Sul Timeo di Platone

Forse poche altre opere al mondo hanno destato nella storia della filosofia e della cultura occidentale una così proficua serie di riletture ed interpretazioni, di studi e di analisi quanto il Timeo di Platone.

Pur non potendolo ritenere come il dialogo più importante ( ma esiste davvero il più importante?) della produzione platonica, è sicuramente uno tra i più completi per l’ambizioso disegno che si propone di fornire spiegazioni sull’origine del cosmo, della vita, dell’uomo.

Ma Platone sagacemente smorza i termini di tale grandioso progetto di onniscienza, affermando già dall’inizio che si tratta tuttavia di un racconto verosimile, in quanto ciò che in esso viene detto non è tanto la verità quanto piuttosto qualcosa che ad essa è simile e somigliante, basando le sue congetture sull’affinità analogica tra idee, parole e mito.

E’ forse questa una cauta affermazione ribadita allo scopo di mettere in evidenza i limiti della possibilità della conoscenza umana, oppure, è la prudente circospezione dell’iniziato che può far intendere ma non può rivelare la verità esoterica?

Probabilmente non lo potremo mai sapere, ma c’è di fatto che quasi certamente Platone fu iniziato ai misteri già molto prima di seguire Socrate e la sua avventura umana e che lo porterà a far di lui il centro ed il protagonista di tutte le sue opere, addossandosi l’arduo compito di tramandare per iscritto il pensiero del maestro ai posteri.

Edouard Schurè nella sua opera I grandi iniziati pone Platone tra le figure di Ermete Trimegisto, Mosè e Gesù, e non è un caso che il platonismo fece sempre da companatico ai rinascimentali che ripresero la tradizione ermetica. Nell’Accademia platonica fiorentina di Marsilio Ficino, Platone, e soprattutto il Timeo costituiscono rispettivamente l’autore e l’opera più letti e commentati in assoluto; laddove attorno alla sua orbita gravitarono altri astri luminosi come il Corpus Hermeticum, il Pimandro, ed i testi zoroastriani.

Del resto, lo stesso Proclo racconta che Platone ebbe in gioventù maestri come i sacerdoti Pateneit , Ethimane ed Ochlapi ad Eliopoli e che da loro venne edotto alla più profonda conoscenza della tradizione egizia come tra l’altro lo fu anche Mosè; dall’Egitto si recò successivamente a Cirene dove incontrò il pitagorico Archita e da egli apprese la saggezza insita nei Numeri.

Inoltre, che egli riconoscesse una linea di continuità ta il culto egizio e quello ellenico lo afferma nel Timeo dicendo di identificare la dea Neith con quella greca Athena.

Tornando al Timeo, esso si apre con le parole del giovane Crizia che racconta una storia a sua volta udita dal nonno nel giorno delle Apaturie, cioè delle feste in onore di Zeus Phratrios, successivamente dedicate a Dioniso.

E’ la storia di una società perfetta, di un’utopia etica e politica quindi, cui l’antica Atene si era ispirata nei primi anni della sua esistenza e che appartenne ad una civiltà esistita ad Atlantide ed ormai scomparsa in seguito ad un cataclisma verificatosi in seguito alla deviazione dall’orbita di un astro, episodio che forse la mitologia tramandò attraverso l’episodio di Fetonte.

In questa narrazione, che rievoca i fasti ma soprattutto l’armonia sociale di una civiltà scomparsa, vi è trasfusa tra le righe tutta la nostalgia che Platone visse per la sua Atene quando, dopo la breve parentesi della democrazia di Pericle, al tempo della sua eroica resistenza verso Sparta, riuscì a conservare la propria integrità territoriale e la propria indipendenza.

Platone era di nascita aristocratica, e certamente tutte le utopie sociali che egli teorizzò nella Repubblica , ma che cercò anche di realizzare nella pratica, a Siracusa, dove invano tentò di creare il governo dei filosofi, erano volte a garantire una giustizia sociale basata sul merito, garantita dalla saggezza dei suoi custodi, ma anche atta a mantenere il proprio status ai discendenti di stirpe nobiliare, soprattutto dopo aver assistito da giovanissimo alla pericolose turbolenze del governo democratico.

Il pitagorico Timeo, da cui il dialogo trae il suo titolo,continua la narrazione subito dopo Crizia, iniziando a descrivere la genesi dell’universo, della sua sostanza, sostanza vivente ed animata,connessa in ogni sua minima parte e governata da precise leggi imperscrutabili, ribadendo, infine, come tutto ciò che è nato abbia avuto come sua causa il demiurgo che ispirandosi al mondo intellegibile delle Idee trae alla vita la materia inerte.

Nella migliore tradizione pitagorica, anche Platone attribuisce massima importanza ai numeri; il mondo viene infatti creato dal demiurgo secondo precise regole di proporzione, l’anima umana risulta divisa in sette parti, in cui il settenario rivela il significato arcano di potenza e perfezione della vita, come lo era per i pitagorici e come riporta fedelmente anche Cornelio Agrippa ne: La filosofia occulta : la virtù di questo numero interviene altresì nella generazione dell’uomo e serve a comporlo, a farlo concepire, a partorirlo, a nutrirlo, a farlo vivere…

Il tempo è stato creato assieme al mondo, essendovi prima una eternità atemporale, ed è legato ai moti degli astri, del sole, della luna, che regolano i giorni e le stagioni con i loro moti.

Ma Platone sembra anticipare anche un’idea che ebbe grande seguito negli anni a venire, soprattutto nel Rinascimento, ovvero delle influenze degli astri sulla vita degli uomini. E’ un’idea che viene fuori da coordinate logiche che trovano una loro piena spiegazione all’interno del mito.

Infatti, se la creazione demiurgica procede per gradi, affidando agli dei minori la generazione degli uomini, se l’universo intero costituisce un unico Essere vivente, tutto ciò che in esso è contenuto è intimamente connesso e ciò che in esso è superiore determina il modo e l’esistenza di ciò che è inferiore.

E tuttavia non è una concezione che venne accettata interamente e che diede adito a differenti interpretazioni.

Così dice infatti Dante: lo cielo i vostri movimenti inizia; non dico tutti, ma posto ch’i’l dica, lume v’he dato a bene e a malizia, e libero voler: che, se fatica nelle prime battaglie col cielo dura, poi vince tutto, se ben si notrica. ( Purgatorio, canto 16, vv. 73-78). Intendendo con questo spiegare come le sole inclinazioni dell’anima umana possono essere in parte dovute alle influenze astrali ma che comunque, è sempre la volontà a vincere, in ultima analisi, è il nostro volere ed il nostro coraggio a dare sempre il corso determinante alla nostra vita e soltanto con noi stessi dobbiamo prendercela quando la nostra vita non è come vorremmo che fosse. M a non indugerò ulteriormente su quest’argomento che è vastissimo e merita una trattazione adeguata che in questo contesto è fuori luogo dare.

Riprendendo la lettura del Timeo ci accorgiamo, inoltre, come esso segni un punto fondamentale nell’elaborazione del pensiero platonico, a volte, cadendo anche in palese contraddizione con quanto era stato detto in dialoghi precedenti.

Platone qui afferma infatti che l’anima è generata ma imperitura mentre nella Repubblica e nel Fedone l’aveva concepita come mai nata, ossia eterna. La sua incarnazione non è più vista come una sorta di prigionia del coprpo materiale, secondo l’influenza orfica, ma quasi una necessità, una determinazione divina che predispone un corpo per ogni anima e che attraverso la reminiscenza può acquisire la sua vera dimensione, tornando alla contemplazione della stabile verità rappresentata dalle Idee archetipe.

Nel Timeo davvero confluiscono le idee dominanti della filosofia greca; l’eredità del pitagorismo gli ispirò l’armonia delle proporzioni matematiche e l’idea della molteplicità insita nell’Unità, della metempsicosi necessaria all’evoluzione dell’anima, mentre il pensiero degli ionici, ed ancor più quello di Empedocle, gli donarono il principio dei quattro elementi primordiali (acqua, aria, fuoco, terra) che costituiscono tutti i corpi esistenti ed i cui movimenti producono le sensazioni. La stessa vista prende atto dal fuoco visuale che risiede all’interno dell’occhio e che vede gli oggetti mediante l’incontro dell’effluvio igneo,o luce, che irradia dai corpi esterni confermando così che il simile conosce il simile e che la visione non è altro che il risultato dell’incontro fra elementi simili ed affini.

Tuttavia, il vero principio delle cose non è da ricercare semplicemente nei singoli elementi, come lo era per gli ionici. Né esso scaturisce completamente dalla loro sinergia.

Vi è un terzo ordine di cose che lega il modello, l’Idea alla sua immagine terrena, che coniuga l’eternità al divenire, la stabilità al mutamento apparente, la generazione di ciò che seguendo il proprio cielo vitale, nasce, cresce e si riproduce. E’ un ricettacolo che contiene il cosmo intero ma che on esso non si identifica, esprimendo tuttavia la potenzialità degli elementi e permettendone la vita. Platone chiama quest’elemento, quasi una nutrice, e la identifica a volte con la kora altre volte con il termine dinamis , ad indicarne la capacità adattiva di accogliere, nello spazio e nel tempo, qualunque contenuto senza cambiare essa stessa natura.

Ma non bisogna commettere l’errore di identificarla con la nozione di materia o di spazio dei fisici, quanto è piuttosto meno fuorviante concepire questa natura che riceve i corpi come un presupposto necessario dal punto di vista logico e dialettico.

Così anche per quanto riguarda il tempo,ad esempio, si avverte nel Timeo la prima e piena formulazione della sua problematicità. Come e molto di più che nel pensiero di Parmenide e di Eraclito, il problema della mutabilità di ciò che vive, il suo rapporto con una dimensione vasta, stabile ed imperitura, assurgono ad una spiegazione meno conflittuale, pienamente consapevole della sua natura e che trova piena espressione nella versione così rarefatta ed enigmatica del mito, delle sue figure appene accennate, di ciò che viene detto e rivelato ma, soprattutto, di ciò che non è detto, ma volutamente occultato.

Riprendendo un’ affermazione già fatta nel Cratilo, Platone rinuncia a denominare le cose, gli oggetti, in quanto essi, a causa della loro variabilità e corruttibilità, cambiano, non sono mai uguali a se stessi nel tempo, laddove nei nomi vi è insito il desiderio umano di fissare una volta per tutte una realtà che travalica i limiti del sensibile. Ma è un artificio dialettico, un’aporia volutamente sollevata da Platone allo scopo di sottilineare l’antitesi esistente tra Realtà e Divenire. Che differenza può esserci mai, infatti, in un ripetersi eterno, uguale, incondizionato delle forme quando al di là di esse esiste un’unica, immutabile Essenza che tuttavia partecipa in loro della sua stessa natura? Umbra profunda sumus, come dirà Giordano Bruno, siamo solo ombre profonde della Realtà…

Il problema che ha affascinato ed irretito tanti secoli di filosofia occidentale è contenuto in nuce nel Timeo, ovvero: come può la diversità formale essere mai ritenuta come autentico cambiamento? A secondo del pensiero e delle epoche, la percezione del cambiamento è stata avvertita come prova del continuo divenire, oltre il quale non è possibile accedere, o, al contrario, come artificio ingegnoso che cela una realtà metafisica stabile e duratura.

In entrambi i casi, ogni nostra conoscenza può soltanto umilmente riconoscere i propri limiti, oppure rivestire i panni del racconto verosimile, approssimativo al vero, dell’indottrinamento dato attraverso le figure del mito, verità questa che l’iniziato Platone, più del filosofo, aveva ben compreso.

 

 

Tecla Squillaci.