LIBRO SECONDO

 

CAPITOLO I

PER LA CADUTA E LA RIVOLTA DI ADAMO, TUTTO IL GENERE UMANO È STATO ASSERVITO ALLA MALEDIZIONE ED È DECADUTO DALLA PROPRIA ORIGINE; IL PROBLEMA DEL PECCATO ORIGINALE

 

1. Con ragione l'antico proverbio ha sempre tanto raccomandato all'uomo la conoscenza di se stesso. Se consideriamo vergognoso l'ignorare quanto concerne la vita umana, ancora più colpevole è la cattiva conoscenza di noi stessi. A causa di essa ci lasciamo guidare nelle cose necessarie da opinioni qualsiasi, ci inganniamo miseramente e rimaniamo del tutto accecati. Data la serietà di questo ammonimento dobbiamo dunque guardarci diligentemente dall'intenderlo male come è accaduto ad alcuni filosofi. Ammonendo infatti l'uomo a conoscere se stesso, lo inducono, nello stesso tempo, a considerare la sua dignità e la sua eccellenza e gli mostrano solo ciò che gli fornisce lo spunto per elevarsi in vana fiducia e per gonfiarsi di orgoglio.

Ora la conoscenza di noi stessi consiste, in primo luogo, nel considerare quanto abbiamo ricevuto nella creazione, come Dio si mostri generoso nel mantenere a sua buona volontà nei nostri riguardi, allo scopo di prendere in questo modo coscienza dell'eccellenza della nostra natura, qualora si fosse mantenuta ella sua integrità, e anche di pensare che non abbiamo nulla di ostro ma riceviamo gratuitamente tutto quello che Dio ci ha largito e dunque dipendiamo sempre da lui.

In secondo luogo deve apparire chiara la nostra misera condizione, sopravvenuta per la caduta di Adamo; e questo sentimento abbatta in noi ogni gloria e presunzione e ci umili schiacciandoci di vergogna. Dato che Dio ci ha formati fin dal principio a sua immagine (Ge. 1.27) per indirizzare il nostro spirito alla virtù e ad ogni bene, anzi alla meditazione della vita celeste, ci è utile conoscere che siamo dotati di ragione e intelligenza per tendere allo scopo propostoci della beata immortalità, preparataci dal cielo; onde la nobiltà di cui Dio ci ha rivestiti non sia annullata dalla nostra disattenzione e dalla nostra insensibilità.

Del resto non possiamo prendere coscienza di questa dignità primiera senza essere, d'altra parte, costretti a constatare il triste spettacolo della nostra deformità e miseria, decaduti come siamo dalla nostra origine nella persona di Adamo; da questa visione nasce l'odio e l'insoddisfazione di noi stessi, unito ad una autentica umiltà; e parimenti 5i accende un desiderio nuovo di cercare Dio per ritrovare in lui tutti i beni che abbiamo visto mancarci completamente.

2. Questo la verità di Dio ci ordina di cercare, esaminando noi stessi: una conoscenza che ci trattenga da ogni presunzione della nostra propria forza e ci spogli di ogni motivo di gloria per condurci all umiltà. Dobbiamo seguire questa norma se vogliamo raggiungere il fine di ben sentire e ben operare. So che è molto più gradevole per l'uomo essere condotto a riconoscere i propri motivi di compiacimento, di vanto, di lode, piuttosto che prendere coscienza della propria miseria e povertà con l'obbrobrio che deve coprirlo di vergogna. Non vi è nulla che lo spirito umano desideri maggiormente che essere lodato con parole zuccherate e blandizie. Di conseguenza quando sente lodare i suoi beni, è subito incline a credere tutto quello che si dice a suo favore. Non c'è da meravigliarsi che quasi tutti abbiano errato a questo proposito. Mossi da questo amore di se stessi, disordinato e cieco, gli uomini si convincono volentieri di non avere in se nulla che sia meritevole di disprezzo. Così, anche senza bisogno di incoraggiamenti esterni, accettano l'opinione vana che l'uomo è sufficiente a se stesso per vivere bene e felicemente. Quelli che vogliono essere più modesti concedono qualche cosa a Dio per non sembrare attribuire tutto a se stessi, ma fanno la spartizione in modo tale che la parte principale di gloria e di presunzione rimanga loro. L'uomo è talmente incline a blandire se stesso che nulla gli è più piacevole del veder solleticato il suo orgoglio da vani allettamenti. Di conseguenza chi ha più esaltato la eccellenza della natura umana, è stato sempre accolto con più favore.

Tuttavia questa dottrina (che insegna all'uomo ad aver fiducia in se stesso) non fa che ingannarlo, e ingannarlo in modo tale da condurre in rovina chiunque vi presta fede. Che vantaggio abbiamo a concepire una vana fiducia nella possibilità di deliberare, ordinare, tentare ed intraprendere quanto ci sembra essere buono, se poi siamo carenti sia nella retta intelligenza che nella capacità di realizzare? Essere viziati dall'origine, ripeto, e tuttavia perseverare, ostinatamente, fin quando sia tutto confuso. D'altronde non può avvenire altrimenti a quanti confidano di potere qualcosa con le proprie forze. Se qualcuno dunque ascolta questi dottori che ci distraggono, facendoci prendere in considerazione la nostra giustizia e la nostra capacità, non trarrà alcun vantaggio dalla conoscenza di se ma si estasierà in questa ignoranza perniciosissima.

3. Sebbene la verità di Dio si accordi, in questo, con l'opinione comune di tutti gli uomini nel riconoscere che la seconda parte della sapienza consiste nel conoscere se stessi, sussiste tuttavia un grande contrasto riguardo a tale conoscenza di se. Secondo l'opinione della carne sembra acquisito che l'uomo si conosca benissimo quando, confidandosi nel proprio intelletto e nelle proprie forze, riceve il coraggio di compiere il proprio dovere, e, rinunciando, a tutti i vizi, si sforza di fare ciò che è buono e onesto. Ma chi considera attentamente se stesso alla luce del giudizio di Dio, non trova nulla che possa invogliare il cuore a fiducia ottimistica; e più si esamina attentamente, più è abbattuto, fino ad essere completamente sfiduciato, non trovando nulla su cui poter impostare rettamente la propria vita

Dio non vuole tuttavia che dimentichiamo la nostra dignità originaria che egli aveva dato al nostro padre Adamo e questo ricordo deve stimolarci e spingerci a seguire l'onestà e la dirittura. Non possiamo infatti pensare alla nostra origine prima, né al fine per il quale siamo stati creati, senza che questa riflessione ci sia come un pungolo per stimolarci e invogliarci a meditare e a desiderare l'immortalità del regno di Dio. Lungi però dal gonfiare il nostro cuore, questa riflessione deve piuttosto condurre all'umiltà e alla modestia. Non siamo decaduti infatti da questa origine? Non siamo del tutto stornati dal fine per cui eravamo stati creati? Di sorta che non ci resta nulla se non gemere considerando la nostra misera condizione, e gemendo bramare la nostra dignità perduta.

Quando diciamo che l'uomo non deve vedere in se stesso nulla che lo esalti, intendiamo dire che non c'è nulla di cui possa inorgoglirsi. Perciò, con il vostro consenso, strutturiamo così la conoscenza che l'uomo deve avere di se stesso: in primo luogo consideri a qual fine è stato creato e dotato di grazie singolari, ricevute da Dio, e da questa considerazione sia incitato a meditare sulla vita futura e a desiderare di servire Dio. Valuti in séguito le proprie ricchezze o meglio la propria indigenza, che lo abbatterà nella confusione più profonda, come se fosse ridotto al nulla. La prima considerazione tende a fargli conoscere quale sia il proprio dovere e la propria funzione; la seconda a fargli conoscere in quale misura sia capace di svolgere il proprio compito. Parleremo dell'uno e dell'altro aspetto secondo l'ordine dell'argomentazione.

4. Dobbiamo ora considerare quale genere di peccato sia stata la caduta di Adamo, perché non si è trattato di un delitto trascurabile ma di un crimine detestabile che Dio ha così rigorosamente punito. Essa ha provocato e suscitato una vendetta orribile su tutto il genere umano.

L'opinione comunemente accettata, che Dio lo abbia punito a causa della sua golosità, è troppo puerile; come se la principale di tutte le virtù fosse l'astenersi dal mangiare una qualità di frutta, visto che da ogni lato era circondato da tutte le delizie che poteva desiderare!

Aveva, data la fecondità di allora, di che saziarsi ampiamente e di che soddisfare, data la varietà della creazione, tutti i suoi desideri.

Bisogna dunque cercare più in là: la proibizione di toccare l'albero della conoscenza del bene e del male rappresentava per lui come una prova di obbedienza con cui doveva mostrare di sottomettersi volentieri ai comandamenti di Dio. Il nome dell'albero mostra che il precetto aveva questo unico scopo: Adamo doveva accontentarsi della propria condizione senza elevarsi più in alto per cupidità folle ed eccessiva. Inoltre la promessa fattagli, che vivrebbe per sempre mangiando dell'albero della vita e, all'opposto, l'orribile minaccia che non appena avesse gustato il frutto della conoscenza del bene e del male morirebbe, dovevano servire a mettere alla prova ed esercitare la sua fede. Da qui è facile dedurre in qual modo abbia provocato l'ira di Dio contro di sé.

Sant'Agostino dice bene che l'orgoglio è stato il principio di tutti i mali, perché se l'ambizione non avesse trasportato l'uomo più in alto di quanto gli era lecito, avrebbe potuto rimanere nella propria condizione. Dobbiamo tuttavia cercare una definizione più completa di questa tentazione descritta da Mosè. Quando la donna, per l'astuzia del serpente, è stornata dalla parola di Dio all'infedeltà, già appare che la disobbedienza è stata l'inizio della rovina. San Paolo lo conferma dicendo che per la disobbedienza di un uomo siamo tutti perduti (Ro 5.19). Bisogna tuttavia notare anche che l'uomo si è sottratto alla sottomissione a Dio non solo perché è stato ingannato dagli allettamenti di Satana ma anche perché, disprezzando la verità, si è sviato nella menzogna. Difatti quando non si tiene conto della parola di Dio, si rovescia ogni rispetto dovutogli, perché la sua maestà non può sussistere tra noi né lo si può degnamente servire se non attenendosi alla sua parola. La mancanza di fiducia è stata dunque la radice della rivolta. Da essa sono procedute ambizione e orgoglio e ad esse si è congiunta l'ingratitudine, in quanto Adamo desiderando più di quanto gli era stato concesso, ha disprezzato la liberalità di Dio, dalla quale sarebbe stato maggiormente arricchito.

È stata certo mostruosa empietà da parte di colui che appena usciva dalla terra non accontentarsi di rassomigliare a Dio ma volere essergli uguale. Se l'apostasia o la rivolta, per cui l'uomo si sottrae alla superiorità del suo Creatore è un crimine esecrabile, soprattutto quando rigetta il giogo con audacia sfrontata, invano si cercherà di sminuire il peccato di Adamo. L'uomo e la donna non sono stati solamente apostati, ma hanno oltraggiosamente disonorato Dio, accettando la calunnia di Satana che accusava Dio di menzogna, di malvagità e di avarizia. In breve, la sfiducia ha aperto la porta all'ambizione, e l'ambizione è stata madre dell'arroganza e dell'orgoglio che hanno gettato Adamo ed Eva fuori della via, al seguito della propria cupidigia.

San Bernardo dice molto bene che la porta della salvezza è nelle nostre orecchie quando riceviamo l'Evangelo; così come sono state le finestre per cui è entrata la morte. Infatti Adamo non avrebbe mai osato ribellarsi alla suprema autorità di Dio se non avesse dubitato della sua parola; essa era una briglia efficace per moderare e frenare ogni cattivo desiderio di conoscere e ricordava non esservi nulla di meglio che agire bene, obbedendo al comandamento di Dio. Ma travolto dalle bestemmie del Diavolo, per quanto stava in lui, ha annullato tutta la gloria di Dio.

5. Come la vita spirituale di Adamo consisteva nell'essere e nel rimanere congiunto al suo Creatore, così la morte dell'anima sua è consistita nell'esserne separato. Né bisogna stupirsi che con la sua rivolta abbia rovinato tutta la sua discendenza, pervertendo tutto l'ordine di natura nel cielo e sulla terra."Tutte le creature gemono", dice san Paolo"essendo assoggettate alla corruzione e non per causa propria" (Ro 8.20-22). La causa deve senza dubbio essere cercata nel fatto che esse soffrono una parte della pena meritata dall'uomo: al suo servizio erano infatti state create.

Così la maledizione di Dio si è diffusa in alto e in basso e per tutte le regioni del mondo a causa della colpa di Adamo; non c'è dunque da meravigliarsi se essa si è propagata a tutta la sua posterità. L'immagine celeste è stata cancellata in lui e questa punizione non l'ha sostenuta da solo. Era stato dotato abbondantemente di sapienza, virtù, verità, santità e giustizia; al contrario lo hanno dominato queste pesti detestabili: accecamento,impotenza a fare il bene, impurità, vanità e ingiustizia, rimanendo avvolto e immerso in queste miserie con tutta la sua discendenza. E: la corruzione ereditaria che gli antichi hanno chiamato peccato originale, intendendo con la parola"peccato"una depravazione della natura, che prima era buona e pura.

Hanno sostenuto grandi polemiche su questo tema perché è contrario al senso comune considerare tutti colpevoli, a causa dell'errore di uno solo, e vedere così il peccato come una realtà comune. I più antichi dottori sembrano trattare questo argomento in modo più oscuro e sintetico di quanto sarebbe richiesto, per paura di provocare dispute del genere. Ma questa prudenza non ha potuto impedire che un eretico di nome Pelagio se ne sia venuto a sostenere la tesi assurda che Adamo, peccando, aveva fatto male solo a se stesso, senza nuocere ai suoi successori. Satana si è sforzato con questo tranello di rendere incurabile la malattia, nascondendola. Essendo Pelagio messo di fronte a esplicite testimonianze della Scrittura, secondo le quali il peccato era disceso dal primo uomo su tutta la sua posterità, argomentava cavillosamente che vi era disceso per imitazione e non per generazione. Per contro i santi dottori, e sant'Agostino più di tutti, insistevano nell'affermare che la nostra corruzione non deriva da una malvagità che verrebbe su di noi dal di fuori, attraverso l'esempio, ma che siamo posseduti da perversità fin nel ventre della madre. E questo non lo si può negare senza grande sfacciataggine. Chi avrà visto, attraverso gli scritti di sant'Agostino, che bestie erano i Pelagiani e i Celestini, senza vergogna alcuna, non si meraviglierà della loro temerarietà su questo punto. L'affermazione di Davide:"Sono stato generato nell'iniquità e mia madre mi ha concepito nel peccato" (Sl. 51.5) è indubitabile. Non accusa le iniquità dei propri genitori ma, per meglio glorificare la bontà di Dio nei suoi confronti, indica nella stessa nascita l'origine della propria perversità. Questo non è peculiare a Davide; ne deriva che il suo esempio mostra la condizione universale di tutti gli uomini. Noi tutti dunque, prodotti da semenza impura, nasciamo contaminati dall'infezione del peccato; e prima ancora di vedere la luce, di fronte a Dio siamo corrotti."Chi può trarre una cosa pura da una impura?"dice il libro di Giobbe (Gb. 14.4).

6. Vediamo così che la corruzione dei padri discende sui figli di generazione in generazione, di sorta che tutti, senza eccezioni, ne sono macchiati sin dall'origine. Non si trova l'inizio di questa degradazione se non risalendo al primo progenitore di tutti, come alla sorgente. Bisogna tener per certo che Adamo non è stato solo il padre della natura umana ma ne è anche radice o ceppo; di conseguenza nella corruzione di lui il genere umano è stato corrotto. L'Apostolo lo dimostra più chiaramente paragonandolo con Cristo:"Così come il peccato è entrato nell'universo tutto per mezzo di un solo uomo"egli dice"e attraverso il peccato la morte si è estesa a tutti gli uomini, dato che tutti hanno peccato; così similmente la giustizia e la vita ci sono restituite dalla grazia di Cristo" (Ro 5.12.18).

I Pelagiani diranno che il peccato è stato diffuso nel mondo per l'imitazione di Adamo? Questo significa che non possiamo trarre vantaggio dalla grazia di Cristo altrimenti che ricevendola come un esempio da seguire. Chi potrebbe tollerare questa bestemmia? Non c'è dubbio alcuno riguardo al fatto che la grazia di Cristo è nostra per comunicazione e che per essa riceviamo la vita; ne consegue ugualmente che l'una e l'altra sono andate perse in Adamo e le riacquistiamo in Cristo; che il peccato e la morte sono stati generati in noi da Adamo, nello stesso modo come sono aboliti da Cristo. Non è oscura la dichiarazione che molti sono giustificati dall'obbedienza di Cristo, così come erano stati costituiti peccatori per la disobbedienza di Adamo: come Adamo, coinvolgendoci nella sua rovina, è stato la causa della nostra perdizione, così similmente Cristo ci riconduce alla salvezza con la sua grazia. Non penso sia necessaria una più lunga dimostrazione.

Parimenti nella prima ai Corinzi, volendo confermare i credenti nella speranza della risurrezione, l'Apostolo afferma che in Cristo ricuperiamo la vita che avevamo persa in Adamo (1 Co. 15.22). Quando dichiara che siamo morti in Adamo, chiaramente mostra che siamo contagiati dal peccato di lui; la dannazione non giungerebbe a noi infatti se la colpa non ci toccasse. Ma la sua intenzione può essere ricavata ancor meglio dal secondo punto, dove afferma che la speranza di vita è restituita da Cristo. Ciò avviene, è chiaro, in questo modo: quando Gesù Cristo si comunica a noi per mettere in noi la forza della sua giustizia (come è detto in un altro passo) il suo Spirito ci è vita a causa della giustizia (Ro 8.10). Non si può dunque chiarire altrimenti l'affermazione che siamo morti in Adamo, se non dicendo che questi, peccando, non ha solo rovinato e distrutto se stesso, ma ha parimenti trascinato la nostra natura in una consimile perdizione. La colpa non è solo sua ma tocca anche noi, avendo contagiato tutta la sua progenie con la perversità in cui è caduto.

Infatti l'affermazione di san Paolo che tutti per natura sono figli d'ira (Ef. 2.3) non risulterebbe vera se tutti non fossero maledetti sin dal ventre della madre. Si può facilmente dedurre che parlando di natura, non la si intende quale è stata creata da Dio, ma quale è stata pervertita da Adamo. Non sarebbe giusto infatti considerare Dio quale autore della morte. Adamo si è dunque contagiato e infettato a tal punto che il contagio è disceso da lui su tutta la sua discendenza. Anche Gesù Cristo, il giudice davanti al quale dovremo rendere conto, intende chiaramente che tutti nasciamo malvagi e viziosi allorché dice: che ciò che è nato di carne è carne (Gv. 3.6). La porta della vita è dunque chiusa a tutti, fino a che non siano rigenerati.

7. Per comprendere tutto questo non è necessario invischiarsi nella deplorevole disputa che ha tormentato gli antichi dottori: se cioè l'anima del figlio proceda dalla sostanza dell'anima paterna, dato che il peccato originale risiede nell'anima. Accontentiamoci di sapere che il Signore aveva concesso ad Adamo le grazie e i doni che voleva conferire alla natura umana; che questi li ha persi non soltanto per se ma per noi tutti. Chi si preoccuperà dell'origine dell'anima, quando abbia appreso che Adamo aveva ricevuto i doni che ha perso, per noi non meno che per se, dato che Dio non glieli aveva dati come uomo singolo ma perché tutta la discendenza ne godesse con lui?

Non vi è alcuna assurdità: se egli è stato spogliato, la natura umana ne è stata privata; se egli è rimasto macchiato dal peccato, l'infezione ne è stata diffusa a noi tutti. Come da una radice marcia nascono solo tronchi marci che trasportano la loro infezione in tutti i rami e le foglie che producono, così i figli di Adamo sono stati contaminati attraverso il proprio padre e sono causa di infezione per tutti i loro successori. Il principio di corruzione era così fortemente radicato in Adamo, che si è diffuso dal padre ai figli con un flusso perpetuo. La corruzione infatti non ha la sua causa e il suo fondamento nella sostanza della carne o dell'anima, ma nel fatto che i doni commessi in deposito al primo uomo, per volontà di Dio, erano comuni a lui e ai suoi, nel conservarli o nel perderli.

È facilmente refutato il cavillo dei Pelagiani: essi affermano essere inverosimile che i bambini nati da genitori credenti ne ricevano corruzione e li considerano invece purificati dalla purezza di questi. Rispondiamo che i figli non discendono attraverso quella generazione spirituale che i servitori di Dio ricevono dallo Spirito Santo, ma attraverso la generazione carnale che viene da Adamo. Dice sant'Agostino:"Sia un incredulo che sarà ancora colpevole, sia un credente che sarà assolto, ambedue genereranno figli colpevoli perché li generano dalla propria natura viziosa"vero che Dio santifica i figli dei credenti a causa dei loro genitori, ma questo non in virtù della loro natura bensì della sua grazia. Si tratta dunque di una benedizione spirituale, che non impedisce alla maledizione precedente di sussistere universalmente nella natura umana poiché la condanna deriva dalla natura, ma il fatto che i bambini siano santificati deriva dalla grazia soprannaturale.

8. Dobbiamo ora dare una definizione del peccato originale per puntualizzare quanto esposto sin qui. Non ho l'intenzione di esaminare tutte le definizioni che ne sono state date; mi limiterò a offrirne una, che mi sembra essere conforme a verità. Diremo dunque che il peccato originale consiste in una corruzione le perversità ereditarie della nostra natura, che diffuse in tutte le parti dell'anima ci rendono, in primo luogo, meritevoli dell'ira di Dio, e in séguito producono in noi le opere definite dalla Scrittura: opere della carne. È proprio questo che san Paolo chiama spesso"peccato"senza aggiungere l'aggettivo: originale. Le opere che ne derivano: adulterio, dissolutezza, ladrocinio, odio, omicidio e gozzoviglia (Ga 5.19- 21) le chiama di conseguenza"frutti del peccato", sebbene queste opere siano comunemente definite"peccato"sia dalla Scrittura, sia dallo stesso san Paolo.

Dovremo considerare separatamente questi due punti. Siamo talmente corrotti in tutte le parti della nostra natura da dover essere giustamente condannati nel cospetto di quel Dio, al quale sono accette la giustizia, l'innocenza e la purezza. Né bisogna pensare che questa costrizione al peccato sia causata solamente dalla colpa altrui, come se rispondessimo del peccato del nostro progenitore senza essere responsabili di nulla. L'affermazione secondo cui in Adamo siamo imputati di fronte al giudizio di Dio non significa che siamo innocenti e che portiamo il peso del suo peccato senza aver meritato alcuna pena. È affermato invece che egli ci ha vincolati tutti perché la sua trasgressione ci ha tutti avviluppati nella confusione.

Tuttavia non dobbiamo intendere che ci abbia solo costituiti passibili di pena senza averci anche comunicato il peccato. In verità il peccato derivato da lui risiede in noi e giustamente la pena ci è dovuta. Per questo sant'Agostino, sebbene talvolta lo chiami"peccato da altro", per mostrare chiaramente che l'abbiamo come razza, tuttavia lo conferma essere proprio a ciascuno di noi. Anche l'Apostolo conferma che la morte è venuta su tutti gli uomini perché tutti hanno peccato (Ro 5.12); vale a dire che tutti sono avvolti nel peccato originale e sporcati dalle sue macchie.

Per questa ragione persino i bambini sono inclusi nella condanna, non solo per il peccato altrui, ma per il proprio. Sebbene infatti, non abbiano ancora prodotto i frutti della propria iniquità, ne hanno tuttavia la semenza nascosta in se stessi. E per di più la loro natura è una semenza di peccato: essa non può che dispiacere ed essere abominevole a Dio. Ne consegue che a buon diritto e correttamente questo male è considerato peccato di fronte a Dio. Senza colpa non saremmo colpiti da condanna.

L'altro punto da considerare è che questa perversità non è mai passiva in noi, ma genera continuamente nuovi frutti, vale a dire quelle opere della carne che abbiamo testé descritto; come una fornace ardente emette fiamma e scintille o una sorgente zampilla la sua acqua. Quanti dunque hanno valutato il peccato originale come carenza di giustizia originale inerente all'uomo, sebbene ne abbiano, in queste parole, inteso tutta la sostanza, non ne hanno tuttavia espresso tutta la forza. Infatti la nostra natura non è solamente vuota e priva di ogni bene, ma è talmente fertile in ogni genere di male da non poter rimanere passiva. Chi l'ha chiamata concupiscenza non ha adoperato una parola eccessiva, purché si aggiunga quanto molti non accettano, e cioè che tutte le parti dell'uomo, dall'intelletto alla volontà, dall'anima alla carne, sono corrotte e completamente pervase di questa concupiscenza; oppure, per farla più breve, che l'uomo di per se stesso non è che concupiscenza.

9. Per questo ho detto che da quando Adamo si è allontanato dalla fonte di giustizia, tutte le parti dell'anima sono state dominate dal peccato. Non è stato solo il suo appetito inferiore o la sua sensualità ad allettarlo al male, bensì questa maledetta empietà, di cui abbiamo parlato, che ha occupato la parte più alta ed eccellente del suo spirito: e l'orgoglio è penetrato fino nel profondo del cuore. i;: ragionamento misero e sciocco voler limitare la corruzione originata in questo modo, ai moti o appetiti chiamati"sensuali"e definirla"alimento di fuoco,"che alletta, muove e conduce la sensualità al peccato. In questo il Maestro delle Sentenze ha dimostrato ignoranza molta e grave. Cercando la sede di questo peccato, ha affermato che, secondo san Paolo, risiede nella carne; aggiungendovi la sua glossa secondo cui non e quivi in proprio ma vi appare più frequentemente. È: sciocco prendere questo termine"carne"nel significato di corpo, come se san Paolo opponendolo alla grazia dello Spirito Santo dalla quale siamo rigenerati, indicasse solo una parte dell'anima e non comprendesse tutta la nostra natura. Paolo stesso toglie ogni dubbio affermando che il peccato non risiede solamente in una parte, ma che non v'è nulla di puro e netto dal mortale marciume. Infatti argomentando sulla natura viziosa egli non condanna solamente gli appetiti apparenti, ma insiste soprattutto su questo punto: tutto l'intelletto è completamente asservito alla bestialità e alla cecità e il cuore dedito alla perversità. E tutto il terzo capitolo dei Romani non è che una descrizione del peccato originale.

Questo appare ancora meglio nella rigenerazione: lo Spirito che è opposto al vecchio uomo e alla carne non indica solamente la grazia per mezzo della quale la parte inferiore o sensuale dell'anima è corretta, ma indica una riforma totale di tutte le parti. Per cui san Paolo altrove non domanda solo di eliminare e annullare i desideri peccaminosi, ma vuole che siano rinnovati nello spirito del nostro intendimento (Ef. 4.23) , e in un altro passo, che siamo trasformati in novità di spirito (Ro 12.2). Ne segue che quanto c'è di più nobile e lodevole nelle nostre anime, non solamente è colpito e ferito, ma è completamente corrotto (anche se vi riluce qualche dignità) di sorta che non ha solamente bisogno di guarigione, ma deve rivestire una natura nuova.

Vedremo appresso come il peccato domini lo spirito e il cuore. Ho voluto qui solo brevemente illustrare come l'uomo sia travolto come da un diluvio, dalla testa fino ai piedi, di modo che non v'è in lui alcuna parte esente da peccato; e come di conseguenza, tutto ciò che da lui procede è a buon diritto condannato e imputato quale peccato. Come san Paolo dice, tutti gli affetti della carne sono contrari a Dio (Ro. 8.7) e pertanto conducono a morte.

10. Veniamo ad esaminare, ora, le tesi di quelli che osano attribuire a Dio la causa del proprio peccato, quando affermiamo che gli uomini sono peccatori per natura. Fingono perversamente di contemplare l'opera di Dio nelle proprie macchie, mentre la dovrebbero piuttosto cercare nella natura ricevuta da Adamo prima di essere corrotto. La nostra perdizione deriva dunque dalla colpevolezza della nostra carne e non da Dio, dato che siamo periti solamente per il fatto di essere decaduti dalla condizione primitiva dello stato di creazione.

Né serve replicare che Dio avrebbe potuto provvedere meglio alla nostra salvezza se avesse prevenuto la caduta di Adamo: questa obiezione, audace e temeraria, non deve aver posto nell'animo dell'uomo credente. Essa concerne inoltre la predestinazione di Dio, che tratteremo a suo tempo. Ricordiamoci comunque di attribuire sempre la nostra rovina alla corruzione della nostra natura e non alla natura che era stata data primieramente all'uomo, onde non accusiamo Dio, quasi che il nostro male provenga da lui. È vero che questa piaga mortale del peccato è radicata nella nostra natura; è però molto diverso affermare che essa è stata ferita fin dall'origine oppure è stata resa tale in séguito e dal di fuori. Ora è certo che questa ferita è stata inflitta dal peccato sopravvenuto. Non abbiamo dunque che da compiangere noi stessi. E la Scrittura lo nota esplicitamente, quando l'Ecclesiaste dice: "So che Dio aveva creato l'uomo buono ma egli si è fabbricato molte invenzioni malvagie" (Ecclesiaste 7.29). Ne deriva che bisogna imputare solo all'uomo la sua rovina, dato che aveva ricevuto una dirittura naturale dalla grazia di Dio e unicamente per la propria follia è inciampato nella vanità.

11. Diremo dunque che l'uomo è naturalmente corrotto nella perversità ma che questa perversità non è affatto naturale in lui. Neghiamo che appartenga alla natura: insistiamo nel dire che è una qualità sopravvenuta nell'uomo e non una proprietà della sua sostanza, radicata in lui fin dall'inizio. Pur tuttavia la chiamiamo "naturale" onde nessuno pensi che la si acquisisce per semplice abitudine o imitazione; essa ci pervade tutti fin dalla prima nascita.

E non parliamo così di testa nostra ché l'Apostolo per questo motivo ci chiama tutti: "eredi, per natura, dell'ira di Dio" (Ef. 2.3). Dio sarebbe corrucciato contro la più nobile delle sue creature, quando si compiace delle opere minime che ha creato? Egli è piuttosto adirato per la corruzione della sua opera che non per la sua opera stessa. Se dunque l'uomo a ragione è detto essere naturalmente abominevole a Dio, a buon diritto potremo dirlo naturalmente vizioso e malvagio. Così sant'Agostino non ha difficoltà, data la nostra natura corrotta, a definire peccati naturali quelli che regnano necessariamente sulla nostra carne quando ci manca la grazia di Dio. Questa distinzione refuta la folle fantasticheria dei Manichei che immaginando una perversità essenziale nell'uomo lo dicevano creato da altri che da Dio, allo scopo di non attribuire a Dio l'origine di alcun male.

 

 

CAPITOLO II

L'UOMO È ORA PRIVO DEL LIBERO ARBITRIO E MISEREVOLMENTE SOGGETTO A OGNI MALE

 

1. Abbiamo detto che la tirannia del peccato, avendo asservito il primo uomo, non solo si è estesa a tutti gli uomini ma ne possiede interamente le anime. Dobbiamo ora domandarci se, essendo caduti in questa cattività, siamo privati di ogni libertà e libero arbitrio o se invece ce ne sia rimasto qualche residuo e quale ne sia l'entità.

Ma la verità ci apparirà più chiaramente in questo problema se fin dal principio ci proporremo una meta verso cui orientare tutta la discussione. Eviteremo di cadere in errore se sapremo considerare i pericoli che ci minacciano da una parte e dall'altra. Quando infatti l'uomo si sa spogliato di ogni bene, ne prende immediatamente scusa per un atteggiamento di noncuranza gli si dice che da solo non è capace di fare il bene, non si dà perciò la pena di applicarvisi, come se non fosse affar suo. D'altra parte non gli si può concedere nulla senza che subito assuma atteggiamenti baldanzosi con fiducia vana e temeraria e insieme sottragga a Dio altrettanto onore.

Per non cadere in questi inconvenienti dovremo seguire questo giusto mezzo: l'uomo, pur essendo conscio di non aver nulla di buono in se stesso e di essere avvolto da miseria e necessità, comprenda però di dover aspirare al bene di cui è privo e alla libertà di cui è sprovvisto: sia anzi più vivamente pungolato e incitato a farlo che se gli facesse credere di essere in possesso della più grande virtù.

Non v'è chi non veda l'importanza di questo secondo punto: di scuotere l'uomo dal suo atteggiamento di negligenza e di pigrizia. Riguardo al primo punto (mostrargli la sua povertà) molti esitano a farlo più del dovuto. Non v'è dubbio che non bisogna togliere all'uomo nulla che gli appartenga, né attribuirgli meno di quanto abbia; ma è evidente l'utilità di spogliarlo di una gloria immotivata e falsa. Se non gli era lecito inorgoglirsi da se, quando la benevolenza di Dio lo aveva rivestito e adornato di grazie sovrane, tanto più gli è convenevole umiliarsi ora che la sua ingratitudine lo ha abbassato alla estrema ignominia, avendo perso l'eccellenza primitiva.

Per esprimermi più facilmente affermo che la Scrittura, quando l'uomo era esaltato al massimo grado di onore possibile, gli attribuisce solo ciò che è contenuto nell'affermazione: "è creato a immagine di Dio" (Ge. 1.27). Con questo essa indica che non era ricco per beni propri ma la sua beatitudine consisteva nell'essere compartecipe di Dio. Che gli resta ora, spogliato e privo di ogni gloria, se non riconoscere il suo Dio? Non ha saputo riconoscerne la benignità e la generosità quando abbondava delle ricchezze della sua grazia. Non avendolo glorificato in riconoscenza dei beni ricevuti, almeno lo glorifichi ora nella confessione della propria povertà.

Inoltre, mentre è utile per noi stessi spogliarci di ogni lode riguardo alla nostra propria sapienza e virtù, è necessario farlo anche per mantenere intatta la gloria di Dio; e chi ci attribuisce qualcosa oltre misura, bestemmia Dio e ci rovina. Quando ci si insegna a camminare con la nostra forza e virtù, è come volerci innalzare su di una canna che non può sostenerci ma si rompe e ci fa cadere. Anzi troppo onore diamo alle nostre forze paragonandole ad una canna! Tutto quello che gli uomini ne hanno immaginato e detto non è che fumo. Non per nulla sant'Agostino ripete sovente questa bella frase: "Quanti sostengono il libero arbitrio, lo demoliscono piuttosto che confermarlo". Queste considerazioni preliminari sono necessarie perché taluni non possono tollerare di veder distrutta e annichilita la forza dell'uomo onde edificare in lui quella di Dio. Essi giudicano questa argomentazione non solamente inutile ma molto pericolosa: ci accorgeremo invece che essa è molto utile, ancor più, è uno dei fondamenti della religione.

2. Abbiamo già detto che le facoltà dell'anima risiedono nell'intelletto e nel cuore: dobbiamo ora considerare quel che vi sia nell'uno e nell'altro. Di comune accordo i filosofi pensano che la ragione risieda nell'intelletto ed essa sia come una lampada per guidare tutte le decisioni, come una regina che dirige la volontà. La immaginano talmente ripiena della luce divina da poter discernere tra il bene e il male e talmente forte da poter rettamente comandare. Al contrario giudicano i sensi ignoranti e grossolani, incapaci di innalzarsi alla considerazione delle cose alte ed eccellenti ma legati sempre alla terra. L'appetito, se vuole obbedire alla ragione e non si lascia soggiogare dal senso, ha un moto naturale di ricerca del buono e dell'onesto e può così tenere il retto cammino. Se al contrario si sottomette alla servitù dei sensi, ne è corrotto e depravato e cade nell'intemperanza.

Secondo questa opinione dunque essendoci tra le facoltà dell'anima intelligenza e volontà, l'intelletto umano avrebbe in se, a loro avviso, la capacità di condurre l'uomo a vivere bene e felicemente, purché mantenga questa sua nobiltà e lasci operare la virtù, naturalmente radicata in lui. Tuttavia aggiungono giustamente esservi il movimento inferiore dei sensi che distrae e fuorvia nell'errore e nell'inganno: può però essere domato dalla ragione e poco a poco annullato. Pongono la volontà in posizione intermedia tra ragione e senso, avendo la libertà di ottemperare alla ragione quando le sembri bene, oppure di abbandonarsi al senso.

3. L'esperienza li ha però costretti talvolta a riconoscere quanto sia difficile per l'uomo stabilire in se stesso il dominio della ragione: essendo talvolta sollecitato dagli allettamenti del piacere, talvolta ingannato dalla esperienza di falsi beni, talvolta agitato da affetti sfrenati che come corde, secondo l'espressione di Platone, lo tirano e lo scuotono qua e là. Per questo motivo Cicerone dice che abbiamo solamente delle piccole scintille di bene, accese dalla natura nel nostro spirito, facilmente spente da false opinioni e da cattivi costumi. Inoltre essi riconoscono che quando queste infermità hanno preso possesso del nostro spirito vi regnano in modo tale che non è facile limitarle; e non esitano a paragonarle a cavalli ribelli. Come un cavallo ribelle, essi dicono, gettato a terra il conduttore s'impenna sfrenatamente, così l'anima che ha respinto la ragione e si è data alla concupiscenza non ha più freno.

D'altra parte ritengono che tanto le virtù quanto i vizi siano in nostro potere. Infatti se non fosse in nostro potere scegliere tra fare il bene o il male, essi dicono, non potremmo neanche scegliere di astenercene. Al contrario, se siamo liberi di astenercene, lo siamo anche di compierlo. Tutto quel che facciamo, lo facciamo dunque per libera scelta e ci asteniamo liberamente da quanto ci asteniamo: ne consegue che è in nostro potere abbandonare il bene che facciamo e anche il male, e similmente tornare a fare quel che abbiamo cessato di fare.

In realtà alcuni di loro sono giunti alla follia di vantarsi di ricevere sì la vita dalla generosità di Dio, ma di vivere bene grazie a se stessi. Cicerone si è spinto a dire, nella persona di Cotta: dato che ciascuno si procura la propria virtù, nessun saggio ne ha mai reso grazie a Dio. "Infatti" egli dice "siamo lodati per la virtù e ce ne gloriamo. Questo non avverrebbe se essa fosse un dono di Dio e non venisse da noi", successivamente: "È opinione di tutti che si debbano domandare a Dio i beni temporali ma che ciascuno debba ricercare in se la sapienza".

Questa è insomma l'opinione dei filosofi: la ragione posseduta dall'intelletto umano è sufficiente a guidarci e ad indicare il giusto cammino; la volontà che le è sottomessa è tentata e sollecitata dai sensi ad agire male; tuttavia, avendo la libera scelta, non può essere impedita di seguire interamente la ragione.

4. Quanto ai dottori della Chiesa cristiana, sebbene abbiano tutti riconosciuto che il peccato ha fortemente colpito la ragione dell'uomo e assoggettato la sua volontà a molte concupiscenze, tuttavia in maggioranza hanno seguito più del necessario i filosofi. Due sono, a mio giudizio, le ragioni che li hanno spinti in questa direzione. In primo luogo temevano che i filosofi avrebbero deriso la loro dottrina qualora avessero negato all'uomo la libertà di agire bene. In secondo luogo temevano che la carne, sempre pronta a rilassarsi, prendesse occasione per lasciarsi andare a trascurare il bene. Così per non offrire un insegnamento che contravvenisse alla comune opinione umana, hanno voluto trovare una via di mezzo tra la dottrina della Scrittura e quella dei filosofi.

Risulta tuttavia dalle loro parole che hanno avuto soprattutto presente la seconda esigenza: non raffreddare lo zelo umano per le buone opere. Crisostomo dice: "Dio ha messo il bene e il male a nostra disposizione, dandoci libero arbitrio per scegliere l'uno o l'altro; e non ci trae a se per costrizione ma ci riceve se andiamo volontariamente a lui": "Chi è malvagio può diventare buono, se vuole; e chi è buono si modifica e diventa malvagio; perché Dio ha dato alla nostra natura il libero arbitrio e non ci impone la necessità ma ci prescrive i rimedi perché li adoperiamo se ci sembra bene": "Come non possiamo compiere alcun bene senza essere aiutati dalla grazia di Dio, così se non contribuiremo per quanto sta in noi, la sua grazia non ci sarà data". Precedentemente aveva affermato che l'aiuto divino non è tutto, ma occorre anche il nostro apporto. Frequentemente afferma: "Facciamo quanto ci spetta e Dio supplirà al resto". Con questo concorda l'affermazione di san Girolamo: "Sta a noi di cominciare e a Dio di portare a termine; è nostro compito offrire quel che possiamo, è suo compito compiere quel che non possiamo".

Con queste espressioni hanno attribuito all'uomo maggiore capacità di quanto dovessero perché pensavano di poter risvegliare la nostra pigrizia con l'affermazione che il vivere bene dipende solo da noi. Vedremo in séguito se hanno avuto ragione di farlo. In realtà, per dire le cose come stanno, le parole che abbiamo citato risulteranno false.

Sebbene i dottori greci abbiano più degli altri, specialmente san Crisostomo, oltrepassato i limiti nel lodare le forze umane, tutti gli antichi Padri, però, eccetto sant'Agostino, sono così incostanti in questa materia e si esprimono in modo così impreciso e oscuro che non si può ricavare dai loro scritti una dottrina chiara e precisa.. Non ci dilungheremo dunque nel riferire in modo particolareggiato l'opinione di ciascuno, ma menzioneremo occasionalmente ciò che gli uni o gli altri hanno detto, man mano che lo richiederà la trattazione.

I teologi successivi, cercando di mettere in rilievo qualche sottigliezza in difesa delle capacità umane, sono caduti di male in peggio, finché hanno condotto l'umanità a pensare che l'uomo sia corrotto solo nella parte sensuale ma abbia la ragione integra e detenga quasi interamente la propria libertà. Ha continuato a passare di bocca in bocca l'affermazione di Agostino: i doni naturali dell'uomo si sono corrotti e quelli soprannaturali (concernenti cioè la vita celeste) gli sono stati completamente tolti. Tuttavia solo una minoranza ne ha inteso il senso. Per conto mio, se dovessi chiaramente esporre la corruzione della nostra natura, mi accontenterei di questa formulazione. Ma interessa soprattutto considerare attentamente quali facoltà restino all'uomo, quello che valga e che possa, macchiato com'è in tutte le sue parti e spogliato completamente di tutti i doni soprannaturali.

Tutti costoro dunque, pur vantandosi di essere discepoli di Gesù Cristo, si sono troppo accostati ai filosofi su questo punto. Infatti l'espressione libero arbitrio è rimasta in uso fra i Latini a significare l'integrità dell'uomo. I Greci non hanno avuto scrupolo di ricorrere ad un termine più presuntuoso per indicare la facoltà dell'uomo di disporre di se stesso.

Dato che tutti, fino al popolino, sono convinti di possedere il libero arbitrio e la maggioranza di quanti vogliono essere considerati saggi ignora l'estensione di questa libertà, dobbiamo in primo luogo esaminare il significato del termine per poi desumere dalla pura dottrina della Scrittura quali facoltà l'uomo abbia di fare il bene oppure il male.

Sebbene tutti adoperino il vocabolo, ben pochi lo definiscono. Sembra tuttavia che Origene abbia proposto una definizione accettata da tutti, ai suoi tempi, affermando trattarsi di una facoltà della ragione per discernere il bene dal male e della volontà per scegliere l'uno o l'altro. Sant'Agostino non se ne allontana molto considerandolo una facoltà della ragione e della volontà per mezzo della quale si sceglie il bene quando si è assistiti dalla grazia di Dio e il male quando questa manca. San Bernardo volendo esprimersi sottilmente è riuscito più oscuro definendolo un consenso per la libertà di volere che non può perdersi ed un giudizio immutabile della ragione. La definizione di Anselmo non è più chiara: trattasi di una podestà di conservare la rettitudine per se stessa.

Così il Maestro delle Sentenze e i dottori scolastici hanno accolto piuttosto la definizione di sant'Agostino che era più facile e non escludeva affatto la grazia di Dio, senza la quale manca alla volontà umana ogni potere, com'essi ben sapevano. Tuttavia vi aggiungono qualcosa di proprio, pensando di esprimere meglio o almeno di spiegare meglio le affermazioni altrui. In primo luogo riconoscono che il termine "arbitrio" deve riferirsi alla ragione il cui compito è di discernere tra il bene e il male; che l'aggettivo "libero" che vi si aggiunge, appartiene propriamente alla volontà che può essere volta in un senso o nell'altro. Dato che la libertà si addice propriamente alla volontà, Tommaso d'Aquino ritiene si possa considerare valida questa definizione: il libero arbitrio è una facoltà di scelta equidistante dall'intelligenza e la volontà ma tuttavia più vicina alla volontà.

Abbiamo visto che la forza del libero arbitrio consiste in una sintesi di ragione e volontà. Resta ora da vedere brevemente quanto si attribuisca all'una e quanto all'altra.

5. Generalmente le cose esterne, non appartenenti al regno di Dio, sono sottoposte alla decisione e alla scelta degli uomini; la vera giustizia viene riservata alla grazia spirituale di Dio ed alla rigenerazione del suo Spirito. Intende questo l'autore del libro Sulla vocazione dei Gentili, attribuito a sant'Ambrogio, affermando esservi tre tipi di volontà: chiama la prima "sensitiva", la seconda "animale", la terza "spirituale". Considerare le due prime a disposizione dell'uomo; la terza, opera dello Spirito Santo, vedremo in séguito se questo sia vero. Esaminiamo brevemente, ora, le dichiarazioni di altri al riguardo. Da qui deriva, anzitutto, la scarsa attenzione che gli scrittori, trattando il libero arbitrio, danno a tutte le opere esterne relative alla vita del corpo rivolgendo invece l'attenzione all'obbedienza e alla volontà di Dio. Riconosco che questo secondo problema è essenziale; ma nello stesso tempo affermo che non si può negligere l'altro e quando vi giungeremo spero di dimostrare chiaramente la mia tesi.

Vi è inoltre un'altra distinzione accettata dalle scuole di teologia, che elenca tre generi di libertà. La prima è la "libertà dalla necessità"; l'altra "dal peccato"; la terza "dalla miseria". Affermano che la prima è talmente radicata nell'uomo, per natura, da non potergli essere tolta; ammettono che le altre due sono state annullate dal peccato. Accolgo volentieri questa distinzione; essa però confonde "necessità" e "costrizione"; mostreremo a suo tempo trattarsi di due cose diverse.

6. Accettato questo, risulta chiaro che l'uomo non ha libero arbitrio per fare il bene se non aiutato dalla grazia di Dio, dalla grazia speciale data solamente agli eletti attraverso la rigenerazione. Rifiuto infatti la tesi di quegli esaltati i quali sostengono che essa è offerta a tutti indistintamente. Non è ancora evidente, tuttavia, se l'uomo sia del tutto privato della facoltà di agire bene oppure se gli rimanga ancora qualche residuo, sia pur piccolo e debole, insufficiente per fare alcunché senza la grazia di Dio, ma in grado di operare per parte propria se aiutato da questa.

Il Maestro delle Sentenze su questo punto afferma esservi una doppia grazia necessaria all'uomo per renderlo idoneo a bene operare. Definisce "operante" quella che ci spinge a volere efficacemente il bene, "cooperante" quella che segue la buona volontà con il suo aiuto. Quello che non mi convince in questa ripartizione è il fatto che, attribuendo alla grazia di Dio di farci desiderare il bene con efficacia, si presuppone che per nostra natura lo desideriamo in qualche modo, anche se il nostro desiderio non ha effetto. Si esprime in modo analogo san Bernardo asserendo essere opera di Dio ogni buona volontà; e tuttavia aggiungendo che l'uomo può desiderare la buona volontà per moto proprio. Ma il Maestro delle Sentenze ha interpretato male sant'Agostino, pur introducendo questa distinzione con il proposito di seguirlo. C'è inoltre nella seconda parte dell'affermazione una ambiguità che mi urta, per il fatto che ha generato una interpretazione perversa. Gli Scolastici hanno pensato: egli afferma che cooperiamo alla seconda grazia di Dio, dunque è in nostro potere di annullare la prima grazia offertaci respingendola, oppure di confermarla obbedendovi. Nella stessa persuasione l'autore dell'opera Sulla vocazione dei Gentili afferma che quanti hanno giudizio di ragione, sono liberi di allontanarsi dalla grazia e quando non se ne allontanano, è merito loro; di sorta che hanno qualche merito per aver fatto quanto poteva non essere fatto, se avessero voluto, sebbene non possa essere fatto senza la grazia cooperante di Dio.

Ho voluto rilevare questi due punti per inciso perché il lettore veda dove mi discosto dai dottori scolastici che hanno conservato una dottrina più completa di quella dei Sofisti venuti dopo; con questi la divergenza è maggiore dato che si sono allontanati di molto dalla purezza dei loro predecessori.

 Comunque sia, questa doppia partizione ci permetterà di intendere cosa li abbia spinti a concedere all'uomo il libero arbitrio. Infatti il Maestro delle Sentenze dichiara che attribuendo all'uomo il libero arbitrio non si intende che egli possa pensare o fare il bene come il male, ma solamente che egli non è soggetto a costrizione; questa libertà non è bloccata anche se noi siamo malvagi, servi del peccato e possiamo fare solamente il male.

7. Riconoscono dunque all'uomo il libero arbitrio non perché abbia libera scelta tra il bene e il male, ma perché fa quello che fa volontariamente e non per costrizione. Questo è esatto. È però ridicolo attribuire qualità sì grandiose ad una realtà così sta. Bella libertà per l'uomo il non essere costretto a servire il peccato, ma di essergli schiavo volontariamente al punto che la sua volontà sia prigioniera dei suoi legami! Io detesto le polemiche verbali che turbano inutilmente la Chiesa; ma sono d'avviso che si debbano evitare tutti i vocaboli assurdi e specialmente quelli che generano errori. Ora, quando si attribuisce all'uomo il libero arbitrio, tutti immediatamente pensano che egli dispone del proprio giudizio e della propria volontà, in grado di volgersi per capacità propria da una parte oppure dall'altra.

Questo malinteso si potrà evitare avvertendo bene il popolo del significato dell'espressione "libero arbitrio".

Penso al contrario che, data la nostra naturale inclinazione a seguire la falsità e la menzogna, trarremo più facilmente occasione di errore da una sola parola che illuminazione veritiera da un lungo commento che vi si aggiunga. E questo lo sperimentiamo più di quanto sia necessario, in questo caso. Infatti, dopo che il termine è stato inventato, lo si è accettato senza tenere conto della esegesi degli antichi, in modo assoluto; se ne è così tratto motivo per innalzarsi in folle orgoglio e per rovinarsi.

8. Anzi, se accettiamo l'autorità dei Padri che hanno fatto uso costante di questo termine, dobbiamo considerare come lo valutino, specie Agostino che non esita definirlo"servo". È vero che in alcuni casi polemizza contro quelli che negano il servo arbitrio, ma contemporaneamente dimostra che cosa intende quando dice: "Solo non si neghi il libero arbitrio per scusare il peccato". D'altra parte riconosce che la volontà dell'uomo non è libera senza lo Spirito di Dio, dato che è soggetta alle proprie concupiscenze che la tengono assoggettata e legata: dopo che la volontà è stata vinta dal vizio cui è sottomessa, la nostra natura ha perso la sua libertà: l'uomo usando male il libero arbitrio, lo ha perduto ed ha perduto se stesso: il libero arbitrio è in cattività e non può operare il bene: non sarà libero fino a che la grazia di Dio lo abbia liberato: la giustizia di Dio non si adempie quando la Legge ordina e l'uomo opera per forza propria, ma quando lo Spirito aiuta e la volontà dell'uomo, non libera di per se ma liberata da Dio, obbedisce. In un altro passo giustifica queste affermazioni dicendo che l'uomo aveva ricevuto alla creazione tutta la forza del libero arbitrio ma l'ha perduta a causa del peccato; e in un altro passo, dopo aver mostrato che il libero arbitrio è fondato sulla grazia di Dio, rimprovera aspramente quanti se l'attribuiscono senza la grazia: "Quegli sventurati "egli dice"si sono inorgogliti del libero arbitrio prima di essere liberati; si sono inorgogliti della propria forza ed erano stati liberati! Non considerano che nella parola "libero arbitrio" è significata una libertà. Ora dove è lo Spirito del Signore, quivi è la libertà (2 Co. 3.17). Se dunque sono servi del peccato, come si vantano di avere il libero arbitrio? Chi infatti è vinto, è soggetto a chi l'ha vinto. Se sono già liberi, perché se ne vantano come di un'opera propria? Sono liberi al punto da non voler essere servi di colui che dice: "Senza di me non potete nulla" (Gv. 15.5) ?".

Che dire? In un altro passo sembra voglia ironizzare sulla parola dicendo che v'è nell'uomo un arbitrio libero ma non liberato e che è libero dalla giustizia e servo del peccato. Ripete questa frase e la commenta nel primo libro a Bonifacio, al capo secondo, dicendo che l'uomo è libero dalla giustizia solo per volontà propria ma è libero dal peccato solo per la grazia del Salvatore. Chi mostra di considerare la libertà umana solo come emancipazione dalla giustizia, avendone respinto il giogo per servire il peccato, non deride in sostanza l'espressione "libero arbitrio"?

Così dunque se qualcuno adopera la parola comprendendola rettamente, da parte mia non ne farò una gran questione; ma vedo che non la si può adoperare senza grande pericolo e che sarebbe un gran vantaggio per la Chiesa se venisse abolita. Se qualcuno mi chiedesse il mio parere, gli direi di astenersi dall'usarla.

9. A qualcuno sembrerà che io mi sia messo nel torto affermando che tutti i dottori ecclesiastici, eccettuato sant'Agostino, hanno parlato in modo così ambiguo e contraddittorio di questo argomento che non se ne può ricavare una dottrina certa. Si potrà credere che io voglia svalutarli perché le loro tesi sono contrarie alle mie. Ma io non ho voluto far altro che avvertire semplicemente ed in buona fede i lettori, nel loro interesse, di come stiano le cose, onde non si aspettino più di quanto troveranno; rimarranno sempre nell'incertezza, dato che una volta i dottori insegnano a cercar rifugio nella sola grazia di Dio, spogliando l'uomo di ogni potere; un'altra volta gli attribuiscono qualche capacità o per lo meno sembrano disposti ad attribuirgliela.

Tuttavia non mi è difficile mostrare con alcune loro affermazioni che, nonostante qualche ambiguità nelle parole, in realtà non hanno tenuto alcun conto delle forze umane o almeno ne hanno avuto ben poca considerazione e hanno attribuito tutta la lode per le buone opere allo Spirito Santo. Non vuole significare proprio questo la frase di san Cipriano, spesso citata da sant'Agostino: "Non dobbiamo glorificarci di nulla perché non vi è alcun bene che sia nostro?". L'uomo viene completamente annientato per insegnargli a cercare tutto in Dio.

Nello stesso senso Eucherio, vescovo di Lione, dice con sant'Agostino che Cristo è l'albero della vita e chiunque gli tenderà la mano, vivrà: l'albero della conoscenza del bene e del male è il libero arbitrio e chiunque vorrà gustarne, morrà. Parimenti san Crisostomo dichiara che l'uomo non solo è peccatore per natura ma è intieramente peccato. Se non vi è nulla di buono in noi, se l'uomo dalla testa fino ai piedi non è che peccato, se non è neanche lecito sondare quanto valga il libero arbitrio, come sarà lecito dividere tra Dio e l'uomo la lode per le buone opere?

Potrei citare molte altre testimonianze dei Padri, simili a queste; ma perché nessuno possa accusarmi di avere scelto solo quelle che servono il mio scopo e tralasciato quelle che mi potevano nuocere, mi astengo dal farne una ulteriore elencazione. Tuttavia oso affermare che sebbene essi superino talvolta il limite esaltando il libero arbitrio, tendono sempre in definitiva a scoraggiare la fiducia dell'uomo nella sua propria virtù, per insegnargli che tutta la sua forza è in Dio solamente. Veniamo ora a considerare semplicemente e veracemente quale sia la natura dell'uomo.

10. Sono costretto a ripetere qui, da capo, quanto ho trattato al principio di questo libro, vale a dire che ha raggiunto un'ottima conoscenza di se chi si sente costernato ed abbattuto dal riconoscimento della propria calamità, povertà, nudità ed ignominia. Non si deve temere che l'uomo si umili troppo purché comprenda che deve trovare in Dio quanto di per se gli manca. Al contrario non può attribuirsi un granello di bene oltre la misura, senza rovinarsi in vana fiducia e rendersi colpevole di sacrilegio, perché usurpa la gloria di Dio. E in realtà ogni volta che sorge in noi questa brama di possedere qualche cosa di nostro, situato in noi più che in Dio, dobbiamo renderci conto che questo pensiero ci è presentato dallo stesso consigliere che ha indotto i nostri padri a voler essere simili a Dio, conoscendo il bene e il male (Ge 3.5). È dunque diabolica la parola che esalta l'uomo in se stesso e non dobbiamo ascoltarla; accetteremmo i consigli del nostro nemico.

È molto piacevole pensare di avere in noi tanta forza da poter essere soddisfatti di noi stessi: ma troppe affermazioni della Scrittura ci allontanano da questo vanto infondato. Eccone alcune: "Maledetto è colui che si confida nell'uomo e mette la sua forza nella carne" (Gr. 17.5);"Dio non prende piacere nella forza del cavallo, né nelle gambe dell'uomo forte ma pone il suo affetto in coloro che lo temono e riconoscono la sua bontà" (Sl. 147.10);"È lui che dà forza allo stanco e stimola chi manca di coraggio, scoraggia ed abbatte chi è nel fiore dell'età, porta alla decadenza i forti ma fortifica chi spera in lui", (Is. 40.29-31). Tutte queste citazioni hanno lo scopo di ammonire affinché nessuno si adagi nella buona opinione della propria forza, se vuol avere l'aiuto di quel Dio che resiste agli orgogliosi e fa grazia agli umili (Gm. 4.6).

A questo punto ricordiamoci di queste promesse: "Spargerò dell'acqua sulla terra assetata, innaffierò coi fiumi la terra secca": "Tutti voi che avete sete, venite attingere acqua!", (Is. 44.3; 55.1) e altre simili. Esse dimostrano che nessuno è ammesso a ricevere le benedizioni di Dio se non colpito ed abbattuto dal sentimento della propria miseria. E non bisogna dimenticare le altre, come la seguente di Isaia: "Non avrai più il sole per illuminarti di giorno né la luna di notte, ma il tuo Dio sarà la tua luce in perpetuo," (Is. 60.19). Certamente il Signore non toglie ai suoi servitori la luce del sole o della luna, ma, volendo essere il solo a manifestare la sua gloria in essi, sottrae la loro fiducia dalle cose che noi consideriamo le più eccellenti.

2. Per questo mi è sempre molto piaciuta l'affermazione di Crisostomo che il fondamento della nostra filosofia è l'umiltà; e ancora di più quella di sant'Agostino: "Demostene, oratore greco, richiesto quale fosse il primo precetto dell'eloquenza, rispose essere la buona pronuncia; interrogato sul secondo diede la stessa risposta e così per il terzo; così, disse, se mi interroghi sui precetti della religione cristiana ti risponderò che il primo, il secondo e il terzo sono l'umiltà". Per umiltà non intende che l'uomo, pensando avere qualche virtù, non se ne inorgoglisca, bensì che veramente senta non aver altro rifugio che nell'umiliarsi davanti a Dio. Così afferma in un altro luogo: "Nessuno si lusinghi; ognuno è un diavolo, tutto il bene che ha, lo ha da Dio. Che cos'hai da te stesso se non il peccato? Se vuoi prendere ciò che è tuo, prendi il peccato perché la giustizia appartiene a Dio". E: "Perché presumiamo tanto dalla forza della nostra natura? È desolata, abbattuta, dissipata, distrutta; essa ha motivo di confessione sincera e non di falsa difesa", : "Se qualcuno sa di non essere nulla di per se e di non aver sostegno in se, in lui le armi sono spezzate. Ora è necessario che tutte le armi dell'empietà siano spezzate, rotte e bruciate, che tu sia disarmato, non avendo in te alcun aiuto. Tanto più sei debole in te stesso, tanto meglio Dio ti riceve". Per ciò in un altro luogo, al Salmo settantesimo, ci vieta di ricordarci della nostra giustizia per riconoscere quella di Dio: la grazia di Dio è completa solo se riceviamo tutto da essa, dato che siamo malvagi di per noi stessi.

Non vantiamo dunque il nostro diritto verso Dio come se fossimo impoveriti da quanto attribuiamo a lui. La nostra umiltà significa il suo innalzamento, così la confessione della nostra umiltà ha sempre pronto il soccorso della sua misericordia. Non pretendo che l'uomo ceda a Dio il suo diritto senza esserne convinto e che non riconosca la propria capacità, se ne ha qualcuna, per essere ridotto all'umiltà; richiedo solo che abbandonando il folle amore di se stesso, la superbia e l'ambizione che lo accecano, si guardi allo specchio della Scrittura.

12. Come ho già detto, questa frase tratta da Agostino mi piace molto: i doni naturali sono stati corrotti nell'uomo dal peccato e quelli supernaturali sono stati del tutto annullati. I secondi sono rappresentati sia dalla purezza della fede che dall'integrità e la dirittura attinenti alla vita celeste e all'eterna felicità. L'uomo abbandonando il regno di Dio è stato privato dei doni spirituali di cui era adornato e protetto in vista della salvezza. Ne segue che è bandito dal regno di Dio e che tutti i beni della vita beata dell'anima sono spenti in lui, finché rigenerato dalla grazia dello Spirito Santo non li riacquisti: vale a dire la fede, l'amore per Dio, la carità verso il prossimo, il desiderio di vivere santamente e rettamente. Se queste cose ci sono restituite da Gesù Cristo, non si può pensare che appartengano alla nostra natura, dato che ci vengano dal di fuori. Di conseguenza se ne deve concludere che sono state abolite in noi.

Parimenti l'integrità dell'intelletto e la dirittura del cuore ci sono state tolte. Questa è la corruzione dei doni naturali. Sebbene ci resti qualche elemento di intelligenza e di giudizio con la volontà, tuttavia non possiamo dire che l'intelletto sia sano ed integro: esso è debole e avvolto da molte tenebre. La malizia e la ribellione della volontà sono abbastanza note. Dato che la ragione con la quale l'uomo discerne il bene dal male, comprende e giudica, è un dono naturale, essa non ha potuto essere spenta del tutto; ma in parte indebolita e in parte corrotta non è oggi che rovine.

In questo senso san Giovanni dice che la luce splende nelle tenebre ma che le tenebre non la ricevono (Gv. 1.5). E con questo esprime chiaramente due concetti: nella natura dell'uomo, anche se pervertita ed imbastardita, brillano ancora alcune fiammelle, a dimostrare che è un essere ragionevole e che differisce dalle bestie brute, essendo dotato di intelligenza; e tuttavia questa luce è soffocata da un'oscurità sì fitta d'ignoranza da non poter riuscire efficace. Parimenti la volontà, essendo inseparabile dalla natura dell'uomo, non è completamente perita ma è prigioniera ed ammanettata dalle malvagie concupiscenze, al punto da non poter desiderare alcun bene.

Questa definizione è completa e sufficiente, ma deve essere ancora spiegata più ampiamente. Onde l'ordine della nostra argomentazione proceda secondo la distinzione che abbiamo formulata dividendo l'anima umana in intelligenza e volontà, dobbiamo in primo luogo esaminare quale forza vi sia nell'intelligenza.

 Giudicarla accecata al punto da non poter conservare alcuna conoscenza delle cose, contrasterebbe non solo con la parola di Dio ma anche con l'esperienza comune. Riscontriamo infatti nello spirito umano un desiderio di indagare la verità, per la quale l'uomo non avrebbe alcun interesse se non ne avesse precedentemente gustato il sapore. l: dunque una scintilla di luce nello spirito umano questo amore naturale per la verità, mentre il disinteresse per essa da parte delle bestie brute ci rivela la loro ignoranza e la mancanza di qualsiasi senso di ragione. Questo desiderio però, così com'è, vien meno prima di aver corso, perché scade nella futilità. La mente umana a causa della sua ignoranza, non può seguire una via sicura nella ricerca della verità ma devia in diversi errori e, come un cieco che brancola nelle tenebre, urta qua e là fino a smarrirsi completamente. Proprio da questa ricerca della verità risulta quanto sia inadatta ed incapace a indagarla e a trovarla.

Vi è un altro grave errore: l'intelligenza non discerne spesso a quale oggetto debba applicarsi. Si tormenta allora con folle curiosità e cerca cose superflue o di nessun valore. E disprezza le cose necessarie oppure, invece di considerarle, dà loro una occhiata soltanto. Ma quasi mai vi applica un'attenzione seria. E di questo errore tutti gli scrittori pagani si dolgono; tuttavia ne sono tutti vittime. Per questo motivo Salomone nell'Ecclesiaste dopo aver enumerato tutte le cose in cui gli uomini si compiacciono e nelle quali pensano essere savi, le definisce alla fine vane e frivole.

13. Quando tuttavia l'intelletto umano si impegna in qualche ricerca, non lavora invano, ma ne trae qualche frutto: specialmente quando si volge alle realtà inferiori. Anzi, non è così stupido da non gustare anche qualcosa delle cose superiori, sebbene le cerchi con negligenza. Ma non ha uguale capacità nei riguardi delle prime o delle seconde. Quando vuole innalzarsi al di sopra della vita presente allora specialmente è messo di fronte alla propria debolezza.

Per intendere meglio dunque che punto possa raggiungere in ogni cosa, adopreremo questa distinzione: l'intelligenza delle cose terrene è diversa da quella delle cose celesti. Definisco cose terresti quelle che non concernono Dio o il suo Regno né la vera giustizia o l'immortalità della vita futura, ma sono in relazione con la vita presente e contenute nei limiti di questa. Cose celesti, la pura conoscenza di Dio, la norma e il senso della vera giustizia e i misteri del Regno celeste.

Nella prima categoria sono incluse la dottrina politica, il modo di ben governare la propria casa, le arti meccaniche, la filosofia e tutte le discipline chiamate liberali. Alla seconda si riferisce la conoscenza di Dio e della sua volontà e la regola di conformare la nostra vita a questa conoscenza. Riguardo alla prima categoria, dobbiamo affermare quanto segue: l'uomo essendo di natura socievole, tende per inclinazione naturale a costituire e conservare una vita socievole; una qualche idea generale di onestà e di ordine civile risulta impressa nell'animo di ogni uomo. Di conseguenza non c'è nessuno che neghi che ogni assemblea debba essere regolata da qualche legge e che qualche principio di questa legge sia contenuto nella mente di tutti. Di qui il consenso dei popoli, come dei singoli nell'accettare le leggi, essendo presente in tutti un seme che deriva dalla natura, senza maestro o legislatore.

 Questo non è contraddetto dai dissensi e dalle lotte che sopravvengono improvvisi. Gli uni vorrebbero distruggere tutte le leggi, rovesciare ogni morale, abolire ogni giustizia per governarsi secondo la propria cupidigia, come i ladroni e i briganti. Altri (e questo avviene più spesso) considerano iniquo quanto un legislatore stabilisce come buono e giusto, e giudicano buono quanto egli proibisce come malvagio. I primi non odiano le leggi perché ignorano che esse siano buone e sante; ma travolti e trasportati dalla propria cupidigia come da una furia, combattono contro la ragione, e quanto approvano con il loro intelletto, lo odiano nel loro cuore in cui regna la malvagità. I secondi non differiscono talmente gli uni dagli altri e hanno anch'essi quella percezione della rettitudine di cui abbiamo parlato. Essi non si accordano nel riconoscere quali leggi siano migliori: è segno che consentono su un qualche concetto di rettitudine. P: evidente, in questo caso, la debolezza dell'intelligenza umana che pur pensando di seguire la via giusta, zoppica ed inciampa.

Questo fatto è comunque indubbio: in tutti gli uomini esiste un germe di coscienza politica: il che conferma che nessuno è privo della luce di ragione per quanto concerne il governo della vita presente.

14. L'abilità che abbiamo nell'apprendere le arti meccaniche e quelle liberali, mostra esservi qualche capacità a questo riguardo nell'intelletto umano. Sebbene infatti, ciascuno non sia adatto né capace di apprenderle tutte, tuttavia è segno sufficiente che la mente umana non è priva di capacità a questo proposito, dato che non c'è quasi nessuno che non abbia la capacità di servirsene. Anzi, non c'è solamente la capacità e la facilità ad apprenderle, ma vediamo che ciascuno, nella sua arte, spesso inventa qualcosa di nuovo, oppure aumenta e perfeziona quello che ha appreso dagli altri. Platone si è sbagliato credendo che questo apprendimento non fosse che un ricordo di quello che l'anima sapeva prima di essere messa nel corpo, tuttavia la ragione ci costringe a riconoscere che vi è un qualche principio di queste cose impresso nell'ingegno umano.

Questi esempi ci mostrano esservi una facoltà di apprendimento razionale impressa naturalmente in tutti gli uomini; e tuttavia questo è talmente universale che ciascuno per parte sua, nella sua intelligenza, deve riconoscervi una grazia speciale di Dio. Egli ci conduce a questo riconoscimento creando gli insensati e i pazzi, che ci presenta come uno specchio dell'eccellenza che l'anima dell'uomo raggiungerebbe se non fosse rischiarata dalla sua luce! Luce naturale in tutti, in modo tale però da rappresentare un beneficio gratuito della sua generosità verso ciascuno.

L'inventiva nel campo delle arti, le tecniche nell'insegnarle, la struttura organica della dottrina, la conoscenza singolare ed eccellente di queste scienze, essendo appannaggio di poche persone, non sono prove sicure dell'ingegnosità naturale degli uomini; dato tuttavia che sono comuni ai buoni ed ai malvagi possiamo includerle tra le grazie naturali.

15. Quando vediamo risplendere nei libri degli scrittori pagani questa mirabile luce di verità, dobbiamo comprendere che la natura dell'uomo, pur essendo decaduta dalla sua integrità e profondamente corrotta, non cessa peraltro di essere adornata di molti doni divini. Se riconosciamo lo Spirito di Dio quale unica sorgente di verità, non disprezzeremo la verità dovunque essa appaia, per non recare ingiuria allo Spirito di Dio: i doni dello Spirito non possono essere vilipesi infatti, senza che risulti anche disprezzato e svilito questo Spirito.

 Negheremo agli antichi giureconsulti lucida chiarezza nel costituire un ordine di governo saggio ed equo? Diremo che i filosofi sono stati ciechi, essi che hanno considerato sì diligentemente i segreti della natura e ne hanno scritto con tanta arte? Diremo che chi ci ha insegnato l'arte della discussione, vale a dire il modo di parlare secondo ragione, non avesse alcuna intuizione? Diremo insensato chi ha inventato la medicina? Considereremo le altre discipline come follie? Al contrario: non possiamo leggere i libri scritti su tutti questi argomenti senza rimanerne meravigliati. E siamo meravigliati perché siamo costretti a riconoscere la sapienza ivi contenuta. Ma potremmo considerare qualcosa eccellente e lodevole senza anche riconoscere che proviene da Dio? Saremmo troppo ingrati se lo facessimo: mentre non lo sono stati i poeti pagani che hanno riconosciuto essere doni di Dio la filosofia, le leggi, la medicina e le altre buone arti. Se Cl. solo aiuto della natura furono così perspicaci nella intelligenza delle cose mondane ed inferiori, il loro esempio deve mostrarci quante grazie il Signore ha lasciato alla natura umana dopo che essa è stata spogliata del bene supremo.

16. Non bisogna tuttavia, dimenticare che tutte queste grazie sono doni dello Spirito di Dio, il quale li distribuisce a chi vuole, per il bene comune del genere umano. Se la scienza e l'arte sono state date espressamente dallo Spirito di Dio a quelli che costruivano il tabernacolo nel deserto (Es. 31.2; 35.31) non c'è da meravigliarsi se dico che la conoscenza delle cose principali della vita umana ci è comunicata dallo Spirito di Dio.

Se qualcuno obbietta: Che ha da fare lo Spirito di Dio con gli iniqui che sono del tutto estranei a Dio?, rispondo che l'obbiezione non è valida. Quando è detto che lo Spirito abita solamente negli uomini fedeli, si intende lo Spirito di santificazione, per il quale siamo consacrati a Dio per essere suoi templi. Tuttavia Dio non cessa di riempire, guidare, vivificare ogni creatura con la forza di questo stesso Spirito; e compie questo, secondo le caratteristiche attribuite nella creazione. Se dunque il Signore ha voluto che gli iniqui e gli increduli ci aiutino a comprendere la fisica, la dialettica e le altre discipline, dobbiamo servirci del loro aiuto, nel timore che la nostra negligenza sia punita se sprezziamo i doni di Dio là dove ci vengono offerti.

Nessuno pensi tuttavia che l'uomo debba rallegrarsi troppo perché gli concediamo così grande capacità di comprendere le cose inferiori contenute In questo mondo corruttibile. Dobbiamo nel contempo notare infatti che questa facoltà di intendere e la comprensione che ne segue, sono cosa frivola e insignificante di fronte a Dio se non hanno un fermo fondamento di verità. La citata affermazione di sant'Agostino: le grazie concesse all'uomo alla creazione gli sono state tolte dopo la caduta e le grazie naturali rimastegli sono state corrotte, è verissima e il Maestro delle Sentenze e gli Scolastici sono stati costretti ad approvarla. I doni che procedono da Dio non possono contaminarsi: ma hanno cessato di essere puri per l'uomo, dopo che è stato inquinato, per cui non si può attribuirgliene alcuna lode.

17. La somma di tutto questo si riduce ad un fatto: in tutto il genere umano la ragione appare essere propria alla nostra natura e ci distingue dagli animali bruti i quali a loro volta differiscono dalle cose insensibili. Il fatto che alcuni nascano pazzi ed altri stupidi non deve oscurare la grazia generale di Dio; questo, anzi, ci avverte che dobbiamo attribuire alla grande liberalità di Dio il residuo che ci rimane; perché se non ci avesse risparmiato, la rivolta di Adamo avrebbe abolito tutto quello che Ci era stato concesso.

Quanto al fatto che gli uni sono più intelligenti degli altri, oppure hanno giudizio più acuto, altri hanno lo spirito più agile nell'inventare o nell'imparare un'arte, in questa varietà Dio ci mostra evidente la sua grazia onde nessuno attribuisca a se quanto proviene dalla pura liberalità di colui da cui procede ogni bene.

Un uomo eccelle sull'altro infatti perché la grazia speciale di Dio ha la preminenza sulla comune natura, il che appare quando la grazia, lasciandone da parte molti, si dimostra indipendente da tutti.

Anzi Dio ispira moti particolari a ciascuno secondo la propria vocazione: ne abbiamo parecchi esempi nel libro dei Giudici laddove è detto che lo Spirito di Dio ha rivestito quanti incaricava del governo del popolo (Gd. 6.34). In breve, in ogni atto importante, vi è qualche moto particolare: ecco perché è detto che gli uomini coraggiosi di cui Dio aveva toccato il cuore, hanno seguito Saul (1 Re 10.26). E quando a questi perviene il messaggio che Dio vuol farlo regnare, Samuele gli dice: "Lo Spirito di Dio passerà su te e diverrai un altro uomo" (1 Re 10.6). Questo si estende a tutto il corso del suo governo, come è detto appresso di Davide che lo Spirito di Dio è passato su lui dal giorno della sua unzione, per continuare ancora in seguito (1 Re 16.13). Lo stesso è espresso ancora in séguito a proposito di direzione e di atteggiamenti particolari.

Anche in Omero è detto che gli uomini hanno ragione e prudenza non solo secondo che Giove ha attribuito a ciascuno, ma secondo il suo quotidiano intervento. E infatti l'esperienza mostra, allorché i più abili e astuti restano attoniti, che le menti umane sono nella mano di Dio per essere guidate ad ogni minuto. A questo corrisponde la citazione che abbiamo già menzionato: Dio toglie il senno ai prudenti per farli errare e smarrirsi (Sl. 107.40).

Del resto continuiamo a vedere in questa diversità il sussistere di tracce dell'immagine di Dio che distinguono in generale il genere umano da tutte le altre creature.

13. Dobbiamo ora considerare cosa la ragione umana possa scorgere quando cerca il Regno di Dio e quale capacità abbia di raggiungere la sapienza spirituale che consiste in tre cose: conoscere Dio, la sua volontà paterna verso noi, nella quale risiede la nostra salvezza, come dobbiamo regolare la nostra vita secondo la norma della Legge. Per quanto riguarda i due primi punti e specialmente il secondo, i più acuti tra gli uomini sono ciechi più dei ciechi stessi. Non nego che si trovino qua e là nei libri dei filosofi delle affermazioni appropriate riguardo a Dio; ma la frammentarietà che risulta in esse lascia chiaramente intendere trattarsi solo di intuizioni confuse. È vero che Dio ha dato loro di percepire qualche elemento della propria divinità affinché non potessero rifugiarsi nell'ignoranza, per scusare la propria incredulità, e li ha spinti, in certo modo, a formulare delle dichiarazioni dalle quali essi stessi potessero essere convinti. Ma ne hanno percepito così poco che, lungi dal pervenire alla verità, non sono stati neppure indirizzati ad essa.

Potremo illustrare questo per mezzo di similitudini. Se durante un temporale un uomo si trova in mezzo ai campi, di notte, i lampi gli permettono di vedere intorno a se, ma solo per un minuto, e non lo aiutano gran che a trovare la strada perché prima che abbia potuto fissare l'occhio sulla strada la luce è svanita, è di nuovo nelle tenebre e non ne è condotto a casa.

Inoltre, le piccole tracce di verità che vediamo contenute nei libri dei filosofi, da quante orribili menzogne non sono oscurate! Ma come ho detto, la loro ignoranza consiste nel fatto che essi non hanno mai gustato alcuna certezza della buona volontà di Dio a nostro riguardo e, senza di questa, la mente umana è piena di straordinaria confusione. Ecco perché la ragione umana non può mai avvicinare, né aspirare a comprendere questa verità: chi sia il vero Dio e quale egli voglia essere nei nostri riguardi.

19. Ubriachi quali siamo di falsa presunzione, abbiamo grande difficoltà a credere che la nostra ragione sia cieca e stupida nella comprensione delle cose di Dio: mi sembra dunque meglio dimostrarlo con la testimonianza della Scrittura che non con il ragionamento.

Quanto ho detto è chiaramente esposto da san Giovanni quando afferma: al principio la vita era in Dio e questa vita era la luce degli uomini, questa luce splende nelle tenebre e non è ricevuta dalle tenebre (Gv. 1.4-5). Con queste parole insegna che l'anima dell'uomo è illuminata parzialmente dalla luce di Dio, di modo che non è mai priva di qualche fiamma o almeno di qualche scintilla; ma insieme nota che con questa illuminazione essa non può comprendere Dio. Perché? Perché tutto l'ingegno è pura oscurità relativamente alla conoscenza di Dio. Quando lo Spirito Santo chiama gli uomini "tenebre", li spoglia di ogni facoltà di intelligenza spirituale. Per questo l'Evangelista afferma che i credenti che ricevono Cristo non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma da Dio solamente (Gv. 1.13). È come se dicesse: la carne non è capace di una sapienza abbastanza alta per comprendere Dio e quello che a Dio appartiene, a meno di essere illuminata dallo Spirito Santo. Difatti Gesù Cristo dichiarava a san Pietro che questi aveva potuto conoscerlo grazie ad una rivelazione speciale di Dio Padre (Mt. 16.17).

20. Non avremmo motivo di esitare né dubitare, se tenessimo per certo che quanto il nostro Signore conferisce ai suoi eletti attraverso lo Spirito di rigenerazione, manca alla nostra natura. Il popolo credente si esprime in questi termini per bocca del Profeta: "Presso te, Signore, è la sorgente della vita e nella tua luce vedremo la luce" (Sl. 36.10). E san Paolo asserisce che nessuno può benedire Cristo se non spinto dallo Spirito Santo (1 Co. 12.3). Parimenti Giovanni Battista, vedendo l'ignoranza dei discepoli, esclama: nessuno può comprendere se non gli è dato dal cielo (Gv. 3.27). Con la parola "dare" intende una rivelazione speciale e non una intelligenza comune, naturale: questo appare dal fatto che si dolga del poco profitto tratto dai propri discepoli dalle molte predicazioni sul Cristo ascoltate. Vedo bene, egli dice, che le mie parole non hanno la forza di far conoscere agli uomini le cose divine, solo Dio le può far conoscere per mezzo del suo Spirito.

Parimenti Mosè, rimproverando al popolo la sua ingratitudine, contemporaneamente nota che esso non può comprendere il mistero di Dio, a meno che la grazia non gli sia data."I tuoi occhi "egli dice "hanno visto grandi segni e miracoli e il Signore non ti ha dato intendimento per comprendere, né orecchie per udire, né occhi per vedere" (De 29.2-4). Non esprimerebbe di più se li chiamasse pezzi di legno nel considerare le opere di Dio! Per questa ragione il Signore, per bocca del suo Profeta, promette agli Israeliti, quale grazia singolare, di dare loro intelletto per esserne conosciuto (Gr. 24.7) , sottintendendo che la mente dell'uomo non può avere sufficiente sapienza spirituale se non viene illuminata.

Questo è chiaramente confermato dalla bocca stessa di Gesù Cristo quando afferma che nessuno può andare a lui se non gli è dato dal Padre (Gv. 6.44). Non è egli l'immagine viva del Padre, in cui ci è raffigurata la luce della sua gloria (Eb. 1.3) ? Non poteva dunque meglio dimostrare quale sia la nostra capacità a conoscere Dio che dicendo che non abbiamo occhi per contemplarne l'immagine, mentre essa ci è mostrata così chiaramente. Egli stesso non è disceso sulla terra per rendere manifesta agli uomini la volontà del Padre (Gv. 1.18) ? Non ha egli fedelmente svolto il proprio compito? Non possiamo dire il contrario. Ma la sua predicazione non poteva riuscire se lo Spirito Santo non gli avesse dato accesso al cuore degli uomini. Nessuno dunque viene a lui senza essere stato istruito dal Padre.

Questa istruzione avviene allorché lo Spirito Santo, con forza singolare e meravigliosa, concede orecchie per udire e spirito per intendere. Per confermarlo il Signore Gesù cita una frase di Isaia (Gv. 6.45) in cui Dio, dopo la promessa di restaurare la sua Chiesa, dice che i credenti che raccoglierà in essa saranno discepoli suoi (Is. 54.13). Se vi si parla di grazia speciale che Dio concede ai suoi eletti, bisogna concludere che l'insegnamento promesso è diverso da quello dato indifferentemente ai buoni ed ai malvagi. Bisogna dunque intendere che nessuno accede al Regno di Dio se non ha la mente rinnovata dall'illuminazione dello Spirito Santo.

San Paolo si esprime ancora più chiaramente e trattando questa materia, dopo aver asserito che la sapienza umana è piena di follia e di vanità, conclude che l'uomo sensuale non può comprendere le cose dello Spirito, le quali sono follia per lui e non può assimilarle (1 Co. 2.14). Egli definisce "uomo sensuale" chi si fonda sulla luce naturale; se ne deduce che l'uomo non può conoscere le cose spirituali per via naturale.

Per quale ragione? Non solamente perché non se ne cura; quand'anche si sforzasse con tutte le sue capacità, non potrebbe in nessun caso pervenirci perché bisogna discernerle spiritualmente, dice san Paolo. Con questo vuol dire che, nascoste alla mente umana, esse sono illuminate dalla rivelazione dello Spirito, di sorta che tutta la sapienza di Dio per l'uomo è solo follia fino a quando egli non sia stato illuminato dalla grazia. San Paolo aveva in precedenza considerato superiore alla vista, all'udito e alla capacità del nostro intelletto, la conoscenza delle cose preparate da Dio per i suoi servitori e anzi aveva testimoniato che la sapienza umana è come un velo che ci impedisce di contemplare Dio.

Che vogliamo di più? L'Apostolo dichiara che la sapienza di questo mondo deve essere resa folle (1 Co. 1.20) , come in verità Dio ha voluto fare. E noi vorremmo attribuirle profonda percezione con la quale poter conoscere Dio e tutti i segreti del suo Regno? Lungi da noi questa insensatezza!

21. Quello che l'Apostolo nega qui all'uomo, lo attribuisce a Dio in un altro passo, allorché prega Dio di dare agli Efesini spirito di sapienza e di rivelazione (Ef. 1.17). Già con queste parole indica che ogni sapienza e ogni rivelazione sono dono di Dio. Cosa viene dopo?: "Illumini gli occhi della vostra mente", se hanno bisogno di una nuova illuminazione, di per se sono ciechi. Li esorta di conseguenza a pregare affinché intendano la speranza della loro vocazione. Con questo sottintende che la mente umana non è capace di comprendere.

Nessun pelagiano venga cianciando, a questo punto, che Dio sovviene a questa ignoranza e debolezza quando guida la mente umana con la sua Parola fin dove da sola non avrebbe potuto giungere. Davide aveva infatti la Legge in cui era compresa tutta la sapienza desiderabile; non essendone però soddisfatto pregava Dio che gli aprisse gli occhi per poter considerare i segreti della sua legge (Sl. 119.18). Con questo indica che quando la parola di Dio splende sugli uomini, essa è come un sole che illumina la terra; ma tutto questo non ci serve a nulla finché Dio non ci abbia dato, o aperto, gli occhi per vedere. Per questo motivo è chiamato Padre delle luci (Gm. 1.17); dove non risplende il suo Spirito, non vi sono che tenebre. Lo confermano gli Apostoli: essi erano stati sufficientemente e correttamente istruiti dal migliore maestro che esista, tuttavia questi promette di inviar loro lo Spirito di verità per istruirli nella dottrina che avevano precedentemente ascoltata (Gv. 14.26). Se domandando qualcosa a Dio riconosciamo di esserne privi e se egli, promettendoci qualche bene, rileva che ne siamo privi dobbiamo concluderne, senza difficoltà, che siamo in grado di comprendere i misteri di Dio nella misura in cui siamo illuminati dalla grazia che egli ci concede. Chi presume di avere maggiore intelligenza è tanto più cieco in quanto non riconosce la propria cecità.

22. Resta ora da esaminare il terzo punto, vale a dire la regola per ben ordinare la nostra vita; cioè la conoscenza della vera giustizia delle opere.

In questo campo l'intelletto umano sembra essere più acuto che nei settori dinanzi menzionati. L'Apostolo riconosce che quanti non hanno la Legge sono legge a se stessi e mostrano che le opere della Legge sono scritte nel proprio cuore e che la coscienza ne rende testimonianza; i loro pensieri li accusano e li giustificano di fronte al giudizio di Dio per quello che fanno (Ro 2.14). Ora, se i pagani hanno la giustizia di Dio naturalmente impressa nel loro spirito, non li possiamo considerare completamente ciechi per quanto concerne la conoscenza del vivere rettamente. in: infatti noto che l'uomo ha sufficiente conoscenza di quella esatta norma per vivere bene grazie alla legge naturale di cui parla l'Apostolo.

Dobbiamo peraltro esaminare a qual fine questa conoscenza della Legge sia stata data agli uomini e allora risulterà evidente fin dove può condurci nella direzione di un apprendimento della ragione e della verità.

Possiamo ricavare questo dalle parole di San Paolo considerando l'andamento del passo. Aveva poco prima affermato che chi ha peccato sotto la Legge sarà giudicato dalla Legge e chi ha peccato senza la Legge, perirà senza la Legge. Questo ultimo punto sembrava sragionevole: vale a dire che i poveri popoli ignoranti debbano perire senza avere alcuna luce di verità; egli allora aggiunge subito che la loro coscienza può servire da legge perché è sufficiente a condannarli con giustizia.

Fine della legge naturale è dunque rendere l'uomo inescusabile. Potremo dunque definirla: una dimensione della coscienza che le permette di discernere tra il bene e il male, tanto dato togliere all'uomo la scusa dell'ignoranza, essendo rimproverato dalla propria testimonianza stessa.

 La tendenza ad adularsi è tale nell'uomo che egli si sforza sempre per quanto gli è possibile distrarre la propria mente dalla percezione del proprio peccato. Questo ha spinto Platone a dire che pecchiamo solo per ignoranza. Sarebbe ben detto se l'ipocrisia dell'uomo, coprendone i vizi, potesse evitare alla coscienza di essere colpita dal giudizio di Dio. Ma il peccatore che mette da parte il discernimento del bene e del male che possiede in se, vi è ricondotto per forza e non può chiudere gli occhi senza essere costretto, lo voglia o no a riaprirli, è falso dire che si pecca per ignoranza.

23. Temistio, un altro filosofo, è più vicino al vero quando insegna che di rado l'intelletto umano si inganna nelle considerazioni generali, ma si sbaglia nella considerazione particolare di quanto concerne la propria persona. Ad esempio: si ponga in termini generali la domanda se l'omicidio sia male; tutti risponderanno di sì. Tuttavia, chi macchina la morte del proprio nemico, agisce come se si trattasse di una buona cosa. Parimenti, un adultero condannerà la sensualità in generale, e tuttavia si compiacerà nella propria. Ecco in che consiste l'ignoranza: l'uomo dopo aver formulato un giudizio universalmente valido, quando è direttamente implicato nel caso particolare dimentica la norma che prima enunciava quando prescindeva da se stesso. Di questo argomento sant'Agostino tratta molto bene esponendo il primo versetto del Salmo 57.

Tuttavia l'affermazione di Temistio non ha affatto valore universale: infatti a volte la turpitudine della mala azione incalza a tal punto la coscienza del peccatore che egli non cade in virtù di una falsa concezione del bene, ma si dà al male scientemente e intenzionalmente. Da questo hanno origine le frasi che troviamo nei libri dei pagani: vedo il bene e l'approvo, ma non desisto di seguire il male e altre consimili.

Per eliminare ogni ulteriore incertezza si può menzionare una utile distinzione di Aristotele tra "incontinenza" e "intemperanza". "Dove regna incontinenza" egli dice "l'intelligenza particolare del bene e del male viene tolta all'uomo dalla sua disordinata concupiscenza ed egli non riconosce nel proprio peccato il male che condanna in via generale negli altri: ma quando non e più accecato dalla cupidità, la penitenza sottentra ed egli può riconoscerlo. L'intemperanza è malattia più pericolosa: l'uomo sa di fare il male ma non desiste e persegue ostinatamente la propria volontà malvagia".

24. Quando sentiamo affermare l'esistenza nell'uomo di un giudizio universale che discerne il bene dal male, non dobbiamo credere sia interamente sano ed integro. Se l'intelletto umano può discernere tra il bene ed il male in modo sufficiente perché gli sia sottratta la scusa dell'ignoranza, non è necessario che egli conosca la verità in ogni suo aspetto; è sufficiente che gli sia nota al punto da impedirgli di giustificarsi senza essere convinto dalla testimonianza della coscienza, e cominci ad avvertire paura per la giustizia divina.

Se vogliamo considerare infatti, quale comprensione della giustizia riceviamo dalla legge di Dio, che è un modello di perfetta giustizia, constateremo quanto la legge naturale sia cieca. Essa non riconosce quello che è preminente nella "prima Tavola," mettere la nostra fiducia in Dio e attribuirgli la lode per la sua potenza e la sua giustizia, invocare il suo nome e osservare il suo riposo. Quale mente umana ha mai, non dico conosciuto, ma immaginato o intuito attraverso il senso naturale che il vero onore e il servizio a Dio risiedono in queste cose? Quando gli iniqui vogliono onorare Dio, anche se richiamati centomila volte dalle loro folli fantasie, vi ricadono sempre di nuovo. Diranno che i sacrifici non piacciono a Dio se sono disgiunti dalla purezza di cuore e in questo testimoniano di intendere qualcosa del culto spirituale da rendere a Dio: ma poi lo smentiscono subito con le loro illusioni. Possiamo lodare un intelletto incapace da solo di comprendere e ascoltare i buoni ammonimenti? Tale è l'intelletto umano; ci rendiamo dunque conto della sua assoluta inintelligenza.

Esso è un pochino più accorto per quanto riguarda i precetti della seconda Tavola, dato che risultano più vicini alla vita umana e civile. Ma talvolta sbaglia anche qui. Sembra assurdo agli spiriti migliori tollerare una autorità eccessivamente rigida quando la si può rifiutare in qualche modo. E la ragione umana non può giudicare altrimenti; un animo servile e scoraggiato sopporta pazientemente la dominazione, uno integro e virile la scuote. Anche tra i filosofi la vendetta non è considerata un vizio. Al contrario, il Signore condanna questo orgoglio e prescrive ai suoi la pazienza, che invece gli uomini condannano e disprezzano.

Inoltre il nostro intelletto è cieco anche su un altro punto della legge di Dio, incapace com'è di riconoscere il male della propria concupiscenza. L'uomo sensuale non può essere condotto a riconoscere il proprio male interiore e la luce della sua natura è spenta prima che possa avvicinarsi all'entrata del proprio abisso. Quando i filosofi parlano di moti immoderati del nostro cuore, intendono quelli che appaiono con segni visibili. Ma non danno alcun peso ai malvagi desideri che muovono il cuore in modo più occulto.

25. Come dunque abbiamo refutata la tesi platonica dei peccati frutto dell'ignoranza, dobbiamo altresì respingere l'opinione di coloro che pensano che in tutti i peccati si riscontri una malvagità deliberata. Esperimentiamo infatti, più del necessario, di errare molte volte con buone intenzioni. La nostra ragione e la nostra intelligenza sono così spesso avvolte in tante fantasticherie da trarci in inganno; sono soggette a tanti errori, inciampano in tanti ostacoli, sono così spesso perplesse da essere ben lungi dal rappresentare una guida sicura. San Paolo mostra quanto esse siano inette a condurci, affermando che da noi stessi non siamo in grado di pensare alcunché come venendo da noi (2 Co. 3.5). Non parla solo della volontà o del sentimento, ma ci nega anche ogni pensiero buono escludendo ci possa venire alla mente cosa sia bene di fare.

Qualcuno dirà: Come, tutta la nostra industriosità, sapienza, conoscenza e sollecitudine sono talmente depravate da non permetterci di pensare né meditare nulla di buono riguardo a Dio? Riconosco che questo sembra ben duro e ci sentiamo grandemente offesi nel vederci privati dell'intelligenza e della sapienza che consideravamo nostro vanto più prezioso. Ma questo sembra giusto allo Spirito Santo, che sa esser vane tutte le riflessioni dei sapienti e chiaramente considera cattivo tutto quello che il cuore umano può elaborare (Sl. 94.2; Ge 6.3; 8.21). Se tutto quel che la nostra mente concepisce, valuta, delibera e progetta, risulta sempre malvagio, come possiamo pensare di deliberare qualcosa che piaccia a Dio, cui sono accette soltanto giustizia e santità?

Si può così vedere che la ragione della nostra mente, ovunque si volga, è miseramente soggetta all'inutilità. Davide lo riconosceva in se stesso quando chiedeva di ricevere da Dio l'intelletto per apprendere rettamente i suoi precetti (Sl. 119.34). Chi desidera un nuovo intelletto, riconosce insufficiente quello che ha. E non parla così una volta sola, ma ripete questa preghiera quasi dieci volte in uno stesso Salmo. La ripetizione denota quanto sia pressato dalla necessità di chiedere. Quello che Davide chiede per se, san Paolo lo domanda per tutte le Chiese: "Non cessiamo" egli dice" di chiedere a Dio che vi colmi della sua conoscenza in ogni sapienza e intelligenza spirituale, onde camminiate in modo degno" (Fl. 1.4; Cl. 1.9). Ogni volta che insegna essere questo un dono benevolo di Dio, è come se affermasse che non risiede nella facoltà umana.

Sant'Agostino ha conosciuto questa incapacità della nostra ragione ad intendere le cose di Dio e ha riconosciuto che la grazia dello Spirito Santo è necessaria per l'illuminazione della nostra mente quanto il sole per i nostri occhi. Non soddisfatto di questo, aggiunge che siamo soliti aprire bene gli occhi del corpo per ricevere la luce, ma gli occhi della nostra mente rimangono chiusi fino a che il Signore li apra.

La Scrittura però non insegna solo che i nostri spiriti debbono essere una volta illuminati perché poi possano vedere da soli. La citazione precedente di san Paolo si riferisce infatti al progresso continuo dei credenti e all'accrescimento della loro fede. Anche Davide lo esprime chiaramente con queste parole: "Ti ho cercato con tutto il mio cuore, non lasciarmi allontanare dai tuoi comandamenti" (Sl. 119.10). Pur essendo rigenerato e avendo progredito più di tutti nel timore di Dio, riconosce tuttavia di aver bisogno di una guida costante, ad ogni minuto, per non allontanarsi dalla conoscenza che gli è stata data. In un altro passo prega che gli venga rinnovato lo spirito retto che aveva perduto per colpa propria (Sl. 51.12) perché a Dio spetta di renderci quanto ci toglie per un tempo, come di darcelo al principio.

26. Dobbiamo ora considerare la volontà in cui dovrebbe esprimersi la libertà dell'uomo qualora esista. Abbiamo visto infatti che la facoltà di scelta caratterizza la volontà più che l'intelletto.

In primo luogo non si creda che quanto hanno detto i filosofi, ed e correntemente accettato, che cioè tutte le cose tendono naturalmente al bene, dimostri che c'è una qualche rettitudine nella volontà umana. Dobbiamo notare che il libero arbitrio non deve essere considerato parte di questo desiderio, basato su un'inclinazione naturale più che su deliberazione determinata. Anche i teologi scolastici riconoscono non esservi alcuna azione del libero arbitrio se non quando la ragione guarda da una parte e dall'altra. Con questo vogliono dire che l'oggetto dell'appetito deve poter essere sottomesso ad una scelta e la deliberazione deve precedere e dar luogo alla scelta.

E difatti, se consideriamo questo desiderio naturale del bene nell'uomo, lo constateremo comune alle bestie brute. Esse desiderano il proprio vantaggio e quando vi è qualche apparenza di bene che colpisce i loro sensi, la seguono. L'uomo segue questo istinto naturale e senza valutare con la ragione, propria della sua eccellente natura immortale, quel che deve ricercare o decidere in base ad una autentica sapienza, ma senza ragione e senza riflessione segue la tendenza della propria natura come una bestia. Non ha dunque nulla a che vedere con il libero arbitrio il fatto che l'uomo sia spinto da un sentimento naturale a cercare il bene; se così fosse, bisognerebbe che lo discernesse con retta ragione, riconosciutolo lo scegliesse, e avendolo scelto, lo praticasse.

 Per fugare ogni perplessità notiamo che vi sono a questo proposito, due punti dove si sbaglia. Nell'uso comune la parola "appetito" non è usata per indicare il movimento proprio della volontà, ma la inclinazione naturale. In secondo luogo la parola "bene" non serve a indicare giustizia e virtù, ma solo il fatto che tutte le creature desiderano essere a proprio agio secondo la propria natura. Ed anche se l'uomo desiderasse intensamente di ottenere quel che gli è vantaggioso, egli non lo persegue e non si concentra nel cercarlo. Infatti, sebbene tutti desiderino la felicità eterna, nessuno vi aspira fino a che non sia spinto dallo Spirito Santo.

Dato dunque che questo desiderio naturale non serve affatto a provare l'esistenza nell'uomo della libertà, così come l'inclinazione delle creature insensibili a cercare la perfezione della propria natura non dimostra la loro libertà, dobbiamo cercare altrove se la volontà dell'uomo sia così totalmente viziata e corrotta da non poter generare che il male, oppure se ve ne sia qualche parte intatta da cui nascano buoni desideri.

27. Quanti attribuiscono la nostra possibilità di volere con efficacia alla prima grazia di Dio, sembrano pensare che vi sia qualche facoltà nell'anima che aspira volontariamente al bene ma che è così debole da non poter giungere ad una ferma determinazione ne smuovere l'uomo allo sforzo.

Non v'è dubbio che gli Scolastici hanno seguito generalmente questa opinione che era loro offerta da Origene e da alcuni antichi quando infatti considerano l'uomo nella sua natura propria, lo descrivono con le parole di san Paolo: "Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ho il volere ma mi manca il modo di compiere" (Ro 7.15.18). Ma in questo modo falsano tutto il problema che Paolo sta esaminando! Egli tratta del combattimento cristiano che espone più brevemente nella lettera ai Galati, vale a dire insegna che i credenti sentono in perpetuo dentro di se una lotta tra lo Spirito e la carne (Ga 5.17). Essi non hanno lo Spirito per natura, ma attraverso la rigenerazione. È evidente che egli parla di quelli che sono rigenerati perché, dopo aver detto che in se stesso non abita alcun bene, aggiunge come chiarimento, che allude alla propria carne; per questo nega di essere l'attore del male, afferma invece esserlo il peccato presente in lui. Che cosa significa questo "in me stesso" o, vale a dire "nella mia carne?" È come se dicesse: in me non abita alcun bene che venga da me stesso, dato che non si potrebbe trovare nulla di buono nella mia carne. Ne deriva questa giustificazione, che può valere solo per i credenti i quali tendono verso il bene con tutta la forza della propria anima.

Inoltre la conclusione del discorso chiarisce tutta la questione. "Io mi compiaccio nella legge di Dio secondo l'uomo interiore" egli dice "ma vedo un'altra legge nelle mie membra che combatte contro la legge della mia mente" (Ro 7.22-23). Chi può avere in se tale combattimento se non colui che, pur essendo rigenerato dallo Spirito di Dio, porta sempre le tracce della propria carnalità? Ecco perché sant'Agostino, pur avendo talvolta inteso questo passo come riferentesi alla natura dell'uomo, ha poi ritrattato la sua interpretazione come falsa e non pertinente. Infatti, se ammettiamo che l'uomo abbia la minima aspirazione al bene senza la grazia di Dio, cosa risponderemo all'Apostolo il quale nega che siamo in grado anche solo di pensare qualche cosa di buono (2 Co. 3.5) ? Cosa risponderemo al Signore il quale per bocca di Mosè dichiara che tutto quello che il cuore umano costruisce è interamente perverso (Ge 8.21) ?

 Se dunque si sono sbagliati a causa della cattiva intelligenza di un passo, non dobbiamo fermarci alle loro fantasticherie. Dobbiamo invece accettare l'affermazione di Cristo: "Chi commette il peccato è servo del peccato" (Gv. 8.34). Essendo tutti peccatori per natura, ne segue che siamo sotto il giogo del peccato.

Ora se tutto l'uomo è prigioniero nella schiavitù del peccato, certamente la volontà, che è la sua parte principale, deve essere imprigionata da strettissimi legami. Anche l'asserzione di san Paolo: Dio opera in noi il volere (Fl. 2.13) , non avrebbe significato se vi fosse in noi una volontà che precede la grazia dello Spirito Santo.

Sia dunque rifiutato quanto sono andati biascicando a proposito del nostro prepararci al bene. I credenti domandano infatti talvolta a Dio che disponga i loro cuori ad obbedire alla sua legge, come Davide in molti passi: ma bisogna rilevare che il desiderio stesso di pregare, viene da Dio. La si può dedurre dalle parole di Davide: egli desidera che Dio gli crei un cuore nuovo (Sl. 51.12) , dunque non attribuisce a se stesso l'inizio di una tale creazione. Accettiamo piuttosto il dire di sant'Agostino: "Dio ti ha prevenuto in ogni cosa, previeni qualche volta la sua collera. E come? Confessa di ricevere da lui tutte queste cose, che da lui è venuto tutto quello che hai di buono e che il tuo male viene da te", poi conclude con una parola: "Non abbiamo nulla di nostro, fuorché il peccato".

 

 

CAPITOLO III

TUTTO QUELLO CHE LA NATURA CORROTTA DELL'UOMO PRODUCE È DEGNO DI CONDANNA

 

1. La natura umana sarà meglio conosciuta nei suoi due aspetti in base alla definizione della Scrittura: l'uomo nella sua totalità è descritto dalle parole del Signore: "Quel che è nato dalla carne è carne" (Gv. 3.6); se ne può dedurre facilmente che è ben misera creatura. Ogni desiderio della carne infatti è morte, come testimonia l'Apostolo, essendo inimicizia verso Dio; essa non è soggetta e non può esserlo, alla Legge di Dio (Ro 8.6-7). Se la carne è tanto perversa da esercitare tutta l'inimicizia di cui è capace verso Dio; se essa non può consentire con la giustizia divina; se essa insomma non può che produrre materia di morte, come potremo trarre dall'uomo qualche goccia di bene, sapendo che nella natura di lui non vi è che carne?

Ma qualcuno dirà: questo vocabolo si riferisce solo all'uomo sensuale e non alla parte superiore dell'anima. Rispondo che questo e facilmente refutato dalle parole di Cristo e dell'Apostolo. L'insegnamento del Signore è che l'uomo deve rinascere perché è carne (Gv. 3.6-7). Egli non desidera che rinasca secondo il corpo. Non si può dire che l'anima rinasce se qualche elemento ne viene corretto, ma solo se è interamente rinnovata. Questo è confermato dalla contrapposizione presentata in questo passo, come in quello di san Paolo. Lo spirito è nettamente contrapposto alla carne e nulla rimane in mezzo. Tutto quello che non è spirituale nell'uomo è dunque carnale, secondo questa motivazione. Ora non abbiamo neanche una sola goccia di questo spirito, se non attraverso la rigenerazione. Dunque tutto quello che abbiamo per natura è carne.

Se vi fosse ancora qualche dubbio, san Paolo ce ne dà la soluzione quando, dopo aver descritto il vecchio uomo che dice essere stato corrotto da colpevoli concupiscenze, ci prescrive di essere rinnovati nello spirito della nostra anima (Ef. 4.23). Ognuno vede che egli non colloca le malvagie concupiscenze nella parte sensitiva solamente, ma nello stesso intelletto e perciò ordina che sia rinnovato.

Infatti poco prima aveva presentato una tale descrizione della natura umana, da doverne concludere che siamo corrotti e perversi in tutte le nostre parti. L'affermazione che tutti camminano nella vanità dei propri sensi, hanno l'intelligenza accecata e sono lontani dalla vita di Dio a causa della propria ignoranza e dell'accecamento del cuore (Ef. 4.17- 18) , senza dubbio si riferisce a tutti coloro che Dio non ha ancora riformato alla rettitudine della sua sapienza e della sua giustizia. Questo è anche dimostrato dal paragone susseguente quando ammonisce i credenti dicendo che non hanno imparato Cristo. Possiamo concludere da queste parole che la grazia di Gesù Cristo è il rimedio unico per liberarci da questo accecamento e dai mali conseguenti.

Isaia lo aveva profetizzato a proposito del regno di Cristo, dicendo che mentre le tenebre avrebbero coperto la terra e l'oscurità avrebbe regnato sui popoli, il Signore sarebbe una luce perpetua per la sua Chiesa (Is. 60.2). Se la luce del Signore splenderà solo nella Chiesa, fuori di essa non restano che tenebre e cecità.

 Non elencherò dettagliatamente tutto quello che è detto della vanità dell'uomo da Davide e da tutti i profeti. Ma nei Sl. abbiamo una definizione degna di nota: se l'uomo fosse messo sulla bilancia con la vanità, ne risulterebbe ancora più vano (Sl. 62.10). È una grave condanna dell'ingegno umano; tutte le riflessioni che ne procedono sono derise come sciocche, frivole, sregolate e perverse.

2. La condanna del "cuore" non è meno radicale, quando è detto pieno di frode e di perversità più di ogni altra cosa (Gr. 17.9). Intendo però essere breve e mi accontenterò di una citazione, che come uno specchio tersissimo ci farà contemplare pienamente l'immagine della nostra natura. Quando l'Apostolo vuole annientare l'arroganza del genere umano fa queste dichiarazioni: "Non v'è nessun giusto, neppure uno; nessuno che cerchi Iddio; tutti hanno errato, tutti sono inutili' nessuno opera il bene, neanche uno solo; la loro bocca è un sepolcro aperto, le loro lingue sono infide, veleno d'aspide è sotto le loro labbra, la loro bocca è piena di maldicenza e di amarezza, i loro piedi sono veloci nello spargere il sangue; nelle loro vie non c'è che perdizione e dissipatezza; davanti ai loro occhi non v'è timore di Dio", (Ro 3.10; Sl. 14.1-3.53.2-4). Colpisce con queste parole severe non alcuni uomini ma tutta la discendenza di Adamo. E non rimprovera i costumi corrotti di un periodo particolare, ma accusa la corruzione costante della nostra natura. In questo passo non è sua intenzione riprendere gli uomini onde correggano le proprie tendenze, ma piuttosto insegnare loro che tutti, dal primo all'ultimo, sono inseriti in una situazione tale da non poterne uscire se non sono liberati dalla misericordia di Dio. Questo non si poteva mostrare se non facendo vedere come la nostra natura sia caduta in tale rovina; egli quindi presenta queste testimonianze in cui è mostrato come la nostra natura sia più che perduta.

Questo rimanga dunque chiaro: gli uomini sono quali san Paolo li descrive non solo per costume perverso, ma anche per naturale perversità. Altrimenti il suo ragionamento non si giustificherebbe; è per mostrare che abbiamo salvezza solo nella misericordia di Dio, dato che ogni uomo di per se è perduto e disperato. Non mi preoccupo qui di valutare la pertinenza delle' citazioni: prendo queste frasi come se fossero state pronunciate direttamente da lui e non citate dai profeti.

In primo luogo nega all'uomo la giustizia, vale a dire l'integrità e la purezza; poi l'intelligenza, la cui mancanza si dimostra nel fatto che tutti gli uomini si sono allontanati da Dio, mentre cercarlo è il primo elemento della sapienza. Ne seguono i frutti dell'infedeltà: tutti si sono allontanati diventando corrotti al punto che neanche uno opera il bene. Inoltre aggiunge tutte le malvagità con cui quelli che sono caduti nell'ingiustizia, macchiano e infettano le membra del proprio corpo. Infine dichiara che tutti gli uomini sono privi del timore di Dio, al quale invece avremmo dovuto misurare tutte le nostre azioni.

Se tali sono le ricchezze ereditarie del genere umano, invano cercheremo qualche bene nella nostra natura! Riconosco che non tutte queste malvagità appaiono in ogni uomo, ma nessuno può negare che ognuno ne abbia la semenza in se stesso. Un corpo che abbia già in se la causa e i germi di una malattia non può dirsi sano, anche se la malattia non si è ancora manifestata e mancano i sintomi del male; analogamente non si può dire sana l'anima che contiene tali impurità. Ma questa similitudine non è del tutto pertinente. Il corpo infatti, anche se viziato, non è privo del suo vigore e della sua vita: ma l'anima, sprofondata in questo abisso di iniquità, non è solo viziosa ma anche priva di ogni bene.

3. Sorge poi una questione analoga. In ogni secolo vi sono stati uomini che, ispirati dalla propria natura, hanno ricercato la virtù durante tutta la loro vita, e quand'anche ci sia molto da ridire sui loro costumi, tuttavia hanno mostrato, con quel desiderio di onestà, che una qualche purezza sussisteva nella loro natura. Spiegheremo più ampiamente il valore di queste virtù davanti a Dio quando tratteremo del merito delle buone opere; per il momento dobbiamo dire quanto è necessario in relazione all'argomento che stiamo trattando.

Questi esempi dunque ci ricordano che non dobbiamo ritenere completamente viziata la natura dell'uomo, dato che, seguendone gli impulsi, alcuni hanno compiuto numerosi atti eccellenti e si sono condotti onestamente per tutto il corso della loro vita. Ma dobbiamo considerare che nella corruzione universale di cui abbiamo parlato, la grazia di Dio si manifesta in qualche modo, non per correggere la perversità della natura, ma per reprimerla e per frenarne la manifestazione. Se Dio permettesse a tutti gli uomini di seguire liberamente i propri desideri, si vedrebbe, per esperienza, che tutti possiedono tutti i vizi che san Paolo denuncia nella natura umana. E chi potrebbe separarsi dall'umanità nel suo complesso? Questo bisognerebbe fare per non essere colpiti dalle accuse che san Paolo rivolge contro di lei: i loro piedi sono rapidi nello spargere sangue, le loro mani macchiate di rapine e di omicidi, le loro bocche simili e sepolcri aperti, le lingue infide, le labbra velenose, le opere inutili, inique, corrotte, mortali, i cuori senza Dio, ripieni di malizia, con occhi pronti all'imboscata, i cuori pronti all'oltraggio; insomma tutte le loro parti pronte a fare il male (Ro. 3.10). Se ogni anima e soggetta a questi vizi mostruosi, come l'Apostolo dichiara esplicitamente, ci rendiamo conto di cosa accadrebbe se il Signore lasciasse libero corso alla cupidigia umana! Nessuna fiera è così sfrenata nella sua furia, nessun fiume sia pur violento, trabocca in modo altrettanto impetuoso.

Questi mali sono cancellati dal Signore nei suoi eletti nel modo che esporremo: nei reprobi essi sono solamente repressi come con una briglia onde non dilaghino, secondo quanto Dio sa essere utile per la conservazione del mondo. Di conseguenza alcuni per vergogna, altri per timore delle leggi, sono trattenuti dall'abbandonarsi a molte malvagità; sebbene in parte non dissimulino i loro desideri malvagi. Altri ancora, ritenendo vantaggiosa una vita onesta la desiderano in qualche modo. Altri infine, vanno più in là e rivelano qualità particolari per trattenere il popolo nella sottomissione con la loro superiorità morale. In questo modo il Signore limita la perversità della nostra natura con la sua provvidenza affinché essa non esca dai cardini; senza però purificarla interiormente.

4. Qualcuno potrà osservare che questo non risolve la questione. Infatti o consideriamo Catilina simile a Camillo, oppure abbiamo in Camillo un esempio che la natura, quando è ben condotta, non è del tutto sprovvista di bontà.

Ammetto che le virtù proprie di Camillo sono state doni di Dio e potrebbero essere considerate lodevoli, se valutate in se stesse: ma come potranno considerarsi segni di una naturale probità? Per dimostrarlo bisogna ritornare al cuore seguendo questo ragionamento: se un uomo naturale è stato dotato di tale integrità di cuore, l'aspirazione al bene non è dunque assente nella natura umana: ma che avviene se il cuore pur essendo perverso e falso tuttavia ricerca la rettitudine? Se diciamo trattarsi di uomo naturale, non c'è dubbio che il suo cuore rispondeva a questi caratteri.

Ora, quale capacità di fare il bene possiamo attribuire alla natura umana, se anche nella massima integrità, essa risulta tendere sempre alla corruzione? Di conseguenza, non si loderà come virtuoso un uomo i cui vizi siano travestiti da virtù, né si attribuirà alla volontà umana la facoltà di desiderare il bene, fin quando rimanga confitta nella sua perversità.

Del resto, la soluzione più sicura e facile è riconoscere che queste virtù non fanno parte della natura, ma costituiscono grazie speciali del Signore, che le distribuisce anche ai malvagi secondo il modo e la misura che determina. Per questo motivo nel linguaggio corrente non esitiamo a dire che uno è nato bene e un altro male, uno è di natura buona e l'altro di natura malvagia, e tuttavia includiamo gli uni e gli altri nella condizione universale della corruzione umana. Ma vogliamo indicare la grazia che Dio ha dato particolarmente all'uno e ha negato all'altro. Volendo stabilire Saulo quale re, lo ha quasi rifatto uomo nuovo (1 Re 10.6).

Ecco perché Platone, alludendo alla favola di Omero, asserisce che i figli dei re sono composti di una materia preziosa per essere distinti dalla gente comune, Dio, volendo provvedere al genere umano, dota di singolari virtù quelli che innalza alle massime dignità. Ed infatti di qui sono usciti tutti gli uomini valorosi ed eccellenti che le storie celebrano. Lo stesso si deve dire riguardo ai privati. Ma quanto più uno è eccelso, tanto più è stato spinto dalla sua ambizione, la quale macchia tutte le virtù e le fa perdere ogni grazia di fronte a Dio; quello che appare degno di lode alla gente profana deve dunque essere tenuto in nessun conto.

Inoltre, quando manca il desiderio di glorificare Dio, manca la parte essenziale di ogni rettitudine. Ora è certo che mancano di questo bene e ne sono privi tutti coloro che non sono rigenerati. Non invano Isaia dice che lo spirito di timore dell'Eterno riposerà su Gesù Cristo (Is. 11.3). Con questo indica che chi è estraneo a quest'ultimo, sarà anche privo di questo timore, che è il principio della sapienza (Sl. 111.10).

Le virtù che ingannano con vana apparenza saranno molto lodate dalla società e dall'opinione popolare: ma nel tribunale di Dio non valgono una pagliuzza per acquistare giustizia.

5. La volontà dunque, essendo legata e tenuta prigioniera nella servitù del peccato, non può in alcun modo desiderare il bene e tanto meno applicarvisi. Se lo facesse, sarebbe l'inizio della nostra conversione a Dio, che la Scrittura attribuisce esclusivamente alla grazia dello Spirito Santo. Così Geremia prega Dio che lo converta se vuole che sia convertito (Gr. 31.18). Per questo motivo il Profeta nello stesso capitolo, descrivendo la redenzione spirituale dei credenti, dice che sono stati riscattati dalla mano di uno più forte, mostrando con questa espressione quanto strettamente il peccatore sia legato, nel tempo in cui lontano da Dio rimane sotto il giogo del Diavolo. Tuttavia all'uomo rimane sempre la volontà, che per tendenza propria è propensa a peccare, anzi vi si affretta. Quando l'uomo è caduto in questa necessità, non è stato spogliato della sua volontà ma di una "sana" volontà.

 San Bernardo non si esprime impropriamente quando dice che il volere e in tutti gli uomini, ma volere il bene è per riparazione, volere il male, per nostra volontà, semplicemente volere è dell'uomo, volere il male è della natura corrotta, volere il bene è della grazia. Nessuno trovi strano che io dica la volontà essere priva di libertà e necessariamente volta al male, perché non è affatto assurda ed è stata usata dagli antichi dottori.

Alcuni si lamentano che non c'è possibilità di distinguere tra "necessità" e "costrizione"; ma a chi chiedesse loro se Dio non è necessariamente buono e il Diavolo necessariamente cattivo, che cosa risponderebbero? Certamente la bontà di Dio è legata alla sua divinità, di sorta che non è per lui necessario essere buono che essere Dio. E il Diavolo con la sua caduta si è talmente alienato ogni comunione del bene che non può far altro che agire male.

Ora, se qualche bestemmiatore mormora che Dio non merita lode per la sua bontà, dato che è costretto a mantenerla, la risposta sarà facile. L'impossibilità di agire male deriva in lui dalla sua bontà infinita, non da una costrizione violenta. Se la necessità di fare il bene non impedisce alla volontà di Dio di essere libera nel fare il bene: se il Diavolo pecca volontariamente, sebbene non possa che operare il male, chi dirà il peccato non essere volontario nell'uomo, perché questi è soggetto alla necessità di peccare?

Sant'Agostino insegna ovunque questa necessità e non cessa dall'affermarla anche quando Celestio calunniava tale dottrina per renderla odiosa. Adopera queste parole: l'uomo è caduto in peccato a causa della propria libertà: la corruzione che ne è seguita ha fatto della libertà necessità. E ogni volta che tocca questo argomento dichiara senza ambagi che v'è in noi una necessaria servitù al peccato. Dobbiamo dunque rilevare questa distinzione: l'uomo dopo essere stato corrotto dalla caduta, pecca volontariamente e non malgrado il proprio cuore o per costrizione; pecca per inclinazione e non perché gli si faccia violenza: pecca mosso dalla propria cupidigia e non per pressione esterna: e nondimeno la sua natura è così perversa che egli non può che essere mosso, spinto o condotto al male. Se questo è vero, è chiaro che egli è soggetto alla necessità di peccare.

San Bernardo, accettando la dottrina di sant'Agostino, così si esprime: "Solo l'uomo è libero tra gli animali e tuttavia, essendo sopravvenuto il peccato, egli subisce qualche pressione, nel campo della volontà e non della natura; di sorta che non è privato della libertà che ha per nascita, poiché quello che è volontario è anche libero". E poco dopo: "La volontà, essendo volta al male dal peccato, si impone una necessità, in modo incomprensibile e perverso; questa essendo volontaria non può scusare la volontà e la volontà così allettata non può escludere la necessità, poiché questa necessità è come volontaria". In séguito dice che siamo oppressi da un giogo, ma di volontaria servitù; e di conseguenza, riguardo alla servitù siamo miserabili, riguardo alla volontà siamo inescusabili, dato che questa essendo libera si è fatta serva del peccato. Finalmente conclude: "L'anima dunque, sotto questa necessità volontaria e in libertà perniciosa, è divenuta serva e rimane libera, in modo strano e assai malvagio: serva per la necessità, libera per la volontà. E quel che è più stupefacente e più miserabile, essa è colpevole perché è libera ed è serva perché è colpevole. E così è serva perché è libera".

Da queste testimonianze risulta che io non propongo nulla di nuovo ma ripeto quello su cui consentivano i santi dottori, che sant'Agostino ci ha lasciato per iscritto, ed è stato accettato per più di mille anni nei conventi dei monaci.

Il Maestro delle Sentenze non avendo saputo distinguere tra "costrizione" e "necessità" ha aperto la porta a questo errore, diventato peste mortale nella Chiesa: pensare che l'uomo possa evitare il peccato perché pecca liberamente.

6. È utile al contrario, considerare quale sia il rimedio della grazia divina attraverso il quale la nostra perversità è corretta e guarita. Il Signore aiutandoci, ci accorda quanto ci manca: quando sarà evidente la sua opera in noi, allora per contrasto potremo facilmente intendere quale sia la nostra miseria.

L'Apostolo dice ai Filippesi di nutrire fiducia che colui che ha incominciato in loro una buona opera la condurrà a termine fino al giorno di Gesù Cristo (Fl. 1.6) : non c'è dubbio che per "inizio di una buona opera "intenda l'origine della loro conversione, il volgersi a Dio della loro volontà. Il Signore dunque inizia in noi la sua opera ispirando nei nostri cuori l'amore, il desiderio e l'applicazione del bene e della giustizia o, per esprimerci più propriamente, volgendo, formando e indirizzando i nostri cuori alla giustizia. Termina la sua opera confermandoci nella perseveranza. E onde nessuno cavilli che il bene è "iniziato" in noi da Dio e che la nostra volontà, di per se troppo inferma, è solo "aiutata" da lui, lo Spirito Santo in un altro passo espone quanto valga la nostra volontà abbandonata a se stessa: "Io vi darò un cuore nuovo" dice "creerò in voi uno spirito nuovo; toglierò il cuore di pietra che è in voi e ve ne darò uno di carne; metterò in voi il mio Spirito e vi farò camminare nei miei comandamenti" (Ez. 36.26-27). Chi oserà dire che solo l'infermità della volontà umana è corretta affinché aspiri virtuosamente a scegliere il bene, quando vediamo che essa deve essere completamente riformata e rinnovata? Se la pietra è così molle che maneggiandola la si può formare a piacimento, non nego che il cuore dell'uomo abbia qualche facilità e inclinazione a obbedire a Dio, sol che la sua debolezza sia fortificata. Ma se il Signore ha voluto mostrare con questa similitudine che è impossibile trarre il bene dal nostro cuore, a meno che esso non sia costruito completamente diverso, allora non possiamo spartire tra lui e noi il merito che egli attribuisce solamente a se stesso.

Se quando il Signore ci converte al bene è come se si trasformasse una pietra in carne, è certo che quanto appartiene alla nostra propria volontà è annullato, e quanto vi succede viene da Dio. Dico che la volontà è abolita non in quanto essa è "volontà", perché nella conversione dell'uomo quanto appartiene alla natura originaria permane. Dico anche che essa è creata "nuova", non perché incominci ad essere volontà, ma perché è trasformata da cattiva in buona. Dico che tutto questo è compiuto interamente da Dio perché, l'Apostolo ne è testimone, non siamo capaci di concepire un solo pensiero buono (2 Co. 3.5). A questo corrisponde quanto detto altrove: non solo Dio aiuta e soccorre la nostra debole volontà e ne corregge la malvagità, ma crea e mette in noi il volere (Fl. 2.13). È facile dedurne quanto ho asserito: tutto il bene che si trova nel cuore umano è opera della pura grazia.

Ancora in questo senso afferma altrove che Dio fa ogni cosa in tutti (1 Co. 12.6). Egli non discute quivi del governo universale del mondo, ma sostiene che la lode per tutti i beni che si trovano nei credenti deve essere riservata a Dio solo. Dicendo: "ogni cosa", considera Dio autore della vita spirituale in tutta la sua estensione. Aveva espresso in precedenza lo stesso concetto con altre parole, dicendo: i credenti sono da Dio, mediante Gesù Cristo (1 Co. 8.6); qui presenta una nuova creazione in cui è annullato quanto appartiene alla comune natura.

 Egli formula anzi un paragone, presentando Gesù Cristo come l'antitesi di Adamo, ed in un altro passo lo sviluppa più chiaramente: siamo l'opera di Dio, essendo stati creati in Gesù Cristo in vista delle buone opere preparate perché camminassimo in esse (Ef. 2.10). Con questo ragionamento vuole dimostrare che la nostra salvezza è gratuita, dato che la sorgente di ogni bene è nella seconda creazione che otteniamo in Gesù Cristo. Se vi fosse in noi la minima facoltà, vi sarebbe anche una porzione di merito; ma per svuotarci completamente egli afferma che non abbiamo potuto meritare nulla, dato che siamo creati in Gesù Cristo per fare le buone opere che Dio ha preparato. Con questo indica di nuovo che dal primo moto fino all'estrema perseveranza, il bene che facciamo viene da Dio in tutte le sue parti.

Per lo stesso motivo il Profeta, dopo aver detto nel Salmo che siamo opera di Dio, onde nessuno incominci a operare suddivisioni, aggiunge subito: "Egli ci ha fatti; non siamo noi che ci siamo fatti" (Sl. 100.3). Dal filo del ragionamento appare che parla della rigenerazione: infatti subito dopo aggiunge che siamo il popolo di Dio e il gregge del suo pascolo. Vediamo che non si è accontentato di attribuire a Dio la lode per la nostra salvezza, ma ci esclude da ogni cooperazione, quasi dicesse: essendo il gregge di Dio, gli uomini non hanno di che gloriarsi neppure un briciolo, perché tutto viene da Dio.

7. C'è forse chi è disposto ad ammettere che la volontà dell'uomo, di per se ostile, è convertita alla giustizia e alla rettitudine dalla sola potenza di Dio; ma che essa, dopo essere stata preparata, agisce per conto proprio, secondo quanto dice sant'Agostino che la grazia precede ogni buona opera e che la volontà operante il bene è condotta dalla grazia e non la conduce, segue e non precede. Questa affermazione in se non contiene nulla di male, ma è stata travisata dal Maestro delle Sentenze.

Considero che sia nelle parole del Profeta, già citate, sia in altri passi analoghi, vi siano due cose da notare: Il Signore corregge, anzi annulla, la nostra perversa volontà, indi ce ne dà, per parte sua, una buona. Essendo la nostra volontà prevenuta dalla grazia, ammetto si possa dire che essa "segue", essendo però opera di Dio, per il fatto che deve essere riformata, non è possibile attribuire all'uomo il fatto di andare incontro, con la propria volontà, alla grazia preveniente.

Non è quindi giusta l'affermazione di san Crisostomo, secondo cui la grazia non può nulla senza la volontà, così come la volontà non può nulla senza la grazia; quasi la volontà non fosse generata e formata dalla grazia, come abbiamo visto essere affermato da san Paolo.

Passando a sant'Agostino, egli non aveva l'intenzione di dare alla volontà umana una parte della lode per le buone opere quando la chiama "ancella della grazia": intendeva solo refutare la malvagia dottrina di Pelagio che vedeva nei meriti dell'uomo la causa prima della salvezza. Ma in accordo con questo proposito dimostra che la grazia precede tutti i meriti, tralasciando la questione del suo effetto perpetuo su di noi, che tratta molto bene altrove. Quando ripete più volte che il Signore previene colui che non vuole onde voglia, e assiste colui che vuole onde non voglia invano, lo costituisce autore unico di ogni bene.

 Del resto nei suoi scritti vi sono tante affermazioni chiare su questo argomento che non c'è bisogno di ulteriori argomentazioni. "Gli uomini" egli dice "si affannano a trovare nella nostra volontà qualche bene che ci appartenga, e non sia di Dio; ma non so come potranno trovarcelo". Parimenti nel primo libro contro Pelagio e Celestio, commentando la frase di Gesù: "Chi ha udito il Padre, viene a me" (Gv. 6.45) , dice: "La volontà dell'uomo è aiutata non solo a sapere quel che deve fare, ma una volta saputolo, a farlo. E così quando il Signore insegna, non secondo la lettera della Legge, ma per la grazia del suo Spirito, insegna non solo in modo che ognuno impari a riconoscerlo, ma anche a perseguirlo e a tradurlo in opera".

8. Siamo così giunti al cuore del problema: trattiamo la cosa sinteticamente e documentiamo le nostre affermazioni con le testimonianze della Scrittura. Successivamente, onde nessuno possa affermare che travisiamo la Scrittura, mostriamo che la verità da noi sostenuta è stata insegnata anche da una santa persona, intendo dire sant'Agostino. Non penso sia utile elencare uno dopo l'altro tutti i passi che si possono riscontrare nella Scrittura per sostenere la nostra tesi: è sufficiente scegliere quelli che possono illustrare la comprensione degli altri. D'altra parte penso che non sarà male mostrare chiaramente la mia concordanza con quel sant'uomo, che giustamente la Chiesa venera.

È evidente per motivo chiaro ed esplicito che l'origine del bene è solamente in Dio: infatti solo la volontà degli eletti è propensa al bene. La causa dell'elezione deve essere cercata al di fuori degli uomini: ne segue che nessuno ha volontà retta di per se stesso e che essa gli perviene dallo stesso gratuito beneplacito per il quale siamo eletti prima della creazione del mondo.

Vi è un'altra ragione quasi simile. Se l'origine del volere e dell'agire rettamente viene dalla fede, bisogna sapere da dove venga la fede stessa. Ora, siccome la Scrittura attesta ovunque in modo esplicito che si tratta di un dono gratuito, ne segue che cominciamo a volere il bene per pura grazia: noi, dico, che naturalmente siamo dediti al male con tutto il cuore.

Quando dunque il Signore dichiara queste due cose relativamente alla conversione del suo popolo: che gli toglierà il suo cuore di pietra e gliene darà uno di carne, manifesta chiaramente la necessità che tutto quello che è nostro sia annullato per condurci al bene, e che tutto quello che vi è sostituito, provenga dalla sua grazia.

Questo non è dichiarato una sola volta; si legge anche in Geremia: "Darò loro un cuore solo ed una via unica, affinché mi temano per tutta la vita e poi metterò il timore del mio nome nei loro cuori affinché non si allontanino da me" (Gr. 32.39). Così in Ezechiele: "Darò a tutti lo stesso cuore e creerò in loro uno spirito nuovo. Toglierò il loro cuore di pietra e darò loro un cuore di carne" (Ez. 11.19). Non potrebbe sottrarci meglio la lode di quanto è buono ed integro nella nostra volontà per attribuirla a se stesso, che definendo la nostra conversione: creazione di un nuovo spirito e di un nuovo cuore. Ne consegue infatti, ancora una volta, che nulla di buono può procedere dalla nostra volontà fino a quando non sia stata riformata; e in secondo luogo che tale trasformazione, in quanto buona, non può essere opera nostra ma solo opera di Dio.

9. In questo senso deve intendersi la preghiera dei santi, ad esempio quella di Salomone: "Il Signore inclini a se i nostri cuori onde lo temiamo e osserviamo i suoi comandamenti" (2 Re 8.58). Egli denuncia in questo modo la pervicacia del nostro cuore che dichiara essere naturalmente ribelle a Dio e alla sua legge, fin che non sia piegato al contrario. Lo stesso è detto nel Salmo: "O Dio, inclina il mio cuore ai tuoi statuti!" (Sl. 119.36). È da notare l'antitesi tra la perversità che ci spinge al male e alla ribellione contro Dio, e il cambiamento che ci conduce a servirlo.

Quando Davide, sentendo di essere stato privato per un tempo della guida della grazia di Dio, domanda al Signore di creare in lui un cuor nuovo e di rinnovare in lui uno spirito diritto (Sl. 51.12) , non riconosce forse che tutte le parti del suo cuore sono piene di impurità e di corruzione e che il suo spirito è interamente perverso? Inoltre, definendo la purezza che desidera "creazione di Dio", gliene attribuisce tutto il merito.

Se qualcuno obbietta che questa preghiera è espressione di un sentimento buono e santo, la risposta è facile: Davide, già in parte ricondotto sul buon cammino, paragona l'orribile abisso nel quale era sprofondato e che aveva esperimentato, con la sua situazione primitiva. Assumendo così la parte dell'uomo lontano da Dio, non senza motivo chiede che venga adempiuto in se stesso quanto Dio offre ai suoi eletti rigenerandoli. E di conseguenza, essendo come morto desidera essere creato di nuovo onde, da schiavo di Satana qual era, divenga strumento dello Spirito Santo.

Il nostro orgoglio è davvero stupefacente! Nulla ci è chiesto da Dio con tanta insistenza quanto l'osservanza del riposo, cioè l'interruzione delle nostre opere, e nulla ci costa maggiore difficoltà quanto la rinuncia a tutte le nostre opere per dar luogo alle sue. Se il nostro impulso non ce lo impedisse, il Signor Gesù ci ha fatto chiaramente conoscere le sue grazie perché esse non siano oscure. "Io sono" egli dice "la vigna, voi siete i tralci e mio Padre è il vignaiolo. Come il tralcio non può dar frutto da se se non rimane sulla vite, così voi, se non dimorate in me; senza di me non potete far nulla" (Gv. 15.1). Se da soli non portiamo frutto, come un ceppo strappato dalla terra e privo di linfa, non c'è più bisogno di chiederci quali siano le possibilità della nostra natura di operare il bene. Ne è ambigua la conclusione: senza lui non possiamo far nulla. Non dice che siamo infermi al punto da non poter bastare al compito, ma ci riduce al nulla assoluto, escludendo anche l'immaginazione di una qualche capacità. Se una volta innestati in Cristo fruttifichiamo, come un tralcio che trae vigore dall'umidità della terra, dalla rugiada del cielo e dal calore del sole, mi sembra che non ci resta alcun elemento in tutte le buone opere, se vogliamo conservare interamente a Dio il suo onore.

Invano si ricorre al cavillo di dire che un qualche succo è contenuto nel ceppo e gli farà produrre frutto: e di conseguenza che esso non prenderebbe tutto dalla terra o dalla radice originaria ma apporterebbe qualcosa di proprio. Gesù Cristo intende dire invece che siamo legno secco e sterile e di nessun valore non appena siamo separati da lui, né si troverà in noi alcuna capacità di fare il bene; come dice altrove: ogni albero che non è stato piantato dal Padre sarà strappato (Mt. 15.13).

Per questo l'Apostolo gliene attribuisce tutta la lode, dicendo: "È Dio che opera in noi il volere e l'operare" (Fl. 2.13). Il primo elemento delle buone opere è la volontà; l'altro è lo sforzo di attuarle e la possibilità di farlo. Dio è l'autore dell'una e dell'altra cosa. Ne consegue che se l'uomo si attribuisce qualcosa nella volontà o nell'esecuzione, sottrae qualcosa a Dio. Se fosse detto che Dio dà aiuto alla nostra volontà inferma, qualcosa ci sarebbe lasciato; ma quando è detto che crea la volontà, questo mostra che tutto quel che vi è di buono viene da fuori di noi. E poiché la stessa buona volontà è impedita e oppressa dalla pesantezza della nostra carne, dice che per sormontare ogni difficoltà il Signore ci dà la costanza e la capacità di compiere.

È vero quanto insegna altrove: non vi è che un solo Dio, il quale opera ogni cosa in tutti (1 Co. 12.6) , e, come abbiamo prima dimostrato, questo include tutto il corso della vita spirituale. Per questo motivo Davide, dopo aver chiesto a Dio di rivelargli le sue vie, per poter camminare nella verità, aggiunge immediatamente: "Unisci il mio cuore al timor del tuo nome!" (Sl. 86.2). Con questo indica che persino quanti nutrono buoni sentimenti sono soggetti a pericolose distrazioni al punto da venir meno o disperdersi come acqua se non fossero rafforzati nelle perseveranza. In un altro passo, avendo pregato Dio di guidare i suoi passi, aggiunge la richiesta della forza per combattere: "L'iniquità non domini in me!" (Sl. 119.133).

In questo modo dunque, Dio inizia e porta a termine in noi la buona opera: la volontà è incitata dalla sua grazia ad amare il bene, spinta a desiderarlo e mossa a cercarlo e a dedicarvisi; per di più questo amore, questo desiderio e questo sforzo non vengono meno, ma durano fino a tradursi in atto; infine l'uomo persegue il bene e vi persevera fino alla fine.

10. Egli muove la nostra volontà non come si è immaginato ed insegnato per lungo tempo: in modo cioè che successivamente noi saremmo in grado di scegliere di tener dietro alla sua azione oppure opporci ad essa; egli la muove con tale efficacia che essa in séguito è costretta a seguirlo.

Di conseguenza non si può accettare quanto spesso scrive Crisostomo, che Dio attira solo quanti vogliono essere attirati. Con questo intende dire che Dio ci tende la mano e aspetta, se ci sembrerà bene di servirci del suo soccorso. Ammettiamo che, nel tempo in cui l'uomo era integro, la sua condizione gli permettesse di volgersi dall'una oppure dall'altra parte. Ma Adamo ha mostrato con il suo esempio quanto sia povero e miserabile il libero arbitrio se Dio non opera in noi il volere e il fare. Che vantaggio potremo ritrarne, se Dio non ci impartirà la sua grazia? E quando riversa su noi la pienezza della sua grazia, gliene togliamo la lode con la nostra ingratitudine! L'Apostolo non insegna solamente che la grazia di volere il bene ci è offerta, se l'accettiamo, ma che Dio fa e forma in noi il volere: il che equivale a dire che Dio con il suo Spirito dirige, piega e modera il nostro cuore e vi regna come in un suo possesso.

In Ezechiele non solo egli promette di dare un cuor nuovo ai suoi eletti perché possano camminare nei suoi precetti, ma perché vi camminino effettivamente (Ez. 11.19; 36.27). E non si può comprendere altrimenti questa frase di Cristo: "Chi ha udito il Padre, viene a me" (Gv. 6.45) se non nel senso che la grazia di Dio ha di per se l'efficacia di compiere e mettere ad effetto la sua opera, come sant'Agostino sostiene. La qual grazia Dio non concede a chiunque, come invece sostiene il proverbio comune affermando che essa non è negata a chi fa tutto ciò che può fare.

 Bisogna certo insegnare che la misericordia di Dio è offerta a chiunque la cerchi, senza eccezione alcuna. Ma poiché in realtà, nessuno comincia a cercarla prima di essere stato ispirato dal cielo, non bisognava sminuire la grazia di Dio in questo punto. Certo il privilegio di essere guidati da Dio, dopo essere stati rigenerati dal suo Spirito, appartiene solo agli eletti.

Per questo sant'Agostino tanto si beffa di coloro che si vantano di desiderare da se il bene, almeno parzialmente, quanto rimprovera coloro che considerano la grazia essere data a tutti, alla rinfusa, mentre essa è pegno della elezione gratuita di Dio. Egli dice che la natura è comune a tutti, non la grazia, e quanti estendono genericamente a tutti, ciò che Dio concede solo per suo beneplacito, dimostrano intelligenza brillante ma fragile come vetro. Parimenti: "Come sei venuto a Cristo? Credendo. Temi dunque di perire ed essere allontanato dalla giusta via, se ti vanti di averla trovata da solo. Se dici di essere venuto con il tuo libero arbitrio e la tua volontà, di cosa ti gonfi? Non vuoi riconoscere che anche questo ti è stato dato? Ascolta colui che ci chiama: Nessuno viene a me se il Padre non lo attira". Ed è facile concludere, con le parole di san Giovanni, che i cuori dei credenti sono guidati dall'alto, con il risultato che seguono un impulso immutabile e teso all'obbedienza. "Chi è da Dio" dice "non può peccare perché il seme di Dio dimora in lui" (1 Gv. 3.9).

Vediamo così escluso questo moto, privo di efficacia, immaginato dai Sofisti, quando dicono: Dio offre solamente la sua grazia in modo che ognuno la accetta o la respinge a suo piacimento. Questa fantasticheria, rispondo, non è né carne né pesce, ed è esclusa dall'affermazione secondo cui Dio ci sostiene nella perseveranza tenendoci lontani dal pericolo di deviare.

11. Né si sarebbe dovuto dubitare che la perseveranza debba essere considerata un dono gratuito di Dio. L'erronea opinione contraria è radicata nel cuore umano: che cioè essa sia dispensata a ciascuno, proporzionatamente al merito, secondo che l'uomo dimostra di non essere ingrato nei riguardi della prima grazia. Questa opinione, nata dalla convinzione che sia in nostro potere rifiutare oppure accettare la grazia di Dio che ci viene presentata, è facile da refutare, dato che tale convinzione si è dimostrata falsa, essendo basata su un duplice errore. Affermano infatti che adoperando bene la prima grazia di Dio meritiamo che con altre grazie successive remuneri il nostro buon uso: aggiungono che la grazia di Dio non è sola ad agire in noi, ma semplicemente coopera.

Quanto al primo punto, bisogna essere certi che il Signore moltiplicando le sue grazie nei suoi servitori e conferendone loro delle nuove ogni giorno, dato che l'opera cominciata in loro gli è gradita, trova in loro materia e occasione di arricchirli maggiormente. A questo si riferiscono le affermazioni seguenti: "A chi ha, sarà dato", "Poiché sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte" (Mt. 25.21-23.29; Lu 19.17.20. Ma dobbiamo mettere in guardia contro due errori: attribuire all'uomo l'uso della prima grazia, in modo tale che sia lui a rendere efficace la grazia di Dio con la propria collaborazione, e in secondo luogo affermare che le grazie conferite al credente siano ricompense per il buon uso fatto della prima grazia, come se tutto non gli pervenisse dalla gratuita bontà di Dio.

I credenti, lo riconosco, possono aspettarsi che quanto meglio avranno impiegato le grazie di Dio, tante nuove e maggiori grazie saranno loro giornalmente sopraggiunte. Ma d'altra parte aggiungo che questo buon impiego viene da Dio e che questa remunerazione procede dalla sua gratuita benevolenza.

Gli Scolastici hanno sempre in bocca questa distinzione corrente tra "grazia operante" e "grazia cooperante", ma la travisano e rovinano tutto. Sant'Agostino l'ha correttamente adoperata, aggiungendo però una dichiarazione per precisare quanto poteva essere Malinteso: Dio compie cooperando quanto ha cominciato operando, vale a dire, adopera quanto ci ha già dato assieme a quanto vi aggiunge; si tratta della medesima grazia ma prende il nome dal diverso modo di effettuarsi. Di conseguenza egli non opera una separazione tra Dio e noi, come se vi fosse una mutua concorrenza tra il moto di Dio ed un altro che avessimo a parte; ma vuol solo mostrare come la grazia aumenti. A questo si riferisce il testo già citato: che la buona volontà precede molti doni di Dio, ma essa è nel numero. Ne segue che non può esserle attribuito nulla di proprio: san Paolo lo ha espressamente dichiarato. Dopo aver detto infatti che Dio opera in noi il volere e il fare, subito aggiunge che egli fa una cosa e l'altra secondo la propria buona volontà, intendendo con questa la sua gratuita benignità (Fl. 2.13).

Alla pretesa che, dopo aver accolto la prima grazia, noi coopereremmo con Dio, io rispondo: se i miei avversari vogliono dire che dopo essere stati condotti dalla forza di Dio ad obbedire alla giustizia noi seguiamo poi volontariamente la guida della sua grazia non faccio obbiezioni; e certo che dove regna la grazia di Dio, vi e questa prontezza all'obbedienza. Ma donde ha questo origine se non nel fatto che lo Spirito di Dio, sempre uguale a se stesso, conferma in noi il desiderio di obbedienza che ha generato fin dal principio? Se al contrario vogliono dire che l'uomo lo faccia per virtù propria e cooperi con la grazia di Dio, dichiaro che questo è errore pestilenziale.

12. A questo riguardo interpretano erroneamente la frase dell'Apostolo: "Ho lavorato più di tutti gli altri, non io ma la grazia di Dio con me" (1 Co. 15.10). Essi dicono: sarebbe stato troppo arrogante l'anteporsi a tutti gli altri e perciò egli lo attenua rendendo lode alla grazia di Dio, in modo tuttavia da dirsi compagno d'opera di Dio.

Stupisce che tanti personaggi, ammirevoli sotto altri aspetti, abbiano inciampato in questa pagliuzza! San Paolo non dice che la grazia di Dio abbia operato con lui per farsi compagno di questa, ma piuttosto le attribuisce tutto il merito per l'opera: "Non sono io ad aver lavorato "egli dice "ma la grazia di Dio che mi assisteva". Lo sbaglio deriva dal fatto che si fermano alla traduzione corrente che è dubbia: ma il testo greco di san Paolo è chiaro da non poter aver dubbi. Se si vuol tradurre veracemente l'affermazione, essa non significa che la grazia di Dio fosse cooperante con l'Apostolo, ma che essa faceva tutto, con la assistenza di lui.

Sant'Agostino lo espone chiaramente e brevemente dicendo che la buona volontà presente nell'uomo precede molte grazie di Dio ma non tutte, perché essa è nel numero. Aggiunge di conseguenza: "Infatti è scritto: La misericordia di Dio ci precede e ci segue (Sl. 59.2; 23.6) , vale a dire, essa previene colui che non vuole affinché voglia e segue colui che vuole onde non voglia invano",.

Con questo concorda san Bernardo, il quale ci presenta una Chiesa che pronuncia queste parole: "O Dio, tirami in qualche modo con la forza e mio malgrado rendimi volonterosa: tirami, pigra quale sono, e rendimi capace di correre".

13. Ascoltiamo ora sant'Agostino, in modo che i Pelagiani del nostro tempo, vale a dire i Sofisti della Sorbona, non ci rimproverino, secondo la loro abitudine, di essere contro tutti gli antichi dottori. E in questo seguono il loro padre Pelagio che ha creato fastidi a sant'Agostino con la stessa calunnia.

Egli tratta questa materia in un libro intitolato Della correzione e della grazia di cui riassumerò alcuni passi adoperando le sue stesse parole. Afferma che la grazia di perseverare nel bene è stata data ad Adamo, se avesse voluto adoperarla; ci è data per spingerci a volere e perché, volendo, sormontassimo le concupiscenze. Adamo dunque ha avuto il potere, se avesse voluto; ma non ha avuto il volere di potere, a noi è dato il volere e il potere. La prima libertà è stata di potersi astenere dal peccare: quella di cui godiamo ora è molto più grande ed è di non poter peccare.

I Sorbonisti riferiscono queste affermazioni alla perfezione che sarà nella vita futura: ma è ridicolo, dato che sant'Agostino afferma poco dopo che la volontà dei credenti è condotta dallo Spirito Santo in modo che possono fare bene, perché vogliono; e che lo vogliono perché Dio crea in loro il volere. Se in questa grave infermità, egli dice, nella quale deve attuarsi l'azione di Dio per rimediare all'orgoglio e reprimerlo (2 Co. 12.9) , fosse loro lasciata la volontà di poter compiere il bene con l'aiuto di Dio, qualora lo desiderassero, e Dio non fornisse loro il volere, in mezzo a tante tentazioni la loro volontà, inferma, soccomberebbe e non potrebbero perseverare. Dio dunque ha rimediato alla infermità della natura umana, dirigendola in modo che non possa volgersi qua o là e guidandola in modo che non possa distrarsi. In tal modo, sebbene sia inferma, non può venir meno.

Successivamente egli esamina la necessità che i nostri cuori seguano l'impulso con cui Dio li trascina e afferma: Dio guida gli uomini secondo la loro volontà e non per costrizione, ma la volontà l'ha formata lui in loro.

Ecco così la nostra tesi principale approvata dalla bocca di sant'Agostino: la grazia non è solamente offerta da Dio con la possibilità di essere accettata o rifiutata secondo il beneplacito di ciascuno; ma è questa grazia stessa che induce i nostri cuori a seguire i suoi moti e produce tanto la scelta che la volontà, di sorta che le buone opere susseguenti ne sono il frutto. Essa è ricevuta dall'uomo solo in quanto ha piegato il suo cuore all'obbedienza. Per questo motivo, in un altro passo, lo stesso Dottore dice che solo la grazia di Dio produce ogni opera buona in noi.

14. L'affermazione sua che si legge altrove: la volontà non è distrutta dalla grazia, ma cambiata da malvagia in buona e dopo essere fatta buona è aiutata, significa che l'uomo non è gettato come una pietra da Dio, senza alcun movimento del cuore, come da una forza esterna: ma è mosso talché obbedisce di buon grado.

Inoltre egli asserisce che la grazia è data specialmente agli eletti, quale dono gratuito; scrive infatti a Bonifacio nei seguenti termini: "Sappiamo che la grazia di Dio non è data ad ogni uomo e quando è data a qualcuno, non è per i meriti delle opere né della volontà, ma per la gratuita bontà di Dio; se essa è negata, lo è per giusto giudizio di Dio". In questa stessa epistola condanna fermamente l'opinione di quanti stimano che la grazia seconda verrebbe concessa come retribuzione ai meriti umani, in quanto gli uomini se ne mostrerebbero degni non respingendo la prima. Vuole sia riconosciuto da Pelagio che la grazia ci e necessaria per ogni opera, e che non viene concessa per i meriti, onde permanga grazia vera.

Non si può riassumere meglio l'argomento di quanto egli faccia nell'ottavo capitolo del suo libro Della correzione e della grazia, dove in primo luogo insegna che la volontà umana non ottiene la grazia in virtù delle propria libertà, ma ottiene la libertà per la grazia di Dio. In secondo luogo, che essa è condotta ad amare e a perseverare nel bene. In terzo luogo, che essa è fortificata con forza invincibile per resistere al male. In quarto luogo, che quando essa è guidata dalla grazia, non viene mai meno; quando ne è privata, subito inciampa; che la misericordia gratuita di Dio converte la volontà al bene e una volta convertita, essa vi persevera, che se la volontà dell'uomo è condotta al bene, e dopo esservi stata indirizzata vi persevera, è unicamente per la volontà di Dio e non per meriti propri.

In questo modo l'unico libero arbitrio lasciato all'uomo è quello che descrive in un altro passo: non può convertirsi a Dio né rimanere in Dio se non per la sua grazia; e tutto quello che può, deriva da questa.

 

 

CAPITOLO IV

DIO OPERA NEL CUORE UMANO

 

1. Credo aver sufficientemente dimostrato che l'uomo è prigioniero sotto il giogo del peccato al punto da non poter, per natura, desiderare il bene con la propria volontà né dedicarvisi. Inoltre abbiamo posto la distinzione tra costrizione e necessità, da cui deriva che l'uomo pecca necessariamente, senza peraltro cessare di peccare per volontà propria.

Ma, dato che sottoponendolo alla schiavitù del Diavolo, sembra si dica che è guidato dalla volontà di quello e non dalla propria, occorre esaminare in qual modo ciò avvenga. Bisogna, in séguito, risolvere la questione su cui sussiste, generalmente, incertezza: se si debba attribuire a Dio una qualche responsabilità per le azioni malvagie in cui la Scrittura indica una sua qualche partecipazione.

Quanto al primo punto, sant'Agostino paragona la volontà dell'uomo ad un cavallo guidato dalla volontà del cavaliere. Paragona d'altra parte Dio e il Diavolo a dei cavalieri, dicendo: se Dio domina la volontà dell'uomo, la conduce all'andatura giusta, come un cavaliere abile ed esperto, incitandola quando tarda, frenandola quando è troppo pervicace, reprimendola quando s'impenna troppo, correggendone la ribellione e riportandola sulla retta strada. Se al contrario il Diavolo è riuscito ad occupare la posizione, come un cattivo cavaliere incapace, la smarrisce attraverso i campi, la fa cadere nei fossati, la fa inciampare e deviare per le valli, l'abitua alla ribellione e alla disobbedienza.

Per il momento ci accontenteremo di questa similitudine, non essendocene di migliore.

Il fatto che la volontà dell'uomo naturale sia soggetta alla sovranità del Diavolo e ne sia guidata, non significa che vi sia costretta con la forza e che debba obbedirvi suo malgrado, così come si costringe un servo a fare il suo lavoro, anche se non ne ha voglia. Vogliamo invece dire che, ingannata dai malefici del Diavolo, è inevitabilmente sottomessa ad obbedire ai suoi voleri, anche se lo fa senza costrizione. Infatti quanti non ricevono dal Signore la grazia di essere guidati dallo Spirito Santo, sono abbandonati a Satana e sono guidati da lui. Per questo motivo san Paolo dice che il dio di questo mondo (cioè il Diavolo) ha accecato l'intelletto degli increduli perché non possano percepire la luce dell'Evangelo (2 Co. 4.4). E in un altro passo dice che egli regna su tutti gli iniqui ed i disobbedienti (Ef. 2.2). L'accecamento dei malvagi e tutte le male azioni che ne derivano sono chiamati "opere del Diavolo; e tuttavia le cause non devono essere cercate fuori della loro stessa volontà, nella quale ha sede la radice del male, il fondamento del regno del Diavolo, vale a dire il peccato.

2. L'azione di Dio nei malvagi invece è ben differente. Per ben comprenderla consideriamo il danno inflitto dai Caldei a Giobbe: dopo aver ucciso i suoi pastori gli rubarono tutto il suo bestiame. Gli autori del misfatto sono identificabili a prima vista. Se infatti vediamo dei ladri che hanno commesso qualche assassinio o ladrocinio, non abbiamo dubbi nell'imputare loro la responsabilità e nel condannarli. Ma il racconto afferma che questo proveniva dal Diavolo. Egli dunque vi ha contribuito, per parte sua. D'altra parte Giobbe riconosce l'opera di Dio e afferma che Dio lo ha privato dei beni di cui era stato derubato dai Caldei (Gb. 1). Come possiamo affermare che una stessa azione sia stata compiuta da Dio, dal Diavolo e dagli uomini, senza con questo giustificare il Diavolo che sembra agire in concordanza con Dio oppure considerare Dio autore del male?

La risposta è facile se si considera prima il fine e poi il modo di operare. Lo scopo di Dio era di esercitare la pazienza del suo servitore nell'avversità; Satana si sforzava di condurlo alla disperazione; i Caldei cercavano con la rapina di arricchirsi con i beni altrui. Questa differenza di propositi distingue chiaramente l'opera dell'uno e dell'altro.

Altrettanta differenza vi è nel modo di agire. Il Signore abbandona il suo servitore Giobbe a Satana perché lo tormenti; d'altra parte dà in mano a quest'ultimo i Caldei che aveva eletto suoi ministri per questo fine, e lo incarica di spingerli e guidarli. Satana con i suoi dardi velenosi stimola il cuore dei Caldei, d'altronde malvagi, a compiere questo misfatto. I Caldei, abbandonandosi al Malfare, contaminano le proprie anime e i propri corpi. È dunque corretto dire che Satana opera attraverso i reprobi su cui esercita il suo dominio, vale a dire il regno della perversità.

È d'altra parte corretto affermare che, in certo modo, Dio è all'opera, dato che Satana, strumento della sua ira, li spinge qua e là secondo il proprio volere e i propri desideri, per eseguire i giudizi divini. Non parlo qui dell'azione universale di Dio che sostiene tutte le creature e da cui traggono forza per agire. Mi riferisco alla sua azione particolare che si manifesta in una singola opera

Non è dunque assurdo attribuire una stessa azione a Dio, al Diavolo e all'uomo contemporaneamente. La diversità però del fine e della modalità fa sì che la giustizia di Dio risulti comunque irreprensibile, la malvagità del Diavolo e dell'uomo si manifesti in tutto il suo obbrobrio.

3. Gli antichi dottori si fanno talvolta scrupolo di riconoscere la verità su questo punto, perché temono di dare la possibilità ai malvagi di bestemmiare o parlare irriverentemente delle opere di Dio. Approvo questa prudenza, ma non credo tuttavia che questo pericolo sussista se ci atteniamo semplicemente a quanto la Scrittura ci insegna. Anche sant'Agostino ha talvolta questo scrupolo: per esempio quando afferma che l'accecamento e l'indurimento dei malvagi non è da attribuire all'opera di Dio ma alla sua prescienza. Questa sottigliezza non si accorda con molte espressioni della Scrittura che mostrano con evidenza esservi altra causa che la prescienza di Dio. E lo stesso sant'Agostino nel quinto libro contro Giuliano, ritrattando la prima affermazione, sostiene chiaramente che i peccati non hanno luogo solo con il permesso e la sopportazione di Dio ma anche mediante la sua potenza, allo scopo di punire gli altri peccati.

Anche l'affermazione di altri, secondo cui Dio permetterebbe il male, ma non lo invierebbe, è troppo debole per poter sussistere. Spesso è affermato che Dio acceca ed indura i malvagi, che torce e piega e spinge i loro cuori, come abbiamo esposto precedentemente. Il ricorrere alla prescienza o alla autorizzazione, non spiega queste affermazioni.

Rispondiamo dunque che questo avviene in due modi. Se è vero che, tolta la luce di Dio, restano in noi solo oscurità e cecità, tolto il suo Spirito i nostri cuori sono induriti come pietra, venendo meno la sua guida non possiamo che smarrirci; perciò è giustificata l'affermazione secondo cui egli acceca, indura e spinge quelli a cui toglie la facoltà di vedere, di obbedire e di agire rettamente.

In secondo luogo Dio, per eseguire i suoi giudizi per mezzo del Diavolo, ministro della sua ira, volge a suo piacimento le decisioni dei malvagi, ne dirige la volontà e ne rafforza i propositi. Ecco perché Mosè, dopo aver raccontato che Sihon re degli Amorrei, a cui Dio aveva indurito il cuore e lo spirito, si era armato per impedire il passaggio al popolo, aggiunge immediatamente che il fine della decisione divina era di darlo nelle mani degli Ebrei (De 2.30). La sua ostinazione ha avuto la funzione di preparare la sua rovina, cui Dio l'aveva predestinato.

4. Alla luce del primo punto bisogna intendere l'affermazione contenuta in Giobbe: "Dio toglie la lingua a quelli che parlano bene e la ragione ai savi e ai vecchi. Toglie il cuore ai capi del popolo e li fa errare fuori strada" (Gb. 12.20). Parimenti in Isaia: "Perché o Signore ci hai resi insensati? Perché hai indurito il cuore: Perché non ti temessimo?" (Is. 63.17). Tutte queste frasi esprimono quello che Dio fa degli uomini, abbandonandoli e allontanandoli, ma non mostrano come operi in essi.

Vi sono però espressioni più radicali, come quando si parla dell'indurimento di Faraone: "Indurirò il cuore di Faraone "dice il Signore" affinché non vi ascolti e non liberi il popolo". In séguito afferma di averne spinto e confermato il cuore (Es. 4.21; 7.3; 10.1). Bisogna intendere che l'ha indurito perché non l'ha intenerito? Certamente: ma vi è di più. Ha dato il suo cuore a Satana perché lo confermasse nell'ostinazione. Per questo aveva precedentemente detto: Manterrò in mano il suo cuore. Parimenti quando il popolo d'Israele esce dall'Egitto, gli abitanti del paese in cui entra si fanno avanti con intenzioni ostili. Chi li spinge? Mosè dichiara che il Signore aveva indurito i loro cuori (De 2.30). Il Profeta raccontando lo stesso episodio dice: il Signore aveva volto i loro cuori all'odio verso il suo popolo (Sl. 105.25). Non si può dunque dire che abbiano errato solo perché erano privi della guida di Dio; perché è il Signore in certo qual modo che li guida e li conferma a farlo.

Anzi, ogni volta che Dio ha voluto castigare le trasgressioni del popolo, come ha eseguito la propria volontà per mezzo dei malvagi? In modo da far risultare chiaramente che la forza e l'efficacia dell'azione derivava da lui e che essi ne erano solo ministri. Per questa ragione, talvolta, minaccia di fischiare per far accorrere i popoli infedeli a distruggere Israele (Is. 5.26; 7.18); talvolta li paragona ad una rete (Ez. 12.13; 17.20); talvolta ad un martello (Gr. 50.23). Ma ha specialmente dimostrato di non essere alieno dal servirsi di loro quando paragona Sennacherib, uomo malvagio e perverso, ad una scure (Is. 10.15) dicendo di guidarlo e spingerlo con mano per tagliare, secondo il proprio volere. Sant'Agostino in un passo stabilisce una distinzione da non sottovalutare: il fatto che gli iniqui pecchino, deriva da loro stessi; che, peccando, facciano una cosa o un'altra, deriva dalla potenza di Dio che divide le tenebre come gli sembra bene.

5. Vi è un passo da cui appare che l'opera di Satana interviene ad incitare i malvagi quando Dio vuole, nella sua provvidenza, volgerli ora qua ora là. È detto spesso che il cattivo spirito di Dio ha posseduto o abbandonato Saul (1 Re 16.14; 18.10; 19.9). Non è lecito riferire questo allo Spirito Santo; vediamo però che lo spirito immondo è chiamato" di Dio "in quanto risponde al beneplacito e al potere di Dio ed è strumento della sua volontà e non autore. Bisogna anche aggiungere quanto san Paolo dice: Dio rende efficace l'errore e l'illusione, onde chi non ha voluto credere alla verità, creda alla menzogna (2 Ts. 2.10 - 11).

Tuttavia, come abbiamo detto, vi è sempre una grande distanza tra l'azione di Dio e quella del Diavolo o dei malvagi in una stessa opera. Dio fa servire alla propria giustizia i malvagi strumenti che ha in mano e che può volgere dove gli sembra bene. Il Diavolo e gli iniqui, essendo malvagi, traducono in opere la malvagità che hanno concepito nel proprio spirito perverso.

Per il resto abbiamo già esposto precedentemente, parlando della provvidenza di Dio, quanto è necessario per difendere la maestà di Dio e refutare i cavilli di cui si servono a questo proposito i bestemmiatori. Qui ho voluto solo mostrare brevemente come il Diavolo regni in un uomo malvagio e come Dio sia all'opera tanto nell'uno quanto nell'altro.

6. Non abbiamo ancora detto quale libertà l'uomo abbia nelle azioni che non sono né buone né malvagie e appartengono alla vita terrestre più che a quella spirituale. Alcuni hanno detto che in esse abbiamo libera scelta. Penso abbiano sostenuto questa tesi non per sostenere una convinzione sicura, ma più che altro perché non volevano discutere una questione che consideravano di scarsa importanza.

Per quanto mi riguarda, riconosco che chi ammette l'insufficienza delle proprie forze ai fini della giustificazione, ha compreso tutto quello che è necessario alla salvezza; non bisogna tuttavia dimenticare che se sappiamo scegliere e desiderare quanto ci è utile e d'altra parte fuggiamo quanto ci è nocivo, ciò avviene per grazia speciale di Dio. E infatti la provvidenza di Dio giunge non solo a far accadere quanto sa esserci utile, ma anche a piegare la volontà degli uomini ad uno stesso scopo. È vero che se valutiamo l'andamento delle cose esterne con il nostro giudizio, ci sembreranno sottostare all'arbitrio dell'uomo; ma se ascoltiamo le molte testimonianze che confermano come il nostro Signore stesso guidi i cuori degli uomini a questo proposito, siamo condotti a sottomettere la capacità umana alla speciale azione di Dio.

Chi ha spinto gli Egiziani a prestare al popolo d'Israele i vasi più preziosi che avessero? (Es. 11.3). Mai lo avrebbero fatto da soli. Ne deriva che il loro cuore era condotto da Dio più che dalle proprie inclinazioni o dai propri sentimenti. Anche Giacobbe il patriarca, se non fosse stato persuaso che Dio infonde negli uomini sentimenti diversi secondo il suo beneplacito, non avrebbe detto a proposito del proprio figlio Giuseppe, che credeva essere un Egiziano pagano: Dio vi dia di trovar misericordia presso quell'uomo (Ge 43.14). E tutta la Chiesa proclama nel Salmo che Dio le ha fatto grazia nell'ammansire i cuori dei popoli crudeli (Sl. 106.46).

Inversamente, quando Saul, infiammatosi, ha iniziato la guerra, la causa di tale mutamento è ravvisata nel fatto che Dio lo ha spinto (1 Re 11.6). Chi ha distratto il cuore di Absalom perché non accettasse il consiglio di Ahitofel che era uso accettare come vangelo? (2 Re 17.14). Chi indusse Roboamo ad ascoltare i consigli dei giovani? (2 Re 12.10.14). Chi, all'arrivo dei figli di Israele, terrorizzò tanti popoli più coraggiosi e meglio armati? La povera meretrice Raab vi riconobbe la mano di Dio (Gs. 2.9). E ancora: chi ha colpito di spavento il cuore del popolo d'Israele, se non colui che nella Legge minaccia di dare un cuor pavido? (Le 26.36; De 28.65).

7. Qualcuno vorrà obbiettare che questi sono esempi singolari, dai quali non si può trarre una norma generale. Io rispondo che sono sufficienti a provare la mia affermazione: ogniqualvolta Dio vuol dare via libera alla sua provvidenza, anche nelle cose esterne, piega e spinge la volontà degli uomini a suo piacimento; e la loro libertà di scelta non è libera al punto da non essere retta da Dio.

Lo vogliamo o no, l'esperienza quotidiana ci costringerà a constatare che il nostro cuore è guidato dall'azione di Dio più che dalla propria libertà di decisione: infatti spesso la ragione e il giudizio ci vengono meno in cose non troppo difficili a comprendere e perdiamo coraggio in situazioni facili da risolvere. Mentre al contrario, in questioni oscurissime e dubbie, decidiamo senza difficoltà e sappiamo come uscirne; in situazioni di grande responsabilità e grande pericolo, il coraggio ci sostiene con fermezza. Donde viene questo se non dal fatto che Dio opera in un senso come nell'altro? In questo senso intendo la parola di Salomone: "Il Signore fa udire l'orecchio e vedere l'occhio" (Pr 20.12). Non mi sembra infatti che quivi parli della creazione, bensì della grazia speciale che Dio offre agli uomini giorno dopo giorno.

Inoltre, quando dice che il Signore tiene nella sua mano il cuore dei re, come ruscelli d'acqua, e li fa scorrere dove gli sembra bene (Pr 21.1) , non v'è dubbio che includa tutta l'umanità sotto una stessa categoria. Se c'è infatti un uomo la cui volontà sia libera da ogni soggezione, questo è proprio il sovrano, la cui volontà governa gli altri. Se dunque la volontà del re è condotta dalla mano di Dio, la nostra non sarà affatto libera da questa condizione. Questo è espresso da una bella frase di sant'Agostino: "Se guardiamo attentamente la Scrittura" egli dice "vediamo che sono sottoposte alla potenza di Dio non solamente la buona volontà umana, che Dio ha creato nei cuori e che li conduce alle buone opere e alla vita eterna, ma anche quella che si riferisce alla vita presente. E ciò al punto che egli la volge secondo il suo beneplacito, dove vuole, quando vuole, o per essere utile al prossimo o per essergli nociva, allorché vuole infliggere un castigo. E tutto avviene per il suo giudizio occulto eppure giusto".

8. A questo punto i lettori devono però ricordarsi che non bisogna valutare la facoltà di libera scelta dell'uomo in base al verificarsi dei fatti, come fanno alcuni ignoranti. Essi credono di poter provare che la volontà umana sia schiava perché per sino i sommi monarchi di questo mondo non riescono a portare a compimento le proprie imprese.

La facoltà e la libertà di cui parliamo devono essere considerate nell'uomo e non valutate in base agli avvenimenti esterni. Quando si dibatte il problema del libero arbitrio, non si discute se l'uomo abbia la possibilità di realizzare e portare a termine quello che ha deciso, senza che nulla possa impedirglielo: ma ci si domanda se in ogni cosa egli abbia libertà di scelta nel proprio giudizio per discernere il bene dal male, accettare l'uno e respingere l'altro; e similmente se la sua volontà abbia libera scelta di desiderare, cercare e seguire il bene, di odiare ed evitare il male. Se tale fosse la condizione dell'uomo non sarebbe meno libero stando in un carcere che essendo dominatore della terra intera.

 

 

CAPITOLO V

GLI ARGOMENTI PORTATI A DIFESA DEL LIBERO ARBITRIO SONO PRIVI DI VALORE

 

1. Potremmo considerare sufficientemente dibattuto il problema della servitù dell'animo umano, se argomentazioni contrarie non venissero addotte da coloro che cercano di sedurlo con una falsa concezione della libertà.

In primo luogo vengono raccolte alcune assurdità per fare apparire odiosa questa servitù, quasi ripugnasse al senso comune. Si ricorre poi alla testimonianza della Scrittura. Risponderemo seguendo lo stesso ordine.

Essi argomentano, dunque, che se il peccato è commesso necessariamente non è più peccato; e se è volontario si può evitare. Con quest'arma Pelagio combatteva contro sant'Agostino; pure queste tesi vanno prese in considerazione finché non siano state refutate.

Io nego che il peccato cessi di essere considerato tale per il fatto che è inevitabile. Nego d'altra parte che si possa concludere che, considerandolo volontario, lo si possa evitare. Qualcuno volendo criticare Dio, ricorre al sotterfugio di pretendere l'impossibilità a fare altrimenti? La risposta è pronta: se gli uomini, asserviti come sono al peccato, l'abbiamo già detto, non possono che volere il male, questo non deriva dalla loro creazione originaria, ma dalla corruzione che è sopravvenuta. Donde viene l'infermità di cui i malvagi si prevarrebbero volentieri, se non da Adamo che spontaneamente si è sottomesso alla tirannia del Diavolo? Questa è l'origine della perversità che ci tiene tutti vincolati nei suoi lacci: il primo uomo si è ribellato al suo Creatore. Se tutti sono considerati a buon diritto colpevoli di tale ribellione, non pensino di giustificarsi con la scusa della necessità, nella quale è la causa evidentissima della loro condanna. Questo l'ho illustrato precedentemente ed ho citato l'esempio dei diavoli, dal quale risulta che chi pecca per necessità non cessa di peccare volontariamente; come inversamente, sebbene gli angeli abbiano una volontà che non può declinare dal bene, essa non cessa peraltro di essere volontà. Questo è stato rettamente inteso da san Bernardo, il quale dice che siamo tanto più miserabili in quanto la necessità è volontaria: ed essa tuttavia ci costringe sotto il suo giogo, di sorta che siamo servi del peccato.

La seconda parte della loro argomentazione, vale a dire la pretesa che quanto è compiuto volontariamente sia compiuto in piena libertà, non è valida. Abbiamo precedentemente dimostrato che molte azioni sono compiute volontariamente pur senza essere scelte liberamente.

2. Inoltre i nostri avversari sostengono che se i vizi e le virtù non dipendono dalla libera scelta, non ha senso che l'uomo ne sia remunerato oppure punito. Questa considerazione è ripresa da Aristotele ed è talvolta utilizzata, lo riconosco, da san Crisostomo e da san Girolamo. Girolamo non nasconde che essa è corrente presso i Pelagiani e cita queste loro parole: Se la grazia di Dio agisce in noi, essa sarà remunerata e non noi che non operiamo. Per quanto riguarda le punizioni di Dio contro il malfatto, faccio notare che esse ci sono inflitte giustamente perché la colpa del peccato risiede in noi. Poco importa se pecchiamo per determinazione libera o condizionata dato che lo facciamo per cupidità volontaria; l'uomo si riconosce peccatore in quanto vive sotto la servitù del peccato.

D'altra parte, quale assurdità parlare di premio per il vivere bene, se riconosciamo che esso ci viene attribuito dalla benignità di Dio e non per i nostri meriti! Molte volte sant'Agostino ripete che Dio non corona i nostri meriti, bensì i suoi doni in noi, e che il salario che riceviamo non è definito in questo modo perché sia dovuto ai nostri meriti, ma perché è dato quale retribuzione delle grazie precedentemente conferiteci. Essi comprendono rettamente che i meriti non hanno più ragion d'essere se non procedono dalla forza propria dell'uomo. Stupirsene è ridicolo!

Sant'Agostino non teme di proporre come realtà certa quanto essi considerano così irragionevole. Egli dice: "Quali sono i meriti di tutti gli uomini? Gesù Cristo viene non con un salario dovuto ma con la sua grazia gratuita e li trova tutti peccatori; egli che è libero da ogni peccato e che libera gli altri"; e: "Se ti fosse dato il dovuto, dovresti essere punito. Ma cosa avviene? Dio non ti rende la pena che ti era dovuta, ma ti dà la grazia che non ti spettava affatto. Se vuoi escluderti dalla grazia di Dio, vantati dei tuoi meriti"; e ancora: "Da solo non sei nulla, i peccati sono tuoi, i meriti sono di Dio. Devi essere punito e quando Dio ti darà il salario della vita, coronerà i suoi doni, non i tuoi meriti". In questo senso altrove insegna che la grazia non viene dal merito, ma il merito viene dalla grazia. E subito dopo conclude che Dio precede tutti i meriti con i suoi doni affinché i suoi altri meriti seguano; che egli dà completamente e gratuitamente quanto dà, perché non c'è nessuna ragione per salvarci. Ma è superfluo continuare in questa enumerazione, dato che i suoi scritti sono pieni di queste affermazioni.

L'Apostolo stesso li libererà da questa idea assurda e fole se vorranno prendere in considerazione i princìpi da cui egli deduce la nostra felicità e la gloria eterna da noi attesa: "Quelli che Dio ha eletti" egli dice "li ha pure chiamati: quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati: e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati", (Ro 8.30). Perché dunque i credenti sono incoronati? Perché sono stati eletti, chiamati e giustificati dalla misericordia del Signore e non per il loro impegno.

Si superi dunque questa paura assurda che non vi sarà più alcun merito senza il libero arbitrio. : È stoltissimo voler cercare di sfuggire alle conclusioni cui ci conduce la Scrittura: "Se hai ricevuto ogni cosa" dice san Paolo "perché ti glorifichi come se non l'avessi affatto ricevuta?" (1 Co. 4.7). Vediamo che toglie ogni forza al libero arbitrio, per distruggere tutti i meriti. Tuttavia Dio è ricco e generoso nella benevolenza e la sua generosità non si esaurisce mai: egli dunque rimunera le grazie che ci ha conferito come se fossero virtù provenienti da noi, perché dandocele, le ha fatte nostre.

3. Successivamente sollevano una obbiezione, che sembra essere ripresa da san Crisostomo: se non fosse in nostro potere scegliere il bene o il male, tutti gli uomini dovrebbero essere buoni oppure cattivi, dato che hanno la stessa natura. Con questo concorda l'affermazione dell'autore del libro Della vocazione dei Gentili, attribuito a sant'Ambrogio, secondo cui nessuno mai perderebbe la fede se la grazia di Dio non lasciasse alla volontà dell'uomo possibilità di modificarsi.

Mi meraviglio che a questo proposito personaggi così illustri siano caduti in errore. Come infatti non è venuto in mente a Crisostomo che è l'elezione di Dio a discriminare gli uomini? Non dobbiamo vergognarci di dichiarare quanto san Paolo afferma con tanta certezza: tutti sono perversi e dediti alla malvagità (Ro 3.10); ma aggiungiamo anche, assieme a lui, che la divina misericordia aiuta alcuni, onde non tutti rimangano nella perversione. Così dunque per natura siamo tutti colpiti dalla stessa malattia e ne sono esenti solo quelli che Dio si compiace di guarire. Gli altri, abbandonati per il suo giusto giudizio, rimangono nel proprio marciume fino alla consumazione. Ecco perché alcuni perseverano fino alla fine, altri vengono meno a metà strada. La perseveranza infatti è un dono che Dio non elargisce a tutti indiscriminatamente, ma solo a chi vuole. Non si troverà altra ragione di questa differenza, per cui gli uni perseverano e gli altri sono instabili; i primi sono sostenuti dalla forza di Dio, onde non periscano: i secondi non hanno la stessa forza, perché egli vuol mostrare in loro l'esempio della incostanza umana.

4. Obbiettano anche che tutte le esortazioni sono superflue, gli ammonimenti sono ridicoli, o inutili qualora il peccatore non abbia la possibilità di ottemperarvi.

Queste osservazioni furono rivolte, nel passato, a sant'Agostino che si vide costretto a pubblicare il libro intitolato: Della correzione e della grazia. Quivi, pur rispondendo ampiamente a tutto, riassume la questione in questi termini: "O uomo, riconosci nel comandamento ciò che devi fare, nel rimprovero per non averlo fatto, riconosci che la forza ti manca, per colpa tua, pregando Dio riconosci donde devi ricevere quel che ti manca",. Il libro che ha intitolato: Dello Spirito e della lettera sostiene la stessa tesi. Dio non ha commisurato i suoi comandamenti alle forze umane, ma dopo aver ordinato quello che era giusto, dà gratuitamente ai suoi eletti la facoltà di potere ottemperare. Questo punto non richiede ulteriori discussioni.

Prima di tutto non siamo soli a sostenere questa tesi, ma con noi sono Cristo e tutti i suoi apostoli. Badino dunque i nostri avversari a quali antagonisti si fanno incontro! Sebbene Cristo abbia dichiarato che senza di lui non possiamo far nulla (Gv. 15.5) , tuttavia non tralascia di rimproverare quanti fanno il male senza di lui e non tralascia di esortare tutti alle buone opere. Con quale violenza san Paolo riprende aspramente i Corinzi perché non vivevano in spirito di carità (1 Co. 3.3) ! E successivamente prega Dio di renderli caritatevoli.

Dichiara ai Romani che la giustizia non dipende dal volere né dall'affannarsi umano, ma dalla misericordia di Dio (Ro 9.16); tuttavia non tralascia in séguito di ammonirli, esortarli e correggerli. Perché dunque i nostri avversari non invitano il Signore a non sprecare le proprie forze, chiedendo senza scopo agli uomini quello che lui solo può dare e rimproverandoli di quello che fanno per semplice mancanza della sua grazia? Perché non ammoniscono san Paolo a perdonare a coloro che non hanno la volontà di fare il bene dato che senza la misericordia di Dio non si può che sbagliare?

Tutte queste assurdità non hanno ragion d'essere: se considerato con attenzione l'insegnamento divino si rivela, infatti, fondato su solidissime motivazioni.

San Paolo ammette, è vero, che l'insegnamento, le esortazioni e gli incitamenti non servono, da soli, a cambiare il cuore dell'uomo, quando afferma che chi pianta non è nulla, né chi annaffia, ma tutta l'efficacia risiede nel Signore che fa crescere (1 Co. 3.7). Vediamo anche con che severità Mosè prescriva i precetti della Legge; con che insistenza i profeti minaccino i trasgressori; non per questo cessano di riconoscere che gli uomini iniziano a comprendere quando vien loro data l'intelligenza, che è compito proprio di Dio circoncidere i cuori e convertirli da pietra in carne, che egli scrive la sua legge nelle nostre interiora, in breve, che rinnovando le anime nostre egli dà efficacia al suo insegnamento.

5. A cosa servono dunque le esortazioni? domanderà qualcuno. Rispondo che se un cuore ostinato le sprezza, esse gli saranno di testimonianze per convincerlo quando sarà davanti al giudizio di Dio. E la cattiva coscienza ne è toccata e stimolata nella vita presente. Per quanto infatti se ne faccia beffe, non le può invalidare.

Si obbietta: che dunque farà il povero peccatore dato che gli è negata la prontezza del cuore che è necessaria per obbedire? Rispondo: come potrà tergiversare dato che può imputare la durezza del cuore solo a se stesso? Per quanto i malvagi, sebbene vogliano prendere possibilmente alla leggera i precetti e gli avvertimenti di Dio, sono tenuti in scacco dalla potenza divina, lo vogliano oppure no.

Ma l'utilità principale delle esortazioni è nei riguardi dei credenti: il Signore agisce in loro con il suo Spirito, ma adopera anche lo strumento della sua parola e lo adopera con efficacia. Sia dunque chiaro, come deve essere chiaro, che l'unica forza dei giusti è situata nella grazia di Dio, secondo l'affermazione del Profeta: "Darò loro un cuor nuovo per camminare nei miei precetti" (Ez. 11.19) , e se poi qualcuno domanda perché li si incita al loro dovere e non li si abbandona alla guida dello Spirito Santo; perché li si spinge con l'esortazione, dato che non possono essere stimolati più di quanto lo Spirito li spinga; perché li si corregge quando hanno sbagliato, dato che sono necessariamente impediti dall'infermità della loro carne, dobbiamo rispondere: Uomo, chi sei tu da voler imporre la legge a Dio? Se vuole prepararci con l'esortazione a ricevere la grazia di obbedire alla sua esortazione, cosa hai da rispondere o da ribellarti a questo sistema? Se anche le esortazioni non servissero ad altro che a rimproverarci i credenti per i peccati, non dovrebbero essere reputate inutili. Ma dato che esse fruttuosamente infiammano i cuori all'amore della giustizia e inversamente all'odio del peccato, visto che lo Spirito Santo adopera questo strumento esterno per agire all'interno in vista della salvezza dell'uomo, chi oserà respingerle come superflue?

Se poi qualcuno desidera una risposta più chiara, la sintetizzo così: Dio opera in noi in due modi, all'interno con il suo Spirito, all'estero con la sua parola. Illuminando le menti con il suo Spirito, formando i cuori all'amore della giustizia e dell'innocenza, rigenera l'uomo in una nuova creatura. Con la sua parola stimola l'uomo e lo incita a desiderare e cercare questo rinnovamento. Manifesta la potenza della sua mano nell'uno e nell'altro strumento, secondo l'economia della sua dispensazione.

Rivolgendo la stessa parola agli iniqui ed ai reprobi, sebbene essa non li conduca a correggersi, le conferisce tuttavia forza in un altro modo: esercita ora una pressione sulle loro coscienze e nel giorno del giudizio saranno tanto più inescusabili.

Per questo motivo il nostro Signore Gesù, sebbene dichiari che nessuno può andare a lui se non venga guidato dal Padre (Gv. 6.44-45) , non tralascia tuttavia di attuare il suo compito di insegnamento e invita con la sua voce quanti hanno bisogno di essere istruiti dallo Spirito Santo e traggono profitto di quanto odono. Quanto ai reprobi, san Paolo dichiara che la dottrina non è inutile perché per loro essa è odore di morte a morte, pur essendo odor soave dinanzi Dio (2 Co. 2.16).

6. Si affannano a raccogliere valide testimonianze nella Scrittura e sperano di poterci confutare almeno con la quantità delle citazioni non potendo farlo ricorrendo a testi validi e pertinenti. Agiscono come un capitano che, radunando un grande esercito di uomini inadatti alla guerra, si illuda di spaventare il nemico. Bel colpo d'occhio per una parata! Tutti in fuga al primo scontro.

Ci sarà facile rovesciare tutte le obbiezioni di questi avversari non essendo altro che vuota apparenza. I passi che essi citano possono essere raccolti e classificati in alcuni gruppi, li disporremo in ordine e successivamente affronteremo ogni gruppo con una sola risposta, evitando di esaminarli tutti ad uno ad uno.

Il primo grande argomento è dato dai comandamenti di Dio che essi considerano proporzionati alle nostre forze sì che potremmo metterli in pratica. Ne elencano un gran numero e misurano così le forze umane. Ragionano in questi termini: ovvero Dio si beffa di noi quando ci ordina santità, pietà, obbedienza, castità, amore e mansuetudine e ci proibisce impudicizia, idolatria, inverecondia, ira, rapacità, orgoglio e via dicendo, ovvero ci chiede di attuare solo quanto è in nostro potere.

Tutti i comandamenti, cui essi alludono, possono essere raccolti in tre categorie: gli uni prescrivono che l'uomo si converta a Dio, gli altri semplicemente raccomandano l'osservanza della Legge, gli altri ancora prescrivono di perseverare nella grazia di Dio già ricevuta. Esaminiamoli prima tutti in generale, poi dettagliatamente secondo questi tre tipi.

Riconosco che oramai da molto tempo si accetta correntemente di misurare le facoltà dell'uomo sulla base dei comandamenti di Dio e questo ha una parvenza di ragionevolezza. Tuttavia, affermo che questo è frutto di grande ignoranza. Quanti vogliono dimostrare che sarebbe assurdo parlare in questo modo se l'osservanza dei comandamenti fosse impossibile all'uomo, si basano su un ragionamento invalido pretendendo che altrimenti la Legge sarebbe stata data invano. Quasi san Paolo non avesse mai parlato di questo: che significano le affermazioni seguenti: la Legge è stata data per aumentare le trasgressioni (Ga 3.19); dalla Legge viene la conoscenza del peccato (Ro 3.20); la Legge genera il peccato (Ro 7.7); è sopravvenuta per moltiplicare il peccato (Ro 5.20). Intendeva dire che essa doveva corrispondere alle nostre forze per non essere inutile? Al contrario san Paolo mostra in tutti questi passi che Dio ci ha ordinato qualcosa al di sopra della nostra capacità per convincerci della nostra impotenza. Certo lo scopo e il coronamento della Legge è la carità, secondo la definizione che egli stesso ne dà (1 Ti. 1.5); e prega Dio di riempirne il cuore dei Tessalonicesi (1 Ts. 3.12). Con questo significa che la Legge colpirebbe le nostre orecchie invano e senza frutto se Dio non ispirasse nei nostri cuori quanto essa insegna.

7. Se la Scrittura insegnasse che la Legge è solo norma di vita cui devono essere misurate le nostre opere, accetterei volentieri l'opinione dei miei avversari, essa però ce ne rivela molteplici aspetti. È dunque opportuno prestare attenzione a questi piuttosto che alle nostre fantasie.

Per quanto riguarda l'argomento in discussione, non appena la Legge ci ha prescritto quel che dobbiamo fare, immediatamente aggiunge che la capacità di obbedire proviene dalla grazia di Dio. Di conseguenza ci insegna a domandarla in preghiera. Se ravvisiamo nella Legge solo comandamenti, senza promessa alcuna, allora dovremmo mettere alla prova le nostre forze per vedere se sono sufficienti ad adempierli; ma ai comandamenti sono congiunte le promesse ed esse manifestano che abbiamo bisogno dell'aiuto di Dio e che tutta la nostra forza è nella sua grazia. Esse mostrano dunque che non solo siamo insufficienti ma anche assolutamente incapaci di osservare la Legge.

Non ci si fermi dunque a questa correlazione tra le nostre forze e i comandamenti di Dio; come se egli avesse commisurato la norma di quella giustizia, che voleva stabilire, con la nostra debolezza e la nostra piccolezza! Consideriamo piuttosto alla luce delle promesse di Dio quanto siamo impreparati, dato che in tutto e per tutto abbiamo tanto bisogno della sua grazia. Dio ha forse rivolto la sua legge a dei pezzi di legno o a delle pietre? Nessuno li vuol convincere di questo.

I malvagi non sono né pietre né tronchi quando, resi consapevoli dalla Legge che le loro concupiscenze dispiacciono a Dio, si rendono colpevoli di fronte alle loro stesse coscienze: né i credenti quando, coscienti della propria debolezza, ricorrono alla grazia di Dio. In questo senso sant'Agostino afferma: "Dio comanda quel che non sappiamo fare, onde sappiamo quel che dobbiamo chiedergli", e: "L'utilità dei precetti è grande se si valuta il libero arbitrio in modo che la grazia di Dio ne sia maggiormente onorata", ancora: "La fede chiede quel che la Legge comanda"; infatti la Legge comanda onde la fede chieda quel che la Legge ha comandato. "Dio richiede anche la fede da noi; e non trova quello che chiede fino a quando non l'abbia dato per poterlo trovare": "Dio conceda quel che ordina e ordini quello che vuole,".

8. Questo risulterà più chiaro considerando i tre tipi di comandamenti a cui abbiamo accennato. Spesso il Signore richiede, nella Legge come nei Profeti, che ci convertiamo a luì (Gl. 2.12). Ma il Profeta d'altra parte risponde: "Convertimi, Signore, e sarò convertito. Dopo che mi hai convertito, ho fatto penitenza ecc." (Gr. 31.18). Ci ordina anche di circoncidere il nostro cuore (De 10.16); ma per bocca di Mosè dichiara che questa circoncisione è operata dalla sua mano (De 30.6). Più volte richiede agli uomini un cuor nuovo, ma afferma di essere il solo a poterlo rinnovare (Ez. 36.26). Ora, come dice sant'Agostino, quello che Dio promette, non lo facciamo per natura né per libera scelta, ma egli lo fa con la sua grazia. La quinta regola della dottrina cristiana da lui enunciata consiste nel distinguere chiaramente nella Scrittura tra Legge e promesse, tra comandamenti e grazia. Che diranno ora quanti si richiamano ai comandamenti di Dio per glorificare la potenza umana e sminuire quella grazia di Dio, per mezzo della quale invece i precetti sono osservati?

Il secondo tipo di comandamenti che abbiamo menzionato è semplice: onorare Dio, servire ed accettare la sua volontà, osservare le sue prescrizioni, seguire la sua dottrina. Ma vi sono infinite testimonianze secondo cui tutta la giustizia, santità, pietà, purezza che possediamo sono dono gratuito proveniente da lui.

Quanto al terzo tipo, un esempio ci è dato nell'esortazione di Paolo e Barnaba ai credenti di perseverare nella grazia di Dio (At. 13.43). Ma in un altro passo san Paolo mostra donde provenga questa forza: "State saldi" dice "fratelli miei, mediante la potenza del Signore," (Ef. 6.10). D'altra parte vieta di contristare lo Spirito di Dio, dal quale siamo suggellati in attesa della nostra redenzione (Ef. 4.30). Quanto è qui prescritto, altrove è domandato al Signore in preghiera, non fa dunque parte delle possibilità umane: infatti l'Apostolo supplica il Signore di rendere i Tessalonicesi degni della propria vocazione, di compiere in essi quanto aveva determinato nella sua bontà e di condurre al compimento l'opera della fede (2 Ts. 1.2). Similmente nella seconda ai Corinzi, trattando delle elemosine, loda molte volte la buona volontà dei destinatari; ma successivamente rende grazie a Dio perché ha incoraggiato Tito nel compito di esortarli (2 Co. 8.11- 16). Se Tito non ha neanche potuto aprire la bocca per esortare gli altri senza che Dio glielo abbia suggerito, come gli uditori sarebbero stati indotti ad agire bene se Dio non avesse toccato loro il cuore?

9. I più abili e smaliziati mettono in dubbio queste testimonianze sostenendo che esse non escludono l'unione delle nostre forze con la grazia di Dio, che sovviene così alla nostra debolezza. Menzionano alcuni passi dei profeti in cui il merito della nostra conversione sembra suddiviso fra noi e Dio; ad esempio: "Convertitevi a me e io mi convertirò a voi" (Za. 1.3).

Abbiamo indicato precedentemente in che consista l'aiuto di Dio e non c'è bisogno di ripeterci. Si tratta di mostrare qui che erroneamente i nostri avversari attribuiscono all'uomo la capacità di adempiere la Legge basandosi sul fatto che Dio ci comanda di obbedirvi; è infatti evidente che la grazia di Dio è necessaria per adempiere il comandamento divino ed essa ci è promessa a questo fine. Ne deriva che siamo impegnati a fare più di quanto possiamo. E nessun cavillo permette ai disputatori di sfuggire all'affermazione di Geremia secondo cui il patto di Dio con il popolo antico non ha avuto forza ed è decaduto perché si basava solamente sulla lettera; ed essa non può avere forza che quando lo Spirito venga aggiunto alla dottrina, per farci obbedire ad essa (Gr. 31.32).

Per quanto concerne la frase: "Convertitevi a me e mi convertirò a voi", essa non convalida affatto il loro errore. Per conversione di Dio non bisogna intendere la grazia con cui rinnova i nostri cuori in vista di una vita santa, ma quella con cui manifesta la sua volontà buona e il suo amore verso noi facendoci prosperare; inversamente è detto che si allontana da noi allorché ci punisce. Poiché dunque il popolo d'Israele che aveva à lungo sofferto si lamentava che Dio si fosse allontanato, il Signore risponde che il suo favore e la sua generosità non mancheranno loro se si convertiranno alla dirittura di vita e si avvicineranno a colui che è la sorgente di ogni giustizia. Intendere il passo come se spartisse il merito della nostra conversione tra Dio e noi, significa distorcerlo.

Abbiamo trattato rapidamente la questione perché bisognerà riprenderla affrontando il problema della Legge.

10. Il secondo ordine delle loro considerazioni non differisce molto dal primo. Menzionano le promesse secondo le quali Dio sembra associarsi alla nostra volontà. Per esempio: "Cercate la rettitudine e non il male, e voi vivrete!" (Am 5.14) : "Se mi ascolterete, vi darò il benessere: ma se non lo farete, vi farò perire per la spada" (Is. 1.19-20) : "Se toglierai le tue abominazioni, non sarai cacciato". "Se ascolti la voce del Signore il tuo Dio per eseguire e mantenere i suoi comandamenti, farò di te il popolo più eccellente della terra" e altri consimili (Gr. 4.1; De 28.1; Le 26.3).

Pensano che Dio si farebbe beffe di noi affidando alla nostra volontà queste cose che non ci è possibile compiere. Umanamente questa considerazione ha qualche peso. Se ne potrebbe dedurre che Dio agisce crudelmente fingendo che dipenda interamente da noi il ricevere la sua grazia e ogni bene, mentre non abbiamo invece alcun potere in merito; che sarebbe ridicolo mostrarci con tanta insistenza la sua liberalità senza che ne possiamo fruire. In breve, si può obbiettare che le promesse di Dio non avrebbero alcuna certezza se dipendessero da una impossibilità di esecuzione.

Parleremo altrove delle promesse che dipendono da una condizione impossibile e risulterà chiaro non esservi nulla di assurdo nonostante l'impossibilità di realizzazione.

Quanto al problema in discussione, io nego che il Signore sia crudele o inumano verso di noi quando ci esorta a meritare le sue grazie e i suoi benefici pur sapendoci impotenti a farlo. Le promesse sono rivolte ai credenti e ai malvagi; sono pertanto utili tanto nei riguardi degli uni che degli altri. Il Signore con questi precetti punge e sveglia la coscienza degli iniqui onde non si trastullino nei loro peccati, incuranti del suo giudizio: nello stesso tempo con le sue promesse attesta loro quanto siano indegni della sua benignità. Chi vorrà negare a Dio il diritto di beneficare chi l'onora e di vendicarsi rigorosamente di chi sprezza la sua maestà? Il nostro Signore rettamente dunque propone agli iniqui, tenuti prigionieri sotto il giogo del peccato, questa condizione: se abbandoneranno la malvagità, egli invierà loro ogni bene; e da questo possano intendere che a buon diritto sono esclusi dai beni dovuti ai servitori di Dio.

D'altra parte non bisogna stupirsi perché, volendo stimolare i credenti a implorare la sua grazia, Dio agisce con le sue promesse come agisce con i suoi comandamenti, come abbiamo già visto. Facendoci conoscere la sua volontà per mezzo dei suoi comandamenti, egli ci rende consapevoli della nostra miseria mostrandoci che siamo contrari ad ogni bene: insieme ci spinge a invocare il suo Spirito per esserne indirizzati sul buon cammino. Ma dato che la nostra pigrizia non è abbastanza smossa dai suoi precetti, vi aggiunge le promesse con la cui dolcezza ci induce ad amare quanto ci comanda. Quanto più amiamo la giustizia, tanto più siamo zelanti nella ricerca della grazia di Dio. In questo modo Dio, nelle dichiarazioni summenzionate, non ci attribuisce la facoltà di mettere in pratica le sue richieste, e tuttavia non si beffa della nostra debolezza; al contrario agisce per il bene dei suoi servitori e rende gli iniqui più condannabili.

2. La terza serie di testi ha qualche affinità con le precedenti. I miei contraddittori citano i passi in cui Dio rimprovera al popolo d'Israele di non aver saputo vivere in obbedienza. Ad esempio: "Amalec e i Cananei sono davanti a voi, sarete uccisi dalla loro spada perché non avete voluto obbedire al Signore" (Nu. 14.43);"Perché vi ho chiamato e non avete risposto, vi distruggerò come ho fatto con Silo" (Gr. 7.13);"Questo popolo non ha ascoltato la voce del suo Dio e non ha accettato la sua dottrina: per questo è rigettato" (Gr. 7.28);"Poiché avete indurito il vostro cuore e non avete voluto obbedire al Signore, tutti questi mali vi sono venuti addosso" (Gr. 32.23). Che significato avrebbero questi rimproveri se gli interessati sono in grado di ribattere, immediatamente: Non chiedevamo altro che prosperare, e temevamo la sventura; se non abbiamo obbedito al Signore, non abbiamo ascoltato la sua voce per evitare il male e avere sorte migliore, è unicamente perché, essendo detenuti nella prigionia del peccato, non siamo liberi. A torto dunque Dio ci rimprovera il male cui siamo sottomessi e che non era in nostro potere evitare.

 Lasciando da parte la frivola e infondata scusa della necessità chiedo loro se possono dimostrare di non essere colpevoli. Se sono convinti di aver mancato, allora non senza ragione Dio afferma che è da imputarsi alla loro perversità il fatto che egli non li abbia benedetti. Possono forse negare che la causa della loro ostinazione sia stata una volontà perversa? Se la sorgente del male è in loro stessi, a che pro cercare cause esterne per far credere di non essere i responsabili della propria rovina?

Se è dunque vero che i peccatori sono per colpa loro privi dei benefici di Dio e ricevono la punizione della sua mano, a buon diritto egli li rimprovera; e se persistono nel male, imparino a deprecare la propria iniquità quale causa della propria miseria, anziché biasimare l'eccessiva severità di Dio. Se non sono completamente induriti e possono essere addolciti, concepiscano dispiacere e odio per i propri peccati, a causa dei quali si vedono in distretta, e così ritornino sulla buona strada e riconoscano la fondatezza dei rimproveri di Dio. Dalla preghiera di Daniele (Da 9) appare che questi rimproveri sono riusciti utili per i credenti. Ne vediamo un esempio negli Ebrei a cui Geremia indica per ordine di Dio le cause delle loro sventure; sebbene sia accaduto solo quanto Dio aveva predetto, vale a dire che non ascolterebbero le divine parole, e che non risponderebbero ai divini appelli (Gr. 7.27).

A che scopo parlare ai sordi? dirà qualcuno. Perché loro malgrado comprendano la verità di quanto odono: è sacrilegio abominevole imputare a Dio la causa delle calamità che risiedono in loro stessi.

Con queste tre risposte tutti potranno facilmente orientarsi tra le infinite testimonianze collezionate dai nemici della grazia di Dio, tanto dei comandamenti che delle promesse della Legge e dei rimproveri di Dio ai peccatori, i quali vogliono garantire all'uomo un libero arbitrio che non esiste.

Il Salmo afferma, per confondere gli Ebrei, che essi sono una nazione perversa, dal cuore ribelle (Sl. 78.8). In un altro passo il Profeta esorta gli uomini del suo tempo a non indurire i loro cuori (Sl. 95.8). Questo è ben detto, dato che tutta la colpa della ribellione risiede nella perversità umana. Ma è sciocco dire che il cuore dell'uomo, preparato da Dio, si volge di per se in un senso o nell'altro. Il Profeta dice: "Ho inclinato il mio cuore a osservare i tuoi comandamenti" (Sl. 119.112) perché si era dato a Dio con coraggio franco e gioioso; ma non si vanta di essere l'autore di questa inclinazione che nello stesso salmo riconosce essere un dono di Dio.

Dobbiamo di conseguenza ricordare l'ammonimento di san Paolo: egli ordina ai credenti di compiere la loro salvezza con timore e tremore, poiché Dio opera in loro il volere e il fare (Fl. 2.13). Attribuisce loro il compito di mettere mano all'opera, affinché non si lascino andare all'incuria; ma aggiungendo che questo deve avvenire, con timore e tremore, li umilia e ricorda che quanto ordina loro è l'opera propria di Dio. Con questo mezzo esprime la necessità che i credenti operino "passivamente", se posso esprimermi in questo modo: vale a dire agiscano in quanto sono spinti, e la facoltà è data loro dal cielo.

Per questa ragione san Pietro esortandoci ad aggiungere alla fede la virtù (2 Pi. 1.5) non ci attribuisce una parte dell'azione, quasi facessimo qualcosa separatamente e per conto nostro: ma risveglia solamente la pigrizia della nostra carne, che spesso soffoca la fede. Simile suona la frase di san Paolo: "Non spegnete lo Spirito!" (1 Ts. 5.19). La pigrizia qualora non sia repressa s'insinua in continuità in noi.

Se qualcuno replica ancora che è dunque in potere dei credenti custodire la purezza data loro, si può facilmente rispondere che questa perseveranza, richiesta da san Paolo (2 Co. 7.1) proviene solo da Dio. Ci è spesso richiesto infatti di purgarci di ogni macchia: e tuttavia lo Spirito Santo si riserva il vanto di consacrarci nella purezza.

Risulterà chiaro dalle parole di san Giovanni che quanto appartiene a Dio solamente ci è dato sotto forma di concessione: "Chi è da Dio"egli dice"stia in guardia!" (1 Gv. 5.18). I predicatori del libero arbitrio prendono alla leggera questo avvertimento, come se fossimo salvati in parte dalla virtù di Dio e in parte dalla nostra, quasi lo stare in guardia non ci venisse dal cielo. Ecco perché Gesù Cristo prega il Padre di guardarci dal male o dal maligno (Gv. 17.15). E sappiamo che i credenti combattendo contro Satana sono vittoriosi solo con le armi che Dio fornisce loro. Per questo san Pietro dopo aver ordinato di purificare le anime nell'obbedienza alla verità, aggiunge subito a modo di correzione: "in virtù dello Spirito", (1 Pi. 1.22).

Per concludere, san Giovanni mostra in breve come tutte le forze umane non siano che vento o fumo nella lotta spirituale, affermando che chi è generato da Dio non può peccare perché la semenza di Dio dimora in lui (1 Gv. 3.9). E in un altro passo ne precIs. la ragione: perché la nostra fede è la vittoria che vince il mondo (1 Gv. 5.4).

12. Essi citano però una testimonianza della Legge di Mosè che sembra del tutto contraria alla nostra interpretazione. Dopo aver fatto conoscere la Legge, Mosè affermò davanti al popolo quanto segue: "Il comandamento che ti do oggi non è nascosto, non è lontano da te, non s'innalza nel cielo, ma è presso di te, nella tua bocca e nel tuo cuore, affinché tu lo pratichi" (De 30.11- 14).

Riconosco che sarebbe molto difficile rispondere se questo fosse detto dei soli comandamenti. Si potrebbe certo intendere l'affermazione nel senso che qui si parla della facilità di intendere i comandamenti più che di metterli in pratica: ma qualche dubbio rimarrebbe. Abbiamo però un commentatore che ci toglie ogni dubbio: è san Paolo il quale afferma che Mosè parlava della dottrina dell'Evangelo (Ro 10.8). Se qualche ostinato replicasse che san Paolo ha travisato il significato naturale del passo per riferirlo all'Evangelo, difendere l'esegesi dell'Apostolo è possibile, anche se si deve respingere una simile calunnia. Se Mosè avesse parlato solamente dei comandamenti, avrebbe ingannato il popolo. Non avrebbe infatti potuto fare altro che cadere in rovina, avendo la pretesa di osservare la Legge con le proprie forze, quasi fosse cosa facile! Dov'è questa facilità, visto che la nostra natura soccombe a questo compito e nessuno può camminare senza inciampare?

È dunque certo che con queste parole Mosè ha inteso il Patto di misericordia che aveva reso manifesto nella Legge. Infatti aveva dichiarato poco prima che i nostri cuori devono essere circoncisi da Dio affinché lo amiamo (De 30.6). Non vede dunque questa "facilità" nelle forze dell'uomo ma nell'aiuto e nel soccorso dello Spirito Santo, il quale agisce con potenza nella nostra infermità.

 Non bisogna dunque riferire il passo solamente ai comandamenti ma piuttosto alle promesse evangeliche che, lungi dall'attribuirci il potere di procurarci la giustizia, mostrano al contrario che ne siamo del tutto privi. La salvezza ci è presentata nell'Evangelo non nella forma dura e difficile, addirittura impossibile, usata dalla Legge: in base cioè all'adempimento di tutti i comandamenti, ma in forma facile ed agevole: in base a questa convinzione san Paolo applica la testimonianza di cui stiamo parlando per confermare che la misericordia di Dio ci è generosamente messa in mano. Questa testimonianza non serve dunque affatto a garantire una libertà della volontà umana.

13. Sono soliti menzionare alcuni altri passi in cui è mostrato che talvolta Dio ritrae la sua grazia dagli uomini, per vedere da che parte si volgeranno. i: detto per esempio in Osea: "Mi tirerò da parte fino a quando delibereranno nei loro cuori di seguirmi" (OS 5.15). Sarebbe ridicolo, essi dicono, che il Signore stesse a vedere quale sarà la loro via se essi non avessero la possibilità di volgersi dall'una o dall'altra parte con le proprie forze. Dio non ha forse l'abitudine di dire costantemente, per mezzo dei suoi profeti, che rigetterà il popolo e lo abbandonerà finché questo non si corregga?

Vediamo quali conclusioni ne vogliono trarre. Se dicono che il popolo, lasciato a se stesso, può convertirsi da solo, tutta la Scrittura li contraddice. Se riconoscono che la grazia di Dio è necessaria alla conversione dell'uomo, questi passi non li aiutano a combattere contro di noi.

Ma essi diranno che la riconoscono necessaria in modo tale però che le forze dell'uomo vi abbiano parte in qualche misura. Donde lo deducono? Certo non da questo passo né da altri simili: infatti è ben diverso che Dio tolga la sua grazia all'uomo per vedere che cosa questi faccia, oppure che sovvenga alla sua infermità e ne confermi le deboli forze.

Ma domanderanno: che significano allora queste espressioni? Rispondo che esse suonano come se Dio dicesse: Siccome non riesco a nulla con questo popolo ribelle, né con le esortazioni, né con le ammonizioni, né con le riprensioni, mi tirerò da parte per un tempo e tacendo sopporterò che sia afflitto. Così vedrò se dopo lungo patimento si ricorderà di me e mi cercherà. Quando è detto che Dio si ritirerà, si intende che ritirerà la sua parola. Quando è detto che osserverà quanto faranno gli uomini in sua assenza, si vuol dire che senza mostrarsi li affliggerà per qualche tempo. Una cosa e l'altra fa per umiliarci. Potrebbe spezzarci mille volte con i castighi e le punizioni senza poterci correggere; per questo è necessario che ci renda docili con il suo Spirito.

Stando così le cose è erroneo dedurre che l'uomo abbia qualche merito nel convertirsi a Dio. È detto al contrario che Dio, offeso dalla nostra durezza ed ostinazione, ritira da noi la sua parola (attraverso la quale ci comunica la sua presenza) ed esamina quel che faremo da soli. Lo scopo di tutto questo è di farci riconoscere che da soli non siamo nulla e non possiamo nulla.

14. Prendono lo spunto anche da una espressione corrente non solo tra gli uomini, ma anche nella Scrittura: le buone opere sono dette"nostre", ed è affermato che facciamo il bene come il male. Ora, se i peccati ci sono giustamente imputati, in quanto provengono da noi, per la stessa ragione ci dovrebbero essere attribuite le buone opere. Non sarebbe infatti ragionevole dire che facciamo le cose, cui Dio ci spinge, come pietre, non potendole fare per nostra propria volontà. In séguito ne concludono che, sebbene la grazia di Dio abbia il merito principale, tuttavia queste locuzioni indicano che abbiamo qualche capacità naturale di fare il bene.

Se ci fosse solo la prima obbiezione, vale a dire che le buone opere sono chiamate "nostre", risponderei che chiamiamo nostro il pane quotidiano che pure chiediamo a Dio di concederci. Questa parola indica dunque quel che non ci era in alcun modo dovuto ma che diventa nostro in virtù della infinita generosità di Dio. Dovrebbero dunque rimproverare al Signore questo modo di esprimersi: oppure non considerare strano che siano dette "nostre" buone opere in cui non c'è nulla di nostro, se non in quanto ci è dato dalla generosità di Dio.

La seconda obiezione ha maggior peso: la Scrittura afferma spesso che i credenti servono Dio, conservano la sua giustizia, obbediscono alla sua Legge e applicano la loro diligenza a compiere il bene. Se questi sono i compiti propri della mente e della volontà umana, come potrebbero essere attribuiti contemporaneamente allo Spirito di Dio e a noi, se non vi fosse un qualche legame tra le nostre facoltà e la grazia di Dio?

Sarà facile risolvere questi dubbi considerando rettamente il modo in cui Dio agisce nei suoi servi.

In primo luogo, la similitudine con cui vogliono metterci in difficoltà non è pertinente. Chi infatti è così insensato da pensare che l'uomo sia sospinto da Dio nello stesso modo che una pietra è gettata? Nulla di simile deriva dalla nostra dottrina. Noi diciamo esservi una facoltà umana naturale di approvare, respingere, volere, non volere, sforzarsi, resistere; vale a dire lodare la vanità, respingere il vero bene, volere il male, non volere il bene, sforzarsi di peccare, resistere alla dirittura. Qual è la parte del Signore in tutto questo? Se vuole adoperare la perversità umana come uno strumento della sua ira, la volge e la in dirizza dove meglio gli pare per realizzare le sue opere giuste e buone attraverso una mano cattiva. Quando dunque vedremo un malvagio servire Dio in questo modo mentre obbedisce alla propria malvagità, lo paragoneremo ad una pietra che è mossa da una forza esterna senza alcun movimento proprio, né sentimento, né volontà? Vediamo che c'è una bella differenza!

Che diremo dei buoni, di cui trattiamo particolarmente qui? Quando il Signore vuol edificare in loro il suo Regno, frena e modera la loro volontà perché non sia travolta dalla concupiscenza disordinata, secondo la sua tendenza naturale. D'altra parte la piega, la forma, la dirige e la riconduce alla regola della sua giustizia, per farle desiderare santità ed innocenza. Infine la conferma e la fortifica con la forza del suo Spirito perché non vacilli né cada.

Per questo motivo sant'Agostino scrive: "Mi dirai: Siamo dunque condotti dall'esterno e non facciamo nulla per conto nostro?". Le due cose sono vere: sei condotto e ti conduci: e ti conduci bene se ti fai condurre da colui che è buono. Lo Spirito di Dio che opera in te è quello che aiuta chi opera. Questa parola "aiutare" mostra che anche tu fai qualcosa". Ecco le sue parole.

 Riguardo al primo punto egli indica che l'operare dell'uomo non è eliminato dalla guida e dalla direzione dello Spirito Santo, perché la volontà, che è guidata all'aspirazione del bene, è naturale. Riguardo all'aggiunta della parola"aiutare"si può dedurre che facciamo anche qualcosa, ma non bisogna intenderla come se egli ci attribuisse qualcosa indipendentemente e senza la grazia di Dio; piuttosto, per non favorire la nostra pigrizia, concilia l'opera di Dio con la nostra di modo che il volere sia per natura e il voler bene per grazia. D'altronde aveva detto poco prima: "Se Dio non ci aiuta, non solo non potremo vincere ma neanche combattere".

15. Da questo risulta che la grazia di Dio, nel significato attribuito alla parola quando si parla della rigenerazione, è come la regola e la briglia dello Spirito per dirigere la volontà dell'uomo. Ora non può dirigerla senza correggerla, riformarla e rinnovarla: per questo motivo diciamo che il principio della nostra rigenerazione sta nell'abolizione di quanto è nostro. Similmente non può correggerla senza smuoverla, spingerla, condurla, trattenerla. Per questo diciamo che tutte le buone azioni che ne derivano, dipendono da lui.

Non neghiamo tuttavia la verità di quanto afferma sant'Agostino: la nostra volontà non è annullata dalla grazia di Dio ma piuttosto è riparata. Non vi è contraddizione tra il dire che la volontà dell'uomo è riparata quando, corretta la perversità, essa è indirizzata alla giustizia; e il dire che nel processo una nuova volontà è creata nell'uomo. Infatti la volontà naturale è talmente corrotta e pervertita da dover essere totalmente rinnovata.

Nulla impedisce, a questo punto, di dire che compiamo le opere che lo Spirito Santo compie in noi, sebbene la nostra volontà non apporti nulla di proprio che sia indipendente dalla grazia. Ricordiamoci dunque della citazione già menzionata di Agostino: molti si adoperano invano a trovare nella volontà dell'uomo qualche bene che gli sia proprio, qualsiasi elemento si pretenda aggiungere alla grazia di Dio per rivendicarne il libero arbitrio, non è che corruzione; come se si allungasse del buon vino con acqua sporca e amara. Tutti i sentimenti buoni provengono dal solo impulso dello Spirito; tuttavia, dato che il volere è naturalmente radicato nell'uomo, è detto a buon diritto che facciamo le cose di cui Dio si riserva il merito. In primo luogo perché tutto quanto Dio compie in noi Egli vuole sia nostro, a condizione che comprendiamo che non ha origine in noi; in secondo luogo, perché abbiamo nella nostra natura l'intelletto, la volontà e la perseveranza che egli dirige al bene per farne uscire qualcosa di buono.

16. Le altre argomentazioni che i miei avversari raccolgono qua e là non sono tali da turbare molto le persone di intelligenza che abbiano ben assimilato le risposte sin qui esposte.

Menzionano quanto è scritto nella Ge : "Il tuo desiderio sarà sotto di te e tu lo dominerai", (Ge 4.7) , intendendolo detto del peccato, come se Dio promettesse a Caino che il peccato non potrà dominare nel suo cuore se vorrà adoperarsi a vincerlo! Al contrario questo deve essere piuttosto riferito ad Abele. Nel passo l'intenzione di Dio è infatti di rimproverare l'invidia che Caino aveva concepito verso suo fratello. Questo per due ragioni. In primo luogo si sbagliava pensando di primeggiare sul fratello davanti a quel Dio che apprezza solamente la giustizia e l'integrità. In secondo luogo si dimostrava ingrato nei riguardi del dono ricevuto da Dio, non potendo sopportare il fratello che era più giovane e che doveva curare.

 Ammettiamo pure che Dio parli del peccato, affinché non si creda che scegliamo questa interpretazione perché l'altra ci è contraria. Se è così, o Dio gli promette che sarà superiore, oppure gli ordina di esserlo. Se glielo ordina, abbiamo visto che su questo non si può fondare il libero arbitrio. Se si tratta di una promessa, dove ne è l'adempimento visto che Caino è stato vinto dal peccato, che avrebbe dovuto dominare?

Forse diranno che la promessa aveva una condizione implicita, come se Dio avesse detto: "Se combatti riporterai la vittoria "Ma chi potrà tollerare questi sotterfugi? Se si riferisce questa dominazione al peccato non v'è dubbio trattarsi di una esortazione rivolta da Dio, nella quale non si illustra quali siano le facoltà dell'uomo, ma quale sia il suo dovere, anche se non può compierlo.

La realtà di fatto e la grammatica postulano un paragone tra Caino e suo fratello Abele: questi, il primogenito, non sarebbe stato umiliato nel sottomettersi al fratello minore, ma ha rovinato la situazione con il suo delitto.

17. Ricorrono anche alla testimonianza dell'Apostolo, il quale afferma che la salvezza non è in mano di chi vuole o di chi corre, ma risiede nella misericordia di Dio (Ro 9.16). Ne deducono esservi nella volontà e nel comportamento dell'uomo qualche parte di per se debole, a cui la misericordia di Dio supplisce affinché raggiunga un felice risultato.

Ma se si considera attentamente il problema affrontato dall'Apostolo in quel testo, non ci si può ingannare così sconsideratamente sulla sua intenzione. È: vero che possono citare Ori gene e san Girolamo per difendere la loro spiegazione, Io potrei, al contrario, contraddirli con l'autorità di sant'Agostino. Ma non dobbiamo preoccuparci di quello che costoro ne hanno pensato, quanto piuttosto di intendere quel che san Paolo voleva dire; vale a dire che otterrà salvezza solo colui al quale Dio farà misericordia, mentre rovina e confusione sono preparate per tutti coloro che non avrà eletto. Con l'esempio di Faraone aveva indicato la condizione dei reprobi. Aveva dimostrato l'elezione gratuita dei credenti con la testimonianza di Mosè, laddove è detto: "Avrò pietà di chi avrò accolto misericordiosamente". Conclude che non dipende da chi vuole o da chi corre, ma da Dio che fa misericordia. È una sciocchezza arguire da queste parole l'esistenza nell'uomo di una qualche forma di volontà e di capacità ad agire, come se san Paolo dicesse che la volontà e l'attività umana da sole non bastano. Bisogna dunque respingere questa argomentazione priva di fondamento.

Che senso infatti avrebbe il dire: la salvezza non è nelle possibilità di chi vuole o di chi corre, come se vi fosse una forma di volontà o di corsa! La frase dell'Apostolo è più semplice: non vi è né volontà né corsa per condurci alla salvezza, ma in questo campo solamente la misericordia regna. Non parla qui diversamente dall'altro passo, in cui afferma: la bontà e la benevolenza di Dio verso gli uomini sono apparse, non attraverso le opere di giustizia che abbiamo fatte, ma attraverso la infinita misericordia divina (Tt 3.5). Se volessi dedurre che abbiamo compiuto alcune buone opere, dal momento che san Paolo nega che abbiamo ottenuto la grazia di Dio con le opere della giustizia da noi compiute, loro stessi mi deriderebbero. E tuttavia la loro argomentazione è di questo tipo. Riflettano a quello che dicono per non basarsi su argomenti così inconsistenti.

 Infatti l'argomentazione di sant'Agostino è pienamente valida: se fosse detto che non dipende da chi vuole né da chi corre perché il volere e il correre da soli non bastano, si potrebbe rovesciare completamente il ragionamento e affermare che non dipende dalla misericordia, perché neanch'essa opera da sola. È chiaro come questo sia irragionevole. Perciò sant'Agostino conclude che san Paolo lo ha detto perché non vi è nell'uomo alcuna buona volontà che non sia preparata da Dio. Non che non dobbiamo volere e correre, ma Dio opera l'una e l'altra cosa in noi.

Non è meno sciocco il ragionamento di quanti affermano che san Paolo definisce gli uomini: cooperatori di Dio (1 Co. 3.9). È evidente che si riferisce ai Dottori della Chiesa, di cui Dio si serve e che mette all'opera per costruire l'edificio spirituale, che è opera sua in modo esclusivo. E difatti i ministri non sono chiamati suoi compagni, come se avessero qualche facoltà di per se stessi; Dio opera per loro mezzo dopo averli resi idonei a farlo.

18. Inoltre menzionano la testimonianza dell'Ecclesiastico, libro notoriamente privo di autorità sicura. Ma anche se non la rifiutassimo, e potremmo farlo a buon diritto, che aiuto reca alla loro tesi? Afferma che l'uomo, dopo essere stato creato, è stato lasciato alla propria volontà e Dio gli ha dato dei comandamenti, osservando i quali, ne sarà protetto, che la vita e la morte, il bene e il male sono stati messi dinanzi all'uomo affinché scegliesse quanto preferisce (Ecclesiaste 15.14).

Ammettiamo che l'uomo all'atto della creazione abbia ricevuto la facoltà di scegliere la vita o la morte. Ma che ne sarà se rispondiamo che l'ha perduta? Non voglio certo contraddire Salomone, il quale afferma che l'uomo è stato creato buono dal principio ed ha prodotto da solo invenzioni malvagie (Ecclesiaste 7.29). Dato dunque che l'uomo degenerando ed allontanandosi da Dio ha perduto se stesso con tutti i suoi beni, quanto è detto della sua prima creazione non può essere esteso alla sua natura viziosa e corrotta. Rispondo dunque non solo ai miei oppositori, ma anche all'Ecclesiastico, chiunque esso sia, in questo modo: Se vuoi spingere l'uomo a cercare in se la capacità di acquistare la salvezza, la tua autorità non ha sufficiente forza da poter portare pregiudizio alla parola di Dio, la quale evidentemente vi si oppone. Se vuoi solamente far tacere la bestemmia della carne che cerca di giustificarsi attribuendo a Dio i propri vizi, e a questo fine insegni che l'uomo ha ricevuto una natura buona da Dio ed è stato causa della propria rovina, te lo concedo volentieri purché ci accordiamo insieme su questo punto, di riconoscere che attualmente egli è spoglio degli ornamenti della grazia ricevuti originariamente da Dio; così insieme riconosciamo che ora ha bisogno non di avvocato, ma di medico.

19. I nostri avversari citano con maggior frequenza la parabola di Cristo in cui si parla dell'uomo lasciato mezzo morto per strada dai briganti (Lu 10.30). So bene che comunemente si ravvisa. in quest'uomo l'immagine della sventura del genere umano. Ne prendono lo spunto per dire che l'uomo non è stato mutilato dal peccato e dal Diavolo al punto di non avere ancora un qualche soffio di vita: infatti è detto essere mezzo morto. In che consiste questa mezza vita, essi dicono, se non nel fatto che gli è rimasto un residuo di retta intelligenza e volontà?

 In primo luogo, che faranno se rifiuto la loro allegoria? Non v'è alcun dubbio infatti che essa è stata escogitata dai padri antichi, oltre il significato letterale e naturale del testo. Le allegorie devono essere accettate solo se fondate sulla Scrittura: da sole esse non possono fondare alcuna dottrina.

Per di più non ci mancano le ragioni per refutare le loro dichiarazioni. La parola di Dio infatti non lascia una mezza vita all'uomo ma lo considera del tutto morto per quanto concerne la vita beata. Quando san Paolo parla della nostra redenzione, non dice affatto che siamo stati guariti da una mezza morte, ma che siamo stati risuscitati dalla morte (Ef. 2.5; 5.14). L'invito a ricevere la grazia di Cristo non è rivolto a quanti sono semi viventi, ma a quanti sono morti e sepolti (Ef. 5.14). Con questo concorda l'affermazione del Signore che l'ora è venuta per i morti di risuscitare alla sua voce (Gv. 5.25). Hanno il coraggio di contrapporre questa vacua allegoria a testimonianze così esplicite?

Ma quand'anche la loro allegoria fosse valida, cosa possono concluderne che risulti contro di noi? L'uomo, diranno, è vivo a metà; dunque ha una qualche traccia di vita. Riconosco certo che ha un'anima capace di intelligenza, sebbene incapace di penetrare fino alla sapienza celeste di Dio, ha in qualche misura la percezione del bene e del male, ha qualche intuizione dell'esistenza di un Dio, sebbene non ne abbia la retta conoscenza; ma dove conducono tutte queste cose? Esse non possono inficiare l'affermazione di sant'Agostino: i doni gratuiti relativi alla salvezza sono stati tolti all'uomo dopo la sua caduta; i doni naturali, incapaci di condurlo a salvezza, sono stati corrotti e macchiati.

Questa affermazione irrefutabile rimanga dunque ferma e certa: l'intelletto dell'uomo è completamente estraneo alla giustizia di Dio, al punto di non poter immaginare, né concepire, né comprendere null'altro che cattiveria, iniquità e corruzione. Similmente il suo cuore è avvelenato dal peccato al punto di non poter produrre che perversità. E se accade che ne esca qualcosa di buona apparenza, tuttavia l'intelletto rimane sempre mascherato dall'ipocrisia e dalla vanità e il cuore dedito ad ogni malvagità.

 

 

CAPITOLO VI

L'UOMO PERDUTO DEVE CERCARE LA REDENZIONE IN GESÙ CRISTO

 

1. Essendo l'intero genere umano perito in Adamo, la dignità e nobiltà nostre, come già abbiamo detto, risulterebbero prive di valore alcuno, anzi risulterebbero a nostra vergogna, se Dio non si manifestasse quale redentore nella persona del figlio suo unigenito. Egli infatti non riconosce quale opera sua l'umanità viziata ed imbastardita. Essendo decaduti dalla vita alla morte, quanto possiamo conoscere di Dio, come nostro Creatore, sarebbe inutile se non intervenisse la fede che ci rivela Dio, quale padre e salvatore, in Gesù Cristo.

Era bensì nell'ordine naturale che la costruzione del mondo fosse come una scuola per insegnarci la pietà e con questo mezzo condurci alla vita eterna e alla perfetta felicità per la quale siamo stati creati. Ma dopo la caduta e la rivolta di Adamo, dovunque volgiamo gli occhi, in alto e in basso, non ci appare altro che maledizione sparsa su tutte le creature, avvolgendo cielo e terra, tale da agghiacciare le anime nostre di orribile disperazione. Sebbene infatti Dio manifesti ancora, in molti modi, il suo paterno favore, tuttavia la semplice considerazione del mondo non ci può assicurare della sua paternità, perché la coscienza ci convince interiormente e ci fa sentire che a causa del peccato meritiamo di essere da lui respinti e di non essere considerati suoi figli.

C'è altresì la rozzezza e l'ingratitudine dei nostri spiriti che, accecati, non vedono la verità; e a causa della perversione dei sensi frodiamo Dio della sua gloria, ingiustamente.

Siamo dunque condotti all'affermazione di san Paolo: dato che il mondo non ha conosciuto Dio nella sapienza di Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la follia della predicazione (1 Co. 1.21). Definisce "sapienza di Dio "lo spettacolo del cielo e della terra, così eccellente, ricco di infiniti miracoli, e la cui contemplazione avrebbe dovuto condurci a conoscere Dio. Ma dato che ne abbiamo tratto così poco frutto, ci chiama alla fede in Gesù Cristo, che avendo apparenza di follia è sprezzata dagli increduli. Così, sebbene la predicazione della croce non piaccia allo spirito umano, se desideriamo ritornare al nostro Creatore, dal quale siamo lontani, perché ricominci ad esserci padre, dobbiamo accettare questa follia in tutta umiltà.

Infatti, dopo la caduta di Adamo nessuna conoscenza di Dio ha potuto produrre salvezza senza mediatore. Quando Gesù Cristo dice: la vita eterna consiste nel riconoscere il Padre quale vero Dio e quegli che è mandato quale Cristo (Gv. 17.3) , non si riferisce solamente al proprio tempo, ma a tutte le età. Tanto più grave è la stupidità di quanti aprono le porte del paradiso agli increduli e agli infedeli senza la grazia di Gesù Cristo, mentre la Scrittura lo presenta quale unica porta per farci accedere alla salvezza.

Se qualcuno volesse limitare questa affermazione di Gesù Cristo al tempo in cui l'Evangelo è stato manifestato, sarà facilmente refutato: in tutti i secoli e in tutte le nazioni coloro che sono separati da Dio non possono piacergli prima di essere riconciliati, e sono dichiarati maledetti e figli dell'ira. Vi è anche la risposta del Signore Gesù alla Samaritana: "Voi non conoscete quel che adorate; noi conosciamo quel che adoriamo, perché la salvezza viene dai Giudei " (Gv. 4.22). Con queste parole condanna ogni genere di religione praticata dai pagani tacciandola di errore e di falsità e ne indica il motivo: il Redentore era stato promesso sotto la Legge al solo popolo eletto. Ne consegue che nessun culto è mai stato gradito a Dio se non orientato verso Gesù Cristo. Di conseguenza, san Paolo afferma che tutti i pagani sono stati senza Dio ed esclusi dalla speranza della vita (Ef. 2.12).

Inoltre, visto che san Giovanni insegna che la vita è stata fin dal principio in Cristo e che tutti ne sono stati privati, è necessario ritornare a questa sorgente. Gesù Cristo definisce se stesso come "vita "in quanto è il propiziatore che rappacifica Dio nei nostri confronti.

D'altra parte l'eredità celeste appartiene solo ai figli di Dio. Non v'è dunque ragione che siano ammessi in questa categoria quanti non sono incorporati al Figlio unigenito: san Giovanni testimonia che quanti credono in Gesù Cristo hanno il privilegio di essere fatti figli di Dio (Gv. 1.12).

Ma la mia intenzione qui non è di trattare ex professo della fede, sarà dunque sufficiente questo accenno all'argomento.

2. Comunque sia, Dio non si è mai mostrato propizio ai Padri antichi e non ha mai dato loro speranza di grazia senza proporre loro un mediatore. Tralascio di parlare dei sacrifici, mediante i quali i credenti furono chiaramente edotti di dover cercare salvezza esclusivamente nella espiazione compiuta da Gesù Cristo; dico esclusivamente nel senso che la beatitudine promessa da sempre alla Chiesa da Dio è stata fondata sulla persona di Gesù Cristo.

Sebbene infatti Dio abbia incluso tutta la stirpe di Abramo nel suo patto, tuttavia san Paolo afferma giustamente che questo seme, nel quale tutte le genti dovevano essere benedette, propriamente parlando era Gesù Cristo (Ga 3.16; sappiamo infatti che molti sono stati generati carnalmente da Abramo ma non sono considerati sua discendenza. Anche se tralasciamo Ismaele e molti altri, perché i gemelli di Isacco, vale a dire Esaù e Giacobbe, sono stati uno respinto e l'altro eletto quando erano ancora uniti nel ventre della madre? Perché il primogenito è stato ripudiato e il secondo ne ha preso il posto? Infine, perché la maggior parte del popolo è stata tagliata fuori come bastarda?

È dunque chiaro che la razza di Abramo deve la sua condizione al suo Capo e che la salvezza promessa non si attua fino a che non si sia arrivati a Cristo, il cui ufficio è di raccogliere quello che era disperso. Ne segue che l'adozione del popolo eletto dipendeva, alla origine, dalla grazia del mediatore.

Sebbene questo non sia così chiaramente esposto in Mosè, tuttavia è stato certamente conosciuto in generale da tutti i credenti. Infatti, ancor prima che vi fosse un re creato dal popolo, già Anna, madre di Samuele, dice nel suo cantico, parlando della beatitudine della Chiesa: "Il Signore darà forza al suo re ed esalterà il corno del suo Cristo " (1 Re 2.10). Con queste parole vuol significare che Dio benedirà la sua Chiesa. Con questo concorda la profezia data a Eli, citata poco dopo: "Il sacerdote che stabilirò camminerà davanti al mio Cristo ". E non v'è dubbio che il Padre celeste abbia voluto raffigurare una immagine viva di Gesù Cristo nella persona di Davide e dei suoi successori. Ecco perché, volendo esortare i credenti al timore di Dio, ordina di baciare il Figlio per rendergli omaggio (Sl. 2.12). Nello stesso senso si esprime questa frase dell'Evangelo: "Chi non onora il Figlio, non onora il Padre " (Gv. 5.23).

 Così, sebbene il regno di Davide sia stato distrutto dalla rivolta delle dieci tribù, tuttavia il patto che Dio aveva fatto con lui e con i suoi successori è rimasto, come aveva detto mediante i Profeti: "Io non distruggerò completamente questo regno a motivo di Davide, mio servitore e di Gerusalemme che ho eletta: ma a tuo figlio resterà una tribù " (2 Re 11.12-34). Il proposito è reiterato due o tre volte e questa parola viene aggiunta: "Affliggerò la semenza di Davide, ma non per sempre ". Successivamente è detto che Dio aveva lasciato una lampada in Gerusalemme per amore di Davide suo servitore, per procurargli una discendenza e proteggere Gerusalemme (2 Re 15.4). E mentre tutto cadeva in rovina ed in confusione estrema, daccapo fu detto che Dio non aveva voluto disperdere la tribù di Giuda a motivo di Davide suo servitore, promettendo di dare una lampada perpetua a lui e ai suoi figli.

Il sunto di tutto questo è il fatto che Dio ha eletto solo Davide per fare riposare su lui il suo favore e il suo amore, come è detto in un altro passo: "Ha abbandonato il tabernacolo di Silo e di Giuseppe, non ha eletto la tribù di Efraim, ma quella di Giuda e il monte di Sion che ha amato. Ha eletto il suo servitore Davide, per pascere il popolo e l'eredità di Israele " (Sl. 78.60.67).

Dio ha voluto insomma sostenere la sua Chiesa facendone dipendere la situazione, la felicità e la salvezza da questo capo. Perciò Davide esclama: "L'Eterno è la forza del suo popolo e la potenza di salvezza del suo Cristo " (Sl. 28.8). Poi aggiunge una preghiera: "Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità! "; volendo significare con questo che tutto il bene della Chiesa è inseparabilmente legato alla superiorità e alla sovranità di Gesù Cristo. Altrove dice, sempre in questo senso: "o Dio, salva! Il re ci esaudisca nel giorno in cui lo pregheremo " (Sl. 20.10). Insegna chiaramente che i credenti hanno sempre fatto ricorso all'aiuto di Dio nella fiducia di essere coperti dalla protezione del re. Possiamo dedurlo dall'altro Salmo: "o Dio, salva! Benedetto sia colui che viene nel nome dell'Eterno! " (Sl. 118.25-26) , dove si vede che i credenti si sono rivolti a Gesù Cristo sperando di essere difesi dalla mano di Dio. A questo fine tende anche la preghiera con cui tutta la Chiesa implora la misericordia di Dio: "o Dio, la tua mano sia sull'uomo alla tua destra, sul figlio dell'uomo che hai preparato per il tuo servizio! " (Sl. 80.18). Sebbene l'autore del Salmo si lamenti della dispersione di tutto il popolo, ne domanda tuttavia la restaurazione per mezzo del solo capo.

E quando Geremia, dopo la deportazione del popolo in terra straniera, la rovina ed il saccheggio del paese, piange e geme sulla distretta della Chiesa, menziona soprattutto la desolazione del regno, perché veniva così spezzata la speranza dei credenti: "Il Cristo "dice "che era lo spirito della nostra bocca, è stato preso a causa dei nostri peccati; colui al quale dicevamo: Vivremo tra i popoli, coperti dalla tua ombra ".

Con questo è chiaro che Dio non può essere propizio al genere umano senza un mediatore; che ai Padri, sotto la Legge, ha costantemente proposto Gesù Cristo onde fosse oggetto della loro fede.

3. Quando promette la fine delle afflizioni, soprattutto quando annunzia la liberazione della Chiesa, innalza la bandiera della fiducia e della speranza in Gesù Cristo. "Dio è uscito "dice Habacuc "per la salvezza del suo popolo con il suo Cristo " (Abacuc 3.13). Quando menziona ai Profeti la restaurazione della Chiesa, il popolo è richiamato alla promessa fatta a Davide relativamente alla perpetuità del trono reale. Né c'è da meravigliarsene, ché altrimenti non vi sarebbe stata alcuna stabilità nel patto su cui si appoggiavano.

A questo si riferisce una importante dichiarazione di Isaia; vedendo il re incredulo Achaz respingere l'annuncio del soccorso che Dio voleva offrire alla città di Gerusalemme, egli, saltando da un soggetto all'altro, per così dire, se ne viene a parlare del Messia: "Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio " (Is. 7.14) , intendendo dire con parole velate che sebbene il re e il popolo rigettassero, a causa della loro malvagità, la promessa che era loro offerta e si sforzassero, con deliberato proposito, di annullare la verità di Dio, tuttavia l'alleanza non sarebbe stata distrutta ed a suo tempo sarebbe venuto il Redentore.

Per questo motivo i profeti, volendo rassicurare il popolo con l'affermazione del favore e della benevolenza di Dio, hanno costantemente additato il regno di Davide, dal quale avrebbero dovuto venire la redenzione e la salvezza eterna. Così Isaia dice: "Stabilirò il mio patto con voi, le grazie stabili promesse a Davide. Ecco, l'ho dato come testimone ai popoli " (Is. 55.3); tanto più che i credenti, vedendo le cose confuse e disperate, non potevano sperare, senza ricevere una testimonianza come questa, che Dio fosse loro propizio e disposto alla magnanimità.

Similmente Geremia per incoraggiare quanti erano disperati dice: "Ecco, viene il giorno in cui farò sorgere a Davide un germoglio giusto, e allora Giuda e Israele abiteranno al sicuro" (Gr. 23.5-6). Ed Ezechiele da parte sua: "Susciterò sulle mie pecore un pastore, vale a dire il mio servitore Davide. Io, l'Eterno, sarò il loro Dio e il mio servitore Davide sarà il loro pastore. Stabilirò con essi una alleanza di pace " (Ez. 34.23). In un altro passo, dopo aver parlato del rinnovamento che sembrava incredibile dice: "Il mio servitore Davide sarà il loro re e lui solo sarà pastore su tutti; e ratificherò una alleanza permanente di pace con loro " (Ez. 37.25-26).

Scelgo alcune tra molte testimonianze, perché desidero solo far notare ai lettori che la speranza dei credenti non ha mai riposato altrove che in Gesù Cristo.

Tutti gli altri profeti usano lo stesso linguaggio; come dice Osea: "I figli di Giuda e i figli di Israele saranno raccolti insieme e stabiliranno su di se un capo " (Ho 1.2). Questo è espresso ancor meglio dopo: "I figli d'Israele ritorneranno e cercheranno l'Eterno, loro Dio e Davide, loro re " (Ho 3.5). Similmente Michea parlando del ritorno del popolo specifica che davanti a loro camminerà il re e l'Eterno sarà il loro capo (Mi. 2.13). Amos volendo promettere il ristabilimento della Chiesa dice: "Innalzerò la tenda di Davide che è caduta; riparerò tutte le brecce e rialzerò tutte le rovine ", (Am. 9.2). Con questo mostra non esservi altro segno di salvezza che il ristabilimento della gloria e della maestà reale nella casa di Davide: il che si è realizzato in Cristo.

Per questo motivo Zaccaria, il cui tempo era più vicino alla manifestazione di Cristo, esclama più chiaramente: "Rallegrati, figlia di Sion! Gioisci, figlia di Gerusalemme! Ecco il tuo re viene a te, giusto e salvatore " (Za. 9.9). Abbiamo già citato un passo simile nel Salmo: "L'Eterno è la forza di salvezza del suo Cristo. O Dio, salva! " (Sl. 28.8-9). Queste parole mostrano che la salvezza si estende dal capo a tutto il corpo.

 4. Dio ha voluto nutrire i Giudei con queste profezie, onde si abituassero a guardare a Gesù Cristo ogni volta che domanda vano di essere liberati. E infatti, sebbene si siano gravemente corrotti, non hanno mai perso la coscienza di questa verità fondamentale: vale a dire che Dio, secondo la promessa fatta a Davide, sarebbe il redentore della sua Chiesa per mezzo di Gesù Cristo. E con questo mezzo rimarrebbe fermo il patto gratuito con cui Dio aveva adottato i suoi eletti.

In conseguenza di questo, durante l'entrata di Gesù Cristo in Gerusalemme, poco prima della sua morte, risuonava come cosa nota sulla bocca dei bambini questo cantico: "Osanna al figlio di Davide! " (Mt. 21.9). Non v'è alcun dubbio infatti, che esso aveva origine in un concetto accettato da tutto il popolo e ripetuto quotidianamente: vale a dire che non restava loro altro pegno della misericordia di Dio che la venuta del Redentore.

Per questo motivo Cristo ordina ai suoi discepoli di credere in lui per credere in modo autentico e pieno in Dio (Gv. 14.1). Sebbene infatti la fede si rivolga al Padre mediante Gesù Cristo, tuttavia egli vuole ricordare che essa svanirebbe, quand'anche radicata in Dio, se egli stesso non intervenisse per mantenerla saldamente. Del resto la maestà di Dio è troppo alta perché gli uomini mortali possano giungere ad essa; essi non fanno altro che strisciare sulla terra come vermiciattoli. Accetto dunque l'affermazione corrente che Dio è l'oggetto della fede purché si aggiunga che non a caso Gesù Cristo è detto immagine dell'Iddio invisibile (Cl. 1.15). Con questa espressione ci viene reso manifesto che se il Padre non si presenta a noi per mezzo del Figlio non può essere conosciuto sotto il profilo della salvezza.

Sebbene gli scribi avessero confuso ed oscurato con le loro false glosse tutto quello che i profeti avevano insegnato sul Redentore, tuttavia Gesù Cristo ha considerato come certo e universalmente accettato il principio che non vi fosse altro rimedio allo smarrimento in cui erano caduti gli Ebrei, né altro modo di liberare la Chiesa se non nella venuta del Redentore promesso. Il popolo non ha compreso con la necessaria chiarezza l'insegnamento di san Paolo che Gesù Cristo è il fine della Legge (Ro 10.4). Risulta però chiaramente dalla Legge e dai Profeti quanto sia vera e certa questa affermazione.

Non trattiamo ancora dettagliatamente della fede, perché sarà più opportuno farlo altrove. Questo solo deve essere chiaro: se l'elemento primario della pietà consiste nel conoscere Dio quale Padre che ci mantiene, ci governa e ci nutre fino a quando non ci accoglierà nella sua eredità eterna, ne deriva immancabilmente quanto abbiamo or ora affermato, vale a dire che la vera conoscenza di Dio non può sussistere senza Gesù Cristo, e che fin dall'inizio del mondo egli è stato presentato ai credenti onde guardassero a lui e la loro fiducia si riposasse in lui.

In questo senso Ireneo scrive che il Padre, essendo in se infinito si è reso finito nel Figlio, conformandosi alla nostra piccolezza affinché le nostre facoltà non fossero annullate dalla sua gloria. Affermazione fraintesa da alcuni stravaganti che se ne sono serviti per mascherare le loro diaboliche speculazioni dicendo che solo una parte della divinità era stata infusa dalla perfezione del Padre nel Figlio. Questo buon Dottore intende invece dire che Dio si scopre in Gesù Cristo e non altrove. : È eternamente vera l'affermazione: "Chi non ha il Figlio, non ha il Padre " (1 Gv. 2.23). Sebbene molti si siano vantati di adorare il sovrano Creatore del cielo e della terra, tuttavia non avendo mediatore erano nell'impossibilità di gustare realmente la misericordia di Dio e conseguentemente di essere rettamente persuasi della sua paternità. Dato che non avevano il capo, cioè Cristo, hanno avuto solo una conoscenza nebulosa di Dio e senza fondamento. Di conseguenza sono caduti in superstizioni enormi e grossolane, rivelando la propria ignoranza: come oggi i Turchi i quali si vantano con convinzione che il loro Dio è il sovrano Creatore e tuttavia lo sostituiscono con un idolo, in quanto rifiutano Gesù Cristo.

 

 

CAPITOLO VII

LA LEGGE NON È STATA DATA PER VINCOLARE IL POPOLO ANTICO, MA PER NUTRIRNE LA SPERANZA DI SALVEZZA IN GESÙ CRISTO, FINO AL MOMENTO DELLA SUA VENUTA

 

1. È facile dedurre da quanto detto sin qui, che la Legge non è stata data, circa 400 anni dopo la morte di Abramo, per allontanare da Gesù Cristo il popolo eletto, ma anzi mantenerne viva l'attesa e incitarlo a nutrire un ardente desiderio della sua venuta, e, inoltre, per confermarlo in questa attesa onde non perdesse coraggio per il suo prolungarsi.

Con questo termine "Legge "non intendo solo indicare i dieci comandamenti che ci presentano la norma di una vita giusta e santa, ma i diversi aspetti della religione che Dio ha rivelato per mezzo di Mosè. La funzione di Mosè come legislatore, non è stata l'abolizione della benedizione promessa alla razza di Abramo; vediamo anzi che ripetutamente egli richiama i Giudei a questo patto gratuito stabilito da Dio con i loro padri e di cui erano eredi, quasi fosse stato mandato per rinnovarlo.

Questo fatto risulta chiaramente dalle cerimonie. Nulla infatti è più sciocco e futile dell'offrire grasso delle visceri di animali e fumo puzzolente per riconciliarsi con Dio; o trovare conforto nell'aspersione di sangue e acque per cancellare le macchie dell'anima. Insomma, il culto celebrato sotto la Legge, considerato in se stesso, ci sembra gioco infantile, qualora cioè non se ne considerino gli aspetti di simbolo e prefigurazione, cui corrispondono verità spirituali. Non senza motivo dunque, sia nell'ultimo discorso di santo Stefano (At. 7.44) che nell'epistola agli Ebrei (Eb. 8.5) , è ricordato con tanta cura il testo in cui Dio ordina a Mosè di costruire il tabernacolo e gli altri accessori cultuali secondo il modello che gli era stato mostrato sul Monte (Es. 25.4o). Se tutto questo non avesse avuto uno scopo spirituale gli Ebrei vi avrebbero sprecato fatica, come i pagani nelle loro ciarlatanerie. La gente profana e beffarda che non ha mai applicato i suoi sforzi ad una retta pietà, se l'ha a male con la moltitudine dei riti della Legge e non solo si stupisce del fatto che Dio abbia messo in così grandi difficoltà il popolo antico, caricandolo di tanti pesi, ma si fa beffe di molte cerimonie, quasi fossero solo futili giochetti da bambini. Essi non considerano il fine: scisso dal quale le rappresentazioni della legge appaiono naturalmente vane e inutili.

Il termine di riferimento, di cui si parla, mostra chiaramente che Dio non ha stabilito i sacrifici per impegnare in cose terrene coloro che lo volevano servire, ma piuttosto per innalzare il loro spirito più in alto. Ne è dimostrazione la sua natura stessa che, essendo spirituale, non può prendere piacere che in un culto spirituale. Molte testimonianze dei profeti lo confermano: quando rimproveravano agli Ebrei la loro insipienza perché pensavano che Dio apprezzasse i sacrifici in se stessi. La loro intenzione non era affatto lo sminuire in qualche modo la Legge, ma essendone veraci e retti commentatori volevano ricondurre il popolo ebraico al punto dal quale si era allontanato.

Dobbiamo dedurre che la Legge non era senza Cristo dal solo fatto che la grazia di Dio è stata offerta agli Ebrei. Mosè infatti ha additato loro il fine della loro adozione: essere il regno sacerdotale di Dio (Es. 19.6). E questo non potevano ottenerlo se non fosse esistita riconciliazione più degna e preziosa che quella ottenuta mediante il sangue di animali. Per quale ragione i figli di Adamo, nati schiavi del peccato per contagio ereditario, dovrebbero essere innalzati improvvIs.mente alla dignità reale e in questo modo fatti partecipi della gloria di Dio? Questo bene eccelso ed eccellente può venire loro solo quale dono. Come avrebbero potuto godere del diritto di offrire sacrifici, abominevoli a Dio quali erano a motivo dei loro vizi, se non fossero stati consacrati a questo ufficio dalla santità del Capo?

San Pietro riferendosi alle parole di Mosè si è espresso con notevole sensibilità e pertinenza: alludendo al fatto che la grazia goduta dagli Ebrei sotto la Legge è stata pienamente rivelata in Gesù Cristo, dice: "Siete una razza eletta, un real sacerdozio " (1 Pi. 2.9).

Questo mutamento di termini vuol far rilevare che coloro ai quali Gesù Cristo è apparso attraverso l'Evangelo, hanno ricevuto maggiori beni dei loro padri, dato che sono tutti rivestiti dell'onore sacerdotale e reale, onde avere la libertà di presentarsi liberamente a Dio per mezzo del loro Mediatore.

2. Notiamo qui, per inciso, che il regno stabilito nella dinastia davidica rappresentava una parte dell'incarico attribuito a Mosè e della dottrina di cui era stato fatto ministro. Ne consegue che, sia nella tribù di Levi, che nei successori di Davide, Gesù Cristo è stato presentato agli Ebrei come in un duplice specchio: come ho detto, non avrebbero potuto essere sacerdoti di Dio altrimenti, dato che erano servi del peccato e della morte e macchiati dalla corruzione.

È anche evidente la verità dell'affermazione di san Paolo che gli Ebrei sono stati tenuti sotto la Legge come sotto la direzione di un pedagogo (Ga 3.24) finché spuntasse il seme per il quale la grazia doveva essere data. Non essendo Gesù Cristo rivelato loro, erano, in quel tempo, simili a fanciulli, la loro ignoranza e la loro debolezza non potevano condurre ad una conoscenza piena delle cose celesti.

Questa guida a Gesù per mezzo dell'aspetto cerimoniale della legge è già stato esposto, e lo si può comprendere ancor meglio in base alle molte testimonianze dei profeti. Infatti sebbene fossero obbligati ad offrire, quotidianamente, sempre nuovi sacrifici per soddisfare Dio, tuttavia Isaia promette loro che tutti i peccati saranno cancellati di colpo da un sacrificio unico e perpetuo (Is. 53). Anche Daniele lo conferma (Da 9). I sacerdoti, scelti nella tribù di Levi, entravano nel santuario; tuttavia nel Salmo era detto che Dio ne aveva eletto uno solo, stabilendolo con giuramento solenne ed immutabile perché fosse sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec (Sl. 110.4). Era allora praticata l'unzione con olio, ma Daniele, in séguito ad una visione, dichiara che ve ne sarà un'altra.

Non insisterò ulteriormente su questo punto, tanto più che l'autore dell'epistola agli Ebrei, dal capo 4all'11, ne tratta ampiamente e mostra chiaramente che tutte le cerimonie della Legge sono prive di valore e di utilità alcuna fin quando non si giunga a Gesù Cristo.

San Paolo si riferisce anche ai dieci comandamenti quando dice che Gesù Cristo è il fine della Legge per la salvezza di tutti i credenti (Ro 10.4) , e quando afferma che Gesù Cristo è l'anima o lo spirito che vivifica la lettera, che in se sarebbe mortale (2 Co. 3.6). Nel primo passo vuol dire che non serve conoscere la vera giustizia, se Gesù Cristo non ce la concede per imputazione gratuita, oppure rigenerandoci con il suo Spirito. Giustamente quindi definisce Gesù Cristo l'adempimento o il fine della Legge; infatti non servirebbe a nulla conoscere quel che Dio ci richiede se Gesù Cristo non ci soccorresse alleggerendo il giogo e l'insopportabile fardello sotto il quale soffriamo e da cui siamo schiacciati.

In un altro passo dice che la Legge è stata formulata per le trasgressioni (Ga 3.19) , allo scopo di umiliare gli uomini, convincendoli della loro dannazione. Questa è la preparazione autentica ed unica per giungere a Cristo; quanto vien detto a questo proposito con parole diverse, si armonizza molto bene. Dovendo polemizzare con seduttori, secondo cui la possibilità di giustificarsi e meritare salvezza esisteva unicamente nell'adempimento delle opere della Legge, e dovendo distruggere le loro argomentazioni, è stato talvolta costretto ad assumere la Legge in una accezione più limitata, come se essa si limitasse ad ordinare di vivere bene, sebbene non ne debba essere eliminato il patto di adozione, quando la si considera nella sua totalità.

3. È utile vedere in breve come siamo resi più inescusabili dal fatto di aver conosciuto la legge morale, essendo così sollecitati a chiedere perdono.

Se è vero che nella Legge è rivelata la perfezione della giustizia, ne consegue che l'osservanza completa della Legge costituisce giustizia perfetta nel cospetto di Dio, mediante la quale l'uomo può essere ritenuto giusto davanti al tribunale celeste. Per questo Mosè, dopo aver fatto conoscere la Legge, non esita a invocare il cielo e la terra quali testimoni del fatto che ha posto dinanzi al popolo di Israele la vita e la morte' il bene e il male (De 30.19). E non possiamo negare che l'osservanza perfetta della Legge sia ricompensata con la vita eterna, come il Signore ha promesso

Dobbiamo d'altra parte considerare se siamo in grado di realizzare una obbedienza tale da poter nutrire qualche speranza di salvezza. A che serve infatti comprendere che, obbedendo alla Legge, possiamo meritarci la vita eterna, se nello stesso tempo non conosciamo il mezzo per pervenire alla salvezza? Qui appare la debolezza della Legge: questa obbedienza non può infatti essere riscontrata in alcun uomo; di conseguenza siamo esclusi dalle promesse di vita e cadiamo nella eterna maledizione. Non parlo solo di quello che avviene di fatto, ma di quello che necessariamente deve accadere. Dato che l'insegnamento della Legge supera di molto le facoltà umane, possiamo contemplare da lontano le promesse in essa formulate, ma non possiamo trarne alcun giovamento.

Non otteniamo dunque altro se non prendere ancor meglio coscienza della nostra miseria, dato che ci è tolta ogni speranza di salvezza e la morte viene rivelata. D'altra parte vi sono le minacce formulate, che non si riferiscono a qualcuno di noi in particolare ma genericamente a tutti. Esse ci incalzano e ci perseguitano con rigore inesorabile, di sorta che la Legge si offre a noi come una maledizione ineluttabile.

4. Così dunque se ci raffrontiamo solo con la Legge non possiamo che perdere coraggio in modo assoluto, rimanere confusi e disperarci, dato che in essa siamo tutti maledetti e condannati e ciascuno di noi è escluso dalla beatitudine promessa a chi l'osserva.

Qualcuno domanderà se Dio prende piacere nell'ingannarci. Infatti sembra un inganno quello di far balenare una qualche speranza di felicità all'uomo, di chiamarvelo ed esortarvelo, promettergli che è pronta e poi impedirgliene l'accesso.

 Rispondo che le promesse della Legge non sono state date invano, essendo però in forma condizionale non possono realizzarsi se non per coloro che avranno attuata tutta la giustizia, il che non si verifica tra gli uomini. Quando avremo compreso che esse hanno efficacia per noi a condizione che Dio, per sua bontà gratuita, ci accolga senza considerare le nostre opere; e quando avremo accolto per fede questa bontà, offertaci nell'Evangelo, allora queste stesse promesse, con le loro condizioni, non risulteranno vane. Perché allora il Signore ci darà gratuitamente ogni cosa, in modo che la sua liberalità giunga al punto di non respingere la nostra obbedienza imperfetta; ma perdonandoci le sue lacune, l'accetti come se fosse valida e assoluta e ci consenta così di ricevere i frutti delle promesse della Legge, come se le condizioni preliminari fossero state osservate.

Il problema sarà più compiutamente trattato quando parleremo della giustificazione per fede; non voglio perciò svilupparlo oltre.

5. Dobbiamo ora brevemente spiegare, confermando quanto abbiamo già detto, perché l'osservanza della Legge sia impossibile. Sembra un'affermazione completamente assurda, tanto che san Girolamo non ha esitato a condannarla come perversa. Non ci interessano le ragioni che lo hanno spinto ad assumere questa posizione; ci basti di comprendere la verità.

Non farò distinzione tra vari tipi di possibilità. Definisco "impossibile "quello che mai si è verificato e Dio ha esplicitamente dichiarato non si verificherà mai. Affermo che, dall'inizio del mondo, nessuno fra tutti i santi, chiuso nel carcere di questo corpo mortale, ha manifestato tale perfezione di senti menti da amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze. Aggiungo che non ce n'è uno solo che non sia stato contaminato da qualche concupiscenza. Chi potrà contraddirmi? Conosco il tipo di santi inventati dalla superstizione popolare: di una tale purezza che a stento gli angeli del cielo possono essere loro paragonati; ma questo è in contrasto con la Scrittura e con l'esperienza. Dico di più: non ci sarà mai nessuno che raggiunga questo livello di perfezione prima di essere liberato dal corpo. Molti testi della Scrittura lo dimostrano esplicitamente.

Dedicando il Tempio, Salomone diceva che non c'è sulla terra uomo che non pecchi (2 Re 8.46). Davide dichiara che nessun essere vivente sarà giustificato nel cospetto di Dio (Sl. 143.2). Questo è spesso ripetuto anche nel libro di Giobbe. San Paolo lo afferma più chiaramente di tutti: "La carne ha desideri contrari allo Spirito, e lo Spirito ha desideri contrari alla carne " (Ga 5.17). Per dimostrare che quanti sono sotto la Legge sono maledetti si limita a questa sola spiegazione: è scritto che quanti non obbediranno ai comandamenti saranno maledetti (Ga 3.10; De 27.26). Con questo presuppone, anzi è per lui cosa certa, che nessuno è in grado di obbedire. Ora tutto ciò che viene predetto nella Scrittura deve essere considerato eterno, anzi necessario.

I Pelagiani pungolavano sant'Agostino con questa sottigliezza: sarebbe recare ingiuria a Dio pensare che egli ordini più di quel che i credenti siano in grado di fare, con l'aiuto della sua grazia. Per rispondere alle loro calunnie egli ammetteva che il Signore potrebbe esaltare un mortale fino alla perfezione angelica, qualora lo volesse; ma aggiungeva che non l'ha fatto mai né lo farebbe in avvenire avendo affermato il contrario. Non ho nulla da obbiettare a questa affermazione; aggiungo solo che è privo di senso contrapporre la potenza e la verità di Dio. Affermo dunque che il problema della possibilità o impossibilità che si verifichino cose che il Signore ha dichiarato non si verificheranno, è fuori discussione.

La disputa sorge anche intorno al termine. Interrogato dai suoi discepoli su chi potesse essere salvato, Gesù Cristo risponde che questo è impossibile agli uomini ma che a Dio ogni cosa è possibile (Mt. 19.25). Sant'Agostino fa notare, con validi argomenti, che nella vita presente non rendiamo mai a Dio l'amore che gli dobbiamo: "L'amore "egli dice "deriva dalla conoscenza, nessuno può dunque amare Dio perfettamente senza aver prima conosciuto la sua bontà. Durante il nostro pellegrinaggio terreno, non la vediamo che oscuramente e come in uno specchio; di conseguenza l'amore che le portiamo è imperfetto ".

Sia dunque chiaro che ci è impossibile adempiere la Legge fin quando siamo in questo mondo, come san Paolo dimostra in altro testo (Ro 8.3).

6. Per illustrare più chiaramente l'insieme del problema, riassumiamo quale siano la funzione e il compito della Legge che vien definita morale: in esso, a mio giudizio, vi sono tre elementi.

In primo luogo, mostrando la giustizia di Dio, la Legge fa prendere coscienza a ognuno della propria ingiustizia, convincendolo e condannandolo. È necessario che l'uomo, altrimenti accecato e ubriacato dall'amore di se, sia costretto a riconoscere e confessare la propria debolezza e la propria impurità. Se la sua vanità non è messa a nudo, egli si gonfia di folle tracotanza e non può giungere a riconoscere la piccolezza e la debolezza delle proprie forze, in quanto le commisura alla propria fantasia. Quando invece le mette alla prova nell'adempimento della legge di Dio, si vede costretto a umiliare il proprio orgoglio a causa delle difficoltà che incontra. Se infatti nutriva in precedenza una grande opinione di se, sente poi quale peso gravi sulle sue forze fino a farlo inciampare, vacillare, cadere ed infine venir meno. In questo modo la conoscenza della dottrina di Dio sottrae l'uomo alla naturale presunzione.

Anche da un altro vizio deve essere liberato: l'arroganza, di cui già abbiamo parlato. Fin quando si attiene al giudizio che può dare di se, anziché considerare la vera giustizia, si pone in una situazione ipocrita, di cui si compiace, inorgogliendosi nei riguardi della grazia di Dio e giustificandosi con invenzioni costruite di testa propria. Quando però è costretto ad esaminare la propria vita al metro della Legge di Dio, lasciando da parte l'immagine della propria giustizia, frutto della sua fantasia e perciò falsa, scopre di essere incredibilmente lontano dalla vera santità, e al contrario, di essere pieno di vizi, di cui, prima, si considerava esente. Le concupiscenze sono così nascoste e sottili da ingannare facilmente il giudizio dell'uomo. Non senza motivo l'Apostolo dice di non aver saputo che cosa fosse la concupiscenza fino a quando la Legge non gli disse: "Non concupire! " (Ro 7.7). Se essa non è denunciata dalla Legge e tratta fuori dal suo nascondiglio, essa uccide l'infelice uomo, senza che se ne accorga.

7. La Legge è dunque come uno specchio in cui contempliamo in primo luogo la nostra debolezza, poi l'iniquità che ne deriva, e infine la maledizione che le colpisce ambedue, così come in uno specchio percepiamo le macchie del nostro viso. Colui infatti che è privo di ogni capacità a vivere rettamente, non può che rimanere nel fango del peccato. Al peccato fa séguito la maledizione. Perciò quanto più la Legge ci convince della nostra colpa tanto più ci rivela che siamo meritevoli di condanna e di gravi pene.

Questo intende l'Apostolo allorché dice che, mediante la Legge, sorge la coscienza del peccato (Ro 3.20). Ne sottolinea così la prima funzione che concerne i peccatori non rigenerati. Nello stesso senso sono da intendersi queste affermazioni: la Legge è sopravvenuta per aumentare il peccato (Ro 5.20) , essa quindi è ministra di morte (2 Co. 3.7) , produce l'ira di Dio (Ro 4.15) e ci uccide. Senza dubbio quanto più la coscienza è toccata sul vivo dalla conoscenza del suo peccato, tanto più aumenta l'iniquità, perché allora la ribellione verso il legislatore si aggiunge alla trasgressione. Ne consegue dunque che essa fornisce argomenti alla vendetta di Dio nei riguardi del peccatore, perché non può che accusare, condannare e condurre a perdizione.

Dice sant'Agostino: "Se si toglie lo Spirito di grazia, la Legge non serve ad altro che ad accusare e ad uccidere ". Esprimendosi in questi termini non condanna la Legge, né toglie alcunché alla sua eccellenza. Se la nostra volontà fosse interamente fondata sull'obbedienza e radicata in essa, allora sarebbe sufficiente conoscere l'insegnamento per essere salvi. Dato però che la nostra natura, corrotta e carnale, si oppone con ostilità alla Legge spirituale di Dio e non può esserne corretta, ne consegue che la Legge data in vista della salvezza, si trasforma in occasione di peccato e di morte. Ogniqualvolta ci pone di fronte alle nostre trasgressioni, ci rivela anche la giustizia di Dio e d'altra parte scopre la nostra iniquità. Quanto più ci conferma il premio preparato per la giustizia, tanto più ci assicura della confusione preparata per gli iniqui. Lungi dunque dal voler sminuire la Legge!

Non potremmo lodare maggiormente la bontà di Dio! È evidente che la nostra perversità soltanto ci impedisce di ottenere la beatitudine eterna che ci era offerta nella Legge. Vedendo come Dio non si stanca di beneficarci e di aggiungere benevolenza a benevolenza, abbiamo motivo di gustare maggiormente la sua grazia che ci soccorre in ciò che manca all'adempimento della Legge, e di mirare più a fondo la sua misericordia che ci conferisce questa grazia.

8. La nostra condanna è decretata dalla Legge non in vista di farci cadere nella disperazione, o perché perdiamo coraggio. Questo non avverrà se sapremo trarne profitto. È vero che i malvagi si abbandonano in questo modo allo sconforto, ma ciò avviene per l'ostinazione del loro cuore.

I figli di Dio devono pervenire ad altre conclusioni. San Paolo dichiara infatti che siamo tutti condannati dalla Legge, onde ogni bocca sia chiusa e tutti prendano coscienza del loro debito verso Dio (Ro 3.19) : tuttavia, in un altro passo insegna che Dio ha racchiuso ogni cosa nell'incredulità, non per perdere, né per lasciar perire, ma per fare misericordia a tutti (Ro 11.32) , vale a dire, affinché rinunciando ad una falsa presunzione della propria virtù, gli uomini riconoscano di essere sostenuti solamente dalla sua mano. Affinché, svuotatisi e spogliatisi, ricorrano alla sua misericordia, affidandosi solamente ad essa, nascondendosi sotto la sua ombra, considerandola giustizia valida unicamente nella forma in cui è offerta in Gesù Cristo a tutti quelli che la cercano, la desiderano e la aspettano con vera fede. Nei comandamenti della Legge il Signore ci si presenta come colui che retribuisce solo una giustizia perfetta, della quale tutti siamo sprovvisti, e colui che, al contrario, attua con severità le pene dovute a nostri errori. Ma in Cristo il suo volto riluce pieno di grazia e di dolcezza, sebbene noi siamo poveri e indegni peccatori.

9. Sant'Agostino parla sovente della spinta che riceviamo dalla Legge, ad implorare l'aiuto di Dio. Dice ad esempio: "La Legge ordina affinché, dopo esserci sforzati di adempiere i comandamenti ed aver fallito a causa della nostra infermità, impariamo ad implorare l'aiuto di Dio, ": "L'utilità della Legge è di convincere l'uomo della sua infermità e costringerlo a chiedere la medicina della grazia, che è in Cristo " "La legge comanda; la grazia dà la forza di far bene " "Dio comanda quel che non possiamo fare, onde sappiamo quel che gli dobbiamo domandare ", "La Legge è stata data per renderci colpevoli, onde essendo colpevoli temessimo, e temendo domandassimo perdono e non presumessimo nulla dalle nostre forze " "La Legge è stata data per farci sentire piccoli, anziché grandi, per mostrarci che da soli non abbiamo la forza di ottener giustizia; onde, sentendoci poveri ed indigenti, ricorressimo alla grazia di Dio ". Di conseguenza aggiunge una preghiera: "O Signore, comandaci quello che non possiamo realizzare, o piuttosto comandaci quello che non possiamo realizzare senza la tua grazia, affinché quando gli uomini non potranno realizzare quel che Tu dici, ogni bocca sia chiusa e nessuno si stimi grande; tutti siano piccoli e tutti siano resi colpevoli di fronte a Dio ".

È superfluo che io mi metta a raccogliere le affermazioni di sant'Agostino, dato che egli ha scritto un libro apposta, intitolato: Dello spirito e della lettera. Egli non si occupa espressamente del secondo aspetto della Legge: forse perché pensava che lo si sarebbe potuto dedurre dal primo, o perché non lo vedeva così chiaramente o non riusciva a trattarne come avrebbe voluto.

Sebbene il primo ufficio della Legge, del quale abbiamo ora trattato, si riferisca propriamente ai figli di Dio, tuttavia esso concerne anche i reprobi. Essi non giungono al punto di essere umiliati secondo la carne per ricevere forza spirituale nello spirito, come i credenti, ma vengono meno cadendo in disperazione; tuttavia è bene che le loro coscienze siano messe in crisi, per manifestare l'equità del giudizio di Dio. Fin quando possono, cercano di sfuggire al giudizio di Dio. Sebbene il giudizio non sia ora manifestato, tuttavia la testimonianza della Legge e la loro propria coscienza li gettano nella disperazione talché risulta evidente ciò che hanno meritato.

10. La seconda funzione della Legge consiste nel ricorrere alle sanzioni per mettere un freno alla malvagità di quanti si curano di fare il bene solo quando siano costretti, in quanto li inquieta con le terribili minacce che contiene. Questo avviene non perché il loro cuore sia interiormente toccato o mosso, ma perché sono come imbrigliati ed impediti di dar corso ai loro malvagi propositi, che altrimenti attuerebbero con sfrenata licenza. Non risultano, per questo, più giusti e migliori di fronte a Dio. Sebbene siano trattenuti dal timore o dalla vergogna, per cui non osano eseguire quello che concepiscono in fondo al cuore e non danno libero corso alla furia della loro intemperanza, tuttavia il loro cuore non è mosso dal timore e dall'obbedienza a Dio; anzi più si trattengono, più sono infiammati dalle loro concupiscenze, pronti a commettere ogni azione vile o turpe, se il timore della Legge non li trattenesse. E non solo il cuore rimane sempre malvagio, ma anche nutrono un odio radicale contro la Legge di Dio e dato che Dio ne è l'autore, odiano lui. Se fosse loro possibile, lo toglierebbero volentieri di mezzo perché non possono tollerare che ordini quel che è buono, santo e retto, facendo giustizia di quanti sprezzano la sua maestà.

Questo atteggiamento risulta più evidente in alcuni, più nascosto in altri; ma è presente in tutti quelli che non sono rigenerati, i quali sono costretti, bene o male, a sottomettersi alla Legge, non per libera scelta ma per costrizione e con grande riluttanza; e null'altro ve li costringe se non il timore della severità di Dio.

Tuttavia questa giustizia imposta risulta necessaria alla comunità umana, la cui tranquillità il Signore garantisce, impedendo che ogni cosa sia rovesciata disordinatamente; e questo avverrebbe se ciascuno ritenesse lecita ogni cosa.

Per di più, non è inutile per i figli di Dio essere governati da questa pedagogia nel tempo in cui non hanno ancora lo spirito di Dio ma si smarriscono nelle intemperanze della carne.

Talvolta avviene che il Signore non si riveli immediatamente ai credenti ma li lasci camminare per qualche tempo nell'ignoranza prima di chiamarli. Grazie a questo timore servile sono trattenuti dal diventare dissoluti e sebbene il loro cuore, non essendo ancora domato e soggiogato, non ne tragga molto vantaggio tuttavia si abituano a poco a poco a portare il giogo del nostro Signore; sicché non saranno indocili del tutto, quando egli li chiamerà a sottomettersi ai suoi comandamenti, quasi fosse cosa nuova e sconosciuta.

È probabile che l'Apostolo intendesse accennare a questa funzione della Legge quando diceva che essa non è data per i giusti, ma per gli ingiusti ed i ribelli, gli increduli e i peccatori, i malvagi e gli scellerati, gli assassini dei genitori, gli omicidi, i fornicatori, i ladroni, i mentitori e gli spergiuri e tutti quelli macchiati dai vizi contrari alla sana dottrina (1 Ti. 1.9-10). Egli mostra che la Legge è come una briglia per frenare le concupiscenze della carne che altrimenti dilagherebbero senza limite.

2. Quanto dice in un altro passo può essere inteso in questi due sensi: la Legge è stata un pedagogo per gli Ebrei, per condurli a Cristo (Ga 3.24). Vi sono infatti due tipi di uomini che essa conduce a Cristo con la sua pedagogia.

I primi, di cui abbiamo già parlato, sono quelli che ripieni di fiducia nelle proprie forze e nella propria giustizia, devono esserne privati per diventare capaci di ricevere la grazia di Cristo. La Legge rendendone evidente la miseria, li conduce all'umiltà e li prepara così a desiderare quello di cui non credevano di mancare.

I secondi hanno bisogno di briglia per essere trattenuti e impediti dall'andar vagando secondo le concupiscenze della carne. Dove lo Spirito di Dio non governa ancora, le concupiscenze sono talvolta così enormi e smodate da far sì che l'anima rischi di sprofondare nel disprezzo e nella ribellione contro Dio. Così avverrebbe se Dio non provvedesse con questo mezzo, trattenendo con la briglia della sua Legge quanti sono ancora dominati dalla carne. Di conseguenza, se non rigenera immediatamente un uomo eletto in vista della salvezza, fino al momento della sua visitazione lo mantiene nel timore, per mezzo della Legge; timore non autentico e libero come dovrebbe essere nei suoi figli, ma tuttavia utile, in quel momento, a chi deve essere condotto per mano, pazientemente, fino ad una conoscenza più perfetta.

Tante sono le esperienze che abbiamo di questo fatto da rendere superflui gli esempi. Quanti sono rimasti temporaneamente nell'ignoranza di Dio, riconosceranno di essere stati mantenuti in quel modo nel timore di Dio fino a quando non furono rigenerati dallo Spirito per incominciare ad amarlo con slancio e affetto.

12. La terza funzione della Legge, la principale, pertinente al fine per cui essa e stata data, si esplica fra i credenti nel cui cuore già regna ed agisce lo spirito di Dio. Sebbene abbiano la Legge scritta nei toro cuori dal dito di Dio; sebbene ricevano dallo Spirito Santo il desiderio di obbedire a Dio, tuttavia traggono ancora doppio frutto dalla Legge. Essa è un ottimo strumento per far loro sempre meglio e più sicuramente comprendere quale sia la volontà di Dio, alla quale aspirano, e confermarne in loro la conoscenza. Come un servo, pur desideroso di servir bene e compiacere in tutto al suo padrone, ha bisogno di conoscere con grande famigliarità le sue abitudini e le sue condizioni per potercisi adattare. E nessuno tra noi può esentarsi da questa necessità. Nessuno ancora, infatti, ha raggiunto un sapienza tale da non poter progredire ulteriormente, giorno per giorno, mediante il quotidiano approfondimento della Legge, assimilando la volontà di Dio con sempre più chiara comprensione.

Non abbiamo solamente bisogno di insegnamenti ma anche di esortazioni: il servitore di Dio trarrà dunque dalla Legge e dalla frequente meditazione di essa anche questo giovamento: sarà stimolato all'obbedienza a Dio, vi sarà confermato e sarà liberato dai suoi errori. Bisogna che in questo modo i santi esortino se stessi dato che, per quanto pronti a fare il bene, sono sempre trattenuti dalla pigrizia e dalla pesantezza della carne, per cui non compiono mai appieno il loro dovere. Riguardo alla loro carne la Legge sarà come una frusta che la spinge all'opera: un asino non vuol tirare se non lo si frusta. Per parlar più chiaramente: dato che l'uomo spirituale non è ancora liberato dal fardello della carne, la Legge gli sarà di pungolo perpetuo per non lasciarlo addormentare né rallentare il passo.

A questa funzione si riferiva Davide quando celebrava con grandi lodi la Legge di Dio: "La legge di Dio è immacolata e converte le anime; i comandamenti di Dio sono retti e rallegrano i cuori " (Sl. 19.8) : "La tua parola è una lampada al mio piede, una luce sui miei passi " (Sl. 119.105) e tutto quello che segue nello stesso Salmo. E tutto questo non contrasta con le frasi precedentemente riportate di san Paolo, che non mostrano l'utilità della Legge per l'uomo fedele e già rigenerato, ma quello che essa può da sola offrire all'uomo. Il Profeta mostra al contrario il risultato del fatto che il Signore istruisce i suoi servitori nella dottrina della sua Legge, ispirando interiormente la determinazione di seguirla. E non si limita ai precetti ma vi aggiunge la promessa della grazia, che per i credenti non deve essere tralasciata e che addolcisce quel che sarebbe amaro. Nulla sarebbe meno amabile di una legge che esigesse solamente l'adempimento del proprio dovere, con minacce, e spingesse le nostre anime al timore e alla paura. Davide mostra soprattutto di aver conosciuto in essa ed accolto il Mediatore, senza il quale non esisterebbero dolcezze o piacere alcuno.

13. Alcuni ignoranti, incapaci di percepire questa differenza, respingono in modo assoluto e senza eccezione Mosè e vogliono mettere da parte le due tavole della Legge perché non ritengono convenevole ai cristiani di mantenersi vincolati da una dottrina che contiene in se la dispensazione della morte.

 Respingiamo questa opinione: infatti Mosè ha chiaramente dichiarato che sebbene la Legge possa solo generare la morte nell'uomo peccatore, tuttavia reca frutto molto diverso per i credenti. Prossimo alla fine, egli dichiarò al popolo: "Ritenete bene nella vostra memoria e nel vostro cuore le parole che oggi vi comunico, per insegnarle ai vostri figli e istruirli a conservare e mettere in pratica tutte le cose scritte in questo libro. Non vi sono ordinate invano, ma perché per mezzo di esse possiate vivere " (De 32.46-47).

Nessuno può negare vi sia nella Legge l'immagine completa di una perfetta giustizia, oppure bisogna dire che non occorre avere alcuna regola per vivere rettamente, né siamo tenuti ad osservarla. Non vi sono infatti molte norme per vivere rettamente ma una sola, perpetua ed immutabile. Quanto dice Davide: il giusto medita la Legge giorno e notte (Sl. 1.2) , non deve dunque essere riferito ad un'epoca determinata, ma si riferisce a tutti i tempi, fino alla fine del mondo.

Né, stupiti del fatto che essa richiede una santità maggiore di quella che possiamo raggiungere mentre siamo nella prigione del nostro corpo, dobbiamo tralasciare il suo insegnamento. Quando siamo sotto la grazia di Dio essa non esercita il suo rigore sì da spingerci all'estremo, come se non fosse soddisfatta qualora non compiamo tutto quello che essa prescrive. Ma esortandoci a seguire la perfezione cui ci chiama, ci mostra la meta cui è utile e convenevole che tutta la nostra vita tenda, e se non cessiamo di fare questo, il suo scopo è raggiunto. La vita intera è infatti una corsa e quando saremo giunti al termine, il Signore ci darà di toccare quella meta che ora perseguiamo, anche se ne siamo ancora lontani.

14. La Legge dunque agisce come esortazione per i credenti, non per incatenare le loro coscienze alla maledizione, ma per risvegliarle dalla pigrizia, sollecitandole a punire la propria imperfezione. Alcuni, volendo esprimere la liberazione della maledizione, affermano che la Legge è abrogata e annullata per i credenti (parlo sempre della legge morale) , non nel senso che essa non debba ordinare sempre quello che è buono e santo, ma nel senso che non ha più il significato di prima: vale a dire che non umilia le loro coscienze con terrore mortale. E infatti san Paolo insegna chiaramente che la Legge è stata abrogata.

Ma Gesù Cristo stesso ha predicato affermando di non voler affatto distruggere o annullare la Legge (Mt. 5.17); non lo avrebbe detto se non lo si fosse accusato di farlo. Queste accuse non erano state formulate senza una qualche giustificazione: è verosimile che fossero originate da una esposizione erronea del suo insegnamento (gli errori prendono spesso lo spunto da una verità). Per non cadere in questo errore dobbiamo distinguere diligentemente ciò che nella Legge è stato abrogato da ciò che permane valido.

Il Signore Gesù afferma di non essere venuto per abolire la Legge ma per adempierla, che non ne passerà una sola lettera fino a che il cielo e la terra sussisteranno; che quanto vi è scritto deve realizzarsi: con questo dimostra che la sua venuta non ha per nulla diminuito il rispetto e l'obbedienza dovuti alla Legge. E a ragione, dato che è venuto per trovar rimedio alle trasgressioni contro di essa. L'insegnamento della Legge non è dunque scalfito da Gesù Cristo: essa ci istruisce in vista di ogni opera buona, ci ammonisce, ci rimprovera, ci castiga.

 15. Le affermazioni di san Paolo relative alla maledizione, non hanno la funzione di istruire ma quella di vincolare, impressionare ed avvincere le coscienze. Per sua natura la Legge non solo insegna, ma pretende anche rigorosamente quel che ordina. Se non la si adempie fino in fondo, essa emette senz'altro la sentenza di orribile maledizione. Per questo motivo l'Apostolo dice: Quanti sono sotto la Legge sono maledetti, come è scritto: "Maledetti saranno tutti quelli che non compiranno quanto è prescritto " (Ga 3.10; De 27.26). Di conseguenza egli afferma che permangono sotto la Legge coloro che non fondano la propria giustizia sulla remissione dei peccati, che ci libera dai rigori della Legge. Bisogna dunque essere liberati dai vincoli della Legge, se non vogliamo morire miserevolmente in cattività.

In che consistono tali legami? Nell'inflessibile rivendicazione con cui ci persegue senza tregua, e senza lasciare un solo errore impunito. Per riscattarci da questa infelice situazione, Cristo è stato maledetto per noi, come è scritto: "Maledetto colui che pende dal legno ". Nel capitolo seguente san Paolo dice che Cristo è stato sottoposto alla Legge per riscattare quelli che erano sotto la servitù della medesima. Ma aggiunge subito: "Onde potessimo gioire del privilegio dell'adozione per essere figli di Dio " (Ga 3.13; 4.4; De 21.23). Vale a dire: perché non fossimo sempre stretti dalla servitù che tiene le nostre coscienze avvinte in angoscia mortale. Rimane tuttavia fermo che l'autorità della Legge non è sminuita e dobbiamo sempre continuare ad accettarla con rispetto e nell'obbedienza.

16. Le cose sono differenti riguardo alle cerimonie che sono state abolite nella prassi ma non nel significato. Il fatto che Gesù Cristo le abbia fatte cessare con la sua venuta non toglie nulla alla loro santità, anzi la rende più augusta e più preziosa. Esse non sarebbero state che una commedia o un divertimento per gli sciocchi se in esse non fosse stata manifestata la potenza della morte e della risurrezione di Gesù Cristo; inoltre se esse non avessero avuto fine, non si potrebbe comprendere oggi perché erano state istituite. Perciò san Paolo dice che sono state ombre della realtà apparsa in Gesù Cristo; intende mostrare che la loro osservanza è superflua ed anzi nociva (Cl. 2.17).

Vediamo dunque che la loro abolizione fa sì che la verità brilli meglio che se ci fosse ancora un velo steso e Gesù Cristo, che si è manifestato direttamente, vi fosse ancora raffigurato indirettamente. Ecco perché, alla morte di Gesù Cristo, il velo del tempio si è rotto in due parti ed è caduto a terra (Mt. 27.51); perché risultava manifestata nella sua pienezza l'immagine viva ed esplicita dei beni celesti di cui le cerimonie antiche avevano solo poche ed oscure tracce, come dice l'autore dell'epistola agli Ebrei (10.1). In questo senso Cristo dice che la Legge e i Profeti hanno avuto validità fino a Giovanni e da allora il regno di Dio ha incominciato ad essere annunciato (Lu 16.16) , non che i santi padri fossero privati della predicazione, che contiene in se la speranza della salvezza, ma avevano percepito solo da lontano e velatamente quello che oggi vediamo in piena luce.

San Giovanni Battista spiega alla Chiesa di Dio perché abbia dovuto iniziare da questi rudimenti per salire più in alto: la Legge è data da Mosè, la grazia e la verità sono state recate da Gesù Cristo (Gv. 1.17). Sebbene l'annullamento e il perdono dei peccati fossero promessi agli antichi sacrifici e l'arca del Patto fosse pegno sicuro del favore paterno di Dio, tutto questo non sarebbe stato che un'ombra se non fosse stato fondato su Gesù Cristo, in cui si trova stabilità e sicurezza permanente.

 Questo fatto deve comunque essere chiaro: l'abolizione delle cerimonie della Legge, che hanno avuto termine e non sono più in uso, ne mette in luce l'utilità fino alla venuta di Gesù Cristo, il quale abolendone l'osservanza, ne ha garantito la forza e la validità con la sua morte.

17. Più difficile appare la questione sollevata da san Paolo. Egli dice: "Quando eravate morti nei vostri peccati e nella incirconcisione della vostra carne, Dio vi ha vivificati con Cristo, perdonandovi le colpe, cancellando l'atto accusatore dei precetti, che vi era contrario, inchiodandolo alla croce, ecc. " (Cl. 2.13-14). Sembra che voglia estendere l'abrogazione della Legge al punto che i decreti di essa non ci concernano del tutto. Sbagliano però quanti pensano che questo debba essere riferito semplicemente alla legge morale di cui non considerano però abolito l'insegnamento ma l'eccessiva severità.

Altri, esaminando più da vicino le parole di san Paolo, notano che esse si riferiscono propriamente alla legge cerimoniale e rilevano che san Paolo ha l'abitudine di adoperare questo termine "precetti "quando ne parla. Dice infatti agli Efesini: "Gesù Cristo è la nostra pace: egli ci ha uniti insieme, abolendo la Legge fatta di comandamenti in forma di precetti, ecc. " (Ef. 2.14). Non v'è alcun dubbio che questo si riferisca alle cerimonie, perché dice che questa Legge era come un muro per separare gli Ebrei dai Gentili. Riconosco dunque che la prima interpretazione è giustamente raccolta dai secondi; tuttavia essi stessi non mi sembrano spiegare ancora perfettamente la frase dell'Apostolo; i due passi non possono essere confusi come se fossero del tutto simili. Quello nell'epistola agli Efesini ha questo significato: san Paolo volendo rendere gli Efesini certi del fatto che erano entrati nella comunione del popolo di Israele, dice che è tolto l'impedimento che li separava da quello: si tratta delle cerimonie, in quanto le abluzioni e i sacrifici con cui gli Ebrei si consacravano a Dio li distinguevano dai pagani.

Nell'epistola ai Colossesi è evidente che accenna ad un mistero più profondo. Si tratta in questo caso dell'osservanza delle pratiche mosaiche, cui i seduttori volevano costringere il popolo cristiano. Ma qui, come nell'epistola ai Galati, dove si tratta lo stesso problema, egli va più a fondo e risale alla sorgente.

Se si considera nelle cerimonie solamente la loro celebrazione, perché le definirebbero un "atto accusatore "contro di noi? E perché far consistere la somma della nostra salvezza nell'annullarle e sopprimerle? : È evidente dunque che bisogna qui considerare altro che l'esteriorità delle cerimonie.

Sono certo di aver trovato il vero significato del passo purché si riconosca vera l'affermazione, giustissima, di sant'Agostino, anzi, il pensiero che ha tratto dalle parole evidenti dell'Apostolo: nelle cerimonie giudaiche vi era confessione di peccato più che espiazione (Eb. 7.9-10). Cosa significava infatti il sacrificio, se non riconoscimento di colpevolezza mortale? Offrivano un animale per essere ucciso in vece loro. Cosa facevano con le loro abluzioni, se non riconoscersi immondi e contaminati? Con questo confessavano il debito rappresentato dalla loro impurità e dalla loro offesa. Ma in questo riconoscimento non avveniva alcun pagamento. Per questo motivo l'Apostolo dice: per mezzo della morte di Cristo è stata compiuta la redenzione delle offese che sotto l'antico Patto sussistevano e non erano eliminate (Eb. 9.15). A buon diritto dunque, san Paolo definisce le cerimonie "precetti "contrari a chi li praticava, perché per mezzo loro si riconosceva e firmava la propria condanna. Questo non impediva agli antichi padri di partecipare alla stessa grazia cui noi partecipiamo; infatti lo hanno ottenuto attraverso Cristo, non attraverso le cerimonie; e san Paolo in questo passo le distingue da Cristo perché esse oscuravano la sua gloria dopo la rivelazione dell'Evangelo.

Le cerimonie, dunque, se considerate in se sono giustamente dette "atti accusatori ", contrari alla salvezza dell'uomo, in quanto sono strumenti per costringere le coscienze a confessare i propri debiti. Dato che i seduttori volevano costringere la Chiesa cristiana ad osservarle, san Paolo, considerandone l'origine, ha ragione di far osservare ai Colossesi il pericolo in cui sarebbero caduti lasciandosi soggiogare da tali pratiche, perché in questo modo la grazia di Dio sarebbe stata loro sottratta. Con la purificazione operata dalla sua morte, una volta per tutte, egli ha infatti abolito tutte quelle pratiche esteriori con cui gli uomini si confessano debitori di Dio senza poter essere scaricati dei loro debiti.

 

 

CAPITOLO VIII

ESPOSIZIONE DELLA LEGGE MORALE

 

1. Non sarà fuori luogo inserire a questo punto i dieci comandamenti della Legge con un breve commento che chiarirà meglio quanto già è stato detto, vale a dire che il servizio stabilito da Dio un tempo rimane in vigore per sempre, e gli Ebrei non sono stati solo istruiti riguardo al giusto modo di servire Dio, ma, avendo constatato la propria incapacità ad osservare i comandamenti ricevuti, sono stati anche umiliati e spaventati dal pensiero del giudice, essendo così condotti, come per necessità, al Mediatore.

Esponendo, in breve, in che consiste una vera conoscenza di Dio abbiamo mostrato come sia impossibile concepirlo nella sua grandezza senza che la sua maestà ci afferri obbligandoci a servirlo. Nella conoscenza di noi stessi, abbiamo detto, il punto principale consiste nell'essere vuotati da ogni illusione sulle nostre capacità, spogliati di ogni fiducia nella nostra giustizia, abbattuti dalla considerazione della nostra povertà: sì che impariamo l'umiltà perfetta onde abbassarci e rinunciare ad ogni vanto. Entrambi gli aspetti sono messi in evidenza dalla Legge di Dio, nella quale il Signore attribuitosi il potere di comandare, ci insegna ad avere il dovuto rispetto per la sua divinità, indicando in cosa consista questo rispetto. Successivamente, avendo stabilito la norma della giustizia ci rimprovera sia la nostra debolezza che la nostra ingiustizia; la nostra natura, corrotta e perversa, è infatti riluttante ad osservare questa norma e, deboli ed incapaci, non siamo in grado di adeguarci alla sua perfezione.

Ora tutto ciò che bisogna imparare dalle due Tavole, ci è insegnato in una certa misura dalla legge interiore che, abbiamo detto, è scritta e quasi scolpita nel cuore di tutti. La nostra coscienza, infatti, non ci lascia riposare in uno stato di perenne sonnolenza, priva di reazioni, anzi ci rende una testimonianza interiore e ci ricorda quel che dobbiamo a Dio, e mostra la differenza tra il bene e il male; e ci accusa, in tal modo, quando non facciamo il nostro dovere.

L'uomo però è avvolto nell'oscurità dell'ignoranza a tal punto da poter appena intuire, per mezzo di quella legge naturale quale sia il servizio accetto a Dio, ed è ben lungi dall'averne retta conoscenza. È inoltre talmente gonfio di ambizione e di orgoglio, talmente accecato dall'amore di se, da non essere in grado di esaminarsi e scendere in se, per così dire, per imparare ad umiliarsi e a confessare la propria miseria.

Di conseguenza il Signore ha dato la sua Legge scritta, necessaria alla rozzezza del nostro spirito e alla nostra presunzione, per darci una testimonianza più chiara riguardo a ciò che era oscuro nella legge naturale, correggendo la nostra indifferenza e colpire maggiormente il nostro spirito e la nostra attenzione.

È ora facile comprendere cosa occorra imparare dalla Legge: Dio essendo nostro Creatore, è per noi sovrano e padre, e perciò dobbiamo rendergli gloria, venerazione, amore e timore. Inoltre non siamo liberi di seguire le concupiscenze del nostro spirito ove ci spinga, ma dipendiamo interamente da Dio e dobbiamo rivolgere la nostra attenzione unicamente alle cose che egli gradisce. Egli gradisce la giustizia e la dirittura, gli è invece odiosa l'iniquità.

 Se non vogliamo allontanarci dal nostro Creatore con ingratitudine abominevole, dobbiamo amare la giustizia per tutta la vita e impegnarci in essa con assiduità. Se infatti gli tributiamo l'onore dovutogli, sostituendo la sua volontà alla nostra, non possiamo far questo nel modo dovuto se non osservando giustizia, santità e purezza.

L'uomo non può giustificarsi affermando di non avere la forza e di non essere altro che un debitore insolvente. La gloria di Dio non si può infatti commisurare alle nostre capacità, dato che, quali possiamo essere, egli permane sempre uguale a se stesso: amico della giustizia, nemico dell'iniquità; qualsiasi cosa ci chieda, dato che non può chiedere se non giustamente, siamo tenuti ad obbedire per obbligazione naturale. Se non lo facciamo, la colpa è nostra.

Il fatto di essere imprigionati dalla nostra cupidità, determinata dal peccato, e perciò privi della libertà di obbedire al Padre, non costituisce giustificazione; il male infatti è dentro di noi ed a noi deve imputarsi.

3. Giunti a questo punto, grazie all'insegnamento della Legge, dovremo, sotto la sua guida, scendere in noi stessi, ne trarremo queste due conclusioni. In primo luogo, paragonando la giustizia della Legge con la nostra vita, constateremo di non soddisfare la volontà di Dio e dunque di essere indegni di conservare il nostro posto tra le sue creature, ancor meno di essere considerati suoi figli. Poi, valutando le nostre forze, le dovremo ritenere non solo insufficienti all'adempimento della Legge, ma anzi, del tutto inesistenti.

Ne deriva sfiducia nelle nostre proprie forze, poi angoscia e trepidazione dell'animo. La coscienza non può affrontare il peso del peccato senza che immediatamente si profili il giudizio di Dio; e non si può percepire il giudizio di Dio senza essere presi dall'orrore della morte. Analogamente la coscienza, vincolata dall'esperienza della propria debolezza non può fare a meno di cadere nella sfiducia di se stessa. Entrambi questi sentimenti causano scoraggiamento ed umiliazione.

È così che l'uomo, atterrito dal pensiero della morte eterna che vede prossima a causa della propria ingiustizia, si volge infine alla misericordia di Dio come unico porto di salvezza; e sentendo di non poter pagare quanto deve alla Legge, disperando di se, prende fiato per domandare ed aspettare un aiuto esterno.

4. Ma il Signore non si limita ad additare la sua giustizia al rispetto, ma aggiunge promesse e minacce per condurre i nostri cuori ad amarla e ad odiare l'iniquità. La sola bellezza della virtù è insufficiente a smuovere il nostro intelletto incerto; il Padre pieno di bontà ha voluto condurci con la sua benignità ad amarlo e desiderarlo per la dolcezza del premio offertoci.

Egli dichiara dunque di voler premiare la virtù e ci assicura che non invano obbediremo ai suoi comandamenti. Ci comunica, d'altra parte, che l'ingiustizia gli è odiosa e non potrà sfuggire alla punizione, perché Egli ha deciso di tutelare la propria maestà disprezzata. E per incitarci in tutti i modi promette le benedizioni della vita presente e la beatitudine eterna a chi osserverà i suoi comandamenti; e d'altro lato minaccia i trasgressori di calamità attuali e di eterni tormenti mortali. La promessa: "Chi farà queste cose vivrà per esse ", (Le 18.5) e la corrispondente minaccia: "L'anima che avrà peccato, morirà " (Ez. 18.4.20) si riferiscono indubbiamente alla morte o all'immortalità futura, che mai avrà fine. Del resto, dovunque si menzionano la benevolenza o la collera del Signore si intende con la prima eternità di vita, con la seconda eterna perdizione.

Nella Legge è enumerata una lunga lista di benedizioni e maledizione presenti (Le 26.4; De 28.1). Le pene elencate sottolineano la purezza di Dio, che non può tollerare l'iniquità. D'altra parte le promesse dimostrano come egli ami la giustizia, dato che non la vuol lasciare senza premio. Vi è parimenti mostrata una straordinaria benignità; dato che noi, e tutto quanto ci appartiene, siamo in debito nei confronti della sua maestà, egli giustamente considera come debito quello che gli dobbiamo. Ora il pagamento di un tale debito non merita alcuna rimunerazione. Perciò offrendosi una ricompensa per quell'obbedienza che consideriamo come non dovuta e che tributiamo contro voglia, egli rinuncia, in realtà, ad un suo diritto.

Abbiamo già detto, almeno in parte e in parte diremo a suo tempo, quale vantaggio ci possano arrecare le promesse. Limitiamoci per ora a comprendere che nelle promesse della Legge è contenuto un singolare incoraggiamento alla giustizia, di modo che è impossibile vedere come Dio si compiaccia della nostra sottomissione. D'altra parte le sanzioni sottolineano la massima esecrazione dell'ingiustizia, onde il peccatore non si lasci blandire dalla dolcezza del peccato fino a dimenticare che la giustizia del legislatore è preparata per lui.

5. Il Signore, volendo fornire la norma della perfetta giustizia, ne ha ricondotto tutti gli elementi alla propria volontà; mostrando così di gradire massimamente l'obbedienza. Bisogna diligentemente notarlo, perché l'audacia e l'intemperanza dell'intelletto umano sono troppo inclini a escogitare nuovi onori e nuovi culti da rendergli per ottenerne la grazia. In tutto il genere umano si è sempre manifestata e si manifesta anche al presente una folle affettazione di sfrenata religiosità, radicata naturalmente nel nostro spirito. Gli uomini desiderano sempre elaborare qualche mezzo per ottenere giustizia senza ricorrere alla parola di Dio. Di conseguenza i comandamenti della Legge occupano il posto più basso tra quelle buone opere che godono della stima universale: mentre una moltitudine infinita di precetti umani occupa il primo posto e si trova in primo piano.

Mosè voleva frenare questa tendenza quando diceva al popolo, dopo la proclamazione della Legge: "Ascolta e prendi nota di quel che ti ordino affinché tu possa prosperare e i tuoi figliuoli dopo di te, se farete quel che è buono e ben accetto al tuo Dio " (De 12.28) , "Fai quello che ti ordino, senza aggiungervi né togliervi nulla,'. E in precedenza, dopo aver riconosciuto come saggezza ed intelligenza del popolo israelita, in confronto alle altre nazioni della terra, l'aver ricevuto dal Signore le leggi, la giustizia e le cerimonie, dice loro: "Custodisci con diligenza la tua anima e te stesso; non dimenticare le parole che i tuoi occhi hanno visto ed esse non cadano mai dal tuo cuore " (De 4.9).

Dio afferma che nella sua parola è contenuta la perfetta giustizia perché prevedeva che gli Israeliti, dopo aver ricevuto la Legge, non si sarebbero trattenuti dall'inventare nuovi culti, qualora non li avesse tenuti fermamente in pugno. Eppure non hanno saputo sottomettersi a questa tendenza così esplicitamente condannata. E noi? Siamo indubbiamente vincolati dalla stessa parola. È indubbio infatti che il Signore ha voluto attribuire per sempre alla Legge il valore di un perfetto insegnamento di giustizia. E tuttavia non siamo contenti e ci diamo attivamente da fare per rintracciare e inventare buone opere, le une appresso alle altre.

Il miglior rimedio contro questo vizio è di serbare nel cuore questo pensiero: la Legge ci è stata data dal Signore per insegnarci la giustizia perfetta e in essa non è proposta altra giustizia se non il conformarci e adeguarci alla volontà divina; invano dunque Inventiamo nuove opere per meritare la grazia di Dio. Il vero culto a Dio consiste nell'obbedienza; al contrario, l'applicarsi a buone opere all'infuori della Legge costituisce una intollerabile corruzione della vera e divina giustizia. Sant'Agostino ha ben ragione di definire l'obbedienza resa a Dio "madre e custode di ogni virtù "e talvolta "sorgente e radice di ogni bene ".

6. Quanto ho precedentemente insegnato sulla funzione della Legge, sarà confermato quando l'avremo spiegata. Ma prima di trattare ogni singolo articolo sarà meglio valutare il suo significato generale. Sia chiaro, in primo luogo, che la vita dell'uomo deve essere regolata dalla Legge non solo per quanto riguarda l'onesta esteriore ma anche la giustizia interiore e spirituale. Questo non si può certo negare, ma è tenuto in ben poca considerazione. E ciò avviene perché non si considera il legislatore, alla cui natura la Legge deve essere correlata.

Se qualche sovrano proibisse con un editto di vivere immoralmente, di rapinare o assassinare, chi si limitasse a desiderare di vivere immoralmente, rapinare od uccidere senza giungere a compiere il fatto o senza tentare di giungervi, non sarebbe considerato colpevole. Le provvidenze del legislatore terreno concernono solo l'onestà esteriore; i suoi ordinamenti sono dunque violati solo quando il male sia realmente compiuto.

Ma Dio, il cui occhio vede ogni cosa, non si limita all'apparenza esteriore del bene ma considera piuttosto la purezza del cuore; proibendo l'immoralità, l'omicidio e il furto, vieta ogni concupiscenza carnale, odio e desiderio dei beni altrui, come ogni inganno e tutto quel che vi assomiglia. Essendo legislatore spirituale non parla meno all'anima che al corpo. Per quanto concerne l'anima, l'ira e l'odio sono assassinio, la concupiscenza è furto, l'amore sregolato è immoralità.

Qualcuno potrebbe obiettare che anche le leggi umane concernono gli intendimenti e la volontà umana e non solo gli avvenimenti esterni. Lo riconosco: ma sempre sotto la luce della volontà che ne emerge. Le leggi considerano l'intenzione di ogni opera compiuta, ma non considerano i pensieri segreti. Chi dunque si astiene dalle trasgressioni esplicite avrà soddisfatto le leggi civili. Al contrario, essendo la Legge di Dio data per le nostre anime, se vogliamo osservarla sono le nostre anime che per prime devono esservi vincolate.

Ora la maggior parte degli uomini, anche quando non vuol lasciar trapelare la propria ribellione alla Legge, conforma in qualche modo i propri occhi, i propri piedi e le proprie mani e le altre parti del corpo all'osservanza dei suoi precetti; il cuore però rimane completamente estraneo all'obbedienza. Credono di essere a posto quando hanno nascosto agli uomini quel che è evidente a Dio. Sentono dire: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare ". Di conseguenza non sguainano la spada per uccidere, non frequentano prostitute, non mettono la mano sui beni altrui. Tutto questo va bene. Ma il loro cuore è pieno di omicidio e brucia di concupiscenza carnale, non sanno guardare i beni altrui se non con occhio torvo, divorandoli di invidia. Viene così a mancare loro ciò che è essenziale nella Legge. Donde nasce una tale stupidità, vi domando, se non dal fatto che dimenticano il Legislatore, e torcono la giustizia conformandola ai propri intendimenti.

Contro questa tesi san Paolo protesta chiaramente affermando: la Legge è spirituale (Ro 7.14). Con questo vuol dire che essa richiede non solo l'obbedienza dell'anima, dell'intelletto e della volontà ma anche una purezza angelica che, priva di ogni macchia carnale, sia interamente spirituale.

7. Interpretando in questo modo la Legge, non offriamo una interpretazione frutto di fantasia, ma seguiamo Cristo che ne è il miglior interprete. I Farisei avevano sparso tra il popolo una convinzione perversa, vale a dire che chi non commette una violazione esterna della Legge può essere considerato osservatore lodevole di questa. Cristo combatte questo errore affermando che lo sguardo impudico rivolto ad una donna è adulterio e tutti quelli che odiano il fratello sono omicidi (Mt. 5.27). Considera degni di condanna quanti abbiano semplicemente concepita l'ira nel proprio cuore, colpevoli di fronte il Concistoro quelli che manifestano il proprio risentimento; colpevoli della geenna infuocata quelli che avranno rivelato esplicitamente, con offese, il loro malanimo.

Coloro che non hanno capito questo, hanno visto in Gesù un "secondo Mosè "che reca la "Legge evangelica "per supplire ai difetti della "Legge mosaica ". È divenuta corrente l'affermazione che la perfezione della Legge evangelica è di gran lunga maggiore di quella dell'antica Legge : Si tratta di un errore gravissimo. Quando riassumeremo i comandamenti di Mosè, vedremo dalle sue stesse parole che questa interpretazione reca ingiuria alla Legge di Dio. Inoltre da questa affermazione conseguirebbe che la santità degli antichi Padri è solo ipocrisia. Infine questo ci distrarrebbe dalla regola unica e perpetua della giustizia che in quella occasione Dio ha dato.

L'errore è facilmente refutato, queste persone hanno pensato che Cristo aggiungesse alla Legge, laddove invece la ricostituiva nella sua integrità, purgandola cioè delle menzogne e del lievito dei Farisei, da cui essa era stata sporcata e oscurata.

8. In secondo luogo dobbiamo osservare che i comandamenti di Dio hanno un contenuto che va oltre la formulazione letterale. Bisogna però guardarci dall'attribuire loro un significato che a noi sembri giusto ma torcendoli qua e là a nostro piacimento. Alcuni si prendono questa libertà e recano offesa all'autorità della Legge, quasi fosse incerta e si dovesse disperare di raggiungere una retta comprensione. Bisogna dunque trovare una via che ci conduca, se è possibile, in modo sicuro e senza incertezza alla volontà di Dio; vale a dire, occorre essere vigili nell'estendere la spiegazione oltre la lettera, evitando che diventi una aggiunta alla Legge di Dio, una glossa umana, ma ci si attenga al significato genuino voluto dal legislatore, esponendolo fedelmente.

È noto certamente che in tutti i comandamenti una parte è presa per il tutto; chi dunque si volesse limitare al significato letterale, dovrebbe essere deriso. La spiegazione della Legge, anche la più sobria, va al di là delle parole; ma non è chiaro fin dove possa andare se non si stabilisce una norma precisa.

Considero questa la migliore: ricercare le motivazioni della norma stessa; vale a dire considerare il fine per cui ogni singolo comandamento ci è stato dato da Dio. Esempio: ogni comandamento e dato per ordinare o per proibire. Avremo piena comprensione dell'uno e dell'altro aspetto considerando la motivazione o il fine cui tende. Il fine del quinto comandamento è che si onori quanti Dio ha voluti rivestire di onore: la sostanza sarà che Dio desidera che onoriamo quelli cui ha dato una qualche dignità; e che il disprezzo e l'insolenza nei loro riguardi gli è sgradita. La motivazione del primo comandamento è che Dio sia onorato: la sostanza sarà che la vera pietà è gradita a Dio, vale a dire l'onore che rendiamo alla sua maestà; al contrario l'empietà gli è abominevole. Bisogna così considerare il problema affrontato da ogni comandamento; indi cercarne il fine, per scoprire quel che il legislatore considera essergli gradito o sgradito.

Successivamente bisogna dedurre una motivazione inversa a quella espressa dal comandamento stesso, in questo modo: Se questo piace a Dio, il contrario gli dispiace. Se quello gli dispiace, questo gli piace. Se ordina questo, vieta il contrario. Se vieta questo, ordina il contrario.

9. Quanto stiamo dicendo ora, brevemente, può apparire oscuro, ma risulterà più chiaro nell'applicazione pratica quando illustreremo i comandamenti. Sia sufficiente l'aver fatto questo cenno iniziale, dobbiamo però sottolineare l'ultimo punto esposto, che rischierebbe di non essere compreso e di sembrare irragionevole.

Similmente l'opinione corrente riconosce senz'altro che quando si vieta il male, si ordina il bene corrispondente. È cosa normale che quando si condannano i vizi si raccomandino le virtù. Io però postulo qualcosa di più di quanto si intende comune mente con questo riconoscimento. Per virtù contraria al vizio essi intendono l'astenersi dal vizio: noi andiamo più in là affermando che si tratta di fare il contrario del vizio. Lo si vedrà meglio facendo un esempio. Nel comandamento: non uccidere, gli uomini vedono comunemente la richiesta di astenersi da ogni azione malvagia e da ogni desiderio di malfare; affermo che bisogna vedere di più, bisogna includervi anche l'aiuto per conservare la vita del nostro prossimo con tutti i mezzi a noi possibili

Affinché questo non sembri ingiustificato, dimostrerò la mia affermazione. Il Signore ci proibisce di ferire ed oltraggiare il nostro prossimo perché vuole che la sua vita ci sia cara e preziosa; egli richiede dunque anche i servizi della carità che possono conservarla. Si può così vedere come il fine del comandamento ci insegni quel che ci è comandato o proibito di fare.

10. Qualora si domandi perché il Signore abbia voluto esprimere solo a metà la sua volontà, senza esporla chiaramente, vi sono parecchie risposte. Una mi pare soddisfacente più di tutte: dato che la carne si sforza sempre di mascherare e nascondere con futili pretesti la turpitudine del proprio peccato che sarebbe altrimenti evidente, Dio ha voluto indicare come esempio la forma più grossolana ed estrema di ogni singolo peccato, onde il nostro stesso udito ne avesse orrore e ci facesse detestare il peccato con slancio. A falsare la nostra valutazione dei vizi è infatti spesso il fatto che noi li sminuiamo quando non sono del tutto evidenti. Il Signore ci libera da questo inganno e ci abitua a ricondurre ogni peccato ad un tipo preciso, per poter meglio intendere l'orrore che dobbiamo averne.

 Esempio: l'odio o la collera non sembrano essere peccati così esecrabili, se li si indica con il loro nome. Ma quando il Signore li proibisce definendoli "omicidio ", comprendiamo meglio quanto li aborra, dato che li definisce con un nome così orribile. Essendo messi così in guardia dal giudizio di Dio, impariamo a valutare meglio la gravità di colpe che prima ci sembravano leggere.

11. In terzo luogo dobbiamo considerare il significato della divisione della Legge in due tavole: ogni persona di buon senso può giudicare che non senza motivo se ne fa così spesso menzione nella Scrittura. La ragione è molto chiara e non dà adito a dubbi. Il Signore, proponendosi di insegnare tutta la giustizia nella sua Legge, l'ha divisa in modo da attribuire la prima parte ai doveri di cui gli siamo debitori, al fine di onorare la sua maestà; la seconda ai doveri verso il prossimo, secondo carità.

Il fondamento della giustizia è costituito indubbiamente dall'onorare Dio; se questo vien meno, tutti gli altri elementi sono dislocati come macerie di un edificio crollato. Quale giustizia sarebbe, infatti, il non nuocere al prossimo con ladrocini e rapine e intanto strappare in modo sacrilego a Dio la maestà della sua gloria? Il non macchiare il nostro corpo con l'impurità e l'insozzare il nome di Dio con bestemmie? Il non colpire gli uomini e cercare di spegnere il ricordo di Dio? Invano pretenderemmo giustizia senza religione: sarebbe come ammirare un bel corpo senza testa! A dire il vero, anzi, la religione non è solo il capo della giustizia e della virtù, ma ne è per così dire l'anima che le dà forza. Mai gli uomini rispetteranno la giustizia e l'amore tra di loro, senza il timore di Dio.

Definiamo dunque il servire Dio: "principio e fondamento della giustizia ", senza di esso infatti tutto quello che gli uomini possono escogitare per vivere rettamente, nella continenza e nella temperanza, è vano e futile di fronte a Dio. Lo definiamo anche: "sorgente e spirito della giustizia "perché gli uomini temendo Dio, giudice del bene e del male, sono istruiti a vivere puramente e rettamente.

Il Signore dunque nella prima Tavola ci educa alla pietà e alla religione, in vista di rendere onore alla sua maestà. Nella seconda stabilisce come dobbiamo comportarci tra di noi, considerando il timore che gli portiamo. Per questa ragione il Signore Gesù ha riassunto tutta la Legge, secondo quanto riportano gli evangelisti, in due articoli, cioè: Amiamo Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze; amiamo il nostro prossimo come noi stessi (Mt. 22.37 ; Lu 10.27). Le due parti, che riassumono tutta la Legge, hanno secondo lui l'una per oggetto Dio e l'altra gli uomini.

12. Quantunque la Legge sia pienamente espressa in questi due punti, tuttavia il Signore, allo scopo di eliminare ogni equivoco, ha voluto esporre in modo più ampio e semplice, in dieci espressioni, quanto si riferisce al timore, all'amore ed all'onore che sono dovuti alla sua divinità e alla carità che ci chiede di avere, per amor suo, nei confronti del nostro prossimo. Non è dunque inutile puntualizzare la divisione dei comandamenti purché ci si ricordi che in questa materia ognuno è libero di giudicare liberamente e non solleviamo, pertanto, polemiche se qualcuno non concorda con le nostre tesi. Dico questo perché non ci si stupisca della suddivisione che adotterò considerandola una novità.

 Riguardo al numero dei comandamenti, non sussiste alcun dubbio dato che il Signore ha eliminato ogni possibile contestazione con la sua parola. La questione sorge riguardo alla loro suddivisione. C'è chi li divide in modo che vi siano tre comandamenti nella prima Tavola e sette nella seconda, cancellando dal numero dei comandamenti quello relativo alle immagini o includendolo nel primo, mentre il Signore lo ha posto come comandamento a se stante. In questo modo viene, inoltre, diviso in modo sconsiderato il decimo comandamento che vieta di concupire i beni del prossimo. Si aggiunga inoltre che questa divisione, come vedremo appresso, era sconosciuta alla Chiesa primitiva.

Altri invece mettono quattro articoli nella prima Tavola, come facciamo noi, ma considerano il primo comandamento solo una promessa, priva del carattere di comandamento. Per parte mia non posso prendere le dieci parole dette da Mosè altrimenti che come dieci comandamenti, a meno di essere convinto del contrario da ragioni evidenti, mi sembra inoltre che li possiamo indicare con il dito nel loro ordine. Lasciando dunque agli altri la libertà di pensare quel che vogliono, mi atterrò a quanto mi sembra più probabile: vale a dire che la frase da loro considerata come primo comandamento, serve da proemio a tutta la Legge; i dieci comandamenti seguono, quattro nella prima Tavola e sei nella seconda, secondo l'ordine che si vorrà scegliere.

Questa divisione è accolta da Origene senza difficoltà, come cosa comunemente accettata nel suo tempo. Anche sant'Agostino la accetta, scrivendo a Bonifacio. È vero che in un altro passo preferisce la prima divisione, ma in questo caso la sua argomentazione è debole: se si mettessero tre comandamenti nella prima Tavola, essa rappresenterebbe la Trinità. In quello stesso passo però non nasconde la sua preferenza per la divisione da noi seguita. Vi è anche un altro Padre antico che concorda con la nostra opinione, cioè l'autore degli incompiuti Commentari su san Matteo.

Giuseppe attribuisce cinque comandamenti ad ogni Tavola, senza dubbio rispecchiando l'opinione corrente del suo tempo. Questo è contraddetto dalla ragione, dato che sarebbe annullata la differenza tra l'onore di Dio e la carità verso il prossimo; inoltre Gesù Cristo si esprime altrimenti: egli infatti include il precetto dell'onore da rivolgere al padre e alla madre nella seconda Tavola (Mt. 19.19).

Ascoltiamo ora Dio stesso che parla.

IL PRIMO COMANDAMENTO.

Io sono l'Eterno, il tuo Dio, che ti ha tratto dalla terra d'Egitto, dalla casa di servitù. Non avrai dèi stranieri nel mio cospetto.

13. POCO importa se si considera la prima frase parte del primo comandamento o a se stante: purché comprendiamo trattarsi di un proemio a tutta la Legge.

In primo luogo quando si promulga una legge bisogna provvedere a che non sia abrogata per disprezzo o disinteresse. Perciò il Signore, fin dal principio, pone rimedio a questo pericolo, preoccupandosi di tutelare la maestà della Legge. Lo fa sulla base di tre motivi. Attribuisce a se il diritto e la forza di comandare, costringendo così il popolo eletto alla necessità di obbedire. In seguito promette la sua grazia per condurre i suoi credenti con dolcezza all'obbedienza della sua volontà. Infine ricorda il bene che aveva fatto agli Ebrei per rimproverarli d'ingratitudine se non risponderanno alla liberalità esercitata nei loro riguardi.

Con il nome Eterno è indicato l'imperio e la sovranità legittima che ha su di noi. Se tutte le cose vengono da lui e sussistono in lui, è giusto che vengano riferite a lui, come dice san Paolo (Ro 11.36). Con questa parola dunque ci è mostrata la necessita di sottometterci al gioco del Signore, dato che sarebbe mostruoso sottrarci al governo di colui senza il quale non possiamo esistere.

14. Dopo aver indicato il diritto che ha di comandare e di pretendere l'obbedienza, ci conduce anche con la dolcezza dichiarando di essere l'Iddio della sua Chiesa; onde non si creda che vuole costringerci solo con la forza. In questa locuzione vi è una corrispondenza reciproca espressa nella promessa: "Io sarò loro Dio ed essi saranno il mio popolo" (Gr. 31.33). In base a questa affermazione Gesù Cristo dimostra che Abramo, Isacco e Giacobbe hanno ottenuto salvezza e vita eterna: infatti Dio aveva loro promesso di essere loro Dio (Mt. 22.32). Questa parola dunque equivale a: Io vi ho eletto come mio popolo, non solo per beneficarvi nella vita presente ma per condurvi all'eterna beatitudine del mio regno.

Quale sia il fine di questa grazia, è esposto in molti passi. Quando il nostro Signore ci chiama nella comunità del suo popolo, ci elegge, come dice Mosè, per santificarci alla sua gloria e affinché osserviamo i suoi comandamenti (De 7.6; 14.2; 26.18). Di qui l'esortazione del Signore al suo popolo: Siate santi perché io sono santo (Le 19.2). Di qui il rimprovero, per bocca del Profeta: "Il figlio onora suo padre, il servitore il suo padrone. Se sono vostro padrone, dov'è il timore? Se sono vostro padre, dov'è l'amore? " (Ma.1.6).

15. Successivamente espone il bene con cui ha beneficiato i suoi servitori; questo fatto deve commuoverli ancor più, l'ingratitudine è infatti il crimine più odioso di tutti. Ricorda al popolo di Israele l'atto benefico compiuto in suo favore, così generoso e mirabile da dover essere oggetto di perenne ricordo. La menzione ne era opportuna al momento della proclamazione della Legge. Il Signore vuole così indicare di averli liberati, perché lo riconoscano autore della loro libertà, tributandogli onore e obbedienza.

Quando similmente vuole chiamarci al suo servizio, usa attribuirsi alcuni titoli con cui si distingue dagli idoli pagani. Come ho già detto noi siamo così portati all'errore e insieme così temerari, che appena ci si parla di Dio la nostra mente non può trattenersi dallo scivolare in qualche assurda speculazione. Per rimediarvi, il Signore esprime la propria divinità con alcuni titoli e in questo modo ci rinchiude entro dei limiti, per così dire, onde non andiamo vagando qua e là e non costruiamo temerariamente qualche nuovo dio, abbandonando colui che è il solo Dio vivente.

Per questo motivo i profeti, per descriverlo e farlo conoscere adeguatamente, presentano sempre i segni e le note caratteristiche con cui egli si era manifestato al popolo d'Israele. Quando è chiamato l'Iddio d'Abramo o d'Israele (Es. 3.6) e quando è seduto nel suo tempio di Gerusalemme in mezzo ai cherubini (Am 1.2; Abacuc 2.28; Sl. 80.2; 99.1; Is. 37.16) , queste espressioni non intendono vincolarlo ad un luogo o ad un popolo, ma servono ad orientare il pensiero dei credenti verso quel Dio unico che ha espresso se stesso nell'alleanza fatta con il popolo d'Israele, di sorta che non è lecito volgere altrove la mente per cercarlo. Tuttavia è chiaro che la specifica menzione della redenzione ha lo scopo di invitare gli Ebrei a darsi più alacremente al servizio di Dio, dato che egli li ha riscattati e li tiene giustamente in suo potere.

Non si pensi che questo non ci concerne: la servitù d'Egitto del popolo d'Israele deve essere considerata una immagine della servitù spirituale in cui tutti siamo detenuti fin quando il Signore non ci liberi con la sua mano potente e ci trasferisca nel regno della libertà. Così come anticamente ha voluto risollevare la sua Chiesa in Israele ed ha liberato il popolo dalla crudele schiavitù di Faraone che lo opprimeva, nello stesso modo oggi libera i suoi dalla triste schiavitù del Diavolo, simboleggiata dalla cattività fisica di Israele.

Non v'è dunque creatura che non debba sentirsi condotta a prestare ascolto a questa Legge in quanto procede dal sovrano Signore, dal quale hanno origine tutte le cose e al quale necessariamente tendono tutti i fini. Anzi tutti devono essere stimolati ad accogliere questo legislatore, sapendosi eletti da lui per osservare i suoi comandamenti, aspettandosi dalla sua grazia non solo tutti i beni temporali ma anche la gloria della vita immortale.

Infine dobbiamo essere spinti ad obbedire al nostro Dio dal pensiero che la sua misericordia e forza ci hanno liberato dal baratro infernale.

16. Dopo aver fondato e stabilito l'autorità della sua Legge, formula il primo comandamento: Non avere dèi stranieri nel mio cospetto.

La sua intenzione è questa: lasciare solo a Dio la preminenza, perché egli vuole essere il solo ad esercitare il suo diritto sul popolo. Quindi vuole che ogni empietà e superstizione, che sminuiscono ed oscurano la gloria della sua divinità, siano evitate da noi. E per lo stesso motivo vuol essere onorato da noi con sentimento di pietà autentico. La semplicità stessa delle parole lo indica. Non possiamo averlo quale nostro Dio senza attribuirgli quanto gli è proprio. Perciò se ci vieta di avere dèi stranieri, vuole significare che non dobbiamo trasferire altrove quel che gli appartiene.

 Quel che dobbiamo a Dio, è illimitato; tuttavia possiamo suddividerlo in quattro punti, vale a dire: l'adorazione, che comporta il servizio spirituale della coscienza, la fiducia, l'invocazione e l'azione di grazie.

Definisco adorazione la venerazione che rende a Dio la creatura sottomettendosi alla sua grandezza. Non è dunque senza motivo che considero come parte dell'adorazione l'onore che gli rendiamo sottomettendoci alla Legge: è un omaggio spirituale resogli come re sovrano, dominatore delle nostre anime.

La fiducia è la sicurezza interiore che ci viene dal fatto di conoscerlo rettamente: attribuendogli ogni sapienza, giustizia, bontà, virtù e verità sappiamo che la nostra felicità consiste nell'essere in relazione con lui.

Invocazione è il ricorso dell'anima nostra a lui come alla speranza unica quando le necessità urgono. Azione di grazie è la riconoscenza con cui gli rendiamo lode per tutti i beni.

Dio non può sopportare che tutto questo sia attribuito ad altri e vuole gli sia reso interamente. Non è sufficiente il non venerare un altro dio; dobbiamo fondarci unicamente su lui. Esistono uomini malvagi che preferiscono deridere tutte le religioni. Se al contrario vogliamo osservare scrupolosamente questo comandamento, bisogna che la vera religione abbia il sopravvento e guidi le nostre anime a dedicarsi completamente a Dio e, dopo averlo conosciuto, le induca a onorarne la maestà, porre in lui la propria speranza, richiedere il suo aiuto, riconoscere tutte le sue grazie e magnificare tutte le sue opere; infine, a tendere a lui come al loro unico fine.

Asteniamoci oltre a questo da ogni malvagia superstizione, onde le nostre anime non siano trasportate qua e là verso altri dèi. Se attenendoci ad un solo Dio troviamo in lui l'appagamento, ricordiamoci, come abbiamo già detto, che dobbiamo eliminare tutti gli dèi inventati: non è lecito spartire il culto riservato al solo Dio perché la sua gloria deve restargli intera, onde quel che gli è proprio non gli sia sottratto.

Aggiunge che "non si devono avere altri dèi nel suo cospetto ", per sottolineare la gravità del crimine. Non è infatti cosa da poco mettere al suo posto gli idoli da noi fabbricati, quasi per disprezzarlo e muoverlo alla gelosia; come una donna impudica che, per tormentare il cuore del marito, fa le moine all'amante davanti agli occhi di lui. Dio, con la grazia dimostrata, ha offerto ampie garanzie di voler proteggere il popolo eletto, stornandolo da ogni errore; quindi dichiara che non gli possono sfuggire idolatria e superstizione qualora si manifestino tra loro, dato che vive in mezzo a quelli che ha preso sotto la sua protezione. L'empietà trabocca con sempre maggior audacia, pensando poter ingannare Dio mascherandosi con sotterfugi, ma il Signore dichiara che gli è noto tutto quello che noi macchiniamo e meditiamo.

Se dunque vogliamo mostrare la purezza della nostra fede in Dio, la nostra coscienza deve essere pura da ogni malvagio pensiero e non accogliere neppure l'impulso a lasciarsi andare alla superstizione e all'idolatria. Il Signore non pretende solo che la sua gloria sia garantita da un riconoscimento esteriore; ma lo sia anche davanti ai suoi occhi, occhi che tutto vedono e tutto scoprono.

IL SECONDO COMANDAMENTO.

Non ti farai immagine scolpita né effige alcuna delle cose che sono nell'alto dei cieli né qui sulla terra né nelle acque sotto la terra. Non tributerai loro né adorazione né onore.

17. Mentre nel precedente comandamento Dio ha dichiarato di essere l'unico vero Dio, all'infuori del quale non se ne debbono immaginare altri, ora mostra più chiaramente come deve essere onorato, onde non ci fabbrichiamo di lui una immagine carnale.

L'intenzione del comandamento è mostrare che Dio vuole che il legittimo onore dovutogli non sia profanato da pratiche superstiziose. Vuole insomma trattenerci e preservarci da prassi carnali che la nostra mente inventa, quando concepisce Dio secondo la propria ignoranza, e di conseguenza ci educa al culto legittimo che gli è dovuto, vale a dire al culto spirituale da lui istituito. Denuncia l'errore più evidente in questo campo: l'idolatria esteriore.

Tuttavia il comandamento si compone di due parti. La prima reprime la nostra presunzione che vorrebbe assoggettare ai nostri sentimenti quel Dio incomprensibile e raffigurarlo con qualche immagine. La seconda parte vieta di fare dell'adorazione delle immagini un elemento della religione. Accenna brevemente ai tipi dell'idolatria pagana. Dicendo "Le cose che sono nei cieli ", indica il sole, la luna e tutte le stelle, fors'anche gli uccelli, come si deduce dal quarto capitolo del (De 4.17-19) dove il pensiero è esplicato. Tralascerei questo dettaglio, non dovesse correggersi l'errore di alcuni ignoranti che riferiscono questo passo agli angeli.

Tralascio di illustrare le parole che seguono immediatamente, dato che sono sufficientemente evidenti. Già nel primo libro abbiamo chiaramente insegnato che tutte le forme visibili di Dio che l'uomo costruisce, sono in radicale contraddizione con la sua natura: di sorta che non appena si propone un idolo, la vera religione è corrotta e imbastardita.

18. La minaccia che segue deve correggere la nostra durezza di cuore. Egli dice: Sono l'Eterno vostro Dio, Dio forte e geloso, che punisce l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione d'i quelli che odiano il mio nome, e che ha misericordia per mille generazioni di coloro che mi amano ed osservano i miei comandamenti.

È come se dicesse che dobbiamo affidarci a lui solo. E per indurci a farlo, ci mostra la sua potenza che non può essere sprezzata o sminuita. È adoperata qui la parola El che significa Dio; ma è chiamato così a causa della sua forza, perciò non ho esitato ad adoperare il termine "forte "o almeno ad aggiungerlo al primo, per meglio esprimere il significato.

Poi si definisce "geloso "per indicare che non può tollerare di essere posto accanto ad altri.

In terzo luogo dichiara che vendicherà la propria maestà e la propria gloria, se qualcuno vorrà trasferirle alle creature o agli idoli, e non sarà vendetta da prendere alla leggera ma si estenderà sui figli, nipoti e pronipoti che avranno seguito l'iniquità dei loro predecessori; come d'altra parte promette la sua misericordia e generosità a mille generazioni di quelli che l'ameranno e osserveranno la sua Legge.

 Non è fatto nuovo che il Signore assuma nella relazione con noi l'atteggiamento di un marito: l'unione con cui ci unisce a se ricevendoci in seno alla Chiesa, è come un matrimonio spirituale che richiede reciproca fedeltà. Svolgendo in tutto e per tutto la funzione di un marito fedele, chiede che da parte nostra gli serbiamo amore e castità matrimoniale, vale a dire che le nostre anime non siano abbandonate al Diavolo e alle concupiscenze della carne, il che sarebbe una specie di adulterio.

Per questo motivo, quando rimprovera gli Ebrei, si lamenta che con le loro infedeltà hanno violato la legge matrimoniale (Gr. 3; Ho 2). Come un buon marito, fedele e leale, si adira qualora veda la propria moglie volgersi verso un amante, così il Signore, che ci ha sposato nella verità, dichiara di provare una violentissima gelosia ogniqualvolta, disprezzando la castità del matrimonio, ci contaminiamo con malvage concupiscenze e trasferiamo ad altri la gloria, che doveva essergli riservata intera mente, oppure la macchiamo con qualche superstizione. Così facendo, noi rompiamo la fede datagli nel matrimonio e insieme macchiamo la nostra anima di adulterio.

19. Bisogna considerare ora cosa intenda dire minacciando di "punire l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione ". Punire un innocente per il peccato altrui non è compatibile con l'equità della giustizia divina: e il Signore stesso dichiara altrove di non volere che il figlio sia punito per l'iniquità del padre (Ez. 18.20). Tuttavia ripete spesso che i peccati dei padri saranno puniti nei figli. Mosè dice spesso: "Signore, Signore che paghi il salario dell'iniquità dei padri ai figli! " (Nu. 14.18). Così Geremia: "Signore che fai misericordia per mille generazioni e colpisci l'iniquità dei padri sui figli " (Gr. 32.18).

Alcuni, incapaci di risolvere questa difficoltà, vedono in queste minacce una allusione a pene temporali dicendo che non è male che i figli soffrano per i loro padri e spesso questo è salutare. Questo è vero. Isaia, infatti, dichiarava al re Ezechia che a causa dei peccati commessi il regno sarebbe stato strappato ai suoi figli, che sarebbero stati deportati in un paese straniero (Is. 39.17). Similmente le famiglie di Faraone e di Abimelec sono state afflitte a causa dell'ingiuria recata ad Abramo (Ge 12.17; 20.3); e non mancano altri esempi del genere. Ma non si risolve in questo modo il problema; si tratta di una scappatoia, non di un'esegesi del passo.

In realtà il Signore annuncia qui una punizione sì grave da non poter essere limitata alla vita presente. Bisogna intendere la frase come una dichiarazione che la maledizione di Dio cade non solo sull'iniquo ma si estende a tutta la sua discendenza. Se così è, ci si può aspettare solo che il padre, privato dello Spirito di Dio, viva malamente, il figlio, ugualmente abbandonato da Dio per il peccato del padre, segua la stessa via di perdizione, che il nipote e gli altri successori, esecrabile discendenza di uno stesso malvagio seme, si precipitino in rovina dietro a loro.

20. Domandiamoci in primo luogo se queste vendette sono in contrasto con la giustizia divina. Dato che tutta la natura umana è condannabile, è certo che la rovina è preparata per coloro ai quali il Signore non comunica la sua grazia: essi periscono per la propria iniquità e non a causa di un odio malvagio da parte di Dio né possono lamentarsi di non essere aiutati da Dio a raggiungere la salvezza come gli altri. Se dunque questa punizione colpisce i malvagi per la loro iniquità e le loro case sono lungamente private della grazia di Dio, chi potrebbe rimproverarne Dio?

Qualcuno però dirà: Il Signore, al contrario, afferma che il figlio non porterà la pena per il peccato del padre (Ez. 18.20). Esaminiamo attentamente quel testo. Gli Israeliti, oppressi lungamente da molte sventure, avevano un proverbio comune: "I padri hanno mangiato l'uva acerba e ai figli s'allegano i denti ". Con questo intendevano dire che i loro genitori avevano commesso le mancanze per cui essi sopportavano tanti mali, senza averli meritati; consideravano che Dio fosse mosso da collera eccessiva più che da giusta severità. Il Profeta replica che non è vero: essi scontano le mancanze proprie perché non è compatibile con la giustizio divina che il figlio innocente e giusto sia punito per gli errori del padre; ne questo è detto dal comandamento. Quando il Signore sottrae alla casa degli iniqui la propria grazia, la luce della sua verità e tutti gli aiuti per la salvezza, di modo che i figli, abbandonati alla cecità, seguono la strada dei loro predecessori, in questo caso si può dire che essi sopportano la maledizione di Dio per i misfatti dei loro padri. L'essere puniti con calamità temporali o morte eterna, non avviene però a causa dei peccati altrui, ma dei propri.

21. D'altra parte è offerta la promessa che "Dio estenderà la sua misericordia su mille generazioni di quelli che l'amano ". Essa è ripetuta spesso nella Scrittura ed è inserita nel patto solenne che Dio stringe con la sua Chiesa: "Sarò il tuo Dio e il Dio della tua discendenza dopo di te " (Ge 17.7). Di conseguenza Salomone dice che dopo la morte dei giusti i loro figli saranno beati (Pr 20.7) non solo a causa del buon nutrimento e dell'educazione, che per parte sua aiuta molto il benessere dell'uomo, ma anche per questa benedizione promessa da Dio ai suoi servitori di spargere la sua grazia in perpetuo sulle loro famiglie. Questo reca una straordinaria consolazione ai credenti e deve spaventare gli iniqui. Se il ricordo tanto della giustizia quanto dell'iniquità ha una tale forza presso Dio, dopo la morte dell'uomo, da estendere la benedizione o la maledizione fino alla posterità, a maggior ragione chi avrà vissuto rettamente sarà benedetto senza limiti da Dio e chi avrà vissuto malamente sarà maledetto.

Questo non è smentito dal fatto che talvolta da una stirpe di malvagi escano dei buoni; e al contrario che da una stirpe di credenti escano dei malvagi. Il legislatore celeste non ha qui voluto stabilire una norma assoluta che deroghi alla sua elezione. È infatti sufficiente a consolare il giusto e spaventare il peccatore che questa dichiarazione non sia vana né futile, anche se non sempre si verifica. Come le pene temporali che Dio infligge ad alcuni sono testimonianze della sua collera contro il peccato e segni del giudizio futuro che cadrà su tutti i peccatori, sebbene molti nella vita presente rimangano impuniti, così il Signore, dando un esempio di questa benedizione nel continuare a effondere la sua bontà sui figli dei credenti a motivo dei loro padri, offre una testimonianza della permanenza della sua misericordia sui suoi servitori. Quando al contrario persegue l'iniquità dal padre al figlio, mostra quale rigore di giudizio attende gli iniqui con i loro peccati: questo e specialmente sottolineato qui in questa frase.

Inoltre ha voluto additare, come per inciso, la grandezza della sua misericordia, estendendola a mille generazioni e limitando a quattro generazioni la sua vendetta.

IL TERZO COMANDAMENTO.

Non usare invano il nome dell'Eterno il tuo Dio.

22. L'intenzione del comandamento è questa: il Signore vuole che la maestà del suo nome sia per noi santa. La sostanza è questa: tale maestà non deve essere profanata da noi con di sprezzo o irriverenza. A questo divieto corrisponde l'aspetto affermativo del comandamento che ci invita a tenere questa maestà in onore eccezionale. Dobbiamo dunque essere istruiti a pensare e parlare, col cuore o con la bocca, in modo sobrio e rispettoso di Dio e dei suoi misteri, e considerando le sue opere, non concepire nulla se non ne esalti la gloria.

Bisogna attentamente osservare questi tre punti. Tutto quel che il nostro spirito concepisce di Dio e tutto quel che la nostra lingua ne dice deve essere adeguato alla sua eccellenza e alla santità del suo nome e deve tendere ad esaltarne la grandezza.

In secondo luogo non dobbiamo temerariamente approfittare della sua santa parola né adoperare i suoi misteri per servire la nostra avarizia, la nostra ambizione o le nostre follie, Poiché la dignità del suo nome è impressa nella sua parola e nei suoi misteri, dobbiamo sempre onorarli e rispettarli.

Infine non dobbiamo criticare ne calunniare le sue opere, a somiglianza di certi malvagi che ne parlano in modo offensivo: dobbiamo riconoscere sapienza, giustizia e virtù in tutto quello che sappiamo essere opera sua.

Questo significa «santificare il nome di Dio». Quando si agisce altrimenti, lo si macchia indegnamente perché lo si adopera illegittimamente: e quand'anche non vi fosse altro male, se ne sminuisce la dignità e lo si rende spregevole.

Se è male servirsi con leggerezza del nome di Dio, ancor più grave sarà il farne un uso completamente malvagio utilizzandolo in sortilegi, negromanzia, invocazioni illecite e in questo genere di cose.

Tuttavia qui si parla in modo specifico del giuramento, nel quale è particolarmente detestabile l'abuso del nome di Dio; si vuole cioè suscitare un orrore ancor maggiore per tutte le altre forme di profanazione. Dio si riferisce qui all'onore e alla sottomissione che gli dobbiamo e non alla lealtà nel giurare tra noi per non ingannare nessuno; infatti successivamente, nella seconda Tavola, condannerà gli spergiuri e le false testimonianze con cui gli uomini si ingannano vicendevolmente, Sarebbe una finzione superflua quindi se qui parlasse del dovere di carità. Bisogna distinguere, perché, come abbiamo detto, Dio di proposito ha distribuito la sua Legge in due Tavole. In questo passo: tratta dei propri diritti e vuole che sia rispettata la santità cui - il suo nome ha diritto, e non affronta ancora il problema della relazione che gli uomini hanno reciprocamente con i giuramenti.

23. Bisogna prima di tutto intendere cosa sia un "giuramento". Giuramento è un riferimento a Dio in vista di confermare la verità della nostra parola. Le bestemmie esplicite che hanno lo scopo di insultare Dio, non son degne di essere chiamate giuramenti.

In numerosi passi della Scrittura ci vien mostrato che questo attestato, quando è correttamente pronunciato, è un modo di glorificare Dio. Così quando Isaia dice che gli Assiri e gli Egiziani saranno ricevuti nella Chiesa di Dio: "Parleranno la lingua di Canaan" egli dice "giureranno nel nome del Signore" (Is. 19:18), vale a dire: giurando nel nome del Signore, manifesteranno di considerarlo il proprio Dio. Analogamente quando descrive il propagarsi del regno di Dio dice: "Chiunque domanderà prosperità, la domanderà nel nome di Dio, e chi giurerà, giurerà per il vero Dio"(Is. 65:16). Così Geremia: "Se i Dottori insegnano al mio popolo a giurare nel mio nome, come gli hanno insegnato a giurare per Baal, li farò prosperare nella mia casa (Ge. 12:16).

Giustamente si dice che invocando, nella nostra testimonianza il nome di Dio, manifestiamo la nostra fede in lui. Lo riconosciamo infatti quale verità eterna ed immutabile, visto che non solo lo invochiamo come testimone autentico della verità ma quale unico custode di essa, capace di mettere in luce le cose nascoste e unico conoscitore dei cuori. Prendiamo Dio a testimonio quando le testimonianze umane vengono meno oppure quando si tratta di affermare ciò che è nascosto nella coscienza.

Per questo motivo il Signore si adira profondamente nei riguardi di quanti giurano per gli dèi stranieri e considera questa forma di giuramento come un segno di defezione nei suoi con fronti. Dice infatti: "I tuoi figli mi hanno abbandonato e giurano per coloro che non sono dèi  (Gr. 5:7). Inoltre rende evidente con la gravità della pena quanto esecrabile sia questo peccato: infatti dice di voler distruggere tutti quelli che giurano nel nome di Dio e nel nome del proprio idolo (So. 1:5).

24. Poiché il Signore vuole che l'onore del suo nome sia esaltato nei nostri giuramenti, dobbiamo vigilare su noi stessi per non sprezzarlo o sminuirlo anziché onorarlo. Spergiurare nel suo nome è orribile insulto, definito "profanazione" (Le. 19:12) nella Legge (Le 19.12). Che rimane infatti a Dio se viene spogliato della sua verità? Non sarà più Dio. E questo si verifica quando egli viene fatto testimone e consenziente dell'inganno.

Per questo motivo, quando Giosuè vuole costringere Acan a confessare la verità, gli dice: "Figlio mio, dà gloria all'Iddio d'Israele!" (Gs. 7:19) sottintendendo che Dio è gravemente disonorato se si spergiura nel suo nome. E non c'è da meravigliarsene perché dipende  solo da noi che Dio venga diffamato con la menzogna.

Da una espressione analoga dei Farisei, nell'evangelo di san Giovanni (Gv. 9:24) risulta che ci si serviva correntemente di questa formula volendo ascoltare una persona sotto giura mento.

I testi della Scrittura mettono in evidenza lo scrupolo che dobbiamo avere nel fare uso del giuramento. E' detto: "Il Signore è vivente! (1 Re 14:39,45), «Il Signore mi mandi questo o quest'altro male» (4 Re 6:31): «Che Dio ne ma testimone sulla mia anima! » (2 Co. 1:23). Queste formule mostrano che non si può chiamare Dio a testimone delle nostre parole senza che egli punisca lo spergiuro, qualora dica il falso.

25. Il nome di l)io, anche se non c profanato, c' reso sprege vole e il suo onore e sminuito allorche' lo usiamo per un giura mento veritiero, ma superfluo. fl questo il secondo tipo di giura mento in cui lo si nomina invano. Non basta astenerci dallo sper giurare; dobbiamo anche ricordarci che il giuramento non è stato istituito per divertire gli uomini, ma esclusivamente in casi necessari e non e altrimenti lecito. Ne segue che quanti lo usano per fatti senza importanza, ne fanno uso ingiustificate. Non si può invocare altra circostanza necessaria all'infuori del servizio della religione e della carità.

Oggi si pecca smodatamente in questa materia, tanto più che l'uso è invalso di considerare queste cose alla leggera; non è invece cosa di poto conto di fronte al giudizio di Dio. Con indifferenza si fa uso del nome di Dio per futili sciocchezze e non si vede nulla di male in questo perché gli uomini si sono abituati da tempo a farlo in modo sregolato Ma il comandamento di Dio sussiste, la minaccia aggiuntavi rimane inviolabile e un giorno avrà effetto; una vendetta particolare è prevista su tutti coloro che avranno adoperato invano il nome di Dio.

Vi è un altro tipo di errore assai grave, quello di adoperare nei giuramenti il nome dei santi invece di quello di Dio, invocando San Giacomo o sant'Antonio; questa è una manifesta empietà, dato che cosi' vien loro attribuita la gloria appartenente a Dio. Non è senza motivo che Dio ha ordinato esplicitamente di giurare nel suo nome e con divieto speciale ha proibito di giura re per gli dèi stranieri  (De. 6:13; 10:20; Es. 23:13). Questo afferma anche l'Apostolo, scrivendo che gli uomini nei loro giuramenti si appellano a Dio come a un superiore, ma Dio giura per se stesso perché non v'è nessuno maggiore di lui  (Eb. 6:13,16).

26. Gli Anabattisti non si accontentano di tale moderazione nei giuramento ma ne condannano categoricamente ogni forma, in base alla proibizione generale di Cristo: "Vi proibisco del tutto di giurare, ma il vostro sì sia sì; il vostro no, sia no: il di più vien dal male » (Mt. 5:34; Gm. 5:12).

Così facendo recano offesa a Cristo, opponendolo a suo Padre; quasi fosse venuto in terra per annullare i comandamenti di lui. L'Iddio eterno non solo permette il giuramento, considerandolo legittimo nella sua Legge, e questo dovrebbe bastare, ma ordina di adoperano in caso di necessità (Es. 22:11). D'altra parte Cristo testimonia di essere uno con il Padre, di non recare nulla senza il consenso del Padre, di avere una dottrina che non gli appartiene, ecc. (Gv. 10:30: 10:18; 7:16). Che rispondono? Forse che Dio può contraddire se stesso col proibire e condannare quello che una volta ha approvato ordinandolo? Non possiamo dunque accettare la loro tesi.

Queste parole di Cristo presentano pero' qualche difficoltà e dobbiamo esaininarle più da vicino. Non le potremo comprendere se non considerando lo scopo e il senso del passo. E' un fatto che Cristo non vuole qui ampliare o limitare la Legge ma solo ridurla al suo significato naturale, che era stato molto corrotto dalle glosse erronee degli scribi e dei Farisei. Se teniamo presente questo. fatto non dobbiamo pensare che Cristo abbia voluto condannare genericamente tutti i giuramenti, ma solo quelli che trasgrediscono la norma della Legge. Risulta dalle sue parole che il popolo non si tratteneva dallo spergiurare, sebbene la Legge vietasse non solo gli spergiuri ma anche i giuramenti superflui. Perciò il Signore Gesù, da commentatore autentico della Legge, ricorda essere mal fatto non solo lo spergiurare ma anche il giurare (Mt. 5:34). Il giurare in assoluto? No, il giurare invano. Ma lascia completamente liberi e validi i giuramenti approvati. dalla Legge.

Essi si fermano a questa espressione. «del tutto» che però non si riferisce al verbo giurare, ma alle forme di giuramento che seguono. Infatti l'errore consisteva nel credere che giurando per il cielo e per la terra il nome di Dio non fosse toccato. Il Signore, dopo aver denunciato la trasgressione fondamentale, sottrae loro il sotterfugio a cui usano ricorrere, sostituendo nel loro giuramento il cielo e la terra al nome di Dio.

Bisogna notare qui, per inciso, che anche se il nome di Dio non e menzionato, si può giurare per lui in modo indiretto. Così si giura per il sole che ci rischiara, per il pane che si mangia, per il battesimo o gli altri doni di Dio che sono come pegni della sua bontà. Cristo non vieta qui di giurare per il cielo, per la terra né per Gerusalemme perché voglia correggere la superstizione, come alcuni affermano, ma per eliminare la futile giustificazione di quanti non davano alcuna importanza all'aver sempre in bocca dei giuramenti mascherati ed equivoci, pensando evitare il nome di Dio, che è invece impresso in tutti i beni di cui ci fa godere.

Talvolta viene sostituito a Dio un uomo mortale o già de funto oppure un angelo:  i pagani si sono abituati con le loro adulazioni a giurare per la vita o la buona fortuna del loro re. In questo caso deificando glt uomini si oscura e si sminuisce la gloria dell'unico Dio.

Quando non si è mossi da altro scopo o intenzione che quello di confermare il proprio dire con il sacro nome di Dio, la sua maestà è ferita da ogni invocazione facile e gratuita, anche se indiretta. Gesù Cristo, proibendo di giurare del tutto, toglie que sta maschera, questa vana finzione con cui gli uomini credono di giustificarsi. San Giacomo tende allo stesso fine quando ripete le parole del suo Maestro (Gm .5:12): in ogni tempo è stata infatti eccessivamente diffusa questa licenza di abusare liberamente del nome di Dio, abuso che pure diventa profanazione' vera e propria. Se questa parola «del tutto » si dovesse riferire - che significato avrebbe l'aggiunta fatta subito dopo di non do versi invocare né il cielo né la terra? Evidentemente questo de ve servire a chiudere ogni scappatoia a cui gli Ebrei avrebbero potuto ricorrere.

27. Di conseguenza non vi può essere dubbio per le persone di retto intendimento che il Signore in questo passo condanna solamente i giuramenti proibiti dalla Legge. Egli stesso, che ha attuato in tutta la sua vita la perfezione che ordinava, non esita a giurare quando ciò sia necessario, e i suoi discepoli, che senza dubbio hanno osservato la sua regola, hanno seguito il suo esempio. Chi oserebbe sostenere che san Paolo avrebbe voluto giurare se il giuramento fosse del tutto vietato? Orbene, quando l'argomento lo richiede egli giura senza alcun scrupolo, aggiungendo talvolta l'imprecazione.

Tuttavia il problema non è ancora risolto perché alcuni pensano che solo i giuramenti pubblici siano leciti: per esempio quelli che il magistrato ci richiede o che il popolo presta alle sue autorità o le autorità al popolo; i soldati al loro capitano, i principi tra di loro per stipulare qualche alleanza. In questo gruppo includono, giustamente, tutti i giuramenti di san Paolo, dato che gli apostoli nel svolgere il loro compito non erano persone private ma ministri di Dio.

Io non nego che i giuramenti pubblici siano prioritari nella questione essendo confermati dalle più ferme testimonianze del la Scrittura. t ordinato al magistrato di costringere un testimone a giurare quando l'argomento sia dubbio, e il testimone è tenuto ad ottemperare. Similmente l'Apostolo dice che con questo mezzo si decidono le controversie umane (Eb. 6:16). Quindi i due tipi di giuramento sono validi. Si può osservare che antica mente i pagani tenevano in grande considerazione i. giuramenti pubblici e solenni; mentre non valutavano molto quelli fatti in privato, come se Dio non ne tenesse conto. Tuttavia è eccessivo condannare i giuramenti personali formulati sobriamente per questioni che li richiedano: essi sono infatti garantiti da motivazioni valide e da esempi della Scrittura.

Se è lecito ad un privato invocare Dio quale giudice dei suoi propositi, tanto più gli sarà lecito invocarlo quale testimone. Esempio: il tuo prossimo ti accusa di una slealtà? Cercherai di giustificarti per dovere di carità. Non sarà soddisfatto in nessun modo? La tua reputazione è messa in pericolo per l'ostinarsi del la sua infondata accusa? Potrai appellarti senza peccare al giudizio di Dio perché manifesti la tua innocenza. Valutando i termini non c'è grande differenza nel chiamare Dio testimone oppure giudice. Non vedo dunque perché dovremmo respingere una forma di giuramento che chiami Dio quale testimone.

Lo confermano numerosi esempi. Si può obbiettare che quando Abramo e Isacco hanno giurato ad Abimelec (Ge. 21:24, 26, 31) si trattava di giuramenti pubblici, ma Giacobbe e Labano erano privati e tuttavia hanno confermato con un giuramento la loro alleanza (Ge. 31:53). Boaz era un privato ed ha ratificato con un giuramento la promessa di matrimonio con Ruth (Ruth 3:13). Abdia, uomo giusto e timorato di Dio, come dice la Scrittura, si serve di un giuramento per persuadere Elia (3 Re 18:10).

L'atteggiamento migliore mi sembra dunque quello di limitare i nostri giuramenti evitando di farne in modo temerario o superficiale, o quando abbiano motivazioni frivole o siano mossi da risentimenti; ma si limitino all'indispensabile, quando è cioè questione di mantenere integra la gloria di Dio o promuovere la comprensione tra gli uomini; tale è infatti lo scopo del comandamento.

IL QUARTO COMANDAMENTO.

Ricordati di santificare il giorno del riposo. Lavorerai sei giorni e farai tutta l'opera tua. Il settimo è il riposo del Signore tuo Dio. Non farai opera alcuna né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero ch'è dentro le tue porte. Perché in sei giorni ecc.

28. L'intenzione del comandamento è questa: condurci a meditare sul regno di Dio, sapendoci morti ai nostri propri sentimenti ed alle nostre proprie opere; ed esercitarci a questa meditazione con i mezzi efficaci che Dio ha stabiliti. Esso tuttavia ha un significato peculiare e diverso dagli altri per cui richiede una spiegazione leggermente differente.

Gli antichi dottori usano chiamarlo umbratile perché si riferisce all'osservanza esteriore di un giorno che è stato abolito con la venuta di Cristo, come le altre prefigurazioni di lui. Questo è giusto. Ma essi considerano un aspetto del problema; bisogna dunque affrontarlo più a fondo e considerare tre motivazioni contenute in questo comandamento.

Il legislatore celeste ha voluto, nel riposo del settimo giorno, simboleggiare al popolo d'Israele il riposo spirituale i credenti devono riposarsi delle opere proprie per lasciare Dio operare in se stessi.

In secondo luogo ha voluto ci fosse un giorno fisso per radunarsi ed ascoltare la Legge e praticarne le cerimonie; e in questo modo ci si dedicasse specialmente a considerare le sue opere per esserne stimolati a meglio onorarlo.

In terzo luogo ha voluto dare un giorno di riposo ai servi e a quelli che lavorano alle dipendenze di altri, perché avessero una pausa nel loro lavoro.

29. Molti passi tuttavia ci mostrano che l'immagine del riposo spirituale è l'elemento più importante del comandamento. Dio non ha richiesto infatti una osservanza così rigorosa riguardo a nessun altro comandamento. Quando vuol far notare, mediante i suoi profeti, che la religione è stata interamente sovvertita, si lamenta del fatto che il suo Sabbath sia stato corrotto e profanato o che non sia stato osservato né santificato, quasi egli non potesse, caduto questo elemento, essere onorato in alcun modo (Nu. 15.32 ; Ez. 20.12; 22.8.23.38; Gr. 17.21.22.27; Is. 56.2).

D'altra parte ne loda grandemente l'osservanza, cosicché i credenti possono considerare sommo beneficio la rivelazione del Sabbath.

Così parlano i leviti in Nehemia: "Hai mostrato ai nostri padri il tuo santo Sabbath, i tuoi comandamenti e cerimonie e hai dato loro la Legge per mano di Mosè " (Ne 9.14). Tengono in singolare considerazione questo comandamento, più di tutti gli altri; il che ci mostra la dignità e l'eccellenza del Sabbath. Ne parlano anche Mosè ed Ezechiele. Nell'Esodo leggiamo: "Osservate il mio Sabbath perché esso è un segno tra me e voi per tutte le generazioni, per farvi conoscere che io sono l'Iddio che vi santifica. Osservate il mio Sabbath dunque perché deve esservi santo. I figli d'Israele lo osservino e lo celebrino nei secoli perché costituisce un'alleanza perpetua, un segno per tutta l'eternità " (Es. 31.12 35.2). Questo è detto ancor più esplicitamente in Ezechiele: il sunto del suo discorso indica, però, trattarsi di un segno da cui Israele doveva conoscere che Dio è colui che santifica (Ez. 20.12).

Se la nostra santificazione consiste dunque nella rinuncia alla nostra propria volontà, risulta evidente la similitudine tra il segno esterno e la sostanza. Bisogna riposare completamente, affinché Dio operi in noi, bisogna recedere dalla nostra volontà, sottomettere il nostro cuore, rinunciare a tutte le cupidigie della nostra carne; in breve dobbiamo far tacere tutto quel che procede da noi stessi, onde Dio operi in noi e noi riposiamo in lui, come anche l'Apostolo insegna (Eb. 3.13; 4.6).

30. Questo era raffigurato in Israele dal riposo del settimo giorno. Perché lo si osservasse con maggior religiosità, il nostro Signore ha confermato quest'ordine con il suo esempio. Non deve essere cosa che lascia indifferente l'uomo, il fatto che gli si presenti il proprio Creatore come esempio.

Se qualcuno cerca un significato nascosto nel numero "sette ", dato che nella Scrittura esso indica la perfezione, può darsi che sia stato scelto di proposito per indicare la totalità. Questo si accorderebbe con il fatto che Mosè, dopo aver detto che il Signore si è riposato il settimo giorno, mette fine alla descrizione della successione dei giorni.

Si potrebbe anche congetturare che il Signore abbia voluto significare con questo numero che il Sabbath dei credenti non sarà pienamente realizzato, fino all'ultimo giorno. Lo incominciamo qui e lo perseguiamo quotidianamente; ma, dato che abbiamo ancora un combattimento continuo con la nostra carne, non sarà terminato fin quando non sia realizzata l'affermazione di Isaia secondo cui nel Regno di Dio vi è un Sabbath perenne ed eterno (Is. 66.23); vale a dire quando Dio sarà ogni cosa in tutti (1 Co. 15.28).

Si può dunque ritenere che con il settimo giorno il Signore abbia voluto raffigurare al suo popolo la perfezione del Sabbath che avrà luogo all'ultimo giorno, onde stimolarlo a desiderare quella perfezione durante questa vita, con meditazione continua.

31. Se questa interpretazione sembra troppo ricercata e qualcuno non vuole accettarla, non mi oppongo a che ci si accontenti di una più semplice: il Signore ha stabilito un giorno in cui il popolo fosse guidato, dalla pedagogia della Legge, a meditare sul riposo spirituale che è eterno; ha stabilito il settimo giorno giudicandolo sufficiente, oppure proponendo il proprio esempio per meglio incitare il popolo ad osservare questa cerimonia, o piuttosto per mostrargli che il Sabbath tendeva al solo fine di renderlo simile al suo Creatore. Si tratta di problemi senza importanza, purché rimanga chiaro il significato spirituale: il popolo è incitato a rinunciare alle proprie opere.

A questa considerazione i profeti riconducevano costantemente gli Ebrei affinché non credessero di essere a posto con l'astenersi solo dal lavoro manuale. Oltre al passo citato è detto in Isaia: "Se tu ti trattieni dal violare il Sabbath e non fai la tua volontà nel mio santo giorno e celebri un Sabbath santo e accetto al Signore della gloria, e lo glorifichi non compiendo le tue opere, e la tua volontà non è esercitata, allora prospererai in Dio" (Is. 58.13).

 Non c'è dubbio che le cerimonie connesse con l'osservanza di questo comandamento siano state abolite dalla venuta di Cristo. Egli è la verità che con la propria presenza dissolve tutti i simboli, è il corpo di fronte al quale le prefigurazioni decadono. È la realizzazione autentica del Sabbath. Infatti: "Seppelliti con lui mediante il battesimo, siamo innestati nella sua morte, onde, fatti partecipi della sua risurrezione, camminiamo in novità di vita ", (Ro 6.4). Per questo l'Apostolo dice che il Sabbath è stato prefigurazione di ciò che doveva venire, ma la realtà è in Cristo (Cl. 2.16-17) : vale a dire la vera sostanza, la pienezza della verità, come illustra chiaramente in quel passo. Essa non si accontenta di un giorno ma impegna l'intero corso della nostra esistenza fin quando, completamente morti a noi stessi, siamo ripieni della vita di Dio. Ne consegue che i cristiani devono astenersi dall'osservare dei giorni, in modo superstizioso.

32. Le altre due motivazioni del comandamento non devono essere incluse fra i simboli del passato ma valgono per i secoli. Di conseguenza, sebbene il Sabbath sia stato abrogato, non è tuttavia abrogata fra noi l'abitudine di avere un giorno fissato per radunarci ad ascoltare la predicazione, tenere assemblee pubbliche e celebrare i sacramenti; in secondo luogo per dare qualche riposo ai servi e agli operai. Non c'è dubbio che il Signore avesse in mente entrambi questi elementi nello stabilire il Sabbath.

Il primo è confermato dall'uso degli Ebrei. Il secondo è stato rilevato da Mosè nel De con queste parole: "Perché il tuo servo e la tua domestica si riposino come te, ricordati di essere stato servo in Egitto " (De 5.14-15). Così nell'Esodo : "Perché si riposino il tuo bue, il tuo asino e il figlio della tua serva " (Es. 22.12).

Chi potrà negare che queste due esigenze si addicano a noi quanto agli Ebrei? Le assemblee ecclesiastiche ci sono ordinate dalla parola di Dio e la stessa esperienza ci mostra quanto ci siano necessarie. Se non vi sono giorni stabiliti, come ci si potrà radunare? L'Apostolo insegna che ogni cosa deve essere fatta tra noi con ordine e decoro (1 Co. 14.40). L'ordine e il decoro non possono essere osservati senza questa disposizione dei giorni e se essa non ci fosse vedremmo sorgere subito disordini straordinari e confusione nella Chiesa. Se dunque sussiste per noi la stessa necessità, cui il Signore ha voluto provvedere stabilendo il Sabbath per i Giudei, non si potrà dire che questa disposizione non ci tocca. Certamente il nostro buon padre non ha voluto provvedere alla nostra necessità meno che a quella degli Ebrei.

Perché non radunarsi tutti i giorni, qualcuno dirà, al fin di eliminare questa differenza di giorni? Per conto mio, sarei d'accordo, e in realtà la sapienza spirituale di Dio meriterebbe che le si dedicasse qualche ora al giorno.

Ma se non è possibile ottenere di riunirsi quotidianamente per la debolezza di molti, e la carità non permette di costringerli, perché non seguire la regola che Dio ci ha mostrato?

33. Occorre, a questo punto, dilungarci un pochino, perché alcuni spiriti irrequieti. Si agitano a motivo della domenica, lamentando che la cristianità sia mantenuta in una forma di pietà giudaica per il fatto che si attiene tuttora all'osservanza di giorni particolari.

 Rispondo che osserviamo la domenica senza spirito giudaico, dato che v'è una grande differenza tra noi e gli Ebrei. Non l'osserviamo come elemento di fede assoluta, come cerimonia in cui pensiamo sia contenuto un mistero spirituale, ma l'utilizziamo come un mezzo necessario per conservare il buon ordine nella Chiesa.

Ma san Paolo, replicano costoro, nega che i cristiani debbano essere giudicati dall'osservanza dei giorni: questi infatti sono solo immagini delle cose future (Cl. 2.16) e per questo motivo l'Apostolo teme di essersi affaticato invano tra i Galati che continuavano ad osservare i giorni (Ga 4.10-11). E ai Romani afferma essere superstizione se qualcuno fa distinzione fra i giorni (Ro 14.5).

Qualsiasi persona di buon senso vede però di quale genere di osservanza l'Apostolo parli! Quelli che rimprovera non miravano al fine suddetto: osservare l'ordine e il decoro nella Chiesa, ma, osservando le feste quali immagine di cose spirituali, oscuravano conseguentemente la gloria di Cristo e la luce dell'Evangelo. Non si astenevano dalle opere manuali, perché queste impedissero loro di dedicarsi alla meditazione della parola di Dio, ma per devozione assurda, immaginando di rendere servizio a Dio per il fatto di riposarsi. San Paolo protesta contro questa erronea distinzione dei giorni, e non contro la legittima regolamentazione che ha la funzione di conservare la pace in mezzo ai cristiani. Le Chiese che egli aveva fondato mantenevano questa osservanza del Sabbath; questo risulta dal fatto che egli stabilisce questo giorno per la raccolta delle offerte in Chiesa (1 Co. 16.2).

Noi paventiamo la superstizione, tuttavia riconosciamo che essa era più da temere nelle feste giudaiche che oggi nella domenica. Era utile lasciar cadere il giorno osservato dagli Ebrei per eliminare la superstizione, ma se ne è messo un altro al suo posto per conservare l'ordine, il decoro e la pace nella Chiesa.

34. Tuttavia gli antichi non hanno scelto la domenica, per sostituirla al Sabbath, senza validi motivi. Dato che l'adempimento del vero riposo raffigurato dall'antico Sabbath si è realizzato nella resurrezione del nostro Signore, i cristiani sono esortati, da questo stesso giorno che ha messo fine ai simboli, a non limitarsi alla cerimonia che era solo un simbolo.

Non mi formalizzo sul numero sette e non voglio sottoporre la Chiesa a qualche forma di servitù; non condannerei affatto le Chiese che avessero altri giorni solenni per radunarsi, purché non vi sia alcuna superstizione nella scelta del giorno: e non ve ne può essere se si mira solamente a mantenere la disciplina e il buon ordine.

La sostanza del comandamento è dunque questa: tendiamo, durante tutta la nostra vita, ad un perpetuo riposo dalle opere nostre, onde Dio operi in noi con il suo Spirito; verità questa manifestata agli Ebrei in figura ed oggi manifestata a noi in realtà.

In secondo luogo concentriamo il nostro spirito, per quanto possiamo, a riflettere sulle opere di Dio, in vista di magnificarlo; osserviamo le disposizioni ecclesiastiche legittime per quanto concerne l'ascolto della Parola, la celebrazione dei sacramenti, la convocazione delle assemblee solenni.

In terzo luogo non sfruttiamo quanti ci sono sottoposti.

Saranno così dissipate le menzogne dei falsi dottori, che nel passato hanno gabbato il popolino con una concezione giudaica: incapaci di distinguere tra la domenica e il Sabbath altrimenti che affermando il settimo giorno essere abrogato, che si osservava allora, ma essere comunque necessario conservarne uno 27. Il che significava aver cambiato il giorno per far dispetto agli Ebrei e tuttavia rimanere nella superstizione che san Paolo condanna: vale a dire conferirgli un significato interiore, come era sotto l'antico Patto. E infatti vediamo cosa ha servito questa dottrina: i suoi seguaci superano gli Ebrei nell'osservanza carnale del Sabbath, tanto che i rimproveri di Isaia (Is. 1.13; 58.13) Si addicono più a