienza al punto che non trovi più riposo e piena sicurezza nella misericordia di Dio.

23. Quando ci insegna ad impegnarci per la nostra salvezza con timore e tremore (Fl. 2.12) , chiede solo che prendiamo l'abitudine di affidarci alla potenza del Signore, con gran disprezzo di noi stessi. Nulla può spingerci a riporre in Dio la garanzia e la fiducia della nostra fede quanto la sfiducia in noi stessi e lo smarrimento che proviamo dopo aver riconosciuto la nostra sventura.

È in questo senso che bisogna intendere quanto è detto dal Profeta: "Entrerò nel tuo tempio, per la grandezza della tua benignità, e quivi adorerò con timore " (Sl. 5.8) , passo in cui, molto a proposito, unisce l'ardire della fede fondata sulla misericordia di Dio al timore e santo tremore da cui è necessario che siamo toccati quando, comparendo dinanzi alla maestà di Dio, noi comprendiamo alla sua luce quali siano le nostre sozzure. A ragione, dunque, Salomone definisce felice l'uomo che mantiene del continuo il suo cuore nel timore (Pr 28.14) , in quanto l'indurimento fa cadere in rovina. Egli intende però un timore che ci renda più attenti e saggi, non che ci affligga fino alla disperazione. Il nostro cuore, confuso, trova conforto in Dio, abbattuto, riprende coraggio in lui, diffidente di se stesso, si fortifica nella speranza che ha in lui.

Di conseguenza non c'è contrasto nel fatto che i credenti provino timore e tremore, e godano nel contempo della consolazione che li rende sicuri, in quanto da un lato considerano la loro vanità, e dall'altro la verità di Dio.

Qualcuno si domanderà come paura e fede possono coabitare in una stessa anima. Rispondo: esattamente come, all'opposto, inquietudine e indifferenza sono spesso congiunte. Per quanto i malvagi Si rendano il più possibile insensibili per non essere sollecitati da alcun timor di Dio, tuttavia il giudizio di Dio li perseguita, di modo che non possono raggiungere quel che desiderano. Non c'è dunque alcun inconveniente a che Dio educhi i suoi all'umiltà spronandoli con molti timori affinché, pur lottando valorosamente, siano mantenuti nella modestia come da una briglia.

Che tale sia stata l'intenzione dell'Apostolo, appare anche dal senso del testo. Egli stabilisce la causa di tale timore e tremore: Dio ci dà, per sua pura grazia, il volere e l'operare (Fl. 2.13). A questo si riferisce il dire del Profeta, secondo cui i figli di Israele temeranno a motivo di Dio e della sua bontà (Ho 3.5).

Non solo la pietà genera timor di Dio, ma la dolcezza della sua grazia, per quanto soave, insegna agli uomini a temere affinché imparino a sottoporsi interamente a Dio, abbassandosi sotto il suo potere.

24. Non intendo con questo approvare l'assurda fantasticheria di certi semipapisti odierni. Non potendo mantenere l'errore grossolano che ha avuto corso precedentemente nelle scuole di teologia, che, cioè, la fede è soltanto un'opinione dubbiosa, si servono di un altro sotterfugio parlando di una fiducia mista a incredulità. Essi confessano che guardando a Cristo, troviamo certo in lui piena ragione di sperare, ma poiché siamo sempre indegni dei beni che ci sono offerti in Gesù Cristo, pretendono che vacilliamo ed esitiamo, a motivo della nostra indegnità. Collocano insomma la coscienza fra la speranza e il timore al punto che essa Si piega ora verso l'una, ora verso l'altro. Inoltre, congiungono il timore e la speranza, cosicché il primo, quando è più forte, spenga la seconda e che a sua volta la seconda faccia altrettanto. Così Satana, vedendo che con la menzogna esplicita non può distruggere la certezza della fede, si sforza di nascosto e in modo quasi subdolo di farla cadere in rovina.

Ora, vi chiedo che fiducia sarà mai quella che ad ogni colpo è abbattuta dalla disperazione? Essi immaginano che guardando Cristo siamo certi della nostra salvezza; poi, volgendoci a noi, siamo certi della nostra condanna. Ne deduciamo che la fiducia e la disperazione devono volta a volta regnare nei nostri cuori, quasi dovessimo immaginare Cristo lontano da noi, e non piuttosto dimorante in noi! Ma se speriamo salvezza da lui, non è perché ci appare da lontano ma perché, avendoci uniti al suo corpo, ci rende partecipi non solo di tutti i suoi beni, ma anche di se stesso.

Di conseguenza, muovendo dalla loro premessa, dedurrò un'argomentazione esattamente opposta: considerando quello che siamo, vediamo chiaramente la nostra condanna, ma in quanto siamo partecipi di Gesù Cristo e di tutti i suoi beni, tutto quel che ha, diventa nostro e noi diventiamo sue membra ed una stessa realtà spirituale con lui; la sua giustizia seppellisce i nostri peccati, la salvezza che egli tiene in mano abolisce la nostra condanna, egli stesso si mette dinanzi a noi con la sua dignità per far sì che la nostra indegnità non appaia davanti a Dio. In realtà non dobbiamo affatto scindere Gesù Cristo e noi, ma dobbiamo mantenere saldo il legame con cui ci ha uniti a se; lo insegna l'Apostolo quando dice che il nostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito di Gesù Cristo, che abita in noi, è vita a causa della sua giustizia (Ro 8.10). Per accondiscendere alle fantasticherie di quella gente avrebbe dovuto dire: Gesù Cristo ha, sì, la vita in se, ma noi peccatori dimoriamo nelle pastoie della condanna e della morte. Egli si esprime in ben altro modo, insegnando che la condanna che di per noi stessi meriteremmo è annullata dalla salvezza che è in Cristo. La prova consiste, a suo avviso, nel fatto che Gesù Cristo abita in noi, e non fuori di noi: non solo è legato a noi da un legame indissolubile, ma per mezzo di una unione ammirevole e che sorpassa il nostro intendimento si unisce quotidianamente e sempre più a noi, fino a diventare uno con noi.

Non contesto (e l'ho detto poco fa) che talvolta la nostra fede sia discontinua, poiché la nostra debolezza si piega qua e là, sotto gli attacchi che Satana le muove. Pertanto la luce della fede è soffocata dalle tenebre della tentazione, quando queste sono troppo spesse ed oscure, tuttavia essa non cessa di volgersi sempre a Dio.

25. San Bernardo, trattando deliberatamente la questione nella quinta omelia Intorno alla dedicazione del tempio, concorda Cl. nostro dire: "Talvolta "dice "pensando all'anima, mi pare di trovare in essa due realtà contrarie. Esaminandola qual essa è in se e per se, dovrei dire che è ridotta a nulla. Che bisogno c'è allora di elencare tutte le sue miserie? È carica di peccati, circondata di tenebre, avvolta da allettamenti, ribollente in concupiscenze, soggetta a passioni, piena di illusioni, sempre incline al male, tesa ad ogni peccato, in una parola, piena di ignominia e confusione! Se anche tutte le giustizie umane al cospetto di Dio sono simili a sozzura e spazzatura, che sarà allora delle ingiustizie? (Is. 64.6). Se non vi sono che tenebre nella luce, che sarà delle tenebre stesse? (Mt. 6.23). Che cosa ci rimane da dire? Certo l'uomo non è che vanità, l'uomo è ridotto a nulla, l'uomo non è nulla. Come può essere nulla, se Dio lo magnifica? Come può esser nulla, se Dio ne possiede il cuore? Facciamoci coraggio, fratelli; benché non siamo nulla da per noi stessi, troveremo qualcosa di noi, nascosto nel cuore di Dio. O Padre di misericordia, o Padre dei miserabili, com'è che rivolgi a noi il tuo cuore? Poiché il tuo tesoro è là dov'è il tuo cuore. Orbene, come possiamo essere il tuo tesoro non essendo nulla? Tutte le genti sono dinanzi a te come se non fossero nulla, e sono considerate nulla; davanti a te, certo, ma non in te. Giudicate dalla tua verità non sono nulla, ma sussistono nella tua pietà e bontà; poiché tu chiami le cose che non sono come se fossero. Benché le cose che tu chiami non siano nulla, esse tuttavia esistono per il fatto che tu le chiami; sebbene non siano nulla in se, tuttavia sono in te, secondo il pensiero di san Paolo: Non secondo le opere di giustizia, ma secondo Dio che chiama (Ro 9.12)".

 

Dopo aver parlato in questi termini, san Bernardo unisce nella maniera seguente queste due considerazioni: certo, le cose legate insieme non si distruggono l'un l'altra. Poi fa una dichiarazione ancora più semplice, concludendo: "Se in base a queste due considerazioni noi guardiamo diligentemente quel che siamo, o meglio in una vediamo che non siamo nulla, nell'altra quanto siamo magnificati, la nostra gloria sarà ben fortificata e aumentata. Ad ogni modo sarà incontestata, ma al fine di farci glorificare in Dio, e non in noi stessi. Se pensiamo che saremo liberati perché Dio vuole salvarci, noi avremo già sollievo. Ma bisogna salire più in alto e cercare la città di Dio, cercare il suo tempio, la sua casa, il segreto del suo matrimonio con noi. Così facendo, non dimenticheremo l'uno a favore dell'altro, e con timore e rispetto diremo che siamo qualcosa, ma per il cuore di Dio; che siamo qualcosa non per dignità nostra, ma in quanto, per grazia sua, ce ne considera degni ".

26. Il timor di Dio, attribuito ai credenti in tutta la Scrittura e, di volta in volta definito "principio della sapienza "e "sapienza "stessa (Pr 1.7; 9.10; Gb. 28.28) , pur essendo unico procede da un duplice sentimento. Poiché Dio ha in se il rispetto dovuto sia ad un padre sia ad un padrone. Chiunque perciò vorrà rettamente onorarlo, cercherà di atteggiarsi nei suoi riguardi come figlio obbediente e servo pronto a compiere il suo dovere.

L'obbedienza a lui dovuta in quanto nostro padre, egli la chiama, per bocca del suo Profeta, "onore ". Il servizio che gli è reso in quanto nostro padrone, lo chiama "timore " "Il figlio "dice "onora suo padre ed il servo il suo padrone. Se sono vostro padre, dov'è l'onore che mi dovete? Se sono il vostro padrone, dov'è il timore? ", (Ma.1.6). Tuttavia, sebbene li distingua, inizialmente li confonde comprendendo l'uno e l'altro nel termine "onorare ". Di conseguenza, il timor di Dio sia per noi un rispetto misto di onore e timore.

Non fa meraviglia che un medesimo cuore ospiti insieme questi due sentimenti. F: ben vero che colui che considera qual padre Dio è per noi, ha ragioni sufficienti, quand'anche non esistesse l'inferno, per ritenere più grande orrore l'offenderlo che il morire; ma poiché la nostra carne è incline ad abbandonarsi al male, è anche necessario, per moderarla, avere presente allo spirito che il Signore, alla cui potenza siamo sottomessi, ha in abominio ogni iniquità; coloro che avranno provocato la sua collera vivendo da malvagi non sfuggiranno alla sua vendetta.

27. Il dire di san Giovanni, che nell'amore non c'è paura ma che l'amore perfetto caccia via la paura (1 Gv. 4.18) , non contraddice in nulla a ciò, visto che egli distingue nettamente il tremore dell'incredulità dal timore dei credenti. Gli iniqui non temono Dio per paura di offenderlo, qualora lo si potesse fare senza punizione; ma sapendo che è potente nel vendicarsi, tremano ogniqualvolta si parla loro della sua ira. Anzi, temono la sua ira, in quanto la giudicano vicina e aspettano di ora in ora che venga a sopraffarli.

I credenti, invece, come è stato detto prima, temono maggiormente l'eventuale offesa recatagli di quanto temano la punizione, non sono spaventati dal timore di essere puniti, come se l'inferno fosse già dinanzi a loro per inghiottirli; il timore li rende più prudenti, e li preserva dal pericolo.

 

Perciò l'Apostolo, nel parlare ai credenti, dice: "Non vi ingannate, a questo riguardo l'ira di Dio è solita venire sui figli ribelli " (Ef. 5.6). Non li minaccia dicendo che l'ira di Dio scenderà su di loro, ma li esorta a pensare che essa è preparata per i malvagi, riferendosi ai peccati che aveva precedentemente elencati, affinché non la debbano anch'essi sperimentare.

Non accade spesso che i reprobi siano destati e impressionati da semplici minacce, anzi, inebetiti nell'indifferenza, malgrado Dio li fulmini dal cielo sia pure con parole, si irrigidiscono nell'atteggiamento ribelle; sentendo però i colpi della sua mano, sono costretti a temere, lo vogliano o no. Si è soliti definire questo tipo di sentimento, timore "servile ", per distinguerlo da una sottomissione libera e spontanea, quale ha da essere quella dei bambini nei confronti del loro padre.

Taluni in vena di sottigliezze parlano di un terzo tipo di soggezione, in quanto il timore servile e forzato è come una preparazione a temere Dio nel modo dovuto, dandoci così un sentimento di tipo intermedio per andare oltre.

28. Cl. dire che la fede guarda alla benevolenza di Dio bisogna intendere che da essa otteniamo il possesso della salvezza e la vita eterna. Se nulla ci può mancare quando Dio è propizio, ci deve bastare, per essere certi della salvezza, la garanzia che Dio ci dà del suo amore per noi. "Che egli mostri il suo volto "dice il Profeta "e saremo salvati " (Sl. 80.4). Così la Scrittura riassume la nostra salvezza: il Signore, avendo abolito ogni inimicizia, ci ha ricevuti nella sua grazia (Ef. 2.14). Intendendo con questo che, essendo Dio riconciliato con noi, non c'è alcun pericolo che le cose possano non volgere al bene. Perciò la fede, afferrando l'amore di Dio, ha in se le promesse di vita presente e futura, e un'assoluta certezza di ogni bene, quale si può ricevere dalla parola dell'Evangelo. La fede certo, non si ripromette né lunga vita, né grandi onori, né abbondanza di ricchezze nella vita presente, in quanto il Signore non ha voluto che ci fosse garantito alcunché di questo genere; essa si accontenta della certezza che, quand'anche ci vengano meno molti vantaggi di questa vita, Dio non ci verrà mai meno. La sicurezza della fede riposa essenzialmente sull'attesa della vita futura che la Parola di Dio ha posto al di fuori di ogni dubbio.

Per quanto siano numerose le calamità e le miserie che possono toccare in sorte a coloro che il nostro Signore ha accolti una volta per tutte nel suo amore, esse non potranno impedire che la benevolenza di Dio costituisca da sola la loro piena felicità. Perciò quando abbiamo voluto definire la sostanza di ogni beatitudine, abbiamo parlato della grazia di Dio, fonte da cui ci proviene ogni bene. Questo è facile da riscontrare nella Scrittura, la quale ci richiama sempre all'amore di Dio, non solo quando menziona la salvezza eterna, ma ogni nostro bene. Per questa ragione Davide dichiara che la bontà di Dio, quando è sentita dal cuore del credente, è più dolce e desiderabile della vita stessa (Sl. 63.4).

In definitiva, quand'anche tutto accadesse secondo i nostri desideri, e tuttavia fossimo incerti sulla realtà dell'amore di Dio o sul suo odio, la nostra felicità risulterebbe sempre maledetta e pertanto sarebbe infelicità. Se Dio invece ci rivolge uno sguardo paterno, le nostre stesse miserie diventeranno motivo di beatitudine perché si muteranno in ausilio per la salvezza. San Paolo, enumerando tutte le avversità che ci possono colpire, si rallegra del fatto che esse non ci separeranno mai dall'amore di Dio (Ro 8.35). E nel pregare per i credenti, inizia sempre Cl. far menzione della grazia, da cui ogni prosperità trae la sua origine e la sua fonte. Anche Davide contrappone il solo favore di Dio ad ogni timore che ci potrebbe turbare: "Quand'anche camminassi "dice "nell'oscurità della morte, non temerò se tu sarai con me " (Sl. 23.4). Costatiamo al contrario quanto i nostri cuori siano inquieti quando non ricercano nella grazia di Dio la loro pace e il loro riposo accontentandosi di essa, e avendo ben chiara questa citazione: "Beato il popolo di cui l'Eterno è il Dio, e la nazione che egli si è scelta come erede " (Sl. 33.12).

29. A fondamento della fede, poniamo la promessa gratuita, sulla quale essa poggia fermamente. Sebbene la fede consideri Dio verace in tutto e per tutto, sia che ordini, proibisca, prometta o minacci, e sebbene anche accolga con obbedienza i suoi comandamenti, si attenga ai suoi divieti e tema le sue minacce, tuttavia ha il suo fondamento nella promessa, si attiene ad essa e in essa ha la sua meta. La vita che essa cerca in Dio non si trova né nei comandamenti né nelle minacce, bensì nella sola promessa di misericordia, anzi nella promessa gratuita; poiché le promesse legate a una condizione, rimandandoci alle nostre opere, promettono vita soltanto in quanto la troviamo in noi stessi.

Se non vogliamo dunque che la fede tremi e vacilli per ogni dove, dobbiamo fondarla su una promessa di salvezza offertaci volontariamente e con pura generosità dal Signore, piuttosto in considerazione della nostra miseria che della nostra dignità. Per questa ragione l'Apostolo indica l'Evangelo Cl. termine particolare di "parola della fede " (Ro 10.8) , termine che non attribuisce né ai comandamenti né alle promesse della Legge, poiché nulla può rappresentare una garanzia per la fede se non il messaggio della benignità di Dio, per cui egli riconcilia il mondo a sé. Di qui la relazione, spesso stabilita, fra fede ed Evangelo: come quando egli dice che l'Evangelo gli è stato affidato per condurre all'obbedienza della fede. E che esso è potenza di Dio per la salvezza di ogni credente, e che in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede (Ro 1.5.16-17). Questo non deve turbare poiché, essendo l'Evangelo il ministero della nostra riconciliazione con Dio (Il Corinzi 5.18) , non vi è alcun'altra autorevole testimonianza della benevolenza di Dio verso di noi, la cui conoscenza sia richiesta per fede.

Quando dunque diciamo che la fede deve fondarsi sulla promessa gratuita, non affermiamo che i credenti non siano tenuti a ricevere e riverire la Parola di Dio in tutte le sue manifestazioni ma riferiamo alla fede la promessa della misericordia come suo fine proprio. I credenti devono certo riconoscere Dio quale giudice e punitore dei misfatti, tuttavia considerano in modo particolare la sua clemenza in quanto è loro presentato in questo modo: benigno e misericordioso, lento all'ira, incline alla bontà, benevolo verso tutti e disposto a spandere la sua misericordia su tutte le sue opere (Sl. 86.5; 103.8; 145.8).

30. Mi preoccupa assai poco che Pighius e i cani suoi simili abbaino dicendo che con questa limitazione, da noi posta, si squarcia la fede prendendone una parte soltanto. Riconosco, come già ebbi occasione di dire, che la verità di Dio, che minacci o offra grazia, è oggetto della fede. L'Apostolo afferma che Noè, per fede temette il diluvio prima che avvenisse (Eb. 11.7).

A questo punto questi sofisti argomentano che se la fede produce in noi il timore delle punizioni che ci dovranno accadere, non dobbiamo escludere, definendola, le minacce con cui Dio vuole spaventare i peccatori. Ma ci fanno torto e ci calunniano ingiustamente, quasi non avessimo affermato che la fede ha da considerare la Parola di Dio nella sua interezza e sempre. In realtà i due punti che ci preme sottolineare sono questi: la fede non ha stabilità finché non si fonda sulla promessa gratuita di salvezza, in secondo luogo essa non ci rende graditi a Dio, se non in quanto ci unisce a Cristo. Sono questi i due punti fondamentali.

È in gioco una fede in base alla quale si possa distinguere i figli di Dio dai reprobi, i credenti dagli increduli. Se uno crede che Dio non comanda nulla se non giustamente, e non minaccia che a ragione, sarà quel tale considerato credente? Si dirà di no. Non vi sarà dunque stabilità alcuna nella fede, se il suo punto di riferimento non è rappresentato dalla misericordia di Dio.

D'altronde, perché stiamo qui interrogandoci riguardo alla fede? Non è forse per sapere quale sia il mezzo della salvezza? In che modo la fede ci salva se non per il fatto che siamo innestati nel corpo di Cristo? A ragione dunque, nel definirla, insistiamo sul suo principale risultato, ed aggiungiamo questo segno, che distingue i credenti dagli increduli. In sostanza, i malvagi non hanno nessun argomento per attaccare il nostro insegnamento a meno di voler accusare anche san Paolo, che chiama l'Evangelo dottrina della fede (Ro 10.8) , e gli attribuisce questo titolo speciale.

31. Dobbiamo dedurre da questo il concetto già esposto, che la Parola è essenziale alla fede come la radice vivente lo è ad un albero, per fargli portar frutto. Secondo il pensiero di Davide: "Nessuno può sperare in Dio se non ha conosciuto il suo nome " (Sl. 9.2). Questa conoscenza non è frutto della nostra immaginazione, ma deriva dal fatto che Dio stesso è testimone della sua bontà. Davide lo conferma in un altro testo dicendo: "La tua salvezza sia per me secondo la tua parola! " (Sl. 119.41). E: "Ho sperato nella tua parola, salvami ". Bisogna dunque sottolineare la correlazione tra fede e Parola, da cui deriva in seguito la salvezza.

Non escludo tuttavia la potenza di Dio: se la fede non si fonda su di essa, mai renderà a Dio l'onore che gli è dovuto. L'argomento di san Paolo può sembrare debole e banale quando dice che Abramo credette che Dio era potente per fare quello che aveva promesso (Ro 4.21); O quando dice di se: "Io so in chi ho creduto: egli è potente per custodire il mio deposito fino all'ultimo giorno " (2Ti 1.12). Se però consideriamo e valutiamo attentamente i dubbi che del continuo e ininterrottamente si insinuano nel nostro spirito per farci dubitare della potenza di Dio, ci accorgeremo che hanno progredito non poco nella fede, coloro che la magnificano come ne è degna. Tutti riconosciamo che Dio fa tutto ciò che vuole, ma la minima tentazione ci getta in timori e turbamento; è dunque chiaro che ci sottraiamo in modo eccessivo alla potenza di Dio anteponendole le minacce di Satana, benché le promesse di Dio siano tali da proteggerci contro di esse.

Isaia, volendo imprimere nel cuore dei Giudei la certezza della loro salvezza, esalta in modo meraviglioso la potenza infinita di Dio. Talvolta può sembrare che, affermando che Dio perdonerà i loro peccati e farà loro grazia e aggiungendo quanto le opere di Dio siano meravigliose nel reggere il cielo e la terra, egli si smarrisca con ragionamenti lunghi e superflui; ogni cosa però serve al problema che sta trattando. Se la potenza di Dio non ci è esplicata in modo visibile, difficilmente le orecchie accoglieranno la Parola, o la terranno nella stima dovuta.

 

Dobbiamo altresì notare che in questo passo la Scrittura ci parla di una potenza attuosa di Dio; la fede, come già abbiamo detto, la riferisce sempre a se stessa e la mette in opera per trarne vantaggio. Essa considera in modo particolare le opere attraverso le quali Dio si rivela come padre. Perciò il ricordo della redenzione è così spesso richiamato alla memoria dei Giudei: da questo richiamo essi erano in condizione di imparare che Dio, autore una volta della loro salvezza, l'avrebbe mantenuta fino alla fine.

Anche Davide ci insegna col suo esempio che i beni dati da Dio ad ognuno in particolare, devono servire a confermare la fede riguardo al futuro. Se anche pare averci trascurati, dobbiamo spingere innanzi il nostro pensiero per ricavare fiducia dai benefici di un tempo, come è detto nell'altro Salmo: "Mi sono ricordato dei giorni antichi, ho meditato su tutte le tue opere " (Sl. 143.5). E: "Mi ricorderò delle opere del Signore e delle meraviglie che ha compiuto anticamente " (Sl. 77.12). Ma poiché tutto ciò che immaginiamo della potenza di Dio e delle sue opere è confuso e privo di sicurezza senza la sua Parola, non senza motivo diciamo che non può esservi fede se Dio non ci illumina attestandoci la sua grazia.

Si potrebbe a questo punto sollevare una obiezione riguardo a Sara e Rebecca le quali, spinte, come sembra, da fede zelante, sono tuttavia uscite dai limiti della Parola. Sara infatti, per l'ardente desiderio della discendenza promessa, diede la sua serva per moglie a suo marito (Ge 16.5). È innegabile che ha sbagliato in molti modi; mi occuperò, per il momento, soltanto di questo peccato: trasportata dal suo zelo, non si è attenuta ai limiti della parola di Dio. È: fuor di dubbio, tuttavia, che quel desiderio le proveniva dalla fede.

Rebecca, dopo che Dio le aveva rivelato l'elezione di Giacobbe, ricorrendo ad un inganno malvagio e perverso fece in modo che questi fosse benedetto da Isacco, testimone e ministro della grazia di Dio; obbligando suo figlio a mentire, essa corrompe la verità di Dio con frode e menzogna ed annulla, per parte sua, la promessa di Dio, esponendola ad obbrobrio e scherno (Ge 27.6). Ma quest'atto, per quanto peccaminoso e degno di riprensione, non è stato del tutto privo di fede. Infatti ha dovuto sormontare un notevole scandalo per compiere con tanto ardore un atto carico di turbamenti, rischi e pericoli, senza la speranza di trarne alcun vantaggio. Né potremmo negare completamente la fede del santo patriarca Isacco anche se, avvertito da Dio che il diritto di primogenitura era trasferito al figlio minore, non cessò di nutrire un debole per il primogenito Esaù.

Esempi simili ci mostrano che ci sono spesso errori frammisti alla fede, ma essa ottiene sempre il sopravvento, quando è vera e integra. La colpa specifica di Rebecca non ha inficiato o reso inutile l'effetto della benedizione, parimenti non ha annullato la fede che normalmente regnava nel suo cuore e che è stata radice e movente di quell'atto. Rebecca è però la dimostrazione di quanto l'intendimento umano sia esposto a rischi e smarrimenti, non appena assume la libertà di compiere qualcosa di sua iniziativa. Sebbene la mancanza e la debolezza insita nella fede non la spenga del tutto, ci è tuttavia ricordato con quanta cura dobbiamo ascoltare Dio, come se fossimo legati alla sua bocca.

 

Quanto abbiamo detto trova conferma: la fede, quando non si appoggia sulla Parola, svanisce ben presto così come Sara, Isacco e Rebecca, persi nei loro errori, sarebbero subito venuti meno se non fossero stati sorretti da una briglia segreta costituita dall'obbedienza alla Parola.

32. Non senza ragione concentriamo tutte le promesse in Cristo, come l'Apostolo concentra tutto l'Evangelo nella conoscenza di Gesù Cristo (Ro 1.17). In un altro passo insegna che finché sussistono, le promesse di Dio trovano in lui il loro sì e il loro amen (2 Co. 1.20) , cioè sono ratificate. La ragione è evidente: quanti siano i beni che il Signore promette, egli attesta la sua benevolenza nel fatto che tutte le sue promesse sono testimonianza del suo amore.

Ciò non significa che gli iniqui, nella misura in cui ricevono benefici dalla sua mano, non si rendano meritevoli di un giudizio tanto più grave. Non riconoscendo che i beni che hanno provengono loro dalla mano di Dio o, qualora lo riconoscano, non tenendo conto della sua bontà nei loro cuori, non la possono capire più di quanto la capiscono le bestie che, a seconda della loro specie, ricevono l'adeguato frutto della sua liberalità, senza tuttavia averne riconoscenza. Né esitiamo a dire che, respingendo le promesse a loro rivolte, attirano in tal modo sul loro capo una più grave vendetta. Se l'efficacia delle promesse è evidenziata dal nostro accoglierle, la loro verità e peculiarità non sono spente dalla nostra infedeltà o ingratitudine.

Così dunque il Signore dichiara agli uomini il suo amore, invitandoli con le sue promesse non solo a ricevere i frutti della sua benignità, ma anche a credere ad essi e ad apprezzarli. Bisogna tornare a questo argomento: ogni promessa è una testimonianza dell'amore di Dio per noi. È indubbio che nessuno è amato da Dio se non in Cristo, il figlio diletto, in cui riposa l'amore del padre (Mt. 3.17) , che da lui si spande su noi: san Paolo insegna che siamo resi accettevoli per mezzo di questo figlio diletto (Ef. 1.6). Bisogna dunque che per mezzo suo questa amicizia giunga fino a noi. L'Apostolo lo definisce "la nostra pace " (Ef. 2.14) e, in un altro passo lo addita come il legame per mezzo del quale la volontà del Padre si ricongiunge a noi (Ro 8.3). Dobbiamo pertanto sempre guardare a lui, quando ci e offerta qualche promessa; e san Paolo si esprime correttamente insegnando che tutte le promesse di Dio sono in lui confermate e compiute (Ro 15.8). Questo sembra essere contraddetto da alcuni esempi: non è verosimile che Naaman il Siro, quando chiese al Profeta in che modo poteva servire rettamente Dio, fosse informato riguardo al Mediatore (4 Re 5.17-19). È altrettanto difficile credere che Cornelio, pagano e romano, avesse capito ciò che non era noto a tutti i Giudei, neanche in modo oscuro; eppure le sue elemosine furono gradite a Dio così come fu approvato il sacrificio di Naaman (At. 10.31). Né l'uno né l'altro hanno potuto ottenere questo, se non per fede. Lo stesso dicasi per l'eunuco al quale Filippo fu mandato: egli, straniero, non avrebbe mai intrapreso un viaggio così faticoso e dispendioso per adorare a Gerusalemme, se non avesse avuto una qualche traccia di fede nel cuore (At. 8.27-31). Vediamo tuttavia che, interrogato da Filippo riguardo al Mediatore, egli confessa la sua ignoranza.

Ammetto che la loro fede sia stata in parte oscura, non solo riguardo alla persona di Gesù Cristo ma anche alla sua potenza e al compito conferitogli da Dio suo padre. F: indubbio però che esistevano in essi elementi che davano loro una qualche percezione di Gesù Cristo. Questo non è insolito: l'eunuco non sarebbe mai venuto da un paese così lontano per adorare in Gerusalemme un Dio sconosciuto e Cornelio, voltosi alla religione dei Giudei, non sarebbe vissuto là senza familiarizzarsi con i rudimenti del puro insegnamento della Legge. Quanto a Naaman, non sarebbe ammissibile che Eliseo, nell'indicargli quel che doveva fare riguardo a cose di poco conto, avesse dimenticato il punto fondamentale. Se anche la conoscenza di Gesù Cristo fu per loro oscura, non c'è ragione di considerarla inesistente del tutto, principalmente per il fatto che si applicavano a compiere i sacrifici prescritti dalla Legge, diversi dalle cerimonie dei pagani a causa del loro fine, cioè Gesù Cristo.

33. Questa semplice dichiarazione della Parola di Dio dovrebbe bastare a generare la fede in noi se la nostra cecità e ostinazione non vi frapponessero un impedimento. Ma essendo il nostro spirito propenso alla vanità, non può accogliere la verità di Dio; inebetito, non può vederne la luce. Di conseguenza, la Parola non giova a nulla di per se, senza l'illuminazione dello Spirito Santo. È: dunque evidente che la fede esula da ogni umana intelligenza. Non basta che l'intelletto sia illuminato dallo Spirito di Dio se il cuore non è reso saldo dalla sua potenza. I teologi della Sorbona sbagliano in modo grossolano pensando che la fede sia un semplice assenso alla Parola di Dio, cioè intelligenza disgiunta da fiducia e certezza di cuore.

La fede è dunque un singolare dono di Dio, sotto due aspetti. Anzitutto perché l'intelletto dell'uomo è illuminato per capire la verità di Dio; poi perché il cuore è da questa fortificato. Lo Spirito Santo non si limita a dare inizio alla fede, ma l'aumenta gradatamente fino a condurci al Regno dei cieli. San Paolo ammonisce Timoteo affinché custodisca il deposito eccellente che aveva ricevuto dallo Spirito Santo che abita in noi (2Ti 1.14).

Qualcuno potrebbe invece ricordare che lo Spirito ci è dato per mezzo della predicazione della fede (Ga 3.2) : l'obiezione però può essere facilmente risolta. Qualora il dono dello Spirito fosse unico, non sarebbe corretto dire che lo Spirito procede dalla fede, essendone autore e causa; ma san Paolo parla, in quel punto, dei doni che Dio conferisce alla sua Chiesa per condurla progressivamente alla sua perfezione; non c'è dunque da meravigliarsi che li attribuisca alla fede che ci prepara e dispone a riceverli. i;: pur vero che risulta veramente ostico alla gente, il concetto che non può credere in Cristo se non colui al quale ciò è dato in maniera particolare; ciò è dovuto in parte al fatto che gli uomini non considerano come e quanto sia profonda e difficile da capire la saggezza celeste, né qual sia la loro ignoranza e la loro debolezza nell'intendere i misteri di Dio; in parte anche al non prendere in considerazione la fermezza di cuore che costituisce la parte essenziale della fede.

34. Quest'errore è facile da debellare. Come dice san Paolo: "Se nessuno può essere testimone della volontà dell'uomo, tranne lo spirito dell'uomo che è in lui " (1 Co. 2.2) , in che modo la creatura sarebbe certa della volontà di Dio? E se la verità di Dio ci appare dubbia nelle cose che vediamo con i nostri occhi, come potrebbe essere per noi certa e indubitabile, quando il Signore ci promette le cose che l'occhio non vede e che l'intelletto non può comprendere? La sapienza umana è a questo riguardo così inebetita e appesantita, che il primo passo per progredire alla scuola del Signore è rinunciare ad essa. Come un velo interposto, ci impedisce di capire i misteri di Dio rivelati soltanto ai piccoli (Mt. 11.25). Non sono la carne ed il sangue a rivelarli (Mt. 16.17) , e l'uomo naturale non è in grado di comprendere le cose spirituali: per lui, l'insegnamento divino è follia, non potendo essere conosciuto che ad opera dello Spirito (1 Co. 2.14).

 

Ci è dunque necessario in questo campo l'aiuto dello Spirito Santo, anzi qui la sua potenza regna sovrana. "Nessun uomo ha conosciuto il segreto di Dio o è stato suo consigliere " (Ro 11.34) : ma lo Spirito che ci fa conoscere la volontà di Cristo penetra ovunque, fino alle cose nascoste (1 Co. 2.10). "Nessuno può venire a me "dice il Signore Gesù "se il Padre che mi ha mandato non lo attira ". "Chiunque "dice "ha ascoltato mio Padre ed ha imparato da lui, viene a me; nessuno ha veduto il Padre, se non colui che è mandato da Dio " (Gv. 6.44-45).

Come dunque non possiamo avvicinarci a Cristo se non attratti dallo Spirito di Dio, parimenti quando siamo attratti siamo assolutamente trasportati al di sopra della nostra capacità di intendimento. L'anima, da lui illuminata, riceve per così dire un occhio nuovo per contemplare i segreti celesti dal cui splendore era prima accecata. L'intelletto dell'uomo, illuminato dalla luce dello Spirito Santo, comincia ad assaporare le cose attinenti al Regno di Dio, di cui in precedenza non poteva avere percezione alcuna. Il nostro Signor Gesù Cristo, pur svelando esattamente i misteri del suo Regno ai due discepoli menzionati da Luca, non ottiene alcun risultato finché non apre il loro intendimento perché capiscano le Scritture (Lu 24.27). E quando gli apostoli sono stati istruiti dalla sua bocca divina, è ancora necessario che sia loro mandato lo Spirito di verità, che dia accesso, nel loro intelletto, all'insegnamento giunto prima alle loro orecchie.

La Parola di Dio è simile al sole: risplende per tutti coloro cui è annunciata, ma è senza efficacia per i ciechi. Siamo per natura tutti ciechi su questo punto, di conseguenza essa non può penetrare nel nostro spirito, se lo Spirito di Dio, guida interiore, non le apre la strada con la sua luce.

35. Nel trattare della corruzione della nostra natura, abbiamo illustrato in modo più ampio l'insufficienza a credere connaturata agli uomini; non è pertanto il caso di tediare i lettori Cl. ripetere quel che è stato detto. Ci basti sapere che quando san Paolo parla dello spirito di fede (2 Co. 4.13) , egli intende quella fede che ci è data e che non abbiamo per natura. Infatti prega Dio di compiere il suo volere nei fratelli di Tessalonica e di portare a termine la loro fede con potenza (2Tess 1.2). Definendo la fede "opera di Dio "e adoperando il termine "volere ", o "favore gratuito ", dichiara che essa non appartiene alla natura umana. Aggiunge anzi che è un'opera in cui Dio rivela la sua potenza.

Quando dice ai fratelli di Corinto che la fede non dipende dalla sapienza umana ma è fondata sulla potenza dello Spirito (1 Co. 2.4) , parla dei miracoli visibili, ma considerando l'incapacità dei reprobi a trarne vantaggio e a intenderne il senso, include anche il marchio invisibile che sigilla la verità di Dio nei nostri cuori, come dice anche altrove. Dio stesso, per magnificare maggiormente e far risplendere la sua generosità in un dono così eccellente, non lo concede a tutti indifferentemente, ma con privilegio particolare lo distribuisce a chi gli pare. Lo abbiamo già provato, con validi argomenti. Sant'Agostino, commentatore verace, dice: "Il nostro Salvatore, per dimostrare che il credere è un dono e non un merito, dice: Nessuno viene a me, se il Padre mio non lo attira e se ciò non gli è stato dato dal Padre mio (Gv. 6.44). Fa meraviglia che, quando due ascoltano, l'uno disprezzi e l'altro progredisca. Colui che disprezza se ne imputi la colpa; colui che cammina per fede non se ne usurpi l'onore ". In un altro passo: "Perché all'uno è dato e non all'altro? Non mi vergogno di dire che è un profondo segreto della croce, un segreto degli intendimenti di Dio che io non conosco, di cui non ci è lecito andare alla ricerca ma da cui procede tutto quel che è in nostro potere. Vedo bene quello che posso; non vedo donde mi venga quel potere, se non da Dio. Ma perché Dio chiama l'uno e non l'altro? Questo è troppo profondo per me: è un abisso, è una profondità della croce. Posso estasiarmi davanti a questo fatto, ma non lo posso dimostrare con ragionamenti".

Riassumendo, Gesù Cristo, illuminandoci mediante la fede, ci innesta sul suo corpo per renderci partecipi di tutti i suoi beni.

36. Ciò che l'intelletto ha percepito deve quindi essere radicato nel cuore. Poiché se la parola di Dio volteggia soltanto nel cervello, non si può dire che sia ancora ricevuta per fede: è veramente ricevuta quando si è radicata nel profondo del cuore, fortezza invincibile che affronta e respinge tutti gli assalti delle tentazioni. Se la vera intelligenza del nostro spirito consiste in una illuminazione dello Spirito di Dio, la potenza di quest'ultimo si manifesta in modo molto più evidente in questa conferma del cuore, perché c'è più diffidenza nel cuore che accecamento nello spirito ed è più difficile rassicurare il cuore che istruire l'intelletto. Lo Spirito Santo si manifesta in questo caso come un sigillo che suggella nei nostri cuori quelle stesse promesse che ha dapprima impresse nel nostro intelletto, ed è come un pegno per confermarle e ratificarle.

"Avendo creduto "dice l'Apostolo "avete ricevuto il suggello dello Spirito di promessa, il quale è pegno della nostra eredità " (Ef. 1.13-14). Osservate come egli affermi che i cuori dei credenti sono segnati dallo Spirito Santo come da un suggello, e definisca lo Spirito "Spirito della promessa ", in quanto ci presenta l'Evangelo come una realtà fuori di dubbio. Anche ai fratelli di Corinto dice: "Dio ci ha unti e ci ha segnati e ha posto nei nostri cuori il pegno del suo Spirito ". E in un altro passo, parlando della fiducia e dell'ardire della nostra speranza, mette a fondamento di questa speranza il pegno del suo Spirito (2 Co. 1.22; 5.5).

37. Non ho dimenticato l'affermazione fatta in precedenza 25che l'esperienza ci ricorda del continuo: la fede è scossa da molti dubbi, inquietudini e paure, sicché le anime dei credenti non sono affatto in riposo; per lo meno non possono sempre adagiarsi in una vita tranquilla. Per quanto duri e violenti siano gli assalti che devono sostenere, esse li vincono sempre e, respingendo le tentazioni, mantengono la loro forza. Questa sicurezza basta per nutrire e confermare la fede, quando siamo ben certi della verità di quel che dice il Salmo: "Il Signore è la nostra protezione e il nostro aiuto nel bisogno: perciò non saremo turbati, anche quando tremasse la terra e le montagne fossero gettate nella profondità del mare " (Sl. 46.3). Altrove ci è ricordato quanto è piacevole questo riposo, laddove Davide dice che si è coricato e ha dormito placidamente, poi si è alzato, in quanto era sotto lo sguardo di Dio (Sl. 3.6). Non già che abbia sempre e costantemente goduto di una gioia e di una sicurezza tali da non sentirsi mai turbato, ma per il fatto che assaporava la grazia di Dio secondo la misura della sua fede, si vanta di poter disprezzare coraggiosamente tutto ciò che può tormentare il suo spirito. La Scrittura, volendoci esortare alla fede, ci ordina di stare in riposo, come in Isaia: "La vostra forza risiederà nella speranza e nel silenzio " (Is. 30.15). E nel Salmo: "Sta' in silenzio e aspetta il Signore " (Sl. 37.7). A questo fanno eco le parole dell'Apostolo: "È necessaria la pazienza, ecc. " (Eb. 10.36).

 

38. Si può giudicare da questo quanto sia dannosa la dottrina dei teologi sofisti, secondo la quale non possiamo accogliere in noi nulla della grazia di Dio, se non in base ad una congettura morale, secondo che ciascuno reputi se stesso non indegno di questa grazia.

Se siamo ridotti a valutare l'atteggiamento di Dio verso di noi in base alle opere, confesso che non siamo in grado di capirlo, neanche per mezzo di tutte le congetture; ma poiché la fede deve rispondere alla semplice e gratuita promessa di Dio, non sussiste alcun dubbio. Di quale fiducia saremmo noi premuniti contro il Diavolo, se pensiamo che Dio ci è propizio soltanto a condizione che lo meritiamo? Avendo deciso di trattare questo argomento più avanti, non ne parleremo, per ora, più a lungo: e chiaro che nulla è più contrario alla fede, di una congettura o altro sentimento affine al dubbio o all'ambiguità.

Per confermare questo errore, sono soliti citare un passo dell'Ecclesiaste che snaturano in malo modo: "Nessuno sa se è degno di odio o di amore ", (Ecclesiaste 9.1). Prescindendo dal fatto che questa affermazione è stata male interpretata nella traduzione comune, anche i fanciulli sono in grado di capire quel che Salomone ha voluto dire: chi volesse giudicare quali sono coloro che Dio ha riprovati, in base alle cose presenti, farà una fatica inutile; prosperità ed avversità sono comuni sia al giusto sia all'iniquo, sia a colui che serve Dio sia a colui che non vi bada. Ne deriva che non sempre Dio manifesta il suo amore verso coloro a cui per un certo tempo concede di portare frutto, né dichiara il suo odio verso coloro che affligge. Questo è detto per redarguire la vanità della mente umana, così inebetita nel considerare le cose tanto necessarie. Poco prima aveva detto che non si può discernere in che cosa l'anima dell'uomo differisca da un'anima di bestia, dato che entrambe sembrano morire di una stessa morte (Ecclesiaste 3.19).

Se qualcuno volesse dedurre che l'affermazione circa l'immortalità delle anime è fondata solo su una congettura, non lo giudicheremmo a buon diritto fuor di senno? Sono dunque sani di mente costoro, quando deducono che gli uomini non hanno alcuna certezza della grazia di Dio in quanto non la si può percepire con lo sguardo carnale delle cose presenti?

39. Giudicano presunzione temeraria il volersi attribuire una conoscenza indubitabile della volontà divina: questo sarebbe il caso qualora ci proponessimo di voler ridurre la volontà incomprensibile di Dio nei limiti angusti del nostro intendimento. Quando però diciamo, con san Paolo, che abbiamo ricevuto uno spirito che non è di questo mondo ma che procede da Dio, e attraverso quello conosciamo i beni che Dio ci ha dato (1 Co. 2.12) , che cosa si può ancora mormorare senza recare ingiuria allo Spirito di Dio? Se è orribile sacrilegio il sospettare di menzogna o di incertezza o di ambiguità una qualche rivelazione che proviene da lui, in che cosa sbagliamo affermando la verità di ciò che ci ha rivelato?

Ma insistono affermando che è temerario, da parte nostra, osare vantarci dello Spirito di Cristo. In questo dimostrano abbondantemente la loro stupidità. Chi mai penserebbe che in gente che ha la pretesa di essere Dottore del mondo intero, alberghi una tale ignoranza da ingannarsi in modo così grossolano riguardo ai dati fondamentali della fede cristiana? Se i loro scritti non ne facessero fede, non ci potrei credere. San Paolo afferma che non vi sono altri figli di Dio all'infuori di quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio (Ro 8.14) : costoro vogliono che i figli di Dio siano guidati dai loro propri spiriti, essendo privi di quello di Dio. San Paolo insegna che non possiamo chiamare Dio nostro padre se lo Spirito non imprime in noi questa invocazione, esso solo può attestare alla nostra anima che siamo figli di Dio (Ro 8.16) : costoro, pur non proibendo di invocare Dio, ci tolgono lo Spirito, sotto la cui guida bisognava invocarlo. San Paolo dice che chi non è condotto dallo Spirito di Cristo non è suo servitore (Ro 8.9) : costoro inventano un cristianesimo che non sa che farsi dello Spirito di Cristo. San Paolo non ci dà alcuna speranza della beata risurrezione se non sentiamo lo Spirito Santo risiedere in noi (Ro 8.2). Costoro immaginano una speranza priva di quel sentimento.

Risponderanno forse che non negano che lo Spirito Santo ci sia necessario, ma che per umiltà e modestia dobbiamo pensare di non averlo. Se è così, che cosa vuol dunque l'Apostolo, quando ordina ai fratelli di Corinto di esaminare se stessi per sapere se Gesù Cristo abita in loro, aggiungendo che chiunque e privo di questa conoscenza è reprobo? (2 Co. 13.5-6). Per mezzo dello Spirito che ci ha dato, sappiamo che egli abita in noi, come dice san Giovanni (1 Gv. 3.24). E che altro facciamo se non mettere in dubbio le promesse di Gesù Cristo, quando vogliamo essere servitori di Dio senza il suo Spirito, visto che ha annunciato che lo spanderebbe su tutti i suoi? (Is. 44.3). Che altro facciamo se non sottrarre allo Spirito Santo la sua gloria, separandolo dalla fede che è opera sua specifica?

Essendo questi i primi elementi che dobbiamo imparare riguardo alla nostra religione, è indice di assoluta cecità tacciare i cristiani di arroganza quando si gloriano della presenza dello Spirito Santo, senza la quale non esiste alcuna fede cristiana. Dimostrano, Cl. loro esempio, quanto sia vera l'affermazione del Signore, che il suo Spirito è sconosciuto al mondo e che solo coloro nei quali abita lo conoscono (Gv. 14.17).

40. Per sradicare completamente la fede, l'attaccano ancora in altro modo: benché, dicono, sia possibile stabilire un giudizio sulla grazia di Dio in base alla giustizia in cui ci troviamo ora, la certezza della nostra perseveranza rimane in forse.

Ma che fiducia nella salvezza avremmo, se non potessimo che ipotizzare, mediante una congettura che definiscono "morale ", che siamo ora nella grazia di Dio, senza però sapere quel che accadrà domani! L'Apostolo si esprime in modo ben diverso quando dice di esser certo che né gli angeli, né le potenze, né i principati, né la morte, né la vita, né le cose presenti né le future ci potranno separare dall'amore con cui Dio ci accoglie in Gesù Cristo (Ro 8.38).

Tentano di cavarsela con una soluzione frivola, dicendo che l'Apostolo sapeva questo grazie ad una rivelazione speciale; ma la loro tesi è troppo debole per poter sussistere: in quel passo egli parla dei beni che derivano dalla fede a tutti i credenti in generale, non di ciò che sperimentava in particolare in se stesso.

Egli stesso, dicono, cerca di intimorirci mostrandoci la nostra debolezza e la nostra incostanza quando dice che colui che è in piedi deve guardarsi dal cadere (1 Co. 10.12). Verissimo, tuttavia non a intimorisce per spaventarci ma solo per insegnarci ad umiliarci sotto la potente mano di Dio, come afferma san Pietro (1 Pi. 5.6). Inoltre, che fantasia è quella di limitare la certezza della fede ad un breve periodo di tempo, mentre la sua caratteristica è proprio di oltrepassare la vita presente per afferrare l'immortalità futura?

 

Quando dunque i credenti riconoscono che proviene dalla grazia di Dio il fatto che, illuminati dal suo Spirito, siamo in grado di contemplare, per mezzo della fede la vita futura, siamo ben lontani dal poter tacciare di arroganza questa gloria! E se taluno si vergogna di confessarlo, dimostra di essere ingrato, più che modesto o umile, poiché annulla e oscura la bontà di Dio che invece dovrebbe magnificare.

41. A mio parere la natura della fede non poteva essere espressa meglio né più chiaramente che per mezzo del contenuto delle promesse, suo fondamento e sostegno senza il quale inciamperebbe subito, anzi, svanirebbe: perciò ho tratto dalle promesse la definizione che ho dato, che tuttavia non si scosta dalla descrizione che ne fa l'Apostolo in base all'argomento che tratta.

Dice che la fede è certezza delle cose che si sperano, e una dimostrazione delle cose che non si vedono (Eb. 11.1). Con il termine "ipostasi "egli vuol significare la certezza su cui si fondano le anime credenti. È: come se dicesse che la fede è un possesso certo ed infallibile delle cose che Dio ci ha promesso, a meno che qualcuno preferisca intendere il termine "ipostasi "nel senso di fiducia, il che non mi dispiace, anche se preferisco attenermi alla prima interpretazione, più corrente. Per far intendere che fino all'ultimo giorno, quando i libri saranno aperti (Da 7.10) , le cose che riguardano la nostra salvezza sono troppo profonde per essere afferrate dai nostri sensi, viste dai nostri occhi o toccate dalle nostre mani, e le possediamo solo sormontando la nostra capacità di comprensione e elevando il nostro sguardo al disopra di tutto ciò che si vede nel mondo, in breve, nella misura in cui sormontiamo noi stessi, egli aggiunge che una tale certezza concerne realtà situate in speranza e pertanto invisibili. Poiché l'evidenza, come dice san Paolo, è diversa dalla speranza, e non speriamo le cose che vediamo (Ro

Definendola indice o attestato delle cose che non si vedono o, secondo l'interpretazione di sant'Agostino, "testimonianza "mediante la quale siamo convinti, è esattamente come se dicesse che è un'evidenza di ciò che non appare, una visione di ciò che non si vede, uno scorgere le cose oscure, una presenza delle cose assenti, una dimostrazione di cose nascoste. I misteri di Dio, e in particolare quelli che riguardano la nostra salvezza, non possono essere contemplati nella loro natura, ma li guardiamo soltanto nella parola di Dio, della cui verità dobbiamo essere talmente persuasi da ritenere reale e compiuto tutto ciò che dice.

Come riconosceremo dunque e assaporeremo una così grande bontà di Dio, senza esser spinti nel contempo ad amarla? Poiché una dolcezza così abbondante come quella che Dio ha riservato per coloro che lo temono, non può in verità essere compresa senza che il cuore ne sia toccato. E non può commuoverlo senza attirarlo ed elevarlo a se. Non deve dunque stupire il fatto che quel sentimento non entri mai in un cuore perverso e falso, visto che ci apre gli occhi per farci accedere a tutti i tesori di Dio, e ai sacri segreti del suo Regno che non possono essere corrotti dalla presenza di un cuore impuro.

La teoria dei teologi della Sorbona, secondo cui la carità precede la fede e la speranza, è pura fantasticheria: in quanto soltanto la fede può generare in noi la carità. San Bernardo si esprime in modo assai più appropriato dicendo: "Credo che la testimonianza della coscienza, che san Paolo chiama la gloria dei credenti (2 Co. 1.12) , consiste in tre elementi. In primo luogo, ti è richiesto di credere che non puoi ottenere la remissione dei peccati se non dalla pura gratuità di Dio; in secondo luogo, che non puoi fare alcuna buona opera se egli stesso non te la concede; in terzo luogo, non puoi meritare con delle opere la vita eterna, se essa non ti è data in modo gratuito ". Poco oltre aggiunge: "Queste cose sono soltanto l'inizio della fede; credendo che soltanto Dio può rimetterci i peccati, dobbiamo nel contempo escludere ogni dubbio che ce li abbia rimessi, essendo così persuasi, per testimonianza dello Spirito Santo, che la nostra salvezza è ben certa; poiché Dio ci perdona i nostri peccati, ci dà egli stesso i meriti e per di più ci restituisce la ricompensa, non possiamo cristallizzarci in quell'inizio da lui posto ".

Questo punto ed altri simili saranno trattati altrove: ci basti ora intendere che cos'è la fede.

42. Dovunque questa viva fede sarà presente, inevitabilmente recherà con se la speranza della salvezza eterna, o piuttosto la genererà e la produrrà. Se questa speranza non ha sede in noi, possiamo fare quante chiacchiere vogliamo intorno alla fede, è chiaro che non ne comprendiamo nulla.

Se la fede, come è stato detto, è una persuasione certa della verità di Dio, e se questa verità non può mentire, ingannare né frustrare, chiunque ha concepito una ferma certezza attende parimenti che il Signore compia le sue promesse, ritenute veraci: in definitiva, la speranza non è altro che un'attesa dei beni che la fede ha creduto essere realmente promessi da Dio.

La fede crede che Dio è verace: la speranza aspetta che egli riveli a suo tempo la sua verità. La fede crede che egli è il nostro padre: la speranza aspetta che egli si mostri sempre tale verso di noi. La fede crede che ci è data la vita eterna: la speranza aspetta che noi un giorno l'otteniamo. La fede è il fondamento su cui riposa la speranza: la speranza nutre e mantiene la fede. Come non può attendere nulla da Dio, se non colui che ha inizialmente creduto alle sue promesse, così bisogna che la debolezza della nostra fede sia sostenuta, aspettando e sperando pazientemente, per non venir meno.

San Paolo si esprime rettamente situando la nostra salvezza in speranza (Ro 8.24); aspettando Dio in silenzio, essa sostiene la fede affinché non incespichi e non vacilli riguardo alle promesse di Dio, dubitandone; la speranza le ridà forza e la sostiene affinché non si stanchi; la conduce fino alla sua meta ultima affinché non venga meno a metà strada, o addirittura all'inizio; infine, rinnovandola e ristorandola quotidianamente, le dà, del continuo, vigore per perseverare.

Comprenderemo più chiaramente quanto è necessario che la fede sia confermata dalla speranza, tenendo presenti le molteplici tentazioni da cui sono assaliti coloro che hanno ricevuto una volta la Parola di Dio. Anzitutto il Signore, Cl. differire le sue promesse, spesso ci tiene in sospeso più di quanto vorremmo. È allora compito della fede fare ciò che dice il Profeta: se le promesse di Dio tardano, non cessiamo di aspettarle (Abacuc 2.3).

 

Talvolta poi, non solo Dio ci lascia languire nell'attesa ma pare essere adirato contro di noi; bisogna allora che la fede ci venga in aiuto affinché, secondo l'affermazione dell'altro Profeta, noi possiamo aspettare il Signore, sebbene ci abbia nascosto il suo volto (Is. 8.17).

Ci sono anche schernitori, come dice san Pietro, che chiedono dove sono le promesse e dove la venuta di Gesù Cristo (2 Pi. 3.4) visto che, dalla creazione del mondo, tutte le cose procedono allo stesso modo. Anche la carne ed il mondo suggeriscono questo alla nostra mente. Bisogna in questo caso che la fede, sostenuta e appoggiata dalla speranza, sia radicata e si concentri nella contemplazione dell'eternità del regno di Dio, al fine di considerare mille anni come un giorno (Sl. 90.4).

43. Data la loro affinità e somiglianza, la Scrittura confonde talvolta i vocaboli "fede "e "speranza "; così l'affermazione di san Pietro, che la potenza di Dio ci conserva, per mezzo della fede, fino alla rivelazione della salvezza (1 Pi. 1,,) , si addice meglio alla speranza che alla fede. Ma non è senza motivo: abbiamo infatti dimostrato che la speranza non è altro che fermezza e perseveranza della fede. Talvolta sono abbinati, come nella medesima epistola: "Affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio " (1 Pi. 1.21). San Paolo, rivolgendosi ai Filippesi, deduce l'attesa dalla speranza (Fl. 1.20) , perché, sperando pazientemente, teniamo imbrigliati i nostri desideri finché il tempo di Dio sia venuto. Questo risulta più chiaramente nel decimo capitolo dell'epistola agli Ebrei, che ho già citato. Sebbene si esprima impropriamente, san Paolo, in un altro passo, intende la stessa cosa dicendo: "Noi aspettiamo per fede, in spirito, la speranza della giustizia " (Ga 5.5) , senza dubbio in quanto, avendo ricevuto la testimonianza dell'Evangelo concernente l'amore gratuito di Dio, aspettiamo che Dio metta in evidenza e porti ad effetto ciò che è ancora nascosto sotto la speranza.

Non è difficile vedere ora quanto rozzamente il Maestro delle Sentenze si inganni, ponendo un duplice fondamento alla speranza: la grazia di Dio e il merito delle opere, mentre essa non può avere altro scopo all'infuori della fede. Abbiamo chiaramente dimostrato che la fede ha la sua meta unicamente nella misericordia di Dio e ad essa si attiene senza guardare altrove. È però interessante la bella motivazione che dà: "Se osi sperare qualcosa senza averlo meritato, questa non è speranza ma presunzione ". Vi chiedo, amici miei, chi di voi può trattenersi dal maledire simili bestie che ritengono temerario e presuntuoso credere con certezza nella veracità di Dio? Dio ci ordina di aspettare ogni cosa dalla sua bontà, e costoro dicono che è presunzione il riposarsi e l'acquetarsi in lei. Ma un tal maestro è degno dei discepoli che ha avuto nelle scuole dei Sofisti, cioè alla Sorbona.

Noi, al contrario, di fronte all'esplicito ordine di Dio rivolto ai peccatori, di avere una speranza certa di salvezza, ci fidiamo con tanto ardire della sua veracità, da rifiutare, in virtù della sua misericordia, ogni fiducia nelle nostre opere, e sperare, senza avere il minimo dubbio, ciò che promette. Così facendo, scopriremo che colui il quale ha detto: "Vi sarà fatto secondo la vostra fede " (Mt. 9.29) , non ci ingannerà.

 

CAPITOLO 3

SIAMO RIGENERATI PER MEZZO DELLA FEDE; IL RAVVEDIMENTO

1. Sebbene abbia già in parte insegnato in che modo la fede possieda Cristo, e come per mezzo di essa godiamo dei benefici datici da lui, la nostra conoscenza sarebbe ancora oscura se non spiegassimo inoltre quali frutti e quali effetti i credenti sentono in loro.

Non senza ragione il riassunto dell'Evangelo è condensato nel ravvedimento e nella remissione dei peccati. Se dunque si tralasciano questi due punti, tutto ciò che si potrà predicare o discutere intorno alla fede sarà debole e di ben poca importanza, se non del tutto inutile. Gesù Cristo ci dà novità di vita e riconciliazione gratuita, che otteniamo per mezzo della fede: la ragione e l'ordine richiedono dunque che io cominci qui a trattare questi due argomenti.

Dalla fede passeremo innanzitutto al ravvedimento. Dopo aver rettamente inteso questo punto, potremo facilmente scorgere in che modo l'uomo sia giustificato dalla sola e pura accettazione del perdono dei suoi peccati, e che la santificazione effettiva della vita, come si suol dire, non è affatto separata da una tale imputazione gratuita di giustizia. Il non rimanere cioè senza buone opere e l'essere considerati giusti senza buone opere, sono cose che vanno perfettamente d'accordo.

È indubbio che il ravvedimento non solo segue passo dopo l'altro la fede, ma ne deriva. Infatti, essendo la remissione dei peccati offerta dall'Evangelo affinché il peccatore, liberato dalla tirannia di Satana, dal giogo del peccato e dal misero asservimento ad esso entri nel Regno di Dio, nessuno può abbracciare la grazia dell'Evangelo senza allontanarsi dai suoi errori per seguire la retta via, e senza far di tutto per riformarsi.

Coloro che ritengono che il ravvedimento preceda la fede e negano che esso ne derivi, come un frutto prodotto dall'albero, non hanno mai compreso la sua caratteristica e la sua natura, e sono indotti in questo errore da un argomento del tutto inconsistente.

2. Gesù Cristo e san Giovanni Battista, dicono, hanno dapprima, con i loro discorsi, invitato il popolo al pentimento e poi ranno annunciato che il Regno dei cieli era vicino (Mt. 3,; 4.17). Essi citano anche il fatto che un simile mandato è stato affidato agli Apostoli, e che san Paolo, secondo il racconto li san Luca, afferma di aver eseguito questo ordine (At. 20.1).

Ma fermandosi a giocare con le sillabe, non sanno vedere il senso e la portata di queste parole. Quando infatti Gesù Cristo Giovanni Battista pronunciano l'esortazione. "Pentitevi, perché il Regno di Dio si è avvicinato ", non lo fanno forse ravviando la causa del pentimento nel fatto che Gesù Cristo ci offre grazia e salvezza? Queste parole equivalgono dunque a dire: lato che il Regno di Dio si è avvicinato, per questa ragione ravvedetevi. Anche san Matteo, riferendo questa predicazione di san Giovanni, dice che è stata compiuta la profezia di Isaia concernente la voce che grida nel deserto: "Preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri " (Is. 40.3). Ma l'ordine del profeta è che questa voce deve cominciare con la consolazione l'annuncio della buona novella.

 

Tuttavia, quando diciamo che la matrice del pentimento è la fede, non riteniamo necessario un intervallo di tempo perché esso sia generato; vogliamo affermare che l'uomo non può pentirsi rettamente, senza riconoscere di appartenere a Dio. Ma nessuno può accettare di appartenere a Dio, senza avere anzitutto riconosciuto la sua grazia. Queste cose saranno più chiaramente spiegate nel corso della trattazione.

Forse sono stati ingannati dal fatto che parecchi sono vinti lai terrori della loro coscienza, o sono indotti e spinti a mettersi al servizio di Dio prima di aver conosciuto la sua grazia, anzi prima di averla gustata. È un timore quale si riscontra nei fanciulli che non sono guidati dalla ragione; tuttavia alcuni lo considerano una virtù, in quanto lo giudicano simile alla vera ubbidienza a cui esso prepara gli uomini. Non si tratta ora di ricercare in quanti modi Gesù Cristo ci attira a se, o ci dispone ad un retto sentimento di pietà; dico soltanto che non si può trovare alcuna dirittura se non laddove lo Spirito, che egli ha ricevuto per comunicarlo ai suoi membri, regna.

In secondo luogo, seguendo l'insegnamento del Salmo, secondo cui Dio è propizio affinché lo si tema (Sl. 130.4) , aggiungo che mai l'uomo avrà per lui il rispetto dovuto se non confida nella sua clemenza e bontà, e nessuno sarà mai ben deciso ad osservare la sua legge, se non è persuaso che colui al quale serve gradisce il suo servizio. Ma l'indulgenza di cui Dio si vale verso di noi è un segno del suo favore paterno e lo dimostra anche l'esortazione di Osea: "Venite, torniamo all'Eterno, poiché se ha distrutto, ci guarirà; se ha colpito, ci darà la salute " (Ho 6.1). Vediamo in queste parole che la speranza di ottenere il perdono deve servire da sprone ai peccatori, affinché non marciscano nelle loro colpe.

Del resto, coloro che inventano un nuovo modo di essere cristiani e sostengono che per ricevere il battesimo bisogna trascorrere alcuni giorni in cui ci si esercita in penitenza prima di essere ricevuti ad aver comunione con la grazia dell'Evangelo, non presentano, nel loro errore e nella loro follia, alcuna consistenza. Mi riferisco a parecchi Anabattisti, in particolare a quelli che vogliono essere definiti spirituali, e alla gentaglia quale i Gesuiti ed altre sette. Ma è frutto di uno spirito di follia, il voler dedicare alcuni giorni al ravvedimento, mentre questo deve esser proseguito, da parte del cristiano, per tutta la vita.

3. Alcuni dotti, vissuti molto tempo fa, volendo parlare del pentimento in modo semplice, secondo la regola della Scrittura, dissero che esso consiste in due parti: la mortificazione e la vivificazione. Essi intendono la mortificazione come un dolore e un terrore interiore frutto della coscienza del peccato e del sentimento del giudizio di Dio. Infatti, quando qualcuno è condotto alla vera conoscenza del suo peccato, comincia a odiarlo e a detestarlo; allora veramente si trova a dIs.gio in cuor suo, si riconosce misero e confuso e desidera essere diverso da quello che è. Inoltre, quando è toccato dal sentimento del giudizio di Dio (poiché l'uno deriva immediatamente dall'altro) , allora umiliato, spaventato e abbattuto, trema, si scoraggia e perde ogni speranza. Questo è il primo elemento del pentimento, chiamato contrizione.

Essi intendono la vivificazione come una consolazione prodotta dalla fede: l'uomo, turbato dalla coscienza del suo peccato e spaventato dalla paura di Dio, gettando il suo sguardo sulla di lui bontà e misericordia, sulla grazia e la salvezza che sono in Gesù Cristo, si rialza, respira, riprende coraggio e par tornare dalla morte alla vita.

Queste due parole, rettamente intese, esprimono assai bene la realtà del pentimento; dato però che costoro identificano la vivificazione con la gioia che un'anima prova quando è pacificata dai suoi tormenti e dalle sue angosce, dissento da loro, in quanto questa parola esprime piuttosto la volontà di vivere bene e santamente, nel senso che l'uomo muore a se stesso per vivere in Dio. Questo è il rinnovamento di cui abbiamo parlato.

4. Gli altri, pur vedendo che questo termine è inteso in senso diverso nella Scrittura, hanno stabilito due tipi di pentimento. Per distinguerli, hanno definito il primo "legale "; in esso il peccatore, afflitto dal bruciore del suo peccato e come paralizzato dal terrore della collera di Dio, rimane legato in questo smarrimento, senza potersene liberare. Hanno definito l'altro "evangelico ": in esso il peccatore, gravemente turbato in se stesso, si eleva tuttavia più in alto, accogliendo Gesù Cristo come medicamento della sua ferita, come consolazione della sua paura e rifugio della sua miseria.

Caino, Saul, Giuda sono esempi di pentimento legale (Ge 4.13; 1 Re 15.30; Mt. 27.4). Descrivendoceli, la Scrittura vuol significare che dopo aver sperimentato il peso del loro peccato hanno avuto paura della collera di Dio; ma assorti unicamente nel pensiero della vendetta e del giudizio di Dio sono sprofondati in questo pensiero. Il loro pentimento dunque altro non è stato se non una porta dell'inferno: essendovi già entrati nel corso della presente esistenza hanno cominciato a soffrire l'ira della maestà di Dio.

Vediamo il pentimento evangelico in tutti coloro che, punti in se stessi dal pungolo del peccato ma rialzatisi fiduciosi nella misericordia di Dio, si sono rivolti a lui. Ezechia fu sconvolto quando ricevette l'annuncio di morte; ma piangendo pregò, e guardando alla misericordia di Dio riprese fiducia (4 Re 20.2; Is. 38.1). Gli abitanti di Ninive furono spaventati dall'orribile minaccia della loro rovina, ma ricoperti di sacchi e di cenere pregarono, sperando che il Signore sarebbe tornato sulla sua decisione e avrebbe deviato il furore della sua ira (Giona 3.5). Davide confessò di aver peccato molto gravemente nel fare il censimento del popolo, ma aggiunse: "Signore, cancella l'iniquità del tuo servo! " (2 Re 24.10). Di fronte al rimprovero di Nathan, riconobbe il peccato di adulterio, si prostrò dinanzi a Dio, ma attese parimenti il perdono (2 Re 12.13e 16). Tale fu il pentimento di coloro che, udendo la predicazione di san Pietro, furono sconvolti nel loro cuore, ma confidando nella bontà di Dio aggiunsero: "Che faremo noi, fratelli? " (At. 2.37). Tale fu anche il pentimento di san Pietro che pianse amaramente ma non cessò di sperare (Lu 22.62; Mt. 26.75).

5. Tutte queste cose sono vere, tuttavia, se intendo bene la Scrittura, bisogna intendere in altro modo il termine pentimento. Il confondere, infatti, come fanno costoro, fede e ravvedimento contrasta con quel che dice san Paolo negli Atti, l'aver egli scongiurato Giudei e Gentili a ravvedersi dinanzi a Dio, e a credere in Gesù Cristo (At. 20.21). In questo passo egli considera la fede e il ravvedimento come cose diverse; può forse il vero ravvedimento sussistere senza la fede? No, certo; ma benché non si possano dividere, bisogna tuttavia distinguerli. Come la fede non può sussistere senza speranza, ma fede e speranza sono cose diverse, così ravvedimento e fede, sebbene uniti da un legame inscindibile, devono tuttavia essere congiunti piuttosto che confusi fra loro.

 

Non ignoro che con il termine ravvedimento si intende tutta la conversione a Dio, conversione di cui la fede è una delle parti principali, ma quando ne avremo spiegato la natura e le caratteristiche, si vedrà in che senso ciò è detto.

Il termine usato dagli Ebrei per designare il ravvedimento significa conversione o ritorno; quello usato dai Greci significa cambiamento di decisione e di volontà. La realtà corrisponde bene a queste etimologie, in quanto il fatto del ravvedimento consiste in questo: essendoci allontanati da noi stessi, volgerci a Dio; e avendo abbandonato le nostre decisioni e la nostra volontà iniziale, assumerne una nuova.

Perciò, a mio giudizio, potremo definire con esattezza il ravvedimento in questo modo: è una radicale conversione dalla nostra vita naturale, per seguire Dio nella via che egli ci indica, conversione derivante da un timor di Dio retto e non finto, che consiste nella mortificazione della nostra carne e del nostro uomo vecchio, e nella vivificazione da parte dello Spirito. In questo senso bisogna intendere tutte le esortazioni contenute negli scritti dei Profeti e degli Apostoli, per mezzo delle quali essi invitano gli uomini del loro tempo a ravvedersi. Volevano infatti far sì che, turbati per i loro peccati e afflitti dal timore del giudizio di Dio, si umiliassero e prostrassero davanti alla sua maestà che avevano offesa, e tornassero nella retta via. Così, quando parlano di convertirsi e di tornare al Signore, di pentirsi e di ravvedersi (Mt. 3.2) , tendono sempre a questo fine.

Perciò la storia sacra chiama ravvedimento il fatto di essere condotti a seguire Dio: quando gli uomini, avendolo disprezzato per folleggiare nelle loro cupidigie, cominciano a ritornare alla sua Parola (1 Re 7.3) , e sono pronti a seguirlo dove egli li chiamerà. San Paolo e san Giovanni Battista esortano a produrre frutti degni del ravvedimento, volendo affermare che bisogna condurre una vita che dimostri ed attesti in tutte le sue azioni un tal pentimento (Lu 3.8; Ro 6.4; At. 26.20).

6. Prima di proseguire, gioverà però spiegare più ampiamente la definizione summenzionata, che presenta soprattutto tre punti degni di attenzione.

Riguardo al primo, quando definiamo il ravvedimento una conversione di vita a Dio, richiediamo un cambiamento, non solo riguardo alle opere esterne, ma anche nell'anima, affinché, spogliatasi della sua vecchia natura, essa produca, in seguito, frutti degni del suo rinnovamento. È quanto vuole esprimere il Profeta quando ordina a coloro che esorta al pentimento di avere un cuor nuovo (Ez. 18.31). Perciò Mosè ripetutamente, volendo indicare al popolo di Israele la vera conversione, li esorta a convertirsi con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima, e parlando della circoncisione del cuore, allude ai loro sentimenti più nascosti. Questa espressione è spesso ripetuta dai Profeti. Nessun passo, tuttavia, definisce la vera natura del ravvedimento meglio del quarto capitolo di Geremia, in cui Dio parla in questo modo: "Israele, se tu ti converti convertiti a me. Coltiva bene la terra del tuo cuore, e non seminare fra le spine. Sii circonciso per il Signore, e togli ogni impurità dal tuo cuore " (Gr. 4.1.3.4).

 

Notiamo che egli sottolinea il fatto che per iniziare a vivere bene non possono cominciare in altro modo se non sradicando ogni empietà dal loro cuore. E per spronarli in modo più pressante li avverte che hanno a che fare con Dio, nei riguardi del quale non si guadagna nulla Cl. tergiversare perché egli ha in abominio la doppiezza di cuore. Per questo motivo Isaia si beffa di tutte le opere degli ipocriti, che in quel tempo si sforzavano di emendare esteriormente la loro vita con cerimonie, senza tuttavia impegnarsi a spezzare i vincoli iniqui con cui opprimevano i poveri (Is. 58.6). Inoltre, in questo stesso passo, mostra quali siano le opere che devono seguire un vero ravvedimento.

7. Nel secondo punto abbiamo detto che il ravvedimento procede da un retto timor di Dio. Perché la coscienza del peccatore sia condotta al pentimento, bisogna infatti che sia anzitutto turbata dal giudizio di Dio. Quando sarà radicato nel cuore dell'uomo il pensiero che Dio dovrà un giorno salire sul suo trono di giudizio, per chieder conto di tutte le opere e parole, questa coscienza non lascerà riposare il povero peccatore né lo lascerà respirare un solo istante pungolandolo e stimolandolo sempre a condurre una vita nuova, affinché possa presentarsi senza timore a questo giudizio.

Spesso la Scrittura, quando ci esorta al pentimento, ci ricorda perciò che Dio un giorno giudicherà il mondo. Come in questo passo di Geremia: "Affinché il mio furore non esca come un fuoco, senza che qualcuno lo possa spegnere, a causa della vostra perversità " (Gr. 4.4). E nel discorso che san Paolo fece ad Atene: "Come Dio ha lasciato che gli uomini camminassero nell'ignoranza, ora annuncia loro di ravvedersi, poiché ha stabilito un giorno in cui giudicherà il mondo con giustizia " (At. 17.30); così in molti altri passi. Altre volte, per mezzo delle punizioni già avvenute, la Scrittura dimostra che Dio è giudice, affinché i peccatori sappiano che una pena molto più grave li aspetta se non si correggono al più presto. Ne abbiamo l'esempio al capitolo ventinovesimo del De

Poiché l'inizio della nostra conversione a Dio avviene quando abbiamo in odio e in orrore il peccato, l'Apostolo dice che la tristezza che è secondo Dio è la causa del pentimento (2 Co. 7.10) , definendo tristezza secondo Dio non solo il timore del castigo ma l'odio e l'esecrazione per il peccato, avendo coscienza del fatto che dispiace a Dio. Questo non deve sembrare strano perché, se non fossimo pungolati per davvero, la pigrizia della nostra carne non potrebbe essere mai corretta; nessun pungolo sarebbe anzi sufficiente a scuoterla dalla sua insensibilità se Dio non facesse un passo di più mostrandoci i suoi castighi. Oltre l'abbrutimento c'è anche la ribellione, che ha bisogno di essere piegata a grandi colpi di martello. È la nostra perversità dunque che costringe Dio a far uso di severità, rigore e minacce, visto che non servirebbe affatto allettare con la dolcezza quelli che dormono.

Non citerò le testimonianze che si trovano qua e là in tutta la Scrittura. Il timor di Dio è anche chiamato introduzione al ravvedimento, per un'altra ragione. Infatti, quand'anche un uomo potesse essere ritenuto in tutto e per tutto perfetto nelle virtù, se egli non orienta la sua vita al servizio di Dio, potrà sì esser lodato dal mondo, ma sarà in abominio al cielo, poiché la parte principale della giustizia consiste nel rendere a Dio l'onore che merita, onore di cui lo frodiamo in malo modo quando ci manca l'intenzione di assoggettarci al suo governo.

 

8. Dobbiamo ora spiegare il terzo punto: abbiamo detto che il ravvedimento consta di due elementi, la mortificazione della carne e la vivificazione da parte dello Spirito. I Profeti lo espongono abbastanza bene, pur parlando con la semplicità richiesta dall'ignoranza del popolo Cl. quale dovevano trattare, quando dicono: "Cessate di fare il male, e consacratevi al bene " (Sl. 34.15). "Purificatevi dalle vostre impurità, lasciate da parte la vostra vita perversa; imparate il bene, datevi alla giustizia, alla misericordia "ecc.. . (Is. 1.16.17). Invitando gli uomini ad allontanarsi dal male, essi richiedono che tutta la loro carne, cioè la loro natura, sia mortificata poiché è piena di iniquità. Si tratta di un comandamento assai difficile, in quanto richiede la rinuncia a se stessi, e l'abbandono della nostra natura. Poiché non bisogna credere che la carne sia dovutamente mortificata, se non quando viene annientato e abolito tutto ciò che abbiamo da per noi stessi. Ma visto che tutti i pensieri e sentimenti della nostra natura sono in lotta contro Dio e nemici della sua giustizia (Ro 8.7) , il primo passo nell'obbedienza della Legge è la rinuncia alla nostra natura ed a ogni nostra volontà.

Quel testo del Profeta definisce in seguito il rinnovamento di vita mediante i frutti che ne derivano: giustizia, discernimento e misericordia; non sarebbe infatti sufficiente compiere opere esteriori se l'anima in primo luogo non le amasse e fosse disponibile per queste opere. Ciò avviene quando lo Spirito di Dio, avendo trasformato le nostre anime santificandole, le dirige a tal punto verso nuovi pensieri e sentimenti da poter dire che esse sono diverse da quel che erano in precedenza. Di fatto, per natura, ci allontaniamo da Dio e non tendiamo né aspiriamo mai a quel che è buono e retto finché non abbiamo imparato ad abbandonare il nostro io. Ecco perché così spesso ci è chiesto di spogliare il vecchio uomo, di rinunciare al mondo e alla carne e di adoperarci, abbandonando le nostre cupidigie, per essere rinnovati nel nostro modo di pensare.

Il termine "mortificazione ", ci dice quanto sia difficile per noi dimenticare la nostra natura; esso infatti significa che non possiamo essere piegati né formati al timor di Dio, né imparare i rudimenti della pietà, se non essendo messi a morte dalla spada dello Spirito ed essendo ridotti con violenza al nulla. È come se Dio dicesse che ci è necessario morire ed essere annullati in tutto ciò che abbiamo, prima che ci accolga o accetti come suoi figli.

9. L'una e l'altra cosa ci provengono dalla comunione che abbiamo con Cristo. Poiché se siamo realmente partecipi della sua morte, per virtù di questa morte il nostro vecchio uomo è crocifisso e il cumulo di peccato, che risiede in noi, è annullato affinché la corruzione della nostra natura primitiva non abbia più potere (Ro 6.6). Se siamo partecipi della sua risurrezione, per mezzo di essa noi siamo risuscitati in novità di vita, e questa vita è una risposta alla giustizia di Dio.

Per esprimermi in breve, dirò che il ravvedimento è una rigenerazione ad opera dello Spirito, il cui scopo è far sì che sia restaurata l'immagine di Dio, oscurata e quasi cancellata in noi dalla trasgressione di Adamo. Così si esprime l'Apostolo quando dice che, tolto il velo, noi contempliamo la gloria di Dio, trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, ad opera dello Spirito di Dio (2 Co. 3.18). E: "Siate rinnovati nella vostra anima, e rivestite l'uomo nuovo, creato ad immagine di Dio nella giustizia e nella vera santità " (Ef. 4.23). E in un altro passo: "Rivestite l'uomo nuovo, rinnovato secondo la conoscenza e l'immagine di colui che l'ha creato " (Cl. 3.10). Con questa rigenerazione, siamo ricondotti per grazia di Cristo nella giustizia di Dio, da cui eravamo scaduti per colpa di Adamo; come piace a Dio ricostruire nella loro integrità tutti coloro che adotta nell'eredità della vita eterna.

Questa restaurazione non si compie né in un minuto, né in un giorno, né in un anno: ma Dio cancella nei suoi eletti le corruzioni carnali, del continuo, nel succedersi del tempo, ed a poco a poco; non cessa di purificarli dalle loro impurità, di consacrarli a se come templi, di ricondurre i loro sensi ad una autentica purezza, affinché si esercitino tutta la vita nel ravvedimento, sapendo che questo combattimento ha termine soltanto con la morte.

Tanto più grave è l'impudenza di un certo apostata, che mi rimprovera di confondere lo stato della vita presente con la gloria futura, dato che interpreto, con san Paolo, l'immagine di Dio come uno stato di vera santità e giustizia; quasi che, per definire questo o quello, non fosse necessario parlare di perfezione e integrità. Dicendo che Dio ci restaura a sua immagine, non neghiamo che lo faccia mediante un accrescimento continuo; ma a seconda del punto di avanzamento di ognuno, questa immagine di Dio in lui riluce in misura maggiore (2 Co. 4.18). Dio, per far raggiungere ai suoi credenti quella meta, impone loro per tutta la vita la via del ravvedimento, ed essi non cessano di camminarvi.

10. In questo modo la rigenerazione libera i figli di Dio dall'asservimento al peccato: non già rendendoli insensibili agli attacchi della carne, come se possedessero pienamente la libertà ma piuttosto lasciando loro motivo continuo di combattere, per metterli alla prova; e non solo per metterli alla prova, ma per renderli maggiormente coscienti della loro debolezza. Tutti gli scrittori dotati di un sano intendimento concordano nel dire che permane nell'uomo rigenerato fonte e fomite di male, da cui derivano le continue cupidigie che lo allettano e lo incitano al peccato. Per di più essi riconoscono che tutti i credenti sono a tal punto irretiti in questa corruzione da non potervi opporre resistenza, sì che spesso sono condotti all'adulterio, l'avarizia, l'ambizione o altri peccati.

Non è necessaria una lunga disputa per sapere qual sia stata l'opinione degli antichi Dottori a questo riguardo; sant'Agostino da solo può bastare per tutti, poiché ha raccolto le loro opinioni con fedeltà e grande diligenza. Se qualcuno dunque vuol sapere quel che gli antichi hanno detto su questo punto, li rimando a quell'autore.

Si potrebbe però pensare che sussista fra sant'Agostino e noi una certa divergenza; egli, infatti, affermando che tutti i credenti, mentre abitano questo corpo mortale sono a tal punto soggetti a concupiscenze da non poter fare a meno di concupire, non osa tuttavia definire "peccato "una tal malattia, ma chiamandola "infermità "dice che essa diventa peccato quando, oltre l'immaginazione e la rappresentazione, segue nell'uomo la messa in opera o il consenso: quando cioè la volontà ottempera al desiderio iniziale. Noi, al contrario, riteniamo che ogni concupiscenza da cui l'uomo è solleticato per agire contro la legge di Dio è peccato; affermiamo pure che la perversità, che genera in noi quelle concupiscenze, è peccato. Diciamo dunque che il peccato abiterà sempre nei credenti finché non saranno spogliati da questo corpo mortale, poiché la perversità della concupiscenza, contraria alla dirittura, è insita nella loro carne.

 

Tuttavia egli non sempre si astiene dall'usare il termine "peccato "in tale accezione, come quando dice: "La fonte da cui provengono tutti i peccati, cioè la concupiscenza, è definita peccato da san Paolo. Questo peccato, riguardo ai santi, cessa di dominare durante la vita terrena, ed è annullato in cielo ". Con queste parole afferma che nella misura in cui i credenti sono soggetti a concupiscenze, sono colpevoli come peccatori.

2. Riguardo all'affermazione che Dio purifica la sua Chiesa da ogni peccato e che nel battesimo promette la grazia della liberazione e la attua nei suoi eletti (Ef. 5.26.27) , noi la riferiamo all'imputazione piuttosto che alla sostanza del peccato. Dio, Cl. rigenerare i suoi, fa si che il regno del peccato sia abolito in loro, in quanto li fa oggetto della potenza del suo Spirito Santo per renderli forti e vincitori nella lotta che devono affrontare; da quel momento il peccato cessa soltanto di regnare, non di abitare in loro. Perciò diciamo che l'uomo vecchio è crocifisso ed è abolita per i figli di Dio la legge del peccato, quantunque le tracce permangano (Ro 6.6) , non già per dominare in loro ma per umiliarli rendendoli consapevoli della loro infermità. Affermiamo bensì che tali residui di peccato non sono loro imputati, come se non esistessero; ma affermiamo che ciò accade in virtù della misericordia di Dio. E così, sebbene assolti per grazia, non cessano, di fatto, di essere peccatori e colpevoli

Ci è facile confermare questo pensiero, visto che per provarlo troviamo testimonianze evidenti e probanti nella Scrittura. Infatti che cosa potremmo desiderare di più esplicito delle tesi di san Paolo nel settimo capitolo dell'epistola ai Romani? Anzitutto, che egli si riferisca alla persona dell'uomo rigenerato l'abbiamo già precedentemente dimostrato e sant'Agostino cita ragioni perentorie per dimostrarlo. Tralascio il fatto che egli si serva dei termini "male "e "peccato ". Ancorché i contradditori possano cavillare su queste due parole, chi negherà che opporsi alla legge di Dio sia peccato? e che lo sia l'impedimento a fare il bene? Infine, chi non ammetterà che c'è colpa dovunque ci sia povertà spirituale? San Paolo dice che tutte queste cose sono comprese nella corruzione di cui parliamo.

Abbiamo inoltre un argomento certo, che può risolvere tutta la questione. Nella Legge infatti ci è ordinato di amare Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze. Se è necessario che tutte le parti della nostra anima siano a tal punto ripiene dell'amore di Dio, è evidente che chiunque possa concepire nel suo cuore anche solo un minimo desiderio o un pensiero che lo distolga dall'amore di Dio e lo conduca verso qualcosa di vano non obbedisce a questo comandamento. Non rientra forse nelle facoltà dell'anima l'essere toccati e mossi da qualche appetito, il concepire qualcosa nella mente o l'andarvi dietro? Quando dunque in questi pensieri c'è vanità e peccato, non è forse segno che qualche parte dell'anima è vuota e priva dell'amor di Dio? Chi non riconosce dunque che tutte le concupiscenze della carne sono peccato e che la malattia di concupire, insita in noi, è la fonte del peccato, negherà altresì che la trasgressione della Legge sia peccato.

12. A chi ritiene sragionevole una condanna globale dei desideri da cui l'uomo naturale è affetto, i quali sono stati posti nell'uomo da Dio autore della natura, rispondiamo che non condanniamo affatto i desideri che Dio ha posti nell'uomo nella primitiva creazione e che non si potrebbero sradicare da noi se non sradicando la nostra stessa umanità; ma ci limitiamo a riprovare gli appetiti sregolati, disordinati e che contrastano con l'ordine di Dio.

 

Tutte le parti della nostra anima sono così corrotte dalla perversità della nostra natura, che in ogni nostra opera traspaiono disordini ed intemperanze; in quanto tutti i desideri che formuliamo non si possono astrarre da tale situazione, per questa ragione li definiamo peccaminosi.

Formulando in modo più semplice il problema diciamo che i desideri ed appetiti dell'uomo sono malvagi, e li condanniamo come peccati non in quanto naturali, ma in quanto disordinati. E son disordinati per il fatto che nulla di puro e integro può procedere dalla nostra natura viziosa e impura. Agostino stesso, a questo riguardo, non va così oltre come potrebbe sembrare a prima vista. Quando intende evitare le calunnie dei Pelagiani tralascia a volte il termine "peccato ", ma quando scrive che la legge del peccato permane nei santi e che solo la colpa è loro tolta, si dimostra abbastanza conforme alla nostra interpretazione.

13. Citeremo qualche altra affermazione dei suoi scritti per illustrare con maggiore evidenza il suo pensiero su questo punto. Nel secondo libro contro Giuliano dice: "Nella rigenerazione spirituale vi è annullamento della legge del peccato, ma essa permane nella carne mortale; è annullata, in quanto la colpa è abolita dal sacramento per cui i credenti sono rigenerati; essa permane, perché produce i desideri contro cui i credenti stessi devono lottare ". E: "La legge del peccato che risiedeva ancora nelle membra di san Paolo e perdonata Cl. battesimo, non già eliminata ". E spiegando perché sant'Ambrogio definì iniquità un tal peccato, dice che egli parla di una legge di peccato, che dimora in noi benché la colpa sia perdonata Cl. battesimo, poiché è cosa iniqua che la carne combatta contro lo Spirito. E: "Il peccato è morto quanto alla colpa a cui ci teneva legati; tuttavia si ribella, pur essendo morto, finché sia purificato essendo sepolto dalla perfezione ".

Nel quinto libro parla ancora più chiaramente: "Come l'accecamento del cuore "dice "è peccato in quanto causa del non credere in Dio ed è punizione per il peccato in quanto il cuore fiero e altero viene in tal modo punito, ed è causa del peccato in quanto genera cattivi errori, così la concupiscenza della carne, contro cui lo spirito buono lotta, è peccato in quanto contiene disubbidienza contro l'esser governati dallo Spirito; è punizione del peccato in quanto ci è imposta a causa della ribellione del nostro primo padre; è causa del peccato, sia che vi consentiamo, sia che ne siamo contaminati fin dalla nostra nascita "In questo passo sant'Agostino non ha difficoltà a definire peccato l'infermità che rimane in noi dopo la rigenerazione poiché, dopo aver confutato il loro errore, non teme le calunnie dei Pelagiani.

Come pure nella quarantunesima omelia su san Giovani dice: "Se servi la legge del peccato secondo la tua carne, fa' quel che dice l'Apostolo: Che il peccato non regni nel tuo corpo, e tu non ubbidire al suo desiderio (Ro 6.12). Non proibisce che ci sia, ma dice che non vi deve regnare. Mentre sei in vita è inevitabile che il peccato sia nelle tue membra; tuttavia bisogna togliergli il dominio e non fare quel che ordina ".

Coloro che asseriscono che la concupiscenza non è peccato citano quel che dice san Giacomo, che la concupiscenza genera il peccato dopo averlo concepito (Gm. 1.15). Non è però difficile sciogliere questa obiezione: se non riferiamo questo passo alle cattive opere o peccati attuali, come vengono chiamati, neanche la cattiva volontà sarà considerata peccato. Anche se egli chiama le opere cattive "figlie della concupiscenza ", attribuendo loro il nome di peccato, non ne deriva tuttavia che il concupire non sia una cosa cattiva e da condannare di fronte a Dio.

14. Alcuni Anabattisti vanno fantasticando non so quale sregolata intemperanza in luogo della rigenerazione spirituale dei credenti: che cioè i figli di Dio (come pare loro) , essendo ricondotti allo stato di innocenza, non si devono curare di porre freno alle concupiscenze della loro carne, ma devono seguire lo Spirito come guida, sotto la cui direzione non è possibile errare. Non avessero reso pubblica questa dottrina con tanta arroganza, si stenterebbe a credere che la ragione dell'uomo possa cadere in tali eccessi. Di fatto si tratta di una mostruosità orribile; ma è giusto che la presunzione di chi muta in menzogna la verità di Dio sia così punita.

Chiedo dunque loro se viene soppressa ogni differenza tra turpitudine ed onestà, giustizia ed ingiustizia, bene e male, virtù e vizio. Questa differenza, dicono costoro, trae origine dalla maledizione del vecchio Adamo, da cui siamo liberati per mezzo di Cristo. Non vi sarà dunque alcuna differenza fra adulterio e castità, onestà e calcolo, verità e menzogna, giustizia e furto. Si abbandoni, dicono, ogni frivolo timore e si abbia il coraggio di seguire lo Spirito che non suggerirà mai nulla di male fintanto che ci si sottometterà alla sua guida.

Chi non manifesterebbe qualche stupore di fronte a sì assurdi propositi? Eppure è una filosofia diffusa e ben accetta a coloro che, accecati dalla follia delle loro concupiscenze, hanno smarrito il senso comune. Ma, vi domando, che specie di Cristo ci inventano e quale Spirito ci tirano fuori? Riconosciamo sì un solo Cristo ed il suo Spirito soltanto, quale i Profeti l'hanno promesso e quale l'Evangelo annuncia esser stato rivelato, ma riguardo ad esso non udiamo nulla di simile. Poiché quello Spirito che la Scrittura ci rivela non favorisce omicidii, adulteri, ubriachezze, orgoglio, contesa, avarizia e frode ma è autore di amore, castità, sobrietà, modestia, pace, temperanza e verità. Non uno spirito di sogni o di agitazioni che si manifesta or qua or là indifferentemente nel bene quanto nel male, ma spirito pieno di sapienza e intelligenza in vista di discernere il bene ed il male Non spinge l'uomo ad una licenza senza freno e dissoluta, ma come discerne il bene dal male così gli insegna a seguire l'uno e a fuggire l'altro.

Ma perché spendere tanta fatica a refutare queste rabbiose assurdità? Lo Spirito di Dio non è per i cristiani un parto assurdo della loro fantasia, che si sono creati sognando o che hanno ricevuto da altri; lo conoscono come lo presenta la Scrittura, quando afferma che ci è dato in vista della santificazione per condurci, nell'obbedienza, alla giustizia di Dio, dopo averci purificati da impurità e lordura. Questa obbedienza non può sussistere se le concupiscenze (a cui costoro vogliono lasciare libero corso) non sono domate e sottomesse. È detto inoltre che lo Spirito ci purifica bensì mediante la sua santificazione, ma permangono in noi, finché siamo racchiusi nel nostro corpo mortale, molte infermità; ne consegue che, essendo lungi dalla perfezione, dobbiamo progredire quotidianamente e, irretiti in molti peccati, ci è necessario combattere.

Di conseguenza occorre vigilare con diligenza per evitare di essere colti di sorpresa dai tradimenti e dagli inganni della nostra carne; e non dobbiamo riposare quasi non fossimo in pericolo, a meno di crederci più innanzi nella santità di vita di san Paolo stesso, che era molestato dai pungiglioni di Satana (2 Co. 12.7) perché fosse perfetto in virtù malgrado le infermità, e che non parlava per modo di dire quando descriveva quel combattimento tra carne e spirito che sentiva nella sua persona (Ro.7.6).

15. Non senza ragione l'Apostolo, nel definire il ravvedimento, cita sette cose che lo producono in noi, oppure ne derivano come frutti ed effetti, o ne sono membra e parti. Queste cose sono premura, giustificazione, sdegno, timore, ardore, zelo, punizione (2 Co. 7.2). Non mi azzardo a definirle cause o effetti del ravvedimento, poiché hanno l'apparenza delle une e degli altri. Si possono anche definire disposizioni d'animo connesse al ravvedimento. Ma, tralasciando questi problemi, possiamo capire il senso di ciò che san Paolo intende; mi basterà dunque esporre semplicemente il suo pensiero.

Egli dice dunque che la tristezza che è secondo Dio genera in noi premura, poiché colui che è veramente toccato dal dispiacere di aver offeso Dio è del pari incitato e pungolato a pensare e a cercare con cura come liberarsi dai legami del diavolo, a provvedere anche per l'avvenire a non essere sorpreso dai suoi tranelli, e ad aver cura di mantenersi sotto la guida dello Spirito Santo al fine di non essere colto in fallo per noncuranza.

In secondo luogo menziona la giustificazione, a cui non dà il significato di una difesa, di cui il peccatore si serve per sfuggire al giudizio di Dio, negando di aver sbagliato o minimizzando il suo errore, ma piuttosto di una scusa che consiste più nel chiedere perdono che nel mettere avanti il proprio buon diritto. Così un bimbo suscettibile di correzione, riconoscendo isuoi sbagli e confessandoli a suo padre, si affida al suo perdono e per ottenerlo afferma convinto di non aver mai disprezzato suo padre né di averlo offeso per cattiva disposizione di cuore; e questo suo scusarsi non ha come fine il farsi considerare giusto ed innocente, ma solo ottenere il perdono.

Lo sdegno, di cui parla appresso, c'è quando il peccatore si adira in cuor suo con se stesso, Si accusa e Si indispettisce contro di se, considerando la sua perversità e la sua ingratitudine verso Dio.

La parola timore esprime la paura che coglie e sorprende i nostri cuori ogniqualvolta pensiamo al rigore di Dio contro i peccatori e, d'altra parte, a quello che abbiamo meritato. E inevitabilmente siamo agitati da una spaventosa pena che ci spinge all'umiltà, rendendoci più accorti per il futuro. La premura, di cui ha parlato, deriva da questo timore.

La parola desiderio mi pare esser stata usata dall'Apostolo per indicare una ardente disposizione a compiere il nostro dovere verso Dio, disposizione a cui ci deve soprattutto condurre la coscienza delle nostre colpe.

Il conseguente zelo tende al medesimo fine, in quanto indica l'ardore da cui siamo mossi quando ci pungolano come sproni pensieri come questi: che ho fatto? dove sarei caduto se la misericordia di Dio non mi avesse soccorso?

Menziona in ultimo la punizione: quanto più siamo aspri e severi nell'accusarci, tanto più dobbiamo sperare che Dio ci sarà misericordioso. Non può essere, infatti, che un'anima credente, toccata dall'orrore del giudizio di Dio, non si adoperi a punire se stessa; i credenti conoscono la pena che nasce dalla confusione, dal timore, dalla vergogna, dal dolore e dal dispiacere provati nel riconoscere le proprie colpe dinanzi a Dio.

 

Ricordiamoci tuttavia che è necessario mantenere una certa moderazione per non essere travolti dalla tristezza, poiché le coscienze timorose sono anche troppo inclini a cadere nella disperazione. Satana ricorre comunemente a questo trucco: immergere il più profondamente possibile in questo abisso di tristezza tutti coloro che vede abbattuti dal timore di Dio, al punto che non riescano mai a risollevarsi. Il timore che produce umiltà, senza distoglierci dalla speranza di ottenere il perdono, non può superare un giusto limite: l'Apostolo ammonisce il peccatore a vigilare onde, impegnandosi in questa critica e odio di se, finisca coll'essere sopraffatto da uno spavento così grande da perdere ogni coraggio (Eb. 12.3). Questo tenderebbe ad allontanarci da Dio e a farcelo evitare: sarebbe un atteggiamento opposto al ravvedimento Cl. quale Dio ci chiama a sé.

Molto utile, a questo proposito, l'avvertimento di san Bernardo: il dolore per i peccati è necessario, a condizione che non sia continuo. È pure necessario distoglierci dal ricordo delle nostre vie, che ci tiene stretti in angoscia e tormento, per passeggiare nel ricordo dei benefici di Dio come in una bella pianura. "Mescoliamo "dice "il miele e l'assenzio affinché l'amaro giovi alla nostra salute, quando lo beviamo incorporato al dolce. E se vi considerate con umiltà, considerate Dio secondo la sua bontà ".

16. Possiamo ora capire quali siano i frutti del ravvedimento: sono le opere compiute per servire e onorare Dio, le opere di carità congiunte ad una vera santità e innocenza di vita; quanto più ognuno si sforza di conformare la sua vita alle indicazioni della legge di Dio, tanto più darà segni di essere veramente pentito. Pertanto lo Spirito, volendo esortarci al pentimento, ci propone ovvero tutti i precetti della Legge ovvero il contenuto della seconda tavola; sebbene in altri passi, dopo aver condannato l'impurità del cuore, ci spinga anche a dimostrare con testimonianze esterne la realtà del nostro pentimento. E di questo i lettori avranno un quadro vivo quando descriverò la vita cristiana.

Non raccoglierò qui i passi dei Profeti, che da un lato si fanno beffe della leggerezza di coloro che si sforzano di placare Dio con cerimonie, giudicandole giochi di bambini, e insegnano dall'altro che, quand'anche la vita sia esteriormente integra, non è questo l'essenziale, in quanto Dio guarda al cuore. Chiunque sarà un po' versato nella Scrittura capirà facilmente da se, senza altri commenti, che nulla giova, nel nostro rapporto con Dio, se non si comincia dall'atteggiamento interiore del cuore. Ed il passo di Gioele servirà bene ad illuminare gli altri: "Lacerate" dice "i vostri cuori, e non i vostri vestiti, ecc. " (Gl. 2.13). L'uno e l'altro concetto sono esposti anche nelle parole di san Giacomo: "Voi, malvagi, lavate le vostre mani; voi, doppi d'animo, purificate i vostri cuori, " (Gm. 4.8). li vero che queste parole pongono in primo piano quanto e accessorio, ma e significativo che subito dopo indichino il principio e la fonte nel ripulire le impurità nascoste, affinché l'altare per sacrificare a Dio sia innalzato nel cuore stesso.

Ci sono alcuni altri esercizi esteriori di cui ci serviamo, in privato, per umiliarci o per domare la carne, e in pubblico per attestare il nostro pentimento. Tutto questo deriva da quella punizione di cui parla san Paolo. Sono infatti caratteristiche di dolore interiore il gemere ed il piangere, l'odiare ed il fuggire ogni piacere, pompa e vanità, l'astenersi da banchetti e delizie. Chi infine conosce la serietà della ribellione della carne cerca tutti i rimedi per reprimerla. Colui che valuta quanto sia grave offesa la violazione della giustizia di Dio non ha riposo né requie finché, con la sua umiltà, non abbia reso gloria a Dio.

Gli antichi Dottori parlano spesso di tali esercizi esteriori quando devono trattare dei frutti del ravvedimento pur senza fondarne su questi l'essenza. I lettori mi perdoneranno se esprimo il mio parere: essi si sono soffermati troppo su queste piccolezze, e chi riflette con diligenza concorderà, spero, con me. Nel raccomandare con tanta insistenza questa disciplina corporale, inducevano sì il popolo ad accettarla con grande devozione, oscuravano però quel che doveva essere in primo piano. Commettevano anche un altro errore: erano un po' troppo eccessivi e rigorosi nelle correzioni, come avremo modo di dire altrove.

17. Alcuni, vedendo che i Profeti affermano che ci si deve pentire con pianti e digiuni, rivestiti di un sacco e Cl. capo coperto di cenere (pratica indicata specialmente da Gioele) (Gl. 2.12) , ritengono che l'elemento principale del ravvedimento consista nel piangere e nel digiunare. dobbiamo pertanto porre rimedio al loro errore.

In quel passo di Gioele, il discorso sulla conversione totale del nostro cuore al Signore e sul lacerare non già i nostri vestiti ma il nostro cuore, si addice perfettamente al ravvedimento. I pianti e i digiuni non sono considerati come conseguenze sempre necessarie, ma come circostanze che particolarmente si addicevano a quel tempo. Avendo annunziato ai Giudei una spaventosa vendetta di Dio, egli li ammonisce affinché la prevengano non solo correggendo la loro vita, ma anche umiliandosi e mostrando segni di tristezza. Come anticamente un uomo, accusato di un delitto, per impetrare misericordia dal giudice si lasciava crescere la barba, non si pettinava e si vestiva a lutto, analogamente era opportuno che il popolo, accusato dinanzi al trono di Dio, attestasse con segni esteriori che non chiedeva altro che di ottenere il perdono dalla sua clemenza.

Sebbene l'abitudine di vestirsi con un sacco e di gettarsi ceneri sul capo fosse tipica di quel tempo e ci sia oggi completamente estranea, tuttavia i pianti e i digiuni non sarebbero oggi fuor di luogo ogniqualvolta il Signore ci preannunzia qualche avversità. Quando infatti fa sorgere un qualche pericolo, vuole annunciare che è pronto a far vendetta, e già equipaggiato. A ragione, dunque, il Profeta esortava a piangere e digiunare, cioè a dar segno di tristezza, coloro ai quali aveva predetto che il giudizio di Dio è pronto per perderli. Analogamente, oggi, non sarebbe male se i pastori delle Chiese, quando vedono avvicinarsi qualche calamità, guerra, carestia o pestilenza, facessero notare al loro popolo che è bene pregare il Signore con pianti e digiuni, ricordando che l'essenziale è di lacerare i cuori, non le vesti.

Certo, non sempre il digiuno è associato al pentimento; si addice tuttavia in modo particolare a coloro che vogliono attestare che riconoscono di aver meritato l'ira di Dio, e nondimeno cercano perdono nella sua clemenza. Gesù Cristo lo ritiene adatto al tempo dell'angoscia e della tribolazione e giustifica i suoi apostoli che non digiunavano mentre erano con lui: quello era infatti il tempo della gioia; afferma che avrebbero avuto occasione di digiunare nel tempo della tristezza, quando li avrebbe privati della sua compagnia (Mt. 9.15). Mi riferisco al digiuno solenne e pubblico, poiché la vita del cristiano dev'essere improntata ad una tal sobrietà da assomigliare dall'inizio alla fine, ad un digiuno ininterrotto.

Ma questo punto sarà esposto fra poco, quando tratterò della disciplina della Chiesa; non mi dilungo a parlarne.

18. Aggiungerò ancora questo: quando il termine "ravvedimento "viene riferito alla dichiarazione esteriore che fanno i peccatori per dar prova di un cambiamento in meglio, è sottratto al suo significato naturale. Una tal professione non è tanto un convertirsi a Dio quanto un confessare la propria colpa per ottenerne perdono e grazia. Ravvedersi con la cenere e il sacco altro non è che proclamare che abbiamo in orrore i nostri peccati e proviamo dolore perché Dio ne è gravemente offeso. È una specie di confessione pubblica per mezzo della quale, condannandoci davanti a Dio, ai suoi angeli ed a tutti, preveniamo il giudizio meritato. Infatti san Paolo, rimproverando la superficialità di coloro che si perdonano troppo facilmente, dice: "Se ci condannassimo noi stessi, non saremmo condannati da Dio " (1 Co. 11.31).

Del resto non è sempre necessario far sì che gli uomini siano testimoni del nostro pentimento; ma il confessare segretamente a Dio i nostri peccati è una parte del ravvedimento che non si può omettere. Non c'è infatti motivo perché Dio debba perdonare i peccati a cui indulgiamo e che nascondiamo con ipocrisia affinché non li metta in luce. E non solo è opportuno riconoscere le colpe che commettiamo di giorno in giorno, ma una grave caduta ci deve spingere più innanzi, e ricordarci le offese che sembravano sepolte già da molto tempo.

È quel che Davide insegna Cl. suo esempio. Vergognandosi grandemente del misfatto che aveva commesso riguardo a Bath Sceba, si riconosce corrotto, infetto e rivolto al male sin dal grembo materno (Sl. 51.7). E non per minimizzare la sua colpa, come molti che, accusandosi di essere uomini peccatori, si nascondono fra la moltitudine, cercando una scappatoia nel confondersi con il genere umano. Davide agisce in ben altro modo: in tale circostanza accresce e peggiora con franchezza la sua colpa ricordando che, incline al male fin dalla sua infanzia, non ha cessato di accumulare peccati su peccati. In un altro passo fa un esame della sua vita trascorsa per chiedere perdono degli sbagli commessi nella sua giovinezza (Sl. 25.7). Di fatto daremo prova di essere ben consci della nostra ipocrisia solo quando, gemendo sotto il fardello e piangendo per la nostra miseria, cercheremo la liberazione divina.

Conviene anche notare che il ravvedimento a cui Dio ci impegna ininterrottamente durante tutta la vita differisce da quello con cui, persone cadute in qualche atto malvagio o oltraggiosamente datesi alla dissolutezza o, respingendo il giogo di Dio, allontanatesi da lui, sono come risuscitate dalla morte alla vita. Spesso la Scrittura, esortando al ravvedimento, lo paragona sia ad un cambiamento, che ci ritrae dall'inferno per condurci al regno di Dio, sia ad una risurrezione. Quando è detto che il popolo s'è ravveduto, significa che si è allontanato dall'idolatria e da altri simili errori. Per questo motivo san Paolo ordina a coloro che non si sono ravveduti dalle loro dissolutezze, adulteri e impurità, di portare il lutto a causa di una tal durezza di cuore (2 Co. 12.21) Questa differenza dev'essere ben osservata affinché, quando alcuni sono esortati a pentirsi, non riteniamo di non aver più bisogno di convertirci giorno per giorno a Dio, e affinché non diventiamo indifferenti, quasi la mortificazione della carne non ci riguardasse più. Infatti le malvage cupidigie da cui siamo del continuo solleticati ed i peccati che abbondano in noi non ci permettono di impigrirci, se soltanto ci diamo cura di emendarci. Il ravvedimento particolare richiesto a coloro che il diavolo ha strappato dal servizio di Dio e avvolto nelle reti della morte, non impedisce che, in generale, tutti debbano pentirsi, e non abolisce il ravvedimento ordinario a cui la corruzione della nostra natura ci deve spingere.

 

19. Se è vero (come è noto) che la sostanza dell'Evangelo si riassume nel pentimento e nella remissione dei peccati, non è forse vero che il Signore giustifica gratuitamente i suoi servitori al fine di reintegrarli contemporaneamente nella vera giustizia, mediante la santificazione ad opera del suo Spirito? Giovanni Battista, il messaggero mandato per preparare la via a Cristo (Mt. 11.10) , riassumeva così la sua predicazione: "Ravvedetevi, poiché il regno di Dio è vicino " (Mt. 3.2). Inducendo gli uomini a ravvedersi, li invitava a riconoscersi peccatori ed a condannarsi dinanzi a Dio con tutte le loro opere, sì da desiderare con tutto il cuore la mortificazione della carne e la nuova rigenerazione ad opera dello Spirito di Dio. Annunciando il regno di Dio li chiamava alla fede. Con la proclamazione della sua vicinanza alludeva alla remissione dei peccati, alla salvezza e alla vita, ed in genere a tutti i benefici che riceviamo in Cristo.

Gli altri evangelisti dicono (Mr. 1.4; Lu 3.3) che Giovanni è venuto predicando il battesimo del ravvedimento per la remissione dei peccati. Ciò significa che ha insegnato agli uomini, stanchi e oppressi in modo assoluto dal carico e dal peso dei loro peccati, a rivolgersi al Signore e a concepire in loro stessi una speranza autentica di grazia e salvezza.

Anche il nostro signor Gesù Cristo, dopo il suo battesimo, ha iniziato a predicare dicendo: "Il regno di Dio è vicino: ravvedetevi e credete all'Evangelo " (Mt. 4.17). Con queste parole dichiara anzitutto che nella sua persona i tesori della misericordia di Dio sono aperti e svelati. In secondo luogo invita al ravvedimento; ed infine richiede fiducia e certezza nelle promesse di Dio. In un altro passo, volendo riassumere in breve tutto ciò che ha attinenza all'Evangelo, dice che è necessario che egli soffra, che risusciti dai morti e che nel suo nome siano predicati il ravvedimento e la remissione dei peccati (Lu 24.46).

È quanto hanno annunciato anche gli apostoli dopo la sua risurrezione, dicendo che era stato risuscitato da Dio per recare al popolo di Israele il ravvedimento e la remissione dei peccati (At. 5.31). Il ravvedimento nel nome di Cristo è predicato quando gli uomini, ammaestrati dall'Evangelo, prendono coscienza dal fatto che tutti i loro pensieri, i loro movimenti, i loro sentimenti e le loro opere sono corrotti e viziosi, e che devono di conseguenza essere rigenerati e rinascere, se vogliono aver accesso al regno di Dio. La remissione dei peccati è predicata quando si indica agli uomini che Gesù Cristo è stato fatto, per loro, redenzione, giustizia, salvezza e vita e che per mezzo suo e nel suo nome essi sono ritenuti giusti e innocenti davanti a Dio (1 Co. 1.30). In tal modo la sua giustizia è loro gratuitamente imputata. Riceviamo l'uno e l'altro per mezzo della fede (come l'abbiamo illustrato e dichiarato altrove) tuttavia, essendo l'oggetto della fede rappresentato dalla bontà di Dio, da cui i nostri peccati sono perdonati, è stato necessario stabilire la differenza che intercorre tra fede e ravvedimento.

20. Come l'odio per il peccato, che è l'inizio del ravvedimento, ci dà anzitutto accesso alla conoscenza di Cristo (il quale si fa conoscere solo ai poveri peccatori afflitti che gemono, si tormentano, sono oppressi e, affamati e assetati, afflitti da dolore e miseria, vengono meno) (Is. 61.1; Mt. 11.28; Lu 4.18) , così, dopo aver iniziato a ravvederci, dobbiamo proseguire in questo ravvedimento per tutta la nostra vita, e non desistere fino alla morte, se vogliamo vivere e dimorare nel nostro signor Gesù Cristo. Egli infatti è venuto per chiamare i peccatori, ma chiamarli al ravvedimento (Mt. 9.13; At. 3.26). Ha recato benedizione agli uomini che ne erano indegni, ma affinché ognuno di loro si converta dalla sua iniquità. La Scrittura è ricca di tali pensieri. Quando il Signore infatti ci offre la remissione dei nostri peccati è solito chiederci contemporaneamente un cambiamento di vita, volendo che la sua misericordia sia per noi causa e stimolo di miglioramento: "Procacciate "dice "il diritto e la giustizia: poiché la salvezza si è avvicinata (Is. 56.1). E: La salvezza verrà a Sion e a coloro che, in Israele, si convertono dalle loro iniquità " (Is. 59.20). E: "Cercate il Signore quando lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. Che il malvagio abbandoni la sua via ed i suoi pensieri perversi, e si rivolga al Signore, ed egli avrà pietà di lui " (Is. 55.6.7). E ancora: "Tornate al Signore in novità di vita, affinché i vostri peccati siano cancellati " (At. 3.19). In quest'ultimo passo bisogna osservare che questa condizione è aggiunta non già per significare che il perdono dei peccati si ottiene in base al nostro cambiamento di vita, ma piuttosto (in quanto il Signore vuol far misericordia agli uomini affinché raddrizzino le loro vite) per insegnarci quale deve essere la meta a cui dobbiamo tendere se vogliamo ottenere il perdono di Dio. Così, dunque, finché abiteremo in questa prigione rappresentata dal nostro corpo mortale, dovremo ininterrottamente combattere contro la corruzione della nostra natura e tutto ciò che in noi è secondo natura. Platone dice che la vita di un filosofo è una meditazione sul morire; con maggior pertinenza possiamo dire che la vita di un cristiano è un impegno e un esercizio costante per mortificare la carne fino a che, essendo questa completamente morta, lo Spirito di Dio regni in noi. Sono del parere che chi ha imparato a esercitare su di se un giudizio radicale ha imparato molto, non già per fermarsi a questo punto senza procedere oltre, ma piuttosto per sospirare e tendere a Dio affinché, radicato nella morte e nella risurrezione di Cristo, si proponga di ravvedersi del continuo. Chi sia veramente mosso dall'odio per il peccato non può certo agire diversamente. L'uomo, infatti, non ha mai odiato il peccato senza contemporaneamente amare la giustizia. Questa formulazione, semplicissima fra tutte, mi pare accordarsi molto bene con la verità delle sacre Scritture.

21. Che il ravvedimento sia un eccellente e singolare dono di Dio mi pare così ovvio, in base a quanto detto in precedenza, che non è necessario soffermarvisi più a lungo. È anche detto che la Chiesa primitiva dell'età apostolica glorificava Dio, meravigliandosi che egli avesse concesso ai pagani il ravvedimento in vista della salvezza (At. 11.18). E san Paolo avverte Timoteo di essere paziente e mite verso gli increduli "per vedere se Dio darà loro il pentimento, affinché conoscano la verità e si sottraggano ai legami del diavolo nei quali sono trattenuti (2Ti 25.26). Vero è che Dio, in passi innumerevoli della Scrittura, annuncia ed afferma che vuole la conversione di tutti, e rivolge di solito a tutti l'esortazione a cambiar vita; ma l'efficacia di questo appello dipende dallo Spirito di rigenerazione. Crearci la nostra natura umana, da soli, sarebbe certo più facile che effettuare questo mutamento in una migliore natura in base alle nostre capacità ed al nostro impegno. Perciò, non senza ragione, siamo chiamati l'opera di Dio, essendo stati creati per le buone opere da lui preparate perché camminassimo in esse (Ef. 2.10) , non solo per un giorno, ma per tutto il corso della nostra vocazione. Tutti coloro che Dio vuol preservare dalla rovina, li vivifica e li rinnova Cl. suo Spirito, per riformarli a se. Non perché il ravvedimento possa considerarsi causa della salvezza ma perché, come abbiamo già indicato, esso è inseparabile dalla fede e dalla misericordia di Dio come attesta Isaia: il Redentore è venuto in Giacobbe per coloro che si ritraggono dalle loro iniquità " (Is. 59.20). Dev'essere chiaro per noi che il timor di Dio non regnerà nei nostri cuori finché lo Spirito santo abbia compiuto la sua opera per condurci alla salvezza.

 

Ecco perché i credenti, lamentandosi per bocca di Isaia di essere abbandonati da Dio, ravvisino un segno di riprovazione nel fatto che egli indurisce i loro cuori (Is. 63.17). E l'Apostolo, volendo escludere dalla speranza di salvezza gli apostati, che hanno del tutto rinnegato Dio, dice che è impossibile che si pentano di nuovo (Eb. 6.6). Rinnovando coloro che non vuol lasciare in perdizione, Dio li fa oggetto del suo favore paterno e, al fine di attirarli, fa risplendere su loro i raggi della sua luce. Indurendo invece il cuore dei reprobi, la cui empietà è irremissibile, li colpisce per farli perire. È questa la vendetta di cui l'Apostolo minaccia gli apostati, che coscientemente e volontariamente si ribellano alla verità dell'Evangelo e, così facendo, si beffano di Dio, respingendo la sua grazia in modo vergognoso, profanando e calpestando il sangue di Gesù Cristo, anzi, per quanto sta in loro, crocifiggendolo di nuovo (Eb. 10.29). L'Apostolo in quel passo non vuole gettare in disperazione tutti coloro che hanno peccato coscientemente, ma indicare semplicemente che è colpa imperdonabile il rinunciare in modo globale alla dottrina dell'Evangelo, e non deve sembrare strano se Dio, così gravemente disprezzato, la punisce con estremo rigore, anzi non la perdona mai. Infatti l'Apostolo ritiene impossibile che chi è stato illuminato una volta, ha ricevuto la grazia dal cielo, è stato reso partecipe dello Spirito Santo ed ha assaporato la parola di Dio e i beni della vita futura, possa essere condotto a ravvedersi se ricade nuovamente. Ciò significa infatti crocifiggere per la seconda volta il figlio di Dio e farsene beffa (Eb. 6.4). E, in un altro passo: "Se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non ci rimane più alcun sacrificio per i peccati ma un'orribile attesa del giudizio " (Eb. 10.26).

Sono questi i passi che, malinterpretati dai Novaziani, hanno anticamente turbato la Chiesa. Queste parole appaiono, a prima vista, inaccettabili; alcuni illustri personaggi perciò hanno pensato che questa epistola fosse apocrifa, anche se in verità essa rivela in ogni suo passo uno spirito apostolico. Il nostro dissenso essendo solo con coloro che ne accettano l'autenticità, è facile dimostrare che queste affermazioni non costituiscono affatto una conferma del loro errore.

Anzitutto è necessario che l'Apostolo sia d'accordo Cl. suo maestro, il quale assicura che ogni peccato ed ogni bestemmia saranno perdonati eccettuato il peccato contro lo Spirito Santo che non è perdonato né in questo mondo né nel mondo futuro (Mt. 12.31; Lu 12.10). L'Apostolo si è limitato a questa eccezione, altrimenti risulterebbe nemico della grazia di Cristo. Di conseguenza, quel che è detto non concerne questo o quel peccato in particolare, per i quali non esisterebbe alcun perdono, ma solo il peccato che procede da una violenza radicale e che non si può scusare con l'attenuante della debolezza. È chiaro, infatti, che chi oltrepassa in questo modo ogni limite è posseduto dal diavolo.

22. Per meglio intendere questo, occorre sapere in che consista quel misfatto abominevole che non sarà perdonato. L'esegesi che ne dà sant'Agostino, secondo cui si tratterebbe di un indurimento e di un'ostinazione che perdurano fino alla morte, sfidando la grazia, contrasta con le parole di Cristo, secondo le quali non sarà perdonato nel presente secolo: poiché o questo sarebbe detto invano, oppure può essere commesso in questo mondo. Secondo sant'Agostino, invece, non viene commesso se non quando si persevera in esso fino alla morte. La tesi di altri, che fanno consistere il peccato contro lo Spirito Santo nell'invidiare i beni del prossimo, non mi pare aver alcun fondamento.

 

Dobbiamo ora dare la vera definizione che, fondandosi su testimonianze sicure, annullerà facilmente le altre. Pecca contro lo Spirito Santo colui che, toccato dalla luce della verità di Dio in modo tale da non poter dire, per giustificarsi, di ignorarla, tuttavia vi resiste con deliberata perversione, unicamente Cl. proposito di resistervi. Poiché il signor Gesù, volendo spiegare quel che aveva detto, aggiunge di conseguenza che chi avrà parlato contro di lui sarà perdonato, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito non otterrà nessun perdono (Mt. 12.31; Mr. 3.29; Lu 12.10). E san Matteo, anziché definire questo atteggiamento bestemmia contro lo Spirito, lo definisce "Spirito di bestemmia ".

Come può uno recare ingiuria al figlio di Dio senza che ciò ridondi sullo Spirito Santo? questo avviene quando un uomo, per ignoranza, contrasta la verità di Dio senza averla conosciuta e, per ignoranza, denigra il Cristo, pur avendo una tal disposizione per cui non vorrebbe per nulla spegnere la verità di Dio, quando gli venisse rivelata, o dire una sola cattiva parola contro colui che riterrebbe essere Cristo. Una persona di questo tipo pecca contro il Padre e contro il Figlio. Così oggi molti odiano e rigettano la dottrina dell'Evangelo ma, se si rendessero conto che si tratta dell'Evangelo, la terrebbero in grande onore e la seguirebbero con tutto il cuore.

Coloro che hanno invece coscienza del fatto che l'insegnamento che combattono è di Dio, e tuttavia continuano ad opporgli resistenza e cercano di distruggerlo, bestemmiano contro lo Spirito, in quanto combattono contro la luce che era data loro dalla potenza dello Spirito Santo. Esistevano persone del genere fra i Giudei; pur non potendo ostacolare lo Spirito che parlava per bocca di Stefano, tuttavia si sforzavano di resistergli (At. 6.10). È fuor di dubbio che alcuni erano mossi da uno zelo sconsiderato per la Legge ma è chiaro che altri inveivano con malanimo ed empietà contro Dio, cioè contro l'insegnamento che, non lo potevano ignorare, procedeva da Dio. Tali erano i Farisei, che Gesù Cristo redarguisce: per rovesciare la potenza dello Spirito Santo la diffamavano come se fosse emanazione di Beelzebub (Mt. 9.34; 12.24). Ecco dunque in che consiste lo spirito di bestemmia: l'arroganza dell'uomo che, deliberatamente, cerca di annullare la gloria di Dio. È quel che san Paolo indica quando dice che, incredulo per incuria e ignoranza, ha ottenuto misericordia (1 Ti. 1.13). Se l'ignoranza unita all'incredulità gli ha permesso di ottenere il perdono, ne deriva che non v'è alcun perdono quando l'incredulità è consapevole e deliberatamente malvagia.

23. Che l'Apostolo parli non di una colpa individuale ma di una rivolta universale con cui i dannati si allontanano da ogni speranza di salvezza è facile da capire, se ci si bada. Che Dio si renda inesorabile verso di loro non fa meraviglia visto che, secondo la testimonianza di san Giovanni, non erano nel numero degli eletti, quando si sono allontanati da lui (1 Gv. 2.19). Infatti egli rivolge la sua parola contro coloro che pensavano poter tornare al cristianesimo dopo avervi rinunciato. Volendoli sottrarre a questa fantasticheria e nociva opinione, fa una osservazione verissima: coloro che hanno una volta rinnegato Gesù Cristo, coscientemente e nel pieno delle loro facoltà, non possono più essere suoi membri. Lo rinnegano, non già coloro che con una vita disordinata trasgrediscono la sua Parola, ma quelli che deliberatamente la respingono in modo categorico.

 

I Novaziani e i loro seguaci interpretano dunque erroneamente il termine "cadere "pensando che si riferisca a chi, istruito dalla legge di Dio che non bisogna rubare, tuttavia lo fa. Il testo va però letto in modo dialettico. Quando si parla di coloro che sono caduti dopo essere stati illuminati, aver gustato la parola di Dio, la sua grazia celeste e i beni della vita futura ed esser stati illuminati dallo Spirito Santo (Eb. 6.4) , bisogna chiedersi se hanno spento la luce dello Spirito con malvagità deliberata, respingendo la parola di Dio ed il sapore della sua grazia e allontanandosi dal suo Spirito. Quando infatti l'uomo si allontana totalmente da Dio e rinnega tutto il Cristianesimo, non vi è peccato singolo ma rivolta generale contro Dio.

In effetti, per dimostrare più chiaramente che si tratta di un 'empietà malvagia e deliberata, aggiunge a chiare lettere l'avverbio "volontariamente ". Quando dice che non rimane più alcun sacrificio per coloro che peccano con volontà cosciente dopo aver conosciuto la verità (Eb. 10.26) , non nega che Cristo sia un sacrificio perpetuo per cancellare le iniquità dei credenti (quel che aveva trattato in precedenza nel corso di quasi tutta l'epistola, illustrando il sacerdozio di Cristo) ma intende che non ne rimane alcun altro quando si respinge quello. Lo si respinge calpestando deliberatamente la verità dell'Evangelo.

24. Riguardo all'obiezione che l'escludere un peccatore dalla remissione dei peccati, quando chieda misericordia, è crudeltà eccessiva, indegna della clemenza di Dio, la risposta è facile.

Infatti non dice che Dio negherà loro il perdono se si convertono a lui ma dice, senza possibilità di dubbio, che essi non si volgeranno mai al pentimento in quanto Dio, per suo giusto giudizio, a causa della loro ingratitudine, li colpirà con un accecamento eterno. Il fatto che applichi a questo riguardo l'esempio di Esaù, che ha tentato invano con lacrime e pianti di riacquistare la primogenitura che aveva persa, non contraddice affatto a ciò (Eb. 12.16); e neanche quel che dice il Profeta, che quando grideranno il Signore non li esaudirà (Za. 7.13). Con questo linguaggio, infatti, la Scrittura non indica un vero pentimento o un'invocazione a Dio, ma piuttosto la distretta in cui i malvagi, posti di fronte alla più grave calamità, sono costretti a riconsiderare quel che prima consideravano scherzo e favola: che cioè tutto il loro bene risiede nell'aiuto di Dio. Non possono però chiederlo o implorarlo di cuore, ma gemono sol perché esso e stato loro tolto. Perciò il Profeta con il termine "clamore "e l'Apostolo con il termine "lacrime "non indicano altro che l'orribile tormento da cui gli iniqui sono spinti nella disperazione e nello sconforto, vedendo che non hanno alcun rimedio alla loro disgrazia all'infuori della bontà di Dio, sulla quale non possono in alcun modo fare assegnamento.

È necessario sottolinearlo chiaramente, altrimenti Dio si contraddirebbe affermando per bocca del suo Profeta che sarà pronto a far grazia e a dimenticare ogni cosa non appena il peccatore si convertirà a lui (Ez. 18.20.21). Ma, come ho già detto, è chiaro che il cuore dell'uomo non si potrà mai convertire se non quando sia prevenuto dalla grazia che viene dall'alto. Per quanto riguarda l'invocare Dio, la sua promessa non verrà mai meno; ma nei passi citati tanto la conversione quanto la preghiera sono intese come un tormento confuso e cieco da cui i reprobi sono agitati constatando che hanno bisogno di cercare Dio, per trovare rimedio ai loro mali, e, tuttavia, lo sfuggono il più possibile.

 

25. L'Apostolo dice che non si può placare Dio fingendo di pentirsi: ci si può però domandare in che modo il re Achab ottenne il perdono, sviando da se la punizione preannunciatagli (2 Re 21.28.29) , visto che il suo fu uno spavento solo momentaneo, e non si è corretto, ma ha continuato il suo riprovevole andazzo di vita. Si è rivestito sì di un sacco, ha cosparso il suo capo di polvere, si è coricato in terra e si è umiliato dinanzi a Dio, e la Scrittura gliene rende testimonianza; ma non ha significato nulla stracciare i suoi vestiti quando il cuore era e rimaneva indurito e pieno di malvagità. Eppure Dio l'ha esaudito per fargli misericordia. Rispondo che Dio, pur perdonando agli ipocriti per un certo tempo, mantiene sempre la sua ira su di loro, e che ciò avviene non tanto in loro favore quanto per dare un esempio a tutti. Infatti qual vantaggio ha ricavato Achab dalla riduzione del suo castigo? Semplicemente che non è accaduto, durante la sua vita, ciò che temeva. La maledizione di Dio non ha però cessato di essere costantemente presente nella sua casa, benché nascosta; ed egli non ha evitato di perire per l'eternità.

Altrettanto dicasi di Esaù che, sebbene respinto, ottiene una benedizione temporanea con le sue lacrime (Ge 27.38-40). Ma poiché l'eredità spirituale era riservata a uno solo dei fratelli ed Esaù era reietto mentre Giacobbe era eletto, tale reiezione gli ha chiuso la porta alla grazia di Dio. E tuttavia, per un uomo rozzo qual era, gli è stato concesso il sollievo di godere a sazietà del grasso della terra e della rugiada del cielo. È quanto ho detto poc'anzi, che ciò accade per dare esempio agli altri affinché imparino a rivolgere la loro attenzione ed i loro desideri al vero pentimento. Non sussiste il minimo dubbio che Dio sia incline e pronto al perdono verso tutti coloro che si convertiranno a lui di cuore, visto che estende la sua clemenza fino a coloro che ne sono indegni, solo nel caso però che dimostrino una qualche prova di dolersi delle loro colpe.

All'opposto, ci viene insegnato quale vendetta sia preparata per coloro che si beffano delle minacce di Dio e non ne tengono conto, irrigidendosi con atteggiamento spudorato e cuore di ferro, per renderle vane. In questo modo Dio ha ripetutamente teso la mano ai figli d'Israele per aiutarli nella loro disgrazia, benché le loro grida fossero simulate ed il loro cuore doppio e sleale, come lamenta nel Salmo, dove è detto che subito dopo tornavano al loro precedente modo di vita (Sl. 78.36). Infatti li ha voluti condurre ad un pentimento autentico e proveniente dal cuore, mostrandosi così benevolo verso di loro, e li ha voluti rendere inescusabili. Tuttavia non si deve pensare che, perdonando per un certo tempo la pena, egli si trattenga per sempre; anzi si presenta alla fine con un rigore maggiore contro gli ipocriti e raddoppia le punizioni perché risulti chiaro quanto gli dispiace la menzogna. Tuttavia, come già dissi, egli indica con alcuni esempi la sua generosità nel perdonare affinché i credenti siano tanto più incoraggiati a correggere i loro sbagli, e l'orgoglio di coloro che si ribellano allo sprone sia più gravemente condannato.

 

 

CAPITOLO 4

LE CIANCE DEI TEOLOGI SORBONISTI SULLA PENITENZA SONO ESTRANEE ALLA PUREZZA DELL'EVANGELO. IL PROBLEMA DELLA CONFESSIONE E DELL'ESPIAZIONE

1. Passiamo ora a discutere la dottrina dei Sofisti intorno al ravvedimento, il più brevemente possibile. Non mi propongo infatti di esaminare la cosa a fondo, per tema che il presente libro, che cerco di mantenere nei limiti di un sommario, cresca troppo in lunghezza. D'altra parte, hanno anche reso complicato quest'argomento, di per se non eccessivamente difficile, con così lunghe dispute, che, se volessimo addentrarci nei loro labirinti, non ne usciremmo più.

Anzitutto, nel definire il ravvedimento, dimostrano con evidenza di non avere mai inteso esattamente di che si tratta. Traggono infatti dai libri degli antichi alcune affermazioni che non esprimono affatto la forza e la natura del ravvedimento: quando ad esempio dicono che ravvedersi è questo: piangere i peccati precedentemente commessi e non commettere quelli che poi bisogna piangere; gemere per i mali passati e non commettere più quelli per i quali poi bisogna gemere; un triste castigo, che punisce quel che si vorrebbe non aver commesso; un dolore del cuore e un'amarezza dell'anima per i mali che qualcuno ha commesso o ai quali ha consentito.

Pur ammettendo che queste cose siano state dette dagli antichi a ragione (ed uno spirito polemico non avrebbe difficoltà a contestarlo) affermazioni del genere non hanno il valore di definizioni della realtà del ravvedimento ma hanno il solo scopo di esortare i penitenti a non ricadere nei medesimi sbagli dai quali erano stati liberati. Se poi si dovesse considerare definizioni del ravvedimento tutto quel che gli antichi ne hanno detto, se ne potrebbero ricordare anche altre, non meno consistenti, come quella di Crisostomo che definisce il ravvedimento una medicina che spegne il peccato, un dono sceso dal cielo, un'ammirevole virtù, una grazia che sormonta la forza delle leggi.

Inoltre, il commento di questi bravi glossatori è di gran lunga peggiore di queste definizioni stesse. Essi infatti si soffermano con tanta insistenza sugli aspetti esteriori e corporali, che difficilmente si potrebbe estrarre dalle sciocchezze contenute nei loro libri qualcosa di diverso da affermazioni del tipo di queste: la penitenza è una disciplina e un'austerità che serve in parte a domare la carne, in parte a punire i peccati. Quanto al rinnovamento interiore dell'animo e al rinnovamento di vita, non se ne fa il minimo cenno.

Chiacchierano molto di contrizione e attrizione. In realtà tormentano le anime con molti scrupoli e le irretiscono in angosce e problemi; ma quando sembrano aver afflitto i cuori fino in fondo, guariscono tutte le amarezze con una spruzzata di cerimonia.

Dopo aver definito il ravvedimento con tanta sottigliezza, lo suddividono in tre parti: la contrizione del cuore, la confessione orale e l'espiazione per mezzo delle opere, divisione impropria quanto la loro definizione, anche se durante tutta la loro vita non studiano altro che la dialettica, cioè l'arte di definire e di dividere.

 

Ma se qualcuno deduce dalla definizione, e questo argomento è accolto fra i dialettici, che si possono piangere i peccati commessi in precedenza e non più commetterli, anche se non vi è alcuna confessione orale, come difenderanno la loro suddivisione? Infatti se pur non facendo una confessione orale si può essere vero penitente, il ravvedimento può sussistere senza questa confessione.

Se rispondono che quella suddivisione deve riferirsi alla penitenza in quanto sacramento, o che si deve intendere di tutta la perfezione della penitenza, che non racchiudono nelle loro definizioni, non hanno di che accusare me, ma devono imputarne la colpa alla loro definizione che manca di chiarezza. Io, certo, nella mia ignoranza, mi attengo alla definizione che deve costituire il cardine di tutta la disputa. Ma concediamo loro questa licenza da maestri, e procediamo con ordine all'esame delle singole parti.

Il fatto che per disprezzo tralascio molte cose che reputo frivole e che, nel loro orgoglio, considerano grandi misteri, non deriva da ignoranza o dimenticanza, né mi sarebbe difficile scrivere e rendere loro note le sottigliezze a cui ricorrono; semplicemente mi faccio scrupolo di tediare senza frutto il lettore con questo inconsistente guazzabuglio. È altresì vero che dalle questioni che sollevano e dibattono, e in cui si vanno ad impigliare, è facile giudicare che chiacchierano di cose sconosciute. Come il chiedersi se il pentimento di un peccato piace a Dio, se l'ostinazione permane in tutto il resto. Se le punizioni che Dio manda possono valere come espiazione. Se la penitenza può essere ripetuta per i peccati mortali. Anzi, su quest'ultimo punto stabiliscono erroneamente e con disonestà che soltanto per i peccati veniali dobbiamo quotidianamente pentirci. Si affaticano parecchio ed errano gravemente nell'interpretare il detto di san Girolamo secondo cui la penitenza è una seconda tavola di salvezza sulla quale, colui che stava per perire in mare nuota, per raggiungere il porto. Dimostrano così di non essersi mai svegliati dalla stupidità che li rende simili a bestie, per scorgere, da lontano, anche uno solo fra i mille sbagli che hanno commesso.

2. I lettori devono rendersi conto che non stiamo conducendo qui una disputa priva di importanza, ma c'è di mezzo una questione estremamente rilevante: la remissione dei peccati. Quando richiedono, per il ravvedimento, compunzione di cuore, confessione dalla bocca e espiazione per mezzo di opere, stabiliscono parimenti che queste tre cose sono necessarie per ottenere remissione dei peccati. Se c'è qualcosa, in tutta la nostra religione, che dobbiamo soprattutto capire è questo: con che mezzo, in che modo, a quale condizione e con quale facilità o difficoltà si ottiene la remissione dei peccati. Se non abbiamo di questo problema una idea chiara, la coscienza non può trovar riposo, né pace con Dio, né fiducia o sicurezza; ma essa trema del continuo, è agitata, turbata, tormentata, trasportata qua e là; prova orrore e odio per il giudizio di Dio e lo fugge, per quanto possibile. Se la remissione dei peccati dipende dalle condizioni a cui essi la vincolano, nessuno è più misero e disperato di noi.

La prima condizione, che pongono per ottenere il perdono e la grazia, è la contrizione, che richiedono sia fatta dovutamente, cioè in modo pieno e assoluto; tuttavia non determinano quando si può essere certi di aver rettamente adempiuto questa contrizione. Dobbiamo essere vigilanti, darci cura e anche sforzarci di rimpiangere con dolore le nostre colpe, per incitarci a vergognarcene e odiarle il più possibile. È la tristezza di cui parla san Paolo, che non dobbiamo respingere, perché genera un pentimento che conduce alla salvezza. Ma quando si esige un dolore così profondo da uguagliare la grandezza della colpa, e lo si mette sull'altro piatto della bilancia, opponendolo alla fede nel perdono, si tratta di una strettoia in cui le povere coscienze sono terribilmente angosciate, afflitte, vedendo che quella contrizione dovuta è loro imposta, e non sono in grado di valutare l'entità del debito, né sanno con certezza quando avranno pagato quel che dovevano.

Se dicono che bisogna fare ciò di cui siamo capaci, siamo sempre in un medesimo circolo vizioso. Quando mai, infatti, uno oserà pretendere di aver pianto i suoi peccati con tutte le sue forze?

Il risultato è dunque che le coscienze, dopo essersi a lungo dibattute in loro stesse, se non trovano un porto in cui poter riposare, almeno per lenire il loro male, costringono se stesse a provare qualche dolore e traggono per forza qualche lacrima per compiere quella contrizione.

3. Se vogliono accusarmi di calunnia mi indichino una sola persona che non sia stata gettata nella disperazione dalla dottrina della contrizione, o che non abbia opposto al giudizio di Dio un dolore finto, al posto della vera compunzione. Anche noi abbiamo detto altrove che la remissione dei peccati non ci è mai accordata senza pentimento, in quanto nessuno può veramente e con sincerità di cuore implorare la misericordia di Dio, se non colui che è afflitto e affranto dalla coscienza dei suoi peccati; ma abbiamo aggiunto pure che il pentimento non è la causa di questa remissione, liberando le anime dal tormento di dover compiere in modo perfetto la contrizione. Inoltre abbiamo insegnato al peccatore a non prestare attenzione né alla sua compunzione né alle sue lacrime, ma a fissare entrambi gli occhi sulla misericordia di Dio. Abbiamo solo fatto notare che chiamate da Cristo sono le persone travagliate e aggravate, visto che egli è stato inviato per annunciare buone notizie ai poveri, per guarire coloro che hanno il cuore afflitto, per annunciare ai prigionieri la loro liberazione, per sciogliere le catene ai prigionieri e consolare quelli che piangono (Mt. 11.28; Is. 61.1; Lu 4.18). Da questo erano esclusi tanto i Farisei che, soddisfatti e contenti della loro giustizia, non avevano coscienza della loro miseria, quanto coloro che disprezzano Dio, i quali, incuranti della sua ira, non cercano alcun rimedio al loro male. Tutte queste persone non sono infatti travagliate, né afflitte nel loro cuore né legate, né incatenate e non piangono.

È grande la differenza fra l'insegnare a un peccatore a meritare la remissione dei suoi peccati con una piena e intera contrizione, che non riesce mai a adempiere, e insegnargli ad avere fame e sete della misericordia di Dio, conoscendo la propria miseria, additandogli il travaglio, l'angoscia e la cattività in cui si dibatte per fargli ricercare consolazione, riposo e liberazione; insegnargli insomma, nella sua umiltà, a render gloria a Dio.

4. Quanto alla confessione c'è sempre stata una gran controversia fra i canonisti e i teologi scolastici. I primi, infatti, sostengono che essa è ordinata soltanto dal diritto positivo, cioè dalle costituzioni ecclesiastiche. I secondi, che è ordinata da un comandamento divino. Questa polemica ha messo in evidenza la grande spudoratezza dei teologi, i quali hanno depravato e corrotto tutti i passi della Scrittura, che citavano in appoggio alle loro tesi. Vedendo poi che in tal modo non raggiungevano il loro scopo, i più abili fra loro hanno trovato questa scappatoia: la confessione è in origine di diritto divino, quanto alla sostanza, ma In seguito ha assunto la sua forma dal diritto positivo. In tal modo, i più inetti fra i cultori della Legge sono soliti riferire la citazione al diritto divino, poiché fu detto a Adamo: "Adamo, dove sei? "Similmente, l'eccezione, poiché Adamo rispose come per difendersi: "La donna che mi hai data, ecc. " (Ge 3.9.12). Nondimeno la forma sarebbe stata data a tutti e due dal diritto civile.

Vediamo però gli argomenti con cui dimostrano che questa confessione, formata o informe, è ordinata da Dio. Nostro Signore, dicono, mandò i lebbrosi ai sacerdoti (Mt. 8.4; Lu 5.14; 17.14). Li ha forse mandati a confessarsi? Chi ha mai sentito dire che i preti leviti fossero ordinati per udire le confessioni? (De 17.8.9). Fanno perciò ricorso alle allegorie e dicono che la legge mosaica stabiliva che i sacerdoti discernessero fra lebbra e lebbra; che il peccato è una lebbra spirituale su cui spetta al prete dare un giudizio.

Prima di rispondere, chiedo: se questo passo li costituisce giudici della lebbra spirituale, perché si attribuiscono la conoscenza della lebbra naturale e fisica? Non è forse prendere in giro la Scrittura fare un ragionamento di questo genere: la Legge attribuisce ai preti leviti il giudizio sulla lebbra, attribuiamocelo dunque. Il peccato è una lebbra spirituale, siamo dunque i giudici dei peccati?

Ora rispondo che, mutato il sacerdozio, avviene di necessità anche un mutamento di legge (Eb. 7.12). Se tutto il sacerdozio e trasferito, compiuto e terminato in Gesù Cristo, bisogna che anche tutta la dignità e la prerogativa del sacerdozio sia trasferita su di lui. Se amano tanto le allegorie, si propongano Cristo per solo sacerdote, e rimandino al suo tribunale ogni potestà di giudicare: lo accetteremo con facilità. Inoltre, è errata l'allegoria che introduce una legge puramente civile fra le cerimonie.

Perché dunque Cristo manda i lebbrosi ai sacerdoti? Affinché questi ultimi non dicessero per calunnia che egli violava la Legge, la quale ordinava che colui che era guarito dalla lebbra si presentasse al sacerdote e si purificasse con una particolare oblazione; egli ordina dunque ai lebbrosi, che aveva guarito, di osservare le norme della Legge: "Andate "dice "mostratevi ai sacerdoti e offrite il dono che Mosè ha ordinato nella Legge, affinché serva loro di testimonianza ". Questo miracolo doveva realmente servir loro di testimonianza. Li avevano dichiarati lebbrosi, poi affermano che sono guariti. Non sono forse costretti, lo vogliano o no, ad essere testimoni dei miracoli di Cristo? Cristo dà loro il suo miracolo perché lo vaglino: essi non lo possono negare e sebbene tergiversino ancora, quest'opera è per loro una testimonianza. È detto anche in un altro passo: "Questo Evangelo sarà predicato al mondo intero come testimonianza a tutte le genti " (Mt. 24.14). E: "Sarete condotti davanti ai re e ai prìncipi per testimoniare davanti a loro " (Mt. 10.18) , cioè per renderli tanto più convinti del giudizio di Dio e preferiscono fondarsi sull'autorità di Crisostomo egli insegna che Cristo ha fatto questo a causa dei Giudei, perché non lo si considerasse un prevaricatore della Legge. Mi vergogno di riferirmi alla testimonianza di qualche uomo in una cosa così evidente, visto che Gesù Cristo dichiara di lasciare ai sacerdoti intero il diritto che proveniva loro dalla Legge, come a nemici mortali del suo Evangelo, poiché sempre spiavano l'occasione di sparlare, se non avesse chiuso loro la bocca. Perciò, se i preti del papato vogliono mantenere tale prerogativa, dicano apertamente di essere i seguaci di coloro che hanno bisogno di essere vinti dall'evidenza, per non bestemmiare. Infatti quel che Gesù Cristo lascia ai preti della Legge, non concerne affatto i suoi veri ministri.

 

5. Traggono il secondo argomento dalla medesima fonte, cioè dall'allegoria; quasi le allegorie avessero grande valore per garantire una qualche dottrina. Voglio ben ammettere la loro validità, anche se si potrebbe prestar loro maggior forza di quanto non abbiano.

Dicono dunque che il nostro Signore ordinò ai suoi discepoli, dopo che Lazzaro fu da lui risuscitato, di slegarlo e di lasciarlo andare (Gv. 11.44).

In primo luogo mentono, nessun passo dice infatti che il nostro Signore abbia ordinato questo ai suoi discepoli. l: molto più verosimile che lo dicesse ai Giudei lì presenti, affinché il miracolo fosse più evidente e non potesse essere sospettato di inganno, e che la sua potenza risultasse tanto più grande, per il fatto che con la sua sola parola, senza toccarli, risuscitava i morti. Lo interpreto così: il nostro Signore, per togliere ogni sospetto ai Giudei, volle che essi stessi sollevassero la pietra, sentissero il cattivo odore, scorgessero le prove sicure della morte, che vedessero Lazzaro risuscitare per la sola potenza della sua voce, e lo toccassero per primi. Questa è l'opinione di Crisostomo nel sermone Contro i Giudei, i pagani e gli eretici.

Ammettiamo però che ciò sia stato detto ai discepoli: che conclusione ne potranno trarre? Diranno forse che è stata data in tal modo agli apostoli la potenza di slegare? Daremo una interpretazione molto più chiara di questo passo in chiave allegorica dicendo che il nostro Signore ha voluto con ciò insegnare ai suoi credenti a slegare coloro che erano stati risuscitati da lui. Cioè, a non richiamare alla memoria i peccati che ha dimenticato, a non condannare come peccatori coloro che ha assolto, a non rimproverare le cose che ha perdonato, a non essere severi e duri nel punire, laddove egli è stato misericordioso dolce e benigno nel perdonare. Infatti, nulla ci deve spingere a perdonare più dell'esempio di colui che è nostro giudice, che minaccia di rendere l'equivalente a coloro che saranno stati troppo duri e rigidi. Riflettano ora e si facciano scodo delle loro allegorie!

6. La loro polemica ha maggior peso quando confermano le loro tesi con affermazioni della Scrittura, che considerano esplicite. Coloro, dicono, che venivano a farsi battezzare da Giovanni, confessavano i loro peccati (Mt. 3.6). Anche san Giacomo ordina che ci confessiamo gli uni gli altri i nostri peccati (Gm. 5.16). Rispondo che non fa meraviglia se coloro che volevano essere battezzati confessavano i loro peccati, poiché è stato detto prima che Giovanni ha predicato il battesimo del ravvedimento ed ha battezzato con acqua in segno di ravvedimento. Chi dunque avrebbe battezzato, se non coloro che si riconoscevano peccatori? Il battesimo è un segno della remissione dei peccati; chi dunque sarebbe ammesso a questo segno se non i peccatori e coloro che si riconoscono tali? Confessavano dunque i loro peccati per essere battezzati.

San Giacomo ordina, non senza motivo, che ci confessiamo reciprocamente i nostri peccati; ma se considerassero quel che segue subito dopo, si accorgerebbero che non si addice molto al loro caso. "Confessate "dice "i vostri peccati l'uno all'altro, e pregate gli uni per gli altri ". Egli congiunge la preghiera reciproca e la confessione reciproca. Se ci si deve confessare soltanto ai preti, bisogna pregare soltanto per loro. Dalle parole di san Giacomo deriverebbe che soltanto i preti si possono confessare. Poiché chiedendoci di confessarci l'uno all'altro, egli parla soltanto a coloro che possono udire la confessione degli altri. Infatti dice "mutuamente "o, se preferiscono, "reciprocamente ". Ma nessuno può confessarsi mutuamente, se non colui che ode la confessione del suo compagno, privilegio che essi concedono soltanto ai preti. Lasciamo dunque loro volentieri l'incarico di confessarsi.

Lasciamo da parte queste chiacchiere e cerchiamo di comprendere quel che l'Apostolo vuole dire, che è semplice ed evidente: che cioè dobbiamo comunicarci e rivelarci reciprocamente le nostre debolezze per ricevere consiglio, compassione e reciproca consolazione. Inoltre ciascuno, conoscendo in questo modo le infermità dei suoi fratelli, per parte sua prega Dio per loro. Perché dunque citano san Giacomo contro di noi, visto che chiediamo, con tanta insistenza, il riconoscimento della misericordia di Dio, che non si può riconoscere, se non da parte di coloro che hanno anzitutto confessato la loro miseria? Dichiariamo anzi che tutti coloro che non si confessano davanti a Dio, davanti agli angeli, davanti alla Chiesa, insomma davanti a tutti gli uomini, sono maledetti e dannati. Poiché Dio ha incluso ogni cosa sotto il peccato, affinché ogni bocca sia chiusa e ogni carne sia umiliata davanti a lui (Ga 3.22; Ro 3.9.19) , e affinché lui solo sia giustificato ed esaltato.

7. MI meraviglio inoltre della sfacciataggine con CUI osano affermare che la confessione di cui parlano è di diritto divino. Riconosciamo bene che quest'uso è molto antico, ma possiamo facilmente provare che all'inizio essa era libera. Infatti le loro Storie affermano che non vi è stata in merito alcuna legge o costituzione prima del tempo di Innocenzo 3. Se ci fosse stata una legge più antica vi si sarebbero certo attenuti per trarne vantaggio, piuttosto che rendersi ridicoli anche agli occhi dei bambini, come hanno fatto accontentandosi del decreto fatto al Concilio di san Giovanni in Laterano. Non esitano, in altri casi, a creare decreti inautentici e frutto d'immaginazione, e a far credere che certe cose sono state stabilite dai primi Concili, per abbagliare gli occhi dei semplici con l'argomento dell'antichità. Non hanno ritenuto dover far lo stesso su questo argomento. Sono perciò costretti ad essere essi stessi testimoni del fatto che è da meno di trecento anni che Innocenzo 3ha imbrigliato la Chiesa, imponendole l'obbligo della confessione.

Tralasciando ogni considerazione cronologica, la sola astrusità terminologica mostra che questa legge non merita alcun rispetto. Vi si ordina che ogni persona dei due sessi confessi i suoi peccati al suo prete, almeno una volta l'anno. Ne deriverebbe che nessuno, a meno che non fosse contemporaneamente uomo e donna, sarebbe tenuto a confessarsi. Stupidità ancora più grossolana nei loro successori, che non hanno saputo capire che cosa esattamente significasse il termine "prete ".

Malgrado le chiacchiere di tutti gli avvocati e procuratori del Papa e di tutti i bigotti che ha d'attorno, un fatto è chiaro: Gesù Cristo non è autore di una legge che costringe gli uomini a raccontare I loro peccati; anzi, erano già trascorsi milleduecento anni dalla risurrezione di Gesù Cristo, quando venne dato un tal ordine; questa tirannia è stata istituita allorché al posto dei pastori regnavano ciarlatani, i quali dopo aver cancellato ogni pietà e ogni insegnamento, avevano usurpato il diritto di fare ogni cosa senza discernimento.

Ci sono inoltre testimonianze probanti sia nelle Storie sia negli altri scrittori antichi, le quali mostrano che si tratta di una disciplina politica istituita soltanto dai vescovi e non di un ordine voluto da Cristo o dai suoi apostoli. Proporrò un solo esempio che basterà ampiamente a provare quel che dico. Sozomeno, uno degli autori della Storia Ecclesiastica racconta che questa prassi fu stabilita dai vescovi e diligentemente osservata dalle Chiese occidentali, soprattutto a Roma. Dimostra così che non è stata una prassi abituale di tutte le Chiese. In seguito riferisce che uno dei preti era particolarmente destinato a quest'ufficio. Pertanto refuta completamente quel che costoro hanno simulato circa le chiavi, date per la confessione a tutto l'ordine dei preti. Non era dunque compito comune a tutti, ma la carica di un singolo, eletto dal vescovo a questo scopo. È quello che oggi i papisti stessi chiamano penitenziere nelle loro cattedrali, il quale viene a conoscenza dei delitti più grandi. Egli narra inoltre che a Costantinopoli questa usanza fu mantenuta finché si scoprì che una donna aveva preso il pretesto della confessione per convivere con uno dei diaconi di quella Chiesa. A causa di quel misfatto, Nettario, vescovo del luogo, uomo rinomato per santità e dottrina, abolì la pratica della confessione. Rizzino le orecchie quegli asini. Se la confessione auricolare fosse una legge di Dio, come avrebbe osato Nettario infrangerla e abolirla? Accuseranno di eresia e di scisma quella santa persona, apprezzata e approvata da tutti gli Antichi? Automaticamente si condannerebbe la Chiesa di Costantinopoli, anzi tutte le Chiese orientali, che hanno disprezzato una legge che dovrebbe essere (se costoro dicono il vero) inviolabile e normativa per tutti i cristiani.

8. Anzi, quella abrogazione è così spesso illustrata da Crisostomo, anch'egli vescovo di Costantinopoli, che fa meraviglia che osino aprire bocca per controbattere. "Se vuoi cancellare i tuoi peccati "egli dice "confessali. Se ti vergogni di palesarli ad un uomo, confessali ogni giorno in te stesso. Non dico che tu li palesi ad alcuno che te ne faccia di poi rimprovero: confessali a Dio che può purificarli. Confessali nel tuo letto, affinché la tua coscienza riconosca quotidianamente il suo male ". E: "Non è necessario confessarsi davanti ad un testimone; purché tu ne prenda atto nel tuo cuore. Questo esame non richiede alcun testimone; è sufficiente che Dio ti veda ed ascolti ". E: "Io non ti chiamo davanti agli uomini per palesare loro i tuoi peccati: metti a nudo la tua coscienza davanti a Dio. Mostra la tua piaga al Signore, che ne è il medico e pregalo di porvi rimedio. Egli è colui che non rimprovera nulla e guarisce con bontà il povero malato ". E: "Io non voglio che tu ti confessi ad un uomo che possa quindi rimproverarti o diffamarti rendendo pubblici i tuoi errori: ma mostra le tue piaghe a Dio che ne è il buon medico ". Mette poi in bocca a Dio queste parole: "Io non ti costringo a venire in pubblica assemblea; confessa a me solo i tuoi peccati, affinché io ti guarisca ".

Diremo che Crisostomo è stato, con queste parole, temerario al punto di sciogliere le coscienze degli uomini dai vincoli in cui erano strette per volere di Dio? Certo, no. Semplicemente non considera vincolante quello che sa non essere stabilito per decreto di Dio.

9. Per meglio chiarire la cosa, illustreremo anzitutto fedelmente il tipo di confessione che ci è stata data dalla parola di Dio; in seguito esamineremo le invenzioni dei papisti riguardo alla confessione; non tutte (chi infatti potrebbe esaurire un mare così vasto?) , ma soltanto quelle che riassumono la loro dottrina.

Ho qualche esitazione a ricordare che sia il traduttore greco sia quello latino hanno spesso scambiato il termine "confessare "con quello di "lodare ", dato che è cosa nota anche ai più ignoranti; è però necessario denunciare l'audacia di quei malvagi, poiché si prevalgono del termine "confessione ". il quale implica semplicemente la lode a Dio, per giustificare la loro tirannia. Per provare che la confessione reca gioia e sollievo all'anima, citano il versetto del Salmo: "Verrò con canti di giubilo e di confessione " (Sl. 42.5). Ma se è lecito falsificare in questo modo ogni cosa, nasceranno gravi equivoci. I papisti hanno perso ogni pudore, e dunque giusto riconoscere che Dio li ha precipitati nell'errore per rendere più detestabile la loro temerarietà.

Del resto, attenendoci semplicemente alla Scrittura, non correremo il pericolo di essere ingannati da simili inganni. Essa infatti ci ordina un solo modo autentico di confessarci: poiché è il Signore che rimette, dimentica e cancella i peccati, confessiamoglieli per ottenere da lui grazia e perdono. Egli è il medico, mostriamogli dunque le nostre piaghe. È lui che è stato offeso e ferito, chiediamogli dunque grazia e pace. È lui che conosce i cuori e vede tutti i pensieri, apriamo dunque i nostri cuori a lui.

È lui che chiama i peccatori, andiamo dunque in sua presenza. "Ti ho fatto conoscere il mio peccato "dice Davide "e non ho nascosto la mia iniquità. Ho detto: Confesserò contro di me la mia ingiustizia al Signore; e tu hai perdonato l'iniquità del mio cuore " (Sl. 32.5). Abbiamo un'altra confessione di Davide stesso, analoga a questa: "Abbi pietà di me, Signore, secondo la tua grande misericordia " (Sl. 51.1). Quella di Daniele è simile: "Noi abbiamo peccato, Signore, abbiamo agito in modo perverso, abbiamo commesso empietà, siamo stati ribelli ritraendoci dai tuoi comandamenti " (Da 9.5).

Molti esempi del genere si leggono nella Scrittura e potrebbero riempire un volume. "Se confessiamo i nostri peccati "dice san Giovanni "il Signore è fedele per perdonarceli " (1 Gv. 1.9). A chi li confesseremo noi? A lui, certamente, se con cuore afflitto ed umiliato ci prosterniamo davanti a lui, se in tutta sincerità, accusandoci e condannandoci al suo cospetto, chiediamo di essere assolti dalla sua bontà e dalla sua misericordia.

10. Chiunque farà di cuore questa confessione davanti a Dio, avrà senza dubbio anche la lingua pronta alla confessione, quando sarà necessario annunciare fra gli uomini la misericordia di Dio; non soltanto per svelare il segreto del proprio cuore ad una sola persona, una volta e all'orecchio, ma per dichiarare liberamente tanto la sua miseria quanto la gloria di Dio, ripetutamente, pubblicamente, affinché tutti odano.

In questo modo Davide, dopo esser stato redarguito da Nathan e spinto dalla sua coscienza, confessò il suo peccato sia dinanzi a Dio sia dinanzi agli uomini: "Ho peccato "disse "contro il Signore " (2 Re 12.13) , cioè: non mi voglio scusare, né cercare giustificazioni per paura che qualcuno mi giudichi peccatore, e che sia manifestato anche agli uomini quel che ho voluto fosse nascosto a Dio.

Da questa confessione segreta, fatta a Dio, deriva anche una confessione volontaria del peccatore dinanzi agli uomini, ogniqualvolta è opportuno farlo, o per umiliarsi o per dare gloria a Dio. Per questa ragione il nostro Signore aveva anticamente comandato nella Legge che tutto il popolo si confessasse pubblicamente nel tempio, per bocca del sacerdote (Le 16.21). Egli prevedeva che questo sarebbe stato un valido aiuto per indurre ognuno a riconoscere con onestà i suoi errori. È: anche giusto che, confessando la nostra miseria, magnifichiamo fra noi e al cospetto di tutti la misericordia di Dio.

2. Se questo tipo di confessione deve essere abituale nella Chiesa, è però opportuno valersene anche in casi particolari, se accade, per esempio, che l'intero popolo abbia commesso un errore comune, sicché tutti risultino colpevoli davanti a Dio. Ne abbiamo un esempio nella solenne confessione fatta dal popolo su pressione e suggerimento di Esdra e Nehemia (Ne 1.7; 9,16). La cattività, che avevano a lungo sopportata, la distruzione della città e del tempio e la soppressione del culto di Dio erano state come una verga comune per punire gli errori di tutti: non potevano perciò prendere coscienza del beneficio della loro liberazione se non confessando in primo luogo i loro errori. Poco importa se, talvolta, in una Chiesa alcuni sono innocenti: essendo membra di un corpo languente e deperito, non devono vantarsi di esser santi; è anzi impossibile che non risultino anch'essi toccati dal contagio e in qualche modo colpevoli. Tutte le volte, dunque, che siamo colpiti da peste o da guerra o da sterilità o da qualche avversità, il nostro compito sarebbe di piangere e digiunare e dare altri segni di umiltà, prima di tutto con la confessione, da cui dipende tutto il resto.

Per quanto concerne la confessione abituale, che si fa in comune con tutto il popolo, oltre ad essere approvata per bocca di Dio, nessuno, se dotato di buon senso, la disprezzerà, considerandone l'utilità. Dato che in ogni nostra assemblea, nel tempio, ci presentiamo davanti a Dio ed ai suoi angeli, quale migliore punto di partenza potremmo avere che il riconoscere la nostra indegnità?

Qualcuno mi obietterà che questo si fa in tutte le preghiere, in quanto, pregando, confessiamo i nostri peccati. Giusto! Ma se consideriamo la nostra indifferenza e la nostra lentezza, nessuno potrà negare che sia santa ed utile abitudine il ricordare espressamente al popolo cristiano, con un atto speciale, che deve umiliarsi. Sebbene la cerimonia che Dio ha ordinato al popolo di Israele facesse parte degli insegnamenti della Legge, essa ci riguarda ancora in qualche modo. Vediamo infatti che le Chiese bene ordinate hanno questa usanza: ogni domenica il ministro pronuncia una confessione tanto a nome suo quanto a nome del popolo, per rendere tutta l'assemblea partecipe della colpa davanti a Dio, e chiedere perdono; ciò non accade senza risultato. Anzi, è una chiave per aprire la porta alla preghiera collettiva e individuale.

12. Inoltre, la Scrittura ci raccomanda due altri tipi di confessione particolare. Una valida per noi: questo intende san Giacomo quando dice che ci dobbiamo confessare l'un l'altro i nostri peccati (Gm. 5.10, significando che nel dichiarare reciprocamente le nostre infermità ci aiutiamo a vicenda con il consiglio e la consolazione. L'altra, per amore del nostro prossimo, offeso per nostra colpa, al fine di riconciliarci e ridargli la pace. Quanto al primo tipo, la Scrittura non indica nessuno da cui trarre sollievo e ci lascia la libertà di scegliere, tra i credenti, chi ci parrà adatto per confessarci a lui; ma poiché i pastori devono essere, fra tutti, i più atti, la cosa migliore è rivolgerci a loro. Li considero i più idonei in quanto, per l'esigenza del loro ministero sono designati da Dio ad insegnarci come dobbiamo vincere e correggere il peccato, e a garantirci, a nostra consolazione, la bontà di Dio (Mt. 16.19; 18.18). Sebbene il compito di vicendevole ammonizione sia comune a tutti i cristiani, esso è ingiunto in modo particolare ai pastori. Dobbiamo consolarci reciprocamente; d'altra parte vediamo che i pastori sono da Dio posti come testimoni e quasi come garanti per attestare alle coscienze la remissione dei peccati, tant'è vero che è detto che rimettono i peccati e sciolgono le anime. Vedendo che hanno questa prerogativa, dobbiamo pensare che è per il nostro bene.

 

Ogni credente, quando si troverà ad essere angosciato nel suo cuore dal rimorso dei suoi peccati, al punto da non poter trovar riposo se non ricevendo aiuto da qualcun altro, si ricordi di valersi di questo rimedio offertogli da Dio, aprendo anzitutto l'animo suo al suo pastore per averne sollievo, stante che il compito di quest'ultimo è di consolare il popolo di Dio con l'insegnamento dell'Evangelo, in pubblico e in privato.

Bisogna però sempre stare in guardia che laddove Dio non ha imposto leggi, le coscienze non siano vincolate da un giogo obbligatorio. Tale forma di confessione deve essere libera, nessuno deve esservi costretto; si raccomandi soltanto a quelli che ne hanno bisogno, di servirsene come di un valido aiuto.

Di conseguenza, coloro che ne usano liberamente per loro necessità, non devono essere costretti da un ordine né indotti con astuzie a raccontare tutti i loro peccati, ma solo nella misura in cui lo giudicheranno efficace per ricavarne un vero sollievo. I buoni e fedeli pastori non soltanto devono lasciare alla Chiesa questa libertà, ma anche mantenervela con tutte le loro forze, se vogliono conservare il loro ministero puro da ogni tirannide e impedire che il popolo cada nella superstizione.

13. C'è poi un secondo tipo di confessione particolare, di cui parla il nostro Signore in san Matteo, quando dice: "Se offri la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia qui la tua offerta, e va prima a riconciliarti con tuo fratello; poi farai la tua offerta " (Mt. 5.23). Così dobbiamo ristabilire il vincolo di carità eventualmente spezzato per colpa nostra, confessando cioè che abbiamo sbagliato e chiedendo perdono.

Rientra anche in questa categoria la confessione pubblica dei penitenti che abbiano commesso qualche scandalo palese nella Chiesa. Se il nostro Signor Gesù tiene in tanto conto l'offesa privata di un solo uomo, da respingere dall'altare colui che ha offeso suo fratello, finché non gli abbia dato soddisfazione e si sia riconciliato con lui, a maggior ragione chi ha ferito la Chiesa con qualche cattivo esempio si deve riconciliare con lei riconoscendo la sua colpa. In tal modo l'incestuoso di Corinto fu ricevuto nella comunione dei credenti, dopo essersi umilmente sottomesso alla correzione (2 Co. 2.6). Questa forma di confessione perdurò costantemente nella Chiesa antica, come attesta san Cipriano. Riferendosi ai pubblici peccatori, dice: "Fanno penitenza per un certo tempo; poi vengono a confessare il loro peccato e sono ricevuti nella comunione, con l'imposizione delle mani da parte del vescovo e del clero ". Non si trova nella Scrittura altra forma di confessione. Non sta a noi legare o vincolare le coscienze con nuovi legami, visto che Gesù Cristo proibisce rigorosamente di tenerle in servitù. Nel resto, lungi dall'oppormi a che le pecore si presentino al loro pastore, quando si tratta di venire alla Cena, vorrei che questa abitudine venisse seguita ovunque. Chi infatti è tormentato nella sua coscienza può usare di questa opportunità per ricevere consolazione; e il pastore ha l'occasione e l'opportunità di ammonire quelli che ne hanno bisogno, a condizione che sempre ci si guardi dalla tirannia e dalla superstizione.

14. In questi tre tipi di confessione si esercita il potere delle chiavi: quando la Chiesa tutta chiede perdono a Dio riconoscendo solennemente i suoi peccati; quando un singolo che ha commesso una colpa scandalosa che danneggia la Chiesa rende testimonianza del suo pentimento; quando un credente, agitato nella sua coscienza e bisognoso del consiglio e della consolazione del suo pastore, gli palesa la sua situazione di crisi.

 

Il riparare le offese ed il riconciliarsi Cl. prossimo dipendono da una motivazione diversa: tendono sì a calmare le coscienze, ma il loro scopo principale consiste nell'abolire gli odii e nel riconciliare i cuori; anche se non è da disprezzare l'altro aspetto, che ognuno sia cioè maggiormente pronto a confessare onestamente i suoi errori. Quando tutta la Chiesa si presenta come davanti al tribunale di Dio, dichiarandosi colpevole, confessando le sue mancanze e attestando di aver ricorso alla sola misericordia di Dio, non le è di piccola consolazione trovare l'ambasciatore di Gesù Cristo, pronto ad assolverla nel nome e per l'autorità del suo Maestro, secondo il mandato conferitogli. Il valore dell'uso delle chiavi e l'utilità che ne ricaviamo risultano evidenti quando questa ambasciata di riconciliazione avviene con il rispetto e l'ordine che le sono propri.

Parimenti, quando chi si era allontanato dalla Chiesa è riammesso nella comunione fraterna e ottiene il perdono dalla Chiesa, non è forse per lui un gran bene, vedere che riceve il perdono da coloro a cui Gesù Cristo ha detto: "Quello che avrete slegato e sciolto sulla terra sarà sciolto e slegato in cielo "? (Mt. 18,18; Gv. 20.23). Similmente, l'assoluzione individuale è altrettanto efficace e fruttuosa, quando se ne servono coloro che hanno bisogno di essere confermati nelle loro coscienze. Può accadere talvolta che le promesse generali di Dio, rivolte a tutta la Chiesa, non sembrino decisive a chi le ode, e che qualcuno rimanga incerto sulla remissione dei suoi peccati. Ma se va verso il suo pastore e gli rivela segretamente il suo dolore, il pastore, rivolgendogli la parola, lo rassicura applicando a lui in particolare l'insegnamento generale dell'Evangelo; costui riceverà pertanto una giusta assicurazione su quel che prima era per lui motivo di dubbio e, liberato da ogni scrupolo, troverà il riposo della coscienza.

Quando si parla del potere delle chiavi bisogna sempre guardarsi dall'immaginare un qualche potere dato alla Chiesa, separato dalla predicazione dell'Evangelo. Sarà opportuno soffermarci altrove più a lungo su questo punto, quando parleremo del governo della Chiesa; vedremo a quel momento che tutta l'autorità data da Dio per legare e sciogliere è vincolata alla Parola. Questa affermazione si deve applicare soprattutto al ministero delle chiavi, di cui ci stiamo occupando: esso risiede interamente nel dare conferma e nel suggellare la grazia dell'Evangelo, in pubblico ed in privato, da parte di coloro che Dio ha preposti a questo compito; questo si può fare soltanto mediante la predicazione.

15. E i teologi papisti? Ordinano che tutti, uomini e donne, non appena avranno raggiunto l'età del discernimento, confessino per lo meno una volta all'anno tutti i loro peccati ai loro curati e che il peccato non sia rimesso se non a coloro che hanno il fermo proponimento di confessarsi. Se questa intenzione non viene adempiuta quando ne è offerta l'occasione, non rimane alcuna possibilità di entrare in paradiso. Inoltre, il prete ha il potere delle chiavi per legare o sciogliere il peccatore, nella misura in cui la parola di Cristo, la quale afferma che quello che avranno legato sulla terra sarà legato in cielo, non può essere vana.

Sono però in conflitto fra di loro riguardo a questo potere. Gli uni affermano che, sostanzialmente, vi è una sola chiave, cioè il potere di legare e sciogliere; che la conoscenza è si richiesta per farne buon uso, ma è qualcosa di accessorio e non di essenziale. Altri, vedendo che questa libertà dava adito a troppo disordine, hanno annoverato due chiavi: il discernimento e il potere. Altri ancora, vedendo che una tal moderazione teneva a freno l'impudenza dei preti, hanno immaginato nuove chiavi, cioè l'autorità di discernere (di cui si servono dando delle sentenze definitive) , il potere (di cui si servono quando eseguono le loro sentenze) , ed hanno aggiunto la conoscenza come consigliera.

Non osano limitarsi ad interpretare il "legare e sciogliere "nel senso di rimettere e cancellare i peccati, benché odano che il Signore annuncia per bocca del suo Profeta: "Son io, son io che cancello le tue iniquità, Israele; son io, e non c'è nessun altro all'infuori di me " (Is. 43.2.25). Ma dicono che è compito del prete decidere chi è legato o sciolto, e dichiarare a chi i peccati sono trattenuti o perdonati; e che il prete fa quella dichiarazione o nella confessione, quando assolve o non assolve i peccati, o per mezzo di un'affermazione, quando scomunica o scioglie dalla scomunica.

Infine, vedendo che non se la possono cavare di fronte all'obiezione secondo cui gli indegni sono spesso legati o sciolti dai loro preti, pur non essendolo in cielo, come loro ultimo argomento rispondono che bisogna intendere il dono delle chiavi entro certi limiti, che Cristo cioè ha promesso che la decisione del prete, rettamente pronunciata, sarebbe stata approvata in cielo secondo che i meriti di colui che è legato o sciolto lo richiedano. Inoltre, queste chiavi sono state date da Cristo a tutti i preti, ed esse sono conferite dai vescovi nelle loro promozioni: ma ne hanno l'uso soltanto coloro che hanno dei compiti ecclesiastici. Pertanto codeste chiavi rimangono in possesso anche degli scomunicati e di coloro che sono sospesi, ma nelle loro mani sono arrugginite e inefficaci. Coloro che affermano simili cose potrebbero essere considerati ancora sobrii e modesti in confronto agli altri, che con un nuovo stampo hanno fatto nuove chiavi, sotto le quali dicono che è rinchiuso il tesoro della Chiesa; ne parleremo fra poco.

16. Risponderò brevemente a tutti questi punti, tralasciando per ora di definire in base a quale diritto o a quale violenza assoggettano alle loro leggi le anime dei credenti, perché questo sarà esaminato al momento opportuno.

Questo imporre l'obbligo di enumerare tutti i peccati, negandone la remissione senza il fermo proposito di confessarli, e questo precludere l'entrare in paradiso a coloro che, per disprezzo, si sono lasciati sfuggire l'occasione di confessarsi, è assolutamente intollerabile. Come, secondo loro, si potrebbero enumerare tutti i propri peccati se Davide stesso, il quale, come mi pare, aveva lungamente riflettuto alla confessione dei suoi peccati, non poteva fare altro che esclamare: "Chi comprenderà le sue colpe? Signore, purificami dalle colpe che mi sono nascoste " (Sl. 19.13). E in un altro passo: "Le mie iniquità hanno oltrepassato la mia testa, ed hanno superato le mie forze come un pesante fardello " (Sl. 38.5). Certamente egli aveva coscienza di quanto grande sia l'abisso dei nostri peccati e quante specie di misfatti siano nell'uomo; quante teste abbia quel mostro del peccato, e quale lunga coda trascini dietro a se. Non stava dunque a farne un elenco completo, ma dal profondo dei suoi mali gridava a Dio: "Sono sommerso, sepolto, soffocato; le porte dell'inferno mi hanno circondato; la tua destra mi tiri fuori dal pozzo in cui sono annegato e dalla morte nella quale vengo meno".

Chi dunque potrà presumere di saper tenere il conto dei suoi peccati, vedendo che Davide stesso non riesce ad enumerarli?

 

17. Le coscienze delle persone mosse da un qualche sentimento religioso sono state crudelmente tormentate da un tal sistema. Per tener meglio i conti, costoro distinguevano i peccati in braccia, rami, ramoscelli e foglie, secondo le distinzioni dei dottori confessionalisti. Quindi soppesavano le qualità, quantità e circostanze. Dapprima le cose erano tollerabili; ma addentrandosi maggiormente, essi non vedevano che cielo e mare, senza trovare un porto o un rifugio. Più procedevano, più il numero cresceva; anzi si innalzava ai loro occhi simile ad un'altra montagna che toglieva loro la vista, senza lasciar loro scorgere alcuna possibilità di uscirne. Dimoravano pertanto in quell'angoscia il cui unico sbocco era la disperazione.

Allora quei carnefici inumani, per guarire le piaghe da loro procurate, hanno escogitato un rimedio: ciascuno avrebbe fatto quello che poteva, secondo le sue capacità Ma nuove inquietudini pungevano, anzi nuovi tormenti scorticavano le povere anime, quando venivano loro in mente pensieri di questo tipo: non ci ho messo abbastanza tempo; non mi ci sono applicato dovutamente, ho tralasciato qualcosa per noncuranza; la dimenticanza che procede da negligenza non è scusabile.

Come rimedio, per mitigare questi mali, rispondevano: pentiti della tua negligenza; se essa non è troppo grande ti sarà perdonata.

Ma tutte queste cose non possono cicatrizzare la piaga e, più che rimedi per mitigare il male, sono veleni cosparsi di miele, per non ferire, con la loro asprezza il palato, ma ingannare e penetrare fino al cuore prima di essere avvertiti. Questa terribile voce incalza dunque sempre e tuona alle loro orecchie: confessa tutti i tuoi peccati! E l'orrore non può essere placato se non da una consolazione sicura.

Giudichino ora i lettori se è possibile render conto a fine anno di tutto quel che si è fatto e raccontare le colpe commesse giorno per giorno. L'esperienza infatti ci dice che volendo, la sera, passare in rassegna le colpe commesse nella giornata, la memoria si intorbidisce dinanzi a tanta varietà. Non mi riferisco a quegli stupidi ipocriti che ritengono di aver fatto il loro dovere quando hanno annotato tre o quattro misfatti gravi commessi, ma ai veri servitori di Dio i quali, dopo aver onestamente esaminato i loro sbagli, vedendosi afflitti, sanno procedere oltre e concludono con san Giovanni: "Se il nostro cuore ci accusa, Dio è più grande del nostro cuore " (1 Gv. 3.20). Essi stessi tremano dinanzi a quel grande giudice, la cui conoscenza sormonta di molto i nostri sensi.

18. Se la maggioranza della gente si è adattata ai compromessi che addolcivano quel veleno mortale, non è accaduto per avere gli uomini ritenuto che Dio fosse soddisfatto o per essersi loro stessi accontentati; ma come i naviganti, gettando l'ancora in mezzo al mare si riposano dalla fatica del navigare, o come un pellegrino stanco e sul punto di venir meno si siede per strada e si riposa, così essi si giovavano di quella sosta, anche se era insufficiente. Non spenderò molte parole per dimostrare la verità di queste affermazioni, ognuno può testimoniare di se stesso; mi limiterò ad illustrare per sommi capi la natura di quella legge.

 

In primo luogo essa risulta semplicemente inattuabile, sicché non può che perdere, condannare, confondere, mandare in rovina e creare disperazione. Poi, avendo sviato i peccatori da una autentica presa di coscienza dei loro peccati, li rende ipocriti e ignoranti su Dio e su se stessi. Occupandosi infatti soltanto di enumerare i loro peccati, dimenticano il profondo abisso di peccato che hanno in fondo al cuore, le iniquità che son dentro di loro e le sozzure nascoste, la conoscenza delle quali li rendeva consapevoli della loro miseria. Al contrario, la giusta regola della confessione consiste nel confessare e riconoscere in noi un abisso di male tale da soverchiare tutti i nostri sensi. La confessione del pubblicano è formulata secondo quella regola: "Signore, Sii propizio a me peccatore " (Lu 18.13); è come se dicesse: tutto quello che è in me non è altro che peccato, al punto che né il mio pensiero né la mia lingua possono comprenderne l'ampiezza: l'abisso della tua misericordia annulli dunque l'abisso dei miei peccati!

A questo punto qualcuno dirà: non dobbiamo forse confessare ogni singolo peccato? Non vi è dunque altra confessione gradita a Dio se non quella racchiusa in queste tre parole: io sono peccatore? Rispondo che anzi dobbiamo cercare di aprire per quanto possibile tutto il nostro cuore davanti a Dio e non soltanto confessarci peccatori; ma per sapere che siamo veramente tali, riconosciamo con tutte le nostre facoltà quanto è grande e varia la sozzura dei nostri peccati, non soltanto reputandoci immondi, ma considerando l'infinita gamma delle nostre impurità; non limitiamoci a sentirci debitori, ma consideriamo da quanti debiti siamo caricati ed oppressi; non riconosciamoci soltanto feriti, ma guardiamo da quanto gravi e mortali piaghe siamo afflitti.

Quando poi un peccatore si riconoscerà tale davanti a Dio, bisognerà ancora che sia sincero e si persuada che esistono molti altri mali che non riesce ad annoverare, e che la profondità della sua miseria gli impedisce di farne un esame completo e di vederne la fine. Allora esclamerà con Davide: "Chi conoscerà i suoi errori? Signore, purificami da quelli che mi sono occulti " (Sl. 19.13)

Che i peccati siano rimessi soltanto a condizione che sussista il fermo proposito di confessarsi, e che la porta del paradiso sia chiusa a coloro che avranno trascurato questa opportunità, è affermazione che siamo lungi dall'accettare! La remissione dei peccati non è, ora, infatti, diversa da quello che è sempre stata. Di tutti coloro di cui leggiamo che hanno ottenuto da Cristo la remissione dei loro peccati, non è detto che si siano confessati all'orecchio di un qualche signor Giovanni; e non si potevano certo confessare, visto che allora non c'erano né confessori né confessione. Molti anni dopo, questa pratica era ancora sconosciuta. In quel tempo i peccati sono stati rimessi senza la condizione richiesta da costoro.

Non si tratta di una questione dubbia su cui si debba intavolare una discussione; la Parola di Dio, che dimora eternamente, è esplicita: "Tutte le volte che il peccatore si pentirà, dimenticherò tutte le sue iniquità " (Ez. 18.21). Colui che ardisce aggiungere qualcosa a questa parola non vincola i peccati, ma la misericordia di Dio. Non si può giudicare senza conoscere la causa, dicono, e pertanto un prete non può assolvere prima di aver preso conoscenza del male; è facile rispondere: coloro che si sono autonominati giudici usurpano temerariamente questa autorità. È impressionante vedere con quanta presunzione si creano norme che nessuna persona di buon senso può accettare. Si vantano di aver ricevuto l'incarico di legare e slegare, come se si trattasse di una giurisdizione che si può esercitare sotto forma di processo. Che il diritto cui si richiamano sia stato sconosciuto agli Apostoli, tutta la loro dottrina lo afferma ad alta voce e con chiarezza. In realtà non spetta ad un prete sapere con certezza se il peccatore è assolto, ma a colui al quale bisogna chiedere l'assoluzione, cioè a Dio, poiché colui che ascolta non potrà mai sapere se la confessione è fatta nel modo giusto. In tal modo l'assoluzione sarebbe nulla, a meno di limitarne l'applicazione alle parole di colui che si confessa. C'è di più: il movente dell'assoluzione risiede interamente nella fede e nel pentimento di colui che chiede il perdono. Ma queste due cose non possono essere note ad un uomo mortale, incaricato di pronunciarsi. Ne consegue che la certezza di sciogliere e legare non è soggetta alla conoscenza di un giudice terreno. Infatti un ministro della Parola, se esegue dovutamente il suo compito, non può che assolvere sotto condizione, ma l'affermazione seguente è pronunciata a favore dei poveri peccatori: quello che avrete perdonato sulla terra sarà perdonato in cielo, affinché non dubitino che la grazia loro promessa dal comandamento di Dio sarà ratificata in cielo.

19. Non fa dunque meraviglia se respingiamo la confessione auricolare, invenzione così scellerata e nociva alla Chiesa. E quand'anche fosse indifferente, visto che non reca alcun frutto e alcun giovamento, ma è stata causa di tanti errori, sacrilegi e atti di empietà, chi non sarebbe favorevole alla sua abolizione?

È pur vero che essi enumerano alcuni vantaggi che ne derivano, e danno loro il maggior risalto possibile; ma sono tutti o inventati o insignificanti. Sottolineano, gli altri in particolare, il sentimento di vergogna di colui che si confessa, pena pungente che lo rende più accorto per il futuro, facendogli prevenire il castigo di Dio Cl. punirsi da solo. Forse che non suscitiamo nell'uomo un sentimento di vergogna abbastanza grande, citandolo in quell'alto tribunale celeste e di fronte al giudizio di Dio; d'altra parte che risultato si ottiene smettendo di peccare perché ci vergogniamo davanti ad un uomo, senza vergognarci affatto di avere Dio come testimone della nostra cattiva coscienza! Perfino le loro parole sono false. Infatti si osserva comunemente che gli uomini non si concedono così grande ardimento né licenza di compiere il male se non quando, confessatisi al prete, ritengono di potersi giustificare e dire che non hanno fatto nulla. Non solo divengono più arditi nel peccare tutto l'anno, ma privi di ogni preoccupazione di confessarsi per il resto dell'anno e privi del desiderio di rivolgersi a Dio, non si esaminano mai, ma accumulano peccati su peccati fino al momento in cui, come pare loro, li scaricano tutti in una sola volta. Quando li hanno scaricati si considerano liberi dal loro fardello e dal giudizio di Dio, che hanno trasferito sul prete; pensano di aver fatto in modo che Dio abbia dimenticato quello che hanno reso noto al prete.

Inoltre, chi si rallegra di veder arrivare il giorno della confessione? Chi ci va con cuore sincero, e non piuttosto suo malgrado e per forza, come se lo si trascinasse in prigione per il bavero? Una eccezione forse è rappresentata dai preti, che si dilettano nel raccontarsi gli uni gli altri i loro fatti, come se narrassero barzellette.

Non sporcherò molta carta per elencare le orribili abominazioni di cui è piena la confessione auricolare. Mi limito a dire che se quel sant'uomo di Nettario (di cui abbiamo parlato prima) non ha agito da sconsiderato sopprimendo questo tipo di confessione dalla sua Chiesa, anzi abolendone ogni ricordo a motivo di una semplice diceria di adulterio, siamo oggi autorizzati a fare altrettanto a causa delle infinite ruffianerie, dissolutezze, adulterii e incesti che ne derivano.

 

20. Poiché mettono avanti il potere delle chiavi e in esse ripongono tutta la forza del loro dominio, dobbiamo vedere che valore ha questo potere. Le chiavi, dicono dunque, sarebbero state date senza motivo? Sarebbe stato detto senza ragione: "Tutto quel che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto in cielo "? (Mt. 18.18). Rendiamo forse vana la parola di Cristo?

Certo il potere delle chiavi fu dato a ragion veduta; l'ho già dimostrato in parte poco fa, e lo esporrò meglio trattando della scomunica. Ma che accadrà se con un solo taglio pongo fine a tutte queste domande, negando che i loro preti siano i vicari ed i successori degli Apostoli? Ma ritorneremo ancora su questo punto. Con questo argomento di cui si vogliono munire, stanno invece costruendo una macchina che rovescia tutte le loro difese, poiché Cristo non ha concesso ai suoi apostoli la potenza di sciogliere e legare, prima di aver dato loro lo Spirito Santo (Gv. 20.22.23). Contesto dunque che il potere delle chiavi appartenga a persona diversa da quella che ha ricevuto lo Spirito Santo; contesto che qualcuno possa servirsi delle chiavi, se lo Spirito Santo non lo guida e non gli insegna quel che bisogna fare. Si vantano di avere lo Spirito Santo, ma lo smentiscono con le loro azioni. A meno che per caso non pensino che lo Spirito Santo sia una cosa vana e nulla, come vogliono far credere; in quel caso non si presterà loro fede.

Questo argomento li annienta. Di qualunque porta si vantino infatti possedere la chiave, possiamo sempre chiedere loro se hanno lo Spirito Santo che dirige e modera l'uso delle chiavi. Se rispondono di averlo, bisogna di nuovo chiedere loro se lo Spirito Santo può sbagliare. E non oseranno confessarlo apertamente, sebbene lo ammettano indirettamente con il loro insegnamento. Dovremo dunque concludere che nessun prete ha il potere delle chiavi, poiché temerariamente e senza discernimento legano coloro che il nostro Signore voleva fossero liberati e liberano coloro che voleva fossero legati.

21. Quando risulta evidente dell'esperienza che, indifferentemente, legano e sciolgono i degni e gli indegni, rivendicano quel potere indipendentemente dalla conoscenza. E per quanto non osino negare che la conoscenza è richiesta per farne buon uso, tuttavia insegnano che quel potere è conferito anche a coloro che lo esercitano in modo errato. Dato però che il potere consiste in questo: "Quello che avrai legato o sciolto sulla terra sarà legato e sciolto nei cieli ", o la promessa di Gesù Cristo è falsa, oppure bisogna che coloro che ricevono un tal potere leghino e sciolgano in modo giusto. E non possono tergiversare dicendo che la promessa di Cristo è limitata a seconda dei meriti di colui che è legato o sciolto.

Certo anche noi riconosciamo, per parte nostra, che nessuno può essere legato o sciolto se non chi ne è degno. Ma i messaggeri dell'Evangelo e la Chiesa dispongono della Parola per valutare questa dignità. È per mezzo di questa Parola che i messaggeri dell'Evangelo possono promettere a tutti la remissione dei peccati in Cristo, per fede, e possono notificare la condanna a tutti, e su tutti coloro che non avranno accolto Cristo. Nel nome di questa Parola la Chiesa afferma che tutti i debosciati, gli adulteri, i ladri, gli omicidi, gli avari, gli iniqui non erediteranno il Regno di Dio (1 Co. 6.9) , e li lega con fortissimi lacci. Sciogliendo nel nome di questa Parola coloro che si pentono essa li consola.

 

 

CAPITOLO 4/b

Che potere è mai questo ignorare ciò che è da legare o da sciogliere, visto che non si può legare o sciogliere se non lo si sa? Perché dunque affermano di dare l'assoluzione per una autorità che è loro concessa, se l'assoluzione è incerta? A che serve questo potere immaginario, il cui uso è nullo? Questo è già dimostrato: o è interamente nullo, o è così incerto da dover esser ritenuto nullo. Poiché infatti riconoscono che la maggior parte dei preti non si serve rettamente delle chiavi e che, d'altra parte, il potere delle chiavi è nullo se non viene usato in modo legittimo, chi mi garantisce che chi mi assolve si valga rettamente di questo potere? E se questo non fosse il caso, che altro potrebbe dire oltre una frivola assoluzione di questo tipo: non so che cosa sia da legare o da sciogliere in te, visto che non ho alcun uso delle chiavi; ma se tu lo meriti, io ti assolvo? Potrebbe fare altrettanto, non dico un laico, poiché ciò li irriterebbe troppo, ma un turco o un diavolo. Questo, infatti, equivale a dire: non ho la Parola di Dio, che è la norma sicura per legare o sciogliere; ma mi è data autorità di assolverti, se tu lo meriti.

Risulta chiaro, a questo punto, il fine cui miravano quando hanno deciso che le chiavi rappresentano l'autorità di discernere e il potere di eseguire, e che la conoscenza interviene come consigliera, perché si faccia buon uso di un tal potere: essi cioè hanno voluto regnare licenziosamente e con intemperanza, senza Dio e senza la sua Parola.

22. Si potrebbe obiettare che i veri ministri e pastori eserciteranno il loro ufficio nella stessa incertezza, visto che l'assoluzione, legata alla fede, sarà sempre dubbiosa e che pertanto sarà un sollievo molto piccolo se non nullo, per i peccatori, l'essere assolti da uno che, non potendo giudicare sufficientemente della loro fede, non è certo della loro assoluzione; la risposta è pronta

I papisti, dicendo che un prete non può perdonare i peccati senza esserne venuto a conoscenza, fanno dipendere la remissione dal giudizio e dall'esame di un uomo mortale: se costui non discerne con saggezza chi è degno di ottenere il perdono e chi non lo è, il suo operato è privo di serietà e di valore. In sostanza, il potere che si attribuiscono è una giurisdizione congiunta ad un esame dal quale fanno dipendere l'assoluzione. Manca però in questo un elemento di sicurezza, c'è solo un profondo abisso, atteso che, se la confessione non è totale, la speranza di ottenere grazia sarà rimpicciolita e annullata. D'altro canto, il prete esiterà, non sapendo se il peccatore è veritiero o no nel raccontare le sue colpe. Inoltre, i preti danno prova di una tal ignoranza e idiozia, che la maggior parte è idonea all'esercizio di questo compito quanto lo sarebbe un ciabattino ad arare i campi; gli altri, poi, hanno validi motivi per essere sospetti a loro stessi. Insomma, le nostre riserve e perplessità di fronte all'assoluzione papale risiedono nel fatto che vogliono fondarla sulla persona del prete e, in più, sulla sua conoscenza, tant'è vero che giudica soltanto delle cose che gli sono riferite, di cui è bene informato.

Se si chiede a questi bravi dottori se un peccatore è riconciliato con Dio quando è assolto da una parte dei suoi peccati, non vedo che altro potrebbero rispondere, se non riconoscere che, mentre i peccati dimenticati o omessi da colui che si confessa rimangono da perdonare? tutto quel che il prete dice quanto all'assoluzione dei peccati da lui uditi, è inutile. Quanto a colui che si confessa, sappiamo in quale distretta e angoscia la sua coscienza rimane legata quando, fondandosi sul discernimento del prete, non dispone di alcuna certezza proveniente dalla Parola di Dio.

 

Il nostro insegnamento non è per nulla soggetto a tali assurdità. L'assoluzione è condizionata: il peccatore deve esser certo che Dio gli è propizio, a condizione che egli cerchi senza fingere l'espiazione dei suoi peccati nel sacrificio di Gesù Cristo, e che si appoggi sulla grazia che gli è offerta. Così facendo, il pastore che rende pubblico, secondo il compito che gli è proprio, quel che gli è stato dettato dalla Parola di Dio, non può sbagliare; dal canto suo, il peccatore riceve un'assoluzione esplicita e certa, in quanto gli è semplicemente proposto di accogliere la grazia di Gesù Cristo secondo la regola generale di questo buon Maestro, malvagiamente violata dal papato: che a ciascuno sia fatto secondo la sua fede (Mt. 9.29).

23. Ho promesso di esporre altrove quanto grossolanamente, a proposito del potere delle chiavi, essi confondano quello che nella Scrittura è distinto: sarà più opportuno parlarne quando tratterò della Chiesa. Ma siano i lettori avvertiti che quel che è detto, parte sulla predicazione dell'Evangelo, parte sulla scomunica, e impropriamente e scioccamente applicato alla confessione segreta. Così quando affermano che agli Apostoli è stata data l'autorità di sciogliere, affinché i preti perdonino i peccati di cui saranno informati, enunciano un principio falso ed inconsistente. Poiché l'assoluzione che concerne la fede, altro non è se non una dichiarazione tratta dalle promesse gratuite dell'Evangelo, per annunciare ai peccatori che Dio ha fatto loro grazia. Invece l'assoluzione che rientra nell'ambito della disciplina della Chiesa, non concerne i peccati segreti, ma serve di esempio affinché lo scandalo pubblico sia eliminato.

Il loro affannarsi a raccogliere di qua e di là testi scritturali per dimostrare che non basta confessare i propri peccati a Dio, o ai laici, è fatica così malspesa che dovrebbero provarne gran vergogna. Se, talvolta, gli antichi dottori esortano i peccatori a confessare le loro colpe ai loro pastori per esserne sollevati, con questo non li costringono affatto a farne una enumerazione: questo non era l'uso di allora. Il Maestro delle Sentenze e i suoi simili sono invece così perversi, che sembrano aver deliberatamente attinto a libri di attribuzione incerta per trarne argomenti per ingannare i semplici.

È giusto, da parte loro, riconoscere che, l'assoluzione essendo sempre connessa al pentimento, a rigor di termini il legame della condanna è sciolto quando il peccatore è compunto nel vivo, anche se non si è ancora confessato; da quel momento il prete, più che rimettere i peccati, si limita ad affermare e dichiarare che sono rimessi. Ma Cl. termine "dichiarare ", reintroducono un errore: sostituiscono cioè alla dottrina il rito di fare una croce sulla schiena.

L'aggiungere, come sono soliti fare, che chi aveva già ottenuto il perdono davanti a Dio è ora assolto dalla Chiesa, è assurdo, in quanto estendono ad ognuno in particolare quel che è stato stabilito soltanto per la disciplina comune della Chiesa, al fine di porre rimedio agli scandali noti.

Infine pervertono e corrompono tutta la moderazione di cui si erano valsi, aggiungendo subito dopo un altro modo di rimettere i peccati: imponendo cioè una pena e un'espiazione. Autorizzano così i loro preti a dividere in due quello che Dio promette per intero. Visto che egli richiede semplicemente il ravvedimento e la fede, è sacrilego dire che bisogna aggiungere ancora qualcosa. È come se i preti si facessero controllori di Dio e si opponessero alla sua Parola, non tollerando che egli accolga per sua pura generosità i poveri peccatori, a meno che non siano prima comparsi davanti al banco degli accusatori per esservi puniti.

24. In sostanza, se vogliamo fare Dio autore di questa confessione falsamente inventata, la loro menzogna sarà presto scoperta, così come ho dimostrato falsa l'esegesi di alcuni passi da loro citati. Poiché è chiaro che si tratta di una legge creata dagli uomini, affermo che essa è tirannica e che considerandola valida si è recata grave offesa a Dio il quale, vincolando le coscienze alla sua Parola, le ha volute libere dal giogo e dal dominio degli uomini.

Per di più quando, per ottenere il perdono, si rende obbligatoria una cosa lasciata libera da Dio, dico che si tratta di un sacrilegio intollerabile, poiché nulla si addice meglio a Dio del perdonare i peccati; questo è il fondamento della nostra salvezza.

Ho anche detto che una tal tirannia è stata imposta al tempo in cui il mondo soggiaceva ad un'incredibile barbarie. Ho inoltre dimostrato che questa legge è mortale come la peste: se le povere anime sono infatti mosse dal timor di Dio, essa le precipita nella disperazione; ma se sono assopite le inebetisce maggiormente, ingannandole con vane lusinghe.

Infine ho messo in evidenza il fatto che, per quanto cerchino di addolcire, il loro discorso tende a confondere, oscurare e corrompere la pura dottrina, e a mascherare o travestire le loro empietà con apparenze illusorie.

25. Danno all'espiazione il terzo posto nella penitenza; ma tutto quel che cianciano intorno ad essa può essere annullato con una sola parola.

Non è sufficiente secondo loro che il penitente si astenga dai mali passati ed emendi la propria vita, occorre che espii davanti a Dio il male commesso. Stabiliscono dunque molti mezzi per riscattare i peccati: lacrime, digiuni, oblazioni, elemosine ed altre opere di carità, per mezzo delle quali dicono che dobbiamo placare Dio, pagare quel che è dovuto alla sua giustizia, rimediare ai nostri errori e acquistare il perdono. Sebbene, infatti, il nostro Signore, per la generosità della sua misericordia, ci abbia perdonato la colpa, tuttavia, per il rigore della sua giustizia, egli lascia sussistere la pena, che bisogna riscattare per mezzo dell'espiazione. In conclusione, otteniamo sì il perdono dei nostri peccati in virtù della clemenza di Dio, ma per merito delle nostre opere, le quali compensano gli sbagli commessi, in modo che la giustizia di Dio sia soddisfatta.

A simili menzogne oppongo la remissione gratuita dei peccati, chiaramente enunciata nella Scrittura (Is. 52.3; Ro 5.8; Cl. 2.14; Tt 3.5). Anzitutto che cos'è la remissione, se non un dono di pura generosità? Un creditore non rimette un debito quando esibisce una ricevuta che ne certifica il pagamento; lo rimette quando, non ricevendo nulla, cancella il debito con generosità e franchezza.

E perché la Scrittura aggiungerebbe "gratuitamente ", se non per togliere ogni desiderio di espiazione? Con quale faccia tosta osano dunque rimettere in piedi le loro espiazioni così esplicita mente annullate? Quando il Signore grida, per bocca di Isaia: "Sono io, sono io che cancello le tue iniquità per amor di me stesso, e scorderò i tuoi peccati " (Is. 43.25) , non afferma forse con chiarezza che la causa e il fondamento di una tal remissione proviene dalla sua sola bontà?

 

Inoltre, quando la Scrittura intera attesta che bisogna ricevere la remissione dei peccati nel nome di Cristo (At. 10.43) , non esclude forse ogni altro nome? Come insegnano dunque a riceverla nel nome delle loro espiazioni? Non credano di cavarsela dicendo che queste rappresentano i mezzi per ricevere la remissione, la quale tuttavia non avviene nel loro nome ma nel nome di Cristo. Quando la Scrittura dice nel nome di Cristo, intende dire che il nostro contributo e le nostre pretese sono nulle, e che siamo purificati per amore del solo Cristo. Così san Paolo, affermando che Dio riconciliava a se il mondo, nel suo Figlio e per amore di lui, non imputando i peccati agli uomini, aggiunge subito in che modo, dicendo che colui il quale non ha conosciuto il peccato è stato fatto peccato per noi (2 Co. 5.19).

26. A questo punto replicano, con l'abituale perversità, che la riconciliazione e la remissione sono date una volta al momento in cui siamo ricevuti da Cristo nella grazia del battesimo; ma che se dopo il battesimo ricadiamo, ci dobbiamo rialzare riparando le nostre colpe: in ciò il sangue di Cristo non ci giova affatto, se non nella misura in cui ci è amministrato dalle chiavi della Chiesa. Non mi riferisco qui ad un insegnamento incerto, dato che dichiarano apertamente la loro empietà su questo punto: la loro empietà è esplicitamente affermata e non solo da alcuni di loro, ma da tutte le loro scuole. Il loro maestro, dopo aver ammesso, secondo quanto dice san Pietro, che Cristo ha pagato sulla croce il debito dei nostri peccati (1 Pi. 2.24) , corregge subito questa affermazione mediante un'eccezione, che cioè nel battesimo tutte le pene temporali dei peccati ci sono condonate, ma dopo il battesimo esse sono diminuite per mezzo della penitenza; così facendo, la croce di Cristo e la nostra penitenza cooperano insieme.

Le parole di san Giovanni sono ben diverse: "Se qualcuno "dice "ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo; egli è la propiziazione per i nostri peccati (1 Gv. 2.2.12). Certo, egli si rivolge ai credenti e quando propone loro Gesù Cristo come propiziazione dei peccati, fa vedere che non vi è altra espiazione capace di placare l'offesa a Dio. Non dice: Dio vi è stato una volta riconciliato per mezzo di Cristo, ora cercate altri mezzi per riconciliarvi; ma lo considera perenne avvocato, che per la sua intercessione ci riconduce sempre nella grazia del Padre, e perenne propiziazione, dalla quale i peccati sono continuamente purificati. L'affermazione di Giovanni Battista permane valida: Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati dal mondo " (Gv. 1.30. È lui, dico, che li toglie, non un altro; essendo l'agnello di Dio, egli è anche la sola oblazione, purificazione e espiazione per i peccati. Come il diritto e l'autorità di perdonare i peccati sono giustamente attribuiti al Padre, così Gesù Cristo è menzionato al secondo posto quale mezzo, in quanto ha portato su di se la pena che ci spettava, per cancellare davanti a Dio il ricordo delle nostre offese. Ne consegue che non possiamo essere partecipi dell'espiazione da lui compiuta se non riconoscendogli, per intero, l'onore che invece gli sottraggono coloro che tentano di placare Dio con i loro meriti.

27. Dobbiamo, a questo punto, considerare due cose. Anzitutto, l'onore che spetta a Cristo, gli deve essere conservato per intero. In secondo luogo, le coscienze, certe del perdono dei loro peccati, devono aver pace con Dio. Isaia afferma che il Padre ha caricato sul Figlio suo le iniquità di noi tutti, affinché fossimo guariti dalla sua piaga (Is. 53.4.6). San Pietro lo ripete in altri termini, dicendo che Cristo ha portato nel suo corpo, sulla croce, tutti i nostri peccati (1 Pi. 2.24). San Paolo insegna che il peccato è stato condannato nella sua carne, quando Cristo è stato fatto peccato per noi (Ro 8.3; Ga .3.13); cioè tutta la forza e la maledizione del peccato è stata uccIs. nella sua carne, quando è stato dato per noi in sacrificio; su di lui fu gettato tutto il fardello dei peccati, con la maledizione, l'esecrazione, il giudizio di Dio e la condanna di morte che gli sono connessi. Qui non c'è traccia di quelle favole e menzogne secondo cui, dopo la purificazione iniziale del battesimo, nessuno di noi è partecipe dell'efficacia della morte di Cristo se non in quanto espia, con la penitenza, i suoi peccati. La Scrittura invece ci riconduce, ogniqualvolta abbiamo peccato, all'unica espiazione compiuta da Cristo. Consideriamo dunque maledetta la loro dottrina, secondo cui la grazia di Dio opera soltanto nella remissione iniziale; se in seguito ci accade di peccare, le nostre opere devono cooperare per ottenere il perdono. Se questo fosse vero, come potrebbero riferirsi a Cristo le testimonianze che abbiamo citate? C'è un'enorme differenza fra il dire che le nostre iniquità sono state attribuite a Cristo, perché siano cancellate in lui, e il dire che sono purificate dalle nostre opere; che Cristo è la propiziazione per i nostri peccati, e che dobbiamo placare Dio con le nostre opere.

Se si tratta di dar riposo alla coscienza, costituisce forse per essa motivo di tranquillità l'udire che bisogna riscattare i peccati mediante l'espiazione? Quando potrà essere certa di aver riparato nel modo dovuto? Dubiterà sempre del favore divino e sarà perennemente tormentata e assalita dalla paura. Coloro infatti che si accontentano di facili riparazioni disprezzano gravemente la giustizia di Dio e non considerano abbastanza quanto sia grave la colpa del peccato, come diremo altrove. Se anche concedessimo loro che alcuni peccati possono essere riscattati da un giusto atto riparatore, che cosa farebbero tuttavia di fronte al carico che li opprime, se cento vite interamente dedicate a ciò non potrebbero bastare a compensare questi peccati?

Vi è ancora un altro punto: tutti i passi che sottolineano il carattere gratuito del perdono di Dio non si rivolgono a gente non ancora battezzata, ma ai figli di Dio, rigenerati e a lungo nutriti in seno alla Chiesa. L'appello a cui san Paolo conferisce tanta importanza, dicendo: "Vi prego, nel nome di Dio, riconciliatevi con Dio " (2 Co. 5.20) , non è per gli estranei ma per coloro che già da lungo tempo avevano avuto familiarità con la Chiesa. Annullando ogni atto riparatore e ordinando loro di astenersene, con questo appello li rimanda alla croce di Cristo. Parimenti quel che san Paolo scrive ai fratelli di Colosse, che Gesù Cristo ha riconciliato Cl. suo sangue quel che era in cielo e sulla terra (Cl. 1.20) , non si limita all'istante in cui siamo accolti nella Chiesa, ma si estende a tutto il corso della fede. L'affermazione è meglio illuminata dal contesto, laddove è detto che i credenti ottengono redenzione, cioè remissione dei loro peccati, per mezzo del sangue di Cristo. Ma è superfluo raccogliere testimonianze reperibili ovunque.

28. Per giustificarsi ricorrono ad una distinzione priva di senso: fra i peccati, alcuni sarebbero mortali, altri veniali; per i primi è richiesto un importante atto riparatore, mentre i secondi possono essere espiati con facili rimedi quali l'orazione domenicale, l'acqua santa e l'assoluzione della messa. In questo modo si prendono gioco e si beffano di Dio. Ma sebbene abbiano del continuo sulle labbra i nomi di peccato mortale e veniale, tuttavia non hanno ancora saputo distinguere l'uno dall'altro, se non facendo dell'empietà e della impurità del cuore umano (che è, davanti a Dio, il peccato più orribile) un peccato veniale.

 

Per parte nostra affermiamo invece, secondo quanto ci insegna la Scrittura (che è la regola del bene e del male) , che il salario del peccato è la morte e che l'anima che avrà peccato è degna di morte. Per il resto, insegniamo che i peccati dei credenti sono da considerarsi veniali; non nel senso che non meritino la morte, ma per il fatto che in virtù della misericordia di Dio non vi è alcuna condanna su coloro che sono in Gesù Cristo, in quanto i loro peccati non sono loro imputati, ma cancellati per grazia.

So quanto calunnino una tal dottrina, dicendo che si tratta del "paradosso degli Stoici ", i quali mettevano sullo stesso piano tutti i peccati. Saranno però facilmente convinti in base alle loro stesse tesi. Chiedo se fra i peccati che considerano mortali non ne riconoscono uno più grande dell'altro. Ne deriva dunque che i peccati non sono equivalenti, pur essendo ugualmente mortali. Se la Scrittura stabilisce che la morte è il salario del peccato, essi non possono sfuggire a questa affermazione, poiché l'obbedienza alla Legge è la via della vita mentre la trasgressione è morte. Quale scappatoia troveranno dunque per espiare una simile moltitudine di peccati? Se non è possibile in un giorno espiare un peccato, nel momento in cui cercheranno di farlo ne commetteranno parecchi altri, visto che non passa giorno senza che il giusto pecchi parecchie volte. E quando vorranno espiare parecchi peccati, ne commetteranno un numero ancora maggiore, fino a giungere ad un abisso senza fondo. E con questo mi riferisco agli uomini più giusti. Ecco svanire così la fiducia di poter compensare i peccati commessi. Che altro pensano o aspettano? Come osano ancora parlare di riparazione?

29. Fanno di tutto per cavarsi d'impiccio, ma non riescono. Distinguono fra pena e colpa riconoscendo che quest'ultima è rimessa dalla misericordia di Dio, rimane però la pena, che la giustizia di Dio richiede sia pagata; gli atti riparatori concernono perciò la remissione della pena.

Come è possibile essere così superficiali? Ora la remissione della colpa diventa gratuita, mentre in altra sede raccomandano di meritarla con preghiere, lacrime ed altre preparazioni. Tutto l'insegnamento della Scrittura si oppone esplicitamente a questa distinzione e quantunque pensi che tutto questo è stato molto ben dimostrato in precedenza, citerò ancora qualche testimonianza in grado, come spero, di uccidere del tutto questi serpenti, sì che non possano più muovere nemmeno la punta della coda.

Geremia dice: "Questo è il nuovo patto che Dio ha stipulato con noi nel suo Cristo: egli non si ricorderà più delle nostre iniquità " (Gr. 31.31.34). L'altro profeta ci insegna quel che intende il Signore quando dice: "Se il giusto abbandona la via della sua giustizia, dimenticherò tutti i suoi atti giusti. Se il peccatore si allontana dalla sua iniquità, dimenticherò tutte le sue colpe " (Ez. 18.24.27). Dicendo che non si ricorderà più degli atti giusti, vuol dire che non avrà alcun riguardo per le buone opere, per remunerarle. Al contrario, il non ricordarsi dei peccati significa non punirli. Questo è detto anche in altri passi: "Gettarli dietro la schiena (Is. 38.17) , cancellarli come una nuvola (Is. 44.22) , gettarli nel profondo del mare (Mic 7.19) , non imputarli e tenerli nascosti " (Sl. 32.1). Con questi modi di dire, lo Spirito Santo ci rivela abbastanza chiaramente quel che intende, se siamo docili nell'ascoltarlo. Certo, se Dio punisce i peccati li imputa; se ne fa vendetta, se li ricorda; se li chiama in giudizio, non li tiene nascosti; se li esamina, non li mette dietro la schiena; se li guarda, non li ha cancellati come una nube; se li mette avanti, non li ha gettati in fondo al mare.

 

Sant'Agostino l'interpreta chiaramente in questo modo: "Se Dio ha nascosto i peccati ", dice "non ha voluto guardarli; se non li ha voluti guardare, non ha voluto farci caso; se non ha voluto farci caso, non li ha voluti punire; non li ha voluti riconoscere ed ha preferito perdonarteli. Perché dunque è detto che i peccati sono nascosti? Affinché non appaiano. E che significa che Dio non vede i peccati, se non che non li punisce? ".

Ascoltiamo ora, da un altro passo del Profeta, in che modo e a quale condizione il Signore perdona i peccati: "Se i vostri peccati, "dice "fossero come porpora, saranno resi bianchi come neve; se sono rossi come la cocciniglia, diventeranno bianchi come lana " (Is. 1.18). In Geremia è detto: "In quel giorno si cercherà l'iniquità di Giacobbe, ma non sarà trovata. Essa infatti verrà annullata, in quanto farò grazia al residuo santo, da me protetto " (Gr. 50.20).

Per intendere il senso di queste parole si considerino, al contrario, altre affermazioni con cui il Signore dice che lega le iniquità in un sacco (Gb. 14.17) , che le piega in un fascio (Ho 13.12) , che le incide con una punta di ferro su una durissima pietra (Gr. 17.1). Certo, se bisogna dire che il Signore punirà (e su questo non c'è dubbio) , non bisogna d'altra parte mettere in dubbio che le prime affermazioni promettono che Dio non punirà le colpe che avrà perdonato. Devo a questo punto invitare i lettori non a prestare ascolto alle mie glosse, ma a far posto alla Parola di Dio.

30. Che cosa ci avrebbe recato Cristo, se per i nostri peccati fosse sempre richiesta la pena? Quando diciamo che ha portato nel suo corpo, sul legno della croce, tutti i nostri peccati, non intendiamo dire altro se non che egli ha preso su di se tutta la pena e la vendetta dovuta ai nostri peccati. Isaia lo esprime nel modo più esplicito, affermando che la punizione o la correzione che ci dà pace hanno pesato su di lui (Is. 53.5). E che cos'è la correzione che ci dà pace, se non la punizione dovuta ai nostri peccati, e che dovevamo assolvere prima di poter essere riconciliati con Dio, se Cristo non l'avesse assolta al posto nostro? Vediamo qui con evidenza che Cristo ha sofferto le pene dei peccati per liberarne i suoi. Quando san Paolo cita la redenzione compiuta da Cristo, la chiama comunemente in greco apolutrosis (Ro 3.24;1 Co. 1.30; Ef. 1.7; Cl. 1.14) , termine che non soltanto significa redenzione, come intende l'uomo comune, ma il prezzo e l'espiazione che in francese chiamiamo rançon. Per questo motivo, afferma che Cristo si è fatto prezzo di riscatto per noi (1 Ti. 2.6) , che cioè si è costituito garante al nostro posto onde liberarci pienamente da tutti i debiti dei nostri peccati. "Che cos'è la propiziazione verso Dio "dice sant'Agostino "se non sacrificio? E qual è il sacrificio, se non quello che è stato offerto nella morte di Cristo? ".

Un valido argomento è rappresentato soprattutto dalle norme della legge mosaica sulle modalità dell'espiazione, cioè della riparazione dei peccati. Il Signore, infatti, non ne indica molte forme, ma stabilisce come sola ricompensa i sacrifici, pur enumerando, con diligente ordine, tutti i sacrifici che si dovevano fare, a seconda della diversità dei peccati. Che cosa significa dunque che non sono ordinati al peccatore, per ottenere il perdono, atti riparatori costituiti da buone opere e meriti, ma che gli è richiesto, per ogni espiazione, di compiere un sacrificio? Che significa se non che, così facendo, vuole attestare che c'è un solo tipo di espiazione da cui la sua giustizia sia placata? Poiché i sacrifici che gli Israeliti immolavano allora, non erano considerati opera d'uomo ma derivavano il loro valore dalla verità che annunciavano profeticamente, cioè dall'unico sacrificio di Cristo.

Riguardo alla riparazione che Dio riceve da noi, il profeta Osea l'ha riassunta molto bene in una parola, dicendo: "Signore, tu abolirai tutte le nostre iniquità ": questa è la remissione dei peccati. "E ti renderemo dei sacrifici con le nostre labbra " (Ho 14.3). Questa è l'espiazione, che non è altro se non rendimento di grazie.

So bene che c'è un altro sofisma per sfuggire: si distingue fra punizione eterna e punizioni temporanee. Il pretendere che, ad eccezione della morte eterna, ogni male ed avversità che soffriamo nei nostri corpi come nelle nostre anime, è una punizione temporale, non è grande scappatoia. Infatti i passi citati dimostrano, in particolare, che Dio ci accoglie nella sua grazia a questa condizione, che rimettendoci la colpa, ci libera anche dall'intera punizione che meritavamo. Ogniqualvolta Davide ed i profeti chiedono a Dio perdono dei loro peccati, chiedono pure che sia perdonata loro la pena; anche la paura del giudizio di Dio li spinge a ciò. D'altra parte, quando i passi della Scrittura promettono che Dio userà misericordia, si soffermano apertamente e quasi in modo deliberato sull'affermazione che egli condonerà la punizione. Quando Dio promette per bocca di Ezechiele di ritirare il suo popolo dalla prigionia di Babilonia, per amor di se stesso e non a motivo del popolo (Ez. 36.21.32) , mette in evidenza il fatto che questo è gratuito. Infine, se Cristo ci libera dal giudizio di Dio suo Padre, onde non siamo più considerati colpevoli, ne deriva che contemporaneamente vengono meno le pene a cui eravamo soggetti.

31. Per parte loro si prevalgono di affermazioni della Scrittura, vediamo dunque quali sono i loro argomenti.

Davide, dicono, rimproverato dal profeta Nathan per il suo adulterio e per il suo omicidio, riceve il perdono del suo peccato, ma è in seguito punito con la morte di quel figlio, nato dal suo adulterio (2 Re 12.13). Ci è pure insegnato, dicono, a riscattare con atti riparatori le pene e le punizioni che dovremmo sopportare dopo la remissione dei nostri peccati. Infatti Daniele esortava Nabucodonosor a riscattare i suoi peccati facendo elemosine (Da 4.24); Salomone scrive che le iniquità sono condonate all'uomo, a causa della sua giustizia e della sua pietà; e che la moltitudine dei peccati è coperta dalla carità (Pr 16.6; 10.12) : affermazione confermata pure da san Pietro (1 Pi. 4.8). In san Luca, il nostro Signore dice, della donna peccatrice, che parecchi peccati le erano stati perdonati perché ella aveva molto amato (Lu 7.47).

Con che mente contorta sono soliti considerare le opere di Dio! Se, al contrario, avessero tenuto presente quel che non si deve sottovalutare, che cioè ci sono due tipi di giudizio divino, avrebbero visto, in quella correzione di Davide, ben altro che vendetta o punizione del peccato. Ci è molto utile capire a quale scopo tendono i castighi che Dio ci manda per correggere i nostri peccati e quanto differiscono dalle punizioni che manda sui reprobi; non sarà dunque superfluo, penso, soffermarci brevemente su questo punto.

Definiamo genericamente ogni punizione Cl. termine "giudizio ", distinguendo però due casi: il giudizio di vendetta e il giudizio di correzione. Cl. giudizio di vendetta, il Signore punisce i suoi nemici in modo tale da manifestare la sua collera contro di loro per perderli, distruggerli e annientarli. C'è dunque vendetta di Dio quando la punizione che manda è congiunta alla sua collera. Cl. giudizio di correzione invece non punisce perché adirato e non castiga per perdere o confondere: perciò non si può propriamente parlare di "vendetta ", ma di "ammonimento "o "rimostranza ". Un atteggiamento è caratteristico di un giudice, l'altro di un padre. Infatti il giudice, Cl. punire un malfattore, ne punisce la colpa ed il misfatto; un padre, Cl. correggere suo figlio, non tende al fine di trarre vendetta da quell'errore, ma piuttosto cerca di ammaestrarlo e di renderlo più attento in avvenire.

Crisostomo si vale di quel paragone in un senso un po' diverso, ma giunge alla medesima conclusione: "Il figlio è battuto "dice "come il servo; ma questa azione punisce il servo perché ha sbagliato e questi riceve quel che ha meritato; il figlio invece è castigato con una disciplina amichevole. Il castigo è somministrato al figlio per correggerlo e ricondurlo sulla giusta via; il servo riceve quel che ha meritato perché il padrone è indignato contro di lui ".

32. Ma per capire più facilmente il tutto, dobbiamo fare due distinzioni.

La prima è che dovunque la punizione tende alla vendetta, là si rivelano la collera e la maledizione di Dio, che egli non rivolge mai sui suoi credenti. Al contrario, la correzione è una benedizione di Dio ed una testimonianza del suo amore, come dice la Scrittura (Gb. 5.17; Pr 3.2; Eb. 12.5).

Questa differenza è spesso sottolineata. Poiché tutte le afflizioni che gli iniqui sopportano in questo mondo sono, per loro, simili ad una porta d'ingresso all'inferno, attraverso la quale scorgono in lontananza la loro condanna eterna; lungi dall'essere mezzo per emendarsi o trarne qualche frutto, è il modo con cui il nostro Signore li prepara a ricevere l'orribile pena che alla fine li aspetta.

Al contrario, il Signore castiga i suoi servi, ma non per condannarli a morte. Colpiti dalle sue verghe, riconoscono che questo è per loro un utile insegnamento (Sl. 118.18; 119.71). Perciò, mentre i credenti hanno sempre ricevuto con pazienza e con animo sereno un castigo di questo tipo, hanno sempre avuto in orrore punizioni che rivelassero loro la collera di Dio. "Castigami, Signore "dice Geremia "ma per emendarmi e non nella tua ira, perché temo di essere sopraffatto, ecc. Spandi il tuo furore sui popoli che non ti conoscono, e sui regni che non invocano il tuo nome " (Gr. 10.24). E Davide: "Signore, non accusarmi nel tuo furore e non riprendermi nella tua ira! " (Sl. 6.2; 38.2).

Non contraddicono questo le frequenti affermazioni del Signore quando afferma di adirarsi contro i suoi servitori nel punire e castigare le loro colpe, come in Isaia: "Ti loderò, Signore, perché sei stato adirato contro di me; ma la tua ira ha preso fine e mi hai consolato " (Is. 12.1). E in Abacuc: "Dopo esser stato sdegnato, ti ricorderai di essere misericordioso " (Abacuc 3.2). Quando Michea dice: "Sopporterò l'ira di Dio, poiché lo ho offeso " (Mic 7.9) , in tal modo non solo ricorda che coloro i quali sono puniti, a ragion veduta, non si avvantaggiano Cl. mormorare, ma anche che i credenti hanno motivo di addolcire la loro tristezza meditando sull'intenzione di Dio. : È anche detto che egli profana la sua eredità ma, come sappiamo, non la profanerà mai. Questo dunque non si riferisce alla volontà di Dio o al proponimento che dimostra Cl. castigare i suoi, ma al dolore profondo da cui sono colpiti tutti coloro verso i quali egli manifesta rigore o severità.

 

Accade che, talvolta, non solo egli sproni i suoi servitori ma li colpisca talmente sul vivo, da dar loro l'impressione di non essere lontani dall'inferno. Così facendo, li avverte che hanno meritato la sua ira: questo giova a far sì che provino dolore per i loro mali, siano mossi da un più vivo desiderio di riconciliarsi con lui e siano meglio incitati a chiedere immediatamente perdono. Ma in questo modo attesta loro più la sua clemenza che il suo rigore. Il patto che egli ha una volta stabilito con Gesù Cristo e con i suoi membri rimane, poiché ha promesso che non potrà mai essere infranto. "Se i figli di Davide "dice "trascurano la mia Legge e non camminano secondo la mia giustizia, se trasgrediscono i miei comandamenti e non osservano le cose che ho loro ordinate, punirò le loro iniquità con la verga ed i loro peccati con la disciplina; ma non ritirerò da loro la mia misericordia " (Sl. 89.31). Per confermarci questo fatto, afferma che le verghe con cui ci percuoterà sono verghe d'uomo (2 Re 7.14). Con questa parola, facendo capire che ci tratterà con dolcezza e benignità, dimostra che coloro che vuol colpire con la sua mano non possono che essere interamente confusi e disorientati. La dolcezza che ha verso il suo popolo è parimenti indicata dal Profeta: "Ti ho "dice "purificato con il fuoco; ma non come si fa con l'argento, poiché saresti stato del tutto consumato" (Is. 48.10); per quanto, cioè, le tribolazioni che manda al suo popolo abbiano lo scopo di purificarlo dai suoi peccati, egli tuttavia le modera, onde non incidano su lui oltre misura.

Questa moderazione è particolarmente necessaria: nella misura in cui uno infatti teme Dio, lo riverisce e cerca di ubbidirgli con santità, è indifeso e debole dovendone sostenere l'ira. Per quanto, infatti, i reprobi si lamentino o digrignino i denti sotto i suoi colpi, non sapendone considerare la causa ma volgendo la schiena sia ai loro peccati sia ai giudizi di Dio, non fanno che indurirsi; o perché si ribellano rivoltano e recalcitrano, o perché tengono fieramente testa al loro giudice; una tale violenza e furia li rende ancora più insensibili, come gente insensata. Ma i credenti, non appena sono ammoniti dalla verga di Dio, cominciano a considerare i loro peccati e, spaventati da timore e paura, cercano rifugio nel supplicare Dio per ottenerne il perdono. Se Dio non temperasse le angosce da cui queste povere anime sono tormentate, esse soccomberebbero cento volte, quand'anche non desse che un piccolo segno della sua ira.

33. L'altra differenza consiste in questo: quando i malvagi sono battuti in questo mondo dai flagelli di Dio, cominciano già a sperimentare il rigore del suo giudizio. Il non aver tratto giovamento da questi avvertimenti della collera di Dio non sarà loro perdonato, tuttavia non vengono ora puniti perché si correggano, ma unicamente perché si rendano conto del fatto che hanno un giudice che non li lascerà sfuggire senza ripagarli in base ai loro meriti.

Al contrario, i credenti sono colpiti non per soddisfare l'ira di Dio o pagare quel che è dovuto al suo giudizio, ma perché si pentano e tornino sulla retta via. Perciò vediamo che simili punizioni si riferiscono piuttosto al futuro che al passato.

Preferisco esprimere questo con le parole di Crisostomo che con le mie: "Il Signore "dice "ci punisce dei nostri errori, non per trarre qualche ricompensa per i nostri peccati, ma ammonendoci per l'avvenire ".

 

Anche sant'Agostino afferma: "Quello che soffri e di cui gemi, è per te una medicina e non una pena, un castigo e non una condanna; non allontanare da te la verga, se non vuoi essere privato dell'eredità ". E: "Tutta la miseria del genere umano, sotto la quale il mondo geme, sappiate, fratelli, che è un dolore causato dalla medicina e non una punizione ". Ho voluto riferirmi a questi passi, onde quello che dico non paia nuovo. A questo mirano i lamenti indignati con cui spesso Dio denuncia l'ingratitudine dei Giudei, perché avevano disprezzato con superbia i castighi ricevuti dalla sua mano. Come in Isaia: "Vi colpirò io ancora? Dalla pianta dei piedi fino alla sommità del capo non vi è nulla di sano " (Is. 1.5). Ma poiché nei Profeti queste affermazioni sono frequenti, è sufficiente accennare che Dio punisce la sua Chiesa con la sola intenzione di educarla e tenerla a freno, affinché essa si corregga.

In base a questa differenza, privando Saul del suo regno intendeva punirlo con la vendetta (1 Re 15.23) , ma togliendo a Davide suo figlio (2 Re 12.18) , lo correggeva per migliorarlo. Bisogna intendere in questo senso l'affermazione di san Paolo, che quando il Signore ci affligge, vuole correggerci per non doverci condannare con questo mondo (1 Co. 11.32). Le afflizioni che ci manda non sono perciò punizioni per rattristarci, ma castighi per educarci. Sant'Agostino concorda con noi, quando dice che dobbiamo considerare in modo diverso i castighi con cui nostro Signore visita gli eletti e i reprobi. "Per i primi' infatti, si tratta di esercizi che seguono l'aver ottenuto grazia; per i secondi, sono condanne senza grazia ". In seguito riferisce gli esempi di Davide e degli altri, affermando che il nostro Signore, nel punirli, non ha avuto altro scopo che esercitarli nell'umiltà.

Da quel che dice Isaia, che cioè l'iniquità è stata perdonata al popolo giudaico in quanto esso aveva ricevuto piena correzione dalla mano del Signore (Is. 40.2) , non dobbiamo dedurre che la remissione dei nostri peccati dipenda dai castighi che riceviamo. È: come se Dio avesse detto: vi ho sufficientemente puniti e afflitti, tant'è vero che il vostro cuore è oppresso da tristezza e angoscia; è dunque tempo che, ricevendo l'annuncio della misericordia, ai vostri cuori sia ridata allegrezza e che mi consideriate come padre. Dio infatti si dichiara padre laddove, essendo stato costretto a mostrarsi aspro verso un suo figlio, si dispiace della sua severità, per quanto giusta sia.

34. È necessario che i credenti, nell'amarezza della loro afflizione ricordino questa affermazione: "Ecco il tempo in cui inizia il giudizio, nella casa del Signore, dove il suo nome è stato invocato " (1 Pi. 417; Gr. 25.29). Che farebbero i figli di Dio se pensassero che la tribolazione che sopportano è una vendetta di Dio su loro? Se colui che, colpito dalla mano di Dio, lo considera nei suoi confronti come un giudice che punisce, non può che immaginarlo adirato e ostile, e non può che detestare la verga di Dio, simile ad una maledizione e ad una condanna. Insomma, se uno pensa che Dio nutre nei suoi riguardi l'intenzione di volerlo ancora punire, non si potrà mai persuadere di essere amato da lui.

Ma non possiamo trarre giovamento dalla sua disciplina a meno che, pensando che è indignato per i nostri peccati, non lo riteniamo propizio verso di noi e pronto ad amarci. Altrimenti dovrebbe esserci accaduto quel che il Profeta dice che è accaduto a lui: "Signore, il tuo furore è passato su di me; la tua ira mi ha abbattuto " (Sl. 88.17). Così è detto anche nel salmo di Mosè: "Signore, siamo venuti meno per la tua ira e siamo stati confusi dalla tua indignazione. Tu hai posto le nostre iniquità dinanzi ai tuoi occhi e le nostre colpe nascoste nella luce del tuo volto. Così tutti i nostri giorni sono venuti meno nella tua ira; i nostri cuori sono stati consumati e perduti come una parola, quando è uscita di bocca " (Sl. 90.7). Davide al contrario, parlando dei castighi paterni, per dimostrare che essi giovano ai credenti più che rattristarli, dice: "Beato l'uomo che avrai corretto, Signore, e che avrai istruito nella tua legge, affinché tu gli dia riposo nel giorno dell'afflizione, quando la fossa si apre per i peccatori" (Sl. 94.12). È una dura prova quando Dio, risparmiando gli increduli e sorvolando sulle loro colpe, si mostra più duro e severo verso i suoi. Eppure aggiunge, per sollevarli e rincuorarli, l'avvertimento e l'istruzione nella Legge, che cioè vuole la loro salvezza nel ricondurli sulla buona strada; mentre i reprobi cadono e si perdono, precipitando nella fossa di perdizione.

Non fa differenza se la pena è eterna o temporanea; infatti sono maledizioni di Dio tanto le guerre, le carestie, le pestilenze e le malattie quanto il giudizio stesso della morte eterna, quando il nostro Signore li manda allo scopo di valersene come strumenti della sua ira e vendetta sugli iniqui.

35. Ognuno vede, penso, a qual fine tenda la correzione di Dio su Davide: per insegnargli quanto gravemente gli dispiacciano l'omicidio e l'adulterio, a motivo dei quali manifesta così grande ira sul suo servitore, pur fedele e amato; per avvertirlo anche di non arrischiarsi più, in futuro, a commettere un tal fatto; non per dargli una punizione con cui possa in qualche modo ricompensare Dio del suo errore.

Bisogna considerare allo stesso modo l'altra punizione con cui Dio colpì il popolo giudaico: la terribile pestilenza (2 Re 24.15) causata dalla disobbedienza di Davide, commessa facendo fare il censimento del popolo. Egli perdonò la colpa a Davide, ma poiché sia l'esempio da dare alle età future sia l'umiliazione di Davide richiedevano che un tal fatto non rimanesse impunito, il nostro Signore lo punì aspramente con la sua verga.

Allo stesso scopo tende la maledizione universale che il nostro Signore ha pronunciato su tutto il genere umano. Dopo aver ottenuto grazia, portiamo ancora le miserie che furono imposte al nostro padre Adamo per la sua trasgressione: in questo modo il Signore ci ricorda quanto gli dispiace che trasgrediamo la sua legge, onde, umiliati e abbattuti dal riconoscimento della nostra povertà, aspiriamo con maggior ardore alla vera beatitudine.

Chi volesse pretendere che tutte le calamità, che sopportiamo in questa vita mortale, sono un ricompensare Dio per le nostre colpe, sarebbe a buon diritto considerato privo di ragione. È quanto, mi pare, ha voluto dire san Crisostomo, quando scrive: "Se il fine per il quale Dio ci castiga è che non persistiamo nel male o che non ci induriamo, non appena ci ha condotti al pentimento la punizione non ha più luogo, ". Perciò tratta gli uni più aspramente e gli altri con maggior dolcezza come si addice alla natura di ognuno. Volendo far vedere che non è eccessivo nel punire, rimprovera i Giudei che, per durezza e ostinazione, non smettono di fare il male, pur essendo battuti (Gr. 5.3).

In questo stesso senso lamenta che Efraim sia simile ad un dolce bruciato da una parte e crudo dall'altra (Ho 7.8) , poiché le punizioni di cm aveva sentito i colpi non erano giunte fino al cuore, per trasformarlo e renderlo capace di ottenere perdono. Dio afferma, con queste parole, che sarà placato quando ciascuno sarà tornato a lui; e se è rigido nel castigare le colpe, questo gli è strappato con forza, visto che i peccatori potrebbero prevenirlo correggendosi volontariamente. Tuttavia, dato che nessuno di noi segue la retta via e tutti abbiamo bisogno di essere puniti, questo buon Padre, che persegue il nostro bene, ci visita tutti, senza eccezione, con le sue correzioni.

È strano che si soffermino al solo esempio di Davide, senza considerarne tanti altri che ci parlano di remissione gratuita dei peccati. Si legge che il pubblicano è sceso giustificato dal tempio (Lu 18.14) : non subisce alcuna pena. A san Pietro è stato perdonato il suo peccato (Lu 22.61). "Noi leggiamo delle sue lacrime ", dice sant'Ambrogio "ma non ci è parlato di atti riparatori ". Fu detto al paralitico: "Alzati, i tuoi peccati ti sono perdonati " (Mt. 9.2) , e non gli fu imposta alcuna pena. Tutte le assoluzioni di cui parla la Scrittura sono gratuite. Si doveva piuttosto trarre la regola da questa moltitudine di esempi, non da quell'unico che contiene qualcosa di speciale.

36. Daniele, nell'esortazione in cui consigliava a Nabucodonosor di riscattare i suoi peccati con la giustizia, e le sue iniquità con l'aver compassione dei poveri (Da 4.24) , non ha voluto dire che giustizia e misericordia siano un propiziarsi Dio e un redimersi dalle pene. Non c'è mai stato, infatti, altro riscatto che il sangue di Cristo. Parlando di riscatto, lo riferisce agli uomini e non a Dio, come se dicesse: "O re, hai esercitato un dominio ingiusto e violento; hai oppresso i deboli, saccheggiato i poveri, trattato male e con iniquità il tuo popolo. Per le ingiuste rapine, oppressioni e violenze che hai loro fatte, rendi loro ora misericordia e giustizia".

Anche Salomone, quando dice che la moltitudine dei peccati è coperta dall'amore (Pr 10.12) , non intende riferirsi a Dio, ma alle relazioni degli uomini fra loro. La citazione intera suona infatti così: "L'odio muove a contesa, ma l'amore copre tutte le iniquità ". E, secondo il suo stile abituale, Salomone, confrontando gli opposti, oppone i mali che nascono dall'odio ai frutti che provengono dall'amore. Il senso è questo: quelli che si odiano fra loro, si aggrediscono, si accusano e si ingiuriano l'un l'altro, volgendo ogni cosa al male e al rimprovero. Quelli che si amano, sopportano, tollerano e si perdonano reciprocamente molte cose; non che uno approvi i peccati dell'altro, ma li sopporta e cerca di porvi rimedio con l'ammonimento, piuttosto che di irritare con le accuse. Senza dubbio, questo passo è stato citato in questo senso da san Pietro (1 Pi. 4.8) , a meno che non vogliamo imputargli di aver corrotto e frainteso la Scrittura.

Quando Salomone dice che i peccati ci sono rimessi per misericordia e benevolenza (Pr 16.6) , non intende dire che siano pagati a Dio di modo che, soddisfatto e contento, egli ci condoni le pene che altrimenti ci avrebbe mandato. Usando il linguaggio comune alla Scrittura, intende dire che lo troveranno propizio tutti coloro che, abbandonando la malvagità della loro vita, si convertiranno a lui in santità e buone opere. Come se dicesse che l'ira di Dio cessa ed è placata quando cessiamo di compiere il male. Ma non specifica la causa in virtù della quale Dio ci perdona; si limita a descrivere il modo adeguato e giusto di convertirci. Analogamente i profeti affermano che invano gli ipocriti si recano a Dio con manifestazioni esteriori e cerimonie invece di penitenza, poiché egli si compiace unicamente nell'integrità, nella pietà, nella dirittura e in simili cose.

Anche l'autore dell'Epistola agli Ebrei, raccomandando bontà e benevolenza, dice che Dio si compiace in simili sacrifici (Eb. 13.16). In realtà, quando il nostro Signor Gesù, dopo essersi beffato dei Farisei che ponevano ogni attenzione nel ripulire le loro ciotole ordina loro, se desiderano la purezza, di fare elemosine (Mt. 23.25; Lu 11.39) , non li invita a giustificarsi, ma si limita a renderli attenti al tipo di purezza che Dio approva. Ma di questa affermazione si è parlato altrove.

37. Riguardo al passo di san Luca, chi abbia letto con sano intendimento la parabola quivi narrata dal nostro Signore (Lu 7.36) , non ci contraddirà. Il Fariseo pensava in se stesso che nostro Signore non conosceva la donna peccatrice ammettendola così facilmente in sua compagnia. Egli, infatti, riteneva che non l'avrebbe mai fatto se avesse saputo che si trattava di una peccatrice. Da ciò deduceva che Gesù non era profeta, dato che si ingannava così facilmente. Ma il nostro Signore, per dimostrare che costei non era più una peccatrice, da quando egli le aveva perdonato i suoi peccati, racconta questa parabola: "Un usuraio aveva due debitori, dei quali uno gli doveva cinquanta franchi, l'altro cinquecento. Egli cancellò il debito ad entrambi; quale dei due doveva essergli più grato? "Il Fariseo risponde: "Certo colui al quale è stato cancellato il debito maggiore ". Nostro Signore aggiunge: "Perciò considera che molti peccati sono stati perdonati a questa donna, poiché essa ha molto amato ". Con queste parole egli non considera evidentemente l'amore di quella donna come causa della remissione dei suoi peccati, ma semplicemente come prova; queste parole infatti sono ricavate dal paragone col debitore, cui era stato annullato un debito di cinquecento franchi. Non dice che gli è stato annullato perché ha molto amato, ma dice che deve molto amare, perché gli è stato annullato. Bisogna applicare queste parole al paragone, in questo modo: tu consideri questa donna peccatrice; ma dovevi riconoscere in lei una persona diversa, poiché i suoi peccati le sono stati perdonati. E la remissione dei suoi peccati ti doveva essere manifestata dall'amore con cui ella rende grazie per il bene che le è stato fatto. È un argomento cosiddetto a posteriori, con cui dimostriamo qualcosa in base ai segni che ne seguono. Nostro Signore infine attesta con evidenza il mezzo con cui quella peccatrice fu perdonata dei suoi peccati: "La tua fede "dice "ti ha salvata ". Otteniamo dunque remissione per mezzo della fede; per mezzo dell'amore rendiamo grazie e riconosciamo la generosità del Signore.

38. Non mi turbano molto le affermazioni contenute nei libri degli antichi, riguardo all'espiazione. A dire il vero, alcuni di loro, e quasi tutti coloro le cui opere sono giunte a nostra conoscenza, o hanno errato su questo punto ovvero si sono espressi in modo eccessivamente rigido. Ma non mi pare che, per quanto rudi e ignoranti, si siano pronunciati nel senso in cui lo intendono questi nuovi teologi dell'espiazione.

Crisostomo dice, in un suo scritto: "Quando si chiede misericordia è perché non venga esaminato il proprio peccato, per non esser trattati secondo il rigore della giustizia, perché ogni punizione sia sospesa. Poiché dove c'è misericordia non c'è più né geenna, né esame, né rigore, né pena ". Queste parole, comunque si voglia cavillare, non potranno mai avallare la dottrina degli Scolastici. Inoltre, nel libro intitolato De Dogmatibus Ecclesiasticis, attribuito a sant'Agostino, è detto al cinquantaquattresimo capitolo: "L'espiazione della penitenza consiste nel togliere le cause del peccato e nel non cedere alle sue lusinghe ". È chiaro che in quel tempo era respinta l'opinione che bisognava, con l'espiazione, compensare le colpe passate. Ogni espiazione è qui riferita allo stare in guardia per il futuro e all'astenersi dal compiere il male.

Per tacere dell'affermazione di Crisostomo, che il Signore non richiede altro da noi, se non che confessiamo davanti a lui, con lacrime, i nostri peccati; tali affermazioni sono infatti spesso ripetute dagli antichi. Sant'Agostino definisce sì, in qualche suo passo, "rimedi per ottener perdono di fronte a Dio "le opere di misericordia. Ma onde nessuno sia tratto in inganno, spiega più ampiamente il suo pensiero in un altro passo: "La carne di Cristo "dice "è il vero ed unico sacrificio per i peccati; non soltanto per quelli che ci sono rimessi Cl. battesimo, ma per quelli che compiamo in seguito per la debolezza della nostra carne; per questi, la Chiesa prega ogni giorno: Rimettici i nostri debiti (Mt. 6.12). Infatti essi ci sono rimessi da questo unico sacrificio ".

39. Per lo più hanno chiamato "espiazione "non già una ricompensa resa a Dio, ma una pubblica testimonianza con cui i credenti puniti mediante la scomunica, quando rientravano nella comunione della Chiesa, davano alla comunità dei credenti un attestato del loro pentimento; infatti si prescrivevano loro digiuni ed altre pratiche, con cui dimostrare che si pentivano veramente e di cuore della loro vita passata, o piuttosto cancellare il ricordo della malvagità della loro vita. In tal modo si diceva che costoro soddisfacevano, non già a Dio, ma alla Chiesa: lo dice sant'Agostino, testualmente, nel libro che ha intitolato Enchiridion ad Laurentium. Da questa antica usanza derivano le confessioni e le espiazioni oggi in uso; e si tratta veramente d; una discendenza velenosa, che ha a tal punto soffocato quel che di buono c'era nella forma antica, che non ne è sopravvissuta nemmeno l'ombra.

So che talvolta gli antichi parlano in modo alquanto inappropriato e, come ho detto prima, non voglio negare che talvolta abbiano errato. Ma i loro libri che erano semplicemente intaccati da piccole macchie, sono completamente insozzati da quando questi porci li maneggiano. E se è questione di combattere valendosi dell'autorità degli antichi, quali antichi ci contrappongono? La maggior parte delle affermazioni di cui Pietro Lombardo, loro corifeo, ha riempito il suo libro è stata attinta da non so quali fantasticherie di pazzi monaci, divulgate coi nomi di sant'Ambrogio, Girolamo, Agostino e Crisostomo. Sull'argomento ora trattato, ad esempio, prende a prestito quasi tutto quel che dice da un libro intitolato Intorno alla penitenza che, cucito in malo modo da qualche ignorante ispiratosi ad autori buoni e meno buoni, è attribuito a sant'Agostino; ma è tale che un uomo, anche mediocremente colto, disdegnerebbe di riconoscerlo come suo.

I lettori mi perdoneranno se non passo in rassegna con ampia dIs.mina le scemenze di costoro. Non mi sarebbe difficile volgere in ridicolo tutti i grandi misteri di cui si vantano e lo potrei fare con plauso di molti, ma poiché desidero semplicemente edificare, me ne astengo.

 

 

CAPITOLO 5

AGGIUNTE FATTE DAI PAPISTI ALLE ESPIAZIONI: INDULGENZE E PURGATORIO

1. Da questo concetto di espiazione sono nate le indulgenze. Infatti, secondo costoro, quando ci manca la capacità di espiare esse rappresentano un mezzo per supplirvi; e si lasciano trascinare da tanta insensatezza da pretendere che il Papa, facendo volare qua e là le sue bolle, dispensi i meriti di Gesù Cristo e dei martiri.

Si dovrebbe mandare questa gente dai medici, invece di convincerla con argomenti, né è il caso di perder tempo a confutare errori da lungo tempo scossi e che cominciano a dissolversi da soli; tuttavia un'ulteriore breve confutazione può essere utile per certe persone semplici ed ignoranti: non me ne voglio perciò astenere del tutto.

Il fatto che le indulgenze sono sopravvissute così a lungo, malgrado la loro enormità, ci fa capire in quali tenebre ed errori gli uomini siano stati sepolti per alcuni secoli. Si rendevano perfettamente conto di essere presi in giro e ingannati dal Papa e dai suoi spacciatori di reliquie; vedevano la salvezza delle loro anime diventare oggetto di mercato, che l'acquisto del paradiso era tassato in base a certe tariffe, nulla era dato gratuitamente, che si trattava di un pretesto per trarre dai loro portafogli le oblazioni; che in seguito venivano malvagiamente spese in adulterii, ruffianerie e golosità; coloro che maggiormente raccomandavano le indulgenze ne erano, per parte loro, i maggiori schernitori; che una tal mostruosità s'ingrandiva ogni giorno e s'accresceva senza fine; che di giorno in giorno si portava nuovo piombo per ricavarne nuovo argento; tuttavia ricevevano con gran considerazione le indulgenze, le adoravano e le comperavano. Ed i più chiaroveggenti le consideravano frodi salutari, da cui potevano essere ingannati con qualche vantaggio. Ora però che la gente si lascia gabbare un po' meno, le indulgenze si raffreddano e si congelano fino a scomparire del tutto.

2. Poiché molti, pur conoscendo i traffici, gli inganni, i furti, le rapacità fin qui esercitate dai fabbricanti e dai trafficanti di indulgenze, non si rendono conto del germe di empietà che vi si trova, giova indicare non solo quali siano le indulgenze e come vengano usate, ma che cosa esse siano veramente se le consideriamo nella loro essenza, senza soffermarci su qualche qualità o vizio accidentale.

Definiscono "tesoro della Chiesa "i meriti di Gesù Cristo, degli apostoli e dei martiri. Dicono che il Papa custodisce questo tesoro e ne è garante, in quanto ne è dispensatore ed elargitore a suo piacimento e delega agli altri il potere di distribuirlo. Da questo derivano le indulgenze che dispensa, talvolta piena. rie e talvolta per un determinato periodo, e quelle che distribuiscono i cardinali, per cento giorni, ed i vescovi, per quaranta.

Tutto questo, per dire le cose come stanno, non è che una profanazione del sangue di Cristo ed una falsità creata dal diavolo per distogliere il popolo cristiano dalla grazia di Dio e dalla vita che è in Cristo, e per allontanarlo dalla strada della salvezza. Il sangue di Cristo non potrebbe essere profanato e disonorato in modo più radicale di così, negando cioè che basti alla remissione dei peccati, alla riconciliazione e all'espiazione, e pretendendo supplire a quel che manca con altri mezzi. "La Legge e tutti i profeti "dice san Pietro "attestano che in Cristo deve essere ricevuta la remissione dei peccati " (At. 10.43); le indulgenze invece concedono la remissione dei peccati attraverso san Pietro, san Paolo e altri martiri. "Il sangue di Cristo ci purifica dai peccati " (1 Gv. 1.7) dice san Giovanni; le indulgenze invece si valgono del sangue dei martiri per lavare dai peccati. "Cristo "dice san Paolo "che non aveva conosciuto peccato, è stato fatto peccato per noi, cioè espiazione del peccato, affinché in lui fossimo fatti giustizia di Dio " (2 Co. 5.21); le indulgenze situano invece l'espiazione del peccato nel sangue dei martiri. San Paolo dichiarava ai Corinzi che un solo Cristo era crocifisso e morto per loro (1 Co. 1.13); ma le indulgenze stabiliscono che san Paolo e gli altri sono morti per noi. In un altro passo afferma che Cristo si è acquistato la sua Chiesa per mezzo del suo sangue (At. 20.28); le indulgenze mettono un altro prezzo di acquisto, il sangue dei martiri. "Cristo ", dice l'Apostolo "con un'unica offerta ha per sempre resi perfetti quelli che ha santificati " (Eb. 10.14); le indulgenze lo contraddicono, affermando che la santificazione di Cristo, di per se insufficiente è completata dal sangue dei martiri. San Giovanni dice che tutti i santi hanno lavato le loro vesti nel sangue dell'Agnello (Re 7.14); le indulgenze ci insegnano a lavare le nostre vesti nel sangue dei santi.

3. Leone, vescovo di Roma, pronuncia contro tali bestemmie una bella affermazione degna di essere ricordata, e contenuta nella sua Epistola ai vescovi di Palestina: "Benché la morte di molti santi sia stata preziosa dinanzi; a Dio, tuttavia non vi è nessuno la cui morte abbia significato la riconciliazione del mondo. I giusti hanno ricevuto la loro corona ma non è una corona utile agli altri; dalla loro forza di sopportazione traiamo esempi di pazienza, ma essa non ci fa dono della giustizia. Poiché ognuno di loro ha sofferto per se, e nessuno ha pagato il debito degli altri, all'infuori del Signor Gesù nel quale tutti siamo morti, crocifissi e sepolti ". Ripete le medesime affermazioni in un altro passo. Vogliamo forse qualcosa di più esplicito per convincerci che quella malvagia dottrina delle indulgenze è sbagliata? Ecco la testimonianza di sant'Agostino, chiara quanto mai: "Quand'anche morissimo per i nostri fratelli, non vi è sangue di martire sparso per la remissione dei peccati: solo Gesù Cristo lo ha versato per noi. In questo, infatti, non ci ha dato un esempio da seguire, ma una grazia di cui lo dobbiamo ringraziare ". E in un altro passo: "Come il figlio di Dio è stato fatto uomo per renderci figli di Dio con lui, così lui solo ha sostenuto la pena per noi, senza aver commesso alcun demerito, affinché per mezzo suo ricevessimo senza alcun merito la grazia che non ci era dovuta ".

Certo l'intera loro dottrina è intessuta di orribili bestemmie e sacrilegi, ma la bestemmia sulle indulgenze è oltraggiosa più di tutte le altre. Mi dicano se queste non sono le conclusioni a cui giungono: i martiri con la loro morte hanno servito Dio più di quanto fosse loro richiesto ed hanno avuto una tale abbondanza di meriti che una parte di questi ridonda a favore degli altri; perché un tal bene non si vanifichi e non si perda, il loro sangue è unito a quello di Cristo e insieme a questo forma e accresce il tesoro della Chiesa, in vista della remissione e della giustificazione dei peccati; perciò bisogna, secondo loro, intendere in questo senso l'affermazione di san Paolo: "Io supplisco nel mio corpo a quel che manca alle afflizioni di Cristo, per il suo corpo che è la Chiesa " (Cl. 1.24).

Che significa questo, se non abbandonare il nome di Cristo e renderlo simile ad un qualunque santino che a stento si può distinguere nella moltitudine degli altri? Non è forse necessario che egli solo sia predicato, proposto, nominato, considerato, quando è questione di ottenere la remissione dei peccati, l'espiazione e la giustificazione? Esaminiamo tuttavia i loro argomenti: affinché il sangue dei martiri, essi dicono, non risulti sparso inutilmente, deve essere integrato nel patrimonio comune della Chiesa. In che modo? Non è stato di sufficiente utilità l'aver glorificato Dio con la loro morte? l'aver sottoscritto la sua verità Cl. loro sangue? l'aver attestato Cl. disprezzo della vita presente che ne cercavano una migliore? l'aver confermato mediante la loro costanza la fede della Chiesa e infranto l'ostinazione degli avversari? Ma non riconoscono nessun vantaggio se Cristo solo è propiziatore, se lui solo è morto per i nostri peccati, se lui solo è stato offerto per la nostra redenzione. Se san Pietro e san Paolo, dicono, fossero morti nei loro letti, non per questo non avrebbero ottenuto la corona della vittoria. Dato però che hanno lottato fino al sacrificio, non si addirebbe alla giustizia di Dio tralasciare questo fatto, come cosa sterile e priva di utilità. Come se Dio non sapesse in che modo aumentare la gloria dei suoi servi, secondo la misura dei suoi doni. Il vantaggio che ne deriva alla Chiesa tutta è sufficientemente grande, quando, per mezzo del trionfo dei santi, essa è accesa da un medesimo zelo, nel tentativo di eguagliarli.

4. Con quanta abilità fraintendono il passo in cui san Paolo dice di supplire nel suo corpo a quel che manca alle afflizioni di Cristo! (Cl. 1.24). Egli infatti non riferisce questa mancanza e questo supplire alla potenza della redenzione, dell'espiazione o della riparazione, ma alle afflizioni da cui conviene che i membri di Cristo, cioè i credenti, siano esercitati per il tempo in cui dimoreranno in questa carne. Egli afferma dunque che Cristo, avendo una volta sofferto in se stesso, soffre tutti i giorni nei suoi membri; ed egli ci fa l'onore di considerare e dire sue le nostre afflizioni. E quando san Paolo aggiunge che soffriva per la Chiesa, non intende dire per la redenzione, riconciliazione o giustificazione della Chiesa, ma per la sua edificazione ed il suo accrescimento, non diversamente da quanto dice in un altro passo affermando di sopportare ogni cosa per gli eletti, affinché giungano alla salvezza che è in Cristo (2Ti 2.10). E ai fratelli di Corinto scrive che sopportava volentieri le sue tribolazioni per la loro consolazione e salvezza (2 Co. 1.6). Infatti subito dopo aggiunge, per meglio spiegarsi, che è ordinato ministro della Chiesa non già per compiere la sua redenzione, ma per predicare l'Evangelo secondo il dono che gli era dato.

Se qualcuno vuole altre dichiarazioni in questo senso, ascolti sant'Agostino: "Le afflizioni di Cristo sono in lui solo, "come nel capo; in lui e nella sua Chiesa, come in tutto il corpo. Di conseguenza Paolo, nella sua qualità di membro, diceva di supplire nel suo corpo a quel che manca alle afflizioni di Cristo. Tu dunque che soffri per coloro che non sono membri di Cristo, se ne sei membro, soffri quel che mancava alle afflizioni di Cristo "Parla dello scopo e dell'efficacia della morte degli apostoli in un altro passo, affermando: "Cristo è per me la porta per giungere a voi, in quanto siete le pecore che Cristo ha acquistato Cl. suo sangue; riconoscete qual è il vostro prezzo, che non vi è dato da me, ma da me predicato ". Poi aggiunge: "Come il nostro Signor Gesù ha dato la sua anima per noi, così noi dobbiamo esporre le nostre anime per i nostri fratelli, cioè per edificare la pace e per attestare la fede ". Ma non crediamo che san Paolo abbia pensato mancasse qualcosa alle afflizioni di Cristo, per quanto concerne il compimento della giustizia, della salvezza e della vita; o che abbia voluto aggiungervi qualcosa, dato che attesta in modo così chiaro e mirabile che la pienezza della grazia è stata sparsa da Cristo in modo così abbondante da superare largamente tutta l'abbondanza del peccato (Ro 5.15). Solo da questa pienezza di grazia tutti i santi sono stati salvati, e non dal merito della loro vita o della loro morte, come dice chiaramente san Pietro (At. 15.2); tant'è vero che colui che fa risiedere la dignità di qualche santo altrove che nella misericordia di Dio, reca ingiuria a Dio ed al suo Cristo. Ma perché soffermarsi così a lungo su questo problema quasi si trattasse di argomento dubbioso, quando il solo scoprire questi mostri significa vincerli?

 

5. Tralasciando queste abominazioni, chi ha insegnato al Papa a racchiudere in piombo e pergamena la grazia di Gesù Cristo, che il Signore ha voluto fosse distribuita mediante la parola dell'Evangelo? O la parola di Dio è menzognera o le indulgenze sono un semplice inganno. Cristo ci è infatti offerto nell'Evangelo con tutta la ricchezza dei beni celesti, con tutti i suoi meriti, con tutta la sua giustizia, sapienza e grazia, senza eccezione alcuna. San Paolo ne è testimone quando dice che la parola della riconciliazione è stata messa in bocca ai ministri, affinché portassero al mondo l'ambasciata di Cristo: vi preghiamo di riconciliarvi con Dio, perché ha sacrificato per il peccato colui che non era peccatore, affinché in lui noi trovassimo giustizia (2 Co. 5.18). In effetti i credenti conoscono il valore della comunione con Cristo, offertaci nell'Evangelo onde, come dice san Paolo stesso, ne godiamo (1 Co. 1.9). Al contrario, le indulgenze tirano fuori dall'armadio del Papa la grazia di Cristo secondo una certa misura, la espongono in un dato luogo, con piombo e pergamena, separandola dalla Parola di Dio.

A chi interessa conoscerne l'origine, pare che l'abuso sia derivato in questo modo da una antica prassi. Le espiazioni che venivano imposte ai penitenti erano così dure e mortificanti che non tutti riuscivano a sopportarle; coloro che se ne sentivano troppo gravati chiedevano alla Chiesa di esserne in parte dispensati; quel che veniva loro condonato si chiamava indulgenza. Quando però si sono riferite a Dio le espiazioni, facendo credere che si trattava di compensi o pagamenti per estinguere il suo giudizio verso gli uomini, un errore ha trascinato l'altro: si è pensato che le indulgenze fossero come dei rimedi per liberare i peccatori dalle pene di cui sono debitori a Dio. Riguardo alle bestemmie create dai papisti su questo argomento, sono prive di validità e di consistenza.

6. E ora, non ci vengano a rompere la testa Cl. loro purgatorio, che con questo argomento è reciso, abbattuto e annientato dalla radice. E non approvo l'opinione di certuni che pensano si debba tacere su questo punto' evitando di menzionare il purgatorio, intorno al quale nascono grandi beghe, come dicono, senza che ne derivi una grande edificazione. Certo, sarei d'accordo di lasciar da parte simili sciocchezze, se non portassero con se gravi conseguenze. Il purgatorio invece è motivato con parecchie bestemmie e di giorno in giorno se ne aggiungono altre a sostenerlo, suscitando grandi scandali: non si può perciò tacere.

Si poteva forse passar sotto silenzio, per qualche tempo, che esso e stato inventato prescindendo dalla Parola di Dio e con una temerarietà assurda ed arrogante; che esso è stato accreditato grazie a non so quali rivelazioni frutto dell'astuzia di Satana; che per garantirlo si sono malvagiamente corrotti certi passi della Scrittura. Per quanto il nostro Signore non consideri colpa da poco il fatto che l'arroganza umana penetri così temerariamente nel segreto dei suoi giudizi, ed abbia rigorosamente proibito di chiedere ai morti la verità a dispetto del suo comandamento (De 18.2) e non permetta che la sua Parola sia così sfacciatamente manipolata, ammettiamo tuttavia che tali cose si possano tollerare per un certo tempo, come non avendo grande importanza. Ma quando la purificazione dai peccati viene cercata fuori di Cristo, quando l'espiazione è trasferita altrove, e pericoloso tacere.

 

Bisogna dunque gridare ad alta voce che il purgatorio è una pericolosa invenzione di Satana, la quale reca grave offesa alla misericordia di Dio, annulla la croce di Cristo, dissipa e sovverte la nostra fede. Che è questo purgatorio se non una pena che le anime dei trapassati soffrono ad espiazione dei loro peccati? Se dunque si distrugge la fantasticheria dell'espiazione, il loro purgatorio se ne va in frantumi. Se, in base a quel che abbiamo precedentemente discusso, risulta più che evidente che il sangue di Cristo è l'unica purificazione, oblazione ed espiazione per i peccati dei credenti, cosa possiamo dedurre, se non che il purgatorio e una pura e orribile bestemmia contro Gesù Cristo?

Tralascio qui molte menzogne e sacrilegi in base a cui è quotidianamente difeso e sostenuto, gli scandali che genera nella religione ed altri innumerevoli mali derivati da questa fonte di empietà.

7. Tuttavia è opportuno strappare dalle loro mani le testimonianze della Scrittura che essi hanno l'abitudine di citare erroneamente.

Quando il Signore, dicono, afferma che il peccato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questo né nell'altro mondo (Mt. 12.32; Mr. 3.28; Lu 12.10) , significa che alcuni peccati saranno rimessi nell'altro mondo.

Come risposta, chiedo se non è evidente che il Signore, in quel passo, parla della colpevolezza del peccato. Se è così, il passo non serve affatto al loro purgatorio, poiché dicono che in esso si riceve la punizione dei peccati, la cui colpevolezza è stata perdonata in questa vita mortale.

Ma per chiudere loro definitivamente la bocca, darò una soluzione ancor più chiara. Poiché il Signore voleva togliere ogni speranza di poter ottenere il perdono di un delitto così abominevole, non si è accontentato di dire che non sarebbe mai perdonato; ma per ampliare meglio il concetto si è valso di quella divisione, ponendo da un lato il giudizio, che la coscienza di ciascuno sente nella vita presente, e dall'altro il giudizio finale che sarà reso pubblico nel giorno della risurrezione. Come se dicesse: guardatevi dal combattere contro Dio con deliberata malvagità, poiché una tal ribellione comporta la morte eterna; poiché chiunque si sarà sforzato con deliberato intento di spegnere la luce dello Spirito, che gli è offerta, non otterrà perdono né in questa vita, data ai peccatori perché si convertano, né nell'ultimo giorno, in cui gli angeli di Dio separeranno gli agnelli dai becchi, e purificheranno il regno di Dio da ogni scandalo. Si valgono anche di questa parabola di san Matteo: "Accordati Cl. tuo avversario, affinché esso non ti conduca davanti al giudice e questi non ti consegni alle guardie, e le guardie non ti mettano in prigione, da dove tu non potresti uscire prima di aver pagato fino all'ultimo centesimo " (Mt. 5.25).

Se in questo passo il giudice rappresenta Dio, l'avversario il diavolo, le guardie l'angelo, la prigione il purgatorio, hanno ragione. Se però, come è noto, Cristo ha voluto indicare i pericoli cui si espongono coloro che preferiscono proseguire fino in fondo le loro dispute ed i loro processi piuttosto che transigere amichevolmente, e spronarci con questo avvertimento a cercare sempre la concordia con tutti, dove è mai il riferimento al purgatorio? Insomma, si prenda e si consideri questo passo nel suo significato ovvio, e non vi si troverà nulla di quanto essi pretendono.

 

8. Prendono spunto anche da quel che dice san Paolo, che ogni ginocchio, in cielo, sulla terra e sotto terra (Fl. 2.10) , si piegherà davanti a Cristo. Essi tengono per certo che non si possono identificare coloro che sono sotto terra con i morti nella morte eterna: di conseguenza non può che trattarsi delle anime del purgatorio.

Non sarebbe una cattiva pensata, se Cl. termine "inginocchiarsi "l'Apostolo intendesse la vera adorazione che i credenti rendono a Dio. Egli insegna semplicemente che Gesù Cristo ha ricevuto la signoria sovrana del Padre su tutte le creature: che male c'è a vedere in coloro che sono sottoterra i diavoli, che certamente compariranno dinanzi al trono del Signore per riconoscerlo come loro giudice con terrore e tremore? San Paolo stesso fa menzione, in un altro passo, della stessa profezia: "Verremo tutti "dice "al trono di Cristo. Poiché il Signore dice che ogni ginocchio piegherà dinanzi a lui, ecc. " (Ro 14.10).

Risponderanno che non si può interpretare così quel detto dell'Apocalisse: "Ho udito tutte le creature, tanto celesti che terrestri, e quelle che sono sottoterra e nel mare, dire: lode, onore e gloria e potenza nei secoli dei secoli a colui che è seduto sul trono e all'Agnello! " (Re 5.13). Lo ammetto volentieri. Ma di quali creature pensano che si parli qui? È: più che certo che sono comprese anche quelle che non hanno anima né intelligenza. Non si intende dire altro, se non che tutte le parti del mondo, dall'alto dei cieli fino al centro della terra, ciascuna al suo posto, magnificano la gloria del loro Creatore.

Non refuterò l'argomento che ricavano dalla storia dei Maccabei (Il Mach 12.43) , onde non sembri che io riconosco quel libro come canonico. Diranno che sant'Agostino lo considera canonico, mi domando con quale certezza. I Giudei, dice, non considerano la storia dei Maccabei alla stregua della Legge, dei Profeti e dei Sl. , libri ai quali il Signore rende testimonianza come ai suoi testimoni, dicendo che bisognava che quel che è stato scritto di lui nella Legge, nei Sl. e nei Profeti fosse adempiuto (Lu 24.44). Tuttavia, dice, la Chiesa lo ha accolto, e non senza ragione, a condizione che lo si legga con sobrietà. San Girolamo dice esplicitamente che quel libro non deve avere un'autorità tale che vi si attinga un qualche argomento o dottrina o articolo di fede. E nell'esposizione del Credo, attribuita a san Cipriano, che è antica, qualunque ne sia l'autore, è dimostrato che a quel tempo non era considerato libro canonico. Ma non è il caso che argomenti invano, poiché l'autore stesso dimostra fino a dove gli si può credere, quando prega di perdonarlo se ha detto qualcosa di errato (2Mach 15.39). Certo, colui che confessa di aver bisogno che lo si sopporti e lo si perdoni, afferma chiaramente, in tal modo, che quel che dice non deve essere considerato decreto dello Spirito Santo. Inoltre, per quanto concerne il nostro problema viene lodata soltanto la pietà di Giuda Maccabeo il quale, per la speranza che aveva nella risurrezione finale, ha mandato a Gerusalemme un'offerta per i morti. E l'autore della storia, chiunque esso sia, non spinge la devozione di Giuda fino al punto che questi abbia voluto riscattare i peccati con la sua offerta, ma che coloro nel cui nome faceva l'offerta fossero associati nella vita eterna ai credenti che erano morti per conservare la vera religione. Questo fatto è indice di zelo sconsiderato, e coloro che adattano al nostro tempo un sacrificio fatto sotto la Legge sono doppiamente pazzi, poiché e certo che tutte le cose allora in uso hanno cessato di sussistere con la venuta di Cristo.

 

9. Essi trovano un argomento irrefutabile in san Paolo, laddove dice: "Se qualcuno, edificando, mette su questo fondamento oro o argento o pietre preziose, legno o fieno o paglia, l'opera di ciascuno risulterà quale è nel giorno del Signore, giorno che si manifesterà come fuoco; ed il fuoco discernerà l'opera di ognuno. Se l'opera di qualcuno brucia, questi la perderà; quanto a lui, sarà salvato, ma attraverso il fuoco " (1 Co. 3.12.15). Di che fuoco parla san Paolo, dicono, se non di quello del purgatorio, per mezzo del quale le nostre macchie sono lavate affinché entriamo puri nel regno di Dio?

Rispondo che parecchi, anche fra gli antichi, hanno dato un'interpretazione diversa, intendendo il termine "fuoco "nel senso di croce e tribolazione, per mezzo della quale il Signore esamina i suoi per purificarli da tutte le loro sozzure. Questa esegesi è molto più verosimile che l'immaginare un purgatorio; non l'accetto però, parendomi avere una interpretazione più esplicita e fondata. Prima di esaminarla, però, pongo loro una domanda: ritengono che sia stato necessario che gli Apostoli e tutti i santi siano passati attraverso quel fuoco di purificazione? Risponderanno certo di no; sarebbe infatti troppo assurdo ammettere che coloro che hanno avuto tanti meriti superflui da poterne distribuire a tutta la Chiesa, come questi sognatori immaginano, abbiano avuto bisogno di essere purificati. Ma san Paolo non dice che sarà messa alla prova solo l'opera di alcuni, ma di tutti, e in questo numero generale sono compresi gli Apostoli. E non son io a mettere avanti questo argomento, ma sant'Agostino, il quale smentisce così la tesi oggi sostenuta dai nostri avversari Per di più, san Paolo non dice che coloro i quali passeranno attraverso il fuoco sopporteranno questa pena per i loro peccati, ma coloro che avranno edificato la Chiesa di Dio il più fedelmente possibile, riceveranno ricompensa dopo che l'opera loro sarà stata provata dal fuoco.

Anzitutto vediamo che l'Apostolo si è valso di metafore o similitudini, chiamando le dottrine immaginate dal cervello degli uomini fieno, legno e paglia. Il motivo di questo paragone è evidente: come il legno, non appena è avvicinato al fuoco, viene consumato, così quelle dottrine umane non avranno alcuna consistenza quando saranno prese in esame. Ed è noto che questo esame avviene per mezzo dello Spirito Santo. Per completare il paragone e mettere in relazione i due termini, ha chiamato fuoco l'esame dello Spirito Santo. Come l'oro e l'argento, quanto più sono avvicinati al fuoco tanto più sicuramente sono provati, affinché si possa conoscere la loro purezza, così la verità di Dio, quanto più è diligentemente vagliata attraverso un esame operato per mezzo dello Spirito Santo, tanto più è confermata nella sua autorità. Come il legno, la paglia e il fieno, messi sul fuoco, sono subito attaccati per essere ridotti in cenere, così tutte le invenzioni umane che non si fondano sulla Parola di Dio non possono reggere all'esame dello Spirito Santo senza venir subito distrutte e annullate. Insomma, se le dottrine inventate sono da paragonare alla paglia, al legno e al fieno perché, come accade a questi materiali, sono bruciate dal fuoco e da esso nullificate, essendo distrutte e dissipate soltanto dallo Spirito di Dio, ne consegue che lo Spirito è il fuoco per mezzo del quale vengono messe alla prova. San Paolo chiama questa prova "giorno del Signore ", secondo l'uso della Scrittura che parla in questi termini ogni volta che il Signore manifesta in qualche modo la sua presenza agli uomini. E il suo volto risplende su noi soprattutto quando la sua verità ci illumina. Risulta in tal modo dimostrato che il fuoco, in san Paolo, non significa altro che l'esame dello Spirito Santo.

 

Rimane ora da capire come saranno salvati da quel fuoco coloro che perderanno la loro opera. E questo non sarà difficile se consideriamo di quale tipo di uomini egli parla. Si riferisce a coloro che, volendo edificare la Chiesa, mantengono il fondamentogiusto ma vi aggiungono argomenti non confacenti: non si allontanano cioè dagli articoli di fede fondamentali e ineliminabili, ma si ingannano su talune cose, mescolando le fantasticherie degli uomini alla verità di Dio. Bisogna dunque che queste persone perdano la loro opera, che cioè quanto hanno aggiunto di loro alla Parola di Dio perisca e sia calpestato. Ma la loro persona sarà salvata; nel senso che il loro errore e la loro ignoranza saranno dIs.pprovati da Dio, ma il nostro Signore per grazia del suo Spirito li ritira e libera da essi. Tutti coloro che hanno corrotto la sacra purezza della Scrittura con quest'immondizia e porcheria del purgatorio lascino dunque la loro opera in perdizione.

10. I nostri avversari controbatteranno che questa opinione è stata accolta nella Chiesa fin dall'antichità. San Paolo però risponde a questa obiezione, quando afferma, includendo anche il suo tempo, che tutti coloro che avranno aggiunto all'edificio della Chiesa qualcosa di non corrispondente al fondamento, avranno lavorato invano e avranno sprecato la loro fatica.

Pertanto quando i nostri avversari mi diranno che l'abitudine di pregare per i morti è stata accolta nella Chiesa da più di milletrecento anni, chiederò loro, a mia volta, in base a quale parola di Dio, rivelazione o esempio ciò è avvenuto. Infatti non solo non vi è alcuna testimonianza della Scrittura, ma nessun esempio di credenti che si accordi con quella pratica. Spesso la Scrittura riferisce, anche dilungandovisi, come i credenti hanno pianto la morte dei loro parenti e come li hanno sepolti; ma non è mai detto che abbiano pregato per loro. E poiché ciò sarebbe stato più importante del pianto o del funerale, a maggior ragione meritava di essere menzionato. Infatti gli antichi Padri della Chiesa cristiana, che hanno pregato per i morti, ben sapevano di non avere alcun ordine di Dio né alcun esempio legittimo per farlo.

Come mai, dirà qualcuno, hanno osato farlo? Rispondo che su questo punto sono stati uomini, e di conseguenza non bisogna imitare quel che hanno fatto. E poiché i credenti non devono intraprendere nulla se non con convinzione di coscienza, come dice san Paolo (Ro 14.23) , una tal convinzione è soprattutto richiesta nella preghiera.

Si risponderà che verosimilmente sono stati indotti a far questo da una qualche ragione. Rispondo che è stato un sentimento umano a determinarli, in quanto cercavano sollievo al loro dolore; pareva loro non fosse umano non mostrare alcun segno di amore verso i loro amici defunti. Sappiamo tutti, per esperienza, quanto la nostra natura sia incline a quella disposizione. L'abitudine, poi, è stata come una torcia che ha acceso in molte persone un tal fuoco. Sappiamo che il fare cerimonie funebri ai defunti ed il purificare, come si credeva, le loro anime, è stata una caratteristica comune a tutte le genti e a tutte le epoche. Ed a questo scopo avevano ogni anno una ricorrenza solenne. Ora quantunque Satana abbia ingannato la povera gente con simili illusioni, ha tuttavia tratto pretesto, per un simile inganno, da questo fatto che è vero: la morte non abolisce interamente l'uomo, ma costituisce un passaggio da questa vita caduca ad un'altra. Senza dubbio una tal superstizione rende perfino i pagani convinti, davanti al tribunale di Dio, di aver fatto professione di credere, quantunque non abbiano tenuto in alcuna considerazione la vita futura. I cristiani, per non parer da meno dei pagani, si sono vergognati di non compiere altrettanto bene le cerimonie funebri. L'origine di questa assurda e sconsiderata premura nasce dal fatto che essi hanno temuto di esporsi a grandi critiche, qualora non si fossero valsi di molte cerimonie e riti e non avessero fatto delle offerte per dar sollievo alle anime dei loro parenti ed amici. Così, quel che era derivato da una perversa imitazione si è a poco a poco talmente accresciuto che il principale motivo di santità consiste per i papisti nel raccomandare i morti e nel venir loro in aiuto. Ma la Scrittura ci dà un ben altro motivo di consolazione, dicendo che quelli che son morti nel nostro Signore sono felici, e aggiungendone la ragione: essi si riposano di tutte le loro pene (Re 14.13). Ma non è bene allentare la briglia alle nostre inclinazioni, al punto di introdurre nella Chiesa un modo perverso di pregare Dio.

Tutti coloro che hanno un po' di senno e di ritegno si rendono facilmente conto del fatto che gli antichi, trattando questo argomento, si sono eccessivamente adeguati all'opinione e alla sconsideratezza del volgo. Riconosco, poiché accade che gli spiriti, preoccupati da una credenza inconsistente, siano spesso accecati, che perfino i dottori sono stati disorientati dalla fantasia comune; ma si vede dai loro libri che non è senza scrupolo che parlano, simili a persone malsicure ed incerte, di preghiere per i morti. Sant'Agostino, nelle Confessioni, racconta che Monica, sua madre, al momento della sua morte, chiese con insistenza che la si ricordasse durante la comunione all'altare. Ma sostengo che quello è il desiderio di una vecchia e che suo figlio, mosso da sentimenti umani, non lo ha vagliato bene alla luce della Scrittura, nel desiderio di farlo apparire buono. Il libro da lui scritto espressamente su questo argomento, intitolato Della cura per i defunti è formulato con tali riserve, che può bastare a raffreddare coloro che mostrano devozione per i morti. Perlomeno, vedendo che si vale unicamente di congetture deboli e leggere, si capirà che non ci si deve impegnare in un problema privo di importanza. Poiché il suo unico fondamento è quello che non bisogna disprezzare ciò che è stato accolto da lungo tempo ed è diventato usanza comune.

Del resto, sebbene concordi nel dire che gli antichi Dottori hanno ritenuto che non si dovessero respingere le preghiere per i morti, dobbiamo tuttavia seguire un criterio che non può ingannare: non è lecito, nelle nostre preghiere, far uso di qualcosa che noi stessi abbiamo creato; dobbiamo piuttosto assoggettare a Dio i nostri desideri e le nostre richieste, poiché a lui spetta l'autorità di dirci quel che gli dobbiamo chiedere. E poiché non c'è in tutta la Legge e l'Evangelo una sola sillaba che a autorizzi a pregare per i morti, sostengo che è un profanare il suo nome voler andare oltre quello che ci ha concesso.

Inoltre, perché i nostri avversari non si gloriino di avere la Chiesa antica come compagna in questo errore, faccio notare che la differenza è grande. Anticamente si ricordavano i morti affinché non paresse che si erano interamente dimenticati. Ma gli antichi Padri hanno riconosciuto di non saper nulla sulla condizione dei morti. Certo, erano lungi dall'affermare qualcosa sul purgatorio, visto che ne dubitavano. Questi nuovi profeti vogliono che si considerino articoli di fede le loro fantasticherie, senza che sia lecito indagare intorno ad esse. Gli antichi Padri hanno talvolta menzionato i morti nelle loro preghiere, sobriamente e raramente, quasi di sfuggita: i papisti invece badano solo a quello, preferendo questa superstizione ad ogni opera di carità. Anzi, non mi sarebbe difficile recare qualche testimonianza degli antichi, che rovesci tutte le preghiere che allora si facevano per i morti; come quando sant'Agostino dice che tutti aspettano la risurrezione della carne e la vita eterna; ma del riposo che viene dopo la morte, godono coloro che ne sono degni. Di conseguenza tutti i credenti godono di un riposo simile a quello dei Profeti, degli Apostoli e dei martiri, non appena sono deceduti. Se tale è la loro condizione, che altro, vi prego, le nostre preghiere potrebbero dar loro?

Sorvolo su tante superstizioni grossolane con cui hanno stregato la gente semplice, anche se ci sarebbe ampio argomento per vincerli in questa polemica, data la mancanza di argomenti per giustificarsi, a meno che non si convincano di essere i peggiori ingannatori mai esistiti. Tralascio anche di menzionare i traffici e commerci ignobili che hanno fatto delle anime, a loro piacimento, quando il mondo era mantenuto nell'ignoranza. Non si finirebbe mai, se si volesse esaurire questo argomento. D'altra parte i credenti trovano, in quel che ho detto, materia sufficiente per farsi, in coscienza, una opinione.

 

 

CAPITOLO 6.

LA VITA DEL CRISTIANO E GLI ARGOMENTI TRATTI DALLA SCRITTURA PER ESORTARCI AD ESSA

1. SCOPO della nostra rigenerazione, abbiamo detto, è che si scorga nella nostra vita una correlazione ed un accordo fra la giustizia di Dio e la nostra obbedienza e che, con questo mezzo, ratifichiamo l'adozione mediante la quale Dio ci ha accettati come suoi figli. Benché la legge di Dio contenga in se questa novità di vita per cui l'immagine di Dio è ricostituita in noi, tuttavia poiché la nostra lentezza ha bisogno di molti pungoli e aiuti, sarà utile cogliere, da vari passi della Scrittura, il modo per regolare bene la nostra vita affinché coloro che desiderano convertirsi a Dio non si smarriscano in pensieri erronei.

Accingendomi a tratteggiare la vita del cristiano, mi rendo conto di affrontare un argomento ampio e vario che potrebbe riempire un gran volume, se volessi trattarne esaurientemente. Sappiamo infatti quanto siano prolisse le esortazioni degli antichi Dottori, che pure affrontano soltanto alcune virtù particolari. Questo non deriva da chiacchiere troppo lunghe: qualunque virtù ci si proponga di lodare e di raccomandare, la vastità dell'argomento darà l'impressione di non averne discusso con correttezza se non si sarà impiegato un gran numero di parole.

Non è mia intenzione dilatare l'insegnamento di vita che intendo dare, al punto da trattare di ogni singola virtù facendo lunghe esortazioni. Questo potrà essere ricavato dai libri degli altri, e in particolare dalle omelie degli antichi Dottori, cioè dalle loro prediche popolari. Mi basterà indicare un certo ordine, in base al quale il cristiano sia condotto e rivolto al retto fine di orientare bene la sua vita. Mi accontenterò, ripeto, di indicare brevemente una regola generale a cui egli possa riferire tutte le sue azioni. Avremo forse talvolta l'occasione di trarre delle deduzioni simili a quelle reperibili nelle prediche degli antichi Dottori: l'opera che abbiamo in mano richiede che includiamo un insegnamento semplice e per quanto possibile breve.

Come i filosofi hanno alcuni princìpi generali di onestà e dirittura da cui deducono compiti particolari e tutti gli atti di virtù, così la Scrittura, a questo proposito, ha un suo modo di procedere, migliore e più sicuro di quello dei filosofi. La differenza è che costoro, pieni di ambizione, hanno ricercato con cura un'apparenza per quanto possibile degna di considerazione, per dar lustro al criterio e alla disposizione di cui si servivano, onde evidenziare la loro finezza di spirito. Al contrario lo Spirito Santo, insegnando senza esigenze formali, non si è attenuto sempre, e in modo cosi rigoroso, ad un certo ordine e metodo; dato però che talvolta se ne serve, ci indica che non lo dobbiamo disprezzare.

2. L'ordine della Scrittura, di cui parliamo, consta di due elementi: imprimere nei nostri cuori l'amore della giustizia, cui non siamo affatto inclini per natura; fornirci una norma sicura che ci impedisca di errare qua e là, o smarrirci nel tentativo di dare un indirizzo alla nostra vita.

 

Riguardo al primo punto, la Scrittura ha numerosi e ottimi argomenti per disporre il nostro cuore ad amare il bene: ne abbiamo sottolineati parecchi in vari passi, e ne esamineremo ancora alcuni. Quale migliore punto di partenza ci poteva essere proposto dell'invito ad essere santi in quanto il nostro Dio è santo (Le 19.2; 1 Pi. .1.16) aggiungendo che, quando eravamo come pecore disperse nel labirinto di questo mondo, egli ci ha raccolti per riunirci a sé? Quando udiamo menzionare l'unione di Dio con noi, dobbiamo ricordarci che il legame di essa è la santità. Non che per merito della nostra santità noi giungiamo alla comunione Cl. nostro Dio, visto che ci è necessario, prima di esser santi, aderire a lui affinché spanda la sua santità su noi perché lo seguiamo là dove egli ci chiama; ma, dato che l'astenersi dall'iniquità e dalle cose immonde è inerente alla sua gloria, dobbiamo assomigliargli, poiché siamo suoi.

Pertanto la Scrittura ci insegna che questo esser santi è il fine della nostra vocazione, a cui dobbiamo sempre guardare se vogliamo rispondere al nostro Dio. Infatti perché essere liberati dalla sozzura e corruzione in cui eravamo immersi, per poi rotolarci in essa tutta la vita? La Scrittura ci ricorda altresì che se vogliamo far parte del popolo di Dio dobbiamo abitare a Gerusalemme, sua città santa. Avendola egli consacrata e dedicata al suo onore, non è lecito che sia contaminata e corrotta da abitanti impuri e profani. Ne derivano le promesse secondo cui chi camminerà senza macchia e si sforzerà di vivere correttamente, abiterà nel tabernacolo del Signore (Sl. 24.3; 15.2; Is. 35.8) , poiché non si addice al santuario nel quale abita essere insozzato come una stalla.

3. Anzi, per spronarci maggiormente, la Scrittura ci dice che non solo Dio si è riconciliato con noi nel suo Cristo, ma ci ha dato in lui un esempio e modello al quale ci dobbiamo attenere (Ro 6.18).

Coloro che pensano che solo i filosofi hanno affrontato in modo corretto e adeguato il problema morale, mi indichino, nei libri di costoro, un criterio altrettanto valido quanto quello enunciato più sopra. Quando ci vogliono esortare alla virtù, con tutto il loro potere, non sanno dire altro, se non che dobbiamo vivere in armonia con la natura. La Scrittura ci fornisce ben altra motivazione quando non solo ci ordina di riferire tutta la nostra vita a Dio, che ne è l'autore ma, dopo averci avvertiti che abbiamo degenerato dalla vera origine della nostra creazione, aggiunge che Cristo, riconciliandoci con Dio suo padre, ci è dato come esempio di innocenza, la cui immagine deve essere rappresentata nella nostra vita. Che si potrebbe dire di più radicale ed efficace? Anzi, che cos'altro si richiederebbe? Poiché se Dio ci adotta come suoi figli a condizione che l'immagine di Cristo appaia nella nostra vita, se non ci diamo alla giustizia e alla santificazione, non solo abbandoniamo il nostro Creatore in modo veramente sleale, ma anche lo rifiutiamo come salvatore. Di conseguenza la Scrittura prende spunto da tutti i benefici di Dio e da tutte le componenti della nostra salvezza per esortarci dicendo: "Poiché Dio si è dato a noi come Padre, siamo dà rimproverare per vile ingratitudine se non ci comportiamo come suoi figli " (Ma.1.6; Ef. 5.1; 1 Gv. 3.1). "Poiché Cristo ci ha purificati Cl. lavacro del suo sangue e ci ha trasmesso questa purificazione per mezzo del battesimo, non c'è motivo che ci sporchiamo di altra immondizia " (Ef. 5.26; Eb. 10.10; 1 Co. 6.2; 1 Pi. .1.15e 19). "Poiché ci ha associati e innestati sul suo corpo, dobbiamo guardarci con cura dal contaminarci in qualunque modo, visto che siamo sue membra " (1 Co. 6.15; Gv. 15.3; Ef. 5.23). "Poiché colui che è nostro Capo è salito al cielo, dobbiamo abbandonare ogni terrena disposizione d'animo, per aspirare con tutto il nostro cuore alla vita celeste " (Cl. 3.1). "Poiché lo Spirito Santo ci consacra per essere templi di Dio, dobbiamo far sì che la gloria di Dio sia esaltata in noi e guardarci dal ricevere qualunque impurità " (1 Co. 3.16e 6.19; 2 Co. 6.16). "Poiché la nostra anima ed il nostro corpo sono destinati all'immortalità del regno di Dio e alla corona incorruttibile della sua gloria, dobbiamo sforzarci di conservare l'uno e l'altro puri ed immacolati fino al giorno del Signore " (1 Ts. 5.23).

Sono queste motivazioni adatte a ben indirizzare la nostra vita; non se ne troveranno di simili presso i filosofi. Essi infatti non vanno mai oltre la menzione della dignità naturale dell'uomo, quando si tratta di indicargli qual sia il suo dovere.

4. Devo qui rivolgermi a coloro che, non avendo nulla di Cristo all'infuori del nome, vogliono tuttavia essere ritenuti cristiani. Come ardiscono gloriarsi del suo santo nome, se nessuno ha familiarità con lui, all'infuori di chi l'ha conosciuto rettamente per mezzo della parola dell'Evangelo? San Paolo nega che un uomo abbia ricevuto una retta conoscenza di Cristo, senza aver imparato a spogliarsi dell'uomo vecchio che si corrompe in desideri disordinati, per essere rivestito da Cristo (Ef. 4.22-24).

È dunque chiaro che questo tipo di persone pretende ingiustamente di conoscere Cristo; così facendo gli reca grande ingiuria, per quante belle chiacchiere abbiano sulla lingua. Poiché l'Evangelo non è una dottrina, ma una vita; non deve essere capito solo dalla ragione e dalla memoria, come le altre discipline, ma deve possedere l'anima intera, ed avere sede e adesione nel profondo del cuore: altrimenti non è ben ricevuto. Perciò, o cessano di vantarsi, con gran disprezzo per Dio, di essere quel che non sono, oppure dimostrino di essere discepoli di Cristo.

Abbiamo sì dato il primo posto all'insegnamento, in materia di religione, in quanto esso è l'inizio della nostra salvezza; ma per essere utile e fruttuoso, esso deve penetrare completamente all'interno del cuore, e palesare la sua potenza nella nostra vita, anzi trasformarci secondo la sua natura. Se i filosofi hanno buone ragioni per adirarsi contro coloro che fanno professione della loro arte, che definiscono maestra di vita, e tuttavia la trasformano in un chiacchierio da sofisti, quanto più abbiamo ragione di essere insofferenti verso quei chiacchieroni che si accontentano di avere in bocca l'Evangelo, disprezzandolo con la loro vita intera, visto che la sua efficacia dovrebbe penetrare nel profondo del cuore, essere radicata nell'anima centomila volte più di tutte le esortazioni filosofiche, che in confronto non hanno grande peso.

5. Non richiedo che la condotta del cristiano sia Evangelo puro e perfetto, sebbene ciò sia da desiderare e ci si debba sforzare in tal senso; né richiedo una perfezione evangelica in modo così rigoroso da non voler riconoscere per cristiano se non chi l'abbia raggiunta. Infatti in tal modo tutti gli uomini del mondo sarebbero esclusi dalla Chiesa, visto che non se ne troverà uno che non ne sia ancora molto lontano, anche se ha tratto buon profitto, e la maggior parte non è ancora molto avanti: non per questo bisogna respingerli.

Che dunque? Certo dobbiamo avere questo fine davanti agli occhi, e tutte le nostre azioni devono essere regolate su di esso: tendere alla perfezione che Dio ci ordina. Dobbiamo, ripeto, sforzarci e aspirare a tanto. Non ci è lecito fare a metà con Dio, accogliendo una parte di quel che ci è ordinato nella sua Parola, e tralasciando l'altra a nostro piacimento. Poiché ci raccomanda sempre, anzitutto, l'integrità, termine con cui indica una pura semplicità di cuore, libera e netta da ogni finzione, opposta alla doppiezza d'animo. La regola fondamentale del ben vivere procede dallo Spirito, quando cioè la disposizione interiore dell'anima si dà a Dio senza finzione, per camminare in giustizia e santità. Ma poiché, mentre viviamo in questa prigione terrena, nessuno di noi è così forte e ben disposto da impegnarsi in questa corsa con la dovuta prontezza, anzi la maggior parte è così debole che vacilla e zoppica, tanto da non poter progredire molto, andiamo avanti ognuno secondo le sue possibilità, e non cessiamo di proseguire la strada intrapresa. Nessuno camminerà così poco da non avanzare un po', ogni giorno, per guadagnar terreno.

Sforziamoci dunque di progredire costantemente nella via del Signore; non perdiamo coraggio, anche se i progressi sono minimi. Anche se la realtà non corrisponde al nostro desiderio, pure non tutto è perso quando l'oggi segna un progresso su ieri.

Guardiamo la nostra meta con pura e retta semplicità e sforziamoci di giungere al nostro fine, senza ingannarci con vane lusinghe e senza indulgere ai nostri peccati, ma sforzandoci di diventare di giorno in giorno migliori di quanto siamo, fino al raggiungimento della bontà assoluta, che dobbiamo cercare e perseguire per tutto il tempo della nostra vita, per possederla quando, spogliati dall'infermità della nostra carne, ne saremo fatti pienamente partecipi: quando cioè Dio ci riceverà nella sua compagnia.

 

 

CAPITOLO 7

IL SOMMARIO DELLA VITA CRISTIANA: LA RINUNCIA A NOI STESSI

1. Veniamo ora al secondo punto. Benché la legge di Dio abbia un ottimo metodo ed un ben ordinato criterio per dar forma alla nostra vita, è tuttavia parso opportuno a questo buon maestro celeste formare i suoi ad una dottrina più eccellente della regola che aveva dato loro nella Legge.

L'inizio dunque del suo agire è questo: il compito dei credenti è di offrire i loro corpi a Dio in sacrificio vivente, santo ed accettevole, ed in ciò consiste il culto legittimo che dobbiamo rendergli (Ro 12.1). Ne deriva questa esortazione: i credenti non si adattino alla figura del mondo presente, ma siano trasformati da un rinnovamento della mente, per cercare e conoscere la volontà di Dio. È già una grande affermazione il dire che siamo consacrati e dedicati a Dio, per non più pensare, d'ora in poi, né parlare, né meditare, né agire se non alla sua gloria; poiché non è lecito servirsi di qualcosa di sacro per un uso profano.

Se non apparteniamo a noi stessi ma al Signore, se ne può dedurre quel che dobbiamo fare per non errare, e in che direzione dobbiamo rivolgere tutta la nostra vita. Non apparteniamo a noi stessi: la nostra ragione e la nostra volontà non dominino dunque nei nostri propositi ed in ciò che dobbiamo fare. Non apparteniamo a noi stessi: non perseguiamo dunque lo scopo di cercare quel che ci è giovevole secondo la carne. Non apparteniamo a noi stessi: dimentichiamo dunque noi stessi, per quanto possibile, e tutto ciò che è intorno a noi. Al contrario, apparteniamo al Signore: la sua volontà e la sua sapienza presiedano dunque a tutte le nostre azioni. Apparteniamo al Signore: tutte le componenti della nostra vita siano riferite a lui, come al loro unico fine. Quanto giovamento ha tratto l'uomo che, sapendo di non appartenere a se stesso, ha tolto la signoria e il governo di se alla sua ragione, per metterli nelle mani di Dio! Come il compiacere a se stessi è la peggior peste che gli uomini abbiano per perdersi e distruggersi, così il solo porto della salvezza consiste nel non aver saggezza di per se, nel non voler nulla da per se stessi, ma nel seguire soltanto il Signore.

Sia quello dunque il nostro primo passo per ritirarci da noi stessi, per applicare tutta la forza della nostra mente al servizio di Dio. Chiamo servizio non solo l'ubbidire alla sua Parola, ma l'atteggiamento per cui la mente dell'uomo, svuotata del suo proprio sentire, si converte interamente e si sottomette allo Spirito di Dio.

Questa trasformazione, che san Paolo definisce rinnovamento della mente (Ef. 4.23) è stata ignorata da tutti i filosofi, benché costituisca il primo passo per entrare nella vita. Essi infatti insegnano che la ragione sola deve reggere e moderare l'uomo, pensano che si debba ascoltare e seguire solo lei e le affidano il governo della vita. Al contrario, la filosofia cristiana vuole che la ragione ceda, che si ritiri per far posto allo Spirito Santo, per essere domata sotto la sua guida, affinché l'uomo non viva più per forza sua, ma abbia in se e porti il Cristo vivente e regnante.

2. Di qui deriva l'altro punto che abbiamo stabilito, cioè che non cerchiamo le cose che ci piacciono, ma quelle che piacciono a Dio e sono proprie ad esaltare la sua gloria. È gran virtù che, quasi dimentichi di noi stessi, o per lo meno non preoccupandoci di noi, ci sforziamo di applicare la nostra perseveranza e di consacrarla fedelmente a seguire Dio e i suoi comandamenti. Infatti, quando la Scrittura ci vieta di avere particolare riguardo a noi, non solo cancella dal nostro cuore l'avarizia, il desiderio di imporci, di giungere a grandi onori o affermazioni, ma vuole anche estirpare ogni ambizione, desiderio di gloria umana ed altre pesti nascoste. Bisogna, certo, che il cristiano pensi che ha a che fare con Dio in tutta la sua vita. Se questo pensiero lo pervade ed egli sa di dovergli render conto di tutte le sue opere, orienterà ogni sua intenzione verso di lui, e la terrà radicata in lui. Poiché dunque ha di mira Dio in tutto il suo operare, storna facilmente il suo spirito da ogni vano pensiero. È la rinuncia a noi stessi, che Cristo richiede con tanta cura da tutti i suoi discepoli, come loro primo apprendistato (Mt. 16.24) , e una volta che il cuore dell'uomo è occupato da Cristo, orgoglio, fierezza, ostentazione ne sono estirpati, poi anche avarizia, intemperanza, cose superflue e piacevolezze, con gli altri peccati che nascono dall'amore per sé.

Al contrario, ovunque egli non regna, o l'uomo si lascia andare senza pudore né vergogna ad ogni grossolanità oppure, quando vi sia qualche parvenza di virtù, è corrotta da una cattiva cupidigia di gloria. Mi si indichi un uomo che eserciti gratuitamente la benignità nei confronti dei suoi simili se non ha rinunciato a se stesso, secondo quest'ordine del Signore. Poiché coloro che non hanno avuto una tale disposizione d'animo seguendo la virtù, hanno per lo meno cercato la lode. Anche i filosofi (che hanno maggiormente lottato per dimostrare che la virtù è desiderabile in sé) , si sono talmente gonfiati di orgoglio e di presunzione, che si può vedere che non hanno desiderato la virtù se non per avere di che inorgoglirsi. Ora gli ambiziosi che cercano la gloria mondana, o le persone divorate interiormente dall'arroganza, sono lungi dal piacere a Dio, poiché egli afferma che i primi hanno ricevuto la loro ricompensa in questo mondo e che i secondi sono più lontani dal regno di Dio dei pubblicani e delle prostitute.

Non abbiamo ancora chiaramente esposto però quanti impedimenti trattengano l'uomo dal darsi al bene, se non ha rinunciato a se stesso. È stato infatti detto molto bene dagli antichi, che c'è un mondo di peccati nascosti nell'animo dell'uomo; e non vi troveremo altro rimedio, se non rinunciando a noi stessi e, senza aver riguardo a quel che ci piace, dirigendo e orientando la nostra mente alla ricerca delle cose che Dio ci chiede, cercandole per il solo fatto che gli sono gradite.

3. San Paolo, in un altro passo, elenca più distintamente, ancorché in breve, tutti i modi di regolare bene la nostra vita.

"La grazia di Dio "dice "è apparsa per la salvezza di tutti gli uomini, insegnandoci a respingere ogni empietà e cupidigia mondana, e così a vivere sobriamente, con giustizia e santità in questo mondo, aspettando la beata speranza e la manifestazione della gloria del gran Dio e nostro Salvatore Gesù Cristo, che si è dato per riscattarci da ogni iniquità e purificarci perché fossimo il popolo suo erede, dedito a buone opere " (Tt 2.11-14). Dopo aver proposto la grazia di Dio per infonderci coraggio, volendoci anche tracciare la strada perché camminiamo al servizio di Dio, toglie due ostacoli che ci potrebbero bloccare: l'empietà, cui siamo per natura troppo inclini, e le cupidigie mondane, che si estendono più lontano. Con il termine "empietà "indica non solo le superstizioni, ma comprende tutto ciò che è contrario al vero timor di Dio. Le cupidigie mondane equivalgono alle inclinazioni della carne. Perciò ci ordina di spogliare la nostra indole naturale quanto alle due parti della Legge, e di respingere lontano tutto quello che la nostra ragione e la nostra volontà ci propongono.

Per il resto, riconduce tutta la nostra azione a tre elementi: sobrietà, giustizia e pietà.

La prima, la sobrietà, significa certamente castità, padronanza di se, uso puro e moderato di tutti i beni di Dio, pazienza nella povertà.

La parola giustizia comprende la dirittura, in cui dobbiamo vivere la relazione con i nostri simili, per dare a ciascuno ciò che gli spetta.

La pietà, che egli pone al terzo posto, ci purifica da ogni impurità del mondo, per unirci a Dio in santità.

Quando queste tre virtù sono unite fra loro da un legame inscindibile, danno come risultato una perfezione completa. Poiché nulla è più difficile che far abdicare la nostra ragione, domare i nostri desideri, anzi rinunciarvi del tutto per dedicarci a Dio ed ai nostri fratelli e per meditare in questo fango terreno una vita angelica, san Paolo, per liberare le nostre anime da ogni vincolo, ci richiama alla speranza della beata immortalità, dicendo che non combattiamo invano in quanto Gesù Cristo, apparso una volta quale redentore, rivelerà nella sua venuta finale il frutto della salvezza che ci ha acquistata. In tal modo ci ritrae da tutti gli allettamenti, che di solito ci abbagliano, impedendoci di aspirare dovutamente alla gloria celeste, mentre ci avverte che siamo di passaggio in questo mondo, onde l'eredità celeste non sia vana per noi.

4. In queste parole vediamo che la rinuncia a noi stessi concerne in parte gli uomini e in parte Dio. Infatti quando la Scrittura ci ordina di comportarci verso gli uomini in modo tale da preferirli a noi in onore, e da cercare con perseveranza di far progredire quel che giova a loro (Ro 12.10; Fl. 2.3) essa dà dei comandamenti di cui il nostro cuore non è capace, se prima non è stato svuotato del suo modo di sentire naturale. Poiché siamo tutti così accecati e presi dal nostro amore per noi stessi, che non c'è nessuno il quale non ritenga di avere buone ragioni per innalzarsi al di sopra degli altri, e disprezzare tutti in confronto a sé.

Se Dio ci ha fatto qualche dono, degno di considerazione subito con quel pretesto il nostro cuore si innalza; non solo ci gonfiamo, ma quasi scoppiamo per l'orgoglio. I peccati di cui siamo pieni, li nascondiamo accuratamente agli sguardi degli altri e diamo da credere che sono piccoli e leggeri, o talvolta li stimiamo come se fossero delle virtù. Quanto ai doni che abbiamo ricevuto, li stimiamo a tal punto da considerarli con ammirazione. Se essi sono visibili negli altri, se anzi sono evidenti, per non essere costretti a riconoscerli li oscuriamo e disprezziamo il più possibile. Al contrario, non ci accontentiamo di osservare con severità qualunque peccato dei nostri simili, ma lo ampliamo in maniera odiosa.

Ne deriva quell'insolenza per cui ciascuno di noi, come se fosse esente dalla condizione comune, cerca preminenza su tutti gli altri e, senza eccettuarne uno, li disprezza tutti, ritenendoli inferiori a sé. I poveri cedono sì ai ricchi, i contadini ai nobili, i servi ai loro padroni, gli ignoranti ai dotti: ma nessuno rinuncia a fantasticare in cuor suo sulla sua presunta dignità di eccellere al di sopra di tutti gli altri. Così ognuno, adulandosi, alimenta, per quanto lo concerne, un regno nel suo cuore. Attribuendosi le cose di cui si compiace, censura gli spiriti ed i costumi degli altri. Ma se si viene a disputa, allora il veleno esce e diventa visibile. Ce ne sono sì parecchi che hanno qualche parvenza di mansuetudine e modestia, finché non vedono nulla che li disturbi: ma quanto poco numerosi sono coloro che conservano dolcezza e modestia, quando li si punge e li si irrita?

Né può accadere diversamente, a meno che quella peste mortale dell'amore e dell'esaltazione di se stessi non sia sradicata dal profondo del cuore, come ve la sradica la Scrittura. Se ascoltiamo il suo insegnamento, dobbiamo ricordare che tutti i doni che Dio ci ha fatto non sono beni che ci appartengono, ma doni gratuiti della sua generosità. Se qualcuno, dunque, se ne inorgoglisce, dimostra così la sua ingratitudine. "Chi è che ti magnifica? ", dice san Paolo. "E se hai ricevuto ogni cosa, perché te ne glorii, come se non ti fossero date? " (1 Co. 4.7). D'altra parte, riconoscendo con assiduità i nostri peccati, ci dobbiamo ridurre all'umiltà. Perciò non rimarrà nulla in noi di cui ci possiamo gonfiare; piuttosto avremo validi motivi per essere abbattuti.

Inoltre, ci viene ordinato di tenere in tale onore e rispetto i doni di Dio, che vediamo nei nostri simili, da onorare a motivo loro le persone in cui risiedono. Sarebbe eccessiva audacia e arroganza il voler spogliare un uomo dell'onore che Dio gli ha fatto.

Ci è anche richiesto di non sottolineare i loro peccati, ma di coprirli; non per mantenerli mediante l'adulazione, ma perché non rechiamo offesa a colui che ha commesso qualche errore, visto che dobbiamo avere per lui amore e onore. Di conseguenza qualunque sia la persona con la quale abbiamo a che fare, non solo ci comporteremo con modestia e moderazione, ma con dolcezza ed amicizia. Non raggiungeremo una autentica mansuetudine se non avendo un cuore disposto ad abbassarsi e ad onorare gli altri.

5. Quanto al compimento del proprio dovere in vista di procacciare il vantaggio del nostro prossimo, quante sono le difficoltà? Se non tralasciamo la considerazione di noi stessi e non ci spogliamo di ogni inclinazione che è secondo la carne, non faremo nulla in questo senso. Chi infatti adempirà ai compiti che san Paolo richiede siano compiuti con amore, se non ha rinunciato a se, al fine di darsi interamente al suo prossimo? "La carità "dice "è paziente e benevola; non offende, non è insolente; non ha orgoglio, non prova invidia, non ricerca quel che le conviene, ecc. " (1 Co. 13.4). Se anche ci fosse soltanto richiesto di non cercare il nostro vantaggio, dovremmo forzare parecchio la nostra natura, la quale ci spinge talmente all'amore di noi stessi da non tollerare facilmente che rimaniamo indifferenti a quel che è bene per noi, per vegliare su quel che giova agli altri, o piuttosto che abbandoniamo quel che ci spetta come diritto, per cederlo al nostro prossimo.

La Scrittura, per condurci a questo punto, ci indica che tutto quel che abbiamo ricevuto dalla grazia del Signore, ci è stato affidato alla condizione che lo diamo per il bene comune della Chiesa. L'uso legittimo di questa grazia consiste nel dare con amore e generosità ai nostri simili, e per rendere effettivo un tal dono non si poteva trovare regola migliore e più certa di quando è detto che tutto quel che abbiamo di buono ci è stato dato in custodia da Dio, a condizione che sia dispensato a vantaggio degli altri (1 Co. 12).

La Scrittura procede ancora, paragonando i doni che ognuno di noi riceve come proprietà a quel che ogni membro ha nel corpo umano. Nessun membro riceve per se le sue facoltà e non le applica a suo proprio uso, ma a vantaggio degli altri; non ne riceve alcuna utilità se non quella che deriva dal vantaggio diffuso in modo uniforme per tutto il corpo. Così il credente deve mettere tutte le sue facoltà a disposizione dei suoi fratelli, senza provvedere a se in particolare, ma tenendo sempre la sua intenzione rivolta alla comune utilità della Chiesa. Di conseguenza, applichiamo questa regola nel fare il bene e nell'esercitare la bontà: siamo dispensatori di tutto quel che il Signore ci ha dato, per poter aiutare il nostro prossimo, dovendo un giorno render conto di come avremo eseguito il nostro compito. Inoltre, non c'è altro modo di dispensare bene e rettamente quanto ci viene affidato, se non quello che si attiene alla regola della carità. Ne deriverà che non solo uniremo la cura di giovare al nostro prossimo alla sollecitudine con cui cercheremo il nostro vantaggio, ma assoggetteremo il nostro interesse a quello degli altri.

Di fatto il Signore, per indicarci che quello è il modo di amministrare bene e con rettitudine quel che ci dà, l'ha raccomandato fin dai tempi antichi al popolo di Israele, di fronte ai più piccoli benefici che gli concedeva. Ha ordinato che i primi frutti del nuovo raccolto gli venissero offerti (Es. 22.29; 23.19) affinché il popolo attestasse in tal modo che non gli era lecito percepire alcun frutto dai beni, senza averli consacrati al Signore. Se i doni di Dio sono per noi santificati dopo che glieli abbiamo consacrati con la nostra mano, è chiaro che non v'è che abuso condannabile quando questa consacrazione non ha luogo. D'altra parte, sarebbe follia il cercar di arricchire Dio comunicandogli delle cose che abbiamo in mano. Poiché la nostra beneficenza non può dunque arrivare fino a lui, come dice il Profeta, la dobbiamo esercitare verso i suoi servitori, che si trovano nel mondo (Sl. 16.3). Pertanto le elemosine sono paragonate a oblazioni sante, per indicare che sono esercizi che corrispondono, ora, all'osservanza antica che vigeva sotto la Legge, osservanza di cui ho parlato poc'anzi (Eb. 13.16; 1/ Corinzi 9.5).

6. Inoltre, affinché non ci stanchiamo di fare il bene (cosa che altrimenti avverrebbe ad ogni istante) , ci dobbiamo ricordare di quanto aggiunge l'Apostolo: che la carità è paziente e non si irrita facilmente (1 Co. 13.4). Il Signore ordina, senza eccezione, di fare il bene a tutti, ma la maggior parte delle persone ne e indegna, se le valutiamo secondo i loro meriti. La Scrittura ci previene, ammonendoci che non dobbiamo considerare quel che gli uomini meritano di per se, ma piuttosto che dobbiamo prendere in considerazione l'immagine di Dio in tutti e ad essa dobbiamo ogni onore e amore. In particolare la dobbiamo riconoscere nella famiglia dei credenti (Ga 6.10) , in quanto essa e in loro rinnovata e restaurata dallo Spirito di Cristo.

Perciò a chiunque si presenti a noi, avendo bisogno del nostro aiuto, non avremo motivo di rifiutare il nostro impegno. Se lo consideriamo estraneo, il Signore gli ha impresso un segno che ci dev'essere familiare. Per questa ragione ci esorta a non disprezzare la nostra carne (Is. 58.7). Se adduciamo che è persona disprezzabile e di nessun valore, il Signore risponde dimostrandoci di averlo onorato Cl. far risplendere in lui la sua immagine. Se diciamo di non esser in nulla tenuti ad impegnarci nei suoi confronti, il Signore ci dice che lo sostituisce a se stesso, affinché riconosciamo verso costui i benefici che egli ci ha accordati. Se diciamo che non è degno che muoviamo un passo per lui, l'immagine di Dio, che dobbiamo contemplare in lui, è ben degna che ci esponiamo per lei con tutto ciò che è nostro. Quand'anche si trattasse di un uomo, che non solo non ha meritato nulla da noi, ma che anzi ci ha ingiuriati e oltraggiati molto, non sarebbe motivo sufficiente per smettere di amarlo, di fargli piacere e di rendergli servizio. Poiché se diciamo che ha meritato soltanto male da noi, Dio ci potrà chiedere quale male egli, dal quale riceviamo tutto il bene che abbiamo, ci ha fatto. Quando ci ordina di perdonare agli uomini le offese che ci hanno fatte (Lu 17.3) , egli le riceve su di sé.

Non c'è altra via per giungere a quel che non solo è difficile per la natura umana, ma le è assolutamente estraneo, anzi contrario, che cioè amiamo quelli che ci odiano, che rendiamo bene per male, che preghiamo per coloro che sparlano di noi (Mt. 5.44). Giungeremo, ripeto, a questo punto, se ci ricorderemo che non ci dobbiamo fermare alla cattiveria degli uomini, ma piuttosto contemplare in loro l'immagine di Dio, che per la sua eccellenza e dignità ci può e deve spingere ad amarli, e a cancellare tutti i peccati che ci potrebbero distogliere da ciò.

7. Questa mortificazione si compirà dunque in noi quando avremo un amore compiuto. Esso non consiste nell'adempiere tutti i compiti inerenti alla carità, ma nel compierli con un vero sentimento di amore.

Potrà accadere che uno faccia al suo prossimo tutto quel che gli deve, per quanto concerne il dovere esteriore, senza per questo aver compiuto il suo dovere come gli si addice. Molti di quelli che vogliono esser considerati generosi non danno nulla senza farlo sentire, o con un viso altero o con parole superbe. Attualmente siamo giunti al punto, che la maggior parte della gente non fa alcuna elemosina se non con disprezzo; perversità, questa, che non doveva essere tollerabile neanche fra i pagani.

Il Signore chiede ai cristiani più che un viso gioioso e allegro, affinché rendano piacevole per bontà e dolcezza la loro beneficenza. Anzitutto, bisogna che assumano in loro la persona di colui che necessita di soccorso, che abbiano pietà della sua sorte come se fossero loro a sentirla e a sopportarla, e che siano spinti ad aiutarlo dallo stesso sentimento di misericordia che avrebbero per se stessi. Colui che avrà un tal modo di sentire, nel far piacere ai suoi fratelli non solo non contaminerà la sua beneficenza con arroganza o rimproveri, né disprezzerà, a causa della sua indigenza, colui al quale fa del bene, né lo vorrà soggiogare come se questi gli fosse obbligato; non più di quanto non insultiamo una delle nostre membra, quando tutto il resto del corpo lavora per rinvigorirla, e non pensiamo che sia particolarmente obbligata alle altre membra, per aver chiesto loro più cure di quante ne abbia avute per loro. Che le membra comunichino reciprocamente non pare gratuito, ma piuttosto un pagare e un soddisfare quel che è dovuto per legge di natura; né si potrebbe rifiutare senza considerare motivo di orrore un tal rifiuto.

Così, contrariamente al parere comune, non ci parrà di essere scaricati e di aver compiuto quel che dobbiamo quando, su qualche punto, avremo fatto il nostro dovere. Quando infatti un uomo ricco ha dato qualcosa di suo, tralascia tutti gli altri oneri e se ne esenta, come se non lo concernessero affatto. Al contrario, ognuno riterrà di essere debitore verso i suoi simili di tutto quel che ha e di tutto ciò che può, senza in altro modo limitare l'obbligo di far loro del bene, se non quando gliene manca là possibilità, la quale finché si può estendere deve uniformarsi all'amore.

8. Riferiamoci ancora all'altra parte della rinuncia a noi stessi, quella che concerne Dio. Ne abbiamo già parlato qua e là e sarebbe superfluo ripetere tutto quel che è stato detto. Basterà indicare come essa ci deve disporre alla mansuetudine.

 

In primo luogo, dunque, nel presentarci il modo di vivere in riposo e serenità, la Scrittura ci conduce sempre ad abbandonarci a Dio con tutto ciò che ci appartiene, a sottomettergli gli affetti del nostro cuore per domarlo o soggiogarlo.

La nostra è una intemperanza furiosa e una cupidigia sfrenata nel desiderare stima e onori, nel cercare potenza, nell'accumulare ricchezza, nel raccogliere tutto quel che ci pare proprio a conferire pompa e magnificenza. D'altra parte temiamo e odiamo stranamente la povertà, la piccolezza e l'ignominia, evitandole di conseguenza con tutti i mezzi. Perciò vediamo l'inquietudine di spirito in cui si dibattono tutti coloro che orientano la loro vita secondo il loro desiderio, quanti mezzi tentano, in quanti modi si tormentano per giungere là dove la loro ambizione e avarizia li trasporta e per evitare la povertà o una bassa condizione.

Ecco perché i credenti, per non lasciarsi avvolgere in tali reti, dovranno seguire quest'altra via. Anzitutto, non devono desiderare o sperare o immaginare altro mezzo per raggiungere la prosperità all'infuori della benedizione di Dio, su cui devono poggiare con sicurezza riposandovisi. Quantunque sembri che da per noi stessi siamo capaci di raggiungere il nostro scopo quando aspiriamo ad onori e ricchezze con la nostra abilità, con i nostri sforzi o perché aiutati dal favore degli uomini, è certo tuttavia che tutte queste cose non sono nulla, e che non potremo mai trarne alcun vantaggio né con la nostra abilità né con il nostro lavoro, se non nella misura in cui il Signore farà trarre vantaggio all'uno e all'altro. Al contrario, la sua sola benedizione si farà strada in mezzo a tutti gli impedimenti, per darci un buon risultato in ogni cosa.

Infine, quand'anche potessimo senza di lei acquistare qualche onore o ricchezza (poiché ogni giorno vediamo i malvagi giungere a grandi ricchezze e a buone posizioni) tuttavia poiché là dove regna la maledizione di Dio non è possibile godere di un sol briciolo di felicità se la sua benedizione non è su noi, non otterremo nulla che non si volga a nostra infelicità. Sarebbe grande follia il desiderare quello che non ci può che rendere infelici.

9. Se dunque crediamo che ogni mezzo di prosperare riposa nella sola benedizione di Dio, e che senza di lei ogni miseria e calamita ci attendono, è nostro compito non aspirare con troppa cupidigia a ricchezze e onori, confidando nella nostra abilità o diligenza, nel favore degli uomini o della fortuna, ma guardare sempre a Dio affinché, guidati da lui, siamo condotti alla condizione che gli parrà buona. Accadrà che non ci sforzeremo di attirare a noi le ricchezze, di rubare gli onori con mezzi leciti o illeciti, con violenza o astuzia, o con altri mezzi obliqui; ma cercheremo soltanto i beni che non ci distoglieranno dall'innocenza. Chi infatti spererà che la benedizione di Dio lo debba aiutare nel commettere frodi e rapine ed altre cattiverie? Essa non viene in aiuto se non a coloro che sono retti nei loro pensieri nelle loro opere: l'uomo che la desidera deve pertanto allontanarsi da ogni iniquità e cattivo pensiero.

Inoltre essa sarà come una briglia che ci frena, affinché non bruciamo di una disordinata cupidigia di arricchirci, e non cerchiamo ambiziosamente di elevarci. Che impudenza, pensare che Dio ci deve aiutare ad ottenere le cose che desideriamo contro la sua Parola! Mai aiuterà con la sua benedizione quel che maledice con la bocca!

Infine, quando le cose non accadranno secondo la nostra speranza ed il nostro augurio, la considerazione che sarebbe un mormorare contro Dio, per volontà del quale sono dispensati povertà e ricchezza, disprezzo e onori, ci impedirà di lasciarci andare all'impazienza, detestando la nostra condizione. Insomma, chiunque si affiderà alla benedizione di Dio (come è stato detto) , non aspirerà con mezzi malvagi e obliqui ad alcuna delle cose che gli uomini cercano con rabbiosa cupidigia, visto che egli saprà che questo mezzo non gli gioverebbe affatto. Se gli viene incontro qualche prosperità, non l'imputerà né alla sua diligenza né alla sua abilità né alla fortuna, ma riconoscerà che proviene da Dio. D'altra parte se non riesce a progredire molto, mentre gli altri si innalzano secondo il loro desiderio, o se gli accade di andare indietro, non smetterà di sopportare la sua povertà con pazienza e moderazione più di quanto un non credente si adatterebbe a ricchezze mediocri, inferiori al suo desiderio. Proverà un sollievo in cui potrà acquietarsi meglio che in tutte le ricchezze del mondo quand'anche le avesse radunate a sua disposizione: penserà cioè che tutte le cose sono stabilite da Dio così come giova alla sua salvezza. Vediamo che Davide ha avuto questa disposizione d'animo e, seguendo Dio e lasciandosi governare da lui, afferma di esser simile ad un fanciullo da poco svezzato, che non cammina in cose alte che sopraffanno la sua natura (Sl. 131.1).

10. I credenti non devono applicare tale pazienza e moderazione a questo punto soltanto, ma la devono estendere a tutti gli eventi ai quali la vita presente è sottomessa. Pertanto nessuno ha dovutamente rinunciato a se stesso, se non si è a tal punto abbandonato a Dio, da accettare volontariamente che tutta la vediamo considerando a quanti inconvenienti siamo soggetti. Mille malattie ci molestano assiduamente le une dopo le altre: la peste, la guerra, il gelo o la grandine che ci portano sterilità e ci minacciano di povertà; la morte ci fa perdere mogli, bambini ed altri parenti, e il fuoco può appiccarsi alla nostra casa. Queste cose fanno sì che gli uomini maledicano la loro vita, detestino il giorno della loro nascita, esecrino il cielo e la luce, accusino ingiustamente Dio; e poiché sono loquaci nel bestemmiare, lo accusano di ingiustizia e crudeltà.

Al contrario, il credente deve contemplare perfino in quelle cose la clemenza di Dio e la sua paterna benignità. Desolato dalla morte di tutti i suoi cari, malgrado la sua casa sia deserta non smetterà di benedire Dio, anzi penserà che, poiché la grazia di Dio abita nella sua casa, essa non la lascerà desolata. Che i suoi campi e le sue vigne siano rovinati e distrutti dal gelo, dalla grandine o da altra tempesta e che per questo motivo preveda un pericolo di carestia, non si perderà ancora d'animo e non si dimostrerà scontento di Dio, ma piuttosto persisterà in una ferma fiducia, dicendo in cuor suo: "Siamo pur sempre sotto la tutela del Signore, siamo le pecore del suo pascolo " (Sl. 79.13); per quanto grande sia la sterilità, egli ci darà sempre di che vivere. Pur sopportando l'afflizione di una malattia, non sarà abbattuto dal dolore al punto di lasciarsi andare all'impazienza e lamentarsi di Dio; piuttosto, considerando la giustizia e la bontà del Padre celeste che lo castiga, si ridurrà in questo modo alla pazienza. In breve, qualunque cosa accada, sapendo che tutto procede dalla mano del Signore, riceverà ogni cosa con cuore tranquillo e non ingrato, senza resistere alla volontà di colui al quale si è una volta affidato.

Soprattutto, stia lontana da un cuore cristiano la misera e ridicola consolazione dei pagani, di imputare alla sorte le avversità, per sopportarle con maggior pazienza. I filosofi si valgono infatti dell'argomento che sarebbe follia corrucciarsi contro la sorte temeraria e cieca, che getta i suoi dardi al volo, per ferire i buoni e i malvagi senza discernimento. Al contrario, la regola della pietà e che la sola mano di Dio conduce e regge la buona e la cattiva sorte, non secondo un impeto sconsiderato, ma dispensando il bene e il male secondo una giustizia ben ordinata.

 

 

CAPITOLO 8

IL SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LA CROCE FA PARTE DELLA RINUNCIA A NOI STESSI

1. Bisogna che la disposizione d'animo del credente salga ancora più in alto: Cristo chiama tutti i suoi a portare la propria croce (Mt. 16.24). Tutti coloro che il Signore ha adottati e ricevuti come figli devono prepararsi ad una vita dura, travagliata, piena di tribolazioni e di mali di ogni genere. Piace al Padre celeste esercitare in questo modo i suoi servitori, al fine di metterli alla prova. Ha iniziato questo procedimento in Cristo, suo figlio primogenito, e lo prosegue nei confronti di tutti gli altri. Sebbene Cristo fosse il suo figlio prediletto nel quale sempre si è compiaciuto (Mt. 3.17; 17.5) , vediamo che non è stato trattato mollemente e con delicatezza in questo mondo; non solo ha sofferto costante afflizione, ma l'intera sua vita è stata una croce continua. L'Apostolo ne stabilisce la causa nella necessità che fosse istruito all'obbedienza da quel che ha sofferto (Eb. 5.8). Come dunque ci esenteremo dalla condizione cui è stato necessario che si sottomettesse Cristo il nostro capo, il quale vi si è sottomesso per causa nostra, al fine di darci esempio di pazienza? L'Apostolo insegna che Dio ha destinato tutti i suoi figli a questo scopo: renderli conformi a Cristo (Ro 8.29).

Ce ne deriva una singolare consolazione: sopportando tutte le miserie che chiamiamo avversità e malvagità, noi abbiamo comunione con la croce di Cristo affinché, come egli è entrato nella gloria celeste attraverso un abisso di male, anche noi vi perveniamo attraverso varie tribolazioni (At. 14.22). San Paolo ci insegna che quando sentiamo in noi una partecipazione alle afflizioni di Cristo, parimenti afferriamo la potenza della sua risurrezione; e quando siamo fatti partecipi della sua morte, questa è una preparazione per giungere alla sua gloriosa eternità (Fl. 3.10). Con quale efficacia questo addolcisce l'amarezza insita nella croce? Quanto più siamo afflitti e sopportiamo le sofferenze, con tanto maggior certezza la nostra comunione con Cristo riceve conferma; e quando abbiamo questa comunione con lui, le avversità non solo sono per noi benedette, ma ci sono di aiuto per far progredire di molto la nostra salvezza.

2. Il Signor Gesù non ha avuto bisogno di portare la croce e soffrire tribolazioni, se non per attestare e provare la sua obbedienza verso Dio suo padre; a noi invece è necessario, per parecchie ragioni, essere del continuo afflitti in questa vita.

Anzitutto, essendo per natura troppo inclini ad esaltarci e ad attribuirci ogni cosa, se la nostra debolezza non ci è messa sotto gli occhi noi subito valutiamo oltre misura la nostra forza, e non esitiamo a crederla invincibile contro tutte le difficoltà che potremmo incontrare. Ne deriva che ci innalziamo in una vana e folle fiducia della carne, la quale poi ci incita ad inorgoglirci contro Dio, come se la nostra capacità ci fosse sufficiente senza la sua grazia. Non può fiaccare in modo migliore questo orgoglio se non mostrandoci, con l'esperienza, quanta debolezza e quanta fragilità sono in noi. Ecco perché ci affligge, con umiliazione o povertà, con malattia, con perdita di parenti o con altre calamità alle quali, per quanto ci concerne, soccombiamo istantaneamente perché non abbiamo in noi la forza di sopportarle. Umiliati, impariamo allora ad implorare la sua potenza che sola ci permette di resistere e star saldi sotto il peso di quei fardelli.

 

Anche i più santi, pur sapendo che la loro stabilità è fondata sulla grazia di Dio e non sulle loro forze, sarebbero ancora eccessivamente consci della propria capacità e costanza se il Signore non li conducesse ad una più autentica conoscenza di se, mettendoli alla prova per mezzo della croce. Davide stesso fu vittima di una tal presunzione, e reso come insensato, secondo quanto egli stesso confessa: "Ho detto nella mia sicurezza: Non sarò mai scosso. O Dio, tu avevi reso forte il mio monte, perché così ti piaceva; tu hai nascosto il tuo volto, e sono stato spaventato " (Sl. 30.7e ). Egli riconosce che la prosperità ha inebetito e abbrutito tutti i suoi sensi al punto che, senza curarsi della grazia di Dio da cui doveva dipendere, ha voluto confidare in se stesso, e ha osato promettersi stabilità. Se ciò è accaduto ad un così grande profeta, chi di noi non temerà e non starà in guardia? Finché ogni cosa va per il suo verso si ingannano considerandosi capaci di grande forza e costanza, dopo essere stati colpiti dalla prova si rendono conto di quanto fosse ipocrita il loro atteggiamento.

In questo modo dunque i credenti devono essere consapevoli delle proprie debolezze, al fine di fortificarsi nell'umiltà e di spogliarsi da ogni perversa fiducia della carne, per sottoporsi completamente alla grazia di Dio. Allora sentono che la sua potenza è presente ed in questa trovano sufficiente garanzia di sicurezza.

3. È quanto insegna san Paolo dicendo che dalla tribolazione nasce la pazienza, e dalla pazienza l'esperienza (Ro 5.3). Avendo il Signore promesso a coloro che credono in lui di assisterli nelle tribolazioni, sentono che ciò si avvera quando rimangono saldi nella pazienza, sostenuti dalla sua mano; non lo potevano fare con le loro forze. La pazienza reca dunque ai santi l'esperienza del fatto che Dio dà veramente il soccorso che ha promesso, quando è necessario. La loro speranza è in tal modo confermata, poiché sarebbe somma ingratitudine il non credere per l'avvenire nella veracità di Dio, già sperimentata come sicura ed immutabile.

Vediamo dunque quale serie ininterrotta di vantaggi derivano dalla croce. Rovesciando la falsa opinione che la nostra natura alimenta riguardo alla sua potenza, e scoprendo la nostra ipocrisia che ci seduce ed inganna con le sue lusinghe, essa fiacca la pericolosa presunzione della nostra carne. Avendoci umiliati, ci insegna così a riposare in Dio, nostro fondamento, che non ci lascia soccombere né perdere coraggio. Da questa vittoria scaturisce la speranza in quanto il Signore, compiendo quel che ha promesso, garantisce per l'avvenire la sua verità.

Quand'anche si limitasse a questo, è chiaro quanto la prova della croce ci è necessaria. Non è vantaggio trascurabile che sia eliminato l'amore di noi stessi, che ci acceca, sì che prendiamo veramente coscienza della nostra debolezza; che ne abbiamo coscienza per imparare a diffidare di noi stessi; che diffidiamo di noi stessi, onde trasferiamo la nostra fiducia in Dio; che ci appoggiamo su Dio con sicura fiducia di cuore onde, per mezzo del suo aiuto, perseveriamo vittoriosi fino alla fine; che dimoriamo con fermezza nella sua grazia, affinché sappiamo che egli e verace e fedele nelle sue promesse; che ci diventi chiara la certezza delle sue promesse, affinché la nostra speranza ne riceva conferma.

4. Il Signore ha un altro motivo per affliggere i suoi servitori: mettere alla prova la loro pazienza ed educarli all'obbedienza; non che possano avere altra obbedienza all'infuori di quella che ha dato loro; ma gli piace indicare così e attestare i doni che ha messo in coloro che credono in lui, affinché questi doni non rimangano oziosi e nascosti nei credenti. Quando dunque evidenzia la forza e la costanza di soffrire che ha dato ai suoi servi, è detto che mette alla prova la loro pazienza. Di qui il modo di dire: egli ha messo alla prova Abramo ed ha conosciuto la sua pietà, per il fatto che questi non ha rifiutato di immolare il suo figlio per compiacergli (Ge 22.1.12). Anche san Pietro dice che la nostra fede è provata dalla tribolazione, come l'oro è vagliato nella fornace (1 Pi. 1.7). Chi negherà che un dono così eccellente, fatto dal Signore ai suoi servi, debba essere messo in uso per esser reso noto e manifesto? Altrimenti non lo si valuterebbe mai come gli si addice. Se il Signore ha un giusto motivo per dar corpo alle forze che ha posto nei suoi credenti, e le mette in luce onde non rimangano nascoste e non siano inutili, non senza ragione manda le afflizioni, senza le quali la loro pazienza sarebbe nulla. Dico pure che con questo mezzo li istruisce all'obbedienza, poiché così imparano a vivere non secondo il loro desiderio ma secondo quanto piace a Dio. Se ogni cosa accadesse loro come la chiedono, non saprebbero che cosa significhi seguire Dio.

Seneca, filosofo pagano, dice che secondo un antico proverbio quando si voleva esortare qualcuno a sopportare pazientemente le avversità, ci si serviva dell'espressione: bisogna seguire Dio. Intendevano dire che l'uomo si sottomette al giogo del Signore allorché si lascia castigare, e presta volontariamente la mano e la schiena alle sue punizioni. Se è ragionevole che prestiamo in tutti i modi obbedienza al Padre celeste, non dobbiamo rifiutare che ci educhi, in ogni maniera, all'obbedienza.

5. Non avremmo ancora inteso quanto l'obbedienza ci è necessaria, se non avessimo coscienza di quanto la nostra carne sia pronta a respingere il giogo del Signore, non appena essa è trattata con un po' di delicatezza. Ci accade come ai cavalli ribelli che, dopo esser stati qualche tempo nella stalla oziosi e ben pasciuti, non si lasciano poi domare, e non riconoscono il loro padrone dal quale prima si lasciavano condurre. In breve, quel che è accaduto al popolo di Israele e di cui il Signore si lamenta, si riscontra di solito in tutti gli uomini: ingrassati con un troppo dolce nutrimento, essi si ribellano a colui che li ha nutriti (De 32.15). Era opportuno, certo, che la benevolenza di Dio ci conducesse a valutare e amare la sua bontà, dato però che la nostra ingratitudine è tale che la dolcezza e un trattamento generoso rischiano di corromperci anziché incitarci al bene, è più che necessario che ci tenga in pugno e ci sottometta ad una certa disciplina per evitarci di finire in una simile petulanza.

Affinché non insuperbiamo per troppo grande abbondanza di beni, gli onori non ci inorgogliscano, i doni che abbiamo, sia fisici sia spirituali, non generino orgoglio ed eccessi in noi, il Signore ci previene e mette ordine, frenando e domando Cl. rimedio della croce l'insolenza della nostra carne, in modi diversi, secondo quanto ritiene giovevole e salutare per ciascuno. Non siamo, né gli uni né gli altri, malati nella stessa misura né di una medesima malattia: non è dunque necessario che la cura sia identica per tutti. Questa è la ragione per cui esercita gli uni con un tipo di croce, gli altri con un altro. Pur volendo provvedere alla salute di tutti, usa nei riguardi degli uni, una medicina più dolce, una più aspra e rigorosa verso gli altri, senza però lasciarne privo neanche uno, sapendo che tutti sono malati.

6. È anche necessario che il nostro buon Padre non solo prevenga la nostra infermità per il futuro, ma altrettanto spesso corregga i nostri errori passati per mantenerci obbedienti a lui. Di conseguenza, appena abbiamo qualche afflizione, ci dobbiamo ricordare della nostra vita passata. Così facendo, scopriremo senz'altro di aver commesso qualche errore degno di un tal castigo, anche se non dobbiamo attingere dalla coscienza del nostro peccato l'argomento principale per esortarci alla pazienza; la Scrittura ci dà in mano una ben migliore considerazione dicendo che il Signore ci corregge per mezzo delle avversità, per non condannarci con questo mondo (1 Co. 11.32).

Dobbiamo dunque riconoscere la clemenza e la benignità del nostro Padre in mezzo all'amarezza più grande insita nelle tribolazioni, poiché neanche così cessa di far progredire la nostra salvezza. Ci affligge, non per perderci o rovinarci, ma per liberarci dalla condanna di questo mondo. Un tal pensiero ci condurrà a quel che la Scrittura ci insegna altrove, quando dice: "Figlio mio, non respingere la correzione del Signore e non offenderti quando egli ti riprende, poiché Dio corregge coloro che ama, e li circonda di affetto come suoi figli " (Pr 3.2). Quando udiamo dire che le sue correzioni sono come il bastone paterno, non è forse nostro dovere diventare figli docili piuttosto che, con la nostra resistenza, seguire la gente senza speranza, indurita nei suoi misfatti? Il Signore ci perderebbe se non ci attirasse a se mediante correzioni, quando abbiamo sbagliato. Come ben dice l'Apostolo: "Siamo figli bastardi, non legittimi, se egli non ci tiene sotto la sua disciplina " (Eb. 12.8). Siamo dunque troppo perversi se non lo sappiamo sopportare, quando ci dichiara la sua benevolenza e la cura che ha della nostra salvezza.

La Scrittura nota questa differenza fra increduli e credenti: i primi, alla maniera dei servi antichi, di natura perversa, non fanno che peggiorare e indurirsi sotto la frusta; i secondi traggono giovamento, si pentono e si correggono, come figli ben disposti. Scegliamo dunque dalla parte di chi vogliamo stare. Questo argomento essendo stato trattato altrove, Ci basti averlo menzionato qui.

7. La consolazione maggiore consiste nel sopportare la persecuzione a motivo di giustizia. Ci dobbiamo allora ricordare quale onore ci è fatto dal Signore, nell'affidarci le insegne del suo esercito.

Definisco persecuzione per la giustizia non solo il soffrire per la difesa dell'Evangelo, ma altresì di ogni giusta causa. Sia dunque che ci tocchi incorrere nell'odio e nell'indignazione del mondo per difendere la verità di Dio contro le menzogne di Satana, oppure per sostenere gli innocenti contro i malvagi e impedire che si faccia loro torto o ingiustizia, mettendo così in pericolo il nostro onore, i nostri beni o la nostra vita, non ci dispiaccia questo impegno totale al servizio di Dio, e non riteniamoci infelici, quando egli stesso ci dichiara beati (Mt. 5.10). È pur vero che la povertà, considerata in se stessa, è miseria; così pure l'esilio, il disprezzo, l'ignominia, la prigione; e infine la morte, che è l'estrema calamità. Ma laddove Dio è presente Cl. suo favore, nessuna di queste cose accade senza volgersi a nostro beneficio e a nostra felicità.

Accontentiamoci dunque della testimonianza di Cristo piuttosto che di una falsa opinione della nostra carne: così accadrà che sull'esempio degli apostoli, ci rallegreremo tutte le volte che egli ci riterrà degni di sopportare obbrobrio per il suo nome (At. 5.41). Se, innocenti e di buona coscienza, siamo spogliati dei nostri beni dalla cattiveria degli iniqui, siamo sì impoveriti di fronte agli uomini, ma in quel modo le vere ricchezze aumentano per noi presso Dio, in cielo. Se siamo cacciati e banditi dal nostro paese, siamo tanto più prontamente accolti nella famiglia del Signore. Se, vessati e molestati, facciamo ricorso alla fede nel nostro Signore, tanto più siamo confermati in essa. Se riceviamo obbrobrio e ignominia, tanto più siamo esaltati nel regno di Dio. Se siamo uccisi, ci si apre davanti la vita beata. Non sarebbe per noi gran vergogna stimare le cose a cui il Signore ha dato tanto prezzo meno delle delizie di questo mondo che svaniscono come fumo?

8. Confortandoci così la Scrittura in ogni ignominia e calamità che abbiamo da sopportare per la difesa della giustizia, siamo troppo ingrati se non le accettiamo pazientemente e con cuore allegro; tanto più che questo tipo di croce è proprio dei credenti, e per mezzo suo Cristo vuol essere glorificato in loro, come dice san Pietro (1 Pi. 4.12e ). Essendo per gente fiera e coraggiosa più difficile e penoso sopportare l'umiliazione della morte, san Paolo ci ricorda che, se speriamo in Dio, non solo saremo soggetti a persecuzioni, ma anche a vituperio (1 Ti. 4.10). Altrove ci esorta Cl. suo esempio a camminare nell'infamia come nell'apprezzamento (2 Co. 6.8).

Dio non ci richiede un'allegrezza tale da togliere ogni amarezza al dolore, altrimenti la sopportazione della croce da parte dei santi sarebbe nulla, se non fossero tormentati dal dolore, e non provassero angoscia quando si fa loro qualche torto. Similmente, se la povertà non fosse per loro dura e penosa, se non sopportassero qualche tormento nelle malattie, se l'ignominia non li pungesse, se non avessero in orrore la morte, quale forza o moderazione ci sarebbe nel disprezzare tutte queste cose? Ognuna di esse comporta un'amarezza che per natura punge i cuori di noi tutti, perciò la forza di un credente si dimostra nel fatto che, messo alla prova da questo dolore, pur soffrendo gravemente, tuttavia resiste, la sormonta e riesce a superarla. La sua sopportazione si palesa quando, stimolato da quello stesso sentimento, è tuttavia frenato dal timor di Dio come da una briglia, senza lasciarsi andare a qualche irritazione o altro eccesso. La sua gioia e allegrezza sono visibili quando, oppresso da tristezza e dolore, si sottomette tuttavia alla consolazione che proviene dallo Spirito di Dio.

9. La lotta, che con pazienza e moderazione i credenti sostengono contro il sentimento naturale del dolore, è molto ben descritta da san Paolo: "Noi sopportiamo tribolazione in ogni cosa, ma non siamo in distretta; sopportiamo la povertà, ma non siamo dimenticati; sopportiamo la persecuzione, ma non siamo abbandonati; siamo come abbattuti, ma non periamo " (2 Co. 4.8).

Portare pazientemente la croce non significa essere completamente insensibili e non provare alcun dolore; in passato i filosofi stoici pazzescamente definivano magnanimo un uomo che, essendosi spogliato della sua umanità, non era toccato né da avversità né da prosperità, né da cose tristi né da cose gaie, era insomma privo di reazioni, come una pietra. Che vantaggio hanno tratto da così alta saggezza? Hanno dipinto una immagine di sopportazione, mai vista fra gli uomini ed inesistente; anzi, volendo avere una pazienza troppo perfetta, ne hanno tolto l'uso fra gli uomini. Ci sono, ora, dei nuovi stoici anche fra i cristiani, i quali pensano che sia peccato non solo il gemere e il piangere, ma anche il contristarsi e l'essere tormentati. Queste opinioni paradossali procedono per lo più da gente oziosa che, esercitandosi a speculare piuttosto che a fare, non può che inventare simili fantasie.

Per parte nostra non sappiamo che fare di questa filosofia così ascetica e rigorosa, che il nostro Signor Gesù ha condannato non solo a parole, ma anche Cl. suo esempio. Poiché egli ha conosciuto gemito e pianto, sia per il suo dolore, sia perché ebbe pietà degli altri, e non ha insegnato ai suoi discepoli ad agire in modo diverso. "Il mondo "dice "si rallegrerà, e voi sarete presi da tristezza; riderà, e voi piangerete " (Gv. 16.20). E affinché non lo si considerasse peccato, dichiara felici coloro che piangono (Mt. 5.4). Questo non stupisce: se si dIs.pprovano tutte le lacrime, che diremo del Signore Gesù dal cui corpo caddero una dopo l'altra gocce di sangue? (Lu 22.44). Se si taccia di incredulità ogni spavento, che cosa penseremo dell'orrore da cui fu colto? Se ogni tristezza ci dispiace, come accetteremo che la sua anima sia triste fino alla morte, come dichiara egli stesso?

10. Ho voluto dire queste cose per allontanare dalla disperazione tutti i cuori pii, affinché non rinuncino all'esercizio della pazienza, anche se non sono adatto liberati dal sentimento naturale del dolore. Coloro i quali scambiano la pazienza con l'insensibilità, facendo di un uomo forte e costante un tronco di legno, perdono coraggio e si disperano non appena vogliono esercitarsi nella pazienza. La Scrittura, al contrario, definisce pazienti i santi quando, afflitti dalla durezza dei loro mali, non ne sono tuttavia colpiti al punto di venir meno; quando, punti dall'amarezza, provano contemporaneamente gioia spirituale; quando, incalzati dall'angoscia, non per questo cessano di respirare, rallegrandosi nella consolazione di Dio. Ma nei loro cuori avviene una lotta: il senso naturale fugge e ha in orrore tutto quel che gli è contrario; d'altra parte, il sentimento di pietà li conduce ad obbedire alla volontà di Dio anche attraverso queste difficoltà.

È la lotta a cui Gesù Cristo si riferisce parlando a san Pietro: "Quando eri giovane, ti cingevi da solo e camminavi dove ti pareva; quando sarai vecchio, un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorrai " (Gv. 21.18). Non è certo verosimile che san Pietro, dovendo glorificare Dio con la morte, sia stato trascinato a questo passo per costrizione e suo malgrado; altrimenti il suo martirio non avrebbe gran valore. Ma, per quanto ottemperasse all'ordine di Dio con cuore libero e allegro, per il fatto che non si era spogliato della sua umanità, era diviso in un duplice volere. Quando considerava la morte cruenta che doveva soffrire, spaventato dall'orrore, sarebbe volentieri fuggito. D'altra parte, quando considerava che vi era chiamato per ordine di Dio, vi si presentava volentieri ed anzi gioiosamente, vincendo ogni timore.

Se dunque vogliamo essere discepoli di Cristo, dobbiamo sforzarci a che i nostri cuori siano ripieni di un tal timore ed ubbidienza a Dio, da poter domare e soggiogare tutti i sentimenti contrari al suo volere. Ne deriverà che, in qualunque tribolazione ci troviamo, per quanto grande sia l'infelicità che il nostro cuore può provare, non cesseremo di avere costantemente pazienza. Le avversità ci intaccheranno sempre con la loro acredine: per questa ragione, afflitti dalla malattia, gemeremo e ci lamenteremo e desidereremo la salute; incalzati dalla povertà, saremo punti da perplessità e timore. E l'ignominia, il disprezzo ed ogni altra ingiuria ci strazieranno il cuore. Quando qualche nostro parente morirà, daremo alla natura le lacrime che le sono dovute. Ma verremo sempre alla conclusione: Dio l'ha voluto, seguiamo la sua volontà. Anzi bisogna che questo pensiero intervenga, fra le fitte del dolore, le lacrime ed i gemiti, per ricondurre il nostro cuore a sopportare gioiosamente le cose da cui è in tal modo contristato.

11. Avendo dedotto dalla considerazione della volontà di Dio la ragione principale del sopportare bene la croce, bisogna definire brevemente quale differenza corra fra la pazienza cristiana e la pazienza filosofica.

 

Pochi sono i filosofi saliti così in alto da capire che gli uomini sono messi alla prova dalla mano di Dio mediante afflizioni e che, di conseguenza, su questo punto dobbiamo ottemperare alla sua volontà. Ma anche quelli che sono arrivati a comprenderlo non sanno trovare altra ragione se non che questo è inevitabile. Ragionare così non significa forse sostenere che bisogna sottomettersi a Dio, perché invano ci si sforzerebbe di resistergli? Infatti, se obbediamo a Dio soltanto perché è inevitabile, non appena potremo fuggire, cesseremo di obbedirgli. La Scrittura vuole che sappiamo vedere altro nella volontà di Dio: anzitutto la sua giustizia ed equità, poi la cura che ha della nostra salvezza.

Le esortazioni cristiane sono dunque queste: se povertà, esilio, prigione, obbrobrio, malattia, perdita di parenti o altra avversità ci tormenta, dobbiamo pensare che nessuna di queste cose accade se non per volere e provvidenza del Signore; inoltre, che egli non fa nulla se non per una giustizia ordinata a buon fine. Che dunque? I peccati che quotidianamente commettiamo non meritano forse di essere puniti centomila volte più aspramente e con severità maggiore di quella di cui si vale? Non è forse giusto che la nostra carne sia domata, e come abituata al giogo, affinché non si perda in intemperanze come sarebbe portata per natura a fare? La giustizia e la verità di Dio non sono forse ben degne che soffriamo per loro? Se la giustizia di Dio appare con evidenza in tutte le nostre afflizioni, non possiamo mormorare né ribellarci senza commettere iniquità. Non intendiamo qui riferirci a quella fredda cantilena dei filosofi, secondo la quale ci si deve sottomettere in quanto è inevitabile; ma ci riferiamo ad un insegnamento vivo ed efficace secondo il quale bisogna ubbidire perché non è lecito resistere; bisogna aver pazienza perché l'impazienza è una rivolta contro la giustizia di Dio. Ma poiché nulla è per noi veramente piacevole all'infuori di ciò che sappiamo esserci buono e salutare, il padre di misericordia ci consola in quanto afferma che, affliggendoci con una croce, provvede alla nostra salvezza. Se le tribolazioni sono per noi salutari, perché non le riceveremmo con cuore tranquillo anziché ingrato? Poiché sopportandole con pazienza non soccombiamo alla necessità, ma assentiamo al nostro bene. Queste considerazioni, dico, faranno sì che quanto più il nostro cuore sarà oppresso dalla tristezza naturale della croce, tanto più sarà dilatato da gioia spirituale. Da ciò deriverà pure l'azione di grazia, che non può essere senza gioia. Se la lode del Signore e le azioni di grazia non possono uscire che da un cuore gioioso e allegro, e se nulla al mondo le deve impedire, è evidente quanto sia necessario che l'amarezza insita nella croce venga temperata da gioia spirituale.

 

 

CAPITOLO 9.

MEDITAZIONE SULLA VITA FUTURA

1. Qualunque sia il tipo di tribolazione da cui siamo afflitti, dobbiamo sempre volgerle a questo fine: imparare a disprezzare la vita presente per essere in tal modo incitati a meditare sulla vita futura. Il Signore sa molto bene che amiamo questo mondo di un amore cieco, anzi assoluto; egli si vale dunque di un mezzo radicale, atto ad allontanarcene e a scuotere la nostra pigrizia, per impedire al nostro cuore di radicarsi eccessivamente in questo amore assurdo.

Tutti, certo, vogliono far credere che durante tutta la vita hanno desiderato l'immortalità celeste, e si sono sforzati di ottenerla; ci vergogneremmo, infatti, di non aver nulla di diverso dalle bestie, la cui condizione non sarebbe per niente inferiore alla nostra qualora non avessimo la speranza dell'eternità dopo la morte. Se si esaminano però i proponimenti, le decisioni, le imprese e le opere di ognuno, non risulterà esserci altra presenza all'infuori della terra. Questa insensibilità deriva dal fatto che il nostro intelletto è come abbagliato dal vano risplendere delle ricchezze, degli onori e dei poteri, nel loro aspetto esteriore, e non può pertanto guardare oltre. Parimenti il nostro cuore, ripieno di avarizia, di ambizione e di altre malvagie concupiscenze, è talmente legato qui in basso, da non poter guardare più in alto. Infine, tutta quanta l'anima, avvolta e come impastoiata nei piaceri della carne, cerca la sua felicità su questa terra.

Per ovviare a questo male, il Signore insegna ai suoi servitori la vanità della vita presente mettendoli del continuo alla prova con diverse afflizioni. Perché non si ripromettano pace e riposo dalla vita presente, egli permette che questa sia spesso inquietata e molestata da guerre, tumulti, brigantaggi o altre sciagure. Affinché non aspirino con troppo grande cupidigia alle ricchezze caduche, o confidino in quelle che possiedono, li riduce in povertà sia rendendo sterile la terra, sia per mezzo del fuoco, o in altro modo ancora; oppure li mantiene nella mediocrità. Affinché non prendano troppo gusto al matrimonio, dà loro delle mogli difficili e di cattivo carattere che li tormentano, o dei figli malvagi che li umiliano, oppure li affligge togliendo loro mogli e figli. Se pure li tratta con dolcezza in tutte queste cose, affinché non si inorgogliscano di vana gloria e si elevino in un sentimento di sconsiderata fiducia, li avverte per mezzo di malattie e pericoli mettendo loro davanti agli occhi la fragilità e la breve durata di tutti i beni soggetti a morte.

Di conseguenza, traiamo grande vantaggio nella disciplina della croce, allorché impariamo che la vita presente, considerata di per se, è piena di inquietudini, di disordini e di miserie, e non è felice in alcun frangente; che tutti i suoi beni da noi stimati sono di breve durata ed incerti, frivoli e mischiati a infinite tribolazioni. Ne deduciamo pertanto che non bisogna cercare né sperare quaggiù altro che lotta; quando è questione della nostra corona, dobbiamo innalzare gli occhi al cielo. : È infatti indubbio che il nostro cuore non si volgerebbe mai spontaneamente al desiderio ed alla meditazione della vita futura, se non fosse dapprima mosso dal disprezzo per la vita terrena.

 

2. Non c'è via di mezzo fra questi due estremi: o la terra è da noi considerata con disprezzo, oppure ci tiene legati a se con un amore assoluto. Perciò, se abbiamo qualche pensiero di immortalità, dobbiamo cercare diligentemente di liberarci da codesti vincoli malvagi. Poiché la vita presente offre sempre una gran quantità di piaceri per attrarci, e possiede un'apparenza di grande amenità, di grazia e di dolcezza per allettarci, ci è ben d uopo esserne allontanati di ora in ora per non essere ingannati e come stregati da tali adulazioni. Infatti, che cosa accadrebbe, vi prego, se godessimo qui di una perenne felicità, visto che, neppure così, spinti assiduamente da tanti sproni, prendiamo in dovuta considerazione la nostra miseria? Non i saggi soltanto sanno che la vita umana è simile ad un'ombra o ad un fumo: è un proverbio frequente anche fra il popolo. Essendo ritenuta verità molto utile da conoscere, la si è espressa in molti bei pensieri; non c'è però cosa al mondo che consideriamo con minor attenzione o che dimentichiamo più facilmente; ci impegniamo infatti in tutte le nostre imprese come se dovessimo costruire la nostra immortalità su questa terra. Se si seppellisce un morto o se ci troviamo in un cimitero, quando cioè abbiamo davanti agli occhi un'immagine esplicita di morte, siamo capaci di riflessioni filosofiche eccellenti sulla fragilità della vita; anche se questo non accade sempre perché talvolta queste cose non ci commuovono affatto! Ma si tratta, quando ciò accade, di una filosofia passeggera che svanisce non appena abbiamo voltato la schiena, e di cui non rimane alcun ricordo; in breve, essa passa come un applauso a teatro. Avendo dimenticato non solo la morte, ma anche la nostra condizione di mortali, come se non ne avessimo mai udito parlare, ricadiamo in una assurda ed eccessiva fiducia nell'immortalità terrena. Qualcuno ci ricorda l'antico proverbio: l'uomo è animale d'un giorno? lo approviamo, ma in modo così meccanico che rimane sempre fissa nel nostro cuore l'idea di vivere perennemente quaggiù.

Chi dunque negherà che ci è estremamente necessario essere ammoniti e convinti, attraverso il maggior numero possibile di esperienze, di quanto sia infelice la condizione dell'uomo relativamente alla vita di questo mondo, visto che, pur essendone convinti, ci è così difficile smettere di ammirarla fino ad esserne storditi, come se contenesse in se ogni felicità? Se è necessario che il Signore ci istruisca in questo modo, il nostro compito è di ascoltare i suoi rimproveri, per mezzo dei quali scuote la nostra indifferenza affinché, disprezzando il mondo, aspiriamo con tutto il nostro cuore alla meditazione della vita futura.

3. I credenti devono abituarsi a un disprezzo della vita presente, che però sia tale da non generare odio per essa, né ingratitudine verso Dio. Benché questa vita sia cosparsa di infinite tribolazioni, a buon diritto è annoverata fra le benedizioni di Dio, le quali non sono da disprezzare. Se non riconoscessimo alcun dono di Dio in essa, saremmo colpevoli di grande ingratitudine Essa deve essere una testimonianza della benevolenza del Signore per i credenti, visto che è interamente destinata a far progredire la loro salvezza. Il Signore, infatti, prima di rivelarci appieno l'eredità della gloria immortale, vuole rivelarsi a noi quale Padre nelle cose minime: nei benefici che riceviamo giornalmente dalla sua mano.

Se questa vita ci serve a capire la bontà di Dio, non la terremo dunque in nessun conto, come se non avesse in se alcun bene? Dobbiamo dunque avere un sentimento e una disposizione d'animo tali da reputarla un dono della benignità divina, da non rifiutare. Se anche mancassero testimonianze della Scrittura, che tuttavia non mancano, la natura stessa ci esorterebbe a render grazie a Dio che ci ha creati e messi in questo mondo, ci conserva in esso e ci largisce tutte le cose necessarie per sussistervi. C'è una ragione ancor più grande, se consideriamo che qui egli ci prepara alla gloria del suo Regno. Poiché ha voluto che coloro i quali devono essere incoronati in cielo combattano anzitutto sulla terra, onde trionfino solo dopo aver sormontato le difficoltà della lotta ed aver ottenuto la vittoria.

Anche l'altra motivazione ha il suo peso: nei suoi benefici noi cominciamo quaggiù ad assaporare la dolcezza della sua benignità, affinché la nostra speranza ed il nostro desiderio siano incitati a ricercarne la piena rivelazione. Quando avremo stabilito che la vita terrena è un dono della bontà divina, dono per il quale gli dobbiamo essere riconoscenti, essendone debitori verso di lui, allora potremo scendere a considerarne la condizione infelice per liberarci da quella troppo grande cupidigia a cui (come abbiamo dimostrato) siamo per natura inclini.

4. Tutto quel che togliamo all'amore disordinato di questa vita, bisogna trasferirlo al desiderio della vita celeste. Coloro che hanno reputato che il nostro maggior bene sarebbe di non nascere affatto, o di morire presto, hanno avuto una giusta opinione, secondo il loro sentire umano. Essendo pagani, privi della luce di Dio, e di vera religione, che cosa potevano vedere nella vita terrena se non povertà ed orrore? Non senza ragione gli Sciti piangevano alla nascita dei loro figli, e quando qualcuno dei loro parenti moriva, se ne rallegravano facendo una festa solenne: ma questo non era di nessuna utilità. Mancando loro il vero insegnamento della fede, essi non capivano come quel che di per se non è né felice né desiderabile, si volga in salvezza per i credenti. Il che li portava alla disperazione.

I servi di Dio seguano dunque questo criterio, nel valutare la vita mortale: vedendo che non c'è in essa altro che miseria, siano più liberi e più disposti a meditare sulla vita futura ed eterna. Quando le avranno paragonate, non solo potranno trascurare la prima, ma anche disprezzarla e non tenerla in nessun conto, a confronto con la seconda. Se il cielo è la nostra patria, che altro è la terra, se non un passaggio in terra straniera e, nella misura in cui essa è maledetta per noi a motivo del peccato, un esilio, anche, ed una proscrizione? Se la partenza da questo mondo è un entrare nella vita, che altro è questo mondo se non un sepolcro? E il dimorarvi, che altro se non essere tuffati nella morte? Se l'essere liberati da questo corpo è libertà, che altro è il corpo se non una prigione? E se la nostra maggior felicità sta nel godere della presenza di Dio, non è una condizione di miseria il non goderne? Finché non usciremo da questo mondo, saremo lontani da Dio (2 Co. 5.6). Se paragonata alla vita celeste, non c'è dubbio che la vita terrena possa essere disprezzata, anzi considerata sterco. È pur vero che non la dobbiamo mai odiare, se non nella misura in cui ci mantiene sottomessi al peccato, anche se questo non è propriamente da imputare ad essa.

Comunque sia, pur essendone stanchi e stufi, al punto da desiderarne la fine, dobbiamo però essere pronti a dimorarvi secondo che piace a Dio, onde il nostro tedio sia scevro da ogni mormorio e impazienza. È come una tappa assegnataci dal Signore, in cui dobbiamo dimorare finché egli ce ne richiami. San Paolo si lamenta sì della sua condizione, del suo esser trattenuto e legato nella prigione del corpo più a lungo di quanto vorrebbe, e sospira con ardente desiderio di esser liberato (Ro 7.24). Ma, per ubbidire al volere di Dio, afferma che è pronto all'una e all'altra cosa, poiché si sapeva debitore di Dio per glorificarne il nome con la vita e con la morte (Fl. 1.23). È compito del Signore stabilire quel che giova alla sua gloria. Se è necessario vivere e morire per lui lasciamo che il suo volere decida e della nostra vita e della nostra morte, pur desiderando sempre la nostra morte, meditandola con assiduità, disprezzando questa vita mortale a paragone dell'immortalità futura e desiderando rinunciarvi quando piacerà al Signore, poiché essa ci mantiene nella servitù del peccato.

5. È mostruoso che parecchi che si vantano di essere cristiani, lungi dal desiderare la morte, l'abbiano in tale orrore che appena ne odono parlare tremano, come se si trattasse della peggior disgrazia che possa loro accadere. Non fa meraviglia se per natura siamo spaventati quando udiamo dire che il nostro corpo deve separarsi dall'anima; ma è intollerabile che in un cuore cristiano non ci sia abbastanza luce da sormontare e travolgere questo timore con una consolazione più grande. Se pensiamo che la tenda del nostro corpo, inferma, piena di peccato, corruttibile, caduca e tendente all'imputridimento, è disfatta e demolita per essere in seguito restaurata in una gloria perfetta, sicura, incorruttibile e celeste, la fede non ci costringerà a desiderare con ardore quel che la natura fugge e ha in orrore? Se pensiamo che, per mezzo della morte, siamo richiamati da un triste esilio per abitare nella nostra patria, anzi nella nostra patria celeste, non dovremmo da ciò trarre una particolare consolazione?

Ma qualcuno obietterà che tutte le cose desiderano mantenersi come sono. Lo ammetto, e perciò sostengo che dobbiamo aspirare all'immortalità futura, dove godremo di una condizione sicura, non reperibile sulla terra. San Paolo insegna molto bene ai credenti a camminare con allegrezza verso la morte, non già desiderando di essere spogliati, ma di essere meglio rivestiti (2 Co. 5.2). È forse ragionevole che le bestie e perfino le creature insensibili, come il legno e le pietre, avendo per così dire una qualche percezione della loro vanità e corruzione, siano in attesa del giorno del giudizio per esserne liberati (Ro 8.19) e che noi, al contrario, avendo anzitutto qualche lume datoci dalla natura, ed essendo per di più illuminati dallo Spirito di Dio, quando si tratta del nostro essere, non sappiamo alzare gli occhi oltre questo marciume terreno?

Ma non è mia intenzione polemizzare qui a lungo contro un così grave errore. Ho dichiarato fin dall'inizio che non intendo trattare qui ogni argomento in forma esortativa. Consiglierò a chi ha così poco coraggio, di leggere il libro di san Cipriano intitolato la mortalità, oppure i filosofi, presso i quali troveranno un disprezzo della morte che dovrebbe far loro vergogna.

Dobbiamo tener presente questo criterio: ha frequentato con profitto la scuola di Cristo colui che aspetta con gioia e letizia il giorno della morte e dell'ultima risurrezione, poiché san Paolo contraddistingue così tutti i credenti (Tt 2.13). La Scrittura è solita richiamarci a questo quando ci vuol proporre un motivo di allegrezza: "Rallegratevi "dice il Signore "e rialzate il capo, poiché la vostra redenzione è vicina " (Lu 21.28). Perché mai, vi prego, dovrebbe generare in noi tristezza e paura quel che Gesù Cristo ha pensato essere adatto a rallegrarci? Se è così, perché ci gloriamo di essere suoi discepoli? Assumiamo dunque un atteggiamento più confacente, e sebbene la cupidigia della nostra carne, cieca e stupida, rifugga da un tal pensiero, non esitiamo ad augurare la venuta del Signore quale felice avvenimento, non solo con un semplice desiderio, ma gemendo e sospirando dietro ad essa. Poiché egli verrà a noi come redentore per introdurci nell'eredità della sua gloria, dopo averci tratti fuori da questo abisso di mali e tribolazioni.

 

6. In verità, bisogna che tutti i credenti, mentre abitano su questa terra, siano come pecore destinate al macello (Ro 8.36) , al fine di esser resi conformi ai loro capo, Gesù Cristo. Sarebbero dunque disperatamente infelici, se non volgessero in alto il loro intendimento per sormontare tutto quel che è nel mondo e passare oltre la visione delle cose presenti (1 Co. 15.19).

Al contrario, se hanno imparato ad innalzare i loro pensieri al di sopra delle cose terrene, quando vedranno i malvagi prosperare in ricchezze e onori, godere di tranquillità, avere tutto ciò che desiderano, vivere in lusso e delizie, anzi, quando saranno da costoro trattati in modo disumano e fatti oggetto di umiliazioni, quando saranno depauperati e offesi da qualsiasi forma di oltraggio, sarà loro facile, in tali mali, trovar conforto. Infatti avranno sempre presente quell'ultimo giorno, nel quale sanno che il Signore dovrà raccogliere i suoi credenti nel riposo del suo Regno, asciugare le lacrime dei loro occhi, incoronarli di gloria, vestirli di allegrezza, saziarli con la dolcezza infinita delle sue delizie, innalzarli alla sua altezza, farli insomma partecipi della sua felicità (Is. 25.8; Re 7.17) e, al contrario, gettare in estrema vergogna gli iniqui che hanno trionfato su questa terra, trasformare le loro delizie in orribili tormenti, il loro ridere e la loro gioia in pianti e stridor di denti, turbare il loro riposo con orribili crisi di coscienza; immergerli insomma nel fuoco eterno e sottometterli ai credenti che avranno maltrattato iniquamente. Infatti questa è la giustizia, come attesta san Paolo: dar riposo a coloro che sono infelici e ingiustamente afflitti e rendere afflizione ai malvagi che affliggono i buoni, nel giorno in cui il Signore sarà rivelato dal cielo (2 Ts. 1.6).

Ecco la nostra unica consolazione; se ci venisse tolta, dovremmo o perdere coraggio, oppure ingannarci e distrarci con vane e frivole consolazioni che si volgerebbero a nostra rovina. Perfino il Profeta confessa di aver vacillato e che i suoi piedi sono scivolati, mentre si fermava troppo a considerare la presente felicità degli iniqui, e che non è potuto rimaner saldo finché non ha ricondotto il suo pensiero a contemplare il luogo santo di Dio, cioè a considerare quale sarà un giorno la fine dei buoni e degli iniqui (Sl. 73.2).

Per concludere in una parola, affermo che la croce di Cristo trionfa in modo definitivo nel cuore dei credenti sul diavolo, la carne, il peccato, la morte e gli iniqui, quando essi volgono gli occhi a guardare la potenza della sua risurrezione.

 

 

CAPITOLO 10

IN CHE MODO DOBBIAMO USARE DELLA VITA PRESENTE E DEI SUOI AIUTI

1. Con questa stessa lezione, la Scrittura ci istruisce anche sul retto uso dei beni terreni: cosa da non trascurare, trattandosi di saper impostare la nostra vita. Infatti dovendo vivere, dobbiamo anche servirci degli aiuti necessari alla vita. Né ci possiamo privare di quelle cose che paiono rispondere più al piacere che alla necessità. Bisogna dunque avere un criterio per servirsi di queste cose con pura e sana coscienza, sia per la nostra necessità sia per il nostro piacere.

Questo criterio ci è indicato da Dio, quando insegna che la vita presente è per i suoi servi come un pellegrinaggio attraverso il quale essi tendono al regno dei cieli. Se dobbiamo soltanto passare sulla terra, non c'è dubbio che dobbiamo usare dei suoi beni in modo tale che questi facciano piuttosto avanzare la nostra marcia, anziché frenarla. Per questo motivo san Paolo ci ammonisce, a ragione, ad usare di questo mondo né più né meno che se non ne usassimo, e ci ricorda che dobbiamo comprare eredità e possedimenti Cl. medesimo sentimento con cui li si vende (1 Co. 7.31). Ma poiché questo argomento esige riflessione, e c'è pericolo di cadere sia nell'uno sia nell'altro estremo, provvediamo a dare un saldo insegnamento, in cui ci si possa orientare con certezza.

Alcuni buoni e santi personaggi, vedendo l'intemperanza degli uomini irrompere sempre come a briglia sciolta, se non è frenata con severità, e volendo d'altra parte correggere un male cosi grande, hanno permesso all'uomo di usare dei beni materiali solo nella misura in cui la necessità lo richiede. Hanno agito così non vedendo altro rimedio. La loro intenzione procedeva certo da una retta disposizione d'animo, ma lo hanno attuato con eccessivo rigore. Hanno fatto qualcosa di molto pericoloso: vincolato cioè le coscienze più strettamente di quanto non siano vincolate dalla Parola di Dio. Infatti stabiliscono che il necessario consiste nell'astenersi da ogni cosa di cui si possa fare a meno. Perciò, volendo prestare loro fede, non sarebbe lecito aggiungere qualcosa al pane bigio e all'acqua. In alcuni, c'è stata un'ascesi ancor maggiore, come in Cratete, cittadino di Tebe, che gettò, a quanto si dice, le sue ricchezze in mare pensando che se queste non perivano, egli stesso sarebbe stato perduto.

Al contrario, parecchi, oggi, volendo cercar pretesto per scusare ogni intemperanza nell'uso delle cose esteriori e allentare la briglia alla carne, anche troppo pronta a rivendicare libertà, considerano fondamentale una tesi che non ammetto: non bisogna in alcun modo limitare questa libertà, ma piuttosto permettere alla coscienza di ognuno di usarne come le sembra lecito.

Ammetto che non dobbiamo, né possiamo, su questo punto, costringere le coscienze in formule e precetti fissi; ma poiché la Scrittura dà delle regole generali intorno all'uso legittimo delle cose, perché non regolarlo e limitarlo su questa base?

2. Dobbiamo anzitutto ricordare questo: l'uso dei doni di Dio non è sregolato quando li riconduciamo allo scopo per il quale Dio li ha creati e destinati; per il nostro bene cioè e non per il nostro male. Per questo motivo, nessuno camminerà più rettamente di colui che considererà con attenzione questo scopo.

 

Se consideriamo perché Dio ha creato gli alimenti, vedremo che egli non ha soltanto voluto provvedere alle nostre necessità, ma anche al nostro piacere e diletto. E, riguardo ai vestiti, oltre alla necessità ha considerato quel che è onesto e decente. Riguardo alle erbe, gli alberi, i frutti, oltre agli usi svariati che ne facciamo, ha voluto rallegrare la nostra vista con la loro bellezza e darci ancora un altro piacere con il loro profumo. Infatti, se così non fosse, il Profeta non direbbe che, fra i benefici di Dio, il vino rallegra il cuore dell'uomo e l'olio fa risplendere il suo volto (Sl. 104.15). La Scrittura non menzionerebbe in vari passi, per ricordare la benignità di Dio, il fatto che egli ha creato tutti questi beni per l'uomo. Anche le buone qualità naturali di tutte le cose ci indicano come ne dobbiamo godere, e a quale scopo, e fino a qual punto.

Nostro Signore avrebbe forse dato tanta bellezza ai fiori, da colpire i nostri occhi senza che sia lecito ricavarne piacere vedendola? Avrebbe forse dato loro un così buon profumo, se non volesse che l'uomo ne goda? E non ha forse distinto i colori in modo tale che gli uni abbiano maggior grazia degli altri? Non ha dato un certo fascino all'oro, all'argento, all'avorio e al marmo, per renderli più preziosi e nobili degli altri metalli e pietre? Infine, non ci ha dato molte cose che dobbiamo tenere in considerazione senza che ci siano necessarie? 3. Abbandoniamo dunque quella filosofia disumana, che non concede all'uomo l'uso di alcuna delle cose create da Dio, all'infuori dello stretto necessario; essa non solo ci priva, senza motivo, del lecito frutto della bontà divina, ma non può sussistere a meno di privare l'uomo di ogni sentimento, rendendolo simile ad un pezzo di legno.

Bisogna d'altra parte prevenire, con altrettanta diligenza, la concupiscenza della nostra carne, che irrompe senza misura se non è tenuta sotto controllo poiché, come ho detto, vi sono persone che, Cl. pretesto della libertà, le concedono ogni cosa.

Dobbiamo dunque imbrigliare la nostra carne anzitutto con questa regola: tutti i beni che abbiamo, sono stati creati per noi affinché ne riconosciamo l'autore e magnifichiamo con azioni di grazia la sua benignità. Dove sarà, dunque, l'azione di grazia, se per golosità ti riempi di vino e di cibo al punto da istupidirti e da renderti inutile per il servizio di Dio e per il compimento della tua vocazione? Dov'è la riconoscenza verso Dio se la carne, incitata dalla troppo grande abbondanza a malvage concupiscenze, infetta l'intelletto con la sua sozzura, fino ad accecarlo e a togliergli il discernimento del bene e del male? Come ringrazieremo Dio che ci dà i vestiti che portiamo, se sono così sontuosi da farci inorgoglire e da renderci sprezzanti verso gli altri? Se coltiviamo una civetteria tale, che diventi motivo di impudicizia? Come, ripeto, riconosceremo il nostro Dio, se abbiamo gli occhi inchiodati a contemplare la magnificenza dei nostri abiti? Molti infatti assoggettano tutti i loro sensi ai piaceri, seppellendo in essi il loro spirito. Molti provano tal piacere nell'oro, nel marmo e nei dipinti, da diventare come pietre, trasfigurandosi in metalli, e diventando simili a idoli. Alcuni sono talmente rapiti dal profumo della cucina, da esserne inebetiti e incapaci di afferrare alcunché di spirituale. Si può dire altrettanto di ogni altra cosa.

 

È dunque chiaro, con questa considerazione, che la licenza di abusare dei doni di Dio è già in parte limitata, ed è confermata la regola di san Paolo, secondo cui non dobbiamo aver cura della nostra carne per compiacere alle sue cupidigie (Ro 13.14); se si concede loro troppo, ribollono senza misura.

4. Ma la via più sicura e più breve per ottenere questo, si ha quando l'uomo ha imparato a disprezzare la vita presente e a meditare sull'immortalità celeste. Da essa derivano due regole.

La prima consiste nel fatto che chi usa di questo mondo deve essere nei suoi riguardi come se non ne usasse; chi si sposa deve essere come se non si sposasse; chi compra, come se non possedesse, secondo l'esortazione di san Paolo (1 Co. 7.29-31).

L'altra consiste nell'imparare sia a sopportare pazientemente e con cuore tranquillo la povertà, sia ad usare con moderazione dell'abbondanza.

Colui che decide di usare di questo mondo come se non ne usasse, non solo elimina ogni intemperanza nel bere e nel mangiare, ogni piacere, ogni eccessiva ambizione, ogni orgoglio, ogni scontento importuno, nella casa, nel vestire come nel modo di vivere, ma corregge anche ogni preoccupazione e sentimento che distoglie o impedisce di pensare alla vita celeste, e di ornare la nostra anima con i suoi veri ornamenti. Questo è stato detto molto bene, anticamente, da Catone: là dove ci si cura molto della civetteria, si trascura molto la virtù. Anche il proverbio antico afferma che coloro i quali sono molto occupati a trattare con mollezza il loro corpo e ad ornarlo, non si preoccupano granché della loro anima.

Perciò, sebbene la libertà dei credenti nelle cose esteriori non si debba restringere a certe formule, è tuttavia soggetta a questa legge: essi si permettano soltanto il minimo indispensabile. Al contrario, siano vigilanti nell'eliminare ogni superfluo ed ogni vana abbondanza; non siano intemperanti e si guardino con diligenza dal mutare in impedimenti cose che devono esser loro di aiuto.

5. L'altra regola sarà che i poveri imparino a far a meno con pazienza di quel che manca loro, per paura di esser tormentati da una eccessiva preoccupazione.

Coloro che possono osservare questa moderazione hanno tratto grande profitto alla scuola del Signore. Come, d'altra parte, colui che non ha per nulla approfittato a questa scuola, potrà a fatica avere qualcosa in cui dar prova di essere discepolo di Cristo. A parte il fatto che parecchi altri peccati tengono dietro al desiderio smodato delle cose terrene, avviene quasi sempre che chi sopporta la povertà con impazienza, dà prova del peccato opposto quando è nell'abbondanza. Con questo intendo dire che chi si vergogna di un brutto vestito si glorierà di un vestito prezioso; chi non è contento di un magro pasto, si tormenterà desiderandone uno migliore, non potrà contenersi con sobrietà quando si troverà davanti una tavola ben imbandita, chi non saprà resistere nella condizione di semplice privato, ma ne proverà molestia e vergogna, non potrà trattenersi dall'orgoglio e dalla arroganza se giunge a qualche onore.

 

Per questo motivo, tutti coloro che vogliono servire Dio senza ipocrisia, devono cercare di poter sopportare, seguendo l'esempio dell'Apostolo, l'abbondanza e la povertà (Fl. 4.12) : cioè comportarsi con moderazione nell'abbondanza e sopportare di buon grado la povertà.

La Scrittura ci offre ancora una terza regola per moderare l'uso delle cose terrene, regola a cui abbiamo brevemente accennato trattando dei precetti della carità. Essa indica che tutte le cose ci sono date dalla benignità di Dio, e sono destinate alla nostra utilità, simili ad un deposito di cui dovremo un giorno render conto. Dobbiamo perciò amministrarle in modo da aver sempre presente che ci sarà chiesto di render conto di tutto quel che il nostro Signore ci ha affidato. Parimenti, dobbiamo tener presente chi e colui che ci chiama a render conto, Dio, il quale avendoci tanto raccomandato l'astinenza, la sobrietà, la temperanza e la modestia, ha in orrore ogni intemperanza, orgoglio, ostentazione e vanità; egli non approva nessuna gestione di beni che non sia volta a carità; egli ha già condannato con la sua bocca tutti i piaceri che distraggono il cuore dell'uomo da castità e purezza, o che istupidiscono il suo intelletto.

6. Dobbiamo anche prestare attenzione al fatto che Dio ordina ad ognuno di noi di tenere a mente la sua vocazione in ogni atto della vita. Poiché sa quanto l'intelletto dell'uomo bruci di inquietudine, quale leggerezza lo trasporti qua e là e quale ambizione e cupidigia lo solleciti ad abbracciare contemporaneamente parecchie cose diverse.

Temendo dunque che sconvolgiamo ogni cosa con la nostra follia e temerarietà, Dio, enumerando queste condizioni e questi modi di vivere, ha ordinato ad ognuno il da farsi. Affinché nessuno oltrepassi con leggerezza i suoi limiti, ha chiamato tali modi di vivere "vocazioni ". Ognuno, per proprio conto, deve considerare che il suo stato è per lui come un punto fermo assegnato da Dio, perché non volteggi e svolazzi sconsideratamente per tutto il corso della sua vita.

Questa distinzione è a tal punto necessaria, che tutte le nostre opere sono valutate in base ad essa, davanti a Dio, e spesso in modo diverso da come supporrebbe il giudizio della ragione umana o filosofica. Non solo l'individuo comune ma anche i filosofi ritengono che il liberare il proprio paese dalla tirannia sia l'atto più nobile ed eccelso che si possa compiere. Al contrario, ogni singolo individuo che avrà messo la mano su un tiranno, è apertamente condannato dalla voce di Dio. Non mi voglio soffermare ad annoverare tutti gli esempi che si potrebbero citare: ci basti sapere che la vocazione di Dio è per noi il principio ed il fondamento per dirigerci rettamente in ogni frangente, e che colui che non vi si sarà attenuto non seguirà mai la retta via per compiere il suo dovere. Potrà sì fare talvolta qualche atto esteriormente lodevole, ma non sarà accetto al giudizio di Dio, per quanto stimato sia dinanzi agli uomini.

Infine, se non consideriamo la nostra vocazione come una regola perenne, non esisterà ferma condotta né armonia fra le varie parti della nostra vita.

Di conseguenza, colui che avrà rivolto la sua vita a quello scopo, l'avrà molto ben orientata, poiché nessuno oserà tentare più di quanto la sua vocazione comporti, e non si lascerà spingere dalla sua temerarietà, ben sapendo che non gli è lecito superare i suoi limiti. Chi è di modeste condizioni si accontenterà del suo stato, con tranquillità, temendo di uscire dalla condizione in cui Dio lo ha posto. In ogni preoccupazione, tormento, travaglio ed altro aggravio, sarà anche un grande sollievo l'esser persuasi che Dio ci guida e ci conduce. I magistrati si daranno più volentieri alla loro carica; un padre di famiglia compirà con maggior coraggio il suo dovere; in breve, ognuno sopporterà con maggior pazienza il suo stato e sormonterà le difficoltà, le inquietudini, i dispiaceri e le angosce che vi si trovano, ben sapendo che nessuno porta altro fardello all'infuori di quello che Dio gli ha messo sulle spalle.

Ne deriverà per noi una singolare consolazione: non ci sarà compito così disprezzato né così basso che non risplenda davanti a Dio e non sia estremamente prezioso, se in esso adempiamo la nostra vocazione.

 

 

CAPITOLO 11

LA GIUSTIFICAZIONE MEDIANTE LA FEDE: DEFINIZIONE DEL TERMINE E DELLA COSA

1. Mi pare di aver esposto precedentemente con abbastanza diligenza come non rimanga agli uomini che un solo rifugio di salvezza: la fede, poiché secondo la Legge tutti sono maledetti. Mi pare anche di aver sufficientemente illustrato la natura della fede, quali grazie di Dio essa comunichi all'uomo, quali frutti produca in lui. La conclusione è che riceviamo e possediamo Gesù Cristo per mezzo della fede, come ci è presentato dalla bontà di Dio; essendone partecipi, ne riceviamo una duplice grazia. La prima perché, riconciliati con Dio per mezzo della sua innocenza, Invece di avere un giudice in cielo per condannarci abbiamo un Padre molto clemente. La seconda, perché siamo santificati dal suo Spirito per meditare santità ed innocenza di vita. Della rigenerazione, che è la seconda grazia, ho parlato nel modo che mi pareva opportuno.

La giustificazione è stata trattata più superficialmente, poiché era necessario capire anzitutto quanto la fede non sia oziosa e priva di buone opere, benché per mezzo suo otteniamo giustizia gratuita nella misericordia di Dio; poi era necessario capire quali siano le buone opere dei santi, a cui si riferisce una parte del problema da trattare.

Ora dobbiamo dunque soffermarci più a lungo sulla giustificazione per fede, e considerarla in modo tale da ricordarci bene che è la dottrina fondamentale della religione cristiana, affinché ognuno metta maggior impegno e diligenza per conoscerne il contenuto. Come non abbiamo alcun fondamento per accertare la nostra salvezza, non conoscendo la volontà di Dio a nostro riguardo, così manchiamo di ogni fondamento per edificarci nella pietà e nel timor di Dio. Ma la necessità di ben comprendere questo argomento sarà più evidente quando lo avremo esposto.

2. Per non inciampare fin dai primi passi (il che accadrebbe se entrassimo in discussione su un problema incerto ) dobbiamo anzitutto spiegare il significato delle locuzioni: "essere giustificati davanti a Dio ", e "essere giustificato per fede "o "per opere ".

È giustificato davanti a Dio colui che è ritenuto giusto dinanzi al giudizio di Dio, ed è gradito per la sua giustizia. Come l'iniquità è abominevole a Dio, anche il peccatore, in quanto tale, non può trovar grazia dinanzi a lui. Di conseguenza, dovunque c'è peccato, lì si manifesta l'ira e la vendetta di Dio. È dunque giustificato colui che non è considerato peccatore, ma giusto, e per questo motivo può rimanere in piedi dinanzi al tribunale di Dio, là dove tutti i peccatori cadono e sono confusi. Come di qualcuno che, accusato a torto, dopo esser stato esaminato dal giudice, assolto e dichiarato innocente, si dirà che è giustificato dalla giustizia, così diremo che è giustificato dinanzi a Dio l'uomo che, separato dal numero dei peccatori, ha Dio come testimone e garante della sua giustizia.

Allo stesso modo diremo che è giustificato dinanzi a Dio per mezzo delle sue opere l'uomo nella cui vita ci sarà tal purezza e santità da meritare l'attestato di giustizia dinanzi al tribunale di Dio; oppure, che per l'integrità delle sue opere potrà rispondere e soddisfare al giudizio di Dio.

 

Al contrario, si dirà che è giustificato per mezzo della fede colui che, escluso dalla giustizia delle opere, afferra per fede la giustizia di Gesù Cristo ed essendone rivestito appare dinanzi a Dio non già come peccatore, ma come giusto. Perciò, in conclusione, diciamo che la nostra giustizia dinanzi a Dio è un'accettazione per mezzo della quale, ricevendoci nella sua grazia, ci considera giusti; e diciamo che essa consiste nella remissione dei peccati, e nel fatto che ci viene attribuita la giustizia di Gesù Cristo.

3. Abbiamo a conferma parecchie testimonianze della Scrittura, e molto esplicite. Anzitutto non si può negare che quello sia il significato proprio del termine, ed il più frequente. Ma poiché sarebbe troppo lungo raccogliere tutti i passi per confrontarli fra loro, basterà darne qualche nozione ai lettori. Ne citerò dunque alcuni tra i più pertinenti.

Anzitutto, quando san Luca afferma che il popolo, avendo udito Gesù Cristo, rese giustizia a Dio, e quando Gesù Cristo dice che alla sapienza è stata resa giustizia dai suoi figli (Lu 7.29.35) , non significa che gli uomini rendano giustizia a Dio, poiché la giustizia rimane sempre perfetta in lui sebbene tutti cerchino di sottrargliela, oppure che possano rendere giusta la dottrina della salvezza, la quale ha di per se questa caratteristica. Ma il significato è che coloro dei quali ha parlato hanno attribuito a Dio ed alla sua parola la lode che meritavano. All'opposto, quando Gesù Cristo rimprovera ai farisei di giustificarsi da soli (Lu 16.15) , non è perché cercassero di acquistare giustizia compiendo il bene, ma perché la loro ambizione perseguiva lo scopo di acquistare fama di giustizia, benché ne fossero privi. È abbastanza chiaro alle persone esperte in lingua ebraica, la quale chiama peccatori o malfattori non solo coloro che si sentono colpevoli, ma coloro che sono condannati. Infatti Bethsabé, dicendo che lei e suo figlio Salomone saranno peccatori (3Re 1.21) , non intende addossarsi un crimine, ma si lamenta che lei e suo figlio saranno esposti ad obbrobrio, e saranno posti al livello dei malfattori, se Davide non provvede. È chiaro, dal seguito della citazione, che questo verbo, anche in greco ed in latino, non può essere inteso altrimenti che Cl. Significato di esser ritenuto giusto, e non comporta una qualità di effetto.

Quanto all'argomento che stiamo trattando, laddove san Paolo dice che la Scrittura ha previsto che Dio giustificherebbe i Gentili per mezzo della fede (Ga 3.8) , che cosa possiamo leggere, se non che egli li accoglie come giusti per mezzo della fede? E quando dice che Dio giustifica il peccatore che crede in Gesù Cristo (Ro 3.20) , quale può essere il senso, se non che egli libera i peccatori dalla condanna che la loro empietà meritava? È ancora più esplicito nella conclusione, quando dice: "Chi accuserà gli eletti di Dio, quando Dio li giustifica? Chi li condannerà, poiché Cristo è morto? Ora che è risuscitato, intercede per noi " (Ro 8.33). È come se dicesse: chi accuserà coloro che Dio assolve? Chi condannerà coloro di cui Gesù Cristo ha preso in mano la causa per esserne l'avvocato? Giustificare, dunque, equivale ad assolvere colui che era accusato, come se fosse stata provata la sua innocenza. Dio ci giustifica per intercessione di Gesù Cristo: non ci assolve per la nostra innocenza, ma perché ci considera gratuitamente giusti, reputandoci giusti in Cristo, per quanto non lo siamo in noi stessi.

 

È quanto viene spiegato nella predicazione di san Paolo al tredicesimo capitolo degli Atti, dove è detto: "Per mezzo di Gesù Cristo vi è annunciata la remissione dei peccati; e di tutte le cose per le quali non potevate esser giustificati in base alla legge di Mosè, chiunque crede in lui è giustificato " (At. 13.38). Notiamo che il termine "giustificazione "è situato, in questo passo, dopo la remissione dei peccati, come una interpretazione; che è chiaramente adoperato in luogo di assoluzione; che la giustificazione è scissa dalle opere, è una pura grazia in Gesù Cristo, è ricevuta per mezzo della fede; ed infine l'espiazione di Gesù Cristo è interposta, in quanto è lui che ci fa ottenere un tal bene.

Così quando è detto che il pubblicano scese dal tempio giustificato (Lu 18.14) , non si può dire che avesse acquistato giustizia per qualche merito delle sue opere; bisogna dire che, dopo aver ottenuto il perdono dei suoi peccati, è stato considerato giusto davanti a Dio. Non è divenuto giusto grazie alla dignità delle sue opere, ma per assoluzione gratuita. Ottima è dunque l'affermazione di sant'Ambrogio quando dice che la confessione dei nostri peccati è la nostra vera giustificazione.

4. Ma, tralasciando l'esame del termine, se consideriamo attentamente la cosa, non troveremo difficoltà. San Paolo ricorre al concetto che Dio ci accoglie, quando vuol significare che Dio ci giustifica. Dice ad esempio: "Siamo predestinati ad essere figli di Dio, adottivi in Gesù Cristo, a lode della sua meravigliosa grazia, per mezzo della quale ci ha accolti e bene accetti " (Ro 3.24). Con questi termini egli non intende altro se non quello che dice in altri testi, che Dio ci giustifica gratuitamente.

Nel quarto capitolo dell'epistola ai Romani, dice anzitutto che siamo giusti in quanto Dio ci considera tali nella sua grazia e include la nostra giustificazione nella remissione dei peccati: "È definito beato da Davide, colui al quale Dio imputa o attribuisce la giustizia senza le opere, secondo quanto sta scritto: "Beati coloro ai quali i peccati sono perdonati ", ecc. " (Ro 4.6). Certo non considera qui soltanto una parte della nostra giustificazione, ma tutta la sua realtà. Dice che Davide l'ha definita nel dichiarare beati quelli che hanno ottenuto gratuitamente il perdono dei loro peccati. Di conseguenza egli considera opposte queste due cose: essere giustificato ed essere considerato colpevole, affinché sia fatto il processo a chi avrà sbagliato.

Nessun testo prova meglio quanto sto dicendo, del passo in cui insegna che il centro dell'evangelo sta nel riconciliarci con Dio, volendoci egli accogliere gratuitamente in Cristo, senza imputarci i nostri peccati (2 Co. 5.18). I lettori meditino attentamente tutto il testo, che poco dopo aggiunge che Cristo, puro e senza peccato, e stato fatto peccato per noi, palesando così il mezzo della riconciliazione. Cl. Termine "riconciliare ", egli non intende altro se non giustificare. In realtà, quanto dice in un altro testo, che siamo fatti giusti per mezzo dell'obbedienza di Cristo (Ro 5.19) , non avrebbe significato se non fossimo reputati giusti in lui, e non in noi stessi.

5. Ma dato che Osiandro ha, nei nostri tempi, messo in giro l'assurdità di non so qual giustizia essenziale, mediante la quale se anche non ha voluto abolire la giustizia gratuita l'ha talmente oscurata che le povere anime non sanno più scorgere in queste tenebre la grazia di Cristo, prima di procedere sarà opportuno confutare questa fantasticheria.

 

In primo luogo questa speculazione è frutto di pura curiosità. Accumula, e vero, innumerevoli testimonianze scritturali per dimostrare che Gesù Cristo è uno con noi e noi uno con lui, cosa che ognuno riconosce in modo così evidente da rendere superflua ogni prova. Ma non considerando quale sia il legame di tale unità, si caccia in problemi da cui non si può liberare. Da parte nostra ci sarà facile sciogliere ogni difficoltà, sapendo che siamo uniti a Gesù Cristo mediante la potenza segreta del suo Spirito.

Il nostro uomo si è creato qualcosa di assai simile alla fantasticheria dei Manichei: che cioè l'anima è di essenza divina. Da qui ha ricavato un altro errore: Adamo è stato formato ad immagine di Dio perché, prima ancora della sua caduta, Gesù Cristo già era destinato ad essere modello della natura umana. Ma per brevità mi soffermerò solo su quanto è richiesto dal nostro tema.

Osiandro afferma, del continuo, che siamo uno con Cristo. Glielo concedo; quello che gli contesto però è il fatto che l'essenza di Cristo sia mischiata alla nostra. Sottolineo anche che è sciocco ricavare da simili illusioni l'affermazione che Cristo ci è giustizia in quanto è Dio eterno, e che è nel contempo la giustizia stessa e la sua sorgente. I lettori vorranno scusare se menziono ora brevemente dei punti che mi riservo di trattare altrove per esigenza di ordine. Quantunque ribadisca che Cl. Termine di "giustizia essenziale "non intende negare che siamo reputati giusti a causa di Cristo, tuttavia dice esplicitamente che non si accontenta della giustizia procurataci dall'obbedienza di Cristo e dal sacrificio della sua morte, ed immagina che siamo giusti sostanzialmente in Dio, per infusione della sua essenza.

Ragion per cui è spinto ad insistere fortemente sul fatto che non solo Gesù Cristo, ma il Padre e lo Spirito abitano in noi. Riconosco che è vero, ma affermo che egli lo travis. A sproposito. Era opportuno infatti precisare bene il termine "abitare ": il Padre e lo Spirito sono in Cristo e poiché ogni pienezza di divinità abita in lui, è per lui che possediamo Dio pienamente. Perciò tutto quel che afferma sul Padre e sullo Spirito a se stanti e separati da Gesù Cristo, non serve che a confondere i semplici e ad allontanarli da Gesù Cristo, impedendo loro di attenersi a lui.

Infine ha introdotto una mescolanza sostanziale, per cui Dio scendendo in noi ci fa essere parte di lui. Ritiene quasi senza significato il nostro essere uniti a Gesù Cristo per la potenza del Suo Spirito, affinché essendo nostro capo, ci faccia diventare sue membra, se la sua essenza non è mescolata alla nostra. Ma soprattutto affermando che la giustizia che abbiamo è quella del Padre e dello Spirito secondo la loro divinità, evidenzia meglio il suo pensiero: non siamo giustificati solo mediante la grazia del Mediatore, e la giustizia non ci è solo e semplicemente offerta nella persona di lui, ma siamo partecipi della giustizia di Dio quando Dio è essenzialmente unito a noi.

6. Si limitasse ad affermare che Gesù Cristo, giustificandoci, si fa nostro per mezzo di un'unione di essenza, e che è il nostro Capo non solo in quanto è uomo, ma perché fa scorrere su noi l'essenza della sua natura divina, si pascerebbe di tali fantasie con danno minimo, e forse allora si potrebbe evitare di sollevare una gran disputa. Ma poiché il suo principio è simile ad una seppia, che, gettando il suo sangue nero come inchiostro, intorbida l'acqua tutto intorno per nascondere una gran moltitudine di tentacoli, se non vogliamo accettare consapevolmente che ci si sottragga la giustizia, che sola ci dà fiducia per glorificarci della nostra salvezza, dobbiamo resistere con forza e fermezza a queste illusioni.

Osiandro in tutta questa disputa estende i termini giustizia e giustificare, a due cose. Infatti, secondo lui, siamo giustificati non soltanto per esser riconciliati con Dio, quando ci perdona gratuitamente le nostre colpe, ma per essere giusti realmente e di fatto: di modo che la giustizia non è accettazione gratuita ma santità e virtù ispirate dall'essenza di Dio, che risiede in noi. Inoltre egli nega, e su questo punto è esplicito, che la nostra giustizia sia Gesù Cristo che si sacrifica per noi e che, cancellando i nostri peccati, ha pacificato l'ira di Dio; ma pretende che questo titolo gli appartenga in quanto è Dio eterno e vita.

Per dimostrare la prima affermazione, che cioè Dio ci giustifica non solo perdonandoci i nostri peccati ma anche rigenerandoci, domanda se lascia coloro che giustifica quali erano per natura, senza cambiarvi nulla, o no. È facile rispondergli. Come non si può far a pezzi Gesù Cristo, così la giustizia e la santificazione sono inseparabili, poiché le riceviamo insieme e unitamente a lui. Tutti coloro dunque che Dio accoglie per grazia, li riveste anche dello Spirito di adozione, per virtù del quale li riforma secondo la sua immagine. Ma se la luce del sole non può esser separata dal calore, diremo forse per questo che la terra è scaldata dalla luce, o illuminata dal calore? Nulla è più adatto di questa similitudine, per liquidare la disputa. Il sole nutre la terra dandole fecondità Cl. Suo calore e luce coi suoi raggi. Ecco un legame reciproco ed inseparabile, ma la ragione non permette che quel che è proprio dell'uno sia trasferito all'altro.

La stessa assurdità si riscontra nei fatto che Osiandro confonde due grazie diverse. Poiché Dio in verità rinnova tutti coloro che accoglie gratuitamente come giusti, e li dispone a vivere rettamente e con santità, questo imbroglione mescola il dono di rinnovamento con l'accettazione gratuita, e pretende che tutti e due siano una cosa sola. Ma la Scrittura, congiungendoli, li separa tuttavia in maniera distinta, affinché la varietà delle grazie di Dio ci appaia tanto più evidente. Non è infatti superflua l'affermazione di san Paolo: "Cristo ci è stato dato come giustizia e santificazione " (1 Co. 1.30). E tutte le volte che, volendoci esortare a santità e purezza di vita, ci propone come argomento la salvezza che ci e stata acquistata, l'amore di Dio e la bontà di Cristo, indica abbastanza chiaramente che l'essere giustificati è altra cosa che l'esser fatti nuove creature.

Quanto alla Scrittura, distorce tutti i passi che cita. Chiosa in questo modo il passo di san Paolo, in cui è detto che la fede e imputata a giustizia a coloro che non hanno opere ma credono in colui che giustifica il peccatore (Ro 4.5) : Dio cambia i cuori e la vita, per render giusti i credenti. In breve, deforma con presunzione l'intero quarto capitolo dell'epistola ai Romani. Distorce anche il passo che ho precedentemente citato: "Chi accuserà gli eletti di Dio, poiché Egli li giustifica? "come se fosse detto che sono realmente giusti. E tuttavia è perfettamente chiaro che l'Apostolo parla semplicemente dell'assoluzione per mezzo della quale il giudizio di Dio viene distolto da noi. Sia dunque nella sua argomentazione principale, sia in tutto quello che cita dalla Scrittura, rivela la sua pazzia.

 

Gli accade altrettanto, dicendo che la fede è stata imputata come giustizia ad Abramo, poiché avendo accettato Cristo (che è la giustizia di Dio, perciò Dio stesso ) aveva camminato ed era vissuto con giustizia. Ora la giustizia di cui parla quel passo, non si estende a tutto il corso della vita di Abramo; ma piuttosto lo Spirito Santo vuole attestare che Abramo, per quanto eccellente sia stato nella virtù e per quanto, perseverando in essa, abbia accresciuto la sua lode, tuttavia non è piaciuto a Dio per altra ragione se non perché ha accolto la misericordia che gli era offerta per mezzo della promessa. Ne consegue che Dio, nel giustificare l'uomo, non prende in considerazione merito alcuno, come san Paolo deduce e correttamente conclude intorno a questo passo.

7. Quel che aggiunge, che la fede non ha di per se la forza di giustificare, ma l'ha in quanto accoglie Gesù Cristo, è vero, e glielo concedo volentieri. Infatti se la fede, sempre debole ed imperfetta, giustificasse per sua virtù propria, non otterrebbe che in parte tale effetto; così la giustizia non sarebbe che a metà, e ci darebbe soltanto qualche brandello di salvezza. Non immaginiamo nulla di quel che ci rimprovera, ma affermiamo, parlando con esattezza, che Dio solo giustifica; poi riferiamo questo a Gesù Cristo, che ci è stato dato come giustizia. In terzo luogo paragoniamo la fede a un recipiente, poiché se non ci accostiamo a Gesù Cristo vuoti ed affamati, con la bocca dell'anima aperta, non siamo adatti a riceverlo. Da ciò appare chiaramente che non gli togliamo la potenza di giustificare, visto che diciamo che lo si riceve per fede, prima di ricevere la sua giustizia.

Quanto ad altre follie stravaganti di Osiandro, ogni uomo dotato di sano intendimento le respingerà; come quando dice che la fede è Gesù Cristo, come se dicesse che un vaso di terra si identifica Cl. Tesoro nascosto al suo interno. La fede, benché non abbia di per se alcuna dignità né valore, ci giustifica offrendoci Gesù Cristo, così come un vaso pieno d'oro arricchisce colui che lo ha trovato. Dico dunque che è eccessivamente rozzo da parte sua confondere la fede, che è soltanto strumento, con Gesù Cristo che è la sostanza della nostra giustizia, autore e ministro di un tal bene. Abbiamo già sormontato anche l'ostacolo di come si debba intendere il termine fede, quando si parla della nostra giustificazione.

8. Ancor più assurda è la sua interpretazione del modo in cui riceviamo Gesù Cristo. Dice che la parola interiore è ricevuta per mezzo della parola esteriore: così facendo distoglie al massimo i lettori dalla Persona del Mediatore, che intercede per noi con il suo sacrificio, con la scusa di trasportarli direttamente alla sua divinità eterna.

Quanto a noi non dividiamo Cristo, ma diciamo che lui stesso, pur avendoci resi giusti Cl. Riconciliarci a suo Padre mediante la sua carne, è la Parola eterna di Dio, e che altrimenti non avrebbe potuto compiere il ruolo di mediatore e acquistarci la giustizia, se non fosse stato Dio eterno. La falsa chiosa di Osiandro è che Gesù Cristo, essendo Dio e uomo, è stato fatto giustizia per noi riguardo alla sua natura divina, e non riguardo alla sua natura umana. Se ciò appartiene in particolare alla divinità, non sarà caratteristico di Cristo, ma comune al Padre ed allo Spirito Santo, visto che la giustizia dell'uno è quella degli altri due. Inoltre, la locuzione "esser fatto "non si addirebbe a quel che per natura e da ogni eternità è esistito.

Quand'anche si riconoscesse legittima una affermazione così massiccia come questa: Dio "stato fatto "giustizia per noi, come conciliarla poi con la dichiarazione di san Paolo secondo cui Cristo è stato fatto giustizia da Dio? Certo ognuno vede che san Paolo attribuisce alla persona del Mediatore quel che le è proprio; benché in essa sia contenuta l'essenza di Dio, tuttavia non si rinuncerà a dare a Gesù Cristo le attribuzioni inerenti al suo ruolo, per distinguerlo dal Padre e dallo Spirito Santo.

Cantando poi vittoria con il passo di Geremia in cui è detto che l'Iddio eterno sarà la nostra giustizia (Gr. 51.10) , non fa che scherzare. Infatti non potrebbe dedurne altro, se non che Gesù Cristo, che è la nostra giustizia, è Dio manifestato in carne. Abbiamo altrove citato 6l'affermazione di san Paolo, che Dio si è acquistato la Chiesa Cl. Suo sangue (At. 20.28). Se qualcuno ne volesse dedurre che il sangue che è stato sparso per cancellare le nostre colpe era divino e apparteneva all'essenza di Dio, chi sopporterebbe un tale errore? Orbene Osiandro valendosi di un cavillo così infantile, pensa averla vinta. Alza la cresta e riempie molti fogli di vanterie, benché la soluzione sia semplice e facile: il Dio eterno, quando sarà fatto seme di Davide, come notoriamente si esprime il Profeta, sarà anche giustizia per i credenti; anzi proprio nel senso in cui Isaia dice per bocca del Padre: "Il mio servo, che è il giusto, renderà giusti i molti, per la sua conoscenza " (Is. 53.2). Notiamo che è il Padre che parla, che attribuisce a suo Figlio il compito di giustificare e ne aggiunge la ragione: poiché egli è giusto; e ne stabilisce il mezzo di farlo nell'insegnamento per cui Gesù Cristo è conosciuto.

Concludo pertanto che Gesù Cristo è stato fatto giustizia per noi, assumendo la figura di un servo; in secondo luogo, che ci giustifica in quanto ha ubbidito a Dio suo Padre. Perciò non ci comunica un tal bene secondo la sua natura divina, ma secondo l'incarico che gli è affidato. Infatti, sebbene Dio solo sia la sorgente della giustizia, e siamo giusti unicamente partecipando a lui, tuttavia avendoci l'infelice frattura, derivata dalla caduta di Adamo, alienati e allontanati da ogni bene celeste, dobbiamo valerci di questo rimedio inferiore, di ottenere giustizia nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo.

9. Se Osiandro replica che il giustificarci è opera così grande che nessuna facoltà umana è sufficiente, glielo concedo. Se egli ne deduce che soltanto la natura divina raggiunge quello scopo, dico che commette uno sbaglio grossolano. Infatti, Gesù Cristo non avrebbe potuto purificare le nostre anime Cl. Suo sangue, né placare il Padre verso di noi Cl. Suo sacrificio, né assolverci dalla condanna in cui eravamo avvolti né, in una parola, sostenere il ruolo di sacerdote, se non fosse stato vero Dio (poiché tutte le facoltà della carne non erano in grado di reggere un così greve fardello ); tuttavia è certo che egli ha compiuto queste cose secondo la sua natura umana. Infatti se chiediamo come siamo giustificati, san Paolo risponde: per mezzo dell'obbedienza di Cristo (Ro 5.19). Ma egli non ha potuto ubbidire, se non in qualità di servo. Perciò concludo che la giustizia ci è stata data nella sua carne. Similmente con queste parole, che Dio ha costituito come sacrificio di peccato Colui che non conosceva peccato affinché fossimo giusti in lui, dimostra che la fonte della giustizia è nella carne di Cristo. Tanto più mi chiedo come Osiandro non abbia vergogna di aver spesso in bocca questo passo che gli è così contrario.

Egli magnifica continuamente la giustizia di Dio: ma è per concludere trionfalmente, come se avesse vinto su questo punto, che la giustizia di Dio ci è essenziale. San Paolo afferma sì che siamo fatti giustizia di Dio, ma in senso molto diverso, in quanto Dio, cioè, approva l'espiazione del figlio suo. Del resto, gli scolari e i novizi sanno che per giustizia di Dio si intende quella che è ricevuta e accettata nel suo giudizio, come quando san Giovanni oppone la gloria di Dio a quella degli uomini (Gv. 12.43) , significando che coloro di cui parla hanno navigato fra due acque, poiché anteponevano la loro buona reputazione nel mondo all'essere apprezzati dinanzi a Dio. So bene che la giustizia è talvolta detta "di Dio ", perché egli ne è l'autore e ce la dà; ma che in quel passo il senso sia quello che ho esposto, cioè che noi sussistiamo davanti al tribunale di Dio in quanto poggiamo sull'ubbidienza di Cristo, lo si può vedere senza che ne parli più a lungo. Ma il termine non ha grande importanza, a condizione che concordiamo sulla sostanza, e che Osiandro riconosca che siamo giustificati in Cristo, in quanto è stato fatto per noi sacrificio di purificazione, atto del tutto estraneo alla sua natura divina. Per questa ragione, volendo egli stesso confermare nei nostri cuori sia la giustizia sia la salvezza che ci ha recato, ce ne offre il pegno nella sua carne.

È vero che si definisce il pane della vita; ma nello spiegare come e perché, aggiunge che la sua carne è veramente un nutrimento ed il suo sangue veramente una bevanda. Questo modo di insegnare si vede molto bene nei sacramenti che, pur indirizzando la nostra fede a Gesù Cristo, interamente Dio e uomo e non a metà, attestano che la sostanza della giustizia e della salvezza risiede nella sua carne: non che egli, unicamente in quanto uomo giustifichi e vivifichi di per se, ma perché è piaciuto a Dio manifestare nella persona del Mediatore quel che era incomprensibile e nascosto in lui. Per questo motivo ho l'abitudine di dire che Cristo è per noi come una fonte, da cui ognuno può attingere e bere a suo agio e a suo piacimento; e che per questo mezzo i beni celesti scaturiscono e giungono fino a noi, mentre se fossero rimasti nella maestà di Dio, simile ad una sorgente profonda, non ci sarebbero di alcuna utilità.

Non nego, in questo senso, che Gesù Cristo, in quanto Dio e uomo, ci giustifichi e che tale effetto sia comune al Padre ed allo Spirito Santo, infine che la giustizia di cui Gesù Cristo ci rende partecipi sia la giustizia eterna del Dio eterno, a condizione che siano mantenuti in tutta la loro forza gli argomenti irrefutabili da me addotti.

10. Inoltre, affinché costui non inganni i semplici con le sue astuzie, dichiaro che siamo privati di quel bene incomparabile che è l'esser giusti, fintantoché Gesù Cristo non diventa nostro. Tengo dunque in massima considerazione l'unione che abbiamo Cl. Nostro Capo, la dimora che egli tiene nei nostri cuori per mezzo della fede, la sacra unione per mezzo della quale godiamo di lui, affinché divenendo in tal modo nostro, ci comunichi i beni dei quali abbonda nella sua perfezione. Non dico dunque che dobbiamo considerare Gesù Cristo da lontano o fuori di noi, perché la sua giustizia ci sia accordata; ma in quanto siamo rivestiti di lui ed innestati sul suo corpo, in breve per il fatto che egli si è degnato di renderci una cosa sola con lui, ecco in che modo ci dobbiamo gloriare di aver diritto di partecipare alla sua giustizia. In questo si scopre la calunnia di Osiandro, quando ci rimprovera di tener la fede in conto di giustizia, come se, Cl. Dire che veniamo a lui vuoti e affamati al fine di essere riempiti e saziati di quel che lui solo ha, privassimo Gesù Cristo di quel che gli appartiene.

Ma Osiandro, disprezzando questa unione spirituale, ribadisce la sua grossolana mistura di Cristo con i credenti, che abbiamo già respinta, e condanna furiosamente coloro che non accettano la sua fantasticheria sulla giustizia essenziale perché, a suo giudizio, non credono che nella Cena si mangi Gesù Cristo nella sua sostanza. Quanto a me, reputo una gloria l'essere ingiuriato da un simile presuntuoso, inebriato nelle sue illusioni; soprattutto in quanto combatte generalmente tutti coloro che si sono unicamente attenuti alla Scrittura, senza risparmiare alcuno di coloro che doveva onorare con rispetto. E tanto più mi sento libero di trattare speditamente questo argomento, non essendo mosso da sentimenti personali, visto che egli non mi ha attaccato.

La sua tesi dunque, sostenuta con tanta insistenza e in modo così inopportuno, secondo cui la giustizia che abbiamo in Gesù Cristo è essenziale, e che egli abita in noi con la sua essenza, tende anzitutto a farci credere che Dio si mescoli a noi con una mistura simile a quella dei cibi che mangiamo. Ecco, infatti, come immagina che si riceva Gesù Cristo nella Cena! In secondo luogo, che Dio ci ispiri la sua giustizia, per mezzo della quale siamo realmente e di fatto giusti con lui. Questo sognatore pretende e afferma che Dio stesso è la sua giustizia, e poi la santità, dirittura e perfezione che sono in lui.

Non mi divertirò a lungo a confutare le testimonianze che distorce per applicarle al suo scopo. San Pietro dice che abbiamo dei doni superiori e preziosi, per esser resi partecipi della natura divina (2 Pi. 1.4); Osiandro ne deduce che Dio ha mescolato la sua essenza con la nostra, come se fossimo già quali l'Evangelo promette che saremo all'ultima venuta di Gesù Cristo. All'opposto, san Giovanni afferma che allora vedremo Dio quale è, poiché saremo simili a lui (1 Gv. 3.2).

Mi sono limitato a dare qualche assaggio di queste sciocchezze ai lettori, onde sappiano che non mi curo di confutarle, non perché mi sia difficile, ma per non esser noioso Cl. Trattare punti superflui.

2. C'è ancor più veleno nel passo in cui dice che siamo giusti con Dio. Penso aver già provato a sufficienza, anche se la sua dottrina non fosse così pestifera come in realtà è, che per la sua leggerezza ed inconsistenza, non contenendo che vento e vanità, dev'essere a buon diritto respinta come sciocca e inutile da tutti coloro che temono Dio ed hanno un sano intendimento. È insopportabile empietà il rovesciare tutta la fiducia nella nostra salvezza sotto l'apparenza di una doppia giustizia che questo sognatore ha voluto inventare, e il rapirci al di sopra delle nuvole per ritrarci dal riposo delle nostre coscienze fondato sulla morte di Gesù Cristo, e impedire che invochiamo Dio con serena fiducia.

Osiandro si beffa di coloro che dicono che il termine giustificare è tratto dal linguaggio giuridico comune, e significa "assolvere ". Infatti insiste su questo punto, che dobbiamo essere realmente giusti, e non ha nulla in maggior disprezzo che l'ammettere che siamo giustificati per mezzo di una attribuzione gratuita. Orbene, se Dio non giustifica perdonandoci e assolvendoci, che cosa significa l'affermazione da san Paolo spesso ripetuta, che Dio è in Cristo e riconcilia il mondo a se, senza imputare agli uomini i loro peccati, in quanto ha dato suo figlio in sacrificio per il peccato, affinché avessimo giustizia in lui? (2 Co. 5.21). Ho anzitutto risolto questo punto, che coloro i quali sono riconciliati con Dio sono reputati giusti. Il che significa che Dio giustifica perdonando, come nell'altro passo in cui l'accusa è contrapposta alla giustificazione. Da ciò risulta evidente che giustificare non significa altro che questo: Dio, giudice, vuole assolverci. Infatti, chiunque sarà mediocremente esperto nella lingua ebraica, se, al tempo stesso, è dotato di buon senso, non ignora la provenienza ed il significato di questo modo di parlare.

 

Ma mi risponda Osiandro, quando san Paolo dice che Davide ci descrive una giustizia senza opere con queste parole: "Beati coloro ai quali i peccati sono perdonati " (Ro 4.7; Sl. , . 32.1) : questa definizione è intera o a metà? Certo san Paolo non cita il Profeta come testimone del fatto che una parte della nostra giustizia sia situata nella remissione dei nostri peccati, ovvero che aiuti e supplisca alla giustificazione dell'uomo; ma include tutta la nostra giustizia nel perdono gratuito, per mezzo del quale Dio ci accoglie. Dichiarando felice l'uomo i cui peccati sono nascosti e al quale Dio ha perdonato le iniquità senza imputare le trasgressioni, fa risiedere la felicità non nel suo essere realmente giusto e di fatto, ma in quanto Dio lo riconosce e lo accoglie come tale.

Osiandro replica che sarebbe ingiusto da parte di Dio, e contrario alla sua natura, il giustificare coloro che, in realtà, rimarrebbero malvagi. Ma ci dobbiamo ricordare di quanto ho affermato, che la grazia di giustificare non è separata dalla rigenerazione, per quanto siano cose distinte. Ma poiché senza dubbio è noto, in base all'esperienza, che rimane sempre qualche traccia di peccato presso i giusti, bisogna pur che siano giustificati in altro modo, ma non perché rigenerati in novità di vita. Dio comincia a riformare i suoi eletti nella vita presente, prosegue quest'opera a poco a poco e non la porta a termine fino alla morte, di modo che sono sempre colpevoli di fronte al suo giudizio. Egli non giustifica solo in parte, ma fa in modo che i credenti, rivestiti della purezza di Cristo, osino comparire liberamente in cielo. Una porzione di giustizia non tranquillizzerebbe le coscienze, finché non sia chiaro che piacciamo a Dio in quanto siamo giusti dinanzi a lui senza eccezione. Ne consegue che il vero insegnamento concernente la giustificazione è pervertito e interamente capovolto quando si tormentano gli spiriti con dubbi, quando si scrolla in loro la fiducia della salvezza, quando si ritarda e si impedisce l'invocazione libera e franca di Dio, e quando non si dà loro riposo e tranquillità unite a gioia spirituale. San Paolo prende lo spunto da cose fra loro contrarie per indicare che l'eredità non si ha per mezzo della Legge (Ro 4.14); se così fosse, la fede sarebbe annullata, in quanto, se prende in considerazione le opere, non può che barcollare, visto che la persona più santa del mondo non troverà mai in esse di che confidare.

Questa differenza fra giustificare e rigenerare, che Osiandro confonde, è espressa molto bene da san Paolo. Infatti parlando della sua giustizia reale, o della disposizione d'animo a vivere bene che Dio gli aveva data (quel che Osiandro chiama giustizia essenziale ) esclama gemendo: "O quanto sono misero! E chi mi libererà da questo corpo di morte? " (Ro 7.24). Poi, avendo il suo rifugio nella giustizia, fondata sulla sola misericordia di Dio, si gloria in modo meraviglioso contro la morte, gli obbrobri, la povertà, la spada ed ogni afflizione: "Chi "dice "accuserà gli eletti di Dio, dato che egli li giustifica? Sono assolutamente persuaso che nulla ci separerà dall'amore che egli ha per noi in Gesù Cristo " (Ro 8.33). Afferma con forza e chiarezza che è dotato di una giustizia che da sola gli basta interamente alla salvezza dinanzi a Dio; tanto che il misero asservimento per il quale aveva deplorato la sua condizione, non deroga in nulla alla fiducia di gloriarsi, e non gli può impedire di giungere al suo scopo. Questo contrasto è ben noto, anzi perfino familiare a tutti i credenti che gemono sotto il fardello delle loro iniquità, e tuttavia non cessano di avere una fiducia vittoriosa per sormontare ogni timore e dubbio.

Quel che Osiandro risponde, che ciò non si addice alla natura di Dio, ricade sul suo capo. Infatti rivestendo i santi di una duplice giustizia, come di un vestito imbottito, è tuttavia costretto ad ammettere che nessuno piace a Dio senza la remissione dei peccati. Se questo è vero dovrà ammettere, per lo meno, che siamo reputati giusti nella misura, come si dice, dell'imputazione per la quale Dio ci gradisce. Ma fino a che punto il peccatore capirà quella gratuità di Dio, la quale fa sì che egli sia ritenuto giusto pur non essendolo? Si tratterà di un'oncia o di tutta la libbra? Certo pencolerà brancolando ed esitando, da un lato e dall'altro, senza poter raggiungere quel tanto di giustizia che gli sarebbe necessaria per assicurarsi la salvezza. Fortunatamente questo presuntuoso, che vorrebbe dettar legge a Dio, non è arbitro in questa causa. Ma rimarrà salda l'affermazione di Davide, che Dio sarà giustificato nelle sue parole, e vincerà coloro che lo vorranno condannare (Sl. 51.6). Che arroganza è questa, vi prego, di condannare il giudice sovrano, quando assolve gratuitamente? Come se non gli fosse lecito fare quello che ha affermato: "Avrò pietà di colui del quale vorrò aver pietà " (Es. 33.19). Tuttavia l'intercessione di Mosè, cui Dio risponde a quel modo, non tendeva a che Egli non perdonasse ad alcuno, ma a che perdonasse tutti ugualmente, poiché tutti erano colpevoli. Del resto, insegniamo che Dio seppellisce i peccati degli uomini che giustifica, perché odia il peccato e non può amare se non coloro che ritiene giusti. Li mirabile la giustificazione per la quale i peccatori, ricoperti dalla giustizia di Gesù Cristo, non hanno timore del giudizio di cui sono degni, e trovando in se stessi motivo di condanna, ricevono una giustificazione che risiede fuori di loro.

12. I lettori siano accorti e riflettano bene al grande mistero che Osiandro si vanta di non voler loro nascondere. Infatti dopo aver a lungo dibattuto che non acquistiamo favore verso Dio per mezzo della sola imputazione della giustizia di Cristo, poiché non si vergogna di dire che sarebbe impossibile a Dio ritenere giusti coloro che non lo sono, conclude infine che Gesù Cristo non ci è stato dato come giustizia riguardo alla sua natura umana, ma per la sua natura divina; e benché la giustizia non si possa trovare che nella persona del Mediatore, tuttavia conclude che essa non gli appartiene in quanto è uomo, ma in quanto è Dio. Così parlando non tesse più una corda con le due giustizie, come fece prima, ma toglie interamente la potenza e il ruolo di giustificare alla natura umana di Gesù Cristo.

È necessario notare a quali argomenti ricorre. San Paolo, nel passo citato, dice che Gesù Cristo ci è stato fatto sapienza, il che non si addice, secondo Osiandro, che alla Parola eterna. Ne conclude che Gesù Cristo, in quanto uomo, non è la nostra sapienza. Rispondo che il figlio unico di Dio è sempre stato la sua sapienza, ma che san Paolo gli attribuisce questo titolo in senso diverso: cioè dopo che ha assunto la nostra carne, tutti i tesori di sapienza e di intelligenza sono nascosti in lui (Cl. 2.3). Quel che aveva in suo Padre, ce lo ha dunque manifestato; così, il dire di san Paolo non si riferisce all'essenza del figlio di Dio, ma al nostro uso ed è molto ben appropriato alla sua natura umana. Benché, prima di essere stato rivestito di carne, fosse la luce risplendente nelle tenebre, era tuttavia come una luce nascosta, finché si è manifestato nella sua umanità per essere sole di giustizia. Perciò si definisce luce del mondo (Gv. 8.12).

Altra grande sciocchezza di Osiandro è l'affermazione che la potenza di giustificare sovrasta di molto la possibilità degli angeli e degli uomini, visto che non disputiamo intorno alla dignità di qualche creatura, ma diciamo che ciò dipende dal decreto e dalla disposizione di Dio. Se gli angeli volessero compiere la nostra espiazione davanti a Dio non ci riuscirebbero, poiché non sono destinati e stabiliti a ciò; è stato invece il compito particolare di Gesù Cristo, che è stato assoggettato alla Legge per riscattarci dalla maledizione della Legge (Ga 3.13).

 

È altresì calunnia grossolana accusare quelli che cercano la loro giustizia nella morte e nella passione del nostro Signor Gesù, di ritenere una parte soltanto di Gesù Cristo o, peggio ancora, di fare due dèi perché, se lo si vuol credere, non confessano che siamo giusti per mezzo della giustizia di Dio. Rispondo: pur chiamando Gesù Cristo "autore di vita ", in quanto con la sua morte annientò colui che aveva il dominio della morte (Eb. 2.14) , tuttavia, riguardo alla sua divinità, non lo frodiamo di quell'onore, ma distinguiamo solamente in che modo la giustizia di Dio giunge fino a noi, perché ne possiamo godere. In questo, Osiandro sbaglia troppo grossolanamente. Anzi non neghiamo che quanto ci è stato dato apertamente in Gesù Cristo provenga dalla grazia e potenza segreta di Dio; e non facciamo obiezioni a che la giustizia dataci da Gesù Cristo sia la giustizia di Dio venuta a noi per mezzo suo. Ma rimaniamo fermi in questo, che non possiamo trovar giustizia e vita se non nella morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Tralascio la gran quantità di passi della Scrittura che dimostrano facilmente la sua impudenza, come quando prende a sostegno del suo dire quel che è spesso ripetuto nei Sl. , che piace a Dio soccorrere secondo la sua giustizia i suoi servitori. C'è forse in questo, vi prego, un motivo per affermare che partecipiamo della sostanza di Dio, perché egli ci soccorra? Né esiste maggior consistenza nel suo addurre che la giustizia meglio definita è quella che ci spinge a compiere il bene.

Poiché Dio solo produce in noi il volere e il fare (Fl. 2.13) , egli conclude che solo da lui abbiamo giustizia. Non neghiamo che Dio ci riformi, Cl. Suo Spirito, in santità di vita, ma bisogna anzitutto considerare se lo fa direttamente, per così dire, oppure per mano e per mezzo di suo figlio, al quale ha affidato in deposito la pienezza del suo Spirito perché sovvenga, con la sua abbondanza, alla povertà e alla carenza dei suoi membri. E se pure la giustizia scaturisce per noi dalla maestà di Dio, come da una sorgente nascosta, ciò non significa che Gesù Cristo, che si è santificato per noi nella sua carne (Gv. 17.19) , sia la nostra giustizia soltanto per la sua divinità.

Altrettanto frivolo è l'altro argomento, che cioè Gesù Cristo stesso fu giusto di giustizia divina, perché se non l'avesse spinto la volontà del Padre, non avrebbe adempiuto il compito a lui affidato. Pur avendo detto altrove che tutti i meriti di Cristo scaturiscono dalla pura gratuità di Dio, come i ruscelli dalla loro fonte, questo non ha alcun peso per la fantasia di Osiandro, con la quale abbaglia gli occhi dei semplici ed i suoi. Chi mai, infatti, sarà così malaccorto da concedergli, se Dio è la causa ed il principio della nostra giustizia, che siamo giusti nella nostra essenza, e che l'essenza della giustizia di Dio abita in noi? Isaia dice che Dio, nel riscattare la sua Chiesa, si è rivestito della sua giustizia come di una corazza (Is. 49.17); sarebbe forse stato per spogliare Gesù Cristo delle sue armi, dategli per essere perfetto redentore? Ma il significato delle parole del Profeta è chiaro: Dio non ha preso a prestito nulla dal di fuori, per portare a termine la sua opera, e non è stato aiutato da nessuno.

È quanto san Paolo ha sinteticamente dichiarato con altre parole: ci ha dato la salvezza per dimostrare la sua giustizia (Ro 3.25). Non annulla tuttavia quel che dice altrove, che siamo giusti per l'obbedienza di un uomo (Ro 5.19).

 

Concludendo, chiunque ingarbuglia le due giustizie, per impedire che le povere anime trovino riposo nella sola e pura misericordia di Dio, intreccia una corona di spine a Gesù Cristo per beffarsi di lui.

13. Tuttavia, poiché la maggioranza degli uomini immagina una giustizia mista, composta dalla fede e dalle opere, spieghiamo anche, prima di procedere, che la giustizia della fede differisce a tal punto da quella delle opere, che dove si afferma l'una, l'altra viene annullata. L'Apostolo dice che ha reputato ogni cosa come spazzatura per guadagnar Cristo, ed esser trovato in lui senza una giustizia sua propria, derivante dalla Legge, ma con quella che procede dalla fede in Gesù Cristo, cioè la giustizia che proviene da Dio per mezzo della fede (Fl. 3.8). Vediamo che in questo passo le pone una accanto all'altra come cose contrarie, dicendo che colui il quale vuole ottenere la giustizia di Cristo deve abbandonare la propria. Per questa ragione, in un altro passo individua la causa della rovina dei Giudei nel loro volersi costruire la propria giustizia, senza assoggettarsi a quella di Dio (Ro 10.3). Se nel costruire la nostra giustizia noi rifiutiamo quella di Dio, per ottenere la seconda bisogna che la prima sia interamente abolita. È quanto intende anche laddove dice che la nostra gloria non è esclusa dalla Legge, ma dalla fede (Ro 3.27). Ne consegue che finché rimane qualche goccia di giustizia nelle nostre opere, abbiamo un qualche motivo per gloriarci. D'altronde, se la fede esclude ogni glorificazione, la giustizia della fede non può assolutamente coesistere con quella delle opere. Lo dimostra in modo così chiaro da non lasciar posto ad alcun cavillo nel quarto capitolo ai Romani: "Se Abramo "dice "è stato giustificato per mezzo delle sue opere, ha di che gloriarsi "; poi aggiunge: "Orbene, non ha affatto di che gloriarsi dinanzi a Dio " (Ro 4.2). Ne deriva, dunque, che non è affatto giustificato dalle sue opere. Si serve poi di un altro argomento dicendo: quando il loro salario è dato secondo le opere, ciò non avviene per grazia, ma secondo il dovuto. Ora la giustizia è data alla fede per grazia; non proviene dunque dal merito delle opere. È pertanto assurda fantasia pensare che la giustizia consista e nella fede e nelle opere.

14. I Sofisti, ai quali non importa degradare la Scrittura, e che si compiacciono in cavilli, pensano avere una scappatoia molto intelligente affermando che le opere, di cui parla san Paolo, sono quelle compiute dagli uomini non rigenerati, che presumono del loro libero arbitrio. Dicono pertanto che ciò non concerne affatto le buone opere dei credenti, compiute per mezzo della potenza dello Spirito Santo. Secondo loro, l'uomo è giustificato sia dalla fede sia dalle opere, a condizione che le opere non gli siano proprie, ma doni di Cristo e frutti della rigenerazione. Dicono che san Paolo ha affermato questo in polemica con i Giudei, folli ed arroganti al punto di pensare di acquistarsi giustizia con la loro virtù e la loro forza, mentre ce la dà il solo spirito di Cristo e non già il moto del nostro libero arbitrio.

Ma non considerano che san Paolo, in un altro passo, opponendo la giustizia della Legge a quella dell'evangelo, esclude tutte le opere, qualunque sia l'attributo che le adorna o le abbellisce. Infatti dice che la giustizia secondo la Legge consiste nel fatto che chi l'adempirà sarà salvato; che la giustizia derivante dalla fede è di credere che Gesù Cristo è morto e risuscitato (Ro 10.5.9). Inoltre, vedremo fra poco che santificazione e giustizia sono benefici diversi, provenienti da Cristo. Perciò, quando si attribuisce alla fede il potere di giustificare, neanche le opere compiute per virtù dello Spirito Santo sono tenute in conto.

 

Per di più, san Paolo, dicendo che Abramo non ha di che gloriarsi verso Dio, visto che non può essere giusto per mezzo delle sue opere, non limita questo ad una parvenza di giustizia o a qualche abbellimento esteriore, o ad una presunzione che Abramo avrebbe avuta nei confronti del suo libero arbitrio, ma sebbene la vita di questo santo patriarca sia stata quasi angelica, tuttavia non ha potuto avere meriti che gli acquistassero giustizia dinanzi a Dio.

15. I teologi della Sorbona hanno la mano un po' più pesante ancora nel mescolare i loro preparati. Tuttavia quelle volpi di cui ho parlato ingannano i semplici con una fantasticheria altrettanto perversa, seppellendo sotto il velo dello Spirito e della grazia la misericordia di Dio, che sola poteva rassicurare le povere coscienze timorose. Noi affermiamo con san Paolo che coloro che osservano la Legge sono giustificati dinanzi a Dio: ma poiché siamo ben lontani da una tal perfezione, dobbiamo concludere che le opere che ci devono valere per acquistar giustizia non ci servono a nulla, poiché ne siamo privi. Quanto ai Sorbonisti, s'ingannano doppiamente: infatti chiamano "fede "la certezza di aspettare la remunerazione di Dio per i loro meriti, e Cl. Nome di "grazia "non intendono il dono della giustizia gratuita che riceviamo, ma l'aiuto dello Spirito Santo per vivere bene e santamente. Leggono negli scritti dell'apostolo che chi si avvicina a Dio deve credere che egli remunera coloro che lo cercano (Eb. 11.6); ma non vedono qual è il modo di cercarlo, che indicheremo fra poco.

Che si ingannino sul termine grazia, appare chiaramente dai loro libri. Infatti il loro Maestro delle Sentenze espone la giustizia che abbiamo per mezzo di Cristo, in duplice modo: anzitutto, dice, la morte di Cristo ci giustifica quando genera nei nostri cuori carità, per mezzo della quale siamo resi giusti. In secondo luogo, essa estingue il peccato, sotto il quale il diavolo ci teneva prigionieri, tanto che non può più sopraffarci. Non considera dunque la grazia di Dio se non in quanto siamo condotti a buone opere per la potenza dello Spirito Santo.

Ha voluto seguire l'opinione di sant'Agostino; ma la segue molto da lontano, anzi si scosta grandemente da una sua retta interpretazione: infatti oscura quel che era chiaramente affermato da quel sant'uomo e corrompe interamente quel che era un po' macchiato dal peccato. La scuola sorbonista è sempre andata di male in peggio, fino ad incappare nell'errore di Pelagio, anche se non dobbiamo accettare per intero l'affermazione di sant'Agostino, o per lo meno considerare improprio il suo modo di parlare. Infatti sebbene spogli molto bene l'uomo da ogni lode di giustizia e l'attribuisca tutta a Dio, identifica tuttavia la grazia con la santificazione che ci rigenera in novità di vita.

16. La Scrittura, parlando della giustizia derivante dalla fede, ci conduce in ben altra direzione: ci insegna infatti a distogliere lo sguardo dalle nostre opere, per contemplare soltanto la misericordia di Dio e la perfetta santità di Cristo. Essa ci indica questo procedimento di giustificazione, secondo il quale inizialmente Dio accoglie il peccatore per sua pura e gratuita bontà, senza considerare in lui nulla, all'infuori della sua miseria, che lo muova a misericordia; vedendolo interamente privo e vuoto di buone opere, prende spontaneamente l'iniziativa di fargli del bene. In seguito raggiunge il peccatore Cl. Sentimento della sua bontà, affinché costui, diffidando di tutto quel che ha, ponga tutta quanta la sua salvezza nella misericordia che Dio gli concede. Ecco il sentimento della fede, per mezzo del quale l'uomo entra in possesso della sua salvezza quando riconosce, attraverso l'insegnamento dell'evangelo, di essere riconciliato con Dio poiché, avendo ottenuto il perdono dei suoi peccati per mezzo della giustizia di Cristo, è giustificato. Sebbene sia rigenerato dallo spirito di Dio, non si adagia sulle buone opere che fa, ma è certo che la sua giustizia perpetua si trova nella sola giustizia di Cristo.

Quando tutte queste cose saranno state esaminate in particolare, sarà facile spiegare quel che ha attinenza a questo argomento; ma queste cose saranno meglio assimilate se le poniamo in un ordine diverso da quello in cui le abbiamo proposte. Ciò del resto non ha importanza, a condizione che siano dedotte in modo tale che tutto il problema sia ben capito.

17. Ci dobbiamo qui ricordare della corrispondenza che abbiamo precedentemente stabilita tra la fede e l'Evangelo. Infatti diciamo che la fede giustifica in quanto accetta la giustizia offerta nell'evangelo. Se nell'evangelo la giustizia ci è offerta, con ciò è esclusa ogni valutazione delle opere. San Paolo lo indica spesso, ma soprattutto in due passi.

Nell'Epistola ai Romani, paragonando la Legge con l'Evangelo dice: "La giustizia che deriva dalla Legge, è che chiunque ubbidirà al comandamento di Dio vivrà; ma la giustizia derivante dalla fede annuncia la salvezza a colui che crederà con il cuore, e confesserà con la bocca Gesù Cristo, e che il Padre lo ha risuscitato dai morti " (Ro 10.5.9). Non vediamo forse chiaramente che egli stabilisce questa differenza fra Legge e Evangelo, che la Legge pone la giustizia nelle opere, l'Evangelo la dà gratuitamente, senza riguardo alle opere? Certo è un passo notevole, che può risolvere parecchie difficoltà, poiché è già molto se comprendiamo che la giustizia dataci nell'evangelo è libera dalle condizioni della Legge. Li la ragione per cui oppone tanto spesso la Legge e la promessa, come cose contrarie. "Se l'eredità "dice "viene dalla Legge, non è dalla promessa " (Ga 3.18) , e altre affermazioni simili, contenute nel medesimo capitolo. È certo che la Legge ha anche le sue promesse. Bisogna dunque che le promesse dell'evangelo abbiano qualcosa di speciale e di diverso, se non vogliamo dire che il paragone è inadatto. Che cosa sarà, se non che esse sono gratuite e poggiano sulla sola misericordia di Dio, mentre le promesse della Legge dipendono dalla condizione delle opere? E non bisogna che qualcuno suggerisca che qui san Paolo ha semplicemente voluto riprovare la giustizia che gli uomini presumono di portare a Dio Cl. Loro libero arbitrio e con le loro forze naturali, poiché egli afferma esplicitamente che la Legge non ha per nulla giovato con i suoi comandamenti, visto che nessuno la compie, non solo fra la gente comune, ma fra i più perfetti. Certo l'amore è l'elemento essenziale della Legge, e Cristo ci forma e ci conduce ad esso; perché allora non siamo giusti amando Dio ed i nostri simili, se non perché l'amore è così debole ed imperfetto perfino presso i più santi, che non mentano di essere apprezzati o accettati da Dio?

18. Il secondo passo è questo: "È chiaro che nessuno è giustificato davanti a Dio per mezzo della Legge, poiché il giusto vivrà per fede. Ma la Legge non è secondo la fede, in quanto dice: "Chi farà le cose prescritte, vivrà per esse " " (Ga 3.2.12). Come reggerebbe l'argomento, se non fosse stabilito innanzitutto che le opere non entrano nel conto, ma che bisogna considerarle a parte? La Legge, dice, è diversa dalla fede. In che cosa? In quanto, aggiunge, essa richiede le opere per giustificare l'uomo. Ne deriva dunque che le opere non sono richieste, quando l'uomo deve essere giustificato per fede. Dal fatto che l'una è opposta all'altra risulta evidente che chi è giustificato per fede è giustificato senza alcun merito proveniente dalle sue opere, anzi al di fuori di ogni merito. Infatti la fede accetta la giustizia che l'Evangelo presenta, ed è detto che l'Evangelo è in ciò diverso dalla Legge, poiché non lega la giustizia alle opere, ma la fa risiedere nella sola misericordia.

Di una simile deduzione si serve nell'epistola ai Romani: Abramo non ha motivo di gloriarsi, in quanto la fede gli è stata imputata come giustizia (Ro 4.2). La conseguenza è che la giustizia derivante dalla fede si attua quando non vi sono opere per le quali sia dovuta una ricompensa. Laddove sono le opere, dice, la ricompensa viene data come dovuta; quel che è dato alla fede è gratuito. Quel che segue tende al medesimo scopo, cioè che otteniamo l'eredità celeste per mezzo della fede, affinché comprendiamo che ci proviene dalla grazia. Ne deduce che l'eredità celeste è gratuita, in quanto la riceviamo per mezzo della fede. Perché questo, se non perché la fede, senza avere alcun appoggio sulle opere, si fonda interamente sulla misericordia di Dio?

Non c'è dubbio che in questo stesso senso deve intendersi quanto dice altrove, che la giustizia di Dio è stata manifestata senza la Legge, benché essa sia attestata dalla Legge e dai Profeti (Ro 3.21). Escludendo la Legge, intende dire che non siamo aiutati dai nostri meriti, e non acquistiamo giustizia per mezzo di quel che facciamo di bene; ma ci dobbiamo presentare vuoti e poveri per riceverla.

19. I lettori possono vedere di quale equità usano oggi i Sofisti cavillando sul nostro insegnamento, quando diciamo che l'uomo è giustificato per mezzo della sola fede. Non osano negare che l'uomo sia giustificato per fede, vedendo che la Scrittura lo afferma così spesso; ma poiché il vocabolo "sola "non vi è espresso, ci rimproverano di averlo aggiunto di nostra iniziativa. Se così è, che cosa risponderanno alle parole con cui san Paolo deduce che la giustizia non proviene dalla fede, se non è gratuita? Come quel che è gratuito si accorderà con le opere? E con quale calunnia potranno liberarsi da quel che è detto altrove, che la giustizia di Dio è manifestata nell'evangelo? (Ro 1.17). Se essa vi è manifestata, non lo è né a metà né in parte soltanto, ma in modo pieno e completo; di conseguenza, la Legge è esclusa. Infatti, quando dicono che aggiungiamo del nostro, dicendo la "sola fede ", non soltanto le loro obiezioni sono false, ma assolutamente ridicole. Chi toglie ogni potenza di giustificazione alle opere, non l'attribuisce interamente alla fede? Che altro significano queste espressioni di san Paolo, che la giustizia ci è data senza la Legge; che l'uomo è giustificato gratuitamente senza l'aiuto delle sue opere? (Ro 3.21.24).

Essi ricorrono, a questo punto, ad un sotterfugio molto abile: escludono le opere cerimoniali, non le opere morali. Motivazione inetta, anche se attinta in Origene e in qualche altro antico. Traggono tanto giovamento dall'abbaiare del continuo nelle loro scuole, da non conoscere neppure i primi rudimenti della dialettica. Pensano forse che l'Apostolo sia fuori di senno, adducendo queste testimonianze per provare la sua affermazione? "Chi farà queste cose vivrà in esse". E "Maledetto l'uomo che non compirà tutte le cose scritte qui " (Ga 3.10.12).

Se proprio non sono del tutto fuor di senno, non potranno dire che la vita eterna è promessa a chi osserva le cerimonie, e che solo i trasgressori di quelle sono maledetti. Bisogna dunque riferire questi passi alla legge morale, e non c'è dubbio che le opere morali sono escluse dal potere di giustificare. Le ragioni di cui si serve tendono ad un medesimo fine, come quando dice: "Dalla Legge viene la conoscenza del peccato, non la giustizia. La Legge genera l'ira di Dio; essa non ci reca dunque salvezza " (Ro 3.20; 4.15). E: "Se la Legge non può render sicure le coscienze, essa non può dar giustizia ". E: "Poiché la fede è tenuta in conto di giustizia, non è come ricompensa delle opere che questa ci è data, ma è un dono gratuito di Dio ". E: "Se siamo giustificati per mezzo della fede, ogni gloria è abbattuta "E: "Se la Legge potesse vivificarci troveremmo giustizia in essa; ma Dio ha incluso tutte le creature sotto il giogo del peccato, al fine di dare la salvezza promessa ai credenti " (Ga 3.21). Dicano, se osano, che ciò si riferisce alle cerimonie e non alle opere morali; i bimbi stessi si befferebbero della loro spudoratezza.

Sia dunque chiaro che quando il potere di giustificare è negato alla Legge, bisogna intendere ciò a proposito della Legge intera.

20. A chi si stupisce che l'Apostolo abbia voluto specificare le opere "della Legge ", senza limitarsi a dire semplicemente le opere, diamo pronta risposta. Il valore delle opere deriva dal fatto che sono approvate da Dio, piuttosto che dalla dignità loro propria. Infatti, chi oserà vantarsi di qualche giustizia nei confronti di Dio, se essa non gli è accetta? E chi oserà chiedergli una ricompensa, se egli non l'ha promessa? È dunque per bontà di Dio che le opere saranno degne del titolo di giustizia e avranno una ricompensa, se possono esserne degne. Tutto il valore delle opere consiste nel fatto che l'uomo, per mezzo loro, intende ubbidire a Dio.

Per questo l'Apostolo, volendo provare, in un altro passo, che Abramo non poteva essere giustificato per mezzo delle sue opere, afferma che la Legge è stata stipulata circa quattrocento anni dopo che il patto di grazia gli era stato dato (Ga 3.17). Gli ignoranti riderebbero di questo argomento, pensando che potevano pur esserci delle buone opere prima che la Legge fosse emanata. Ma poiché ben sapeva che le opere non hanno altra dignità se non in quanto sono gradite a Dio, considera cosa nota che esse non potessero giustificare prima che le promesse della Legge fossero date. Per questo indica per nome le opere della Legge, volendo sottrarre alle opere la possibilità di giustificare: perché non poteva esserci controversia se non a proposito di quelle. Talvolta, è vero, categoricamente e senza specificazioni esclude tutte le opere: come quando dice che Davide definisce beato l'uomo al quale Dio ha imputato la giustizia senza alcuna opera (Ro 4.6). Con tutte le loro sottigliezze non possono impedirci di ritenere nella sua generalità l'affermazione di principio.

Invano ricorrono ad un altro cavillo ancora, quando dicono che siamo giustificati per mezzo della sola fede che opera attraverso la carità, volendo con ciò significare che la giustizia si fonda sulla carità. Certo, riconosciamo con san Paolo che non v'è altra fede che giustifica se non quella che è congiunta alla carità (Ga 5.6). Essa però non trae dalla carità la possibilità di giustificare; anzi, non giustifica se non perché ci mette in comunicazione con la giustizia di Cristo. Altrimenti sarebbe rovesciato l'argomento che l'Apostolo adduce con tanta forza quando dice che la ricompensa a colui che opera è calcolata non secondo la grazia ma secondo il debito (Ro 4.4); al contrario, a colui che non opera ma crede in colui che giustifica l'iniquo, la fede è messa in conto di giustizia. Potrebbe parlare in modo più chiaro di così? Non v'è alcuna giustizia della fede se non quando non vi è nessuna opera alla quale sia dovuta una ricompensa, e allora finalmente la fede è messa in conto di giustizia, quando la giustizia ci è data per grazia, non dovuta.

21. Ora consideriamo se è vero quel che è stato detto nella definizione da noi posta: la giustizia che deriva dalla fede non è altro che riconciliazione con Dio, la quale consiste nella remissione dei peccati.

Dobbiamo sempre riferirci a questa massima: l'ira di Dio è preparata per tutti coloro che persistono nel peccato. È quanto Isaia ha chiaramente affermato dicendo: "La mano di Dio non si è accorciata perché non ci possa salvare; il suo orecchio non è tappato perché non ci possa udire. Ma le nostre iniquità hanno operato una frattura fra lui e noi, ed i nostri peccati hanno distolto il suo volto da noi, di modo che egli non ci esaudisce " (Is. 49.1-2). Sappiamo che il peccato è una frattura fra Dio e l'uomo, e che esso distoglie il volto di Dio dal peccatore. In verità non può essere diversamente, poiché non si addice affatto alla sua giustizia l'aver a che fare Cl. Peccato. Perciò san Paolo dice che l'uomo è nemico di Dio finché non è reintegrato nella sua grazia ad opera di Cristo (Ro 5.8.10). Si dice dunque di colui che Dio riceve nel suo amore, che è giustificato, perché Dio non può accogliere nessuno per unirlo a se senza prima renderlo giusto, da peccatore qual era.

Aggiungiamo che ciò accade per mezzo della remissione dei peccati; se infatti consideriamo coloro che sono riconciliati con Dio secondo le loro opere' li troveremo peccatori, mentre bisogna che siano interamente puri e nettati dal peccato. È dunque chiaro che coloro che Dio riceve nella sua grazia non sono resi giusti altrimenti che con la purificazione, in quanto le loro macchie sono cancellate dalla remissione offerta loro da Dio, al punto che una tal giustizia può, in una parola, chiamarsi remissione dei peccati.

22. L'una e l'altra cosa sono molto ben affermate dalle parole di san Paolo da me precedentemente riferite, laddove dice che Dio era in Cristo, riconciliando a se il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidandoci la parola della riconciliazione. In seguito aggiunge il sunto del suo messaggio: colui che era puro e netto di peccato è stato fatto peccato per noi (2 Co. 5.19.21) , cioè sacrificio sul quale tutti i nostri peccati sono stati trasferiti, affinché fossimo giusti in lui dinanzi a Dio. Egli nomina indifferentemente, in questo passo, la giustizia e la riconciliazione, tanto che comprendiamo che l'una è contenuta nell'altra.

Spiega anche il modo di ottenere questa giustizia, quando dice che essa consiste nel fatto che Dio non ci imputa i nostri peccati. Di conseguenza, nessuno chieda più in che modo Dio ci giustifica, se san Paolo dice espressamente che lo fa in quanto ci riconcilia con se, senza imputarci i nostri peccati. Così pure nell'epistola ai Romani, egli dimostra che la giustizia è imputata all'uomo senza le opere, per la testimonianza di Davide: dichiara beato l'uomo le cui iniquità sono perdonate, i cui peccati sono nascosti, e a cui le colpe non sono imputate (Ro 4.6). Non c'è dubbio che Davide abbia voluto intendere la giustizia Cl. Termine beatitudine. Poiché afferma che essa consiste nella remissione dei peccati, non è necessario che la definiamo in altro modo. Anche Zaccaria, padre di Giovanni Battista, stabilisce la conoscenza della salvezza nella remissione dei peccati (Lu 1.77). Secondo questa stessa regola, san Paolo conclude la predicazione rivolta agli abitanti di Antiochia intorno al centro della loro salvezza, dicendo: "Per mezzo di Gesù Cristo, la remissione dei peccati vi è annunciata; e di tutte le cose da cui non potevate esser giustificati dalla legge di Mosè, chiunque crede in Lui è giustificato " (At. 13.38). Unisce a tal punto la giustizia con la remissione dei peccati, da affermare che sono una medesima cosa. A buon diritto, dunque, deduce sempre che la giustizia da noi ottenuta per mezzo della bontà di Dio, è gratuita.

 

Non deve sembrare cosa nuova il dire che i credenti sono giusti dinanzi a Dio non già per le loro opere, ma perché gratuitamente accolti; la Scrittura lo ripete così spesso, e perfino gli antichi dottori. Così sant'Agostino, quando dice che in questa vita la giustizia dei santi consiste più nella remissione dei peccati che in perfezione di virtù; a questo fanno eco quelle belle affermazioni di san Bernardo, che la giustizia di Dio è non peccare, la giustizia dell'uomo è l'indulgenza ed il perdono che egli ottiene da Dio; Cristo è per noi giustizia, facendoci assolvere; non vi saranno altri giusti che coloro i quali sono ricevuti per grazia.

23. Di conseguenza, siamo giustificati dinanzi a Dio per il solo mezzo della giustizia di Cristo; equivale a dire che l'uomo non è giusto di per se, ma perché la giustizia di Cristo gli è comunicata per attribuzione; è cosa da considerare con somma attenzione. Così svanisce la fantasticheria secondo la quale l'uomo sarebbe giustificato per fede in quanto per mezzo di essa riceve lo Spirito di Dio, dal quale è reso giusto. Insegnamento opposto a quello dato precedentemente, poiché non v'è dubbio che colui che deve cercare giustizia al di fuori di se è spogliato della sua propria. L'Apostolo lo ricorda chiaramente, quando dice che colui che era innocente ha portato i nostri peccati, presentandosi in sacrificio per noi affinché fossimo, in lui, giusti dinanzi a Dio (2 Co. 5.21). Vediamo che ripone la nostra giustizia in Cristo, non in noi; che la giustizia non ci appartiene per altro diritto se non in quanto siamo partecipi di Cristo, poiché possedendolo possediamo con lui tutte le sue ricchezze.

Quel che afferma in un altro passo non vi contraddice affatto: il peccato in quanto tale è stato condannato nella carne di Cristo, affinché la giustizia di Dio fosse compiuta in noi (Ro 8.3). Non intende altro compimento se non quello che otteniamo per attribuzione. Infatti il Signor Gesù ci comunica la sua giustizia in modo tale, che per un potere indicibile essa è trasferita in noi, secondo il giudizio di Dio. Che non abbia voluto dire cosa diversa da questa, appare dall'affermazione fatta poco prima: come per la disubbidienza di uno solo siamo divenuti peccatori, così per l'ubbidienza di uno solo siamo giustificati (Ro 5.19). Che altro significa fondare la nostra giustizia sull'obbedienza di Cristo, se non affermare che siamo giusti perché l'obbedienza di Cristo ci è accordata, e ricevuta in compenso come se fosse nostra?

Perciò mi pare che sant'Ambrogio abbia felicemente paragonato questa giustizia alla benedizione di Giacobbe: come Giacobbe, che non possedeva per merito suo la primogenitura, nascosto sotto le spoglie di suo fratello e vestito del suo abito che emanava buon odore, si è insinuato da suo padre per ricevere la benedizione nella persona dell'altro, così ci dobbiamo nascondere sotto la veste di Cristo, nostro fratello primogenito, per ricevere l'attribuzione della giustizia davanti al volto del nostro Padre celeste.

È la pura verità. Infatti per comparire dinanzi a Dio in salvezza, bisogna che siamo profumati del suo buon odore, e che i nostri peccati siano sepolti dalla sua perfezione.

 

 

CAPITOLO 12.

DOBBIAMO INNALZARE I NOSTRI SPIRITI AL TRIBUNALE DI DIO, PER ESSER VERAMENTE PERSUASI DELLA GIUSTIFICAZIONE GRATUITA

1. Benché risulti da evidenti testimonianze che tutto questo corrisponde a verità, non ne valuteremo tuttavia l'importanza finché non avremo dimostrato qual sia il fondamento di tutta la controversia.

Anzitutto, teniamo presente questo fatto: non si tratta di sapere come un uomo possa esser giusto dinanzi al tribunale di un giudice terreno, ma dinanzi al tribunale celeste di Dio; non si valuti perciò in base a criteri nostri l'integrità richiesta per soddisfare questo giudizio. Stupisce constatare con quanta temerarietà e audacia lo si faccia comunemente. È: anzi notorio che chi si dimostra più spregiudicato e insolente nel cianciare di giustizia delle opere, sono le persone apertamente malvagie oppure piene di peccati e di concupiscenze. Ciò accade perché non pensano alla giustizia di Dio; qualora ne avessero una minima percezione, giammai potrebbero beffarsene a quel modo. Orbene, essa è disprezzata e schernita oltre misura quando non le viene riconosciuto un carattere tale di perfezione da non poter tollerare nulla all'infuori di ciò che è assolutamente integro, esente da ogni macchia, di una perfezione cui non vi sia nulla da ridire; e ciò non si è mai potuto trovare in alcun uomo vivente, né si troverà mai.

È facile ad ognuno dissertare in modo teorico sulla dignità che hanno le opere per giustificare l'uomo; quando però ci si trova in presenza di Dio, bisogna abbandonare tutte queste ciance, poiché dinanzi a lui il problema è affrontato nella sua realtà e non con frivole discussioni. È lì che dobbiamo dirigere la nostra capacità di comprendere, se vogliamo ricercare con frutto la vera giustizia. È in quella prospettiva che dobbiamo pensare come potremo rispondere a questo giudice celeste, quando ci chiamerà a render conto. Bisogna dunque vederlo nel suo tribunale, non già in base alla nostra immaginazione ma quale ci è presentato nella Scrittura; dalla sua luce le stelle sono oscurate, la sua potenza scioglie le montagne come neve al sole, la terra è scossa dalla sua collera, la sua saggezza sorprende l'acume dei saggi, la sua purezza è così grande che in confronto tutte le cose sono sporche e contaminate; dinanzi alla sua giustizia gli angeli non possono reggere; non perdona al malvagio e la sua vendetta, una volta accesa, penetra fin nel più profondo della terra. Quando siede per esaminare le opere degli uomini, chi oserà avvicinarsi al suo trono senza tremare? Parlandone, il Profeta dice: "Chi abiterà con un fuoco che tutto consuma, con una fiamma inestinguibile? Colui che opera con giustizia e verità, che è puro e integro in tutta la sua vita " (Is. 33.14). Chiunque avrà questi requisiti, si faccia avanti. Ma questo invito fa sì che nessuno osi presentarvisi. D'altra parte, questa terribile voce deve farci tremare: "Se prendi in considerazione le iniquità, Signore, chi potrà sussistere? " (Sl. 130.3). Certo ci si aspetterebbe che tutti periscano all'istante; infatti, come è scritto altrove: "Può essere che l'uomo, paragonato al suo Dio, sia giustificato o sia trovato più puro del suo Creatore? Ecco, coloro che lo servono non sono integri, ed egli trova da ridire nei suoi angeli. Non saranno a maggior ragione abbattuti coloro che abitano in case di fango e vivono in dimore terrene? " (Gb. 4.17-20); e: "Ecco, fra i suoi santi nessuno è puro, ed i cieli non sono netti dinanzi al suo sguardo. Quanto più è abominevole ed inutile l'uomo, che beve l'iniquità come acqua? " (Gb. 15.15).

 

Riconosciamo che nel libro di Giobbe è menzionata una giustizia più profonda di quella che risiede nell'osservanza della Legge. Li necessario notare questa distinzione, poiché, supponendo che qualcuno compia la Legge, cosa impossibile, costui sarebbe pur sempre incapace di sostenere il rigore dell'esame che Dio potrebbe fare servendosi della bilancia della sua giustizia segreta, superiore a tutti i nostri sensi. Così, benché Giobbe non si senta colpevole, ammutolisce nel suo spavento quando ode che Dio nella sua perfezione non si accontenterebbe della santità degli angeli. Tralascio, perché incomprensibile, la giustizia quivi menzionata; mi limito a dire che se la nostra vita è esaminata con la riga ed il compasso della legge di Dio, siamo veramente incoscienti se tutte quelle maledizioni non ci spaventano e riempiono di orrore; in effetti, Dio ve le ha messe per tenerci desti. Fra le altre, deve farci tremare questa regola generale: "Tutti coloro che non avranno compiuto le cose qui scritte, sono maledetti " (De 27.26). In breve, tutta la questione sarebbe astratta e priva di significato se ognuno non si considerasse come uno che deve comparire davanti al giudice celeste e, preoccupato di ottenere l'assoluzione, non si umiliasse spontaneamente e non si annullasse.

2, Avremmo dunque dovuto dirigere lo sguardo in quella direzione, con timore, anziché inorgoglirci. Finché ci paragoniamo agli uomini, è facile pensare che abbiamo qualcosa che gli altri non devono disprezzare. Quando però ci riferiamo a Dio, questa fiducia è istantaneamente distrutta. Accade alla nostra anima nei confronti di Dio, quel che accade al nostro corpo nei confronti della volta celeste. Finché l'uomo si sofferma a contemplare quanto gli sta intorno, ritiene la sua vista buona e forte; ma se rivolge l'occhio verso il sole, sarà talmente abbagliato dalla sua luce, che sentirà la sua vista più debole e meno acuta di quanto non sembri nel guardare le cose della terra. Non inganniamoci dunque con una vana fiducia. Quand'anche fossimo simili e superiori a tutti gli uomini, questo non significherebbe nulla di fronte a Dio, al cui giudizio è sottoposta la nostra causa. Se la nostra insolenza non può essere domata da tali ammonimenti, egli ci risponderà quel che Cristo diceva ai Farisei: "Vi giustificate dinanzi agli uomini; ma ciò che è eccelso per gli uomini è abominevole per Dio " (Lu 16.15). Gloriamoci pure orgogliosamente della nostra giustizia fra gli uomini, Dio l'avrà in abominio in cielo! Che fanno, invece, i servi di Dio veramente istruiti dal suo Spirito? Diranno con Davide: "Signore, non entrare in giudizio Cl. Tuo servo, poiché nessun vivente sarà giustificato dinanzi a te " (Sl. 143.2). E con Giobbe: "l'uomo non potrà esser giusto dinanzi a Dio; se vuol contendere con lui, accusato su mille punti non potrà rispondere ad uno solo " (Gb. 9.2).

Comprendiamo ora, chiaramente, di che tipo sia la giustizia di Dio, quella cioè che non sarà soddisfatta da alcuna opera umana, e ci accuserà di mille delitti senza che ci possiamo purificare di uno solo. San Paolo, strumento di elezione da parte di Dio, l'aveva così concepita in cuor suo quando affermava che, pur non avendo cattiva coscienza, non per questo era giustificato (1 Co. 4.4).

3. Non troviamo tali esempi soltanto nella Scrittura, ma tutti i dottori cristiani hanno pensato e parlato in questo modo; sant'Agostino dice che tutti i credenti, che gemono sotto il peso della loro carne corruttibile e nella debolezza della vita presente, hanno questa sola speranza: abbiamo un mediatore, Gesù Cristo, che ha pagato per i nostri peccati. Che significa questa affermazione? Se i santi hanno quest'unica speranza, che ne sarà della fiducia nelle opere? Se dice che è la loro sola speranza, non ne lascia sussistere alcun'altra.

Anche san Bernardo dice: "Dove i deboli troveranno vero riposo e tranquilla sicurezza, se non nelle piaghe del nostro Salvatore? Tanto più confido in esse, in quanto egli è potente nel salvare. Il mondo mi sta dietro per turbarmi, il mio corpo mi pesa, il diavolo è in agguato per sorprendermi: non cadrò, poiché sono appoggiato ad una solida pietra. Se ho gravemente peccato, la mia coscienza è turbata, ma non sarà confusa poiché mi ricorderò delle piaghe del Signore ". Poco oltre conclude: "Così dunque il mio merito è la misericordia del Signore. Essendo il Signore ricco in compassioni, abbondo di meriti. Canterò la mia giustizia? Signore, mi ricorderò della tua sola giustizia. Quella sola è la mia, in quanto sei stato fatto giustizia per me, da Dio tuo padre ". E in un altro passo: "Ecco, il merito dell'uomo è di mettere tutta la sua speranza in colui che salva l'uomo intero ". In un altro passo ancora, tenendo per se la pace o il riposo della coscienza e lasciando la gloria a Dio, dice: "Rimanga a te la gloria, non diminuita di una sola briciola; per me è più che sufficiente la pace. Rinuncio totalmente alla gloria, poiché temo, usurpando quel che non è mio, di perdere anche quel che mi è dato ". Altrove dice ancor più apertamente: "Perché la Chiesa si preoccuperebbe dei meriti, se trova, per gloriarsi, più solido e certo argomento nel libero volere di Dio? Non dobbiamo, pertanto, chiederci per quali meriti speriamo avere vita, soprattutto quando udiamo, per bocca del Profeta: "Non lo farò per causa vostra, ma a causa di me stesso, dice il Signore " (Ez. 36.22.32). Basta dunque, per aver meriti, sapere che i meriti non bastano; ma come è sufficiente il non contare su alcun merito per averne, così l'esserne privo è sufficiente per essere condannato ".

È da attribuire al linguaggio del suo tempo l'uso del termine "meriti "per indicare le buone opere; condannando coloro che non hanno meriti, vuol turbare gli ipocriti che, con ogni licenza, si beffano della grazia di Dio; come dichiara poco oltre, dicendo che la Chiesa è beata quando ha meriti senza presumere alcunché da essi, e può arditamente aver fiducia senza meriti poiché ha un giusto motivo di fiducia, ma non nei suoi meriti; ha dei meriti, ma non per confidare in essi. San Bernardo aggiunge che il non presumere nulla equivale ad aver meriti. Perciò la Chiesa può tanto più arditamente aver fiducia in quanto non presume; ha ampio motivo di gloriarsi delle grandi misericordie di Dio.

4. Le coscienze bene esercitate nel timor di Dio, non trovano altro rifugio in cui possano riposare con sicurezza quando si tratta di render conto a Dio. Se le stelle, chiare e lucenti durante la notte, perdono ogni loro chiarore quando appare il sole, che ne sarà della più grande innocenza che si possa immaginare nell'uomo, paragonata alla purezza di Dio? Si tratta infatti di un esame rigoroso, che vaglierà i più segreti pensieri del cuore e, come dice san Paolo, svelerà tutto quel che è nascosto nelle tenebre e scoprirà quel che è dissimulato nelle profondità dell'animo (1 Co. 4.5) , costringendo la coscienza, renitente e recalcitrante, a mettere in luce perfino quel che ha già dimenticato. Il diavolo, d'altra parte, fungendo da accusatore continuerà ad incalzare l'uomo da vicino, e saprà ben ricordargli tutti i misfatti ai quali l'avrà spinto.

Allora non gioveranno a nulla lo sfarzo e l'esteriorità delle buone opere, delle quali soltanto, ora, si ha stima. Conterà unicamente la sincerità di cuore. Allora sarà messa in crisi ogni ipocrisia, ora inebriata di orgoglio e di insolenza, non solo quella di cui si mascherano dinanzi agli uomini coloro che si sanno segretamente malvagi, ma anche quella di cui ognuno si vanta dinanzi a Dio (siamo infatti portati ad ingannarci sopravvalutandoci? . Coloro che non rivolgono la loro attenzione ed i loro pensieri a quella visione, possono per un momento trattare se stessi con magnanimità, attribuendosi giustizia; ma è una giustizia che sarà loro subito strappata, nel giorno del giudizio di Dio; così come un uomo, dopo aver sognato grandi ricchezze, se ne trova privo al suo risveglio.

All'opposto, tutti coloro che cercheranno al cospetto di Dio la vera regola di giustizia, scopriranno che tutte le opere degli uomini, stimate in base alla loro dignità, non sono che spazzatura e malvagità; quel che comunemente si ritiene giustizia non è che iniquità dinanzi a Dio; quel che si ritiene integrità non è che sozzura; quel che si ritiene gloria, ignominia.

5. Dopo aver contemplato la perfezione di Dio, dobbiamo scendere a considerare noi stessi senza adularci e senza sedurci con l'amor proprio. Non fa meraviglia se siamo ciechi su questo punto, perché nessuno di noi sta in guardia contro quell'assurda e pericolosa disposizione d'animo ad amare se stessi, che la Scrittura ci dice essere radicata per natura in noi. "Ogni via dell'uomo'' dice Salomone ci sembra buona ai suoi occhi ", e: "Tutti gli uomini credono che le loro vie siano buone " (Pr 21.2; 16.2). Come? Con questo errore ognuno è dunque assolto? Al contrario, come dice in seguito, il Signore soppesa i cuori. Mentre cioè l'uomo si illude nell'apparenza esteriore della giustizia da lui posseduta, il Signore esamina con la sua bilancia tutta l'iniquità e la spazzatura nascosta nel cuore. Poiché dunque l'adularci non giova a nulla, non inganniamoci volontariamente a nostra rovina.

Per esaminarci onestamente, dobbiamo sempre richiamarci, con coscienza, al tribunale di Dio. La sua luce è necessaria per svelare e scoprire i recessi della nostra perversità, troppo profondi e oscuri. In tal modo scopriremo il senso dell'affermazione secondo cui l'uomo è ben lungi dall'essere giustificato dinanzi a Dio, non essendo altro che marciume e putridume, essere inutile ed abominevole, che beve l'iniquità come acqua (Gb. 15.16). Come potrebbe essere puro, quel che è concepito da seme corrotto? (Gb. 14.4). Sperimenteremo anche quel che Giobbe diceva di se stesso: "Se voglio mostrarmi innocente, la mia bocca mi condannerà; se voglio dirmi giusto, essa mi darà la prova che sono malvagio " (Gb. 9.20). Il lamento che il Profeta pronunciava sul suo tempo non appartiene solo ad un secolo, ma e comune a tutti i tempi: "Tutti hanno errato come pecore smarrite, ognuno ha seguito la sua via " (Is. 53.6). E vi include tutti coloro ai quali deve essere comunicata la grazia della redenzione Questo esame deve essere rigorosamente proseguito fino a darci un raccapriccio di noi stessi, per disporci a ricevere la grazia di Gesù Cristo. Si inganna grandemente colui che si ritiene capace di goderne senza aver abbandonato ogni alterigia del cuore. È nota l'affermazione secondo la quale Dio confonde gli orgogliosi e fa grazia agli umili (1 Pi. 5.5).

6. Ma qual è il mezzo per renderci umili, se non far posto alla misericordia di Dio, essendo noi interamente vuoti e poveri? Non credo si possa parlare di umiltà, pensando avere qualche cosa di valido in sé. In effetti si è sin qui insegnata una dannosa ipocrisia, affermando che, da un lato dobbiamo avere in noi stessi un sentimento di umiltà dinanzi a Dio, e tenere dall'altro la nostra giustizia in una certa considerazione. Ma se confessiamo dinanzi a Dio qualcosa di diverso da quel che pensiamo nel nostro cuore, gli mentiamo spudoratamente. Non possiamo dare di noi una valutazione adeguata, senza che sia annientato tutto quel che in noi pare eccellente.

Quando dalla bocca del Profeta udiamo che la salvezza è preparata per gli umili (Sl. 18.28) , e la rovina per la superbia degli orgogliosi, pensiamo in primo luogo che non abbiamo nessun accesso alla salvezza se non ci liberiamo da ogni orgoglio, rivestendoci di una vera umiltà; in secondo luogo, che questa umiltà non è una modestia, per mezzo della quale abbandoniamo un millimetro soltanto del nostro diritto per abbassarci dinanzi a Dio (come, fra gli uomini, chiamiamo umili coloro che non si innalzano con fierezza e non disprezzano gli altri benché ritengano di avere un qualche valore ) , ma è un abbassarsi del nostro cuore, senza finzione, che procede da una presa di coscienza della nostra miseria e povertà, da cui il nostro cuore è umiliato. La parola di Dio descrive sempre così l'umiltà. Quando il Signore dice, per bocca di Sofonia: "Toglierò di mezzo a te ogni uomo che si rallegra, e lascerò soltanto gli afflitti e i poveri, ed essi spereranno in Dio " (So. 3.2) , non dimostra forse chiaramente chi sono gli umili? Coloro cioè che sono afflitti dalla coscienza della loro povertà? Al contrario, definisce orgogliosi coloro che si rallegrano, avendo gli uomini l'abitudine di rallegrarsi quando sono in una condizione di prosperità. Inoltre, agli umili che vuol salvare, non lascia nulla all'infuori della sola speranza in Dio. Così in Isaia: "A chi guarderò, se non al povero, rotto e afflitto nel suo spirito, e che trema alle mie parole? "E ancora: "L'Altissimo, che abita nella sua sede eterna, nella sua magnificenza, è tuttavia con gli umili e con quelli che sono afflitti nel loro spirito, per vivificare lo spirito degli umili ed il cuore degli afflitti " (Is. 66.2; 57.15). Il termine "afflizione ", che ricorre così spesso indica una piaga da cui il cuore è a tal punto ferito che l'uomo intero ne è abbattuto, senza potersi rialzare. È necessario che il nostro cuore sia afflitto, se vogliamo essere esaltati con gli umili. Altrimenti saremo umiliati dalla mano potente di Dio, a nostra confusione e vergogna.

7. Non accontentandosi di parole, il nostro buon Maestro ci ha raffigurato come in un quadro, la vera immagine dell'umiltà. Ci presenta, nella parabola, il Pubblicano che, in disparte e con gli occhi abbassati, con grandi gemiti prega in questi termini: "Signore, sii placato verso di me, povero peccatore " (Lu 18.13). Questo non guardare il cielo, questo non avvicinarsi, questo riconoscersi peccatore, battendosi il petto, non sono segni di una simulata umiltà, ma testimonianze di una contrizione interiore. Dipinge per contrasto il Fariseo, riconoscente a Dio di non essere come gli altri, ladri, ingiusti, o adulteri; che digiuna due volte la settimana, che dà la decima parte di tutti i suoi beni. Dichiara apertamente di ottenere la sua giustizia dalla grazia di Dio; ma essendo certo di esser giusto per mezzo delle opere, incorre nella condanna di Dio. Al contrario, il Pubblicano è giustificato perché cosciente della sua iniquità. È dunque evidente quanto Dio gradisca la nostra umiltà: un cuore non può ricevere la misericordia di Dio fin quando non sia svuotato di ogni coscienza della propria dignità; occupato da questa, preclude l'accesso alla grazia di Dio. Per togliere ogni dubbio, il Signor Gesù è stato inviato da suo padre sulla terra con il mandato di portare la buona novella ai poveri, di essere il medico di coloro che sono afflitti nel loro cuore, di predicare libertà ai prigionieri e liberazione ai reclusi, di consolare gli afflitti dando loro gloria anziché cenere, olio anziché pianto, una veste di gioia anziché di tristezza (Is. 61.1-3). Seguendo questo mandato, egli invita a ricevere la sua bontà solo coloro che sono oppressi e travagliati; altrove afferma parimenti di non essere venuto a chiamare i giusti ma i peccatori (Mt. 11.28; 9.13).

8. Se dunque vogliamo dare libero accesso alla chiamata di Cristo, dobbiamo respingere ogni sicurezza e presunzione. Per "sicurezza "intendo l'orgoglio generato da un assurdo convincimento di giustizia, quando l'uomo pensa aver qualcosa per cui meriti di piacere a Dio; per "presunzione "intendo una indifferenza della carne, non necessariamente legata alla fiducia nelle opere. Parecchi peccatori infatti, storditi dalla dolcezza del loro peccato, non pensano al giudizio di Dio, e così non aspirano affatto alla misericordia loro offerta.

Bisogna combattere quell'indifferenza, non meno di quanto si debba abbattere ogni fiducia in noi stessi, se vogliamo essere liberi di correre a Cristo perché ci colmi dei suoi beni. Non avremo mai una fiducia totale in lui, se non diffidando interamente di noi stessi; non innalzeremo mai nel modo giusto il nostro cuore a lui, se prima non l'abbiamo abbattuto in noi; mai riceveremo una giusta consolazione da lui, se prima non siamo rattristati in noi stessi. Saremo dunque disposti a ricevere e ad ottenere la grazia di Dio quando, anziché provare fiducia in noi stessi, vedremo quale nostro unico appoggio la sua bontà; come dice sant'Agostino, avendo dimenticato i nostri meriti, riceveremo i doni di Cristo; se egli cercasse in noi qualche merito, non giungeremmo mai ai suoi doni. San Bernardo concorda con lui quando paragona gli orgogliosi, che attribuiscono un qualche valore al loro merito, a dei servitori sleali, in quanto trattengono per se la lode della grazia, che invece li ha soltanto attraversati. Come se una parete si vantasse di aver generato la luce che riceve da una finestra.

Per non soffermarci troppo a lungo su codesto punto, ricordiamo questa breve regola, destinata a tutti ed infallibile: colui che si è interamente annientato e staccato, non dico dalla sua giustizia che è nulla, ma da quell'ombra di giustizia che ci inganna, e rettamente preparato a ricevere i frutti della misericordia di Dio. Infatti quanto più ognuno confida in se, tanto più pone ostacolo alla grazia di Dio.

 

 

CAPITOLO 13.

I DUE ELEMENTI DA CONSIDERARE NELLA GIUSTIFICAZIONE GRATUITA

1. Dobbiamo, a questo punto, badare a due cose: che la gloria di Dio sia salvaguardata nella sua totalità, e che le nostre coscienze possano aver riposo e sicurezza dinanzi al suo giudizio. Quante volte e con quanta insistenza la Scrittura ci esorta, quando è questione di giustizia, a confessare la lode di Dio. Anche l'Apostolo ci attesta che Dio, conferendoci la giustizia in Cristo, ha voluto mettere in luce la sua (Ro 3.25). Poi aggiunge che lo si dimostra riconoscendo in lui il solo giusto, che giustifica colui che ha fede in Gesù Cristo. Non ci rendiamo forse conto che la giustizia di Dio non è messa abbastanza in luce se non lo riteniamo il solo giusto, che comunica il dono della giustizia a coloro che non l'hanno meritato? Perciò vuole che ogni bocca si chiuda, e che il mondo intero dichiari di essergli debitore; finché l'uomo ha argomenti per giustificarsi, la gloria di Dio ne e di tanto sminuita.

Dio indica, in Ezechiele, che il suo nome è glorificato nella misura in cui riconosciamo la nostra iniquità: "Vi ricorderete delle vostre opere e di tutti i vostri misfatti, dai quali siete stati contaminati, e vi pentirete in voi stessi di tutti i peccati che avete commessi. E allora saprete che sono il Signore, quando vi avrò usato misericordia a causa del mio nome, e non secondo i vostri peccati ed opere malvagie" (Ez. 20.43). Se fa parte della vera conoscenza di Dio il reputare che, abbattuti e sminuiti dalla conoscenza del nostro peccato, Dio ci fa del bene senza che ne siamo degni, perché tentiamo, con nostro grande danno, di sottrarre a Dio anche solo la minima goccia di quella lode di bontà gratuita? E Geremia, affermando che il saggio non si gloria della sua saggezza, ne il ricco delle sue ricchezze, né il forte della sua forza, ma che colui che si gloria si gloria in Dio (Gr. 9.23) , non indica forse che se l'uomo si gloria di se stesso, una parte della gloria di Dio è annullata? Infatti san Paolo si riferisce a questo nel passo (1 Co. 1.30) in cui dice che tutto quel che riguarda la nostra salvezza è stato affidato a Gesù Cristo come in deposito, affinché tutti si glorino in Dio soltanto. Poiché tutti coloro che si illudono di possedere qualcosa di per se, si ergono contro Dio e ne oscurano la gloria.

2. È evidente che non ci gloriamo rettamente in Dio, se non rinunciando alla nostra propria gloria. Anzi deve essere chiaro il principio generale che chiunque si gloria in se, si gloria contro Dio. Infatti san Paolo dice che gli uomini sono sottomessi a Dio solo quando ogni motivo di gloria è loro tolto. Isaia, proclamando che Israele troverà la sua giustizia in Dio, aggiunge che vi troverà anche la sua lode (Is. 45.25). È come se dicesse che il fine per il quale gli eletti di Dio sono giustificati, è che si glorino in lui e non altrove. Come trovare la nostra lode in Dio era detto nella affermazione precedente: aver coscienza del fatto che la nostra giustizia e la nostra forza sono in lui. Osserviamo che non basta una semplice confessione, bisogna che essa sia confermata dal giuramento affinché non ci venga l'idea di poterci sciogliere mediante non so quale umiltà simulata. Né bisogna pensare che uno non si glori quando considera la propria giustizia senza arroganza. Infatti una tal stima non può che generare fiducia in se, e la fiducia in se non può che generare gloria.

Ricordiamoci dunque che quando parliamo della giustizia dobbiamo sempre aver presente questo scopo: che la lode di essa vada interamente e completamente a Dio, poiché per dar prova della sua giustizia, come dice l'Apostolo, ha diffuso la sua grazia su noi, onde essere giusto e giustificante colui che ha fede in Cristo (Ro 3.26). In un altro passo, dopo aver detto che Dio ci ha dato la salvezza per esaltare la gloria del suo nome, riafferma: "Voi siete salvati gratuitamente; ed è per dono di Dio, non già per le vostre opere, affinché nessuno si glori " (Ef. 2.8). E san Pietro, avvertendoci che siamo chiamati alla speranza della salvezza per narrare le lodi di colui che ci ha tratti dalle tenebre alla sua meravigliosa luce (1 Pi. 2.9) , vuole indurre i credenti a cantare soltanto le lodi di Dio, in modo tale che esse impongano silenzio ad ogni presunzione della carne. Insomma, bisogna concludere che l'uomo non si può attribuire un sol briciolo di giustizia senza essere sacrilego; visto che sarebbe come sminuire e abbassare la gloria della giustizia di Dio.

3. Inoltre, se cerchiamo in che modo la coscienza possa trovar riposo e rallegrarsi dinanzi a Dio, ci renderemo conto che questo è possibile soltanto quando egli ci giustifica per sua gratuita benignità. Ricordiamoci sempre dell'affermazione di Salomone: "Chi potrà dire: "Ho pulito il mio cuore, sono purificato dai miei peccati "? " (Pr 20.9). Certo, tutti siamo carichi di infinite impurità. Entrino dunque i più perfetti nella loro coscienza e facciano un bilancio delle loro opere; quale esito avranno? Potranno forse riposarsi e provar allegrezza di cuore, come se avessero pace con Dio? Non saranno piuttosto lacerati da orribili tormenti, sentendo che in loro risiede ogni motivo di condanna, se sono giudicati dalle loro opere? Quando la coscienza si pone dinanzi a Dio, ovvero trova pace e accordo con il suo giudizio, oppure è assalita dai terrori dell'inferno. Non ci giova dunque a nulla discutere della giustizia, a meno che raggiungiamo una giustizia tale per cui l'anima, fondandosi sulla sicurezza di questa, possa presentarsi dinanzi al giudizio di Dio. Quando la nostra anima avrà sufficienti argomenti per comparire dinanzi a Dio senza paura, aspettare e ricevere senza dubbio né timore il suo giudizio, allora potremo dire di aver trovato una autentica giustizia.

Non senza motivo l'Apostolo insiste con tanta forza su questo argomento, e preferisco citare le sue parole piuttosto che trovarne di mie: "Se per mezzo della Legge abbiamo la promessa dell'eredità, la fede è annullata e la promessa è abolita " (Ro 4.14). Egli deduce anzitutto che, se la promessa di giustizia concerne i meriti delle nostre opere o se dipende dall'osservanza della Legge, la fede è soppressa e annullata. Nessuno potrebbe riposare con certezza sulla Legge, dato che è impossibile adempierla pienamente; nessuno, in effetti, vi soddisfa pienamente per mezzo delle sue opere. Ognuno se ne può convincere direttamente, senza cercare altrove delle prove, semplicemente considerando se stesso con occhio oggettivo. Ognuno sarebbe dunque assillato dal dubbio, poi oppresso dalla disperazione, considerando l'enorme fardello di debiti da cui è gravato, e quanto lontano sia dalla condizione propostagli; Questo basterebbe ad opprimere e spegnere la fede. Poiché errare, variare, essere agitato, dubitare, vacillare, essere tenuto nell'incertezza, infine disperare, non significa aver fiducia. Aver fiducia significa, invece, consolidare il proprio cuore in una certezza costante e sicura, ed avere un solido appoggio su cui poter riposare.

4. In secondo luogo, aggiunge, la promessa sarebbe annullata. Se il suo compimento dipendesse infatti dal nostro merito, quando mai saremmo giunti al punto da meritare la grazia di Dio? Anche questa seconda affermazione si può dedurre dall'altra, poiché la promessa non si compirà se non in coloro che l'avranno ricevuta per fede. Se la fede è dunque venuta meno, la promessa non ha più vigore. Perciò otteniamo l'eredità mediante la fede, affinché essa sia fondata sulla grazia di Dio e la promessa sia in tal modo confermata. Essa infatti è salda quando s'appoggia sulla sola misericordia di Dio, in quanto la sua misericordia e la sua verità sono congiunte da un legame perpetuo; cioè tutto quel che il Signore ci promette per sua benignità, lo adempie fedelmente. Perciò Davide, prima di chiedere che la salvezza gli venga data secondo la Parola di Dio, ne stabilisce l'origine anzitutto nella di lui misericordia: "Le tue compassioni e la tua salvezza si spandano su me, secondo la tua promessa! " (Sl. 11976). Qui dobbiamo dunque fermare e fissare profondamente tutta la nostra speranza; non distogliere lo sguardo verso le nostre opere, per riceverne qualche aiuto.

Sant'Agostino dà lo stesso consiglio: "Gesù Cristo "dice "regnerà per sempre nei suoi servitori. Dio lo ha promesso. Dio lo ha detto, e se ciò non basta, Dio lo ha giurato. Essendo la sua promessa stabile dobbiamo confessare senza timore ciò di cui non possiamo dubitare, non già a causa dei nostri meriti ma secondo la sua misericordia ". San Bernardo aggiunge: "I discepoli chiesero a Gesù: "Chi sarà salvato "? Egli rispose loro che una tal cosa era impossibile agli uomini, ma non a Dio. Ecco dunque la nostra fiducia, ecco la nostra unica consolazione, ecco l'intero fondamento della nostra speranza. Ma per quanta certezza abbiamo del suo potere, che diremo del suo volere? Chi può sapere se sarà degno di essere amato o odiato? (Ecclesiaste 9.1). Chi ha conosciuto il volere del Signore, o è stato suo consigliere? (1 Co. 2.16). Su questo punto la fede ci deve venire in aiuto. Bisogna che la verità ci soccorra, onde quel che, di noi, è nascosto presso il Padre ci sia rivelato dallo Spirito; onde il suo Spirito, attestandocelo, ci persuada che siamo figli di Dio; ce ne persuada interpellandoci, giustificandoci gratuitamente per mezzo della fede, la quale è simile ad un legame fra la predestinazione di Dio e la gloria della vita eterna ".

Insomma, dobbiamo concludere che le promesse di Dio non hanno, secondo la Scrittura, alcuna forza e alcun effetto se non sono ricevute da una profonda fiducia del cuore; d'altra parte, sempre secondo la Scrittura, esse sono rese vane se sussiste dubbio o incertezza. E se tali promesse poggiano sulle nostre opere, noi non possiamo che vacillare e tremare. Di conseguenza, o ci è tolta ogni giustizia, o le opere non sono prese in considerazione, per lasciar posto solo alla fede, la cui caratteristica è di chiudere gli occhi e rizzare le orecchie, cioè di essere interamente radicata nella sola promessa di Dio, senza aver riguardo ad alcuna dignità o ad alcun merito dell'uomo.

Si realizza così la bella promessa di Zaccaria secondo cui, quando l'iniquità sarà stata cancellata dalla terra, ognuno chiamerà il suo vicino sotto la sua vigna ed il suo fico (Za. 3.9). Il Profeta vuol significare che i credenti non godranno di vera pace se non dopo aver ottenuto la remissione dei loro peccati. Bisogna infatti capire il linguaggio abituale dei profeti: quando parlano del regno di Cristo, propongono le benedizioni terrene di Dio come immagini atte a rappresentarci i beni spirituali. Cristo è talvolta chiamato "re di pace "o "nostra pace " (Is. 9.5; Ef. 2.14) , perché è lui che dà pace a tutti i turbamenti della coscienza. Se si vuol sapere per quale mezzo, bisogna necessariamente giungere al sacrificio, per mezzo del quale Dio è stato soddisfatto. L'uomo non smetterà mai di tremare in se stesso, finché non si sarà convinto che Dio ci è propizio unicamente attraverso l'espiazione datagli da Cristo, il quale ha portato il peso della sua collera.

Insomma, dobbiamo cercare la pace soltanto negli spaventi e nelle inquietudini di Cristo, nostro redentore.

 

5. Ma perché valermi di una testimonianza un po' oscura, dal momento che san Paolo afferma ovunque esplicitamente che non vi è alcuna gioia per le coscienze fintantoché non è chiaro che siamo giustificati per fede? (Ro 5.1). Allo stesso tempo spiega da dove proviene una tal certezza: dall'amore di Dio, diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo; come se dicesse che le nostre anime non possono trovar pace finché non siamo pienamente persuasi di essere graditi a Dio. Perciò, in un altro passo, egli esclama da parte di tutti i credenti: "Chi ci separerà dall'amore che Dio ha per noi in Gesù Cristo? " (Ro 8.35). E finché non saremo giunti a quel porto, tremeremo ad ogni soffio di vento; ma se Dio si rivelerà quale nostro pastore, proveremo sicurezza anche nell'oscurità della morte (Sl. 23.4).

Tutti coloro che cianciano che siamo giustificati per fede in quanto, dopo esser stati rigenerati, viviamo giustamente, non hanno mai assaporato la dolcezza di questa grazia, di questa certezza cioè che Dio è loro propizio: di conseguenza non sanno meglio dei Turchi e di tutti gli altri pagani che cosa significhi pregare rettamente. Non c'è vera fede, come dice san Paolo, all'infuori di quella che ci suggerisce di invocare Dio con franchezza, dandogli il nome dolce e amabile di Padre, e che anzi ci apre la bocca perché osiamo gridare a voce alta e chiara: "Abba, Padre ", (Ro 8.15; Ga 4.6). Lo spiega ancor meglio altrove, dicendo che abbiamo l'ardire di accedere a Dio in Gesù Cristo, con fiducia, per la fede che abbiamo in lui (Ef. 3.12). Questo non può derivare dal dono della rigenerazione, perché fino a quando viviamo nella carne esso è imperfetto e soggetto a molti dubbi. È dunque necessario giungere a questo rimedio, che cioè i credenti siano certi che il solo diritto e argomento di cui dispongono per sperare che il regno dei cieli appartenga loro, e di essere gratuitamente considerati giusti, in quanto sono innestati sul corpo di Cristo. La fede non ha in se la potenza di giustificarci o di procurarci grazia dinanzi a Dio, ma essa riceve da Cristo quel che ci manca.

 

 

CAPITOLO 14.

INIZIO DELLA GIUSTIFICAZIONE E PROGRESSI CHE NE DERIVANO

1. Per puntualizzare ulteriormente l'argomento, esaminiamo quale può essere la giustizia dell'uomo durante l'intera sua vita.

Dobbiamo considerare quattro casi: l'uomo, privo della conoscenza di Dio, è avvolto nell'idolatria; pur avendo ricevuto la Parola ed i sacramenti, ma vivendo in modo dissoluto, rinnega con le sue opere il Signore che confessa a parole ed è perciò cristiano soltanto di nome; ipocrita, nasconde la sua perversità sotto un'apparenza di onestà; rigenerato dallo Spirito di Dio, persegue con tutto il cuore la santità e l'innocenza.

Quanto al primo caso, dovendo considerare una tal categoria di persone così come sono per natura, non vi si troverà una sola scintilla di bene dalla cima del capo alla pianta dei piedi; a meno che non vogliamo considerare menzognera la Scrittura, quando dice che tutti i figli di Adamo sono di cuore perverso e indurito (Gr. 17.9) , che fin dalla loro prima giovinezza non possono che avere disegni malvagi (Ge 8.21) , che tutti i loro pensieri sono vani, che non temono Dio, che nessuno di loro ha intelligenza, che nessuno cerca Dio (Sl. 94.2; 14.2); che, insomma, sono carne (Ge 6.3) , termine che include tutte le opere menzionate da san Paolo: adulterio, impurità, impudicizia, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordie, contese, ira, dispute, dissensi, sette, invidie, omicidi e tutto quel che si può pensare di malvagio e abominevole (Ga 5.19). È: questa la dignità di cui possono inorgoglirsi. Se alcuni fra loro hanno una qualche apparenza di onestà nei loro costumi e da essa acquistano fama di santità fra gli uomini, se vogliamo che una tale onestà abbia un qualche valore per giustificarli, sapendo che Dio non si cura dell'aspetto esteriore, dobbiamo ris.lire alla sorgente e all'origine delle loro opere; dobbiamo considerare da vicino quale disposizione dà origine a tali opere. Sebbene l'argomento offra possibilità di un lungo discorso, potendolo restringere in poche parole mi sforzerò, per quanto possibile, di esser breve.

2. Anzitutto non nego che le doti egregie presenti nella vita degli increduli e degli idolatri, non siano doni di Dio. Non sono privo di buon senso al punto da non voler fare alcuna differenza fra la giustizia, la moderazione e l'equità di Tito e di Traiano, che furono buoni imperatori romani, e il furore, l'intemperanza e la crudeltà di Caligola, di Nerone o Domiziano, che hanno regnato come belve; fra gli adulterii di Tiberio e la continenza di Vespasiano; e, senza soffermarmi su ogni vizio o virtù, sostenere che non vi è differenza fra l'osservare e il disprezzare la legge. Tale è la differenza fra il bene e il male, che essa appare perfino in questo richiamo ormai morto. Quale ordine rimarrebbe nel mondo se queste cose fossero confuse fra loro? Perciò il Signore, non solo ha impresso nel cuore di ciascuno la distinzione fra l'onesto e il disonesto, ma l'ha anche spesso confermata attraverso la sua provvidenza. Infatti vediamo che egli elargisce molte benedizioni della vita presente a coloro che cercano, fra gli uomini, di praticare la virtù. Non che quest'ombra e immagine di virtù meriti il minimo dei suoi benefici; ma gli piace dimostrare quanto ami la vera virtù, compensando con qualche dono temporale quella che, pure, è esteriore e simulata. La conseguenza di quanto abbiamo prima affermato è che queste virtù, o piuttosto questi simulacri di virtù, sono doni che procedono da lui, visto che non esiste nulla di lodevole che non ne derivi.

 

3. Quanto scrive sant'Agostino non cessa però di esser vero: tutti coloro che sono estranei alla religione di un solo Dio, per quanto siano da ammirare e da stimare per la loro onestà, non solo non sono degni di alcuna remunerazione, ma sono piuttosto degni di punizione, poiché contaminano i doni di Dio con la sozzura del loro cuore. E sebbene siano strumenti di Dio per mantenere e conservare la giustizia, la continenza, l'amicizia, la prudenza, la temperanza e la forza nel consorzio umano, eseguono tuttavia molto male queste buone opere di Dio. Infatti si astengono dal compiere il male non per pura disposizione all'onestà o alla giustizia, ma per ambizione o amore verso loro stessi o per qualche altra considerazione perversa e priva di rettitudine. Poiché dunque le loro opere sono corrotte dall'impurità del cuore, fin dalla loro prima origine, esse non meritano di essere annoverate fra le virtù più di quanto lo meritino i vizi i quali, malgrado una certa somiglianza e affinità con le virtù, ingannano gli uomini. In breve, sapendo che il fine unico e perenne della giustizia e della rettitudine è di onorare Dio, tutto ciò che volge il nostro pensiero altrove perde, a buon diritto, il nome di rettitudine. Poiché una tal categoria di persone non considera il fine proposto dalla sapienza di Dio, rende il suo operare, buono esteriormente, peccaminoso a motivo del fine non buono. Sant'Agostino conclude dunque che tutti coloro che sono stati stimati, fra i pagani, hanno sempre peccato malgrado la loro apparenza di virtù, perché, mancanti della luce della fede, non hanno riferito le loro opere, considerate virtuose, al giusto fine.

4. Inoltre, se è vero quanto afferma san Giovanni, che cioè non esiste vita all'infuori del figlio di Dio (1 Gv. 5.12) , tutti coloro che non sono parte di Cristo, chiunque essi siano e qualunque cosa cerchino di fare o facciano, tutto il corso della loro vita non tende che a rovina, confusione e giudizio di morte eterna.

In base a tale argomento, sant'Agostino dice in un passo: "La nostra religione non distingue i giusti dagli iniqui in base al criterio delle opere, ma della fede, senza la quale le opere che paiono buone si convertono in peccato ". Perciò egli stesso paragona felicemente la vita di costoro ad una corsa sbandata. Quanto più un uomo corre in fretta fuori della strada, tanto più rimane lontano dalla sua meta e perciò infelice. Conclude dunque che val meglio zoppicare nella retta via che correre con disinvoltura fuori di essa .

Infine, sono certamente alberi malvagi, poiché non vi è santificazione all'infuori della comunione con Cristo. Possono dunque produrre frutti piacevoli, anzi di dolce sapore, ma non ne possono assolutamente produrre di buoni. Da ciò vediamo chiaramente che tutto quel che l'uomo pensa, medita, intraprende e fa prima di essere riconciliato con Dio, è maledetto e non solo non serve affatto a giustificarlo, ma merita piuttosto una sicura condanna.

Ma perché discutere di questo come di cosa dubbiosa, se già è stato deciso dalla testimonianza dell'apostolo che è impossibile piacere a Dio senza la fede? (Eb. 11.6).

5. Il problema risulterà più chiaro se consideriamo da un lato la grazia di Dio e dall'altro la condizione naturale dell'uomo. La Scrittura rivela dovunque, con voce forte e chiara, che Dio non trova nell'uomo nulla che lo invogli a fargli del bene, ma lo previene con la sua benignità gratuita. Infatti, che cosa potrebbe avere un morto per essere risuscitato alla vita? Quando Dio illumina l'uomo e gli rivela la sua verità, è detto che lo suscita dai morti e ne fa una nuova creatura (Gv. 5.25). Spesso infatti la bontà di Dio ci è presentata sotto questo aspetto, soprattutto dall'apostolo: "Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore di cui ci ha amati, al tempo in cui eravamo morti nel peccato ci ha vivificati in Cristo " (Ef. 2.4).

In un altro passo, considerando attraverso la figura di Abramo la vocazione generale dei credenti: "È Dio, dice, che vivifica i morti e chiama le cose che non sono come se esistessero " (Ro 4.17). Se non siamo nulla, che potere abbiamo? Perciò Dio spegne con forza ogni nostra presunzione nella storia di Giobbe: "Chi mi ha anticipato alcunché perché io glielo debba rendere? Ogni cosa è mia " (Gb. 41.2). San Paolo spiega questa affermazione (Ro 11.35) , dicendo che non dobbiamo pensare di portare alcunché a Dio, se non pura confusione e obbrobrio della nostra indigenza. E nel passo citato prima, per indicare che abbiamo speranza di essere salvati per la sola grazia di Dio e non per le nostre opere, dice che siamo sue creature, rigenerati in Cristo in vista delle buone opere che Dio ha preparato per noi affinché camminassimo in esse (Ef. 2.10). Come se dicesse: chi di noi si vanterà di aver prevenuto Dio con la propria giustizia, dato che la nostra prima disposizione a compiere il bene procede dalla sua rigenerazione? In base a quel che siamo per natura, sarebbe più facile ricavare olio da una pietra che una sola buona opera da noi. Fa meraviglia che l'uomo, condannato da una simile ignominia, osi ancora attribuirsi qualcosa.

Riconosciamo dunque con san Paolo, nobile strumento di Dio, che siamo chiamati da una vocazione santa, non secondo le nostre opere ma secondo la sua elezione e la sua grazia (2Ti 1.9); e che la benignità e l'amore di Dio, nostro salvatore, si sono manifestati in quanto ci ha salvati, non per opere di giustizia che avessimo compiute, ma secondo la sua misericordia affinché, giustificati per grazia sua, fossimo eredi della vita eterna (Tt 3.4). Con una simile confessione, priviamo l'uomo di ogni giustizia, fino all'ultima goccia, finché non sia rigenerato a speranza di vita per la sola misericordia di Dio; se infatti le opere avessero un qualche potere di giustificarci, sarebbe errata l'affermazione che siamo giustificati per grazia. L'Apostolo certo non dimenticava, affermando che la giustificazione è gratuita, quanto dice in un altro passo: la grazia non è più grazia se le opere hanno un qualche valore (Ro 11.6). Che altro vuol significare il Signor Gesù, dicendo che è venuto a chiamare i peccatori e non i giusti? (Mt. 9.13). Se solo i peccatori sono ammessi alla salvezza, perché cerchiamo di entrarvi per mezzo della nostra giustizia contraffatta?

6. Mi chiedo, a volte, se non offendo la misericordia di Dio, mettendo tanto impegno nel difenderla, quasi fosse oscura o dubbiosa. La nostra malvagità è però tale da non voler concedere mai a Dio quel che gli appartiene, a meno di non esservi costretta per necessità; mi vedo perciò costretto a soffermarmi un po' più a lungo di quanto vorrei su questo punto. La Scrittura è abbastanza chiara al riguardo, utilizzerò dunque le sue parole e non le mie.

Isaia, dopo aver descritto l'universale rovina del genere umano, espone chiaramente l'ordine della restaurazione: "Il Signore l'ha visto e gli è dispiaciuto; ha visto e si è meravigliato che non un solo uomo intercedesse. Perciò ha posto la salvezza nel suo braccio e la sua giustizia l'ha sostenuto " (Is. 49.15). Dov'è la nostra giustizia, se è vero quel che dice il Profeta, che non ve n'è uno solo il quale collabori con Dio a ritrovare la salvezza? Così l'altro Profeta parla del Signore che vuol riconciliare a se il peccatore: "Ti sposerò, dice, per l'eternità; ti sposerò in giustizia, in equità, in benignità e in compassione. Dirò a colui che non aveva ottenuto misericordia che l'ha ottenuta " (Os 2.19-23). Se una simile alleanza, che è la prima unione di Dio con noi, poggia sulla misericordia di Dio, non ci rimane altro fondamento su cui basare la nostra giustizia.

Coloro che vogliono far credere che l'uomo si presenta a Dio con qualche merito, mi dicano se esiste una qualche giustizia sgradita a Dio. Certo no; ma che cosa può venire dai nemici suoi che gli sia gradito, visto che li ha in abominio con tutte le loro opere? La verità attesta che siamo tutti nemici mortali di Dio e che c'è guerra aperta fra lui e noi (Ro 5.6; Cl. 1.21) , fino al momento in cui, essendo giustificati, rientriamo nella sua grazia. Se l'inizio dell'amore di Dio per noi è la nostra giustificazione, quali forme di giustizia delle opere potranno precedere? Perciò san Giovanni, per sottrarci a questa pericolosa arroganza, ci ricorda con insistenza che non lo abbiamo amato per primi (1 Gv. 4.10). E il Signore aveva insegnato questo molto tempo prima, per mezzo del suo Profeta, dicendo che ci amerebbe di un amore volontario, perché il suo furore si distoglierà da noi (Os 14.5). Se è incline per bontà sua ad amarci, non sarà certo mosso dalle nostre buone opere.

Il volgo ignorante intende con ciò che nessuno aveva meritato che Cristo compisse la nostra redenzione, ma che per venire in possesso di questa redenzione siamo aiutati dalle nostre opere. Al contrario, sebbene siamo riscattati da Cristo, rimaniamo tuttavia sempre figli delle tenebre, nemici di Dio e eredi della sua collera fino a che, per la chiamata gratuita del Padre, non siamo incorporati nella comunione con Cristo. Infatti san Paolo dice che non siamo purificati e lavati dalle nostre impurità fino a quando lo Spirito Santo non compia in noi questa purificazione (1 Co. 6.2). Anche san Pietro lo dice, insegnando che la santificazione dello Spirito di Dio fa sì che ubbidiamo e siamo cosparsi del sangue di Cristo (1 Pi. 1.2). Se per essere purificati siamo aspersi dal sangue di Cristo per mezzo dello Spirito, non pensiamo di essere, prima di questa aspersione, diversi da un peccatore senza Cristo.

Ci sia dunque chiaro questo fatto: l'inizio della nostra salvezza è come una risurrezione dalla morte alla vita. Poiché quando ci è dato, per amor di Cristo, di credere in lui, allora cominciamo ad entrare dalla morte alla vita.

7. Qui includiamo la seconda e la terza categoria di uomini secondo la classificazione fatta sopra. L'impurità della coscienza, caratteristica agli uni e agli altri, è un segno che non sono ancora rigenerati dallo Spirito di Dio. Inoltre, il fatto che non siano rigenerati è segno che non hanno fede; da ciò appare che essi non sono ancora riconciliati con Dio, né giustificati nel suo giudizio, visto che non si giunge a tali beni se non per fede. Che cosa i peccatori lontani da Dio potrebbero fare, che non sia esecrabile al suo giudizio?

È vero che tutti gli increduli, e soprattutto gli ipocriti, sono pieni di una fiducia assurda: pur sapendo che il loro cuore è pieno di impurità e malvagità, quando compiono qualche opera buona, in apparenza, la considerano degna di apprezzamento da parte di Dio. Di qui deriva il mortale errore per cui coloro che sono convinti di avere il cuore malvagio e iniquo, non riescono a prendere la decisione di riconoscersi privi di giustizia; pur riconoscendosi ingiusti, perché non lo possono negare, si attribuiscono tuttavia una qualche giustizia. Una simile vanità è radicalmente confutata da Dio per mezzo del profeta Aggeo: "Chiedi questo ai preti: "Se un uomo porta nel lembo del suo vestito della carne consacrata, o tocca del pane consacrato, sarà per questo santificato "? "I preti rispondono di no. Aggeo li interroga ancora: "Se un uomo impuro nella sua anima tocca qualcuna di queste cose, la renderà impura? "I preti rispondono di sì. A questo punto viene ordinato ad Aggeo di dir loro: "Così è questo popolo dinanzi a me; tali sono le opere delle sue mani; tutto quel che mi offrirà sarà contaminato " (Hag 2.2). Volesse Iddio che questa affermazione fosse da noi ricevuta e ben impressa nella nostra memoria. Poiché nessuno, per quanto malvagio possa essere in tutta la sua vita, si persuaderà di quel che il Signore denuncia qui chiaramente. Se l'uomo più malvagio del mondo ha adempiuto il suo dovere relativamente a qualche punto, non mette in dubbio che ciò gli venga messo in conto di giustizia. Al contrario, il Signore afferma che ciò non fa acquistare alcuna santificazione, se il cuore non è anzitutto ben purificato. E non contento di ciò, aggiunge che tutte le opere che procedono dai peccatori sono contaminate dall'impurità del loro cuore. Guardiamoci, dunque, dal definire giuste le opere che sono condannate come impure per bocca di Dio. E con quante belle similitudini lo dimostra! Si poteva obiettare che quel che Dio ha ordinato è inviolabilmente santo; al contrario, egli dimostra che non fa meraviglia se le opere che Dio ha santificate nella sua legge sono insozzate dall'impurità dei malvagi, visto che una mano impura profana quel che era stato consacrato.

8. Anche in Isaia il Signore fa analoghe affermazioni: "Non mi offrite invano sacrifici. Ho in abominio il vostro incenso; il mio cuore odia tutte le vostre feste e solennità; mi meraviglio di sopportarle. Quando eleverete le vostre mani, distoglierò da voi i miei occhi; quando moltiplicherete le vostre preghiere, non le esaudirò; poiché le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, siate puri e togliete di mezzo i vostri pensieri malvagi! " (Is. 1.13). Perché il Signore respinge e ha in così grande abominio l'osservanza della sua legge? Ma non respinge nulla che nasca da pura e vera osservanza della Legge, il cui fondamento consiste, come insegna dappertutto, in un timore del suo nome che nasce dal fondo del cuore. Tolto questo, tutto quel che gli si offre non solo è roba inutile, ma spazzatura puzzolente e abominevole. Si sforzino ora gli ipocriti di meritare la grazia di Dio con le loro buone opere, pur avendo il cuore ingombro di pensieri perversi! Così facendo lo irriteranno sempre più. Poiché i sacrifici degli iniqui gli sono esecrabili, e solo la preghiera dei giusti gli è gradita (Pr 15.8).

Dev'esser dunque chiaro, per coloro che hanno una certa familiarità con la Scrittura, che tutte le opere degli uomini non santificate da Dio Cl. Suo Spirito, per quanto valide in apparenza, sono lungi dall'essere considerate giustizia davanti a Dio, anzi sono ritenute peccato. Di conseguenza, ha detto il vero chi ha insegnato che le opere non procurano grazia e favore alla persona che le fa, ma, al contrario, sono gradite a Dio quando la persona è stata accolta da lui, nella sua misericordia. Dobbiamo prestare attenzione a questo ordine delle cose nel quale la Scrittura ci conduce, quasi per mano. Mosè scrive che Dio ha rivolto il suo sguardo ad Abele e alle sue opere (Ge 4.4). Non vediamo, forse, che intende dire che Dio è propizio agli uomini, prima di guardare alle loro opere? Bisogna dunque che la purificazione del cuore preceda, affinché le opere che provengono da noi siano favorevolmente ricevute da Dio; è infatti sempre valida l'affermazione di Geremia, secondo la quale gli occhi di Dio cercano l'integrità (Gr. 5.3). E lo Spirito Santo ha una volta affermato, per bocca di san Pietro, che i nostri cuori sono purificati per mezzo della sola fede (At. 15.9). Ne deriva che il primo fondamento consiste nella fede viva e vera.

9. Consideriamo ora la giustizia di coloro che abbiamo inclusi nella quarta categoria. Noi confessiamo, quando Dio ci riconcilia a se per mezzo della giustizia di Gesù Cristo e ci considera giusti avendoci gratuitamente rimesso i nostri peccati, che a questo atto di misericordia è connesso un altro beneficio: per mezzo del suo Spirito Santo egli abita in noi, e per virtù di esso le concupiscenze della nostra carne sono quotidianamente mortificate; in tal modo siamo santificati, cioè consacrati a Dio in vera purezza di vita, poiché i nostri cuori sono plasmati nell'obbedienza della Legge, affinché il nostro volere principale sia di servire alla sua volontà e proclamare la sua gloria in ogni modo. Tuttavia, mentre guidati dallo Spirito Santo camminiamo nella via del Signore, sussistono, in noi, delle imperfezioni che ci impediscono di inorgoglirci. "Non vi è alcun giusto "dice la Scrittura "che compia il bene e sia esente da peccato " (3Re 8.46).

Quale giustizia, dunque, i credenti trarranno dalle loro opere? Anche l'opera migliore risulta sempre insozzata e corrotta da qualche impurità della carne, come un vino è intorbidito dalla sua feccia. Il servitore di Dio, dico, scelga l'opera migliore di tutta la sua vita; quando ne avrà ben esaminato tutte le parti, scoprirà senza dubbio che in qualche punto essa puzzerà del marciume della sua carne, visto che in noi non sussiste mai una giusta disposizione a compiere il bene, ma una gran debolezza che ci ostacola. Le macchie da cui sono intaccate le opere dei santi non sono né trascurabili né nascoste: tuttavia, anche supponendo che siano tali, non offenderebbero gli occhi del Signore, davanti al quale neanche le stelle sono pure? Ben sappiamo che dai credenti non proviene una sola opera che, considerata in se, non meriti una giusta ricompensa di obbrobrio.

10. Inoltre, quand'anche compissimo qualche opera pura e perfetta, basta un solo peccato per cancellare e spegnere ogni ricordo della nostra giustizia precedente, come dice il Profeta (Ez. 18.24); anche san Giacomo concorda con lui, dicendo che colui che ha peccato su un punto è reso colpevole su tutti gli altri (Gm. 2.10). E poiché questa vita mortale non è mai pura o priva di peccato, tutta la giustizia che avremmo acquistata sarebbe continuamente corrotta, oppressa e persa dai peccati successivi; perciò non verrebbe messa In conto davanti a Dio per esserci imputata come tale.

Infine, quando è questione della giustizia delle opere, non bisogna considerare un solo fatto, ma la Legge stessa. Se dunque cerchiamo la giustizia nella Legge, invano produrremo un'opera o due, poiché è richiesta un'obbedienza continua. Non è dunque una volta per tutte che il Signore ci imputa a giustizia la remissione gratuita dei nostri peccati, come alcuni pazzamente ritengono, affinché avendo una volta ottenuto il perdono per la nostra vita malvagia, cerchiamo in seguito la giustizia nella Legge; così facendo si befferebbe di noi, ingannandoci con una vana speranza. Infatti, non potendo avere alcuna perfezione finché siamo in questo corpo mortale, mentre la Legge stabilisce giudizio e morte per tutti coloro che non avranno compiuto opere di perfetta giustizia, essa avrebbe sempre di che accusarci e convincerci di peccato, se la misericordia di Dio non la precedesse per assolverci con una remissione continua dei nostri peccati

Permane dunque valido quanto ho detto all'inizio: se siamo giudicati secondo la nostra dignità, qualunque cosa cerchiamo di fare saremo sempre degni di morte, noi con i nostri sforzi e le nostre imprese.

11. Dobbiamo considerare attentamente questi due punti: il primo è che non si è mai trovata opera di credente che non sia da condannare, se esaminata secondo il rigore del giudizio di Dio. Il secondo è che quand'anche se ne trovasse una simile (cosa impossibile all'uomo) , essendo tuttavia corrotta e insozzata dai peccati di colui che la compie, essa perderebbe ogni valore e significato.

Questo è il punto principale della disputa che sosteniamo con i papisti, e quasi il nodo dell'argomento. Poiché quanto al principio della giustificazione, non vi è alcuna discussione fra noi e i dottori scolastici dotati di un po' di buon senso e di ragione. È pur vero che la povera gente è stata ingannata al punto di credere che l'uomo si prepari da solo ad essere giustificato da Dio; e una simile bestemmia ha comunemente regnato sia nelle prediche sia nelle scuole; e la si sostiene tuttora da parte di chi vuol mantenere tutte le abominazioni del papato. Ma chi è dotato di un po' di ragione ha sempre concordato con noi nel dire che il peccatore, liberato dalla condanna per gratuita bontà di Dio, è giustificato in quanto ottiene il perdono delle sue colpe Il contrasto avviene su questi punti: anzitutto intendono, con il termine "giustificazione ", il rinnovamento di vita o la rigenerazione per mezzo della quale Dio ci riforma nell'obbedienza della sua Legge. In secondo luogo pensano che l'uomo, una volta rigenerato, sia gradito a Dio e considerato giusto per mezzo delle sue buone opere.

Il Signore afferma, invece, che ha imputato a giustizia la fede del suo servo Abramo (Ro 4.3) , non solo per il tempo in cui serviva agli idoli, ma quando già da lungo tempo aveva cominciato

A vivere santamente. Abramo aveva dunque già a lungo adorato Dio con purezza di cuore e aveva seguito a lungo i suoi comandamenti, per quanto un uomo mortale lo possa fare; tuttavia egli ottiene la sua giustificazione per mezzo della fede. Ne concludiamo, secondo san Paolo, che non è per mezzo delle opere. Similmente, quando è detto al Profeta che il giusto vivrà di fede (Hab 2.4) , non si parla degli increduli, che Dio giustifica convertendoli alla fede; ma quest'insegnamento si rivolge ai credenti, e dice loro che vivranno per fede.

San Paolo lo dichiara in modo ancor più esplicito quando, per dar prova della giustificazione gratuita, cita questo passo di Davide: "Sono beati coloro ai quali i peccati sono perdonati! " (Sl. 32.1). È chiaro che Davide non parla degli increduli, ma di se stesso e dei suoi simili, riferendosi al sentimento che ne aveva dopo aver a lungo servito Dio. Non dobbiamo dunque considerare questa beatitudine come limitata, ma ci deve accompagnare per tutta la vita.

Infine, l'ambasciata di riconciliazione di cui parla san Paolo (2 Co. 5.18) , la quale ci attesta che abbiamo la nostra giustificazione nella misericordia di Dio, non ci è data per un giorno soltanto, ma è perenne nella Chiesa cristiana. Di conseguenza i credenti non hanno altra giustizia fino alla morte, all'infuori di quella ivi descritta. Cristo è Mediatore per sempre, onde riconciliarci Cl. Padre, e l'efficacia della sua morte, data dall'abluzione, dall'espiazione e dalla perfetta ubbidienza che ha vissuto è perenne; in tal modo tutte le nostre iniquità sono cancellate. E san Paolo, agli Efesini, non dice che ci è dato per grazia solo l'inizio della nostra salvezza, ma che siamo salvati dalla grazia e non dalle opere, onde nessuno si glorii (Ef. 2.8).

12. I sotterfugi che i Sorbonisti cercano, a questo punto, per cavarsela, non sono loro di alcuna utilità. Dicono che le buone opere non hanno, per giustificare l'uomo, un qualche valore che provenga dalla loro dignità, che chiamano intrinseca, ma dalla grazia di Dio che le accetta.

Inoltre, costretti a riconoscere che la giustizia delle opere è sempre imperfetta, ammettono che, mentre siamo in questo mondo, abbiamo sempre bisogno che Dio perdoni i nostri peccati per sovvenire all'imperfezione delle nostre opere, ma che questo perdono si attua perché le colpe, che si commettono, sono compensate da opere supererogatorie.

Rispondo che la grazia da loro chiamata "accettante ", altro non è che la bontà gratuita del Padre celeste, per mezzo della quale egli ci accoglie in Gesù Cristo: è quella che ci veste della di lui innocenza e ce la attribuisce per considerarci, attraverso questo beneficio, santi, puri e innocenti. Bisogna infatti che la giustizia di Cristo si presenti al posto nostro e sia come consegnata al giudizio di Dio, poiché essa sola, in quanto è perfetta, può sostenere il suo sguardo. Rivestiti di questa, otteniamo nella fede remissione continua dei nostri peccati. Le nostre macchie e imperfezioni, nascoste dalla sua purezza, non ci vengono imputate, ma sono come sepolte, onde non appaiano dinanzi al giudizio di Dio fino al giorno in cui, dopo la morte del nostro vecchio uomo, la bontà di Dio ci accoglierà, con Gesù Cristo che è il nuovo Adamo, in un felice riposo nel quale aspetteremo il giorno della risurrezione quando, dopo aver ricevuto un corpo incorruttibile, saremo trasferiti nella gloria celeste.

13. Se questo è vero, nessuna opera può, di per se, renderci graditi a Dio. Anzi non gli sono gradite, se non nella misura in cui l'uomo, coperto dalla giustizia di Cristo, gli è gradito e ottiene la remissione dei suoi peccati. Dio non ha promesso la ricompensa della vita a qualche opera singola, ma afferma semplicemente che colui che avrà adempiuto il contenuto della Legge vivrà (Le 18.5) , mentre tutti coloro che saranno venuti meno in un sol punto saranno maledetti. L'errore comune, riguardo alla giustizia parziale, è così confutato, poiché Dio non ammette alcuna giustizia se non l'intera osservanza della sua legge.

La loro tesi, di una eventuale espiazione mediante opere supererogatorie, non ha maggior consistenza. Non ritornano forse sempre al punto già confutato, che cioè chiunque osserva in parte la Legge è giusto in virtù delle sue opere? Così facendo, danno per certa una cosa che nessuna persona di buon senso ammette. Il Signore attesta di frequente che non riconosce altra giustizia all'infuori della perfetta ubbidienza alla sua legge. Avremmo forse l'arroganza, essendone privi, di prevalerci, per non sembrare spogli di ogni bene e non dover dimissionare del tutto davanti a Dio, di qualche frammento di buone opere e di voler, in tal modo, riscattare quel che ci manca, per mezzo di espiazioni? Queste sono state in precedenza violentemente stroncate, di modo che non dovrebbero venirci in mente neppure in sogno. Dico solo che coloro che chiacchierano così sconsideratamente, non vagliano quanto il peccato sia esecrato da Dio, perché in tal caso si renderebbero certamente conto che tutta la giustizia degli uomini, ammucchiata insieme, non basterebbe a compensare un solo peccato. Vediamo bene che l'uomo, per aver commesso un solo peccato, è stato a tal punto respinto da Dio che ha perso ogni mezzo per ritrovare la salvezza (Ge 3.17). La possibilità di espiare ci è dunque tolta, e coloro che se ne dicono capaci non soddisferanno mai Dio, al quale nulla di quel che proviene dai suoi nemici è gradito. Ora, tutti coloro ai quali vuole imputare i peccati gli sono nemici. Bisogna dunque che tutti i peccati siano coperti e perdonati, prima che egli prenda in considerazione una sola delle nostre opere. Perciò la remissione dei peccati è gratuita, ed è gravemente denigrata da coloro che mettono avanti una nostra possibilità di espiare.

 

Noi dunque, seguendo l'esempio dell'apostolo, dimentichiamo le cose passate e tendiamo a quel che ci sta davanti, proseguendo la nostra corsa per giungere al premio della vocazione di Dio (Fl. 3.13).

14. Il voler rivendicare opere supererogatorie, si concilia forse con quel detto, secondo cui, compiuto tutto quel che ci è ordinato, dobbiamo riconoscere di essere servitori inutili, i quali non hanno fatto altro che il proprio dovere? (Lu 17.10). Davanti a Dio non si tratta di fingere o mentire, ma essere convinti di quel che riteniamo certo. Il Signore dunque ci ordina di giudicare secondo verità, riconoscendo di cuore che non compiamo per lui alcun servizio gratuito, ma semplicemente gli rendiamo quello di cui gli siamo debitori. E questo a buon diritto; poiché siamo suoi servi, e costretti dalla nostra condizione a rendergli tanti servizi, che ci è impossibile adempierli, quand'anche tutti i nostri pensieri e le nostre membra non si rivolgessero a null'altro. Perciò il dire: dopo che avrete fatto tutto quel che vi sarà stato ordinato, equivale a: ponete il caso che tutti gli atti di giustizia del mondo si trovino in un solo uomo, e ancora di più. Noi dunque, tutti lontani da quella meta, oseremmo forse gloriarci di aver aggiunto qualcosa alla giusta misura?

E non bisogna che qualcuno affermi che chi non compie il suo dovere può fare, su qualche punto specifico, più del richiesto. Non ci può venire in mente per onorare Dio o amare il nostro prossimo, qualcosa che non sia incluso nella legge di Dio. Se si tratta dunque di una parte della Legge, non dobbiamo rivendicare una generosità volontaria laddove siamo costretti per obbligo.

15. Citano a sproposito, sperando di trarne un appoggio, l'affermazione in cui san Paolo si gloria di non essersi valso, fra i Corinzi, del diritto di cui poteva valersi, se avesse voluto, e di non essersi limitato a dar loro quel che il suo compito richiedeva, ma di aver fatto più del suo dovere predicando loro l'Evangelo gratuitamente (1 Co. 9.1). Bisogna considerare la motivazione da lui addotta: lo ha fatto per non essere di scandalo ai deboli (1 Co. 9.12). I seduttori che gettavano lo scompiglio in quella Chiesa infatti, Cl. Pretesto di non chiedere nulla in cambio della loro fatica, si facevano strada per acquistar prestigio alla loro dottrina e mettere in cattiva luce l'Evangelo; san Paolo si trova così nella necessità di ovviare a tali astuzie, o di compromettere l'insegnamento di Cristo. Se non ha importanza per un cristiano incorrere in uno scandalo quando se ne può astenere, ammetto che l'Apostolo ha dato a Dio qualcosa di più di quel che gli doveva. Ma se ad un saggio predicatore dell'evangelo questo era richiesto, dico che ha fatto il suo dovere.

Infine, se neanche questa ragione fosse evidente, è sempre valido quel che dice Crisostomo: tutto quel che proviene da noi, partecipa della nostra condizione di servi: appartiene cioè per diritto di servitù al padrone. Questo non è stato dissimulato da Cristo nella parabola. Infatti egli chiede quale gratitudine avremo per il nostro servo quando costui, dopo aver lavorato tutto il giorno, torna a casa la sera (Lu 17.7-9). Può darsi che abbia sgobbato più di quanto avessimo osato imporgli; se anche fosse così, non avrebbe fatto nulla più di quel che doveva per diritto di servitù, visto che ci appartiene, con tutto quel che può fare.

 

Non staremo ad esaminare le supererogazioni di cui si vogliono abbellire davanti a Dio; tuttavia non sono che ciarpame che egli non ha ordinato e non approva; e al momento in cui ne renderanno conto non ne riceveranno lode affatto; si tratta infatti di opere supererogatorie nel senso in cui lo dice il Profeta: "Chi ha richiesto queste cose alle vostre mani? " (Is. 1.12). Ma bisogna che questi farisei ricordino quel che è detto in un altro passo: "Perché vi disfate del vostro denaro senza comperare pane? Perché vi occupate di cose che non vi possono saziare? " (Is. 55.2). I nostri signori maestri possono discutere senza grandi difficoltà di questi argomenti, poiché nelle loro scuole sono mollemente seduti su cuscini; ma quando il giudice sovrano apparirà dal cielo sul suo trono di giudizio, tutto quel che avranno disquisito non gioverà loro molto e svanirà come fumo. Ecco quanto bisognava ricercare a questo riguardo: quale sicurezza potremo portare per difenderci in quell'orribile giudizio, e non quel che se ne può cianciare o mentire in qualche angolo di Sorbona.

16. È necessario liberare il nostro cuore da due errori: avere fiducia nelle nostre opere e attribuir loro qualche lode.

La Scrittura le priva frequentemente di ogni fiducia, dicendo che tutte le nostre opere di giustizia non sono che spazzatura e fetore davanti a Dio, a meno che non traggano buon odore dalla giustizia di Gesù Cristo; e non possono che provocare la vendetta di Dio, se non sono sostenute dalla dolcezza della sua misericordia. Essa non ci lascia così nulla, a meno che non imploriamo la clemenza del nostro giudice per ottenere perdono, confessando, con Davide, che nessuno sarà giustificato dinanzi a lui, se egli chiede ai suoi servitori di rendergli conto. E quando Giobbe afferma: "Guai a me se ho errato, ma se ho agito rettamente non alzerò il capo " (Gb. 10.15) , sebbene guardi alla giustizia sovrana di Dio, cui nemmeno gli angeli possono soddisfare, tuttavia indica che quando si viene davanti al trono di giudizio di Dio, non rimane, alle creature umane, che far silenzio. Egli non intende dire che preferisce cedere a Dio spontaneamente, piuttosto che combattere contro il suo rigore; ma che non riconosce, in se, giustizia che non sia vanificata in presenza di Dio.

Quando la fiducia è cacciata, bisogna che anche ogni gloria sia annullata. Chi infatti darà lode di giustizia alle sue opere quando, esaminandole, tremerà dinanzi a Dio? Dobbiamo dunque giungere là dove Isaia ci chiama: tutta la progenie d'Israele si loda e si gloria in Dio (Is. 45.25); è verissimo infatti quel che dice in un altro passo: che siamo piantati per la sua gloria (Is. 61.3). Il nostro cuore sarà dunque rettamente purificato quando non si appoggerà e non confiderà minimamente nelle opere, e non trarrà da esse argomento per elevarsi ed inorgoglire. È questo l'errore che induce gli uomini a quella fiducia frivola e menzognera che li induce a fondare sempre la causa della loro salvezza nelle loro opere.

17. Ma se consideriamo i quattro tipi di cause a cui i filosofi ricorrono, non ne troveremo uno solo che si addica alle opere, quando è questione della nostra salvezza. La Scrittura insegna dappertutto che la causa efficiente della nostra salvezza è la misericordia del nostro Padre celeste e l'amore gratuito che ha avuto verso di noi.

Quanto alla causa materiale, essa ci propone Cristo con la sua obbedienza, per mezzo della quale egli ci ha acquistato la giustizia.

 

Come definire la causa detta strumentale, se non dicendo che è la fede? San Giovanni ha riunito queste tre cause in una affermazione sola, quando dice che Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unico figlio affinché chiunque crederà in lui non perisca, ma abbia la vita eterna (Gv. 3.16).

Quanto alla causa finale, l'Apostolo dice che è stato per dimostrare la giustizia di Dio e glorificare la sua bontà; egli congiunge anzi chiaramente le tre altre cause menzionate, dicendo: "Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio; ma sono gratuitamente giustificati dalla sua grazia " (Ro 3.23). Indica l'inizio e la fonte della pietà, che Dio ha avuto per noi, nella sua bontà. E prosegue: per mezzo della redenzione, che è in Cristo. Questa è la sostanza su cui si fonda la nostra giustizia. Prosegue ancora: per mezzo della fede nel suo sangue, indicando così la causa strumentale per mezzo della quale la giustizia di Cristo ci è attribuita. Aggiunge poi il fine, quando dice che Dio lo ha fatto per dimostrare la sua giustizia, affinché egli sia giusto, e giustificante colui che ha fede in Gesù Cristo. Anzi, per far intendere rapidamente che la giustizia di cui parla consiste nella riconciliazione fra Dio e noi, dice espressamente che Cristo ci è stato dato per renderci il Padre propizio.

E nel primo capitolo dell'epistola agli Efesini, l'Apostolo insegna che Dio ci riceve nella sua grazia per sua pura misericordia, che ciò avviene per intercessione di Cristo, che riceviamo questa grazia per fede, che il tutto tende a far conoscere pienamente la gloria della sua bontà. Vedendo che tutte le componenti della nostra salvezza risiedono fuori di noi, perché traiamo qualche sicurezza o gloria dalle nostre opere?

Quanto alla causa efficiente e finale, i maggiori avversari della gloria di Dio non potrebbero contraddirci, se non rinnegando tutta la Scrittura. Quando si giunge alla causa materiale e strumentale, essi cavillano come se le nostre opere dividessero a metà la fede e la giustizia di Cristo. Ma la Scrittura contraddice anche a questo, affermando semplicemente che Cristo è per noi giustizia e vita, e che possediamo un tal bene per mezzo della sola fede.

10. I santi trovano spesso sicurezza e consolazione nel rammentarsi la loro innocenza e la loro integrità, e talvolta mettendola avanti. Lo fanno in due modi: paragonando la loro buona causa con la causa malvagia degli iniqui, ne deducono speranza di vittoria, non tanto per il valore o la stima che hanno della loro giustizia, quanto perché l'iniquità dei loro nemici merita condanna. In secondo luogo, ponendosi davanti a Dio senza paragonarsi agli altri, ricevono consolazione e fiducia dalla purezza della loro coscienza. Vedremo in seguito il primo atteggiamento. Consideriamo ora brevemente il secondo. Come può conciliarsi con quanto abbiamo già detto, che cioè non ci dobbiamo fondare, dinanzi al giudizio di Dio, su alcuna fiducia derivante dalle nostre opere e non ce ne dobbiamo affatto gloriare? Il punto di accordo è questo: i santi, dovendo fondare e stabilire la loro salvezza, fissano gli occhi nella sola bontà di Dio, senza considerare le loro opere. E non solo si rivolgono prima di tutto ad essa, come al fondamento della loro beatitudine, ma considerandola anche come compimento, vi acconsentono completamente e vi si riposano. Quando la coscienza è in tal modo fondata, guidata e confermata, può anche fortificarsi considerando le sue opere: in quanto cioè esse sono testimonianza che Dio abita e regna in noi.

 

Questo tipo di fiducia nelle opere non è possibile fino a che non abbiamo posto tutta la fiducia del nostro cuore nella misericordia di Dio, essa non dimostra dunque affatto che le opere giustifichino, o che possano di per se rendere sicuro l'uomo. Perciò, quando escludiamo la fiducia nelle opere, vogliamo dire semplicemente che l'anima cristiana non deve considerare il merito delle opere come un rifugio di salvezza, ma riposarsi interamente nella promessa gratuita di giustificazione. Tuttavia non le proibiamo di sostenersi e trarre conforto da tutti i segni della benedizione di Dio; poiché se tutti i doni che Dio ci ha fatti sono, nella nostra memoria, come raggi della luce del suo volto che ci illuminano nella contemplazione della luce sovrana della sua bontà, a maggior ragione le buone opere che ci ha date devono servire a dimostrare che ci è stato dato lo Spirito di adozione.

19. Quando dunque i santi confermano la loro fede per mezzo della loro innocenza o ne traggono motivo di allegrezza, non fanno altro che considerare attraverso i frutti della loro vocazione il fatto che Dio li ha adottati come suoi figli.

Salomone dice che vi è ferma sicurezza nel temere il Signore (Pr 14.20; i santi affermano talvolta, per essere esauditi da Dio, di aver camminato dinanzi a lui con integrità e semplicità. (4 Re 20.3); tutto ciò non ha motivo di porsi a fondamento per edificare la coscienza, ma ha valore solo in quanto lo si considera a posteriori, come segno della chiamata di Dio. Il timor di Dio non è mai tale da poter dare ferma certezza; e tutti i santi capiscono bene di non possedere una integrità assoluta, ma impastata con molte imperfezioni e residui della loro umanità; poiché traggono, dai frutti della loro rigenerazione, motivo e segno della presenza in loro dello Spirito Santo, hanno non pochi argomenti per confermare a se stessi di attendere l'aiuto di Dio in ogni necessità, visto che lo sperimentano padre in sì gran cosa. Ma non possono farlo, se prima non hanno compreso la bontà di Dio, accertandosene unicamente attraverso le promesse dell'evangelo. Se una volta cominciano a considerarla secondo le opere, nulla sarà più incerto e più debole, poiché se le opere sono valutate in se stesse, con la loro imperfezione minacceranno l'uomo della collera di Dio, non meno di quanto gli attesteranno la sua benevolenza per mezzo della loro purezza a stento abbozzata.

Insomma, essi annunziano i benefici di Dio pur non allontanandosi affatto dal suo favore gratuito, nel quale, secondo la dichiarazione di san Paolo, troviamo ogni perfezione, in lunghezza, larghezza, profondità e altezza (Ef. 3.18). È come se dicesse che in qualunque direzione si volgano i nostri sensi, quand'anche raggiungessero il punto più alto del mondo o si espandessero in lungo e in largo, non devono oltrepassare questo limite ben preciso: il riconoscimento cioè dell'amore di Gesù Cristo verso di noi, di cui essi devono ben prendere coscienza in quanto include in se tutte le misure. Perciò afferma che questo amore sormonta e sopravanza ogni conoscenza; aggiunge che quando comprendiamo come Dio ci ha amati in Gesù Cristo, siamo ripieni di tutta la pienezza divina (Ef. 3.19). Come altrove, rallegrandosi della vittoria dei credenti in ogni lotta, ne menziona il fondamento e il mezzo, cioè Colui che li ha amati (Ro 8.37).

20. I santi non ricavano dunque dalle loro opere una fiducia che attribuisce qualcosa al loro merito (dato che non le considerano se non come doni di Dio, da cui riconoscono la sua bontà, e segni della loro vocazione, da cui deducono la loro elezione ) , o che sottrae qualcosa alla giustizia gratuita che otteniamo in Cristo, poiché ne dipende e non può sussistere che in lei.

Sant'Agostino lo indica chiaramente, in poche parole: "Non dico al Signore che non disprezzi l'opera delle mie mani; è ben vero che io cerco il Signore delle mie mani, e non sono deluso, ma non apprezzo l'opera delle mie mani. Poiché temo che, se Dio le guardasse, troverebbe più peccati che meriti. Ma dico e prego e desidero soltanto che non disprezzi l'opera delle sue mani. Signore, dunque, vedi la tua opera in me, non la mia; poiché se ci vedi la mia, tu la condanni; ma se ci vedi la tua, la coroni. Infatti, tutte le mie buone opere provengono da te ".

Vediamo che due sono le ragioni per le quali non osa far valere le sue opere davanti a Dio: se ha qualcosa di buono, non proviene da lui; in secondo luogo, tutto il bene che è in lui è sovrastato dalla moltitudine dei suoi peccati. Perciò la coscienza, quando considera le sue opere, sente più terrore e timore che sicurezza. Questa santa persona vuole dunque che Dio guardi i suoi benefici solo per ritrovare in essi la grazia della sua vocazione, onde portare a termine l'opera che ha cominciata.

21. Inoltre, quando la Scrittura afferma che le buone opere sono la causa per la quale il nostro Signore fa del bene ai suoi servitori, lo si deve intendere in modo che quel che abbiamo precedentemente affermato permanga nella sua totalità: l'origine e l'effetto della nostra salvezza risiede nell'amore del padre celeste; la materia e la sostanza, nell'ubbidienza di Cristo; lo strumento, nell'illuminazione dello Spirito Santo, cioè nella fede; il fine è che la bontà di Dio sia glorificata. Questo non impedisce che Dio consideri le opere come cause inferiori, ma da dove deriva? È perché i predestinati dalla sua misericordia all'eredità della vita eterna, sono da lui introdotti, secondo il suo modo abituale di dispensare le cose, al possesso di quella vita per mezzo di buone opere. Così quel che precede, nell'ordine in cui dispensa le cose, lo chiama causa di quel che segue.

Per questa medesima ragione la Scrittura sembra talvolta voler dire che la vita eterna procede dalle buone opere: non che se ne debba attribuir loro la lode, ma perché Dio giustifica coloro che ha eletti, per glorificarli (Ro 8.30). La prima grazia, che è come un gradino verso la seconda, è definita causa. Tuttavia, al momento di stabilire la vera causa, la Scrittura non ci conduce alle opere, ma ci fa soffermare solo sulla meditazione della misericordia di Dio. E che cosa significa l'affermazione dell'apostolo secondo cui il salario del peccato è la morte, e la vita eterna è la grazia di Dio? (Ro 6.23). Perché non oppone la giustizia al peccato, come oppone la vita alla morte? Perché non pone la giustizia a causa di vita, come dice che il peccato è causa di morte? Perché così il paragone sarebbe stato completo, mentre ora è in qualche modo imperfetto. Ma ha voluto esprimere in questo paragone quel che è vero, cioè che la morte è dovuta all'uomo per i suoi meriti, ma che la vita è situata nella sola misericordia di Dio.

Riassumendo, tutte le espressioni che menzionano le buone opere, non mettono in questione la causa per la quale Dio fa del bene ai suoi, ma solo l'ordine da lui seguito: aggiungendo grazia su grazia, prende occasione dalle prime per aumentarle con le seconde, e accresce a tal punto la sua generosità che vuol farci pensare sempre alla sua elezione gratuita, sorgente di tutti i suoi benefici verso di noi. Sebbene ami e apprezzi i doni che quotidianamente ci elargisce, in quanto derivano da quella fonte, tuttavia, poiché è nostro compito fermarci all'accettazione gratuita, che sola può render salde le nostre anime, conviene mettere in seconda linea i doni del suo Spirito, di cui ci arricchisce, onde non tolgano autorità alla prima causa.

 

 

CAPITOLO 15.

TUTTO QUEL CHE SI DICE PER ESALTARE I MERITI DISTRUGGE SIA LA LODE DI DIO SIA LA CERTEZZA DELLA NOSTRA SALVEZZA

1. Abbiamo già risolto il problema essenziale in questa materia: ogni giustizia, fondata sulle opere, è inevitabilmente annullata dinanzi a Dio; essa può dunque riscontrarsi nella sola misericordia di Dio e nella sola comunione con Cristo, di conseguenza nella sola fede.

Dobbiamo osservare attentamente che questo è il punto principale, per non lasciarci coinvolgere nell'errore comune non solo al popolo, ma anche ai dotti. Infatti, quando si tratta di sapere se la fede o le opere giustificano, essi citano i passi che paiono attribuire qualche merito alle opere dinanzi a Dio, come se la giustificazione per mezzo delle opere fosse dimostrata provando che esse sono tenute in qualche considerazione davanti a Dio. È: stato chiaramente dimostrato che la giustizia delle opere consiste unicamente in un'osservanza perfetta e completa della Legge: ne deriva che nessuno è giustificato dalle sue opere, se non colui che è giunto ad una tal perfezione da non poter essere rimproverato per la minima colpa.

È dunque un altro e diverso problema, il sapere se le opere, benché non bastino a giustificare l'uomo, gli possano acquistare favore dinanzi a Dio.

2. Anzitutto, sono costretto a dire a proposito del termine "merito ", che chi l'ha, per primo, riferito alle opere umane nei confronti del giudizio di Dio, non ha giovato a mantenere l'autenticità della fede. Quanto a me, evito ogni polemica terminologica: ma desidererei che i cristiani avessero sempre conservato la sobrietà di non ricorrere, senza ragione e senza scopo, a vocaboli estranei alla Scrittura, capaci di generare molto scandalo e poco frutto. Infatti, che bisogno c'era, vi chiedo, di tirar fuori il termine "merito ", se la dignità delle buone opere poteva essere spiegata senza inconvenienti altrimenti? Ci rendiamo conto di quanti scandali sono derivati da questo termine, con gran danno del mondo intero: il termine indiscutibilmente pieno di orgoglio, non può che oscurare la grazia di Dio e alimentare negli uomini una vana superbia. Gli antichi Dottori della Chiesa ne hanno comunemente fatto uso, lo ammetto, ma fosse piaciuto a Dio che quella loro parolina non avesse dato occasione di errore ai posteri.

Hanno tuttavia dichiarato non di rado che non volevano recar pregiudizio alla verità. Sant'Agostino, in un passo, dice: "I meriti umani, periti in Adamo, tacciano; regni per mezzo di Gesù Cristo la grazia di Dio ". E: "I santi non attribuiscano nulla ai loro meriti, ma tutto alla misericordia di Dio ". E ancora: "Quando l'uomo vede che tutto quel che ha di buono non proviene da lui ma dal suo Dio, vede altresì che tutto ciò che è lodato in lui non deriva dai suoi meriti, ma dalla misericordia di Dio ". Vediamo come, avendo tolto all'uomo la capacità di agire bene, abbatta anche la dignità dei suoi meriti. Anche Crisostomo dice: "Tutte le nostre opere che seguono la vocazione gratuita di Dio sono come dei debiti che gli paghiamo; ma questi benefici provengono dalla sua grazia, dalla sua bontà e dalla sua pura generosità ".

Ma, tralasciando il termine, consideriamo piuttosto la cosa. San Bernardo dice giustamente, come già ho ricordato altrove, che come basta, per aver dei meriti, il non presumere dai propri meriti così, per essere condannato, basta non aver alcun merito. Ma l'interpretazione che aggiunge, addolcisce la durezza di questo termine: "Procura, dunque, di avere dei meriti; quando li avrai, sappi che ti sono dati; sperane il frutto dalla misericordia di Dio, e così facendo avrai evitato ogni pericolo di povertà, di ingratitudine, di presunzione. Beata la Chiesa che ha meriti senza presunzione, e presunzione senza meriti ". Poco prima aveva indicato in quale senso usava questo termine, dicendo: "Perché la Chiesa si preoccuperebbe dei meriti, poiché ha un mezzo più certo per glorificarsi secondo quanto piace a Dio? Dio non può rinnegarsi; farà quel che ha promesso. Perciò non bisogna chiedere per quali meriti speriamo di essere salvati, visto che Dio dice: "Non sarà per merito vostro, ma per l'amor di me stesso " (Ez. 36.22-23). Basta dunque, per meritare la salvezza, sapere che i meriti non bastano ".

3. Qual sia il merito delle nostre opere, la Scrittura lo indica dicendo che esse non possono sostenere lo sguardo di Dio, in quanto sono spazzatura e impurità; inoltre, quel che meriterebbe l'obbedienza perfetta della Legge, se la si potesse trovare in qualche luogo, lo dichiara ordinandoci di considerarci dei servi inutili, quand'anche fossimo riusciti a fare tutte le cose ordinateci (Lu 17.10) ' poiché neanche così avremmo compiuto qualcosa di gratuito verso Dio, ma ci saremmo semplicemente sdebitati dei servizi dovutigli, in cambio dei quali egli non deve alcuna grazia.

Tuttavia il Signore chiama nostre le opere che ci ha date: non solo attesta che gli sono gradite, ma che saranno da lui ricompensate. A partire da quel momento, è nostro compito prendere coraggio ed essere incitati da quelle promesse per non stancarci nel compiere il bene, e non essere ingrati verso una tal benignità. Tutto ciò che merita lode nelle nostre opere è indubbiamente grazia di Dio e non ci possiamo attribuire a buon diritto un sol briciolo di bene. In verità, se lo riconosciamo, non solo svanirà ogni fiducia nel merito, ma anche ogni illusione.

Non dividiamo dunque la lode delle buone opere fra Dio e l'uomo, come fanno i Sofisti, ma conserviamola intera per Dio. All'uomo riserviamo solo questo egli inquina e sporca con la sua impurità le opere che altrimenti erano buone, in quanto provenienti da Dio. Infatti, nulla che non sia intaccato da qualche macchia può uscire dall'uomo più perfetto che esista al mondo. Dio chiami dunque in giudizio le migliori opere degli uomini, e in esse troverà la sua giustizia e la confusione loro.

Le buone opere dunque piacciono a Dio, e non sono inutili a coloro che le fanno; esse ricevono, come ricompensa, grandissimi benefici da Dio; non che lo meritino, ma la benignità del Signore conferisce loro un tal premio. Che ingratitudine è se, non contenti che Dio con la sua generosità remuneri le opere con una ricompensa non dovuta e non legata ad alcun merito, per maledetta ambizione, vorranno dimostrarsi ingrati al punto di pretendere che quel che deriva dalla pura bontà di Dio sia dovuto al merito delle opere?

Mi appello qui al buon senso di ognuno. Se uno al quale è dato l'usufrutto di un campo, volesse attribuirsi il titolo di proprietà, non meriterebbe forse, per una tal ingratitudine, di perdere anche il possesso che aveva? Se uno schiavo reso libero dal suo padrone non volesse riconoscere la sua condizione, ma si attribuisse la condizione di esser nato libero, non meriterebbe forse di esser ricondotto in servitù? Ecco il modo giusto e legittimo di usare dei favori che ci sono stati fatti: non pretendere più di quanto ci è dato e non frodare il nostro benefattore della sua lode, ma comportarci in modo tale che quel che ci ha trasmesso paia in qualche modo risiedere in lui. Se dobbiamo avere questa umiltà di fronte agli uomini, quanto più dobbiamo averla di fronte a Dio.

4. So bene che i Sofisti abusano di qualche passo per provare che il termine "merito "si trova nella Scrittura. Citano una affermazione dell'ecclesiastico: "La misericordia prenderà in considerazione ognuno secondo il merito delle sue opere " (Ecclesiaste 16.14). E dall'epistola agli Ebrei: "Non dimenticate la beneficenza ed il mettere in comune i beni, poiché tali offerte meritano la grazia di Dio " (Eb. 13.16).

L'Ecclesiastico non fa parte del canone; mi asterrò dunque dal contestare il valore della citazione, faccio però notare loro che non citano fedelmente le sue parole, poiché così dice il greco, parola per parola: Dio prenderà in considerazione ogni misericordia; ognuno troverà secondo le sue opere. Che questo sia il significato ovvio e che il passo sia stato corrotto nella traduzione latina, lo si può vedere tranquillamente sia da quel che segue, sia dall'affermazione stessa, se presa in se. Quanto all'epistola agli Ebrei, non fanno che cavillare, visto che il termine greco di cui si serve l'Apostolo altro non significa se non: tali offerte sono gradite a Dio. Ciò basterà ad abbattere e reprimere ogni orgoglio insolente in noi, se non oltrepassiamo il limite della Scrittura per attribuire qualche dignità alle opere. La Scrittura insegna che le nostre opere sono intaccate da parecchie macchie, da cui Dio sarebbe, a buon diritto, offeso contro di noi; altro che poterci acquistare la sua grazia ed il suo favore, o spingerlo a farci del bene! Tuttavia, rifiutando nella sua grande clemenza di esaminarle con rigore, le accetta come purissime e perciò le ricompensa con infiniti benefici sia nella vita presente sia nella vita futura, benché esse non l'abbiano meritato. Infatti non posso accettare la distinzione fatta da alcuni dotti secondo la quale le buone opere sono meritorie delle grazie che Dio ci dà in questa vita, ma la salvezza eterna è la ricompensa della sola fede, visto che il Signore ci promette che la ricompensa delle nostre fatiche e la corona della nostra battaglia sono in cielo.

D'altra parte, attribuire al merito delle opere il fatto che, giornalmente, riceviamo nuove grazie da Dio, sottraendo questo alla grazia, contraddice l'insegnamento della Scrittura. Cristo dice che sarà dato in sovrappiù a colui che ha, e che il buon servitore, comportatosi fedelmente nelle piccole cose, sarà stabilito su cose più grandi (Mt. 25.21-29) , ma dimostra altresì che i progressi dei credenti sono doni della sua gratuita benignità. "Voi tutti che avete sete "dice "venite all'acqua; e voi che non avete denaro, venite e prendete senza denaro e senza il minimo compenso vino e latte " (Is. 55.1). Perciò tutto quel che è dato ai credenti per l'avanzamento della loro salvezza è pura bontà di Dio, come la beatitudine eterna. Ma, sia nelle grazie che ci largisce nel tempo presente, sia nella gloria futura, dice che tiene in qualche considerazione le nostre opere; per attestarci il suo amore infinito, gli piace non solo di onorare noi, in questo modo, ma anche i benefici che abbiamo ricevuto dalla sua mano.

5. Se queste cose fossero state trattate ed esposte in passato nell'ordine a loro confacente, non sarebbero mai sorti tanti sconvolgimenti e dissensi.

Per ben edificare la chiesa, san Paolo dice che dobbiamo tener fermo l'unico fondamento da lui posto fra i Corinzi, cioè Gesù Cristo (1 Co. 3.10). Di che natura è il fondamento che abbiamo in Cristo? È egli stato l'inizio della nostra salvezza affinché il compimento seguisse per opera nostra? Ci ha forse solo aperto la strada affinché dopo lo seguissimo con le nostre forze? No, di certo, ma quando riconosciamo che ci è dato quale giustizia (1 Co. 1.30) , come aveva detto prima. Nessuno dunque è ben radicato in Cristo se la sua giustizia non risiede interamente in lui, dato che l'Apostolo non dice che egli è stato mandato per aiutarci ad ottenere la giustizia, ma per essere la nostra giustizia, cioè in quanto da ogni eternità, prima della creazione del mondo, siamo stati scelti in lui non già in base a qualche merito, ma secondo il libero volere di Dio (Ef. 1.4); per mezzo della sua morte siamo stati riscattati dalla condanna a morte e liberati dalla perdizione (Cl. 1.14-20); in lui siamo stati adottati dal Padre celeste per essere i suoi figli ed eredi (Gv. 1.12); per mezzo del suo sangue siamo stati riconciliati con Dio (Ro 5.9-10); salvaguardati da lui, siamo liberati dal pericolo di morire (Gv. 10.28); incorporati a lui, siamo già in qualche modo partecipi della vita eterna, essendo entrati in speranza nel regno di Dio. Non è tutto: accolti nella sua comunione, seppure ancora pazzi in noi stessi, egli è per noi saggezza dinanzi a Dio; seppur peccatori, egli è per noi giustizia; impuri, egli è per noi purificazione; deboli e privi di forze e di armatura per resistere al diavolo, la potenza, che gli è stata data in cielo e sulla terra per spezzare il male ed infrangere le porte dell'inferno, ci appartiene (Mt. 28.18); sebbene portiamo ancora un corpo mortale, egli è per noi vita (2 Co. 4.10). Tutti i suoi beni insomma sono nostri, in lui abbiamo tutto ed in noi nulla. Dobbiamo dunque essere edificati su questo fondamento, se vogliamo essere dei templi consacrati a Dio (Ef. 2.21-22).

6. Ma il mondo ha da tempo ricevuto un insegnamento ben diverso. Si sono scoperte non so quali opere morali per rendere gli uomini graditi a Dio prima che siano incorporati a Cristo. Come se la Scrittura mentisse, quando dice che sono morti tutti coloro che non possiedono il Figlio (1 Gv. 5.12). Se sono morti, come potrebbero generare vita? Sarebbe stato detto invano che tutto quello che è estraneo alla fede è peccato (Ro 14.23); come potrebbero uscire buoni frutti da un albero cattivo?

Che cosa questi malvagi Sofisti hanno lasciato a Cristo, in cui egli manifesti la sua potenza? Dicono che ci ha meritato la prima grazia, cioè l'occasione di meritare, ma che a noi tocca ora non perdere l'occasione dataci. Che impudenza, e quanto sfrenata! Chi si sarebbe aspettato che coloro, che si dicono cristiani, privassero a tal punto Gesù Cristo della sua potenza da calpestarlo? Tutta la Scrittura gli rende testimonianza che sono giustificati tutti coloro che credono in lui, e quelle canaglie insegnano che non ci proviene da lui altro beneficio, se non quello di averci aperto la possibilità di giustificarci.

O se potessero afferrare il significato di queste affermazioni: chiunque ha il figlio di Dio, ha anche la vita (1 Gv. 5.12); chiunque crede, è passato dalla morte alla vita (Gv. 5.24) , ed è giustificato dalla sua grazia per esser fatto erede della vita eterna (Ro 3.24); Cristo abita in lui (1 Gv. 3.24) affinché sia unito a Dio per mezzo suo; è partecipe della sua vita, è seduto in cielo con lui (Ef. 2.6); è già trasferito nel regno di Dio (Cl. 1.13) ed ha ottenuto salvezza, ed altre innumerevoli simili affermazioni. Esse non significano soltanto che la possibilità di acquistare giustizia o salvezza ci proviene da Gesù Cristo, ma che l'una e l'altra ci sono date in lui. Di conseguenza, non appena siamo per fede incorporati a Cristo, diventiamo figli di Dio, eredi del cielo, partecipi della sua giustizia, possessori della vita, e per redarguire le loro menzogne affermiamo che non abbiamo solo ottenuto l'occasione di meritare, ma tutti i meriti di Cristo, che ci sono trasmessi.

 

7. Ecco come i Sofisti delle scuole sorboniche, madri di tutti gli errori, hanno distrutto l'intera giustificazione per mezzo della fede, fulcro di ogni pietà. Riconoscono sì, a parole, che l'uomo è giustificato per mezzo della fede formata; ma in seguito affermano che è perché le opere prendono dalla fede il valore ed il potere di giustificare: al punto che sembrano citare la fede solo per beffa, in quanto non potevano tacerla del tutto visto che essa è così spesso menzionata nella Scrittura.

Non contenti di questo sottraggono a Dio una parte del merito delle buone opere per trasferirlo all'uomo. Vedendo che le buone opere non hanno molta possibilità di esaltare l'uomo, anzi, in quanto si devono considerare frutti della grazia di Dio, non devono essere propriamente definite meriti, le fanno derivare dalla possibilità del libero arbitrio, cioè come l'olio da una pietra. È vero che non negano che la causa principale derivi dalla grazia; ma non ammettono che sia escluso il libero arbitrio da cui procede, come dicono, ogni merito.

Non soltanto i nuovi Sofisti, ma il loro grande maestro Pietro Lombardo dice altrettanto, il quale, in confronto agli altri, è molto sobrio e meno estremista. È certo indice di stupefacente accecamento il leggere sant'Agostino, che egli cita così spesso, e il non vedere con quale sollecitudine questo santo personaggio evita di attribuire all'uomo un sol briciolo di lode per le buone opere.

Trattando del libero arbitrio, abbiamo precedentemente citato alcune delle sue testimonianze a questo proposito, e se ne troveranno mille altre simili nei suoi scritti. Come quando ci proibisce di mettere innanzi i nostri meriti per attribuirci qualcosa, in quanto essi stessi sono doni di Dio; e quando dice che tutto il nostro merito proviene dalla grazia, e che ci è dato interamente per mezzo suo, non acquisito dalla nostra sufficienza.

Non fa gran meraviglia che il citato Lombardo non sia stato illuminato dalla luce della Scrittura, in quanto non ne era molto esperto. Non si potrebbe tuttavia desiderare contro di lui e contro tutto il suo seguito una affermazione più chiara di quella di san Paolo, quando dopo aver proibito ai cristiani ogni gloria, aggiunge il motivo per cui non è loro lecito gloriarsi: "Infatti siamo "dice "l'opera di Dio, creati per le buone opere che egli ha preparate, affinché camminiamo in esse " (Ef. 2.10). Poiché da noi non proviene alcunché di buono se non nella misura in cui siamo rigenerati, e la nostra rigenerazione proviene tutta da Dio senza alcuna eccezione, è sacrilego attribuirci un solo granello di lode per le buone opere.

Infine, benché questi Sofisti parlino senza fine e senza interruzione delle buone opere, educano le coscienze in modo tale che esse non oserebbero mai credere che Dio sia propizio alle loro opere. Noi, al contrario, senza menzionare affatto il merito, diamo una singolare consolazione ai credenti con il nostro insegnamento, affermiamo loro che piacciono e sono graditi a Dio nel loro operare; anzi richiediamo che nessuno si impegni in un'opera senza la fede, senza cioè aver determinato per certo in cuor suo che essa piacerà a Dio.

8. Non tolleriamo dunque, per nessuna ragione, che ci si allontani da quel fondamento, sia pure di un solo millimetro: su di esso, infatti, deve riposare tutto ciò che appartiene all'edificazione della Chiesa.

Così tutti i servi di Dio, a cui egli ha dato l'incarico di edificare il suo regno, avendo posto questo fondamento, quando sono necessari insegnamenti ed esortazioni, ricordano che il figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo affinché coloro che sono di Dio non pecchino più (1 Gv. 3.8); che è sufficiente aver seguito in passato i desideri del mondo (1 Pi. 4.3); che gli eletti di Dio sono strumenti della sua misericordia, e messi a parte per ricevere onore: perciò devono essere purificati da ogni sozzura (2Ti 2.20).

Ma ogni cosa è inclusa nell'affermazione che Cristo vuole avere dei discepoli che, avendo rinunciato a se stessi e presa la loro croce per portarla, lo seguano (Lu 9.23). Colui che ha rinunciato a se stesso ha già tagliato alla radice tutti i mali, cioè non cerca più quel che gli piace. Colui che ha preso la sua croce per portarla, si è disposto ad ogni pazienza e mansuetudine. Ma l'esempio di Cristo include e queste cose e tutti gli altri compiti della pietà e della santità. Infatti si è reso ubbidiente a suo Padre fino alla morte; è stato interamente occupato a portare a termine le opere di Dio con tutto il suo cuore; ha cercato di esaltarne la gloria; ha abbandonato la sua vita per i fratelli; ha reso bene per male ai suoi nemici.

Se sono necessarie delle consolazioni, gli stessi servitori di Dio ne danno di singolari: sopportiamo le tribolazioni ma non ne siamo angosciati; siamo in povertà ma non siamo spogliati; sopportiamo grandi assalti, ma non siamo abbandonati; siamo come abbattuti ma non periamo; portiamo la morte di Gesù Cristo nel nostro corpo affinché la sua vita sia manifestata in noi (2 Co. 4.8-10). Se siamo morti con lui, con lui altresì vivremo; se sopportiamo con lui, con lui del pari regneremo (2Ti 2.2). Siamo resi conformi a lui nelle sue sofferenze, fino a che giungiamo ad una risurrezione simile alla sua (Fl. 3.10) avendo il Padre ordinato che tutti coloro che egli ha scelti in Cristo siano resi conformi alla sua immagine, affinché sia il primogenito fra tutti i suoi fratelli (Ro 8.29). Pertanto, né avversità, né morte, né cose presenti o future possono separarci dall'amore che Dio ha per noi in Cristo (Ro 8.39). Tutto quel che ci accadrà si volgerà per noi a bene ed a salvezza.

Secondo questo insegnamento, non giustifichiamo l'uomo dinanzi a Dio per mezzo delle sue opere, ma affermiamo che tutti coloro che sono da Dio sono rigenerati e fatti nuove creature, affinché per mezzo di simili testimonianze rendano certa la loro vocazione (2 Pi. 1.10) e, come alberi, siano giudicati dai loro frutti.

 

 

CAPITOLO 16.

COLORO CHE SI SFORZANO DI METTERE IN CATTIVA LUCE QUESTO INSEGNAMENTO RICORRONO, NEI LORO ARGOMENTI, ALLA CALUNNIA

1. Abbiamo così confutate le tesi di quei malvagi che spudoratamente ci accusano di abolire le buone opere e distoglierne gli uomini, quando insegniamo che per mezzo di esse nessuno è giustificato e merita la salvezza. In secondo luogo, di rendere troppo agevole il cammino della giustizia, quando diciamo che essa risiede nella remissione gratuita dei nostri peccati e, per mezzo di questa adulazione, di spingere a compiere il male gli uomini per natura già troppo inclini ad esso. Queste calunnie sono sufficientemente confutate da quel che abbiamo detto: risponderò tuttavia brevemente all'una e all'altra.

Essi affermano che il predicare la giustificazione per fede distrugge le buone opere. Al contrario, non è forse un modo per concretarle e consolidarle? Infatti non pensiamo minimamente ad una fede priva di ogni buona opera o ad una giustificazione che possa sussistere senza di loro; ma il punto della questione è questo: pur riconoscendo che la fede e le buone opere sono necessariamente congiunte, tuttavia situiamo la giustizia nella fede, e non nelle opere. Perché questo? È: facile da spiegare, a condizione che guardiamo a Cristo, cui la fede si rivolge, e da cui trae tutta la sua forza. Da dove viene il nostro esser giustificati per mezzo della fede? È perché per mezzo suo afferriamo la giustizia di Cristo, la quale sola ci riconcilia con Dio. Ma non possiamo afferrare questa giustizia prescindendo dalla santificazione. Quando è detto che Cristo ci è redenzione, sapienza e giustizia, è anche aggiunto che è per noi santificazione (1 Co. 1.30).

Ne consegue che Cristo non giustifica nessuno senza contemporaneamente santificarlo. Infatti questi benefici sono congiunti fra loro con un legame perenne, per cui, quando ci illumina con la sua saggezza, ci riscatta; quando ci riscatta, ci giustifica; quando ci giustifica, ci santifica. Ma poiché ora stiamo trattando della giustizia e della santificazione, fermiamoci a questi due punti. Sono certo da distinguere, tuttavia Cristo contiene in maniera inseparabile l'una e l'altra. Vogliamo dunque ricevere giustizia in Cristo? Dobbiamo in primo luogo possedere Cristo. Orbene non lo possiamo possedere senza essere partecipi della sua santificazione, visto che egli non può essere strappato a pezzi. Poiché il Signor Gesù non concede mai a nessuno di godere dei suoi beni se non dando se stesso, elargisce le due cose insieme e mai l'una senza l'altra. Da ciò appare quanto sia vero questo insegnamento: non siamo giustificati senza le opere, benché non sia per mezzo loro, in quanto il partecipare a Cristo, in cui consiste la nostra giustizia, implica la nostra santificazione.

2. È altresì menzogna l'affermare che distogliamo i cuori degli uomini dalla disposizione a ben fare, privandoli del desiderio di meritare.

Affermando che nessuno si preoccuperà di vivere rettamente se non spera qualche ricompensa, sbagliano gravemente: se ci si limita a desiderare che gli uomini servano Dio come mercenari, per ottenere un compenso vendendogli il loro servizio, non si sono fatti molti passi avanti. Egli vuol essere onorato, amato con sincera disposizione di cuore e gradisce quel servo che, pur privo della speranza di ricompensa, non cesserebbe di servirlo.

 

Se è necessario incitare gli uomini a bene oprare, il miglior sprone per pungerli è quello di indicare loro il fine della loro redenzione e della loro vocazione. È quel che fa la Parola di Dio quando dice che le nostre coscienze sono pulite dalle opere morte per mezzo del sangue di Cristo affinché serviamo il Dio vivente (Eb. 9.14) , che siamo liberati dalla mano dei nostri nemici affinché camminiamo dinanzi a Dio in giustizia e santità tutti i giorni della nostra vita (Lu 1.74); che la grazia di Dio è apparsa affinché, rinunciando ad ogni empietà e mondano desiderio, viviamo sobriamente, santamente e religiosamente in questo mondo, aspettando la felice speranza e la rivelazione della gloria del nostro gran Dio e salvatore (Tt 2.11-13); che non siamo chiamati per provocare la collera di Dio contro di noi, ma per ottenere la salvezza in Cristo (1 Ts. 5.9); che siamo i templi dello Spirito Santo, e non è lecito insozzarli (1 Co. 3.16; Ef. 2.21; 2 Co. 6.16; che non siamo tenebre, ma luce di Dio e che, di conseguenza, dobbiamo camminare come figli della luce (Ef. 5.8); che non siamo chiamati all'impurità ma alla santità e che la volontà di Dio è la nostra santificazione, affinché ci asteniamo da ogni desiderio perverso (1 Ts. 4.3.7); che, la nostra vocazione essendo santa, non possiamo rispondervi che in purezza di vita; che siamo stati liberati dal peccato per ubbidire alla giustizia (Ro 6.18).

C'era forse argomento più vivo, per incitarci alla carità, di quello di cui si serve san Giovanni? Che ci amiamo reciprocamente come Dio ci ha amati; in ciò differiscono i figli di Dio dai figli del diavolo, i figli della luce dai figli delle tenebre, perché perseverano nell'amore (1 Gv. 4.2). È l'argomento di cui si serve anche san Paolo: se aderiamo a Cristo, siamo membri di un sol corpo e dunque dobbiamo impegnarci ad aiutarci reciprocamente (Ro 12.4; 1 Co. 12.12). Potevamo forse avere miglior esortazione alla santità, di quel che dice san Giovanni, che tutti coloro che sperano nella vita si santifichino, poiché Dio è santo? (1 Gv. 3.3). E per bocca di san Paolo, quando dice che, avendo ricevuto la promessa di adozione, ci sforziamo di purificarci da ogni iniquità dello spirito e della carne? (2 Co. 7.1). Così Cristo dice che si propone a noi come esempio, affinché seguiamo i suoi passi (Gv. 13.15).

3. Ho voluto citare brevemente questi passi come esempi, poiché se volessi radunare tutti quelli simili, dovrei compilare un lungo volume. Gli Apostoli pur così preoccupati di esortare, rimostrare, riprendere, per istruire l'uomo di Dio ad ogni buona opera, non menzionano affatto il merito. Anzi, traggono i loro principali argomenti dal fatto che la nostra salvezza risiede nella misericordia di Dio, senza che abbiamo meritato nulla. Come san Paolo quando, dopo aver insegnato in tutta l'Epistola che non abbiamo alcuna speranza di salvezza se non nella grazia di Cristo, nella parte esortativa fonda il suo insegnamento sulla misericordia che aveva predicata (Ro 12.1). A dire il vero dovremmo esser spinti a ben vivere dal solo desiderio che Dio sia glorificato in noi (Mt. 5.16). E se alcuni non si dimostrano toccati dalla gloria di Dio, il ricordo dei suoi benefici dovrebbe incitarli in misura sufficiente.

Ma questi farisei, esaltando i meriti, strappano al popolo quasi con la forza, qualche opera servile ed affermano falsamente che noi non abbiamo nulla per esortare a buone opere, poiché non seguiamo il loro andazzo. Come se Dio amasse le opere fatte per costrizione, mentre dichiara di non accettare altro sacrificio se non quello che proviene da una sincera volontà, e proibisce di dar qualcosa con tristezza, o per costrizione (2 Co. 9.7).

 

Non dico questo perché io respinga o disprezzi il modo di esortare di cui si serve spesso la Scrittura, al fine di non tralasciare alcun mezzo per svegliare la nostra pigrizia, proponendoci la ricompensa che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere (Ro 2.6) , ma nego che non ve ne siano altri, e che quello sia il principale; Anzi contesto che si debba cominciare di lì e riaffermo che ciò non serve a creare dei meriti, nel modo voluto dai nostri avversari, come vedremo in seguito. Infine, ciò non gioverebbe a nulla, a meno di insegnare anzitutto che siamo giustificati dal solo merito di Cristo, al quale partecipiamo per mezzo della fede e non per qualche merito delle nostre opere Nessuno infatti è disposto a vivere santamente se non ha in primo luogo accolto e ben assimilato questo insegnamento. Lo dice anche il Profeta quando, parlando a Dio, dice: "C'è perdono presso di te, Signore, affinché tu sia temuto " (Sl. 130.4). Dimostra che non esiste alcun timore di Dio fra gli uomini, se la sua misericordia, che ne è il fondamento, non è prima conosciuta. La misericordia di Dio è il principio per servirlo bene e rettamente; il timor di Dio, che i Papisti ritengono essere meritorio di salvezza, non può essere considerato un merito, perché è fondato sulla remissione dei peccati.

4. È assurda la calunnia secondo cui, Cl. Predicare la remissione gratuita dei peccati nella quale riponiamo ogni giustizia, spingiamo gli uomini a peccare. Noi le attribuiamo anzi un così gran valore, che essa non può essere controbilanciata da alcun bene derivante da noi, e di conseguenza non la potremmo ottenere se non fosse gratuita. Diciamo che essa è per noi gratuita, ma non lo è per Cristo, a cui è costata carissimo: infatti l'ha riscattata Cl. Suo prezioso e sacro sangue, perché nessun altro prezzo poteva soddisfare il giudizio di Dio.

Insegnando questo agli uomini, ricordiamo loro che non possono impedire a questo sacro sangue di essere sparso ogni volta che peccano. Per di più, facciamo loro vedere che la corruzione del peccato è tale, che non può essere lavata se non da questa sola fonte. Comprendendo ciò, non concepiranno forse un maggior orrore del peccato che dicendo loro che si possono purificare con qualche buona opera? E se hanno un certo timor di Dio, non avranno orrore di continuare a rotolarsi nel fango dopo esser stati purificati, per intorbidare, per quanto sta in loro, e inquinare la purissima fonte nella quale trovano la loro purificazione? "Ho lavato i miei piedi ", dice l'anima credente di Salomone, "come li sporcherò di nuovo? " (So 5.3). Ora è chiaro chi svilisce maggiormente la remissione dei peccati, e chi annienta maggiormente la dignità della giustizia. I nostri avversari cianciano che si può appagare Dio per mezzo di non so quali frivole espiazioni, cioè per mezzo di sterco. Noi, invece, diciamo che l'offesa del peccato è troppo grave per potersi compensare con simili chiacchiere, che anche la collera di Dio è troppo grave, per poter essere placata con leggerezza; dunque, che questo onore e questa prerogativa appartengono soltanto al sangue di Cristo. Dicono che la giustizia, se viene meno in qualche punto, può essere restaurata per mezzo di opere riparatrici. Noi, invece, affermiamo che e troppo preziosa per poter essere acquistata così facilmente, e che pertanto, la possiamo ritrovare solo avendo il nostro rifugio nella misericordia di Dio.

Il resto, che concerne la remissione dei peccati, sarà trattato nel prossimo capitolo.

 

 

CAPITOLO 17.

ACCORDO FRA LE PROMESSE DELLA LEGGE E DELL'EVANGELO

1. Proseguiamo l'esame degli argomenti con cui Satana tenta di distruggere o diminuire, attraverso i suoi satelliti, la giustificazione per mezzo della fede.

Penso sia già sottratta ai calunniatori la possibilità di presentarci come nemici delle buone opere. Infatti neghiamo che le opere giustificano, non affinché non se ne compiano o non si tengano in alcun conto, ma semplicemente perché non si confidi in loro, non ci si glori di loro, non si attribuisca loro la salvezza. La nostra fiducia, la nostra gloria e l'unico porto della nostra salvezza è infatti Gesù Cristo, il figlio di Dio, che è nostro ed in cui noi siamo figli di Dio ed eredi del regno celeste, chiamati alla speranza della beatitudine eterna, non già secondo la nostra dignità, ma secondo la benignità di Dio. Tuttavia, poiché ci assalgono ancora con altri argomenti, continuiamo a tener testa ai loro colpi.

Anzitutto, essi mettono avanti le promesse della Legge, che Dio ha fatte a coloro che la osservano; e ci chiedono se le consideriamo vane o di qualche valore. Dato che sarebbe sragionevole definirle vane, danno per certo il loro valore, e da ciò deducono che non siamo giustificati dalla sola fede, visto che il Signore parla in questo modo: "Se ascolti le mie prescrizioni, e le tieni a mente per metterle in pratica, il Signore ti manterrà la sua promessa, che ha giurato ai tuoi padri; ti amerà e ti moltiplicherà, e ti benedirà " (De 7.12-13). E: "Se raddrizzi le tue vie, senza piegarti agli dei stranieri, e pratichi la giustizia e la rettitudine, e non ti rivolgi al male, io abiterò con te " (Gr. 7.5-23). Non voglio citare mille altri passi, che potrebbero essere spiegati in modo analogo, visto che non differiscono da questi nel loro significato. L'argomento centrale è questo: Mosè attesta che la benedizione e la maledizione, la vita e la morte ci sono presentate nella Legge (De 11.26; 30.15). Bisogna dunque, secondo loro, che o rendiamo questa benedizione oziosa e sterile, oppure che confessiamo che la giustificazione non risiede nella fede soltanto.

Abbiamo precedentemente indicato che, dimorando nella Legge, esclusi da ogni benedizione, siamo avvolti nella maledizione denunciata per tutti i trasgressori (De 27.26). Infatti Dio non promette nulla se non a colui che osserva perfettamente la sua Legge, e questo non accade a nessun uomo al mondo. Rimane dunque sempre chiaro che la Legge sottopone tutto il genere umano alla maledizione e alla collera di Dio; e se vogliamo essere liberati da essa dobbiamo essere sottratti alla autorità della Legge ed essere trasferiti dalla servitù alla libertà. Non già in una libertà secondo la carne, che ci allontana dalla obbedienza della Legge e ci convoglia verso la dissolutezza e la licenza, allentando la briglia alle nostre concupiscenze scatenate, ma una libertà secondo lo Spirito, che consola e rende stabile la coscienza turbata e spaventata, indicandole che è liberata dalla maledizione e dalla condanna in cui la Legge la tiene prigioniera. Otteniamo questa liberazione quando, per mezzo della fede, afferriamo la misericordia di Dio in Cristo, e da essa siamo resi certi e sicuri della remissione dei peccati, del cui ricordo invece la Legge ci opprimeva e tormentava.

2. Per questo motivo, le promesse stesse che ci sono offerte nella Legge sarebbero infruttuose e prive di significato se la bontà di Dio non ci soccorresse con l'Evangelo. La condizione che compiamo la volontà di Dio, da cui esse dipendono, non si verificherà mai. Orbene il Signore ci viene in aiuto non già attribuendo una parte di giustizia alle nostre opere e supplendo quel che manca con la sua benignità, ma dando soltanto il suo Cristo quale compimento della giustizia. Infatti l'Apostolo, dopo aver detto che lui e tutti gli altri Giudei, consapevoli del fatto che l'uomo non può essere giustificato per mezzo delle opere della Legge, avevano creduto in Gesù Cristo, ne aggiunge il motivo: non già affinché fossero aiutati dalla fede in Cristo ad ottenere una perfetta giustizia, ma per essere giustificati senza le opere della Legge (Ga 2.16). Se i credenti si staccano dalla Legge e vengono alla fede per ottenere la giustizia, che non trovano nella Legge, rinunciano certo alla giustizia delle opere. Possiamo dunque sottolineare finché vogliamo le ricompense annunciate dalla Legge per coloro che la osservano, a condizione che si consideri pure che la nostra perversità fa sì che non ne riceviamo alcun frutto se non abbiamo prima ottenuto un'altra giustizia.

Così Davide, dopo aver parlato della ricompensa che Dio ha preparato per i suoi servitori, subito si volge al riconoscimento dei peccati, dai quali essa è annientata. Certo, egli indica i beni che ci dovrebbero provenire dalla Legge, ma quando aggiunge: "Chi conosce i suoi errori? " (Sl. 19.13) indica con ciò l'ostacolo che ci impedisce di goderne. Similmente in un altro passo, dopo aver detto che tutte le vie del Signore sono bontà e verità per coloro che lo temono, aggiunge: "A motivo del tuo nome, Signore, tu sarai benigno verso la mia iniquità, poiché essa è molto grande " (Sl. 25.10-11). Dobbiamo dunque riconoscere che la Legge ci presenta la benevolenza di Dio, se la potessimo acquistare per mezzo delle nostre opere; ma, per merito loro, non la otterremo mai.

3. Qualcuno obietterà: le promesse della Legge sono date invano, per dissolversi nel nulla? Ho già dichiarato che non è questo il mio pensiero; affermo che la loro efficacia non giunge a noi fintantoché esse sono riferite al merito delle opere e che, di conseguenza, se le si considera in se stesse sono, in qualche modo, abolite.

In questo senso l'Apostolo afferma che quella bella promessa, in cui Dio dice che ci ha dato delle buone prescrizioni per far vivere coloro che le compiranno (Ro 10.5; Le 18.5; Ez. 20.2) , non ha alcuna importanza se ci fermiamo ad essa, e che non ci gioverà più di quanto farebbe se non ci fosse stata data. Infatti quel che essa richiede non concerne neppure i più santi servitori di Dio, che sono tutti molto lontani dall'adempimento della Legge, e sono circondati da molte trasgressioni. Ma quando le promesse dell'evangelo assumono valore ed annunciano il perdono gratuito dei peccati, esse non solo ci rendono graditi a Dio, ma anche fanno sì che le nostre opere gli piacciano; e non soltanto affinché egli le accetti, ma affinché le ricompensi con le benedizioni che erano dovute alla completa osservanza della Legge, in base al patto che aveva stabilito.

Riconosco dunque che la ricompensa promessa dal Signore nella sua legge a tutti coloro che osservano giustizia e santità, è data alle opere dei credenti; ma in quella ricompensa bisogna considerare attentamente per quale ragione le opere sono gradite. Orbene, tre sono le cause.

La prima è che il Signore, distogliendo il suo sguardo dalle opere dei suoi servitori, che meritano sempre biasimo più che lode, li accoglie e riceve nel suo Cristo e, per mezzo della sola fede, senza alcun aiuto delle opere, li riconcilia a sé.

 

La seconda è che, per sua benignità paterna e indulgente concede alle loro opere, senza considerare se ne sono degne o meno, l'onore di tenerle in una certa considerazione e stima.

La terza è che egli riceve queste opere con misericordia, senza tener conto dell'imperfezione insita in loro, che le infanga al punto che meriterebbero di essere annoverate fra i peccati anziché fra le virtù.

I Sofisti della Sorbona si sono ingannati pensando risolvere il problema dicendo che le opere sono valide, per meritare la salvezza, non in base alla loro bontà intrinseca, ma perché Dio con la sua benignità vuol ritenerle tali. Ma essi non hanno osservato quanto le opere che pretendono meritorie sono lontane dalla condizione richiesta nelle promesse della Legge, a meno che non siano state precedute dalla giustificazione gratuita fondata sulla sola fede, e dal perdono dei peccati, per mezzo del quale anche le buone opere devono essere mondate dalle loro macchie. Perciò, delle tre cause addotte che fanno sì che le opere dei credenti siano accettate da Dio, ne hanno sottolineata una sola, tacendo sulle altre due, che sono le principali.

4. Essi citano l'affermazione di san Pietro, riferita da san Luca nel libro degli Atti: "In verità, trovo che Dio non ha riguardo alla qualità delle persone ma, in ogni nazione, colui che opera la giustizia gli è gradito " (At. 10.34). Da queste parole essi pensano dedurre un argomento valido: se l'uomo acquista favore di fronte a Dio per mezzo di opere buone, l'ottenere la salvezza non è opera della sola grazia di Dio; piuttosto, Dio viene a tal punto in aiuto al peccatore con la sua misericordia, da essere spinto a fare ciò per le buone opere di costui. Molte affermazioni della Scrittura non si possono assolutamente comprendere se non consideriamo un duplice modo di essere dell'uomo davanti a Dio. Infatti in base a quello che l'uomo è per sua natura, Dio non trova in lui nulla che lo spinga alla misericordia, se non pura miseria. Se dunque è noto che l'uomo quando per la prima volta è ricevuto da Dio è vuoto e spoglio di ogni bene, ma carico e pieno di ogni genere di mali, per quale virtù diremo noi che egli è degno della chiamata di Dio? Pertanto sia respinta ogni vana fantasticheria sul merito, dato che il Signore ci dimostra così apertamente la sua clemenza gratuita. Quello che nel medesimo passo l'angelo dice a Cornelio, che cioè le sue preghiere ed elemosine erano state gradite da Dio, è perversamente distorto da costoro, per provare che l'uomo è preparato dalle buone opere a ricevere la grazia di Dio. Bisognava che Cornelio fosse già illuminato dallo Spirito di saggezza, dato che era istruito nella vera saggezza, cioè nel timor di Dio. Era parimenti necessario che fosse santificato dal medesimo Spirito, poiché amava la giustizia che, come dice l'Apostolo, è frutto di esso (Ga 5.5). Riceveva dunque dalla grazia di Dio, lungi dall'essere pronto a riceverle per suo merito, tutte le cose che in lui erano gradite a Dio. Certo non si potrebbe addurre una sola sillaba della Scrittura, la quale non concordi con questo insegnamento: Dio non ha altro motivo per accogliere l'uomo nel suo amore se non perché lo vede del tutto perso, se è abbandonato a se stesso. Non volendolo lasciare nella perdizione, esercita la sua misericordia Cl. Liberarlo. Si vede dunque che questa accettazione non deriva dalla giustizia dell'uomo, ma è pura testimonianza della bontà di Dio verso i miseri peccatori, i quali altrimenti sono più che indegni di un tal beneficio.

 

5. Dio, dopo aver tratto fuori l'uomo da un simile abisso di perdizione, lo ha messo a parte per mezzo della grazia che gli ha fatto adottandolo, lo ha rigenerato e riformato in una nuova vita, e lo riceve accogliendolo come nuova creatura, con i doni del suo Spirito. Questa è l'accettazione di cui parla san Pietro. I credenti, dopo la loro chiamata, sono graditi a Dio, anche riguardo alle loro opere (1 Pi. 2.5) , poiché Dio non può non amare i beni che ha dato loro per mezzo del suo Spirito.

Non dobbiamo dimenticare che essi sono accettevoli a Dio riguardo alle loro opere, unicamente nella misura in cui Dio, a motivo dell'amore gratuito che ha per loro, accrescendo sempre più la sua generosità, accetta le loro opere. Da dove provengono le loro buone opere, se non dal fatto che il Signore, come li ha scelti quali strumenti di elezione, così li vuole ornare di vera purezza? (Ro 9.21). Per quale ragione sarebbero ritenute buone, come se non ci fosse nulla da ridire, se non perché questo buon padre perdona le macchie e le impurità da cui sono intaccate?

Questo, in definitiva, è il significato del passo di san Pietro: Dio ama i suoi figli, nei quali vede impressa la somiglianza del suo volto. Abbiamo precedentemente insegnato che la nostra rigenerazione è come una ricostituzione della sua immagine in noi. Poiché il Signore ama e onora a buon diritto la sua immagine ovunque egli la contempli, non senza ragione è detto che la vita dei credenti, formata e regolata dalla santità e dalla giustizia, gli è gradita. Ma i credenti, finché abitano nella loro carne mortale, sono ancora peccatori, e le loro buone opere sono appena all'inizio, abbondantemente contaminate dal peccato; Dio non può dunque essere propizio né ai suoi figli né alle loro opere, a meno che non li riceva in Cristo, piuttosto che in se stessi.

In questo senso dobbiamo intendere i passi che testimoniano che Dio è propizio e benefico verso coloro che vivono secondo giustizia. Mosè diceva agli Israeliti: "Il Signore, tuo Dio, conserva per mille generazioni la sua alleanza e la sua misericordia verso coloro che lo amano ed osservano i suoi comandamenti " (De 7.9). Questa affermazione era ripetuta fra il popolo a mo' di detto comune, come vediamo nella solenne preghiera di Salomone: "Signore, Dio di Israele, che conservi l'alleanza e la misericordia verso i tuoi servitori che camminano dinanzi a te con tutto il cuore " (2 Re 8.23). Altrettanto è detto nella preghiera di Nehemia (Ne 1.5). La ragione è questa: come il Signore, stabilendo una alleanza per grazia, richiede in cambio dai suoi servitori santità e integrità di vita affinché la sua bontà non sia oggetto di canzonatura e di disprezzo, e affinché nessuno si glori di un vano confidare nella sua misericordia, per essere tranquillo pur camminando in maniera perversa (De 29.18) , così, dopo averli accolti nella comunione della sua alleanza, li vuole esortare con questo mezzo a compiere il loro dovere. Nondimeno l'alleanza non cessa di essere gratuita fin dall'inizio, e di rimanere tale.

Su questa linea Davide, sebbene dica di aver ricevuto la ricompensa per la purezza delle sue mani (Sl. 18.20; Il Re 22.20) , non dimentica però il principio che ho ricordato; Dio lo ha tratto fuori dal ventre materno, perché lo ha amato. Così dicendo, sottolinea il carattere buono e giusto della sua causa, senza togliere autorità alla misericordia gratuita di Dio, la quale previene tutti i beni di cui è l'origine.

 

6. Sarà bene, intanto, notare qual è la differenza fra affermazioni di questo tipo e le promesse della Legge. Considero promesse della Legge non tutte quelle contenute qua e là nella legge di Mosè, parecchie delle quali sono conformi all'evangelo, ma intendo quelle che si riferiscono in modo specifico all'insegnamento della Legge. Tali promesse, comunque vengano denominate, promettono remunerazione e ricompensa a condizione che facciamo quel che è comandato. Quando però è detto che il Signore mantiene la promessa della sua misericordia a coloro che l'amano, si vuole indicare chi sono i suoi servitori, che hanno accolto di cuore la sua alleanza, piuttosto che esprimere il motivo per cui Dio è loro propizio. Come il Signore ci chiama con la sua benignità alla speranza della vita eterna, per essere temuto, amato ed onorato da noi, così tutte le promesse della sua misericordia, che si leggono nella Scrittura, sono a buon diritto rivolte allo scopo di farci onorare e temere l'autore di tali benefici. Tutte le volte che udiamo che il Signore ricompensa coloro che osservano la sua legge, ricordiamoci che così facendo la Scrittura definisce in modo perenne i figli di Dio. Ricordiamoci che ci ha adottati come suoi figli, affinché lo onorassimo come nostro Padre. Per non rinunciare al diritto della nostra adozione ci dobbiamo sforzare di tendere là dove la nostra vocazione ci conduce. D'altra parte teniamo per certo che il compimento della misericordia di Dio non dipende dalle opere dei credenti; ma il compimento della promessa di salvezza, in coloro che per dirittura di vita rispondono alla loro vocazione, avviene perché Dio riconosce in loro i veri contrassegni dei suoi figli: cioè i doni dello Spirito. Dobbiamo riferire a ciò quanto è detto nel quindicesimo Salmo sui cittadini di Gerusalemme: "Signore, chi abiterà nel tuo tabernacolo, e siederà sulla tua santa montagna? Colui che è innocente nelle sue mani e puro nel suo cuore " (Sl. 15.1-2). E in Isaia: "Chi abiterà Cl. Fuoco che divora ogni cosa? Colui che si attiene alla giustizia, parla con verità, ecc. " (Is. 33.14-15) , e altri passi simili. Ciò infatti non è detto per descrivere il fondamento sul quale i credenti devono stare saldi dinanzi a Dio, ma soltanto il modo in cui li chiama nella sua comunione e li mantiene in essa. Poiché egli odia il peccato ed ama la giustizia, purifica Cl. Suo Spirito coloro che vuole congiungere a se, per renderli conformi alla sua natura. Eppure se cerchiamo la causa prima in virtù della quale ci è aperta l'entrata nel regno di Dio e ci è data la possibilità di dimorarvi, la risposta è facile: è perché il Signore ci ha una volta adottati per sua misericordia e ci mantiene sempre in questa alleanza. Se si vuol sapere il modo in cui ciò avviene, allora bisogna parlare della nostra rigenerazione e dei suoi frutti, argomento di cui si parla in quel Salmo ed altri passi.

7. Sembra molto più difficile poter dare una spiegazione dei testi che sottolineano il valore delle buone opere dando loro il titolo di giustizia e dicendo che l'uomo è giustificato per mezzo loro.

Riguardo al primo caso, sappiamo che i comandamenti di Dio sono talvolta chiamati giustificazione e giustizia.

Riguardo al secondo, abbiamo un esempio in Mosè quando dice: "Questa sarà la nostra giustizia, se osserviamo tutti questi comandamenti " (De 6.25). E se si replica che è una promessa della Legge, cui è aggiunta una condizione impossibile, ve ne sono altre di cui non si potrebbe dire altrettanto. Come quando dice: "Ti sarà imputato a giustizia il restituire al povero il pegno che ti avrà dato " (De 24.13). Similmente il Profeta dice che lo zelo dimostrato da Fineas nel vendicare l'obbrobrio di Israele, gli è stato imputato a giustizia (Sl. 106.31). Per questo i farisei del nostro tempo pensano aver di che gridare contro di noi su questo punto. Infatti quando diciamo che, essendo stabilita la giustizia per mezzo della fede, bisogna che la giustizia delle opere sia abbattuta, deducono al contrario che se la giustizia proviene dalle opere non è vero che siamo giustificati dalla sola fede.

 

Che i comandamenti della Legge siano chiamati "giustizia ", non fa meraviglia, poiché in effetti lo sono. I lettori devono però notare che i Greci hanno tradotto impropriamente il termine ebraico, mettendo in luogo di editti o statuti, "giustificazioni ". Tuttavia non farò una questione di termini, poiché non neghiamo alla legge di Dio la caratteristica di contenere la giustizia perfetta. Debitori di tutto quanto essa richiede, quand'anche riuscissimo a soddisfarla, saremo ancora servi inutili; ma poiché il Signore ha dato all'osservanza della Legge l'onore di chiamarla "giustizia ", non tocca a noi sottrarle quel che egli le ha dato. Riconosciamo dunque volentieri che l'ubbidire alla Legge è giustizia, che l'osservare ogni comandamento è una parte di questa giustizia, a condizione che nessuna delle altre parti venga meno. Contestiamo che una tal giustizia sia reperibile in questo mondo. Per questo motivo aboliamo la giustizia della Legge; non che, di per se, essa sia insufficiente, ma perché a causa della debolezza della nostra carne essa non si realizza mai.

Qualcuno potrà obiettare che la Scrittura non chiama "giustizia "soltanto i precetti di Dio, ma che essa attribuisce questo titolo anche alle opere dei credenti, come quando afferma che Zaccaria e sua moglie hanno osservato i comandamenti del Signore (Lu 1.6). Rispondo che, parlando in tal modo, la Scrittura stima le opere più in considerazione della natura della Legge, che per la loro entità. Inoltre la traduzione imperfetta dei Greci non deve essere vincolante per noi; ma poiché san Luca non ha voluto modificare nulla in quel che era accettato ai suoi tempi, tralascerò volentieri questo punto. È vero che il Signore, per mezzo del contenuto della sua Legge, ha indicato agli uomini qual è la giustizia; ma noi non mettiamo in atto questa giustizia, se non osservando tutta la Legge, poiché essa è corrotta da una sola trasgressione. La Legge insegna soltanto la giustizia: se guardiamo ad essa, tutti i suoi comandamenti sono giustizia. Ma se consideriamo gli uomini, essi non meriteranno lode di giustizia per aver osservato un comandamento, poiché ne trasgrediscono parecchi e non compiono, per ubbidire a Dio, alcuna opera che non sia in qualche modo viziata dalla sua imperfezione.

La nostra risposta è dunque questa: quando le opere dei santi sono definite "giustizia", questo non si riferisce ai loro meriti, ma al fatto che esse tendono alla giustizia che Dio ci ha ordinato, giustizia che è nulla se non è perfetta. Ma essa non è perfetta in alcun uomo al mondo; di conseguenza bisogna concludere che una buona opera non merita, da sola, il nome di giustizia.

8. Affronto ora la seconda categoria di passi, in cui risiede la maggior difficoltà. L'argomento più solido con cui san Paolo prova la giustizia della fede consiste nel citare quel che è scritto da Mosè, che la fede è stata imputata ad Abramo in conto di giustizia (Ga 3.6). Poiché lo zelo di Fineas, secondo il Profeta, gli è stato messo in conto di giustizia (Sl. 106.31) , quel che san Paolo deduce dalla fede lo si potrà dire anche delle opere. Da ciò i nostri avversari, come se avessero in mano la vittoria, stabiliscono che, sebbene non siamo giustificati senza fede tuttavia non siamo giustificati dalla sola fede, ma che bisogna unire ad essa le opere per completare la giustizia.

 

Invito tutte le persone tementi Dio, consapevoli perciò del fatto che bisogna attingere la regola della giustizia dalla sola Scrittura, di voler considerare con me, con diligenza ed umiltà di cuore, come la Scrittura non si contraddica su questo punto, a meno di ricorrere a cavilli.

San Paolo, sapendo che la giustizia della fede è un rifugio per coloro che sono privi di una loro propria giustizia, trae coraggiosamente la conclusione che chiunque è giustificato per fede è escluso dalla giustizia delle opere. Sapendo che la giustizia della fede è comune a tutti i servitori di Dio, deduce d'altra parte, con altrettanta fiducia, che nessuno è giustificato dalle opere ma, al contrario, che siamo giustificati senza alcun aiuto delle nostre opere.

Sono però cose diverse discutere sul valore delle opere in se stesse, oppure sulla considerazione in cui sono tenute dinanzi a Dio, una volta stabilita la giustizia della fede. Se si tratta di valutare le opere in base alla loro dignità, diciamo che esse sono indegne di essere presentate dinanzi a Dio, dato che non c'è uomo al mondo che trovi nelle sue opere qualcosa di cui si possa gloriare dinanzi a Dio. Ne consegue dunque che tutti, privati di ogni aiuto da parte delle loro opere, sono giustificati dalla sola fede.

Affermiamo che la giustizia consiste in questo: il peccatore, accolto nella comunione con Cristo, è per sua grazia riconciliato con Dio in quanto, purificato dal suo sangue, ottiene la remissione dei peccati, e rivestito della giustizia di Cristo come della sua propria, può sussistere dinanzi al tribunale di Dio. Stabilita la remissione dei peccati, le opere che seguono non sono giudicate in base al loro merito. Infatti quanto vi è di imperfetto in loro, è ricoperto dalla perfezione di Cristo; quanto vi è di immondo e di macchiato è nettato dalla sua purezza, per non essere giudicato. Cancellata così la colpa delle trasgressioni, la quale impediva agli uomini di produrre alcunché di gradito a Dio, sepolti i difetti e le imperfezioni da cui tutte le buone opere sono intaccate e macchiate, a quel momento le buone opere dei credenti sono considerate giuste o, se si preferisce, sono imputate a giustizia.

9. Se qualcuno mi muove una tale obiezione per attaccare la giustizia della fede, gli chiederò anzitutto se un uomo deve essere considerato giusto per due o tre opere buone, pur essendo trasgressore della Legge in tutte le altre. Questo sarebbe assurdo.

Poi gli chiederò se anche per parecchie buone opere è da considerare giusto, quando lo si può trovar colpevole in qualcosa.

E il mio avversario non oserà sostenerlo, visto che è contraddetto dall'affermazione con cui Dio dichiara maledetti coloro che non avranno compiuto tutti i precetti della Legge (De 27.26).

Faccio un passo ancora, chiedendo se c'è una sola opera buona in cui non si debba scorgere qualche impurità o imperfezione. Ma come potrebbe accadere questo dinanzi agli occhi di Dio, per i quali neanche le stelle sono pure e chiare, né gli angeli sono giusti? (Gb. 4.18).

A questo punto il mio interlocutore sarà costretto ad ammettere che non esiste alcuna buona opera la quale non sia infangata e corrotta e dalle trasgressioni che l'uomo avrà commesso in altro modo, e dalla sua propria imperfezione, e perciò non sarà degna di meritare il nome di giustizia.

Se è chiaro che dalla giustificazione per fede consegue che le opere altrimenti impure, corrotte, indegne di comparire dinanzi a Dio (e quindi lungi dall'essergli gradite ) sono invece imputate a giustizia, perché citare la giustizia delle opere per distruggere quella della fede, da cui essa è prodotta ed in cui consiste? Vorremmo forse una discendenza di serpenti, in cui i figli distruggono la madre? A questo mirano le parole dei nostri avversari. Non possono negare che la giustificazione per fede è inizio, fondamento, causa, materia, sostanza della giustizia delle opere. Tuttavia, concludono che l'uomo non è giustificato dalla fede, in quanto le buone opere sono imputate a giustizia.

Tralasciamo dunque queste chiacchiere e riconosciamo le cose come veramente sono: se tutta la giustizia che può risiedere nelle nostre opere procede e dipende dalla giustificazione per fede, non solo questa non è per nulla sminuita da quella, ma ne è piuttosto confermata, e la sua potenza appare più vasta. Inoltre è errato pensare che le opere siano a tal punto apprezzate dopo la giustificazione gratuita, da sostituirvisi per giustificare l'uomo, oppure che lo giustifichino a metà con la fede. Se infatti la giustizia della fede non permane sempre nella sua interezza, l'impurità delle opere sarà scoperta ed esse non meriteranno altro che condanna. Non è affatto assurdo dire che l'uomo è giustificato per fede e che non solo diviene giusto nella sua persona, ma che pure le sue opere sono considerate giuste senza averlo meritato.

10. Così facendo non solo ammettiamo che vi è una parte di giustizia nelle opere (come pretendono i nostri avversari ) , ma che esse sono approvate da Dio come se fossero perfette, purché ci ricordiamo su che cosa si fonda la loro giustizia, e questo risolverà ogni difficoltà. L'opera comincia infatti ad essere gradita a Dio, quando egli la riceve perdonando. Ma da dove viene questo perdono, se non dal fatto che Dio guarda attraverso Gesù Cristo le nostre persone e tutto quel che procede da noi? Come ci presentiamo giusti davanti a Dio, dopo esser stati fatti membra di Cristo, in quanto per mezzo della sua innocenza le nostre colpe sono nascoste, così le nostre opere sono considerate giuste, in quanto il peccato che è in loro, ricoperto dalla purezza di Cristo, non ci è imputato.

Possiamo dire a buon diritto che non soltanto l'uomo, ma anche le sue opere sono giustificate per mezzo della sola fede. Se questa giustizia delle opere procede in tutto e per tutto dalla fede e dalla giustificazione gratuita, non dobbiamo servircene per distruggere o per oscurare la grazia da cui dipende, ma dobbiamo piuttosto includervela e riferirvela, come il frutto all'albero.

Così san Paolo, volendo provare che la nostra beatitudine si fonda sulla misericordia di Dio e non sulle nostre opere, sottolinea con vigore quel che dice Davide: "Beati coloro ai quali le iniquità sono perdonate ed i cui peccati sono nascosti. Beato l'uomo al quale il Signore non imputa le sue colpe " (Ro 4.7; Sl. 32.1-2).

Se, al contrario, qualcuno volesse citare una serie di affermazioni che paiono fondare sulle nostre opere la beatitudine, come quando è detto: "Beato l'uomo che teme Dio (Sl. 112.1) , che ha pietà del povero afflitto (Pr 14.21) , che non ha camminato secondo il consiglio degli empi (Sl. 1.1) , che sopporta la tentazione (Gm. 1.12) , che conserva la giustizia ed il retto intendimento (Sl. 106.3). Beati i poveri nello spirito " (Mt. 5.3) , ecc tutto ciò non impedirà che quanto dice san Paolo rimanga vero. Infatti le virtù quivi elencate non sono mai tutte presenti nell'uomo, al punto da poter essere accettate da Dio per loro merito: l'uomo è sempre misero, finché non è liberato dalla sua miseria con la remissione dei peccati.

Se dunque tutte le beatitudini che la Scrittura elenca sono nulle e periscono, al punto che l'uomo non può goderne alcun frutto se non ottiene in primo luogo la beatitudine della remissione dei suoi peccati, la quale dà origine a tutte le altre benedizioni di Dio, ne deriva che una tal beatitudine gratuita non solo è sovrana e primaria, ma unica, a meno che non vogliamo che sia distrutta e abolita dalle benedizioni che traggono origine da lei sola.

Che, nella Scrittura, i credenti siano spesso detti "giusti "non ci deve turbare, né far nascere in noi qualche scrupolo. Ricevono questo titolo a motivo della santità della loro vita. Ma dato che si applicano a seguire la giustizia, più di quanto riescano a compierla, è logico che la giustizia proveniente dalle opere sia, in blocco, sottomessa a quella proveniente dalla fede, sulla quale è fondata e da cui trae la sua essenza.

11. I nostri avversari affermano inoltre che san Giacomo ci contraddice in modo inconfutabile. Infatti insegna che Abramo è stato giustificato dalle opere, e che noi pure siamo giustificati dalle opere e non dalla sola fede (Gm. 2.14).

Vogliono forse contrapporre san Giacomo e san Paolo? Se si considera san Giacomo ministro di Cristo, bisogna valutare la sua affermazione in modo che non contraddica Cristo, il quale ha parlato per bocca di san Paolo. Per bocca di san Paolo lo Spirito Santo afferma che Abramo ha ottenuto la giustizia per mezzo della fede, e non per mezzo delle sue opere, e che bisogna anche che siamo tutti giustificati senza le opere della Legge. Il medesimo Spirito dichiara per mezzo di san Giacomo, che la nostra giustizia consiste nelle opere, e non solo nella fede. È certo che lo Spirito non si contraddice. Quale sarà dunque l'accordo fra queste due affermazioni?

Basta ai nostri avversari poter sradicare la giustizia della fede, che vogliamo radicata nel profondo del cuore. Di dar riposo alle coscienze, non si preoccupano molto. Si vede dunque come si sforzano di scrollare la giustizia della fede, ma senza indicare alcuna regola certa di giustizia, a cui le coscienze si possano riferire. Trionfino dunque finché vogliono, a condizione che non si possano vantare di altra vittoria che di aver tolto ogni certezza di giustizia. Otterranno quella triste vittoria nei punti in cui, avendo spento ogni luce di verità, avranno accecato il mondo con le loro tenebre. Ma ovunque la verità di Dio rimarrà ferma, non avranno alcun vantaggio.

Contesto dunque che dia loro ragione in qualche modo l'affermazione di san Giacomo, che hanno sempre sulle labbra e che costituisce il loro grande scudo. Per eliminare questo ostacolo, dobbiamo anzitutto considerare lo scopo a cui egli tende, poi osservare in che cosa essi si ingannano

Dato che c'erano allora molte persone (questo male si riscontra sempre nella Chiesa), che mostravano la loro infedeltà disprezzando tutto quel che è proprio dei credenti, senza tuttavia cessare di gloriarsi in maniera falsa del titolo di fede, san Giacomo colpisce questa assurda pretesa. Non intende affatto, dunque, diffamare la vera fede, ma dichiarare quanto siano inetti i chiacchieroni, paghi di una vana parvenza di fede, i quali, accontentandosi di tale apparenza, conducono tuttavia una vita dissoluta.

Detto ciò, è ora facile giudicare in che cosa si sbagliano i nostri avversari; danno una interpretazione errata dei due termini "fede "e "giustificare ".

Quando san Giacomo nomina la fede, intende una credenza frivola, ben diversa dalla vera fede; e lo fa con una specie di concessione, come indica fin dall'inizio, con le parole: "A che giova, fratelli, se qualcuno dice di aver fede, ma non ha le opere? " (Gm. 2.14). Non dice: se qualcuno ha la fede senza le opere, ma: se si vanta di averla. Poi, in modo ancora più esplicito, quando definisce ironicamente questa fede peggiore della conoscenza dei diavoli; infine, chiamandola fede "morta ". Si potrà sufficientemente capire quel che intende con la definizione che ne dà: tu credi, dice, che c'è un Dio. Certo, se tutta la tua fede si limita a credere che c'è un Dio, non fa meraviglia che essa non possa giustificare. E non bisogna pensare che ciò esuli dalla fede cristiana, la cui natura è ben diversa. Infatti, in che modo la vera fede giustifica, se non unendoci a Gesù Cristo affinché, essendo fatti uno con lui, godiamo della partecipazione alla sua giustizia? Essa non giustifica dunque perché ha in qualche modo capito la divinità, ma perché fa riposare l'uomo nella certezza della misericordia di Dio.

12. Rimarremo lontani dallo scopo finché non avremo scoperto l'altro errore. Infatti pare che san Giacomo ponga una parte della nostra giustificazione nelle opere. Ma se vogliamo intenderlo conformemente a tutta la Scrittura e a se stesso, è necessario considerare su questo punto il vocabolo "giustificare "in un senso un po' diverso che in san Paolo. Infatti san Paolo si serve del verbo "giustificare "quando, cancellato il ricordo della nostra ingiustizia, siamo considerati giusti. Se san Giacomo si fosse messo in quella prospettiva, avrebbe citato a sproposito la testimonianza di Mosè, che Abramo credette in Dio e ciò gli fu messo in conto di giustizia. Di conseguenza aggiunge che Abramo ottenne giustizia per mezzo delle sue opere, in quanto non aveva esitato ad immolare il suo figlio secondo l'ordine di Dio, e che così si compì la Scrittura che afferma aver egli creduto in Dio, e che ciò gli fu messo in conto di giustizia. Se è assurdo che l'effetto preceda la sua causa, o Mosè in quel punto non dice il vero, affermando che la fede è stata messa ad Abramo in conto di giustizia, oppure non ha meritato la sua giustizia per mezzo dell'obbedienza che ha reso a Dio volendo sacrificare Isacco. Abramo è stato giustificato per la sua fede prima che Ismaele fosse concepito, e questi era già alto, prima della nascita di Isacco. Come diremo dunque che si è acquistato la giustizia per mezzo di un'obbedienza venuta molto più tardi? Perciò, o san Giacomo ha capovolto tutto l'ordine (e non è lecito pensarlo ) oppure, dicendo che è stato giustificato, non ha voluto dire che ha meritato di esser considerato giusto.

Che significa dunque tutto questo? È chiaro che parla della dichiarazione di giustizia dinanzi agli uomini, e non dell'imputazione di giustizia da parte di Dio; come se dicesse: coloro che sono giusti per fede, provano la loro giustizia per mezzo dell'obbedienza e delle buone opere, e non già per mezzo di una nuda ed immaginaria sembianza di fede. Insomma, non chiede con quali mezzi siano giustificati, ma richiede dai credenti una giustizia che si riveli attraverso le opere. E come san Paolo afferma che l'uomo è giustificato senza l'aiuto delle sue opere, così san Giacomo non ammette che colui che si dice giusto sia sprovvisto di buone opere.

 

Questa considerazione ci libererà da ogni scrupolo. Infatti i nostri avversari si ingannano soprattutto pensando che san Giacomo stabilisca qual è il modo di essere giustificato: invece si limita a cercar di abbattere la vana fiducia di coloro che, per scusare la loro indifferenza a compiere il bene, si attribuiscono falsamente il titolo di fede. Perciò, in qualunque modo girino e rigirino le parole di san Giacomo, non potranno trarne che queste due affermazioni: che un vano immaginare di aver la fede non ci giustifica, e che il credente, lungi dall'accontentarsi di una tal fantasticheria, palesa la sua giustizia attraverso le buone opere.

13. Il passo di san Paolo che citano in questo senso, non li aiuta affatto: che cioè saranno giustificati coloro che mettono in pratica la Legge, non coloro che l'ascoltano (Ro 2.13).

Non voglio prendere la scappatoia di sant'Ambrogio, il quale afferma che ciò è detto perché il compimento della Legge è la fede in Cristo. Mi sembra sotterfugio inutile quando la via maestra è aperta. In quel passo, san Paolo fiacca l'orgoglio dei Giudei, che si vantavano di conoscere la Legge senza metterla in pratica. Affinché, dunque, non si compiacciano tanto in una semplice conoscenza, li ammonisce che se cerchiamo nella Legge la nostra giustizia, bisogna osservarla, e non solo conoscerla. Non mettiamo in dubbio che la giustizia della Legge consista in buone opere e non neghiamo che nell'osservanza completa della santità e dell'innocenza risieda una piena giustizia; ma non è ancora provato che siamo giustificati per mezzo delle opere, a meno che non spunti qualcuno che abbia osservato interamente la Legge.

Che san Paolo non abbia voluto intendere altro, è attestato dal procedere della sua dimostrazione.

Dopo aver condannato per ingiustizia sia i Giudei sia i Gentili, indifferentemente, scende nei dettagli, dicendo che coloro che hanno peccato senza la Legge, periranno senza la Legge, e questo riguarda i Gentili; d'altra parte, coloro che hanno peccato avendo la Legge, saranno giudicati in base ad essa, e questo riguarda i Giudei. Orbene poiché costoro, chiudendo gli occhi sulle loro trasgressioni, si gloriano solo della Legge, aggiunge quel che ben si addiceva, che la Legge non era loro data affinché fossero resi giusti solamente ascoltando la sua voce, ma obbedendo ai suoi comandamenti. Come se dicesse: cerchi tu la giustizia nella Legge? Non riferirti soltanto all'udire, che ha in se poca importanza, ma produci opere per mezzo delle quali si possa dimostrare che la Legge non ti è stata data invano. Tutti venivano meno in ciò, di conseguenza erano spogliati dalla gloria cui miravano. Perciò bisogna piuttosto dedurre dall'affermazione di san Paolo un argomento contrario: che se la giustizia della Legge è situata nel compimento delle buone opere, e se nessuno si può vantare di aver soddisfatto la Legge per mezzo delle sue opere, la giustizia della Legge è nulla fra gli uomini.

14. I nostri avversari ci assalgono con citazioni di credenti che offrono coraggiosamente la loro giustizia a Dio perché sia esaminata, e desiderano ricevere un giudizio in base ad essa. Come quando Davide dice: "Giudicami, Signore, secondo la mia giustizia e secondo l'innocenza che è in me " (Sl. 7.9); "Esaudisci, Signore, la mia giustizia; tu hai provato il mio cuore e l'hai visitato di notte, e non hai trovato in me iniquità " (Sl. 17.1-3); "Il Signore mi retribuirà secondo la mia giustizia, e mi ricompenserà secondo la purezza delle mie mani, poiché ho serbato la retta via, e non mi sono allontanato dal mio Dio " (Sl. 18.21); "Giudicami, Signore, poiché ho camminato con innocenza. Non mi sono seduto nelle file dei bugiardi, e non mi sono mescolato con i malvagi. Non perdere dunque la mia anima con gli iniqui " (Sl. 26.1.9). Ho parlato poco fa della fiducia che i credenti sembrano riporre nelle loro opere. I passi che abbiamo qui citati non pongono gravi problemi, se si considerano nel loro contesto, che è duplice. Infatti i credenti non vogliono che sia la loro vita nel suo insieme ad essere esaminata, per essere assolti o condannati in base ad essa, ma presentano a Dio qualche causa particolare perché li giudichi. In secondo luogo, si attribuiscono giustizia non già in confronto alla perfezione di Dio, ma in confronto ai malvagi ed agli iniqui.

Anzitutto, quando si tratta di giustificare l'uomo, non solo è richiesto che egli sia a posto in una situazione particolare, ma che abbia una piena giustizia per tutto il corso della sua vita, cosa che nessuno ha avuto e avrà mai. Nelle preghiere in cui i santi invocano il giudizio di Dio, per provare la loro innocenza, non vogliono vantarsi di essere puri e netti da ogni peccato, e dire che non v'è nulla da rimproverare nella loro vita: ma dopo aver riposto ogni fiducia di salvezza nella bontà di Dio, certi che egli è il protettore dei poveri per vendicare le offese che si fanno loro, e per difenderli quando li si colpisce ingiustamente, gli affidano la loro causa, perché sono afflitti pur essendo innocenti.

D'altra parte, presentandosi con i loro avversari dinanzi al trono di Dio, non si valgono di una innocenza che possa rispondere alla sua purezza, se fosse esaminata secondo il suo rigore; ma sapendo che la loro sincerità, giustizia e semplicità sono piacevoli e gradite a Dio in confronto alla malizia, cattiveria e astuzia dei loro avversari, non esitano ad invocare Dio come giudice fra loro e gli iniqui. In tal modo, quando Davide diceva a Saul: "Che il Signore restituisca ad ognuno secondo la giustizia e verità che troverà in lui " (1 Re 26.23) non intendeva dire che Dio esaminasse ciascuno in se stesso e lo remunerasse in base ai suoi meriti, ma attestava dinanzi a Dio la sua innocenza nei confronti dell'iniquità di Saul. Anche quando san Paolo si gloria, in base alla buona testimonianza della sua coscienza, di aver fatto il suo dovere con semplicità e integrità (2 Co. 1.2; At. 23.1) non intende valersi di questa gloria quando comparirà di fronte al giudizio di Dio; ma, angustiato dalle calunnie dei malvagi, contrappone alla loro maldicenza la sua lealtà ed onestà, che egli sapeva essere note e gradite a Dio. Vediamo infatti quel che afferma altrove: non si sente per nulla colpevole, ma non per questo è giustificato (1 Co. 4.4). Certo, sapeva bene che il giudizio di Dio è ben diverso dalla stima degli uomini.

Perciò, benché i credenti citino Dio come testimone e giudice della loro innocenza contro la cattiveria degli ipocriti, tuttavia quando hanno a che fare con Dio solo, gridano tutti ad una voce: "Signore, se tu prendi in considerazione le iniquità, chi potrà sussistere? " (Sl. 130.3); e ancora: "Signore, non venire in giudizio con i tuoi servitori, poiché nessun vivente sarà giustificato dinanzi a te " (Sl. 143.2). E, diffidando delle loro opere, riconoscono volentieri che la sua bontà val più della vita (Sl. 63.4).

15. Vi sono altri passi, quasi simili, in cui qualcuno potrebbe trovare problemi. Salomone dice che colui che cammina con integrità, è giusto; che nella via della giustizia si troverà la vita, e che non ci sarà morte (Pr 20.7; 12, z8). Per la stessa ragione, Ez.chiele dichiara che colui che si atterrà alla giustizia vivrà per sempre (Ez. 18.9.21; 33.15).

 

Non vogliamo negare né dissimulare né oscurare alcuna di queste cose. Ma si presenti anche una sola persona provvista di una simile integrità! Se non si trova alcun uomo mortale che possa farlo, bisogna che o tutti periscano dinanzi al giudizio di Dio, o che abbiano il loro rifugio nella sua misericordia. Tuttavia non neghiamo che l'integrità dei credenti, per quanto imperfetta e molto criticabile, sia per loro come un passo verso l'immortalità; ma da dove proviene questo, se non dal fatto che quando il Signore ha ricevuto un uomo nell'alleanza della sua grazia, non esamina le sue opere secondo i loro meriti, ma le accoglie con paterna benignità, senza che esse ne siano degne? Con queste parole non vogliamo intendere soltanto quel che insegnano gli Scolastici, cioè che le opere ricevono il loro valore dalla grazia di Dio che le accetta; in tal modo costoro intendono che le opere, altrimenti insufficienti per acquistare la salvezza secondo il patto della Legge, ricevono la loro sufficienza per il fatto che sono apprezzate e accettate da Dio. Dico, al contrario, che tutte le opere, contaminate e da altre trasgressioni e dalle loro macchie, non possono avere alcun valore, se non in quanto il nostro Signore non imputa le macchie da cui sono intaccate, e perdona all'uomo tutte le sue colpe, il che significa dare una giustizia gratuita. E non c'è ragione di valersi qua delle preghiere che fa talvolta san Paolo, in cui desidera per i credenti una così grande perfezione, da essere trovati irreprensibili e senza colpa dinanzi al giudizio del Signore (Ef. 1.4; Fl. 2.15; 1 Ts. 3.13). I Celestini, antichi eretici si valevano di tali affermazioni per provare che l'uomo può raggiungere, nella vita presente, una giustizia perfetta. Rispondiamo con sant'Agostino quel che pensiamo possa bastare, che cioè tutti i credenti devono aspirare a comparire un giorno dinanzi a Dio puri e senza macchia; ma poiché la condizione migliore e più perfetta che riusciamo a raggiungere nella vita presente non è altro che un progredire di giorno in giorno, giungeremo a quello scopo quando, spogliati della nostra carne peccaminosa, aderiremo pienamente al nostro Dio.

Non vorrei sembrare ostinato nel negare che si possa attribuire ai santi il titolo di perfezione, purché la si definisca come sant'Agostino, che scrive nel suo terzo libro a Bonifacio: "Quando definiamo "perfetta "la virtù dei santi, alla perfezione di questa è richiesta la conoscenza dell'imperfezione: cioè che in verità e in umiltà i santi riconoscano quanto sono imperfetti ".

 

 

CAPITOLO 18.

È SBAGLIATO DEDURRE CHE SIAMO GIUSTIFICATI DALLE OPERE PER IL FATTO CHE DIO PROMETTE LORO UNA RICOMPENSA

1. Esponiamo ora i passi in cui è detto che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere (Mt. 16.27) : "Ciascuno riceverà secondo quel che avrà fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male " (2 Co. 5.10); "Gloria e onore a colui che compirà il bene; tribolazione e angoscia per l'anima di colui che fa' il male " (Ro 2.6.9.10); "Coloro che saranno vissuti con rettitudine conosceranno la risurrezione di vita " (Gv. 5.29); "Venite, voi che siete benedetti dal Padre mio: ho avuto fame e mi avete saziato; ho avuto sete, e mi avete dato da bere " (Mt. 25.34.35). A questi passi sarà opportuno collegare anche quelli in cui la vita eterna è detta "ricompensa ". Come quando è detto che la remunerazione sarà data all'uomo secondo l'opera delle sue mani. "Colui che ubbidisce al comandamento di Dio sarà ricompensato " (Pr 12.14; 13.13); "Rallegratevi, poiché la vostra ricompensa è grande nel cielo ", (Mt. 5.12; Lu 6.23); "Ognuno riceverà la ricompensa secondo il suo lavoro " (1 Co. 3.8).

L'affermazione: Dio darà a ciascuno secondo le sue opere, si può spiegare senza gran difficoltà. Infatti questo modo di dire indica l'effetto piuttosto che la causa per cui Dio ricompensa gli uomini. Senza dubbio il nostro Signore si vale di alcuni stadi per compiere la nostra salvezza: dopo averci eletti, ci chiama; dopo averci chiamati, ci giustifica; dopo averci giustificati, ci glorifica (Ro 8.30). Sebbene egli accolga i suoi nella vita per sua sola misericordia, tuttavia, conducendoli ad essa attraverso le buone opere al fine di compiere in loro la sua volontà secondo l'ordine che ha stabilito, non fa meraviglia se è detto che essi sono incoronati secondo le loro opere, con le quali sono preparati a ricevere la corona di immortalità. Per questa stessa ragione è detto che essi compiono la loro salvezza (Fl. 2.12) quando, dandosi alle buone opere, meditano la vita eterna. Così è loro ordinato di adoperarsi per il cibo che non perisce (Gv. 6.27) , quando acquistano vita credendo in Gesù Cristo; ma è subito aggiunto che il Figlio dell'uomo darà loro questo cibo. Ne consegue dunque che il termine lavorare, o operare, non si oppone alla grazia ma implica semplicemente impegno e iniziativa. Non ne deriva che siano autori della loro salvezza o che la loro salvezza proceda dalle buone opere. Non appena, per mezzo della conoscenza dell'evangelo e dell'illuminazione dello Spirito Santo, sono stati chiamati alla comunione di Cristo, la vita eterna è cominciata in loro; in seguito, il Signore porta a termine l'opera che ha iniziata in loro, fino al giorno di Gesù Cristo (Fl. 1.6). L'opera di Dio è compiuta in loro quando si riconoscono come suoi figli non degeneri, i quali riproducono l'immagine del loro Padre celeste in giustizia e santità.

2. Quanto al termine ricompensa, non ci deve indurre a vedere nelle nostre opere la causa della nostra salvezza. Anzitutto, sia chiaro nel nostro cuore che il Regno dei cieli non è un salario per dei servitori, ma un'eredità per dei figli (Ef. 1.5.18) , e di esso goderanno soltanto coloro che Dio ha adottati come suoi figli e ne goderanno solo a motivo di quella adozione. Non il figlio della schiava sarà erede (come è scritto ) , ma il figlio della donna libera (Ga 4.30). Infatti, nei medesimi passi in cui lo Spirito Santo promette la vita eterna come ricompensa delle opere, chiamandola esplicitamente eredità, dice che essa ci proviene da altro. Cristo, chiamando gli eletti di suo Padre a possedere il regno dei cieli, afferma quali sono le opere che vuole in tal modo ricompensare; ma subito aggiunge che essi lo possederanno per diritto di eredità (Mt. 25.34). Anche san Paolo esorta i servitori che compiono fedelmente il loro dovere a sperare ricompensa dal Signore; ma tosto aggiunge che è una ricompensa di eredità (Cl. 3.24). Vediamo come Cristo e i suoi Apostoli esplicitamente riferiscono la beatitudine eterna non alle opere ma all'adozione di Dio.

Perché dunque, dirà qualcuno, menzionano anche le opere? A questa domanda si potrà rispondere con un solo esempio tratto dalla Scrittura. Prima della nascita di Isacco era stato promesso ad Abramo che avrebbe avuto una progenie in cui sarebbero state benedette tutte le nazioni della terra, e che la sua discendenza sarebbe stata simile alle stelle del cielo ed alla sabbia del mare (Ge 15.5; 17.1; 18.10). Molto tempo dopo egli si prepara ad immolare suo figlio Isacco secondo il comandamento di Dio. Dopo aver dimostrato simile obbedienza riceve la promessa: "l'ho giurato per me stesso, dice il Signore, poiché hai fatto ciò e, per compiacermi, non hai risparmiato il tuo unico figlio: io ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e la sabbia del mare; e nella tua progenie saranno benedette tutte le nazioni della terra, perché hai ubbidito alla mia voce " (Ge 22.3.16.18). Che cosa significa questo? Abramo aveva egli meritato, con la sua obbedienza, quella benedizione, che gli era stata promessa prima che gli fosse dato il comandamento? In questo caso vediamo senza possibilità di equivoci che il Signore remunera le opere dei credenti con quei medesimi benefici, che già aveva loro promesso prima che avessero pensato di far qualcosa, e per il tempo in cui egli non aveva alcun motivo di far loro del bene, all'infuori della sua misericordia.

3. Non si tratta né di inganno né di presa in giro, quando dice che ricompensa le opere con quel che aveva dato gratuitamente prima delle opere. Infatti, volendo che meditiamo il compiersi e il godimento delle cose che ha promesse esercitandoci nelle buone opere, e che per mezzo loro noi camminiamo per giungere alla speranza beata che egli ci ha proposto in cielo, è a ragione che e loro assegnato il frutto delle promesse, poiché esse sono come dei mezzi per condurci a quel godimento. L'una e l'altra cosa sono state molto ben espresse dall'apostolo, quando dice che i Colossesi seguivano la carità, per la speranza che era loro posta in cielo, della quale avevano udito parlare dal vero insegnamento dell'evangelo (Cl. 1.4.5). Dicendo che hanno preso coscienza per mezzo dell'evangelo del fatto che l'eredità celeste era loro preparata, dimostra che la speranza di questa è fondata solo in Cristo, non già nelle opere. A questo si accorda quanto dice san Pietro, che siamo messi a parte dalla potenza di Dio per mezzo della fede, per la salvezza che è preparata per essere a suo tempo manifestata (1 Pi. 1.5). Quando dice che pertanto si sforzano di compiere il bene, dimostra che i credenti, per tutto il tempo della loro vita, devono correre per afferrarlo.

Affinché non pensiamo che il salario che il Signore ci promette si debba misurare in base ai meriti, ci propone una parabola nella quale egli si paragona ad un padre di famiglia che manda nella sua vigna tutti coloro che incontra, alcuni nella prima ora del giorno, altri nella seconda, altri nella terza, altri nell'undicesima. Quando giunge la sera, distribuisce a tutti uguale ricompensa (Mt. 20.1). L'esegesi di questa parabola è data molto bene e brevemente nel libro intitolato De vocatione gentium, che si attribuisce a sant'Ambrogio. Trattandosi di un antico Dottore, preferisco servirmi delle sue parole anziché delle mie: "Con questo paragone "dice "il Signore ha voluto dimostrare che la chiamata di tutti i credenti, sebbene ci sia qualche diversità nell'apparenza esteriore, appartiene alla sola sua grazia. Coloro dunque, che dopo aver lavorato soltanto un'ora, sono resi uguali a quelli che hanno lavorato per tutto il giorno rappresentano la condizione di coloro che Dio, per magnificare l'eccellenza della sua grazia, chiama sul finire della loro vita, per remunerarli secondo la sua clemenza, non pagando loro il salano del loro lavoro ma spandendo su loro le ricchezze della sua bontà, così come li ha chiamati senza le loro opere, affinché anche coloro che hanno lavorato a lungo, e non ricevono più degli ultimi, capiscano che ricevono tutto dal dono della sua grazia, e non come ricompensa del loro lavoro ".

C'è anche da notare che in tutti i passi che definiscono la vita eterna come ricompensa delle buone opere, essa non è semplicemente intesa come la comunione che abbiamo con Dio quando egli ci accoglie nel nostro Signor Gesù per farci suoi eredi, ma come il possesso o il godimento della beatitudine che abbiamo nel suo regno; lo implicano anche le parole di Cristo, quando dice: "Nel secolo a venire avrete la vita eterna " (Mr. 10.30) , e: "Venite, possedete il regno " (Mt. 25.34) , ecc. Per questo motivo san Paolo chiama la rivelazione, che avverrà nell'ultimo giorno, "nostra adozione "; e spiega in seguito il termine come redenzione del nostro corpo (Ro 8.18). Del resto, come colui che è lontano da Dio si trova nella morte eterna, così chiunque è ricevuto nella grazia di Dio, per aver comunione ed essere unito a lui, è trasportato dalla morte alla vita; e questo avviene unicamente con la grazia dell'adozione. E se a modo loro si dimostrano ostinati sul termine ricompensa, presenteremo loro sempre all'opposto quel che dice san Pietro, che la vita eterna è la ricompensa della fede (1 Pi. 1.9).

4. Non pensiamo però che lo Spirito Santo, con le promesse precedentemente esposte, voglia apprezzare la dignità delle opere come se esse meritassero qualche ricompensa. Infatti la Scrittura non ci lascia nulla di cui ci possiamo gloriare dinanzi al volto di Dio. Al contrario, essa ha unicamente lo scopo di confondere il nostro orgoglio, umiliarci, abbatterci e annullarci completamente. Ma con le promesse suddette lo Spirito Santo viene incontro alla nostra debolezza, che altrimenti cadrebbe e verrebbe subito meno, se non fosse in tal modo sostenuta e consolata. Anzitutto, ciascuno consideri quanto è duro abbandonare e rinunciare non solo a tutte le cose che ama, ma anche a se stesso. Tuttavia, è la prima lezione che Cristo dà ai suoi discepoli, cioè a tutti i credenti; e per tutto il corso della loro vita li tiene sotto la disciplina della croce, affinché non ripongano il loro cuore nel desiderio o nella sicurezza dei beni terreni. In breve, li tratta in modo tale che, da qualunque lato si volgano, per tutta l'estensione di questo mondo, non vedano che disperazione. Infatti san Paolo dice che siamo i più miserabili fra tutti gli uomini, se speriamo per questa vita soltanto (1 Co. 15.19). Affinché dunque non perdiamo coraggio in simili angosce, il Signore ci assiste e ci invita a levare gli occhi e a guardare più lontano, promettendoci che troveremo in lui la beatitudine che non vediamo in questo mondo. Egli la chiama ricompensa, salario, retribuzione, non già perché valuti il merito delle nostre opere, ma perché vuol significare che è una ricompensa per le miserie, tribolazioni ed obbrobri che sopportiamo sulla terra. Perciò non v'è alcun male se chiamiamo remunerazione, sull'esempio della Scrittura, la vita eterna; in essa il Signore fa passare i suoi servitori dalla fatica al riposo, dall'afflizione alla consolazione, dalla tristezza alla gioia, dalla povertà alla ricchezza, dall'ignominia alla gloria; infine, egli trasforma tutti i mali che essi hanno sopportato in beni maggiori. Parimenti non ci sarà alcun inconveniente nel ritenere che la santità di vita è la via, non già che ci apre la gloria celeste, ma per il cui mezzo Dio conduce i suoi eletti alla manifestazione di quella, visto che gli piace glorificare coloro che ha santificati (Ro 8.30). Purché non immaginiamo alcuna corrispondenza tra il merito e la ricompensa. In questo si ingannano grandemente i Sofisti 2, poiché non considerano il fine che abbiamo esposto. Non è forse una presa in giro, quando Dio ci chiama ad uno scopo, volgere gli occhi da un'altra parte? Nulla è più chiaro del fatto che la ricompensa è promessa alle buone opere, non per gonfiare di gloria il nostro cuore, ma per dar sollievo alla debolezza della nostra carne. Colui dunque che vuol dedurre in tal modo un qualche merito dalle opere, o farne un contrappeso, si allontana dalla meta che Dio propone.

5. Quando la Scrittura afferma che Dio, giusto giudice, darà la corona di giustizia ai suoi servitori (2Ti 4.8) , rispondo con sant'Agostino: "In che modo darebbe la corona come giusto giudice, se dapprima non avesse dato la grazia come padre misericordioso? E come vi sarebbe giustizia, se non preceduta dalla grazia che giustifica l'iniquo? E in che modo potremmo aver diritto a questa corona, se tutto quel che abbiamo non ci fosse stato dato senza esser dovuto? ". Ed aggiungo: Come metterebbe le nostre opere in conto di giustizia, se non nascondesse con la sua indulgenza la loro ingiustizia? Come le riterrebbe degne di ricompensa, se non cancellasse con la sua infinita benignità quel che in esse è degno di castigo? Aggiungo questo alle affermazioni di sant'Agostino, che è solito chiamare "grazia "la vita eterna, per il fatto che ci è largita per i doni gratuiti di Dio e non per le nostre opere. La Scrittura ci umilia ancor più, e tuttavia ci innalza. Oltre a proibirci di gloriarci delle nostre opere, doni gratuiti di Dio, ci fa anche vedere che sono sempre intaccate da impurità, tanto che esse non possono soddisfare né piacere a Dio, se esaminate in base al suo rigore; ma affinché il nostro zelo non si spenga, è detto pure che piacciono a Dio perché egli le sopporta.

Benché sant'Agostino usi un linguaggio un po' diverso dal nostro, concordiamo sul senso e sulla sostanza. Nel terzo libro a Bonifacio, facendo un paragone fra due uomini di cui uno abbia una vita così santa e perfetta da poter essere considerato un angelo, e l'altro abbia sì una vita buona e onesta ma non così perfetta e santa, conclude: "Questo secondo, che per certo pare inferiore all'altro quanto alla sua vita, eccelle maggiormente per la retta fede che ha in Dio, per mezzo della quale vive e in base alla quale si accusa dei suoi peccati; in tutte le sue buone opere loda Dio, attribuendogli ogni gloria e prendendo su di se l'ignominia, ricevendo da lui il perdono dei suoi peccati e la disposizione a compiere il bene; così, al momento di partire da questo mondo, sarà accolto in Paradiso, nella comunione di Cristo. Perché questo, se non per la sua fede? Sebbene essa non salvi l'uomo se rimane staccata dalle opere, in quanto si tratta di una fede viva che opera attraverso la carità, tuttavia essa sola è la causa per cui i peccati sono perdonati. Come dice il Profeta: "Il giusto vive di fede " (Hab 2.4) , e senza quella anche le opere che paiono buone sono convertite in peccato ".

Egli afferma esplicitamente in questo passo quel che dibattiamo e manteniamo al di sopra di ogni cosa: la giustizia delle opere dipende e deriva dall'essere queste accettate da Dio con perdono, cioè in chiave di misericordia, non di giudizio.

6. Altri passi hanno un senso affine a quelli ora spiegati. Quando è detto: "Fatevi degli amici con delle ricchezze ingiuste, affinché quando verrete meno vi accolgano nel Regno di Dio " (Lu 16.9) e: "Insegna ai ricchi di questo mondo a non inorgoglirsi e a non sperare nell'incertezza delle loro ricchezze, ma nel Dio vivente. Esortali a compiere il bene, ad esser ricchi in buone opere e a farsi un buon tesoro per l'avvenire, al fine di afferrare la vita eterna " (1 Ti. 6.17) , vediamo che le buone opere sono paragonate a ricchezze, delle quali goderemo, come è detto, nella beatitudine futura.

Non capiremo mai veramente questi testi, se non riusciremo a concentrare la nostra attenzione sull'intenzione dello Spirito Santo nel pronunciarli. Se è vero ciò che Cristo dice: che il nostro cuore si fissa là dov'è il nostro tesoro (Mt. 6.21) , come i figli del presente secolo faticano adoperandosi interamente ad accumulare le cose che appartengono alla felicità della vita presente, così bisogna che i credenti, consci che questa vita svanirà come un sogno, proiettino là dove dovranno vivere per l'eternità le cose di cui vogliono rettamente godere per sempre. Dobbiamo seguire l'esempio di coloro che si trasferiscono definitivamente da un luogo all'altro. Mandano avanti ogni loro bene e non dispiace loro di esserne privi per qualche tempo, ritenendosi tanto più felici quanto più beni hanno nel luogo in cui devono finire la loro vita. Se crediamo che il cielo è la nostra patria e la nostra casa, conviene trasferirvi le nostre ricchezze piuttosto che trattenerle qui, per abbandonarle quando dovremo andarcene improvvis.mente. Qual è il modo per trasferirvele? Sovvenendo alle necessità dei poveri: tutto quello che daremo loro, il Signore afferma esser stato dato a lui (Mt. 25.40); ne deriva la promessa che chiunque dà ai poveri, presta a Dio con interesse (Pr 19.17); e: "Colui che seminerà con larghezza, mieterà con abbondanza " (2 Co. 9.6). Tutta la carità che facciamo ai nostri fratelli è come messa al sicuro nelle mani di Dio. Egli, guardiano fedele, ci restituirà un giorno il tutto, con interesse molto elevato.

Come, dirà qualcuno, le opere di carità sono forse tenute in tale considerazione presso Dio da essere paragonabili a ricchezze a lui affidate? Perché dovremmo vergognarci di parlare in questo modo, quando la Scrittura lo attesta così esplicitamente? Ma se uno vuole attribuire dignità alle opere, oscurando la benignità di Dio, queste testimonianze non gli saranno di alcun aiuto per confermare il suo errore. Non sapremmo infatti dedurre altro se non che la bontà e l'indulgenza di Dio verso di noi sono eccezionali: per stimolarci ad agire rettamente ci promette che nessuna buona opera da noi compiuta sarà persa, anche se tutte sono indegne non solo di essere ricompensate, ma di essergli gradite.

7. Distorcono ancor più gravemente le parole dell'apostolo il quale, rincuorando i Tessalonicesi nelle loro tribolazioni, afferma che sono loro mandate affinché siano trovati degni del Regno di Dio per il quale soffrono (Il Tessalonicesi 1.5). Infatti, dice, e cosa giusta da parte di Dio il rendere afflizione a coloro che vi affliggono, e a voi il riposo, quando il Signor Gesù sarà rivelato dal cielo. L'autore dell'epistola agli Ebrei dice: "Dio non è così ingiusto da dimenticare l'opera vostra e l'amore da voi mostrato nel suo nome, nel dare con generosità parte dei vostri beni ai suoi fedeli " (Eb. 6.10).

Rispondo al primo passo dicendo che san Paolo non vuole indicare in tal modo alcuna dignità di merito, ma vuol soltanto dire che, come il Padre celeste ci ha scelti per figli, così vuole che siamo resi conformi al suo figlio primogenito (Ro 8.29). Come dunque Cristo ha sofferto prima di entrare nella gloria che gli era destinata, così bisogna che entriamo nel Regno dei cieli attraverso parecchie tribolazioni (Lu 24.26; At. 14.22). Quando sopportiamo afflizioni per amore del nome di Cristo, si imprimono in noi i segni con cui il nostro Signore è solito identificare le pecore del suo gregge. Per questo motivo siamo ritenuti degni del Regno di Dio, perché portiamo nel nostro corpo i segni di Gesù Cristo, caratteristici dei figli di Dio. A questo si riferisce pure l'affermazione che portiamo nel nostro corpo la morte di Cristo, affinché la sua vita sia manifestata in noi, resi simili alle sue sofferenze per giungere parimenti alla risurrezione (Ga 6.17; 2 Co. 4.10; Fl. 3.10). La ragione aggiunta da san Paolo, che è giusto da parte di Dio il dar riposo a coloro che avranno operato, non vuol provare alcuna dignità delle opere ma solo confermare la speranza della salvezza. In altre parole: come si addice al giusto giudizio di Dio il far vendetta sui vostri nemici degli oltraggi e delle molestie che vi avranno arrecato, similmente si addice che egli vi dia requie e riposo dalle vostre miserie.

 

L'altro passo, che ribadisce che le buone opere non devono essere dimenticate da Dio, tanto che Dio parrebbe ingiusto se le dimenticasse, deve essere inteso in questo senso: il Signore, per risvegliare la nostra pigrizia, ci ha dato speranza che tutto quel che faremo per amor del suo nome non andrà perso. Ricordiamoci che tale promessa, come tutte le altre, non ci gioverebbe punto se non fosse preceduta dal patto gratuito su cui riposa ogni certezza della nostra salvezza. Dobbiamo pertanto avere sicura fiducia che la ricompensa per le nostre opere non sarà negata dalla benignità di Dio, sebbene ne siano più che indegne. L'Apostolo dunque, per confermarci in questa attesa, dice che Dio non è ingiusto e mantiene le promesse fatte. Questa giustizia di Dio si riferisce più alla verità della sua promessa che all'equità di renderci quel che ci è dovuto. In questo senso c'è una significativa dichiarazione di sant'Agostino che ha da esser bene impressa nella nostra memoria, poiché questo sant'uomo non ha esitato a ripeterla parecchie volte: "Il Signore è fedele: si è fatto debitore per noi non già prendendo qualcosa da noi, ma promettendoci tutto generosamente ".

8. I nostri farisei citano anche queste affermazioni di san Paolo: "Se avessi tutta la fede del mondo, fino a trasportare le montagne, e mancassi di carità, non sarei nulla ": "Ora queste tre cose durano, fede, speranza e carità; ma la più grande è la carità " (1 Co. 13.2.13); e: "Soprattutto abbiate in voi carità, che è il vincolo della perfezione " (Cl. 3.14).

Quanto alle due prime, si sforzano di provare che siamo giustificati per mezzo della carità piuttosto che per mezzo della fede, perché è una virtù più eccelsa. Ma questo sofisma è facilmente confutabile. Abbiamo già esposto che quanto è detto nella prima di quelle affermazioni, non riguarda per nulla la vera fede; riconosciamo che la seconda si riferisce alla vera fede, a cui egli antepone la carità, non perché più meritoria, ma in quanto è più fruttuosa, si estende più lontano, serve a molti, mantiene sempre il suo vigore, mentre l'uso della fede è solo per un tempo. Se consideriamo l'eccellenza, l'amore di Dio di cui qui san Paolo non tratta avrebbe a buon diritto il primo posto, perché tende soltanto al fine di edificarci reciprocamente in Dio, mediante la carità.

Ma poniamo il caso che la carità sia più eccelsa della fede in tutti i sensi; quale persona di buon senso ne dedurrà che essa ha maggior potere di giustificare? La forza di giustificazione della fede non risiede in una qualche dignità dell'opera, poiché la nostra giustificazione sussiste per la sola misericordia di Dio e per merito di Cristo. Se la fede giustifica è solo per il fatto che afferra la giustizia offertale in Cristo.

Se si chiede ai nostri avversari in che senso danno alla carità la forza di giustificare, risponderanno che, essendo virtù gradita a Dio, la giustizia ci è imputata per merito suo, in quanto è gradita alla bontà divina. Da ciò vediamo come procede bene il loro argomento! Diciamo che la fede giustifica; non che ci procuri giustizia per mezzo della sua dignità, ma perché è uno strumento per mezzo del quale otteniamo gratuitamente la giustizia di Cristo. Essi, tralasciando la misericordia di Dio e non menzionando Cristo in cui si assomma tutta la giustizia, continuano ad affermare che siamo giustificati per mezzo della carità, la quale è più eccelsa. Come se uno dicesse che un re è più adatto di un calzolaio a fare una scarpa, poiché è molto più degno e più nobile. Questo solo argomento è sufficiente per farci capire che tutte le scuole sorboniche non hanno mai inteso il senso della giustificazione per fede.

 

Se qualche litigioso contesta quel che ho detto, affermando che do un altro significato al termine paolino di fede e pretendendo che non v'è motivo di intenderlo qui in modo diverso, rispondo che ho buone ragioni per farlo. Poiché tutti i doni che aveva elencati si riducono alla fede e alla speranza, per il fatto che hanno a che fare con la conoscenza di Dio, facendo un sommario alla fine del capitolo, li comprende tutti sotto questi due termini. Come se dicesse: la profezia, le lingue, il dono di interpretazione e la scienza tendono tutte allo scopo di condurci alla conoscenza di Dio. Non conosciamo Dio, in questa vita mortale, che per mezzo della fede e della speranza. Di conseguenza, quando menziono la fede e la speranza, comprendo tutti questi doni. Questi tre, dunque, durano: fede, speranza e carità; cioè, per quanta varietà di doni ci sia, si riferiscono tutti a questi tre, dei quali la carità è il principale. Riguardo al terzo passo, deducono che se la carità è il vincolo della perfezione, lo è pure della giustizia, che non è altro che perfezione. In primo luogo, tralasciando il fatto che san Paolo definisce perfezione l'unione dei membri di una Chiesa ben ordinata, e che confessiamo essere l'uomo perfetto dinanzi a Dio per mezzo della carità, quale nuova conclusione traggono da questo? Replicherò sempre che non giungiamo mai a quella perfezione se non compiamo la carità. Ne potrò dedurre, poiché ogni uomo è ben lontano dal compiere la carità, che ogni speranza di perfezione gli è tolta.

9. Non intendo star dietro a tutte le testimonianze che quei litigiosi della Sorbona attingono sconsideratamente qua e là alla Scrittura per polemizzare contro di noi. Fanno citazioni così ridicole, che a prenderle in considerazione si diventa sciocchi come loro.

Porrò dunque termine a questo argomento dopo aver spiegato un'affermazione di Cristo che amano moltissimo: la risposta al dottore della Legge. Costui gli aveva chiesto: "Che cos'è necessario alla salvezza? "e Cristo risponde: "Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti " (Mt. 19.17). Che altro vogliamo, dicono, se l'autore della grazia ci ordina lui stesso di acquistare il Regno di Dio con l'osservare i comandamenti?

Come se non fosse noto che Cristo ha sempre adeguato le sue risposte a coloro cui aveva a che fare. In questo passo era stato interrogato da un dottore della Legge sul mezzo per ottenere la beatitudine eterna; non con una domanda generica, ma con le parole: che cosa devono fare gli uomini per giungere alla vita? Sia l'interrogante, sia la domanda inducevano il Signore ad una risposta di quel genere. Quel dottore, gonfio di una falsa opinione sulla giustizia legale, era accecato dalla fiducia nelle sue opere. Inoltre non chiedeva altro, se non quali sono le opere di giustizia per mezzo delle quali si acquista la salvezza. A buon diritto è rimandato alla Legge, in cui abbiamo uno specchio perfetto della giustizia. Anche noi predichiamo ad alta voce e con chiarezza che bisogna osservare i comandamenti, se si cerca la giustizia nelle opere.

È necessario che tutti i cristiani conoscano questo insegnamento, altrimenti come avrebbero il loro rifugio in Cristo, se non sapessero di barcollare in una mortale rovina? E come saprebbero quanto sono lontani dalla via della vita, se non l'avessero conosciuta? Non sono dunque rettamente istruiti ad avere il loro rifugio in Cristo per trovare la salvezza, fintantoché non comprendono quale differenza esiste fra la loro vita e la giustizia di Dio, contenuta nella Legge.

 

Riassumendo: se cerchiamo salvezza nelle nostre opere, dobbiamo osservare i comandamenti che ci istruiscono in una giustizia perfetta. Ma non dobbiamo fermarci qui se non vogliamo venir meno nel corso del cammino, poiché nessuno di noi li sa osservare. Tutti siamo esclusi dalla giustizia della Legge, ci è dunque necessario cercare altrove rifugio e soccorso, cioè nella fede in Cristo. Come il Signor Gesù, in codesto passo, rimanda alla Legge il dottore della Legge gonfio di una vana fiducia nelle sue opere, affinché si riconosca povero peccatore soggetto a condanna, così in un altro passo consola con la promessa della sua grazia gli altri, umiliati da questa presa di coscienza, e li consola senza menzionare la Legge: "Venite a me "dice "voi tutti che siete oppressi e travagliati: io vi darò sollievo e troverete riposo alle vostre anime " (Mt. 11.28.29).

10. Infine, quando i nostri avversari sono stanchi di capovolgere la Scrittura, cercano di sorprenderci con ragionamenti capziosi e con vani sofismi. Cavillano anzitutto sul fatto che la fede è chiamata opera (Gv. 6.29) , e che di conseguenza faccia mo male ad opporla alle opere, come fosse cosa diversa.

Come se la fede, che è obbedienza alla volontà di Dio, ci acquistasse giustizia per suo merito e non piuttosto in quanto, accettando la misericordia di Dio, ci rende certi della giustizia di Cristo offertaci nell'evangelo per gratuita bontà del Padre celeste. Mi perdonino i lettori se non mi attardo a controbattere simili inezie: sono così deboli e frivole che si dileguano da sole.

Ma mi pare opportuno rispondere a una loro obiezione che potrebbe far sorgere problemi nei semplici, avendo qualche parvenza di verità. Se, dicono, le cose opposte sono rette da una stessa legge, e se ogni peccato ci è messo in conto di ingiustizia, conviene che ogni buona opera sia messa in conto di giustizia.

La risposta secondo cui la condanna degli uomini procede dalla solo infedeltà e non dai peccati singoli mi pare insoddisfacente Concedo loro che la fonte e la radice di tutti i mali risiede nel l'incredulità. Si comincia coll'abbandonare e rinnegare Dio, e seguono tutte le trasgressioni della sua volontà. Ma sono costretto a contraddirli quando sembrano mettere su di una stessa bilancia le buone e le cattive opere per valutare la giustizia o l'ingiustizia umana. La giustizia delle opere consiste in una perfetta obbedienza alla Legge. Nessuno può dunque essere giusto per mezzo delle opere se non segue linearmente la legge di Dio per tutta la sua vita. Appena sbaglia su qualche punto, decade nell'ingiustizia. È pertanto evidente che la giustizia non risiede in alcune buone opere, ma nell'osservare interamente e compiutamente la volontà di Dio. Dobbiamo giudicare l'iniquità in tutt'altro modo. Chiunque ha commesso adulterio o rubato, con un solo delitto è colpevole di morte in quanto ha offeso la maestà di Dio. Qui i nostri sofisti si ingannano, non prendendo in considerazione quello che dice san Giacomo: "Colui che ha trasgredito un comandamento è colpevole su tutti, perché Dio che ha proibito di uccidere, ha parimenti proibito di rubare " (Gm. 2.10.2). Non deve dunque sembrare assurdo affermare che la morte è il giusto salario di ogni peccato, visto che tutti sono degni della collera e della vendetta di Dio. Ma sarebbe improprio capovolgere l'argomento: che l'uomo possa cioè acquistare la grazia di Dio con una sola buona opera, mentre per molte colpe provocherà la sua collera.

 

 

CAPITOLO 19.

LA LIBERTÀ CRISTIANA

1. Dobbiamo ora trattare della libertà cristiana, la cui spiegazione non deve essere tralasciata quando ci si propone di riunire in una breve raccolta un sommario dell'insegnamento evangelico. È indispensabile, poiché se non ne hanno conoscenza, le coscienze osano a stento intraprendere qualcosa, e lo fanno con grande dubbio, spesso con esitazione e intoppi, sempre tremando e vacillando. Osserviamo che è un'appendice della giustificazione, e che ci può essere di grande aiuto per capirne la forza. Anzi, tutti quelli che temono Dio capiranno che il frutto di questo insegnamento è inestimabile, anche se coloro che si fanno beffe di Dio e lo scherniscono ne ridono nelle loro celie poiché, inebetiti dalla loro ubriachezza spirituale, si lasciano andare ad ogni enormità. Questo dunque è il luogo opportuno per trattarne.

Pur avendone, in precedenza, talvolta accennato, era tuttavia utile rimandare a questo capitolo l'intero problema, poiché non appena si menziona in qualche modo la libertà cristiana, subito gli uni allentano la briglia alle loro concupiscenze, gli altri sollevano grandi tumulti se non ci si adopera prontamente a frenare tali spiriti ribelli, che travisano le cose migliori a loro presentate. Infatti gli uni, Cl. Pretesto di tale libertà, rifiutano ogni obbedienza a Dio e concedono ogni licenza alla loro carne; gli altri si indignano e non vogliono sentir parlare di tale libertà, cui attribuiscono la causa del rovesciamento di ogni ordine, di ogni pudore e di ogni discernimento delle cose.

Come ce la caveremo, bloccati in questa strettoia? Non sarebbe meglio tralasciare la libertà cristiana, per ovviare a simili pericoli? Ma, come è stato detto, se non si conosce quella libertà, non si conosce rettamente né Gesù Cristo, né la verità dell'evangelo, né la tranquillità interiore. Al contrario, bisogna far in modo che quella dottrina così necessaria non sia messa da parte né sepolta e che tuttavia siano chiarite le assurde obiezioni che possono esserle mosse.

2. La libertà cristiana, a parer mio, consta di tre elementi.

Le coscienze dei credenti, anzitutto, quando è questione di cercare la certezza della loro giustificazione, si innalzano al disopra della Legge, e dimenticano tutta la giustizia che risiede in essa. Poiché (come è stato precedentemente affermato ) , la Legge non lascia nessuno giusto, o dobbiamo essere esclusi dalla speranza di essere giustificati, o dobbiamo esserne liberati, e a tal punto da non aver alcun riguardo alle nostre opere. Infatti chiunque ritiene di dover portare qualche opera per ottenere giustizia, non ne potrebbe determinare né lo scopo né la misura, ma rimarrebbe al di sotto di tutta la Legge. Quando è questione della nostra giustificazione, dobbiamo rinunciare ad ogni pensiero sulla Legge e sulle nostre opere, per abbracciare la sola misericordia di Dio e distogliere il nostro sguardo da noi stessi, per rivolgerlo soltanto a Gesù Cristo. Il problema non è qui di sapere se siamo giusti ma come, essendo ingiusti e indegni, potremo esser reputati giusti. Se le coscienze vogliono averne una qualche certezza non devono dare alcun peso alla Legge. Non bisogna dedurne che la Legge è superflua ai credenti, poiché essa del continuo li ammonisce, li esorta, li stimola al bene; tuttavia essa non ha posto nelle loro coscienze, di fronte al giudizio di Dio. E poiché queste due cose sono molto diverse, dobbiamo distinguerle accuratamente. Tutta la vita dei cristiani deve essere una meditazione e un esercizio alla pietà, in quanto sono chiamati alla santificazione (Ef. 1.4; 1 Ts. 4.3). Il compito della Legge consiste nell'avvertirli di ciò che devono fare, per incitarli a ricercare santità e innocenza. Ma quando le coscienze si chiedono turbate come potranno avere Dio propizio, che cosa dovranno rispondere e da quale fiducia potranno essere sostenute essendo chiamate a comparire dinanzi al giudizio di Dio, non devono fare i conti con la Legge né preoccuparsi di quel che essa richiede, ma devono avere solo Gesù Cristo dinanzi agli occhi come giustizia, poiché egli supera tutta la perfezione della Legge.

3. Tutta l'argomentazione dell'epistola ai Galati consiste in questo. Si può provare facilmente, in base al modo di ragionare di san Paolo, che coloro che affermano che egli combatte unicamente per la libertà dalle cerimonie, sono dei pessimi esegeti; egli infatti dice che Cristo è stato fatto maledizione per noi, per liberarci dalla maledizione della Legge (Ga 3.13). E ancora, ci ammonisce a conservare la libertà, per mezzo della quale Cristo ci ha liberati, e di non tollerare di essere assoggettati al giogo della servitù. "Ecco "afferma "io Paolo, vi dico che se siete circoncisi, Cristo non vi gioverà a nulla "; e: "Colui che si fa circoncidere è debitore di tutta la Legge e Cristo diventa inutile per lui "; e: "Voi tutti che siete giustificati dalla Legge, siete scaduti dalla grazia " (Ga 5.1). Con tali affermazioni, certamente egli ha in mente qualcosa di più importante della libertà dalle cerimonie.

San Paolo affronta indubbiamente la questione delle cerimonie in questi testi, in quanto polemizza contro i falsi apostoli che tramavano d: ricondurre nella Chiesa cristiana le antiche ombre della Legge, abolite alla venuta di Gesù Cristo. Ma per risolvere tale questione, doveva risalire più in alto, cioè alla vera fonte.

Anzitutto, essendo da queste esteriorità giudaiche oscurata la luce dell'evangelo, egli dimostra che abbiamo in Gesù Cristo una piena rivelazione di tutte le cose che erano raffigurate dalle cerimonie della Legge mosaica.

In secondo luogo, poiché i seduttori, con i quali aveva a che fare, nutrivano il popolo con idee nocive, dicendo cioè che era opera meritoria per acquistare la grazia di Dio, il compiere le cerimonie della Legge, insiste anzitutto su questo punto: che gli uomini non possono acquistare giustizia dinanzi a Dio con nessuna opera, e ancor meno con quel cumulo di cose esteriori.

Similmente indica che mediante la morte di Cristo siamo liberati dalla condanna della Legge (Ga 4.5) , la quale altrimenti permane su tutto il genere umano, affinché gli uomini trovino riposo con piena sicurezza soltanto in Cristo. Questo argomento si addice al punto che stiamo trattando. Infine, san Paolo mantiene la libertà delle coscienze affermando che non sono tenute ad osservare cose indifferenti.

4. Il secondo elemento della libertà cristiana, che deriva dal precedente, è questo: essa fa sì che le coscienze non servano alla Legge come costrette da necessità, ma, liberate dalla Legge, ubbidiscano spontaneamente alla volontà di Dio. Finché esse sono del continuo spaventate e terrorizzate, finché sono sottoposte alla Legge, non potranno mai proporsi di ubbidire volontariamente e con cuore sincero alla volontà di Dio, se prima non hanno ottenuto una tal liberazione. Esemplificheremo in maniera più breve e più chiara lo scopo di questa affermazione. Il comandamento della Legge è che amiamo Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima, con tutte le nostre forze (De 6.5). Per compiere questo comandamento, bisogna anzitutto che l'anima sia libera da ogni altro pensiero, che il cuore sia purgato da ogni altro desiderio, che tutte le forze vi siano rivolte. Ora, anche coloro che sono più avanti nella via di Dio, sono molto lontani da questa meta. Infatti, per quanto amino Dio con buona disposizione d'animo e sincerità di cuore, tuttavia una gran parte del loro cuore e della loro mente è ripiena di affetti carnali che impediscono loro di correre a Dio come si addice. Si sforzano sì di andarvi, ma la carne in parte logora le loro forze, in parte le requisisce per se. Che cosa rimarrebbe loro da fare, quando vedono che non sono in grado di osservare compiutamente la Legge? Vogliono, desiderano, si sforzano, ma non raggiungono la perfezione richiesta. Se considerano la Legge, vedono che tutto quel che potrebbero intraprendere è maledetto. E non bisogna che uno si inganni, pensando che la sua opera non è interamente malvagia perché è imperfetta, e che Dio considera accettevole quel che in essa vi è di buono. Infatti la Legge, richiedendo un amore perfetto, condanna ogni imperfezione, a meno che il suo rigore non venga prima moderato. Colui dunque che ha tanta stima della sua opera la consideri bene, e scoprirà che quel che considerava buono in essa, è trasgressione della Legge, in quanto e imperfetto.

5. Ecco in che modo tutte le nostre opere sono legate alla maledizione della Legge, se esse sono valutate secondo il suo criterio. E in che modo le povere anime potrebbero trovare il coraggio di compiere opere per le quali esse non si aspetterebbero altro frutto che maledizione? D'altra parte se, liberate dal rigoroso comandamento della legge, o piuttosto da tutto il suo rigore, esse si vedono chiamate da Dio con paterna dolcezza, allora lo seguiranno laddove egli le vorrà condurre, con cuore gioioso e franco.

Insomma, coloro che sono prigionieri nei lacci della Legge, sono simili ai servi cui il padrone ordina ogni giorno certi compiti; essi penserebbero di non aver fatto nulla e non oserebbero presentarsi dinanzi al padrone se non avessero eseguito perfettamente tutto quel che è stato loro ingiunto. Ma i figli, trattati dal padre con maggior libertà e dolcezza, non temono di presentargli le loro opere fatte male e solo a metà e perfino con qualche difetto, confidando che la loro obbedienza e il loro buon volere gli sarà gradito, ancorché non abbiano compiuto quel che egli voleva. Dobbiamo dunque essere simili ai fanciulli, senza dubitare che il nostro ottimo e buon Padre considera graditi i nostri servizi, per quanto imperfetti e corrotti; e lo conferma attraverso il Profeta: "Perdonerò loro "dice "come il padre ai figli che lo servono " (Ma.3.17) , testo in cui il termine "perdonare "è inteso come sopportare benignamente, passando sopra le colpe, in quanto egli tiene conto anche del servizio.

Questa certezza ci è necessaria, senza di essa lavoreremmo invano in ogni campo. Infatti Dio non ritiene di essere onorato dalle nostre opere, se non sono compiute in suo onore. E come potremmo compierle in suo onore, fra tali timori e dubbi, non sapendo se egli ne è offeso e onorato?

6. È il motivo per cui l'autore dell'epistola agli Ebrei riferisce alla fede tutte le buone opere degli antichi padri, e determina il valore di quelle in base alla fede (Eb. 11.2.17). Abbiamo un testo significativo concernente questa libertà, nell'epistola ai Romani, dove san Paolo conclude che il peccato non ci deve dominare, dato che non siamo più sotto la Legge ma sotto la grazia (Ro 6.12). Infatti esorta i credenti affinché il peccato non regni nel loro corpo mortale, e che non diano le loro membra quali strumenti di iniquità al peccato ma si votino e dedichino a Dio come risuscitati dai morti, e diano le loro membra come strumenti di giustizia a Dio; costoro, però, avrebbero potuto obiettare che portano ancora con se la loro carne piena di concupiscenze e che il peccato abita in loro; annuncia perciò questa consolazione, che deduce dalla libertà dalla Legge: sebbene i credenti non sentano ancora il peccato spento in loro e la piena vita della giustizia, tuttavia non si devono rattristare e perdere d'animo come se Dio fosse adirato con loro per questi residui di peccato, visto che la grazia di Dio li libera dalla Legge, affinché le loro opere non siano più esaminate con quel criterio. Ma coloro che ne deducono che si può ben peccare, dal momento che non siamo più sotto la Legge, possono capire che questa libertà non appartiene loro affatto, poiché il suo fine è di incitarci e indurci al bene.

7. Il terzo aspetto della libertà cristiana consiste nel non farci dinanzi a Dio problemi di coscienza per le cose esteriori, e di per se indifferenti, che possiamo fare o tralasciare, indifferentemente. Anche la conoscenza di tale elemento della libertà ci è molto necessaria. Infatti, se ci viene meno, le nostre coscienze non avranno mai riposo, e saranno senza fine immerse nella superstizione. Molti sono oggi d'avviso che non sia opportuno sollevare una disputa intorno alla libertà di mangiare carne, all'osservanza dei giorni, all'uso dei vestiti e a simili quisquilie, come dicono. Queste cose hanno più importanza di quanto si pensi comunemente. Infatti quando le coscienze vi sono imbrigliate e legate, esse entrano in un labirinto infinito ed in un profondo abisso, da cui non è loro facile, in seguito, uscire. Se qualcuno comincia a chiedersi se gli è lecito servirsi del lino per le lenzuola, le camicie, i fazzoletti, i tovaglioli, poi non saprà più se gli è lecito servirsi della canapa; infine esiterà perfino a servirsi della stoppa. Comincerà a pensare fra se se non gli è possibile mangiare senza tovagliolo e fare a meno dei fazzoletti. Se qualcuno comincia a pensare che un cibo un po' più delicato degli altri non è permesso, finirà per non osare, in coscienza e dinanzi a Dio, mangiare né pane né cibi comuni, in quanto gli si presenterà sempre la domanda se non sarebbe possibile mantenersi in vita con cibi più ordinari. Se si fa scrupolo di bere vino buono, non oserà in seguito bere, con buona pace della sua coscienza, di quello fermentato o alterato all'aria e neanche un'acqua migliore o più chiara delle altre; infine sarà condotto al punto di considerare gran peccato il camminare su un fuscello.

La coscienza non affronta in questo caso un problema di poco conto; il dubbio è se piace a Dio che ci serviamo o non ci serviamo di tali cose: la sua volontà deve infatti precedere tutti i nostri proponimenti e le nostre azioni. Necessariamente gli uni saranno gettati per disperazione in un vortice che li inabissa; gli altri, dopo aver respinto e cacciato ogni timor di Dio, vanno verso la rovina, poiché non vedono la via. Tutti coloro che sono tormentati da tali dubbi, dovunque si volgano, hanno sempre dinanzi a se uno scandalo di coscienza.

8. So bene, dice san Paolo, che non c'è nulla di impuro se non per colui che ritiene impura una cosa, la quale per lui è impura (Ro 14.14). Con queste parole, egli sottomette tutte le cose esteriori alla nostra libertà, purché ne abbiamo piena coscienza di fronte a Dio. Se qualche superstizione però ci causa scrupolo, le cose che erano pure di per se, diventano per noi impure. Perciò, poco oltre dice: "Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva; ma colui che si fa scrupolo per una cosa, se la fa contro la sua convinzione, è condannato in quanto non la fa con fede; tutto quel che non proviene da fede è peccato " (Ro 14.22.23).

 

Coloro che, preoccupati da simili interrogativi, vogliono tuttavia mostrarsi arditi e coraggiosi, osando tutte queste cose contro le loro coscienze, non si allontanano in tal modo da Dio? D'altra parte, coloro che sono toccati più da vicino dal timor di Dio, se costretti a fare molte cose contro la loro coscienza, sono spaventati da molti scrupoli e finiscono per venir meno. Tutti coloro che si servono delle cose o con molto ardimento, contro la loro coscienza, o con timore e confusione, non ricevono affatto i doni di Dio con azioni di grazia; queste sole, come attesta san Paolo, santificano quei doni per il nostro uso (1 Ti. 4.4.5). Intendo parlare di una azione di grazia procedente da un cuore che riconosce la bontà e la generosità di Dio nei suoi doni. Infatti molti di loro capiscono bene che le cose, di cui si servono, sono beni di Dio, e lodano Dio nelle sue opere, ma se non ritengono che esse siano loro date da Dio, in che modo gli renderebbero grazie come al loro benefattore?

Vediamo insomma a che scopo tende questa libertà: a che possiamo, senza scrupolo di coscienza o turbamento di spirito, rivolgere i doni di Dio all'uso per cui ci sono stati dati, e che le nostre anime possano, con tale fiducia, avere pace e riposo con Dio e riconoscere la sua generosità verso di noi. Questo include tutte le cerimonie la cui osservanza è libera, onde le coscienze non siano vincolate ad osservarle per necessità, ma sappiano che il loro uso è sottoposto al loro discernimento, in base a quel che è opportuno per l'edificazione.

9. Bisogna notare attentamente che la libertà cristiana in tutte le sue parti è qualcosa di spirituale, la cui forza consiste interamente nel pacificare con Dio le coscienze dubbiose, sia che si tormentino dubitando della remissione dei loro peccati, sia che provino ansia e timore, chiedendosi se le loro opere imperfette e contaminate dalle macchie della carne sono gradite a Dio, sia che si sentano perplesse circa l'uso delle cose indifferenti. Inoltre, è fraintesa da coloro che o se ne vogliono valere per giustificare le cupidigie della loro carne onde abusare a loro piacimento dei doni di Dio, o pensano di non averla se non la usurpano davanti agli uomini non avendo, nell'uso che ne fanno, alcun riguardo per la debolezza dei loro fratelli.

Nel primo caso, si commettono oggi grandi sbagli; infatti pochi sono coloro che, avendo di che vivere in modo sontuoso, non prendano piacere in banchetti, in vestiti, in edifici di aspetto grandioso e di lusso smodato, rallegrandosi di essere, per questo, oggetto di considerazione fra la gente, e trovandosi a loro agio nella magnificenza. E tutto ciò viene ammesso e scusato Cl. Pretesto della libertà cristiana. Dicono che sono cose indifferenti, e lo ammetto, per coloro che se ne servono con indifferenza; ma quando sono ricercate con avidità, messe in mostra con ostentazione e orgoglio, utilizzate in modo disordinato, sono contaminate da tali peccati.

Le parole di san Paolo che definiscono molto bene le cose indifferenti suonano così: "Tutto è puro per quelli che son puri; ma per i contaminati ed increduli nulla è puro, poiché le loro coscienze e le loro menti sono contaminate " (Tt 1.15). Perciò sono maledetti i ricchi, in quanto trovano ora la loro consolazione, sono sazii, ridono, dormono in letti d'avorio, uniscono beni a beni, rallegrano i loro banchetti con arpe, liuti, tamburi e vino (Lu 6.24; Am 6.1.6; Is. 5.8). Certo l'avorio, l'oro e le ricchezze sono cose buone, create da Dio, non solo permesse ma perfino destinate ad essere usate dagli uomini; inoltre, in nessuno luogo è proibito ridere, o saziarsi, o acquistare nuovi beni, o dilettarsi con strumenti musicali, o bere vino. Questo è vero; ma quando qualcuno possiede abbondanza di beni, se si seppellisce nelle delizie, se inebria la sua mente ed il suo cuore nei piaceri che ha dinanzi e ne cerca di sempre nuovi, si allontana decisamente dall'uso santo e legittimo dei doni di Dio.

Tolgano dunque di mezzo la loro malvagia cupidigia, il superfluo che suona oltraggio, la loro vana pompa e arroganza, per usare dei doni di Dio con una coscienza pura. Quando avranno ridotto i loro cuori ad una tal sobrietà, avranno la regola del retto uso. Se questa misura vien meno, anche i piaceri più comuni e di poco conto oltrepasseranno il limite. Infatti è vero il detto che sotto una stoffa grigia o ruvida batte spesso un cuore di porpora e, d'altra parte, sotto la seta e il velluto è talvolta nascosto un cuore umile.

Pertanto ciascuno viva nella sua condizione: in povertà, mediocrità o ricchezza; in modo tale, tuttavia, che tutti riconoscano di essere nutriti da Dio per vivere, non per rimpinzarsi di piaceri; e capiscano che la legge della libertà cristiana consiste in questo, se hanno imparato, con san Paolo, ad accontentarsi di quel che è loro offerto e sanno sopportare umiliazioni ed onori, fame e abbondanza, povertà ed opulenza (Fl. 4.12).

10. Il secondo sbaglio, di cui abbiamo già parlato, è frequente in molti: come se la loro libertà non fosse integra e totale qualora non avesse gli uomini a testimoni, costoro la usano senza prudenza né discernimento; e con questo uso sconsiderato, offendono spesso i loro fratelli più deboli.

Se ne vedono oggi taluni che pensano di non tutelare abbastanza la loro libertà se non ne prendono possesso mangiando carne il venerdì. Non li rimprovero perché mangiano carne: ma bisogna cacciare dal nostro spirito la falsa opinione che non si ha libertà se non la si sbandiera a ragione e a torto. Dobbiamo infatti considerare che con la nostra libertà non acquistiamo nulla dinanzi agli uomini, ma verso Dio, e che essa consiste tanto nell'astenersi quanto nel far uso di qualcosa. Se qualcuno possiede questo vero discernimento, gli è indifferente, di fronte a Dio, mangiare carne o uova, essere vestito di rosso o di nero. Ormai la coscienza è liberata, essa a cui era dovuto il frutto di quella libertà. Quand'anche si astenesse dal mangiare carne per tutto il resto della sua vita, e usasse un unico colore nei suoi vestiti, non per questo sarebbe meno libero. Ed è libero anche nel fatto che se ne astiene con libera coscienza. Ma il tipo di persone di cui abbiamo parlato, sbaglia pericolosamente in quanto non tiene conto della debolezza del fratello, che deve essere da noi tutelata al punto che dobbiamo evitare di compiere con leggerezza qualcosa di cui si possa scandalizzare.

Ma qualcuno dirà che è opportuno talvolta dimostrare agli uomini la nostra libertà. Riconosco anche questa esigenza: ma bisogna mantenersi con cautela nella giusta misura, senza dimenticare di aver cura dei deboli, che il nostro Signore ci ha raccomandati in modo particolare.

2. Diciamo dunque ora qualcosa riguardo agli scandali: come si possono discernere, quelli che si devono evitare e quelli che si possono trascurare, affinché ciascuno sappia decidere di quale tipo di libertà si può valere dinanzi agli uomini.

 

Dobbiamo dunque tener presente la distinzione abituale, la quale parla di un dare scandalo e di un scandalizzarsi, visto che questa distinzione ha una testimonianza evidente nella Scrittura e ne esprime assai bene il contenuto.

Se taluno dunque, per leggerezza irresponsabile o per temerità indiscreta fa, in tempo e luogo inopportuno, qualcosa che scandalizzi gli ignoranti e i deboli, si potrà dire che ha dato scandalo, in quanto, per colpa sua, tale scandalo è stato sollevato. In genere si può dire che si dà scandalo per qualcosa quando la colpa proviene da colui che compie quella tal cosa.

Si parlerà di scandalizzarsi quando una cosa, che non era compiuta né con intemperanza né con indiscrezione, viene tuttavia considerata, dalla cattiveria e dalla malvagità degli altri, occasione di scandalo. In questo caso lo scandalo non era dato, ma i malvagi lo vedono senza motivo.

Il primo genere di scandali offende soltanto i deboli; il secondo, coloro che Cl. Loro rigore e il loro pessimismo hanno continuamente motivo di criticare e rimproverare. Perciò definiremo il primo: scandalo dei deboli; l'altro: scandalo dei farisei, e avremo cura di temperare e di mediare l'uso della nostra libertà in modo da aver riguardo all'ignoranza dei nostri fratelli più deboli ma non al rigore dei farisei.

San Paolo sottolinea esplicitamente, in vari passi, quanto riguardo dobbiamo avere per i deboli: "Accogliete "dice "i deboli nella fede": "Non giudichiamoci più l'un l'altro, ma cerchiamo piuttosto di non offendere e di non essere occasione di caduta per i nostri fratelli " (Ro 14.1.13) , e varie altre parole che tendono al medesimo fine, e che val meglio leggere direttamente nel testo che riportare qui. Il loro succo è che noi, che siamo forti, dobbiamo aver pazienza con i deboli e non compiacere a noi stessi, ma compiacere al prossimo, nel bene, a scopo di edificazione (Ro 15.1.2). In un altro passo, ribadisce: "Guardatevi dal trasformare la vostra libertà in offesa per coloro che sono deboli " (1 Co. 8.9); "Mangiate di tutto quel che si vende in macelleria, senza scrupoli di coscienza: ma lo dico per la vostra coscienza, non per quella degli altri; insomma, comportatevi in modo tale da non causare scandalo né ai Greci, né ai Giudei, né alla Chiesa di Dio " (1 Co. 10.25.32). E in un altro passo: "Siete chiamati a libertà, fratelli; non affidate la vostra libertà alla carne ed ai suoi desideri, ma servite l'uno all'altro per mezzo dell'amore " (Ga 5.13).

La questione si pone in questi termini: la nostra libertà non ci è data contro il nostro prossimo che è debole, a cui la carità ci sottomette e di cui ci rende servitori in tutto e per tutto, ma ci è data affinché, avendo pace con Dio nelle nostre coscienze, viviamo nella pace anche con gli uomini.

Per quanto riguarda l'offendere i farisei, le parole del nostro Signore ci indicano quale atteggiamento dobbiamo assumere: egli ci dice di trascurarli e non tenerne conto, poiché sono ciechi e guidano dei ciechi (Mt. 15.14). I discepoli lo avevano avvertito che quelli si erano scandalizzati del suo insegnamento: egli risponde che bisogna trascurarli, senza dar peso al fatto che si sono scandalizzati.

12. La questione presenta, tuttavia, degli aspetti ancora dubbi se non abbiamo chiaro chi dev'essere considerato debole e chi fariseo; senza questa distinzione non vedo come potremmo usare della nostra libertà in mezzo agli scandali, dato che l'uso di essa sarebbe sempre molto pericoloso.

Mi pare che san Paolo determini con chiarezza, sia con l'insegnamento sia con l'esempio, in qual misura dobbiamo moderare la nostra libertà o seguirla a rischio di scandalizzare. Prendendo con se Timoteo, lo circoncise, ma non acconsentì mai a circoncidere Tito (At. 16.3; Ga 2.3). Questo perché le situazioni erano diverse, non perché ci sia stato mutamento di posizione o di volere. Nella circoncisione di Timoteo, san Paolo, benché libero da ogni cosa, si è fatto servo di tutti: si è fatto giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che erano sotto la Legge si è comportato come se fosse sotto la Legge, per guadagnare coloro che sono sotto la Legge; con i deboli si è fatto debole per guadagnare i deboli; si è fatto tutto a tutti per salvarne molti (1 Co. 9.19.22) , come egli stesso ha scritto. Valido esempio di qual sia il limite della nostra libertà: quando, cioè ce ne possiamo indifferentemente astenere, con qualche risultato.

Al contrario, san Paolo dichiara in questi termini qual era il suo fine nel rifiutare costantemente di circoncidere Tito: "Anche Tito che era con me, benché greco, non fu costretto ad essere circonciso, a causa di taluni falsi fratelli introdottisi fra noi per spiare la libertà che abbiamo in Gesù Cristo, Cl. Fine di ridurci in servitù. Noi non abbiamo ceduto loro neanche un istante, né ci siamo loro sottomessi, affinché la verità dell'evangelo rimanesse ferma fra noi " (Ga 2.3.5). È: anche sottolineata qui la necessità di conservare la nostra libertà, qualora essa venga scossa nelle coscienze deboli dagli iniqui comandamenti di falsi apostoli.

In ogni caso dobbiamo servire alla carità, e aver riguardo all'edificazione del nostro prossimo. "Ogni cosa mi è lecita "dice san Paolo in un altro passo "ma non tutte sono opportune. Ogni cosa mi è lecita, ma non tutte edificano. Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma il bene del suo prossimo " (1 Co. 10.23.24). Nulla è più chiaro né più certo di questa regola: dobbiamo usare la nostra libertà se questa giova all'edificazione del nostro prossimo, ce ne dobbiamo astenere se essa non gli giova.

Taluni fingono di seguire la prudenza di san Paolo astenendosi dall'usare la loro libertà, senza cercare affatto, per mezzo di essa, di giovare alla carità. Per soddisfare il loro riposo e la loro quiete desiderano che ogni menzione di libertà sia sepolta, benché talvolta il servirsene sia permesso e necessario, ad edificazione del nostro prossimo, quanto il limitarla, per il loro bene. Il cristiano deve considerare che Dio gli ha assoggettato tutte le cose esteriori, affinché sia tanto più libero nel compiere quanto ha attinenza con l'amore del prossimo.

13. Tutto ciò che ho insegnato per evitare gli scandali si deve riferire alle cose indifferenti, a quelle cioè che non sono in se né buone né cattive. Quelle che sono necessarie non devono infatti essere tralasciate per timore di qualche scandalo; come la nostra libertà deve essere regolata e sottomessa all'amore per il nostro prossimo, così l'amore deve essere assoggettato alla purezza della fede. È vero che bisogna qui avere particolare riguardo alla carità, ma sempre in modo tale che non si offenda Dio per amore del nostro prossimo.

Non approvo l'intemperanza di coloro che agiscono solo per mezzo di tumulti, e preferiscono strappare violentemente piuttosto che scucire; ma d'altra parte non accetto il punto di vista di coloro che inducono gli altri, Cl. Loro modo di fare, a bestemmiare, dicendo che è necessario far così per non essere di scandalo al prossimo. In tal modo, edificano male le coscienze dei loro simili, soprattutto quando indugiano sempre nello stesso fango, senza far nulla per uscirne. Se è questione di istruire i loro simili con l'insegnamento o con un esempio di vita, dicono che bisogna nutrirli a base di latte, e così facendo li mantengono in convincimenti malvagi e nocivi. San Paolo afferma chiaramente di aver nutrito di latte i Corinzi (1 Co. 3.2); ma se la messa papale fosse stata in uso a quei tempi, avrebbe continuato a sacrificare per dar loro a bere del latte? No, di certo, perché il latte non è veleno. Mentono, dunque, fingendo di nutrire gente che mettono invece crudelmente a morte, sotto l'apparenza di una tal dolcezza. E se anche concedessimo loro che una tal finzione è utile per un certo tempo, fino a quando continueranno ad abbeverare i loro figli di un medesimo latte? Infatti se non crescono mai fino al punto di sopportare un po' di cibo leggero, è chiaro che non sono mai stati nutriti con latte buono.

Due sono le ragioni che mi impediscono ora di combattere per davvero contro tali persone. L'una, che le loro sciocchezze non sono degne di essere respinte, poiché non hanno né gusto né sapore; l'altra, che ho trattato questo argomento in appositi scritti, e non voglio ripetermi. Ma i lettori abbiano per certo questo punto: per quanto il diavolo e il mondo si sforzino con scandali o tramino per distoglierci da quel che Dio ordina o per ritardarci, onde non seguiamo la legge della sua parola, dobbiamo smascherare il tutto, per proseguire agilmente il nostro corso. Inoltre, per quanti pericoli ci minaccino, dobbiamo sentirci liberi di non allontanarci minimamente dall'autorità di Dio, e di non considerare lecito iniziare qualcosa senza che Dio lo permetta, qualunque pretesto scegliamo.

14. Ma poiché le coscienze dei credenti, per il privilegio della libertà che ricevono da Gesù Cristo, sono liberate dai legami e dalla necessaria osservanza delle cose che il Signore ha voluto fossero indifferenti per loro, concludiamo che esse sono affrancate e libere dall'autorità di ogni uomo. Non è opportuno, infatti, o che la lode che Gesù Cristo merita di ricevere per un tale beneficio sia oscurata, o che il risultato ne sia perduto per le coscienze. E non deve essere ritenuta cosa di poca importanza, poiché vediamo che è costata tanto a Gesù Cristo e non è stata acquistata né con oro né con argento, ma Cl. Suo proprio sangue (1 Pi. 1.18). Infatti san Paolo non esita a dire che la morte di Cristo ci diventa inutile se ci sottomettiamo all'autorità degli uomini. Egli non tratta di altro in alcuni capitoli della lettera ai Galati, se non che Cristo è sepolto per noi, anzi annullato, se le nostre coscienze non mantengono fermamente la loro libertà: che certo perderebbero se le si potesse, a piacimento degli uomini, vincolare con leggi e decreti (Ga 5.1.4).

È una verità che merita di esser conosciuta; e perciò richiede una trattazione più ampia. Non appena infatti si parla oggi di gran vociare parte ad opera di sediziosi, parte ad opera di calunniatori, quasi fosse rifiutata e capovolta ogni obbedienza agli uomini.

15. Per rimediare dunque a questo inconveniente, dobbiamo notare che vi sono nell'attività dell'uomo due piani. Uno spirituale, in cui la coscienza è istruita e edotta intorno alle cose di Dio e a quelle attinenti alla pietà; l'altro politico o civile, in cui l'uomo è reso consapevole dei doveri di umanità e civiltà che bisogna mantenere fra gli uomini. Comunemente si parla di giurisdizione spirituale e giurisdizione temporale, termini abbastanza propri con i quali si indica che il primo tipo di governo concerne la vita dell'anima, e il secondo serve per questa vita, non soltanto in vista di nutrire o vestire gli uomini, ma di stabilire alcune leggi, mediante le quali gli uomini possano vivere onestamente e giustamente fra loro. Il primo infatti ha sede nell'interiorità dell'anima; il secondo deve formare e guidare i costumi esteriori. I lettori mi autorizzino dunque a chiamare l'uno regno spirituale e l'altro regno civile o politico.

Avendoli distinti, occorre considerarli indipendentemente, senza confonderli fra loro. Vi sono come due mondi nell'uomo, che possono essere governati da diversi sovrani e da diverse leggi. Questa distinzione ci deve avvertire che quanto l'Evangelo insegna riguardo alla libertà spirituale non deve riferirsi, contro diritto e ragione, al regime terreno, come se i cristiani non dovessero esser soggetti a leggi umane, per il fatto che le loro coscienze sono libere davanti a Dio, o come se fossero esenti da ogni obbedienza secondo la carne perché sono affrancati dallo Spirito.

Anzi, poiché giudicando le leggi che sembrano concernere il regime spirituale ci si può ingannare, è necessario discernere anche fra queste, per sapere quali debbano essere considerate legittime, perché conformi alla parola di Dio, e quali debbano essere respinte.

In merito al regime terreno, ci riserviamo di trattarne in altra sede. Mi dispenso altresì di parlare ora delle leggi ecclesiastiche, perché sarà meglio farlo nel quarto libro, dove si parlerà della potenza della Chiesa. Si consideri dunque concluso questo argomento.

Non ci sarebbe alcuna difficoltà, come ho già detto, se non che parecchi fanno confusione, non discernendo bene fra governo e coscienza, fra giurisdizione esterna, civile e giudizio spirituale, che ha la sua sede nella coscienza. C'è un testo di san Paolo che costituisce la difficoltà maggiore: quando cioè dice che bisogna ubbidire ai magistrati non solo per timore di punizione, ma anche per motivo di coscienza (Ro 13.1.5). Ne consegue che la coscienza è soggetta alle leggi politiche. Se così fosse, tutto quanto abbiamo detto sopra, e diremo in seguito circa il regime spirituale, cadrebbe.

Per sciogliere questo scrupolo, è utile in primo luogo sapere che cos'è la coscienza, e l'etimologia del termine ci può dare qualche indicazione. Infatti, come diciamo che gli uomini sanno quel che il loro spirito ha inteso, e da ciò deriva il termine scienza, così, quando hanno un sentimento del giudizio di Dio, che è per loro come un secondo testimone, che non accetta di seppellire le loro colpe ma le presenta dinanzi al tribunale del sommo giudice e ve le tiene come inchiodate, tale sentimento è detto coscienza. È una cosa intermedia fra Dio e gli uomini, in quanto gli uomini, avendo tale sentimento impresso nel cuore, non possono cancellare mediante l'oblio la conoscenza che hanno del bene e del male, ma quando hanno recato offesa sono perseguiti finché riconoscono la loro colpa. Ed a questo pensa san Paolo, dicendo che la coscienza attesta agli uomini quando i loro pensieri li accusano o assolvono di fronte al giudizio di Dio (Ro 2.15). Una semplice conoscenza potrebbe essere soffocata in un uomo; perciò il sentimento che attira l'uomo al tribunale di Dio è simile ad una guardia datagli per sorvegliarlo e spiarlo, e per scoprire quanto egli nasconderebbe volentieri, se potesse. Ecco da dove è nato l'antico proverbio che la coscienza equivale a mille testimoni. Con un ragionamento simile, san Pietro considera la risposta di una buona coscienza fonte di riposo e di tranquillità di spirito, quando l'uomo credente, fondandosi sulla grazia di Cristo, si presenta liberamente davanti a Dio (1 Pi. 3.21). E l'Apostolo, nella lettera agli Ebrei, dicendo che i credenti non hanno più coscienza di peccato, intende dire che ne sono liberati e assolti, tanto da non sentire più il rimorso che li redarguisce (Eb. 10.2).

 

16. Pertanto, come le opere si rivolgono agli uomini, così la coscienza ha Dio per meta, cosicché una buona coscienza non è se non una integrità interiore del cuore. A questo proposito san Paolo dice che il compimento della Legge consiste in carità, coscienza pura, fede non finta (1 Ti. 1.5). In un altro passo, mostra in che cosa differisce dal semplice sapere, dicendo che alcuni sono scaduti dalla fede perché s'erano allontanati dalla buona coscienza (1 Ti. 1.19). Con tali parole egli intende che l'onorare Dio è un sentimento profondo, ed il vivere puramente e santamente è zelo autentico.

Talvolta il termine coscienza si riferisce a ciò che concer